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domenica 28 agosto 2022

27/08/2022 Concistoro per la creazione di 20 nuovi cardinali «Posso contare su di te?». Papa Francesco Omelia (testo e video)

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI
E PER IL VOTO SU ALCUNE CAUSE DI CANONIZZAZIONE

Basilica di San Pietro
Sabato, 27 agosto 2022



A uno a uno i venti nuovi porporati si avvicinano al Papa per ricevere in ginocchio i simboli del cardinalato: zucchetto rosso, berretta, anello e la bolla con l’assegnazione del Titolo o, a seconda dei casi, della Diaconia. A ognuno, insieme con l’abbraccio della pace, Francesco ripete idealmente la domanda con la quale pochi minuti prima ha concluso la sua omelia: «Posso contare su di te?».
È una domanda, rivolta a nome di Cristo e della Chiesa, e che riecheggia il giuramento di fedeltà dei nuovi e vecchi principi della Chiesa "fino all’effusione del sangue". E c’è quella veste color porpora che lo ricorda. Così la Basilica Vaticana diventa in un pomeriggio di sabato di fine agosto un colpo d’occhio di rosso. E il rosso non può non richiamare anche il fuoco di cui parla il Papa, prima di consegnare le berrette. «Fuoco dello Spirito a prendersi cura coraggiosamente delle cose grandi come delle piccole». E «fuoco di brace» (il riferimento è all’episodio evangelico del Risorto che cuoce il pesce sulla spiaggia), perché «con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi».
Ecco allora prendere forma nelle parole di Francesco la figura ideale del cardinale. «Fuoco irruente e fuoco mite». ...

Al termine dell’omelia Francesco chiede di pregare per Richard Kuuia Baawobr, vescovo di Wa (Ghana), che avrebbe dovuto ricevere la berretta cardinalizia ma che «ieri all’arrivo a Roma si è sentito male per un problema al cuore, ha avuto un intervento ed è ricoverato».
Comincia poi il rito della consegna. Ed è come se davanti all’altare della Confessione sfilassero parti del mondo. Dal Brasile (la foresta amazzonica in particolare) all’India, da Timor Est alla Corea del Sud, dalla Francia agli Stati Uniti. Paraguay, Singapore Mongolia e Timor Est fanno il loro primo ingresso nel collegio cardinalizio. L’Italia questa volta è rappresentata da cinque nuovi porporati: gli elettori Oscar Cantoni di Como e Giorgio Marengo (anche se esercita il suo ministero in Mongolia); e gli ultraottantenni Fortunato Frezza, Gianfranco Ghirlanda e Arrigo Miglio. ... 

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Questo detto di Gesù, proprio nel mezzo del Vangelo di Luca, ci colpisce come una freccia: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (12,49).

Mentre è in cammino con i discepoli verso Gerusalemme, il Signore fa un annuncio in tipico stile profetico, usando due immagini: il fuoco e il battesimo (cfr 12,49-50). Il fuoco deve portarlo nel mondo; il battesimo dovrà riceverlo Lui stesso. Prendo solo l’immagine del fuoco, che qui è la fiamma potente dello Spirito di Dio, è Dio stesso come «fuoco divorante» (Dt 4,24; Eb 12,29), Amore appassionato che tutto purifica, rigenera e trasfigura. Questo fuoco – come del resto anche il “battesimo” – si rivela pienamente nel mistero pasquale di Cristo, quando Egli, come colonna ardente, apre la via della vita attraverso il mare tenebroso del peccato e della morte.

C’è però un altro fuoco, quello di brace. Lo troviamo in Giovanni, nel racconto della terza e ultima apparizione di Gesù risorto ai discepoli, sul lago di Galilea (cfr 21,9-14). Questo fuocherello lo ha acceso Gesù stesso, vicino alla riva, mentre i discepoli erano sulle barche e tiravano su la rete stracolma di pesci. E Simon Pietro arrivò per primo, a nuoto, pieno di gioia (cfr v. 7). Il fuoco di brace è mite, nascosto, ma dura a lungo e serve per cucinare. E lì, sulla riva del lago, crea un ambiente familiare dove i discepoli gustano stupiti e commossi l’intimità con il loro Signore.

Ci farà bene, cari fratelli e sorelle, in questo giorno, meditare insieme a partire dall’immagine del fuoco, in questa sua duplice forma; e alla sua luce pregare per i Cardinali, in modo particolare per voi, che proprio in questa celebrazione ne ricevete la dignità e il compito.

Con le parole riportate nel Vangelo di Luca, il Signore ci chiama nuovamente a metterci dietro a Lui, a seguirlo sulla via della sua missione. Una missione di fuoco – come quella di Elia –, sia per quello che è venuto a fare sia per come lo ha fatto. E a noi, che nella Chiesa siamo stati presi tra il popolo per un ministero di speciale servizio, è come se Gesù consegnasse la fiaccola accesa, dicendo: Prendete, «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Così il Signore vuole comunicarci il suo coraggio apostolico, il suo zelo per la salvezza di ogni essere umano, nessuno escluso. Vuole comunicarci la sua magnanimità, il suo amore senza limiti, senza riserve, senza condizioni, perché nel suo cuore brucia la misericordia del Padre. È quello che brucia nel cuore di Gesù: la misericordia del Padre. E dentro questo fuoco c’è anche la misteriosa tensione, propria della missione di Cristo, tra la fedeltà al suo popolo, alla terra delle promesse, a coloro che il Padre gli ha dato e, nello stesso tempo, l’apertura a tutti i popoli – quella tensione universale –, all’orizzonte del mondo, alle periferie ancora ignote.

Questo fuoco potente è quello che ha animato l’apostolo Paolo nel suo instancabile servizio al Vangelo, nella sua “corsa” missionaria guidata, spinta sempre in avanti dallo Spirito e dalla Parola. È anche il fuoco di tanti missionari e missionarie che hanno sperimentato la faticosa e dolce gioia di evangelizzare, e la cui vita stessa è diventata vangelo, perché sono stati anzitutto dei testimoni.

Questo, fratelli e sorelle, è il fuoco che Gesù è venuto a “gettare sulla terra”, e che lo Spirito Santo accende anche nei cuori, nelle mani e nei piedi di coloro che lo seguono. Il fuoco di Gesù, il fuoco che porta Gesù.

Poi c’è l’altro fuoco, quello di brace. Anche questo il Signore vuole comunicarci, perché come Lui, con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza – questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza – possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi. Una presenza così evidente, pur nel mistero, che non c’è nemmeno bisogno di chiedere: “Chi sei?”, perché il cuore stesso dice che è Lui, è il Signore. Questo fuoco arde in modo particolare nella preghiera di adorazione, quando stiamo in silenzio vicino all’Eucaristia e assaporiamo la presenza umile, discreta, nascosta del Signore, come un fuoco di brace, così che questa presenza stessa diventa nutrimento per la nostra vita quotidiana.

Il fuoco di brace fa pensare ad esempio a San Charles de Foucauld: al suo rimanere a lungo in un ambiente non cristiano, nella solitudine del deserto, puntando tutto sulla presenza: la presenza di Gesù vivo, nella Parola e nell’Eucaristia, e la sua stessa presenza fraterna, amichevole, caritatevole. Ma fa pensare anche a quei fratelli e sorelle che vivono la consacrazione secolare, nel mondo, alimentando il fuoco basso e duraturo negli ambienti di lavoro, nelle relazioni interpersonali, negli incontri di piccole fraternità; oppure, come preti, in un ministero perseverante e generoso, senza clamori, in mezzo alla gente della parrocchia. Mi diceva un parroco di tre parrocchie, qui in Italia, che aveva tanto lavoro. “Ma tu sei capace di visitare tutta la gente?”, ho detto. “Sì, conosco tutti!” – “Ma tu conosci il nome di tutti?” – “Sì, anche il nome dei cani delle famiglie”. Questo è il fuoco mite che porta l’apostolato alla luce di Gesù. E poi, non è fuoco di brace quello che ogni giorno riscalda la vita di tanti sposi cristiani? La santità coniugale! Ravvivato con una preghiera semplice, “fatta in casa”, con gesti e sguardi di tenerezza, e con l’amore che pazientemente accompagna i figli nel loro cammino di crescita. E non dimentichiamo il fuoco di brace custodito dai vecchi – sono un tesoro, tesoro della Chiesa – il focolare della memoria, sia nell’ambito familiare sia in quello sociale e civile. Quant’è importante questo braciere dei vecchi! Attorno ad esso si radunano le famiglie; permette di leggere il presente alla luce delle esperienze passate, e di fare scelte sagge.

