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lunedì 26 giugno 2023

I volti del disagio giovani - Massimo Recalcati

I volti del disagio giovani 
di  Massimo Recalcati


(Pubblicato su La Repubblica - 21 giugno 2023)
 
Il disagio del mondo giovanile sembra aver assunto dimensioni preoccupanti. 
La sua fenomenologia è variegata, ma se dovessimo provare a trovare in essa dei denominatori comuni potremmo isolarne almeno due.

Il primo è quello della spinta neo-libertina a godere senza limiti, a fare del godimento la sola forma possibile della Legge. Questa spinta può assumere le forme della festinazione permanente, dell’apatia frivola, dell’assenza di responsabilità, dell’abuso di sostanze, del consumo compulsivo, dell’indolenza, del rigetto della prova e della fatica. Si tratta di una forma di disagio che da tempo permea il mondo giovanile e che collude con l’affermazione di quella che Pasolini definiva “la società dei consumi”. 

Il secondo denominatore comune è invece di tipo neo-melanconico e consiste nella tendenza a sottrarsi alla vita, a chiudersi, a ripiegarsi su se stessi. Il trauma della pandemia ha esasperato in particolare questa seconda declinazione del disagio giovanile. Se nella prima forma prevale l’estroversione, in questa seconda prevale l’introversione. Non si tratta però solamente di una tendenza genericamente depressiva, ma di una inclinazione securitaria: il mondo è percepito come una fonte minacciosa di stimoli, come luogo di perturbazioni angoscianti, come un urto dal quale proteggersi. È uno dei paradossi più significativi del nostro tempo: la cultura neo-libertina del godimento immediato e del rigetto del senso della Legge nasconde nelle sue pieghe una tristezza di fondo, una profonda angoscia nei confronti dell’ignoto, un sentimento di precarietà che coinvolge tutta l’esistenza. È la piaga segreta che intacca l’euforia neo-libertina: la vita come gara di tutti contro tutti, come spinta compulsiva a consumare ogni cosa non genera affatto soddisfazione, non favorisce la creazione di legami sociali generativi, ma produce caduta del senso, paura e difesa dalla vita, ritiro sociale, confinamento, isolamento. Tagliarsi fuori dal circuito maniacale dell’iperattività produttiva o edonistica del discorso sociale dominante, è un gesto disperato di rifiuto ma è anche un gesto che prova a creare un rifugio. Barricarsi in casa, non uscire più, sembra per un giovane un destino beffardo in un tempo che invece esige il divertimento come obbligo e il culto della performance ad ogni costo. Queste due forme del disagio riflettono una tendenza più generale della civiltà contemporanea: la spinta a godere sino alla dissipazione della vita e quella a rifiutare la vita isolandosi in una nicchia protetta. Sono la versione hard e cool del disagio della giovinezza ipermoderna. Ma quello che viene meno in entrambe queste posizioni è l’istanza del desiderio. Nell’oscillazione neo-libertina essa si trova inabissata in un godimento illimitato che ne sopprime la spinta generativa. Il desiderio si affloscia in una vita troppo piena di oggetti per essere desiderante. Nell’oscillazione neo-melanconica essa sembra invece più semplicemente spegnersi, disattivarsi, non esistere più. Anziché vivere pienamente la vita, si preferisce chiudere i ponti con la vita, creare sistemi di difesa, isolarsi appunto, separarsi dal mondo. L’indebolimento del desiderio è il vero tema che attraversa il disagio giovanile contemporaneo: la fatica di desiderare, l’eclissi, la scomparsa del desiderio come forza generativa.

Cosa fare allora? Come uscirne? Evocare il padre col bastone, rimpiangere la sua vecchia autorità simbolica? Restaurare l’ordine della famiglia tradizionale, rafforzare gli strumenti di controllo o di repressione? Condannare le cattive pratiche e i comportamenti irresponsabili? Bisognerebbe sempre ricordare che il disagio giovanile non coincide con il mondo giovanile. Per evitare la sua estensione bisognerebbe innanzitutto avere fiducia nei giovani e nella loro audacia. Includerli il più possibile nella vita civile e sociale. Potenziare la Scuola e i luoghi di formazione, credere nelle loro capacità, offrire occasioni di lavoro, di espressione, di parola. Insomma il contributo delle vecchie generazioni non può limitarsi a segnalare il disagio giovanile delegando agli psicologi la sua cura, ma deve aprire le porte, coltivare i talenti, trasmettere la potenza vitale del desiderio, favorire gli spazi anche pubblici, collettivi, della sua esistenza. Non si tratta tanto di sorvegliare e di punire, ma di scommettere davvero sulle nuove generazioni. L’esistenza dei figli dovrebbe costringerci a decentrarci da noi stessi, a pensare che il tempo ha una profondità che non coincide con la nostra vita, che i nostri figli ci sopravviveranno. Dovrebbe ricordarci che il compito delle vecchie generazioni non è quello di ostacolare le nuove ma quello di favorire la loro crescita. Facile a dire, ovviamente, difficile assai da praticare perché implica il dono del nostro arretramento, del nostro tramonto.

(Fonte: sito dell'autore)

domenica 25 giugno 2023

«Dice Gesù: ciò che conta è non buttare via il bene più grande, la vita. Solo questo deve spaventarci.» Papa Francesco Angelus 25/06/2023 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 25 giugno 2023


Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

Nel Vangelo di oggi Gesù ripete ai suoi discepoli, per ben tre volte: «Non abbiate paura» (Mt 10,26.28.31). Poco prima ha parlato loro delle persecuzioni che dovranno subire per il Vangelo, una realtà ancora attuale: la Chiesa, infatti, fin dalle origini ha conosciuto, insieme alle gioie – e ne aveva tante! –, tante persecuzioni. Sembra paradossale: l’annuncio del Regno di Dio è un messaggio di pace e di giustizia, fondato sulla carità fraterna e sul perdono, eppure riscontra opposizioni, violenze, persecuzioni. Gesù però dice di non temere: non perché nel mondo andrà tutto bene, no, ma perché per il Padre siamo preziosi e nulla di ciò che è buono andrà perduto. Ci dice quindi di non farci bloccare dalla paura, ma di temere piuttosto un’altra cosa, una sola. Qual è la cosa che Gesù ci dice che dobbiamo temere?

Lo scopriamo attraverso un’immagine che Gesù utilizza oggi: l’immagine della “Geenna” (cfr v. 28). La valle della “Geenna” era un luogo che gli abitanti di Gerusalemme conoscevano bene: era la grande discarica dei rifiuti della città. Gesù ne parla per dire che la vera paura da avere è quella di buttare via la propria vita. Gesù dice: “Sì, abbiate paura di questo”. Come a dire: non bisogna tanto temere di subire incomprensioni e critiche, di perdere prestigio e vantaggi economici per restare fedeli al Vangelo, ma di sprecare l’esistenza a inseguire cose di poco conto, che non riempiono di senso la vita.

E questo è importante per noi. Anche oggi, infatti, si può essere derisi o discriminati se non si seguono certi modelli alla moda, che però mettono spesso al centro realtà di secondo piano: per esempio, seguire le cose anziché le persone, le prestazioni anziché le relazioni. Facciamo qualche esempio. Penso a dei genitori, che hanno bisogno di lavorare per mantenere la famiglia, ma non possono vivere solo per il lavoro: hanno bisogno del tempo necessario per stare con i figli. Penso anche a un sacerdote o a una suora: devono impegnarsi nel loro servizio, ma senza dimenticare di dedicare tempo a stare con Gesù, altrimenti cadono nella mondanità spirituale e perdono il senso di ciò che sono. E ancora, penso a un giovane o a una giovane, che hanno mille impegni e passioni: la scuola, lo sport, vari interessi, i telefonini e i social, ma hanno bisogno di incontrare le persone e realizzare dei sogni grandi, senza perdere tempo in cose che passano e non lasciano il segno.

Tutto ciò, fratelli e sorelle, comporta qualche rinuncia di fronte agli idoli dell’efficienza e del consumismo, ma è necessario per non andare a perdersi nelle cose, che poi vengono buttate via, come si faceva allora nella Geenna. E nelle Geenne di oggi, invece, spesso finiscono le persone: pensiamo agli ultimi, spesso trattati come materiale di scarto e oggetti indesiderati. Rimanere fedeli a ciò che conta costa; costa andare controcorrente, costa liberarsi dai condizionamenti del pensare comune, costa essere messi da parte da chi “segue l’onda”. Ma non importa, dice Gesù: ciò che conta è non buttare via il bene più grande, la vita. Solo questo deve spaventarci.

Chiediamoci allora: io, di che cosa ho paura? Di non avere quello che mi piace? Di non raggiungere i traguardi che la società impone? Del giudizio degli altri? Oppure di non piacere al Signore e di non mettere al primo posto il suo Vangelo? Maria, sempre Vergine, sapiente Madre, ci aiuti ad essere saggi e coraggiosi nelle scelte che facciamo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

mi ha molto addolorato quanto è accaduto alcuni giorni fa nel Centro Penitenziario femminile di Támara in Honduras. Una terribile violenza tra bande rivali ha seminato morte e sofferenza. Prego per le defunte, prego per i familiari. La Vergine di Suyapa, Madre dell’Honduras, aiuti i cuori ad aprirsi alla riconciliazione e a fare spazio a una convivenza fraterna, anche all’interno delle carceri.

In questi giorni ricorre il 40° anniversario della scomparsa di Emanuela Orlandi. Desidero approfittare di questa circostanza per esprimere, ancora una volta, la mia vicinanza ai familiari, soprattutto alla mamma, e assicurare la mia preghiera. Estendo il mio ricordo a tutte le famiglie che portano il dolore di una persona cara scomparsa.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i fedeli di Bogotá, Colombia.

Saluto la Fraternità dell’Ordine Francescano Secolare di Pisa; i ragazzi di Gubbio, Perugia e Spoleto; il gruppo di Limbadi che festeggia il giovane Leo; i partecipanti al moto-pellegrinaggio da Cesena e Longiano; e i volontari di Radio Maria Italia, che con un grande striscione invitano a porsi “tutti sotto il manto” della Vergine Madre Maria, per implorare da Dio il dono della pace. E questo lo chiediamo specialmente per il martoriato popolo ucraino.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video




Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


 XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A
25 Giugno 2023 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore, nostro Dio, nutre verso l’umanità di oggi una vera compassione di amore. Per portare a termine questo suo disegno di salvezza ha voluto coinvolgere anche noi, perché in Cristo Gesù formassimo quel popolo di fratelli e sorelle, capaci di annunziare a tutti che è possibile un mondo fondato sulla fraternità e sulla pace. Consapevoli della nostra vocazione, innalziamo al Figlio Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Ascoltaci, o Signore

 

Lettore

- Signore Gesù, Tu che ami la tua Chiesa di un amore sponsale, fa’ che essa sia ben disposta ad abbandonare ogni preoccupazione e ogni timore. La presenza del tuo Santo Spirito la aiuti a non aver paura di essere “una chiesa in uscita”, a non aver paura di dover perdere sicurezze e privilegi e potersi, così, presentare come una Chiesa povera e aperta ai poveri. Preghiamo.

- Fa’, o Signore Gesù, che la parola di papa Francesco, che spinge i popoli a ritrovare la via della pace e della collaborazione, possa trovare un’eco nel cuore dei potenti. Illumina politici ed economisti, perché si rendano conto di quanti disastri e ingiustizie è causa questa ideologia neo-liberista. Preghiamo.

- Signore Gesù benedici e santifica ogni famiglia. Fa’ che in ognuna di esse ogni figlio o figlia possa gustare la tenerezza di Dio, che è Padre e Madre, e possa scoprire dall’accoglienza e dalla cura dei genitori quanto egli valga agli occhi di Dio e trovare in questo sguardo un motivo per vivere e per impegnarsi per un mondo, che sia a misura dei piccoli e dei disabili. Preghiamo.

- Signore Gesù sii presenza di conforto e di sostegno per quanti si trovano ad affrontare problemi oncologici. Ti affidiamo in modo particolare quei parenti e quegli amici, che oltre a dover superare il primo impatto con la malattia, si ritrovano alle prese con i ritardi e lunghe attese a causa di una sanità sempre più ridimensionata. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche dei cristiani vittime dell’intolleranza religiosa del terrorismo islamico fondamentalista, come pure di tanti fedeli dell’islam e di altre religioni vittime dello stesso terrorismo. Dona a tutti la tua misericordia e la tua pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, che assieme al Padre tuo scruti nel segreto dei cuori, accogli le nostre preghiere e donaci il coraggio di una fede sincera e amabile. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Maestro, vivente nei secoli dei secoli. AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 32 - 2022/2023 anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo:


«Non temete» è l'accorato grido di Gesù, l'invito d'amore rivolto agli apostoli dopo averli inviati nel mondo «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16). I discepoli devono andare in mezzo ai lupi come pecore, da perdenti e sconfitti, come ha fatto il Maestro. Il brano è scandito proprio da questo imperativo: «Non temete!» ripetuto tre volte. Il Signore desidera infondere nel cuore dei suoi discepoli la fede in Lui per liberarli dalla paura del peccato e della morte, per mezzo della quale il nemico li tiene e ci tiene in schiavitù tutta la vita (Eb 2,15). Principio e fine di tutto è il Padre che ci ama e che amiamo non il nulla che temiamo, che ci paralizza e ci conduce alla morte. Ciò che appare nascosto e incomprensibile, ciò che è velato dallo scandalo della croce e della morte sarà il Padre stesso a rivelarlo e a farcelo conoscere (i verbi sono al passivo, il passivo divino) manifestando il suo volto di misericordia e di amore nel dono totale del Figlio che tutto illumina e salva. Chi ha paura della morte ha già fallito la sua vita ed è un fallito perché getta via, insieme alla sua vita, anche il suo tesoro più grande: il suo Spirito. «Il vero problema, il problema più grande non è salvare il proprio corpo dalla morte, ma vivere in esso l'amore filiale e fraterno che è la vita eterna. Chi non vive così è già morto» (cit.).


sabato 24 giugno 2023

LA CURA Dove tu finisci, co­minciano le mie mani. Tu vali non perché produci o hai successo, ma perché e­sisti, gratuitamente come i passeri, debole e breve come i capelli, al sicuro nelle mie mani. - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

LA CURA
 

Dove tu finisci, co­minciano le mie mani. 
Tu vali non perché produci o hai successo, ma perché e­sisti, gratuitamente come i passeri, debole e breve come i capelli,
al sicuro nelle mie mani. 


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
  Matteo 10,26-33

per i social

LA CURA

Dove tu finisci, co­minciano le mie mani.  Tu vali non perché produci o hai successo, ma perché e­sisti, gratuitamente come i passeri, debole e breve come i capelli, al sicuro nelle mie mani. 

Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore. Per tre volte Gesù si oppone alla paura che mangia la vita. Noi non siamo eroi, noi siamo credenti, e ci opponiamo alla paura non tanto con il coraggio, quanto con la fede. E Gesù oggi inanella per noi bellissime immagini di fiducia: neppure un passero cadrà a terra senza il volere del Padre.

È forse Dio che spezza il volo delle sue creature, che tronca il cammino sulla terra di mia madre o di mio figlio? Il Vangelo non dice questo, dice altro: neppure un uccellino cadrà “senza il Padre”, al di fuori della presenza di Dio. Nessuno cade senza che egli ne sia coinvolto. Al punto che in ogni fratello crocifisso è Cristo a essere ancora inchiodato alla stessa croce.

E allora il dramma non è solo nostro, esso è anche di Dio (Turoldo). Che è presente, partecipa, si china su di me, intreccia la sua speranza con la mia.