Cari fratelli Cardinali, nella luce e nella forza di questo fuoco cammina il Popolo santo e fedele, dal quale siamo stati tratti noi, da quel popolo di Dio, e al quale siamo stati inviati come ministri di Cristo Signore. Che cosa dice in particolare a me e a voi questo duplice fuoco di Gesù, il fuoco irruente e il fuoco mite? Mi pare che ci ricordi che un uomo di zelo apostolico è animato dal fuoco dello Spirito a prendersi cura coraggiosamente delle cose grandi come delle piccole, perché “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”. Non dimenticare: questo porta San Tommaso nella Prima Primae. Non coerceri a maximo: avere grandi orizzonti e grande voglia di cose grandi; contineri tamen a minimo, è divino, divinum est.

Un Cardinale ama la Chiesa, sempre con il medesimo fuoco spirituale, sia trattando le grandi questioni sia occupandosi di quelle piccole; sia incontrando i grandi di questo mondo – deve farlo, tante volte –, sia i piccoli, che sono grandi davanti a Dio. Penso, ad esempio, al Cardinale Casaroli, giustamente celebre per il suo sguardo aperto ad assecondare, con dialogo sapiente e paziente, i nuovi orizzonti dell’Europa dopo la guerra fredda – e Dio non voglia che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che Lui ha aperto! Ma agli occhi di Dio hanno altrettanto valore le visite che regolarmente egli faceva ai giovani detenuti in un carcere minorile di Roma, dove era chiamato “Don Agostino”. Faceva la grande diplomazia – il martirio della pazienza, così era la sua vita – insieme alla visita settimanale a Casal del Marmo, con i giovani. E quanti esempi di questo tipo si potrebbero portare! Mi viene in mente il Cardinale Van Thuân, chiamato a pascere il Popolo di Dio in un altro scenario cruciale del XX secolo, e nello stesso tempo animato dal fuoco dell’amore di Cristo a prendersi cura dell’anima del carceriere che vigilava sulla porta della sua cella. Questa gente non aveva paura del “grande”, del “massimo”; ma anche prendeva il “piccolo” di ogni giorno. Dopo un incontro nel quale il Cardinale Casaroli aveva informato San Giovanni Paolo II della sua ultima missione – non so se in Slovacchia o in Cechia, uno di questi Paesi, si parlava di alta politica –, e quando se ne stava andando il Papa lo chiamò e gli disse: “Ah, Eminenza, una cosa: Lei continua ad andare da quei giovani carcerati?” – “Sì” – “Non li lasci mai!”. La grande diplomazia e la piccola cosa pastorale. Questo è il cuore di un prete, il cuore di un Cardinale.

Cari fratelli e sorelle, ritorniamo con lo sguardo a Gesù: solo Lui conosce il segreto di questa magnanimità umile, di questa potenza mite, di questa universalità attenta ai dettagli. Il segreto del fuoco di Dio, che scende dal cielo rischiarandolo da un estremo all’altro e che cuoce lentamente il cibo delle famiglie povere, delle persone migranti, o senza una casa. Gesù vuole gettare anche oggi questo fuoco sulla terra; vuole accenderlo ancora sulle rive delle nostre storie quotidiane. Ci chiama per nome, ognuno di noi, ci chiama per nome: non siamo un numero; ci guarda negli occhi, ognuno di noi, lasciamoci guardare negli occhi, e ci chiede: tu, nuovo Cardinale – e tutti voi, fratelli Cardinali –, posso contare su di te? Quella domanda del Signore.

E non voglio finire senza un ricordo al cardinale Richard Kuuia Baawobr, vescovo di Wa, che ieri, all’arrivo a Roma, si sentiva male ed è stato ricoverato per un problema al cuore e gli hanno fatto, credo, un intervento, qualcosa del genere. Preghiamo per questo fratello che doveva essere qui ed è ricoverato. Grazie.

Guarda il video integrale


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 43/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:


Tutti siamo invitati alle nozze, ma soltanto chi è stato guarito dalla idropisia, dal proprio ego smisurato, che gonfia e deforma, può entrare per la porta stretta. Con questo insegnamento Gesù ci esorta ad evitare, come la peste, quello spirito di protagonismo che ci trasforma in tanti palloni gonfiati, invitandoci invece ad assumere quello spirito di umiltà e di servizio che è il suo stesso Spirito. Non si tratta certo di osservare le norme del galateo per dopo ottenere la tanto agognata poltroncina in Paradiso; si tratta, invece, del segreto del lievito del Regno che rimane nascosto nella pasta dell'umanità e tutta la fa fermentare, la manifestazione del progetto d'amore manifestatosi nella vita di Gesù di Nazareth. Solo camminando dietro a Lui potremo contemplare come il Padre agisce nella storia di tutti, che l'umiltà e il nascondimento sono le caratteristiche di Dio così come si è manifestato in Cristo Gesù (cf.Fil 2,7). E' urgente, allora, scegliere sempre l'ultimo posto nel servizio agli ultimi, perché «l'ultimo è il posto da scegliere e da cui scegliere» ben consapevoli che «Gesù ha già occupato l'ultimo posto a tal punto che nessuno mai è riuscito a toglierglielo» (Charles de Foucauld)


sabato 27 agosto 2022

QUELLA TAVOLA BEATA - Dio regala gioia a chi si fa amore. ... L'uomo per star bene deve dare. - XXII Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

QUELLA TAVOLA BEATA
 

Dio regala gioia a chi si fa amore.
L'uomo per star bene deve dare.

 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». Luca 14,1-14

per i social

QUELLA TAVOLA BEATA

Dio regala gioia a chi si fa amore. ... L'uomo per star bene deve dare.

La gente sta ad osservare Gesù, e Gesù osserva gli invitati.
Un incrociarsi di sguardi, in quella sala che è la metafora della vita: conquistare i primi posti, competere, illusi che vivere sia vincere e prevalere. Allora Gesù propone un'altra logica: tu vai a metterti all'ultimo posto. Non è un castigo, è il posto di Dio, venuto per servire.
Per Gesù tutto è sillaba della Parola: il pane e il fiore del campo, il passero e il bambino, un banchetto festoso e una preghiera nella notte. Ma è sedendo a tavola, con Levi, Zaccheo, Simone il fariseo, i cinquemila sulla riva del lago, i dodici nell'ultima sera, che egli fa della convivialità e del pane spezzato lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Per questo invitarlo a pranzo era rischiare, come hanno ben presto imparato i farisei. Ogni volta, Gesù metteva loro sottosopra la cena, mandandoli in crisi, insieme con i loro ospiti.
Lo fa anche in questo Vangelo, con la sua proposta paradossale: vai a metterti all'ultimo posto, non per modestia, ma perché “Dio comincia sempre dagli ultimi della fila” (don Orione), e non dai cacciatori di poltrone.
Gesù reagisce all’eterna corsa ai primi posti opponendo «a questi segni del potere il potere dei segni» (Tonino Bello): all'ultimo posto, perché gesti così generano un'inversione di rotta nella storia, aprono un tutt'altro modo di abitare la terra.
E tu, a tua volta, invita alla tua tavola gli ultimi dei poveri. L’assurdo è che solo allora sarai beato!
Tu leggerai la tua gioia nel volto degli altri, e la ritroverai ogni volta che sarai un generoso senza calcoli, beato perché Dio regala gioia a chi si fa amore.
Che strano: ciechi, storpi e malati sembrano categorie di persone infelici, eppure nascondono il segreto della gioia, o meglio: diventando il tramite per raggiungerla.
Allora capisco che l'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita, quindi legge di Dio.
Una tavolata piena di ospiti male in arnese mi parla di Dio: un Dio che ama in perdita, ama senza nulla calcolare, entra in quelle vite al buio come un’offerta di sole, come una fessura di luce su un modo più umano di abitare la terra.
Vangelo stravolgente e contromano, che chiama al coraggio di volare alto. Vangelo da Dio e non da uomini, che mette a soqquadro ogni tornaconto, e tutta la storia non lo può contenere, e l'uomo intero non basta.
E mi dà gioia pensare che il Signore mi invita su queste strade un po' folli, ma così libere, certo che nessun sistema sociale può contenere la forza giovane del Vangelo.
Quel Dio dei capovolgimenti, dell'Esodo, di Giobbe, della croce, è ancora all'opera. Amare riamati riempie la vita, ma è solo l'amore che non cerca il contraccambio, è solo la carità (parola che suona vecchia, ma non lo è) che riempie di speranza e di viventi, di vita che sia vita, il grande vuoto della terra.