Dio non si colloca tra salute e malattia, ma tra disperazione e fiducia. Suo paese e sua carne non sono le cellule del corpo, ma le ombre della paura, dove si annida quella che i salmi chiamano la bestia del canneto.

Allora lo Spirito intreccia il suo respiro con il nostro; e quando un uomo non può respirare perché un altro gli preme il ginocchio sul collo, è lo Spirito, il respiro di Dio, che non riesce a respirare. Dio non spezza ali, le guarisce e le rafforza.

E noi vorremmo non cadere mai, vorremmo voli lunghissimi e sicuri. Ecco allora la buona notizia: non abbiate paura, voi valete più! Il vostro nido è nelle mani di Dio. Per Dio io valgo molto più di quanto osavo sperare.

E’ finita la paura di non contare per gli altri, di dover sempre dimostrare qualcosa. Non temere, tu vali di più. E poi seguono immagini delicate come carezze, che raccontano quel Dio che fa per me ciò che nessuno ha mai fatto, che nessuno farà mai: ti conta tutti i capelli in capo. Il niente dei capelli: ma chi mai si perde, chi mai passerà la vita a contarmi i capelli?

Sì, è vero i passeri e i capelli contati hanno da attraversare la morte. Ma nulla andrà perduto. Gesù mi assicura che mi sarà restituito fino all'ultimo capello di quel corpo che ha sofferto e testimoniato vita e bellezza, umane e perciò divine.

Questa bella notizia voi gridatela sulle terrazze, al lavoro, nella scuola, negli incontri di ogni giorno. Annunciate che Dio si prende cura di ognuno, che nulla vi è di veramente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.

Signore, ho combinato po­co nella mia vita, e a­desso non riesco più a com­binare niente. E lui mi risponde: “tu vali di più, non perché produci, ti affermi o hai successo, ma perché e­sisti, gratuitamente come i passeri, debole e breve come i capelli, al sicuro nelle mie mani, e io, come dice la canzone: “avrò cura di te, perché sei un essere speciale”.

La sua cura su di te: dove tu finisci, co­minciano le sue mani.


per Avvenire 

Non temere, hai un nido nelle mani del Signore
  (...)

Leggi su Avvenire



Sempre meno giovani in un Paese in cui i giovani contano sempre di meno

Sempre meno giovani in un Paese in cui
i giovani contano sempre di meno
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(Foto di Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza.)

Terribili fatti di cronaca che hanno quotidianamente come protagonisti i nostri ragazzi dovrebbero imporci preoccupazione e soprattutto attenzione verso l’universo adolescenziale e giovanile. Un universo che poco conosciamo e meno ancora cerchiamo di capire. “Gli adulti non capiscono i ragazzi”: lo pensa il 54% degli adolescenti e il 45% dei genitori, secondo la recente indagine Con i Bambini – Demopolis sul punto di vista degli adolescenti e quello degli adulti. Una ricerca che evidenzia come gli adulti non capiscano i ragazzi e sottovalutino quanto gli adolescenti non si sentano compresi e registra un forte incremento dei casi di depressione tra i ragazzi. Le ragioni di molte incomprensioni sono solo all’apparenza contingenti: di certo, è una faccenda di periodo storico (troppo diverso l’attuale da quello in cui i genitori furono adolescenti); di certo, la variabile “internet e social” è misteriosa per i non “nativi digitali” e allarga le distanze di pensiero fra le generazioni. Su questi elementi c’è piena convergenza. Ma gli adulti, intervistati da Demopolis per Con i Bambini, sottovalutano quanto i ragazzi non si sentano compresi nei desideri, nelle passioni e nei sentimenti.

Un dato confermato anche dalla consultazione pubblica promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, alla quale hanno partecipato oltre 6.500 giovani tra i 12 e i 18 anni. La consultazione è stata svolta online in collaborazione con Skuola.net. Una parte dei questionari è stata somministrata grazie alla partecipazione di soggetti che operano in territori a rischio di marginalità sociale con progetti rivolti ai ragazzi: WeWorld Onlus, il Centro Mater Dei – il salotto fiorito, il Comune di Milano e Dedalus – Cooperativa sociale di Napoli. Da questa indagine intitolata “Il futuro che vorrei” emerge che per il 79,9% dei ragazzi lo Stato fa poco per loro, non si sentono ascoltati dai decisori politici e solo il 3,8% ritiene che in Italia la categoria più tutelata sia quella dei giovani.

Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, commentando su Avvenire il Rapporto Giovani 2023, edito da Il Mulino ha scritto: “I dati dell’edizione 2023 del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo ci dicono soprattutto che i giovani italiani vorrebbero scegliere e vorrebbero poter contare, ma forse mai come in questo momento storico si trovano in difficoltà a farlo”.

Rosina ha posto l’accento su due ineludibili condizioni necessarie a suo dire per cercare di portare i nostri ragazzi alla partecipazione sociale e politica: “La prima è il rafforzamento della capacità di scegliere – o meglio, di discernere – da parte dei giovani, ovvero di rendere coerenti le proprie aspirazioni con le proprie effettive capacità e in relazione con ciò che la realtà offre (non solo per adattarsi ma anche per cambiarla positivamente). La seconda è che i luoghi nei quali i giovani possono diventare soggetti attivi e generativi siano attrattivi: questo non significa solo saper offrire un’esperienza positiva, ma essere disposti anche a mettersi in discussione con la novità che portano, in grado di riconoscere la specificità del contributo dei singoli e, allo stesso tempo, far sentire di essere parte di un processo che genera valore condiviso. Condizioni entrambe fondamentali per non rassegnarsi a contare anno dopo anno sempre meno giovani in un Paese in cui i giovani contano sempre di meno”. 
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 20/06/23)



Natività di S. Giovanni Battista Quale nome?

Antonio Savone

Natività di S. Giovanni Battista
Quale nome?


“Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”, ci ricorda il vangelo di Mc. Dio è sempre all’opera, anche quando tutto sembrerebbe irrimediabilmente compromesso, quando tutto è nel segno della impossibilità conclamata. E oggi, in questa solennità della Nascita di S. Giovanni Battista, tocchiamo con mano come Dio si faccia strada in una storia che conosce il dramma della sterilità, il dramma, cioè, di non vedere un futuro perché il tempo della fecondità è stato abbondantemente superato.

Proprio la vicenda di Giovanni suggerisce un diverso modo di stare di fronte alla storia. Qualcuno pretenderebbe di imporgli il nome del padre Zaccaria, che significa “Dio ricorda”, ma Elisabetta è perentoria: “No, si chiamerà Giovanni”, che significa “Dio fa grazia”. È solo Dio a darci il nome vero, ad assegnare, cioè, il nostro posto e il nostro compito nella storia, nessun altro. A chi pretenderebbe accostare la vita e leggerla solo a partire dalle abitudini, dalle tradizioni consolidate, dal clan, viene ricordato che nessuno è padrone indiscusso del mistero di un’esistenza. Il compito di ognuno di noi è aiutare a scoprire il vero nome (quello nostro e quello di chi ci è affidato) che ci è assegnato e portarlo a compimento,.

Cosa viene a dire a noi questa differenza di nomi? Chiamarlo come suo padre significava leggere il presente a partire dal passato. Quante volte c’è un passato che incombe e condiziona! Della serie: puoi forse aspettarti qualcosa di diverso con simili premesse?

Chiamarlo con un nome nuovo, invece, suggerisce la consapevolezza che l’intervento di Dio non è relegato soltanto in una storia memorabile e gloriosa ma è ancora all’opera: Dio non cessa di intervenire a favore del suo popolo. Il problema, semmai, è accorgersene e riconoscerlo. Quando l’angelo annuncia la nascita di Giovanni attribuisce a quest’ultimo un compito ben preciso, quello di “convertire il cuore dei padri verso i figli”. Ci saremmo aspettati l’inverso. Eppure, Giovanni ricorda che è il presente a gettare nuova luce sul passato, a dare un senso a ciò che sembrava non averne alcuno. È il qui e ora a farci comprendere che davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, persino il limite della vecchiaia di Zaccaria e quello della sterilità di Elisabetta. E se ci fosse un modo diverso di leggere i nostri limiti, quello che a noi sembra, cioè, solo un ostacolo, un impedimento? È la vita nuova che accade sotto i nostri occhi a restituirci la giusta prospettiva con cui accostare ciò che è stato.

Dare il nome “Giovanni” al bambino significa confessare che per quanto nessuno nasca senza bagagli, nessuno è schiavo dei suoi condizionamenti pregressi. Quel figlio ormai inatteso non è l’ultimo anello di una storia passata a cui dovrà essere sempre debitore ma è il frutto insperato a cui la storia passata deve guardare prendendo atto che, pur tra mille resistenze, dubbi e incredulità, Dio si fa strada tra gli uomini.

Laddove noi saremmo convinti che non c’è soluzione di continuità, il vangelo attesta che Dio interrompe un meccanismo condizionato da un certo fatalismo: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”, obiettano i parenti e i vicini come a voler ricordare che le cose devono restare immutate.

Che Dio continui a far grazia vuol dire che non c’è fatalismo che tenga: ad influire su di noi non saranno soltanto gli inevitabili condizionamenti di un ambiente o di una cultura ma molto di più quelli della grazia, dell’opera stessa di Dio. Tra ciò che precede il nostro venire alla luce e ciò che ne consegue c’è il mirabile intreccio tra l’azione di Dio e la mia libertà.

La mia esistenza non è un libro chiuso il cui indice è stato già stilato. Se non mi sottraggo alla presenza di Dio nella mia vita, le pagine migliori sono tutte ancora da scrivere. Basti pensare al buon ladrone: una storia inevitabilmente segnata dal male, conosce un esito diverso per l’incontro con la Grazia all’ultimo istante. Non sono chiamato ad essere quello che qualcuno ha già scritto ma sono chiamato a diventare quello che Dio desidera per ciascuno di noi: “luce delle nazioni”. Ciascuno è chiamato ad aprire strade di novità lì dove il Signore lo ha posto.

Come Giovanni, anche il nostro compito è quello di preparare la via al Signore. Non siamo chiamati a proporre noi stessi ma a fare in modo che altri possano gustare la gioia di conoscere il Signore.

“Lui deve crescere, io diminuire”: non ci spaventi, perciò, tutto ciò che sembra ridimensionare pretese e aspettative nostre.
(fonte: A Casa di Cornelio 23/06/2023)


venerdì 23 giugno 2023

Papa Francesco agli artisti: "Siete alleati del sogno di Dio! Siete occhi che guardano e che sognano." (commento, testo e video)



DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AGLI ARTISTI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL'INAUGURAZIONE DELLA
COLLEZIONE D'ARTE MODERNA DEI MUSEI VATICANI

Cappella Sistina 
Venerdì, 23 giugno 2023


Buongiorno, benvenuti! Qui tutto è arte, lì [indica gli affreschi], voi, tutti! Benvenuti!

Vi ringrazio per aver accolto il mio invito. La vostra presenza mi rallegra, perché la Chiesa ha sempre avuto un rapporto con gli artisti che si può definire nello stesso tempo naturale e speciale. Si tratta di un’amicizia naturale, perché l’artista prende sul serio la profondità inesauribile dell’esistenza, della vita e del mondo, anche nelle sue contraddizioni e nei suoi lati tragici. Questa profondità rischia di diventare invisibile allo sguardo di molti saperi specializzati, che rispondono a esigenze immediate, ma stentano a vedere la vita come realtà poliedrica. L’artista ricorda a tutti che la dimensione nella quale ci muoviamo, anche quando non ne siamo consapevoli, è quella dello Spirito. La vostra arte è come una vela che si riempie dello Spirito e fa andare avanti. L’amicizia della Chiesa con l’arte è dunque qualcosa di naturale. Ma è pure un’amicizia speciale, soprattutto se pensiamo a molti tratti di storia percorsi insieme, che appartengono al patrimonio di tutti, credenti o non credenti. Memori di questo aspettiamo nuovi frutti anche nel nostro tempo, in un clima di ascolto, di libertà e di rispetto. La gente ha bisogno di questi frutti, di frutti speciali.

Romano Guardini scriveva che «lo stato in cui si trova l’artista mentre crea è affine a quello del fanciullo e pure del veggente» (L’opera d’arte, Brescia 1998, 25). Mi sembrano due paragoni interessanti. Secondo lui «l’opera d’arte apre uno spazio in cui l’uomo può entrare, in cui può respirare, muoversi e trattare le cose e gli uomini, fattisi aperti» (ivi, p. 35). È vero, quando si opera nell’arte i confini si allentano e i limiti dell’esperienza e della comprensione si dilatano. Tutto appare più aperto e disponibile. Allora si acquista la spontaneità del bambino che immagina e l’acutezza del veggente che coglie la realtà.

Sì, l’artista è un bambino – non deve suonare come un’offesa –; significa che si muove anzitutto nello spazio dell’invenzione, della novità, della creazione, del mettere al mondo qualcosa che così non si era mai visto. Facendo questo, smentisce l’idea che l’uomo sia un essere per la morte. L’uomo deve fare i conti con la sua mortalità, è vero, ma non è un essere per la morte, bensì per la vita. Una grande pensatrice come Hannah Arendt afferma che il proprio dell’essere umano è quello di vivere per portare nel mondo la novità. Questa è la dimensione di fecondità dell’uomo. Portare la novità. Anche nella fecondità naturale ogni figlio è una novità. Aprire e portare novità. Voi artisti realizzate questo, facendo valere la vostra originalità. Nelle opere mettete sempre voi stessi, come esseri irripetibili quali noi tutti siamo, ma con l’intenzione di creare ancora di più. Quando il talento vi assiste, portate alla luce l’inedito, arricchite il mondo di una realtà nuova. Penso ad alcune parole che leggiamo nel Libro del profeta Isaia, quando Dio dice: «Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?» (43,19). E nell’Apocalisse conferma: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (21,5). La creatività dell’artista sembra così partecipare della passione generativa di Dio. Quella passione con la quale Dio ha creato. Siete alleati del sogno di Dio! Siete occhi che guardano e che sognano. Non basta soltanto guardare, bisogna anche sognare. Diceva uno scrittore latinoamericano che noi, le persone, abbiamo due occhi: uno per guardare quello che vediamo e un altro per guardare quello che sogniamo. E quando una persona non ha questi due occhi, o soltanto parte di uno o dell’altro, le manca qualcosa. Vedere quello che sogniamo… La creatività dell’artista: non basta soltanto guardare, bisogna sognare. Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo.

Voi artisti, allora, avete la capacità di sognare nuove versioni del mondo. E questo è importante: nuove versioni del mondo. La capacità d’introdurre novità nella storia. Per questo Guardini dice che assomigliate anche ai veggenti. Siete un po’ come i profeti. Sapete guardare le cose sia in profondità sia in lontananza, come sentinelle che stringono gli occhi per scrutare l’orizzonte e scandagliare la realtà al di là delle apparenze. In ciò siete chiamati a sottrarvi al potere suggestionante di quella presunta bellezza artificiale e superficiale oggi diffusa e spesso complice dei meccanismi economici che generano disuguaglianze. Quella bellezza non attira, perché è una bellezza che nasce morta. Non c’è vita lì, non attira. È una bellezza finta, cosmetica, un maquillage che nasconde invece di rivelare. In italiano si dice “trucco” perché ha qualcosa dell’inganno. Voi vi tenete distanti da questa bellezza, la vostra arte vuole agire come coscienza critica della società, togliendo il velo all’ovvietà. Volete mostrare quello che fa pensare, che rende vigili, che svela la realtà anche nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti che è più comodo o conveniente tenere nascosti. Come i profeti biblici, ci mettete di fronte a cose che a volte danno fastidio, criticando i falsi miti di oggi, i nuovi idoli, i discorsi banali, i tranelli del consumo, le astuzie del potere. È interessante questo nella psicologia, nella personalità degli artisti: la capacità di andare oltre, di andare oltre, in tensione tra la realtà e il sogno.