per Avvenire

La proposta di Gesù: donare con gratuità  (...)

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A proposito delle polemiche sorte con l'Ucraina dopo le parole di Papa Francesco all'Udienza di mercoledì scorso - Tornielli: “Papa mai stato ‘equidistante’, ha condannato con parole nette l’aggressione russa”. È “equivicino” alle vittime - Badilla ... imparare da un grande pastore: Giacomo Lercaro

A proposito delle polemiche sorte con l'Ucraina dopo le parole di Papa Francesco all'Udienza di mercoledì scorso


Guarda il video dell'appello


Le parole di Papa Francesco nell'appello pronunciato al termine dell'udienza di mercoledì scorso (24/08/2022) hanno provocato la protesta dell’ambasciata ucraina che non ha gradito il riferimento a Darya Dugina nel gruppo delle vittime innocenti.

"L'Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che confrontano ingiustamente l'aggressore e la vittima.
Allo stesso tempo, la decisione di Papa Francesco di menzionare nel contesto della guerra russo-ucraina la morte di una cittadina russa sul territorio della Russia, con la quale l'Ucraina non c'entra niente".

È quanto ha detto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba al Nunzio a Kiev, mons. Visvaldas Kulbokas.
Anche se la lettura del testo si potrebbe prestare a questa interpretazione, questo non è che un passaggio del discorso e le frasi precedenti e successive collocano la riflessione del Papa in uno scenario molto più ampio.
Di seguito ne riportiamo il testo integrale:

"Rinnovo l’invito a implorare dal Signore la pace per l’amato popolo ucraino che da sei mesi - oggi - patisce l’orrore della guerra. Auspico che si intraprendano passi concreti per mettere fine alla guerra e scongiurare il rischio di un disastro nucleare a Zaporizhzhia. Porto nel cuore i prigionieri, soprattutto quelli che si trovano in condizioni fragili, e chiedo alle autorità responsabili di adoperarsi per la loro liberazione. Penso ai bambini, tanti morti, poi tanti rifugiati - qui in Italia ce ne sono tanti - tanti feriti, tanti bambini ucraini e bambini russi che sono diventati orfani e l’orfanità non ha nazionalità, hanno perso il papà o la mamma, siano russi siano ucraini. Penso a tanta crudeltà, a tanti innocenti che stanno pagando la pazzia, la pazzia di tutte le parti, perché la guerra è una pazzia e nessuno in guerra può dire: “No, io non sono pazzo”. La pazzia della guerra. 
Penso a quella povera ragazza volata in aria per una bomba che era sotto il sedile della macchina a Mosca. 
Gli innocenti pagano la guerra, gli innocenti! Pensiamo a questa realtà e diciamoci l’un l’altro: la guerra è una pazzia. E coloro che guadagnano con la guerra e con il commercio delle armi sono dei delinquenti che ammazzano l’umanità. E noi pensiamo ad altri Paesi che sono in guerra da tempo: più di 10 anni la Siria, pensiamo la guerra nello Yemen, dove tanti bambini patiscono la fame, pensiamo ai Rohingya che girano il mondo per l’ingiustizia di essere cacciati dalla loro terra. Ma oggi in modo speciale, a sei mesi dall’inizio della guerra, pensiamo all’Ucraina e alla Russia, ambedue i Paesi ho consacrato all’Immacolato Cuore di Maria, che Lei, come Madre, volga lo sguardo su questi due Paesi amati: veda l’Ucraina, veda la Russia e ci porti la pace! Abbiamo bisogno di pace!"

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Tornielli: “Papa mai stato ‘equidistante’, ha condannato con parole nette l’aggressione russa”. 
È “equivicino” alle vittime.

“Durante questi mesi, dobbiamo ricordarlo, il Papa non è mai stato ‘equidistante’: ha condannato con parole nette l’aggressione perpetrata dalla Russia. È stato piuttosto ‘equivicino’, cioè vicino a tutti coloro che soffrono per le conseguenze della guerra, in primo luogo la popolazione innocente dell’Ucraina che muore sotto le bombe russe”. Così, in una dichiarazione rilasciata all’edizione ucraina di Vatican News, Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, ha commentato per il popolo ucraino le parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’udienza generale del 24 agosto. Il video è stato rilanciato questa mattina in Ucraina dal sito della Chiesa cattolica latina. “Papa Francesco è intervenuto numerosissime volte in favore del popolo ucraino vittima di un’ingiusta aggressione”, ricorda il direttore del Dicastero vaticano. “Ieri (mercoledì 24 agosto, n.d.r.), nel giorno in cui sono ricorrevano i sei mesi dall’inizio di questa guerra, proprio nel giorno in cui l’Ucraina celebrava l’anniversario della sua indipendenza, ha pronunciato parole fortissime per chiedere la fine dei combattimenti e un impegno vero per la pace da parte dei responsabili delle nazioni”. “Francesco – prosegue Tornielli – ha parlato della ‘pazzia’ della guerra. Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ aveva già spiegato che non ci sono più ragioni per parlare di ‘guerra giusta’. Nessuna guerra oggi è ‘giusta’. E proprio riferendosi alla pazzia della guerra, che crea insicurezza per tutti, ha ricordato anche l’ultimo episodio di cronaca accaduto, l’attentato in cui è rimasta uccisa Darya Dugina. Ha parlato di lei definendola ‘povera ragazza’, per riferirsi alle circostanze drammatiche della sua morte, per ribadire che nulla può mai giustificare l’uccisione di un essere umano. Il Papa ha parlato con il cuore del pastore, non del politico. Voleva esprimere la pietà cristiana per i morti, per tutti i morti, e non certo ferire i sentimenti della popolazione ucraina, che sperimenta l’orrore della guerra e continua ad avere tante vittime innocenti, tra cui molti bambini. Bambini per i quali il Papa ha pregato tante volte e continua a pregare”.
(fonte: Sir 26/08/2022)

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 Badilla: A  proposito dell'"equivicino"
... imparare da un grande pastore: Giacomo Lercaro



In merito all'insostenibile teoria della Chiesa "equivicina", vanno ricordati gli insegnamenti dell'Arcivescovo di Bologna, card. Giacomo Lercaro, che parlò della guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam. Quanto disse allora il porporato si deve ribadire anche oggi nel caso dell'aggressione russa contro l'Ucraina. Questa è la dottrina cattolica. Tutto il resto sono opinioni personali.
La Chiesa è sempre vicina a tutte le persone e a tutti i popoli. Nell'amore al genere umano non fa distinzioni. Però sa distinguere fra giustizia e ingiustizia, fra aggressore e aggredito, fra bene e male.

Negli insegnamenti della Chiesa non ha senso parlare di "equivicino". La vicinanza non è un dosaggio calcolato per l'occasione. La vicinanza a tutti è sempre un mandato evangelico senza condizioni.

Ecco le parole del card. Lercaro: 
“La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male da qualunque parte venga”.

Le 14 parole del porporato condannavano chiaramente e apertamente i bombardamenti degli Stati Uniti contro le popolazioni del nord del Vietnam. Il Capo della Casa Bianca era allora Lyndon B. Johnson (1908–1973).
La fonte di quest'omelia è don Giuseppe Dossetti, sacerdote, che prima di entrare nella vita religiosa fu un importante politico del secondo dopo-guerra. Il suo illustre nome è nell'elenco dei Deputati costituenti. Don Giuseppe, per volere del card. Lercaro, si prese la responsabilità di stilare una versione scritta dell'omelia che il porporato pronunciò a braccio (e della quale qualche anno fa è stata scoperta una registrazione.
Papa Francesco ricordò e citò queste famose parole davanti al mondo universitario di Bologna il 1° ottobre 2017 
(fonte: "Il sismografo" articolo di Luis Badilla 26/08/2022)
 
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venerdì 26 agosto 2022

No, non fu solo un sorriso. Giovanni Paolo I e la storia di mezzo secolo di Papato

Maria Antonietta Calabrò
No, non fu solo un sorriso.
Giovanni Paolo I e la storia di mezzo secolo di Papato
 
Sul pontificato di 33 giorni ora il libro, di Ettore Malnati e Marco Roncalli “Albino Luciani Giovanni Paolo I . Una biografia” ( Editrice Morcelliana)



No, non fu solo un sorriso. Un conclave lampo di soli due giorni in pieno agosto, il 25 e 26, come oggi, 44 anni fa, veniva eletto Papa Albino Luciani. Prese il nome dai suoi due predecessori Giovanni ( XXIII) e Paolo (VI ). Un nome di raccordo e di intrecci, che già alludeva ad un seguito. Il cardinale Siri in Sistina infatti dopo aver ascoltato il nome scelto dalla bocca del nuovo Pontefice gli aggiunse il primo, il “I” , il numero d’ordine che non si usa mai per un Pontefice che inaugura un nuovo nome. Tanto che Bergoglio-Francesco non si chiama Francesco I .

Per comprendere perché quel Papa che non fu una parentesi, nonostante lo sia stato per soli 33 giorni, e perché il 4 settembre prossimo sarà canonizzato in San Pietro davanti a tutti i cardinali del mondo chiamati in Concistoro da Francesco, serve il libro di Ettore Malnati e Marco Roncalli “Albino Luciani Giovanni Paolo I . Una biografia” ( Editrice Morcelliana)
Scritto con delicatezza ma senza sottacere nulla. Potente ad esempio la ricostruzione della contrapposizione a mons. Paul Marcinkus presidente dello Ior ai tempi in cui Luciani era patriarca di Venezia, non per una questione di banche, o di potere, ma per come intendeva Luciani l’uso dei soldi da parte della Chiesa.
Pagine che lasciano emergere come il riflesso di luci sull’acqua i misteriosi fili di una vita che si intrecciano con quelli dei suoi predecessori e successori. Fino ad oggi. Tanto che il miracolo che viene riconosciuto dalla Chiesa e per cui sarà dichiaro beato, ha salvato una ragazza di Buenos Aires.

Trentatré giorni in tutto, per un uomo malato che rimase fisicamente schiacciato dall’incarico di successore di Pietro, fino a morirne .
Gli intrecci di quei pochi giorni sono quelli della dottrina, e della catechesi, dell’umiltà e della vicinanza agli ultimi, ai peccatori, sono quelli delle riforme da fare nella Curia romana (alla sua morte girava una battuta che la dice lunga sul cinismo imperante: “lo Spirito Santo è tornato dalle vacanze”).
Fino ai rapporti con il Patriarcato di Mosca, molto migliori allora di quanto non lo siano ora, accomunati dal destino - condiviso nel giro di pochi giorni con la sua stessa morte - con il metropolita ortodosso Nicodim di Lenigrado che morì d’infarto praticamente tra le braccia di Giovanni Paolo I in Vaticano. Con Luciani che non esitò a dargli la sua assoluzione.
(fonte: Huffington post 25/08/2022)

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Enzo Bianchi: Perché non basta dire "credo"

Enzo Bianchi
Perché non basta dire "credo"

Aver fiducia è anche mettere fiducia negli sconosciuti, negli stranieri che lavorano da noi


La Repubblica - 22 Agosto 2022

Sono passati più di dieci anni da quando pubblicai il libro Fede e fiducia, mosso dalla constatazione che ciò che era primario nella crisi che attraversava l’occidente era la mancanza di fiducia nell’umanità, nella vita, nel futuro, addirittura nelle storie d’amore. Ero e sono convinto che alla radice di tante patologie che caratterizzano la nostra esistenza ci sia proprio l’assenza, o per lo meno la debolezza, di fiducia.

Aver fiducia nella nostra cultura occidentale giudaico-cristiana significa aderire per non essere scossi, mettere il piede al sicuro restando saldi. La parola Amen, ripetuta a più riprese dai credenti in preghiera, esprime bene questa “adesione a…”, questo restare attaccati, saldamente in contatto con qualcuno. D’altronde nella tradizione cristiana il “credere in…”, credere in un dogma o in una formulazione della fede, è venuto dopo ed è stato meno determinante. Dunque si dice, si proclama, si confessa di credere per esprimere la fiducia, la volontà restare saldi e aderire a un vissuto affidabile che merita di essere creduto.

Ho anche sempre fatto notare che sarebbe ridicolo che questa mancanza di fiducia così attestata nella società non fosse accompagnata da una, anzi dalla mancanza di fede-fiducia anche in Dio. Come sarebbe possibile credere a un Dio che non si vede e che nessuno ha mai visto e non credere a un fratello che si vede, si ascolta, con il quale si cammina come compagni di viaggio verso la fine? Se viene a mancare la fede-fiducia come atteggiamento umano questo non consente neanche alla fede dono di Dio (virtù teologale) di innestarsi nell’uomo e crescere. Lo si dimentica facilmente, ma senza possedere fede-fiducia in questo mondo diventa debole fino a scomparire la fede in un altro mondo dopo la morte.

E poi credere non è un traguardo definitivamente raggiunto, la fede non viene assunta una volta per tutte: nel cammino della fede ci sono dubbi, momenti di nebbia e di oscurità, retrocessioni a situazioni di fede immatura, e a volte, raramente, squarci di luce…

Non è neppure sicura fede proclamare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso”, perché noi siamo anche capaci di plasmare un’immagine di Cristo secondo i nostri desideri. La fede è sì adesione e abbandono, ma generati da un’obbedienza al Vangelo e al primato della Parola di Dio, altrimenti può anche essere idolatrica, perché “ciò che ci è più caro” è proprio il nostro manufatto!

Chi ha voluto utilizzare nella campagna elettorale lo slogan: “Credo!”, certamente ha compreso che la nostra società ha urgenza di riappropriarsi della fede-fiducia, e perciò ha deciso di sfruttare l’occasione e la forza di tale parola evocativa per tante persone.

Aver fiducia è invece credere al prossimo, andare verso il futuro con speranza, infondere nelle nuove generazioni la gioia di vivere, mettere fiducia negli sconosciuti, negli stranieri che lavorano da noi, non attivare pregiudizi ma collaborare tutti per una terra abitata da tutti senza esclusioni.