E spesso lo fate con l’ironia, che è una virtù meravigliosa. Due virtù che noi non coltiviamo tanto: il senso dell’umorismo e l’ironia, dobbiamo coltivarle di più. La Bibbia è ricca di momenti di ironia, in cui si prendono in giro la presunzione di autosufficienza, la prevaricazione, l’ingiustizia, la disumanità quando si rivestono di potere e a volte pure di sacralità. Fate bene a essere anche sentinelle del vero senso religioso, a volte banalizzato o commercializzato. In questo essere veggenti, sentinelle, coscienze critiche, vi sento alleati per tante cose che mi stanno a cuore, come la difesa della vita umana, la giustizia sociale, gli ultimi, la cura della casa comune, il sentirci tutti fratelli. Mi sta a cuore l’umanità dell’umanità, la dimensione umana dell’umanità. Perché è anche la grande passione di Dio. Una delle cose che avvicinano l’arte alla fede è il fatto di disturbare un po’. L’arte e la fede non possono lasciare le cose come stanno: le cambiano, le trasformano, le convertono, le muovono. L’arte non può mai essere un anestetico; dà pace, ma non addormenta le coscienze, le tiene sveglie. Spesso voi artisti provate a sondare anche gli inferi della condizione umana, gli abissi, le parti oscure. Noi non siamo solo luce, e voi ce lo ricordate; ma c’è bisogno di gettare la luce della speranza nelle tenebre dell’umano, dell’individualismo e dell’indifferenza. Aiutateci a intravedere la luce, la bellezza che salva.

L’arte è sempre stata legata all’esperienza della bellezza. Simone Weil scriveva: «La bellezza seduce la carne per ottenere il permesso di passare fino all’anima» (L’ombra e la grazia, Bologna 2021, 193). L’arte tocca i sensi per animare lo spirito e fa questo attraverso la bellezza, che è il riflesso delle cose quando sono buone, giuste, vere. È il segno che qualcosa ha pienezza: è infatti allora che ci viene spontaneo dire: “Che bello!” La bellezza ci fa sentire che la vita è orientata alla pienezza. Nella vera bellezza si comincia così a provare la nostalgia di Dio. Molti sperano che l’arte torni maggiormente a frequentare la bellezza. Certo, come dicevo c’è anche una bellezza futile, una bellezza artificiale e superficiale, persino ingannatrice, quella del trucco.

Ma credo che ci sia un criterio importante per discernere, quello dell’armonia. La bellezza vera, infatti, è riflesso dell’armonia. In teologia – è interessante – i teologi descrivono la paternità di Dio, la filiazione di Gesù Cristo, ma quando si tratta di descrivere lo Spirito Santo: lo Spirito è l’armonia. Ipse harmonia est. Lo Spirito è quello che fa l’armonia. E l’artista ha qualcosa di questo Spirito per fare l’armonia. Questa dimensione umana dello spirituale. La bellezza vera, infatti, è riflesso dell’armonia. Essa, se posso dire così, è la virtù operativa della bellezza. È il suo spirito di fondo, in cui agisce lo Spirito di Dio, il grande armonizzatore del mondo. L’armonia è quando ci sono delle parti, diverse tra loro, che però compongono un’unità, diversa da ognuna delle parti e diversa dalla somma delle parti. È una cosa difficile, che solo lo Spirito può rendere possibile: che le differenze non diventino conflitti, ma diversità che si integrano; e nello stesso tempo che l’unità non sia uniformità, ma ospiti ciò che è molteplice. L’armonia fa questi miracoli, come a Pentecoste. Sempre mi colpisce pensare allo Spirito Santo come quello che permette di fare i disordini più grandi – pensiamo alla mattina di Pentecoste – e poi fa l’armonia. Che non è l’equilibrio, no, per fare l’armonia ci vuole prima lo squilibrio; l’armonia è un’altra cosa rispetto all’equilibrio. Quanto è attuale questo messaggio: siamo in un tempo di colonizzazioni ideologiche mediatiche e di conflitti laceranti; una globalizzazione omologante convive con tanti localismi chiusi. Questo è il pericolo del nostro tempo. Anche la Chiesa può risentirne. Il conflitto può agire sotto una finta pretesa di unità; così le divisioni, le fazioni, i narcisismi. Abbiamo bisogno che il principio dell’armonia abiti di più il nostro mondo e cacci via l’uniformità. Voi artisti potete aiutarci a lasciare spazio allo Spirito. Quando vediamo l’opera dello Spirito, che è creare l’armonia delle differenze, non annientarle, non uniformarle, ma armonizzarle, allora capiamo cosa sia la bellezza. La bellezza è quell’opera dello Spirito che crea armonia. Fratelli e sorelle, il vostro genio percorra questa via!

Cari amici, sono felice di questo incontro con voi. Prima di salutarvi, ho ancora una cosa da dirvi, che mi sta a cuore. Vorrei chiedervi di non dimenticarvi dei poveri, che sono i preferiti di Cristo, in tutti i modi in cui si è poveri oggi. Anche i poveri hanno bisogno dell’arte e della bellezza. Alcuni sperimentano forme durissime di privazione della vita; per questo, ne hanno più bisogno. Di solito non hanno voce per farsi sentire. Voi potete farvi interpreti del loro grido silenzioso.

Vi ringrazio e vi confermo la mia stima. Vi auguro che le vostre opere siano degne delle donne e degli uomini di questa terra, e rendano gloria a Dio, che è Padre di tutti, e che tutti cercano, anche attraverso l’arte. E infine vi chiedo, armonicamente, di pregare per me. Grazie.

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L’incontro di Francesco con gli artisti nella Cappella Sistina
Alleati del sogno di Dio


Come la fede, l’arte non anestetizza ma disturba,
non lascia le cose come sono ma le trasforma

«Siete alleati del sogno di Dio! Siete occhi che guardano e che sognano». Così il Papa si è rivolto ai duecento artisti riuniti, nella mattina di venerdì 23 giugno, nella Cappella Sistina, per l’incontro promosso per il 50° anniversario della Collezione d’arte moderna dei Musei vaticani. «Una delle cose che avvicinano l’arte alla fede è il fatto di disturbare un po’. L’arte e la fede non possono lasciare le cose come stanno: le cambiano, le trasformano, le convertono, le muovono» ha detto il Pontefice rivolgendosi ad alcuni tra i più illustri creativi contemporanei — pittori, scultori, architetti, scrittori, poeti, musicisti, registi e attori — presenti nello straordinario scenario della Sistina. Gli artisti sono «alleati per tante cose che mi stanno a cuore, come la difesa della vita umana, la giustizia sociale, gli ultimi, la cura della casa comune, il sentirci tutti fratelli» ha rilanciato il Papa: «Abbiamo bisogno che il principio dell’armonia abiti di più il nostro mondo» e «voi artisti potete aiutarci a lasciare spazio allo Spirito».
(fonte: L'Osservatore Romano 23/06/2023)

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Francesco: "Non dimenticatevi dei poveri"
Guarda il servizio di Tg2000



Tunisia, il pescatore: “Trovo corpi di migranti, è diventato normale. Con un neonato ho pianto” - IL MONDO SI MOBILITI E SALVI VITE

L'esperto: "Per la disperazione alcuni si fanno costruire barchini con lamiere di metallo"


“Invece di prendere dei pesci, qualche volta restano impigliati dei corpi umani nella rete. Prima mi spaventavo, ora mi ci sono abituato. Quando trovo un corpo è come quando tiro su i pesci. Una volta però ho trovato persino quello di un neonato: come può un bambino essere responsabile di qualsiasi cosa? Quella volta non sono riuscito a trattenere le lacrime”. Oussama Dabbebi è un pescatore tunisino di 30 anni, e lavora con la sua barca a Sfax da quando ne aveva dieci. A raccontare la sua storia, già rilanciata da vari media tunisini, è la britannica Bbc.