Può dire “Credo” solo chi è affidabile, solo chi mostra di meritare la fiducia da parte degli altri. Non basta urlare “Credo”. Credere è sempre fare fiducia a tutti senza barriere e senza orgoglio, altrimenti il posto di questo verbo è soltanto nell’imperativo della Statuto fascista “credere, obbedire, combattere”.
(fonte: blog dell'autore)

giovedì 25 agosto 2022

E il Papa fa sentire a casa i ragazzi ucraini fuggiti dalla guerra

L’incontro nell’Aula Paolo VI in un clima familiare e di speranza

E il Papa fa sentire a casa i ragazzi ucraini fuggiti dalla guerra


E sì, li ha fatti sentire proprio a casa quei novanta ragazzi ucraini che, anzitutto con gli sguardi, raccontano storie di paura e di speranza, vittime della «pazzia» della guerra.

Sì, il Papa li ha ascoltati quei ragazzi, ha guardato i loro disegni, accettato i loro semplici doni, firmato i loro cappellini (vi avevano scritto il loro nome così che Francesco li potesse chiamare personalmente).

Soprattutto li ha abbracciati e ha fatto “il pieno” di quei sorrisi che significano paternità, speranza: ne hanno bisogno più che mai.

Stamani (24/08/2022), all’udienza generale, il Pontefice ha rafforzato l’accorato appello per la pace in Ucraina con il linguaggio fortissimo dei gesti. Lo ha fatto, appunto, abbracciando questi ragazzi (tra i 6 e il 18 anni) fuggiti dalla «pazzia» della guerra nella zona di Zytomyr e ospitati dalla Caritas italiana per il periodo estivo in Toscana, tra Volterra e Massa Marittima. Altri cento sono ospiti in Lombardia, tra Brescia e Como.

I ragazzi ucraini che il Papa ha accolto con gioia e con affetto in Aula Paolo VI — facendoli sentire a casa, a loro perfetto agio — hanno davvero rappresentato stamani tutti coloro che stanno soffrendo a causa della guerra, della violenza. In Ucraina e ovunque nel mondo.

Protagonisti del «progetto di accoglienza temporanea estiva», organizzato dalla Caritas, stanno vivendo sulla loro pelle la «pazzia» della guerra.

«Molti di loro hanno perso genitori e familiari nei combattimenti» racconta don Pagniello, direttore della Caritas italiana, che ha accompagnato il gruppo con monsignor Ciattini, vescovo di Massa Marittima-Piombino, che ha messo a disposizione anche il seminario.

«Alcuni sono rimasti orfani, altri non hanno più notizie dei genitori al fronte, soprattutto dei padri» spiega Laura Stopponi, responsabile dell’Ufficio per l’Europa della Caritas. «Ma il mese di vacanza in Italia — rientreranno in Ucraina la prossima settimana, sono arrivati a inizio agosto — è fondamentale soprattutto in questa fase di stanchezza e di particolare stress, dopo 6 mesi di guerra, e con il terrore dell’inverno che è ormai alle porte con le tante domande irrisolte che porta con sé, compresa la questione della scuola che si apre il 1° settembre tra tante incertezze» aggiunge.

Le fa eco don Pagniello: «L’auspicio è che questa pur breve parentesi di vacanza, grazie alla solidarietà sperimentata e alle parole del Santo Padre, possa alimentare speranze di pace» al loro rientro a casa e nella ripresa di una vita che, si spera, si avvicini alla “normalità”.

Ma il “campo estivo” — reso possibile, oltre che dalla diocesi, anche dallo slancio generoso di associazioni come le Acli, di famiglie e delle realtà sociali locali — non è certo un’iniziativa sporadica, tiene a far presente il sacerdote. In questi 6 mesi di guerra, infatti, l’impegno all’accoglienza è stato straordinario: «Al 31 luglio sono 148 le diocesi che stanno accogliendo persone in fuga dall’Ucraina. In totale sono 13.721 le persone accolte dalla rete ecclesiale, di cui 7.745 nel circuito Caritas. I minori sono in totale 6.211, di cui 231 sono non accompagnati».

Ma non finisce con questi “grandi numeri”, purtroppo. «Oltre a causare un numero crescente di profughi — insiste don Pagniello — la guerra in Ucraina continua ad avere un impatto devastante anche sulle famiglie e in particolare sui bambini che restano nel loro Paese. Caritas Ucraina e Caritas Spes, con il sostegno di Caritas italiana e dell’intera rete Caritas, hanno aiutato finora più di tre milioni e mezzo di persone, fornendo accoglienza e riparo, protezione, cibo e beni di prima necessità, acqua e servizi igienico-sanitari, assistenza medica». E «la rete Caritas è al lavoro anche nei Paesi confinanti».

Osservando la bellezza semplice dell’incontro del Papa con i ragazzi, suoi connazionali, è visibilmente commosso monsignor Paolo Dionisio Lachovicz, esarca apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino residenti in Italia, presente in Aula Paolo VI con alcuni collaboratori.

«Viviamo un tempo di dolore, preoccupazione e preghiera per la nostra Ucraina» dice. «Ma anche — aggiunge — per il mondo intero che è colpito da violenze». La giornata della festa dell’indipendenza ucraina, ha insistito l’esarca apostolico, «è oggi suggellata anche con il sangue: il sangue di tanti innocenti, e penso in particolare proprio ai bambini». Con un gesto di particolare comunione, Francesco ha baciato la croce pettorale dell’esarca: vi è raffigurata l’immagine della Madre di Dio.

E con le attese di pace in Ucraina stamani, all’udienza generale, si sono intrecciate altre storie.

L’ambasciatore di Australia presso la Santa Sede, Chiara Porro, ha consegnato al Papa la lettera scritta da William e Michelle Parmbuk, leader della parrocchia a Wadeye, nel territorio del nord, la più grossa tra le comunità aborigene e una delle cinque cattoliche. In un periodo difficile per la loro gente, William e Michelle si sono rivolti al Pontefice con la speranza e la fede che contraddistinguono le loro scelte di vita. Il 29 novembre 1986 ad Alice Springs hanno incontrato Giovanni Paolo II durante il suo viaggio apostolico in Australia.

Francesco ha quindi incoraggiato le 32 religiose della congregazione della Suore di Carità di Santa Maria che, dal 6 al 28 agosto, stanno dando vita ad Assisi al 24° capitolo generale. Provengono da Canada, Argentina, Messico, India, Cile, Ecuador e, naturalmente, Italia (la casa generalizia è a Torino).

L’istituto opera sulle frontiere dell’educazione dei giovani e dell’assistenza alle persone povere e anziane, soprattutto negli ospedali e nelle case di riposo. Più di recente le suore sono scese in campo accanto alle famiglie in difficoltà e agli immigrati. Tanto che a Tolosa, raccontano, «la comunità islamica formata proprio da migranti si rivolge alle religiose per chiedere una preghiera quando muore qualcuno».

Questo carisma missionario, nato nell’ambito della famiglia delle Figlie della Carità su iniziativa di suor Luigia Angelica Clarac, è stato rilanciato nel capitolo generale che ha appena eletto un consiglio formato da religiose giovani. «Proprio per costruire il futuro sulle radici» spiega la nuova superiora generale, suor Myriam Sida.

E un incoraggiamento il Pontefice ha riservato anche a due gruppi di seminaristi. In particolare, dopo l’edizione dello scorso anno nella singolare cornice di Venezia, il 29° Incontro estivo per seminaristi ha ripreso, tra il 21 e il 27 agosto, il suo “cammino” nella tradizionale collocazione della Casa Divin Maestro ad Ariccia. «La vita spirituale del presbitero, radice di fedeltà e di fecondità del ministero» il tema per la riflessione.

Significativa, inoltre, la presenza di una persona transessuale e di altre che vivono esperienze di fragilità, accompagnate da suor Genèvieve Jeanningros; di 55 pellegrini venuti dal Burkina Faso e di un gruppo arrivato da Singapore con il cardinale eletto William Goh Seng Chye. Erano presenti in Aula Paolo VI anche i cardinali Celestino Aós Braco, arcivescovo di Santiago de Chile, e Seán Baptist Brady, arcivescovo emerito di Armagh.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 24/08/2022)

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LA CATTEDRA C'È, MA IL PROF NON SI TROVA

LA CATTEDRA C'È, MA IL PROF NON SI TROVA

Matematica, italiano e sostegno nelle Medie sono i settori in cui rischiamo di avere i vuoti più grandi. «In Lombardia, saranno coperti con il ruolo meno di un quarto dei posti disponibili», spiega un esperto


Quando un navigatore satellitare ripete troppe volte la parola “ricalcolo” è segno che si è sbagliata ripetutamente strada e che bisogna mettere in conto il tempo sperperato e pure il rischio di andarsi a perdere per i campi. In questo momento, però, “ricalcolo” è anche la parola che potrebbe non fare arrivare gli insegnanti in cattedra in tempo per la prima campanella di settembre. Perché le graduatorie dei concorsi banditi nel 2020 e svolti nei mesi scorsi sono ancora per aria, accidentate da una quantità imprecisata di punteggi da ricalcolare, giustappunto, e non sarà probabile chiuderle per la scadenza del 31 agosto. Colpa dei quesiti a risposta multipla della prova scritta, infarciti di errori e imprecisioni ben oltre la soglia fisiologica della svista, riconosciuti anche dal ministero dopo una slavina di proteste, preludio a una valanga di ricorsi potenziali o già in atto. Il risultato di questo bailamme è che non sarà facile coprire con nomine in ruolo i 94.130 posti a tempo indeterminato autorizzati dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) per l’anno scolastico 2022-23.

La regola generale prevede che il 50% delle assunzioni in ruolo attinga dalla graduatoria di merito dei concorsi 2016-2018-2020 (Gm) e l’altro 50% dalle graduatorie a esaurimento (Gae), alternativamente. Se a un certo punto una si svuota, si finisce con l’altra. Sembra facile sulla carta, ma Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia, dove si concentra quasi la metà delle cattedre da assegnare, hanno le graduatorie al fondo del barile. «In Lombardia», spiega Massimiliano Sambruna, segretario generale della Cisl scuola Milano, «riusciremo a mettere in ruolo meno di 5 mila dei 22.177 posti sbloccati dal Mef. Le graduatorie della classe A22 (italiano nelle medie, ndr) e A28 (matematica) sono vuote, quelle dei concorsi non arriveranno in tempo, per cui tutti i posti saranno coperti con supplenza annuale dalle graduatorie provinciali (Gps), la cui consistenza si sta definendo mentre parliamo e in cui verosimilmente ci saranno persone che nel frattempo avranno vinto il concorso straordinario bis», ancora in alto mare in diverse regioni, riservato a circa 14 mila precari.

Sostegno e matematica i settori che soffrono di più la carenza di docenti, ma anche l’italiano nella media e nei tecnici non sta bene. Un po’ perché nel sostegno i candidati per la primaria e la media inferiore non sono sufficienti a coprire il fabbisogno, benché si sia stabilito di mettere in ruolo anche la prima fascia della Gps. Un po’ perché i non tanti laureati nelle discipline Stem (acronimo che comprende le parole inglesi per scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), per cui pure sono stati banditi due concorsi ordinari ad hoc in due anni, il più delle volte scelgono percorsi diversi dall’insegnamento.

È in questo contesto che si spiega il caso di un vincitore del concorso del 2000 che aveva rinunciato al ruolo subito, perché nel frattempo era stato assunto da un’azienda in cui tuttora lavora: in questi giorni, trasecolando, si è visto recapitare due mail con proposta di assunzione a tempo indeterminato per italiano alle secondarie inferiori e superiori in Piemonte, avendo mantenuto il posto in graduatoria solo perché «nella vita non si sa mai».

Se neanche le Gps copriranno le supplenze, si attingerà alle domande (Mad) con cui anche uno studente universitario può proporsi ai dirigenti scolastici.

E così s’ingrossa il limbo del precariato della scuola, fatto di persone diversissime per attitudine e percorsi, che avrebbero diritto, per sé e per l’utenza che fruisce del loro lavoro, di sapere in tempi ragionevoli se lo Stato che le chiama in emergenza, poi, le ritenga anche adatte a venire stabilizzate nella funzione o meno. E, invece, troppe volte lascia tutti, insegnanti, studenti, famiglie, tra color che son sospesi anche per anni. E intanto a ogni avvicendamento di ministro, quale che sia il colore del Governo, si prova a cambiare la procedura di reclutamento del personale docente, col risultato di aggravare ulteriormente l’instabilità normativa che, da un lato, porta all’aumento dei ricorsi e dall’altro a una minore prevedibilità dei loro esiti. Perché a ogni mutamento si formano nuove posizioni pregresse da sanare, in un gattopardesco cambiare tutto per non cambiare nulla che da decenni a ogni settembre ripete uguale a se stessa l’incertezza delle cattedre vacanti e delle supplenze annuali, con buona pace della fata Morgana della continuità didattica, sempre promessa e mai mantenuta.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 17/08/2022)


mercoledì 24 agosto 2022

«Il meglio della vita è ancora tutto da vedere.» Papa Francesco Udienza 24/08/2022 (testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 24 agosto 2022



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Catechesi sulla Vecchiaia: 18. Le doglie della creazione. La storia della creatura come mistero di gestazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo da poco celebrato l’Assunzione in cielo della Madre di Gesù. Questo mistero illumina il compimento della grazia che ha plasmato il destino di Maria, e illumina anche la nostra destinazione. La destinazione è il cielo. Con questa immagine della Vergine assunta in cielo vorrei concludere il ciclo delle catechesi sulla vecchiaia. In occidente la contempliamo elevata verso l’alto avvolta di luce gloriosa; in oriente è raffigurata distesa, dormiente, circondata dagli Apostoli in preghiera, mentre il Signore Risorto la porta tra le mani come una bambina.

La teologia ha sempre riflettuto sul rapporto di questa singolare “assunzione” con la morte, che il dogma non definisce. Penso che sarebbe ancora più importante esplicitare il rapporto di questo mistero con la risurrezione del Figlio, che apre la via della generazione alla vita per tutti noi. Nell’atto divino del ricongiungimento di Maria con Cristo Risorto non è semplicemente trascesa la normale corruzione corporale della morte umana, non solo questo, è anticipata l’assunzione corporale della vita di Dio. Viene infatti anticipato il destino della risurrezione che ci riguarda: perché, secondo la fede cristiana, il Risorto è primogenito di molti fratelli e sorelle. Il Signore risorto è Colui che è andato prima, che è risorto prima di tutti, poi andremo noi: questo è il nostro destino: risorgere.

Potremmo dire – seguendo la parola di Gesù a Nicodemo – che è un po’ come una seconda nascita (cfr Gv 3,3-8). Se la prima è stata una nascita sulla terra, questa seconda è la nascita al cielo. Non a caso l’Apostolo Paolo, nel testo che è stato letto all’inizio, parla delle doglie del parto (cfr Rm 8,22). Come, appena usciti dal seno di nostra madre, siamo sempre noi, lo stesso essere umano che era nel grembo, così, dopo la morte, nasciamo al cielo, allo spazio di Dio, e siamo ancora noi che abbiamo camminato su questa terra. Analogamente a quanto è accaduto a Gesù: il Risorto è sempre Gesù: non perde la sua umanità, il suo vissuto, e neppure la sua corporeità, no, perché senza di essa non sarebbe più Lui, non sarebbe Gesù: cioè, con la sua umanità, con il suo vissuto.