L’uomo rende conto di un’altra faccia del fenomeno migratorio: la fine che fanno i dispersi, ossia coloro che tentano di raggiungere l’Italia affidandosi a barchini pericolanti, privi di sistemi di sicurezza, e spesso affondano senza la garanzia di ricevere soccorso. Le Nazioni Unite riferiscono che dal 2014 almeno 18mila persone avrebbero perso la vita, ma secondo le organizzazioni per i diritti dei migranti i numeri sarebbero molto più alti, dal momento che non sempre si conosce l’esatto numero delle persone coinvolte dei naufragi, oppure non si ha proprio notizia dei disastri.

L’ultimo è avvenuto al largo della Grecia tra il 13 e il 14 giugno, quando un peschereccio è affondato almeno sette ore dopo aver lanciato l’allarme. Secondo i testimoni, a bordo c’erano almeno 700 persone, solo 104 quelle tratte in salvo.

“In soli tre giorni ho ritrovato 15 corpi” continua Dabbebi, aggiungendo che i trafficanti che organizzano questi viaggi “continuano ad offrirmi cifre inimmaginabili per avere la mia barca. Ma io dico di no: se con la mia barca della gente dovesse annegare, io non me lo perdonerei mai”.

L’organizzazione Euromed Rights riporta che il 30 maggio in un naufragio al largo della Tunisia 13 persone sono morte delle 41 che si erano imbarcate. I sopravvissuti sono stati riportati in Tunisia. Save the Children avverte invece che una ragazza su tre che ha lasciato il suo paese alla volta della Libia, della Tunisia o del Marocco ha subito abusi sessuali o altre forme di violenza durante il viaggio.

TUNISIA, L’ESPERTO: IL MONDO SI MOBILITI E SALVI VITE

“Neanche la storia dei pescatori che in Tunisia tirano su con le reti i corpi senza vita dei migranti smuove il dibattito politico sull’emergenza: abbiamo scoperto che per la disperazione alcuni si fanno costruire barchini con lamiere di metallo. Si parla tanto delle cifre, ma nessuno pensa ad aiutare le persone che stanno dietro a quei numeri”. Alaa Talbi è direttore del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) e all’agenzia Dire mostra la foto di quella che sembra una barca in metallo adagiata su un prato. Non è chiaro se sia stata utilizzata, ma di certo è emblema di ciò che lui definisce “una crisi umanitaria”.


Le partenze dalla Tunisia, che nell’ultimo anno sono aumentate a causa delle conseguenze economiche della pandemia di Covid prima, e della guerra russo-ucraina poi, riguardano “soprattutto i tunisini- continua l’esperto- ma anche i migranti subsahariani, sebbene questi ultimi continuino a partire soprattutto dalla Libia. Vogliono raggiungere l’Italia perché la situazione economica qui è catastrofica” spiega Talbi, denunciando che sebbene le cifre ufficiali indichino la disoccupazione al 16%, “i giovani sono molto più colpiti, soprattutto i diplomati e i laureati. Lo Stato da anni non assume e anche il settore privato è fermo”.

Anche per chi ha un lavoro è sempre più difficile arrivare a fine mese, a causa dell’impennata dei prezzi causata dalla crisi del grano, del carburante e dei fertilizzanti. Per questa ragione le organizzazioni come il Ftdes hanno lanciato un appello alla comunità internazionale: “gli Stati devono stanziare fondi per la Tunisia per sostenere le persone, affinché più nessuno sia costretto a rischiare la vita in mare. Ma purtroppo al governo arrivano soldi solo per militarizzare le frontiere e per rafforzare la Guardia costiera”.

Il dirigente avverte che da quando Italia e Francia hanno rafforzato la cooperazione con il governo del presidente Kais Saied, la guardia costiera tunisina da gennaio a maggio è riuscita a riportare a terra 18mila persone, una cifra “enorme: dal 2011 al 2021- continua Talbi- sono stati 25mila”. Aver scongiurato eventuali naufragi sarebbe una buona notizia, se non fosse che “emigrare attraverso vie irregolari in Tunisia è reato, quindi una volta riportate a riva le persone vengono arrestate e incarcerate. D’altro canto- avverte ancora l’esperto- non esistono leggi o piani per assistere le persone in difficoltà. Ecco perché chiediamo aiuti dall’estero. Non basta finanziare le guardie costiere”.

Secondo Talbi, “la disperazione continuerà sempre a incoraggiare le partenze: una volta abbiamo incontrato una donna del Ghana con due bambini che ha tentato sette volte di raggiungere l’Europa via mare”. Lei, come in generale i subsahariani, “in Tunisia subiscono anche razzismo. Ci dicono che morire qui o in mare non fa più differenza, sono disposti a tutto per andarsene”. Anche, forse, a pagare un fabbro per saldare lamiere di metallo con cui ricreare una barca che non galleggerà mai: “Sembra assurdo, ma ci provano”, conclude l’esperto.
(fonte: Agenzia DIRE, articolo di Alessandra Fabbretti 22/06/2023)


"Ogni vita è un mondo da salvare". L'omelia del cardinale Matteo Zuppi alla preghiera ecumenica "Morire di speranza" (testo e video)

"Ogni vita è un mondo da salvare".
L'omelia del cardinale Matteo Zuppi alla preghiera ecumenica
"Morire di speranza"

Non dobbiamo mai accettare che sia messa in discussione in nessuna occasione l’umanissima e responsabile legge del mare, regola di umanità per cui chiunque stia in pericolo sia salvato e custodito. È in pericolo: Si salva.


A Roma alle ore 18:30 nella Basilica di Santa Maria in Trastevere si è celebrata la veglia di preghiera "Morire di speranza" in ricordo dei tanti migranti che sono morti nel tentativo di giungere in Europa e negli Stati Uniti.

Centinaia di donne e di uomini, insieme ai migranti e ai profughi di tante terre, hanno fatto memoria delle vittime dei viaggi della speranza. Nomi, e le storie sono stati ricordati al Signore nella preghiera. Il cardinale Matteo Zuppi ha presieduto la cerimonia ecumenica a cui hanno partecipato associazioni, comunità religiose e tante persone di buona volontà che non vogliono dimenticare, ma insieme costruire un mondo umano ed accogliente per tutti.

Omelia del card. Matteo Maria Zuppi
Mt 24,4-14

Dimenticare è un doppio tradimento della vita, che chiede, sempre, per tutti, di essere difesa e ricordata. Per i pagani l’oblio era la vera morte. È atroce essere “dimenticati” da vivi, che significa non essere visitati, attesi, rivestiti di importanza. Dimenticare toglie valore a quel libro che siamo ognuno di noi, sempre unico e degno per tutti. I cristiani si affidano a un Padre che conta perfino i capelli del nostro capo, che conosce il nome di uno sconosciuto che sta alla porta del ricco e lo solleva dalla sua miseria rivestendolo con il suo bene. Anzi: ci fa capire che così uno sconosciuto diventa il prossimo di cui abbiamo bisogno.

Il nostro è un Dio che ascolta il grido dei suoi eletti che giorno e notte cercano giustizia. Dio si è fatto vittima. Si identifica con esse, con il loro corpo e la loro anima, ce li affida talmente che siamo giudicati proprio se facciamo quello che la loro condizione chiede. Dio è il custode e ci insegna a non rispondere mai che non siamo noi i custodi, accusando Dio di chiederci qualcosa di eccessivo. “Sono forse io?”. Quando la vita non è custodita è condannata. Dio risponde alle richieste: non aspetta per vedere come va a finire, se ci può pensare qualcun altro, per stabilire di chi è la competenza. Dio conosce e protegge la fragilità delle persone. Ognuna è sua ed è preziosa. Ognuna è un mondo, un mondo da salvare. La celebrazione di oggi è di salvati che non possono dimenticare i sommersi. Noi siamo salvati. Non dimentichiamo e non smettiamo di ringraziare che siamo sopravvissuti. Alcuni tra noi lo sono fisicamente perché erano esattamente nelle stesse condizioni di chi non ce l’ha fatta e qualcuno porta con sé lo stesso dolore perché qualche amico, qualche fratello, qualche mamma non sono mai arrivati. Che dolore. In realtà tutti siamo salvati dalla tempesta del mare, dalle onde della guerra, che quando si alza travolge ogni persona e tutti inghiotte nei suoi flutti di morte. Salvati vogliamo salvare, perché nessuno sia sommerso, per restituire la grazia e perché capiamo come la sicurezza, la pace, il benessere non è perduto se accogliamo, ma si perde quando lo teniamo per noi, non facciamo agli altri quello che altri hanno fatto a noi.

È allora una festa bellissima questa, perché piena di sofferenza e di memoria ma anche di bellezza perché oggi si ricompone il mosaico della vita, con i tratti umani e divini, tutto splendente di luce, anche quelli che non sono più e per i quali, come Rachele, non vogliamo essere consolati perché non sono più. Qui storie, provenienze, diversità, colori, lingue si compongono insieme, si intonano l’una all’altra senza confondersi, riunendo tutte le genti che non parlano la stessa lingua ma tutti capiscono quella dell’amore e imparano così a parlarla, capendosi e non ignorandosi o contrapponendosi. Non dobbiamo mai accettare che sia messa in discussione in nessuna occasione l’umanissima e responsabile legge del mare, regola di umanità per cui chiunque stia in pericolo sia salvato e custodito. E’ in pericolo. Si salva. Ricorderemo tanti nomi di quanti non sono stati salvati. Ci sono cari, ci diventano cari. Il prossimo. Sentiamo anche l’umiliazione di non potere ricordare i nomi di tutti quei santi innocenti che non hanno trovato chi li proteggesse da Erode. Nel Vangelo Gesù ci aiuta a guardare quello che accade, e ci rende consapevoli che può accadere, che accadrà! Il Vangelo ci parla di popolo che si solleva contro altro popolo e regno contro regno. Quante guerre inaccettabili. Dobbiamo avere speranza, anche contro ogni speranza. Quanti profughi ne sono una delle conseguenze! Gesù ci ricorda che vi sono anche carestie e terremoti, in vari luoghi. Ci mette in guardia dai falsi profeti che ingannano facendoci credere sicuri mentre siamo solo più esposti e meno umani. I falsi idoli riempiono di furore le nostre giornate e svuotano i cuori di amore. Vediamo tanta iniquità e l’amore raffreddato, come sempre avviene quando non amiamo il prossimo come noi stessi, anzi pensiamo che sia amore tolto a noi! Ecco allora l’invito ad essere perseveranti, cioè a non smettere di amare.

La perseveranza è ricordarci la storia di Osama, di 25 anni, e Shawq Muhammad, di 22 anni, siriani, annegati insieme a Moshin, Abdul e Sami, pakistani, la notte tra il 13 e il 14 giugno 2023 davanti a Kalamata, in Grecia, a causa del capovolgimento del barcone dopo un viaggio di 5 giorni iniziato a Tobruk, in Libia. Ricordiamo i 700 passeggeri, di cui molte donne e bambini, provenienti soprattutto da Siria, Egitto e Pakistan. Si sono salvati solo in 108. La perseveranza è un amore che sente lo scandalo e la vergona per tanta enorme sofferenza, non si abitua a questa e ne fa motivo e urgenza per scegliere, per finalmente scegliere un sistema di protezione e di accoglienza sicuro per tutti, un sistema legale perché solo con la legalità si combatte l’illegalità, cioè il criminale lucro di persone. E l’Europa, figlia di chi è sopravvissuto alla guerra e che non smette di sentire quelle voci lontane di umili nomi e di quanti ci hanno consegnato questa libertà e questa giustizia, deve garantire i diritti che detiene, garantendo flussi che siano corridoi umanitari e corridoi di lavoro, corridoi universitari, ricongiungimenti familiari che garantiscono futuro e stabilità, l’adozione di persone che cercano solo qualcuno che dia fiducia e opportunità. E darla ce le fa trovare!

Non si può morire di speranza! Chi muore di speranza ci chiede di cercare in fretta perché non accada lo stesso ad altri, per trovare risposte possibili, degne di tanta nostra storia, consapevoli del futuro, della grandezza del nostro continente e della nostra patria. Ecco perché questa celebrazione ci fa soffrire ma accende anche tanta luce. Come vorremmo che nella notte buia in mezzo al mare si accendano cuori che accolgono, attendono, orientano. E’ davvero la grande occasione da non fare perdere e da non perdere, per essere quello che siamo. Perché è proprio vero che c’è la banalità del male ma anche quella del bene. E questa celebrazione ce lo mostra in maniera commovente e straordinariamente umana. L’Italia, l’Europa ritrova se stessa grazie all’accoglienza. Sessanta anni fa il Papa Buono scriveva: (PT 12): “Ogni essere umano ha il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”. Nel 109° Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato (quanto è lunga la storia dei migranti, lunga quanto la storia!) Papa Francesco ci affida la preoccupazione di garantire la libertà di scegliere se migrare o restare. “È necessario uno sforzo congiunto dei singoli Paesi e della Comunità internazionale per assicurare a tutti il diritto a non dover emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra”. Ecco una visione per cui vale la pena vivere, investire energie, risorse, che ci aiutano a cercare il futuro, che è come la casa del mondo, uno solo.
“Dio, Padre onnipotente, donaci la grazia di impegnarci operosamente a favore della giustizia, della solidarietà e della pace, affinché a tutti i tuoi figli sia assicurata la libertà di scegliere se migrare o restare. Donaci il coraggio di denunciare tutti gli orrori del nostro mondo, di lottare contro ogni ingiustizia che deturpa la bellezza delle tue creature e l’armonia della nostra casa comune. Sostienici con la forza del tuo Spirito, perché possiamo manifestare la tua tenerezza ad ogni migrante che poni sul nostro cammino e diffondere nei cuori e in ogni ambiente la cultura dell’incontro e della cura”.

Guarda il video
(l'omelia da 11:20)


(fonte: Comunità Sant'Egidio 22/06/2023)

giovedì 22 giugno 2023

MATURITÀ, L'OCCASIONE PERSA DI UNA TRACCIA SU DON MILANI

MATURITÀ,
L'OCCASIONE PERSA DI UNA TRACCIA SU DON MILANI

Nel centenario della nascita sarebbe stato un modo per approfondirne il pensiero e riscoprirlo ulteriormente. Un'occasione persa


Credo che gli esperti del ministero dell’Istruzione abbiano commesso un errore nel non inserire nelle tracce del tema un testo di don Lorenzo Milani da commentare, per svariati motivi. La sua figura e la sua opera sono state, quest’anno, citate un po’ dappertutto, confrontate con l’attuale modo di fare e vivere la scuola. Uno di questi è il modo di scrivere, proprio nella sua opera più famosa, Lettere a una professoressa, nella quale sosteneva che la scrittura, come ogni altra arte, può essere insegnata.