Ce lo dice l’esperienza dei discepoli, ai quali Egli appare per quaranta giorni dopo la sua risurrezione. Il Signore mostra le ferite che hanno sigillato il suo sacrificio; ma non sono più le brutture dell’avvilimento dolorosamente patito, ormai sono la prova indelebile del suo amore fedele sino alla fine. Gesù risorto con il suo corpo vive nell’intimità trinitaria di Dio! E in essa non perde la memoria, non abbandona la propria storia, non scioglie le relazioni in cui è vissuto sulla terra. Ai suoi amici ha promesso: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Lui se ne è andato per preparare il posto a tutti noi e dopo aver preparato un posto verrà. Non verrà solo alla fine per tutti, verrà ogni volta per ognuno di noi. Verrà a cercarci per portarci da Lui. In questo senso la morte è un po’ il passo all’incontro con Gesù che mi sta aspettando per portarmi da Lui.

Il Risorto vive nel mondo di Dio, dove c’è un posto per tutti, dove si forma una nuova terra e si va costruendo la città celeste, abitazione definitiva dell’uomo. Noi non possiamo immaginare questa trasfigurazione della nostra corporeità mortale, ma siamo certi che essa manterrà riconoscibili i nostri volti e ci consentirà di rimanere umani nel cielo di Dio. Ci consentirà di partecipare, con sublime emozione, all’infinita e felice esuberanza dell’atto creatore di Dio, di cui vivremo in prima persona tutte le interminabili avventure.

Gesù, quando parla del Regno di Dio, lo descrive come un pranzo di nozze, come una festa con gli amici, come il lavoro che rende perfetta la casa: è la sorpresa che rende il raccolto più ricco della semina. Prendere sul serio le parole evangeliche sul Regno abilita la nostra sensibilità a godere dell’amore operoso e creativo di Dio, e ci mette in sintonia con la destinazione inaudita della vita che seminiamo. Nella nostra vecchiaia, care e cari coetanei, e parlo ai “vecchi” e alle “vecchiette”, nella nostra vecchiaia l’importanza di tanti “dettagli” di cui è fatta la vita – una carezza, un sorriso, un gesto, un lavoro apprezzato, una sorpresa inaspettata, un’allegria ospitale, un legame fedele – si rende più acuta. L’essenziale della vita, che in prossimità del nostro congedo teniamo più caro, ci appare definitivamente chiaro. Ecco: questa sapienza della vecchiaia è il luogo della nostra gestazione, che illumina la vita dei bambini, dei giovani, degli adulti, e dell’intera comunità. Noi “vecchi” dovremmo essere questo per gli altri: luce per gli altri. L’intera nostra vita appare come un seme che dovrà essere sotterrato perché nasca il suo fiore e il suo frutto. Nascerà, insieme con tutto il resto del mondo. Non senza doglie, non senza dolore, ma nascerà (cfr Gv 16,21-23). E la vita del corpo risorto sarà cento e mille volte più viva di come l’abbiamo assaggiata su questa terra (cfr Mc 10,28-31).

Il Signore Risorto, non a caso, mentre aspetta gli Apostoli in riva al lago, arrostisce del pesce (cfr Gv 21,9) e poi lo offre loro. Questo gesto di amore premuroso ci fa intuire che cosa ci aspetta mentre passiamo all’altra riva. Sì, cari fratelli e sorelle, specialmente voi anziani, il meglio della vita è ancora tutto da vedere; “Ma siamo vecchi, cosa dobbiamo vedere in più?” Il meglio, perché il meglio della vita è ancora tutto da vedere. Speriamo questa pienezza di vita che ci aspetta tutti, quando il Signore ci chiamerà. La Madre del Signore e Madre nostra, che ci ha preceduti in Paradiso, ci restituisca la trepidazione dell’attesa perché non è un’attesa anestetizzata, non è un’attesa annoiata, no, è un’attesa con trepidazione: “Quando verrà il mio Signore? Quando potrò andare là?” Un po’ di paura perché questo passaggio non so cosa significa e passare quella porta dà un po’ di paura ma c’è sempre la mano del Signore che ti porta avanti e attraversata la porta c’è la festa. Siamo attenti, voi cari “vecchi” e care “vecchiette”, coetanei, siamo attenti, Lui ci sta aspettando, soltanto un passaggio e poi la festa.

Guarda il video della catechesi
SALUTI

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APPELLO

Rinnovo l’invito a implorare dal Signore la pace per l’amato popolo ucraino che da sei mesi - oggi - patisce l’orrore della guerra. Auspico che si intraprendano passi concreti per mettere fine alla guerra e scongiurare il rischio di un disastro nucleare a Zaporizhzhia. Porto nel cuore i prigionieri, soprattutto quelli che si trovano in condizioni fragili, e chiedo alle autorità responsabili di adoperarsi per la loro liberazione. Penso ai bambini, tanti morti, poi tanti rifugiati - qui in Italia ce ne sono tanti - tanti feriti, tanti bambini ucraini e bambini russi che sono diventati orfani e l’orfanità non ha nazionalità, hanno perso il papà o la mamma, siano russi siano ucraini. Penso a tanta crudeltà, a tanti innocenti che stanno pagando la pazzia, la pazzia di tutte le parti, perché la guerra è una pazzia e nessuno in guerra può dire: “No, io non sono pazzo”. La pazzia della guerra. Penso a quella povera ragazza volata in aria per una bomba che era sotto il sedile della macchina a Mosca. Gli innocenti pagano la guerra, gli innocenti! Pensiamo a questa realtà e diciamoci l’un l’altro: la guerra è una pazzia. E coloro che guadagnano con la guerra e con il commercio delle armi sono dei delinquenti che ammazzano l’umanità. E noi pensiamo ad altri Paesi che sono in guerra da tempo: più di 10 anni la Siria, pensiamo la guerra nello Yemen, dove tanti bambini patiscono la fame, pensiamo ai Rohingya che girano il mondo per l’ingiustizia di essere cacciati dalla loro terra. Ma oggi in modo speciale, a sei mesi dall’inizio della guerra, pensiamo all’Ucraina e alla Russia, ambedue i Paesi ho consacrato all’Immacolato Cuore di Maria, che Lei, come Madre, volga lo sguardo su questi due Paesi amati: veda l’Ucraina, veda la Russia e ci porti la pace! Abbiamo bisogno di pace!

Guarda il video dell'appello


Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore di Carità di Santa Maria che stanno celebrando il loro Capitolo, i Seminaristi partecipanti ad un incontro estivo di formazione. Tutti incoraggio a vivere la propria vocazione come servizio umile e gioioso a Dio e ai fratelli.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli, che sono tanti. L’esempio dell’Apostolo San Bartolomeo, che ricordiamo oggi, vi aiuti a guardare con fiducia a Cristo, che è luce nelle difficoltà, sostegno nelle prove e guida in ogni momento della vita.

A tutti voi la mia benedizione.

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"Due (opposte) fragilità raccontano i cristiani divisi sulla guerra" di Lorenzo Prezzi

"Due (opposte) fragilità 
raccontano i cristiani divisi sulla guerra"
di Lorenzo Prezzi


Il 14-15 settembre prossimo è possibile che il patriarca di Mosca, Cirillo, e papa Francesco partecipino al settimo congresso dei leader delle religioni mondiali a Nun-Sultan (Kazakistan). 

Sarebbe il loro secondo incontro, dopo l’Avana nel 2016. Sia Cirillo che Francesco sono segnati dalla debolezza rispetto all’aggressione russa in Ucraina, ma in senso opposto: Cirillo per una evidente insufficienza evangelica in ragione della giustificazione ideologica al conflitto, Francesco per una preziosa esposizione profetica, priva di adeguato consenso di quanti sono coinvolti. La guerra ucraina non solo si sta prolungando nel tempo, ma allarga il coinvolgimento (per ora solo indiretto) dei paesi “amici”. La preoccupazione di mons. Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli stati della Santa Sede, è che i molti «focolai di guerra nel mondo siano soggetti a una infezione incrociata e che tutti i punti improvvisamente si uniscano. Ci troveremmo in guerra, non solo in singole regioni, paesi o continenti ma in un mondo in conflitto» (intervista a G. O’Connell, 11 luglio). La “terza guerra mondiale a pezzi”, secondo la definizione di Francesco, diventerebbe la “guerra grande” come suona il titolo di Limes (7,2022). Il conflitto ucraino è già il segno della sconfitta del cristianesimo in Europa.