E invece non se n’è fatto nulla, anche se era ampiamente ai primi posti nel toto tracce per via del centenario della nascita, insieme con Calvino e Alessandro Manzoni. Se l’obiezione è che fosse scontato e dunque il ministero ha voluto “sorprenderci” con altre tracce allora è stata una decisione a nostro avviso sbagliata, poiché il tema di maturità non è una lotteria e nemmeno il programma L’eredità. Prepararsi su un tema su don Lorenzo Milani ha permesso ai ragazzi che lo hanno fatto di approfondire una delle visioni più moderne e profonde del sistema scolastico e nel caso la traccia fosse uscita avrebbe dato ulteriore visibilità al suo messaggio e ai suoi scritti – suscitando la curiosità dell’opinione pubblica per un grande profeta del nostro tempo. Se invece si considera il sacerdote fiorentino troppo ideologico e di sinistra allora è solo una questione di incompetenza, visto che don Milani non era né l’una né l’altra cosa.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Francesco Anfossi 21/06/2023)



Vito Mancuso IL BERLUSCONISMO E LA SUA RELIGIONE

Vito Mancuso
IL BERLUSCONISMO E LA SUA RELIGIONE


La Stampa 13 giugno 2023
Quella religione dell’Io che ha ucciso l’etica del Paese


Insegna l’antico proverbio: “De mortuis nihil nisi bonum”, vale a dire: “Di chi è appena morto, o si tace o si parla bene”. Di Silvio Berlusconi io non avrei scritto nulla, non avendo per parte mia molto di buono da riconoscergli, laddove “buono” lo intendo nel senso radicale del termine che rimanda al Bene in quanto sommo valore che coincide con la Giustizia e la Verità (concetti che scrivo al maiuscolo per indicare la loro superiorità rispetto al mero interesse privato). Se però, ciononostante, ne scrivo, è per cercare di mettere a fuoco la frase del cantautore Gian Piero Alloisio, talora attribuita a Gaber (cito a memoria): “Non temo Berlusconi in sé, ma il Berlusconi che è in me”. Non parlerò quindi di Berlusconi in sé, bensì del Berlusconi in noi, convinto come sono che quanto dichiarato da Alloisio valga per milioni di italiani, forse per tutti noi, che portiamo al nostro interno, qualcuno con gioia, qualcun altro con fastidio o addirittura con vergogna, quella infezione che è, a mio avviso, il “berlusconismo”. 

Cosa infetta precisamente il berlusconismo? Risponderò presto, prima però voglio ricordare questa frase di Hegel: “La filosofia è il proprio tempo colto nei pensieri”. Io penso che quello che vale per la filosofia, valga, a maggior ragione, per l’economia e la politica: il loro successo dipende strettamente dalla capacità di saper cogliere e soddisfare il desiderio del proprio tempo. Berlusconi è stato molto abile in questo. Con le sue antenne personali (al lavoro ben prima che installasse a Cologno Monzese le antenne delle sue tv) egli seppe cogliere il desiderio profondo del nostro tempo, ne riconobbe l’anima leggera e se ne mise alla caccia esercitando tutte le arti della sua sorridente e persistente seduzione. Si trasformò in questo modo in una specie di sommo sacerdote della nuova religione che ormai da tempo aveva preso il posto dell’antica, essendo la religione del nostro tempo non più liturgia di Dio ma culto ossessivo e ossessionante dell’Io. Il berlusconismo rappresenta nel modo più splendido e seducente lo spodestamento dell’antica religione di Dio e la sua sostituzione con la religione dell’Io. E il nostro tempo se ne sentì interpretato in sommo grado, assegnando al fondatore i più grandi onori e costituendolo tra gli uomini più ricchi e più potenti non solo d’Italia. 

Ho parlato del berlusconismo come di un’infezione, ma cosa infetta precisamente? Non è difficile rispondere: la coscienza morale. Il berlusconismo rappresenta la fine plateale del primato dell’etica e il trionfo del primato del successo. Successo attestato mediante la certificazione dell’applauso e del conseguente inarrestabile guadagno. 
Vedete, Dio, prima, lo si poteva intendere in vari modi: nel senso classico del cattolicesimo e delle altre religioni, nel senso socialista e comunista della società futura senza classi e finalmente giusta, nel senso liberale e repubblicano di uno stato etico quale per esempio lo stato prussiano celebrato da Hegel, nel senso della retta e incorruttibile coscienza individuale della filosofia morale di Kant, e in altri modi ancora, tutti comunque accomunati dalla convinzione che esistesse qualcosa più importante dell’Io, di fronte a cui l’Io si dovesse fermare e mettere al servizio. Fin dai primordi dell’umanità il concetto di Dio rappresentò esattamente l’emozione vitale secondo cui esiste qualcosa di più importante del mio Io, del mio potere, del mio piacere (a prescindere se questo “qualcosa” sia il Dio unico, o gli Dei, o l’Urbe, la Polis, lo Stato, la Scienza, l’Arte o altro ancora). 

Ecco, il trionfo del berlusconismo rappresenta la sconfitta di questa tensione spirituale e morale. In quanto religione dell’Io, esso proclama esattamente il contrario: non c’è nulla più importante di me. Non è certo un caso che il partito-azienda del berlusconismo non ha mai avuto un successore, e ora, morto il fondatore, è probabile che non faccia una bella fine. Naturalmente questa religione dell’Io suppone quale condizione imprescindibile ciò che consente all’Io di affermare il suo primato di fronte al mondo, vale a dire il denaro. Il denaro era per il berlusconismo ciò che la Bibbia è per il cristianesimo, il Corano per l’islam, la Torah per l’ebraismo: il vero e proprio libro sacro, l’unico Verbo su cui giurare e in cui credere. Il berlusconismo è stato una religione neopagana secondo cui tutto si compra, perché tutto è in vendita: aziende, ville, politici, magistrati, uomini, donne, calciatori, cardinali, corpi, parole, anime. Tutti hanno un prezzo, e bastano fiuto e denaro per pagare e ottenere i migliori per sé. Chi infatti (secondo la dottrina del berlusconismo) non desidera essere comprato? 

Il berlusconismo ha rappresentato un tale abbassamento del livello di indignazione etica della nostra nazione da coincidere con la morte stessa dell’etica nelle coscienze degli italiani. La quale infatti ai nostri giorni è in coma, soprattutto nei palazzi del potere politico. Ma cosa significa la morte dell’etica? Significa lo spadroneggiare della volgarità, termine da intendersi non tanto come uso di linguaggio sconveniente, quanto nel senso etimologico che rimanda a volgo, plebe, plebaglia, ovvero al populismo in quanto procedimento che misura tutto in base agli applausi, in quanto applausometro permanente che trasforma i cittadini da esseri pensanti in spettatori che battono le mani. Ovvero: non è giusto ciò che è giusto, ma quanto riceve più applausi. Ecco la morte dell’etica, ecco il trionfo di ciò che politicamente si chiama populismo e che rappresenta la degenerazione della democrazia in oclocrazia (in greco antico “demos” significa popolo, “oclos” significa plebaglia). 

Tutto questo ha avuto e continuerà ad avere delle conseguenze devastanti. In primo luogo penso all’immagine dell’Italia all’estero, che neppure dieci Mario Draghi avrebbero potuto ripulire dal fango e dalla sporcizia del cosiddetto Bunga-Bunga. Ma ancora più grave è lo stato della coscienza morale dei nostri concittadini: eravamo già un paese corrotto e di evasori, ora siamo ai vertici europei; eravamo già tra gli ultimi come indice di lettura, ora siamo in fondo alla classifica. 

Ricordo che una volta mi trovavo con un imprenditore all’autodromo di Monza per una convention aziendale e, forse per la vicinanza di Arcore, forse chissà per quale altro motivo, egli prese a parlarmi di Berlusconi. Mi disse che molti anni prima gli aveva indicato una massa di gente lì accanto e poi gli si era rivolto così: “Secondo Lei, quanti sono gli intelligenti là dentro? Il 10 percento? Ecco, io mi occupo del restante 90 percento”. Questa è stata la politica editoriale delle sue tv che hanno portato alla ribalta personaggi fatui ed equivoci e hanno fatto strazio della vera cultura. Il berlusconismo ha di fatto affossato nella mente della gran parte degli italiani il valore della cultura, riducendo tutto a spettacolo, a divertimento, a simpatia falsa e spudoratamente superficiale, a seduzione. Seduzione da intendere nel senso etimologico di sé-duzione, cioè riconduzione a sé di ogni cosa, secondo quella religione dell’Io che è stato il vero credo di Silvio Berlusconi e da cui non sarà facile liberare e purificare la nostra “povera patria” (come la designava, proprio pensando al berlusconismo, Franco Battiato). 
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