Cirillo, chierichetto di Putin 

Cirillo di Mosca, considerato persona non grata in Gran Bretagna, Canada e Lituania e sfuggito a una condanna del parlamento europeo per la difesa del presidente ungherese, Viktor Orban, non perde occasione per giustificare l’aggressione di Putin al paese vicino. Dopo averla indicata come “guerra metafisica”, come scontro fra bene e male, come baluardo contro il depravato Occidente, come testimonianza della fede genuina rispetto ai “lapsi” (deboli) delle Chiese latine ed elleniche, in occasione della inaugurazione della cattedrale di Spassky (Penza – Mosca) ha contrapposto la costruzione delle chiese in Russia rispetto alla loro chiusura e vendita delle Chiese in Occidente. Il giorno dopo (21 giugno) visitando un ospedale militare invoca la protezione di Maria per la vittoria contro i “nazisti”. 

In una successiva visita a Kalingrad, la striscia di territorio fra Polonia e i paesi baltici, sottolinea “l’alterità” della Russia «che provoca un sentimento di gelosia, invidia e risentimento, perché sappiamo che la nostra patria non ha mai fatto del male a nessuno». Una posizione priva di distanza critica, anche parziale, rispetto al potere autocratico dello zar. 

Contraddittorio 

Persino contraddittoria, sia nei confronti dell’insegnamento ortodosso circa l’uccisione degli innocenti, sia della tradizione monastica-spirituale (ha definito i soldati degli “asceti” e dotati di sensibilità morale “superiore”, elementi classici del monachesimo), sia dell’insegnamento sociale da lui approvato assieme agli altri vescovi russi nel 2000. Ne I fondamenti del pensiero sociale della Chiesa ortodossa russa si afferma l’opposizione della Chiesa «alla conduzione di una guerra civile o all’avvio di una guerra di aggressione a stati stranieri» (cap. 3, n. 8) e il suo dovere di «stare dalla parte della vittima di un’aperta aggressione» (cap. 2 n. 4). A parte la Chiesa serba, quella di Gerusalemme e alcuni spezzoni dell’Ortodossia in diaspora, la sua posizione è stata censurata dalle Chiese cristiane: ortodosse, anglicane, protestanti e cattolica. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, gli ha chiesto di essere all’altezza della situazione e di opporsi a Putin.

Epifanio, della Chiesa ortodossa autocefala ucraina, ha auspicato una censura nei suoi confronti di tutti i gerarchi ortodossi che dovrebbero dimetterlo. Il card. Kurt Koch, presidente del dicastero per l’unità dei cristiani, ha qualificato come eretica la sua posizione. Il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) ha definito la guerra come «incompatibile con la stessa natura e volontà di Dio e contro i nostri principi fondamentali cristiani ed ecumenici». 

Piccole ma significative increspature dentro la Chiesa ortodossa russa sono riconoscibili nelle lettera pubblica contro il conflitto firmata da circa 300 preti e nella dichiarazione delle delegazioni ortodosse alla futura assemblea del CEC contro la guerra, condivisa anche dalla delegazione russa. C’è chi vede nella defenestrazione di mons. A. Hilarion, ex numero due del patriarcato di Mosca, come censura alla sua impercettibile distanza dalla giustificazione patriarcale. 

Francesco e la profezia 

Il giudizio sulla guerra ucraina di Francesco è comprensibile dentro la lungimiranza profetica che spesso non ha riscontro. «Era accaduto così nel 1917 – annota il card. Pietro Parolin, segretario di stato – con la famosa nota di pace di Benedetto XV durante l’“inutile strage” della prima guerra mondiale, ignorata dalla potenze belligeranti di allora. Si è ripetuto con gli appelli di Pio XII, che fece di tutto per scongiurare l’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Pensiamo ancora, più vicino a noi, all’accorata richiesta di san Giovanni Paolo II, che nel 2003 supplicò di non attaccare l’Iraq. Pure oggi, nella tragica vicenda ucraina, non sembra emergere al momento disponibilità a intavolare reali negoziati di pace e ad accettare l’offerta di una mediazione super partes» (Limes, 7/2022, 247). 

È una solitudine legata alla progressiva distanza del magistero rispetto alla dottrina della “guerra giusta”: dalla centralità delle vittime civili nelle due guerre mondiali all’incomprimibile potenza dell’armamento nucleare, dalla sproporzione degli investimenti sulle armi ai nuovi dispositivi autonomi, dall’indicazione dello spazio come ambito di guerra (assieme alla terra, al mare e al cielo) ai conflitti ibridi e cibernetici. In parallelo si è cercato di sradicare ogni possibile giustificazione religiosa alla violenza (dagli incontri di Assisi dal 1986 al Documento sulla fratellanza di Abu Dhabi del 2019). 

Fino a riconoscere nell’essenza della guerra il male in sé, che modifica a propria immagine tutti i protagonisti, al di là delle differenti e contrapposte responsabilità. Le tragedie che essa induce sono sempre superiori alle soluzioni che permette. «Davanti a tale realtà oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra». (2020, Enciclica Fratelli tutti, n. 258). 

Da qui nasce la cura di Francesco di non demonizzare il nemico, lo scarso entusiasmo nell’invio delle armi, il mancato schieramento acritico sul versante della Nato, l’insistenza sulla necessità del dialogo, il desiderio di un doppio viaggio a Mosca e Kiev. Francesco filo-russo? Ritengo «ingenerose e anche un po’ grossolane certe critiche, legate forse … alla constatazione che il papa non fa il “cappellano dell’Occidente”» (P. Parolin). 

Gli scontenti 

Difficile negare che la posizione di Francesco non abbia avuto riscontro da parte russa, almeno fino ad oggi. In compenso ha sollevato una marea di critiche in Occidente. Accenno solo ad alcune voci interne. 

Come il vescovo latino di Kiev, Krivistsky, che considera le parole del papa come scorrette e l’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici ucraini che, davanti all’«abbaiare della Nato» come una delle molte motivazioni del nervosismo russo evocate da Francesco, risponde: «Chiunque pensi che una causa esterna abbia provocato la Russia all’aggressione militare è lui stesso vittima della propaganda russa o sta semplicemente e deliberatamente ingannando il mondo». Si può aggiungere la sussiegosa dichiarazione del presidente dei vescovi polacchi, mons. Gadecki: «L’approccio del Vaticano verso la Russia dovrebbe cambiare, essere più attento, perché l’approccio attuale è datato, sembra molto ingenuo e utopico».

Manca la teologia e la pratica 

Nella distanza fra profezia e politica la diplomazia è tornata alle categorie della guerra giusta, apprezzando la resistenza ucraina, l’aiuto delle armi da parte della Nato, la difesa dell’integrità territoriale ecc. Il pericolo era quello di delegare ai politici l’intero problema, di perdere il quadro d’insieme, di ridurre la fede o all’ideologia guerresca o ad un pacifismo senza qualità. 

Di perdere di vista il tema della libertà e della dignità connessa. Uno spazio che richiederebbe una più approfondita riflessione teologica, sostanzialmente ferma agli anni ‘80 del secolo scorso, e una pratica ben più diffusa di non violenza attiva. Riconoscere il limite ecclesiale significa anche non ignorare l’insufficienza di un Occidente che non avverte il bisogno di una interlocuzione critica interna per non essere prigioniero del suo orizzonte, perdendo consensi e interesse dagli altri quadranti del mondo.
(fonte: Editoriale di “Domani” del 22 agosto 2022)