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domenica 28 gennaio 2018

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV domenica Tempo Ordinario / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 9/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Mc 1,21-28 





Dopo la chiamata alla sequela, l'evangelista presenta Gesù come colui che insegna. Pur non informando esplicitamente circa il contenuto dell'insegnamento, Marco dice che questo suscita stupore/abbattimento e meraviglia perché è un insegnamento nuovo (didaké kainé) ed efficace.  E' il Vangelo del Regno! E' il Vangelo - che è Gesù stesso - (cfr.1,1) che ci libera dal potere del male, dalla mentalità di un mondo che apparentemente guarda alla vita ma che invece serve la morte. Affranca dall'arrogante certezza di quanti conoscono già tutto, che tutto è scritto e non c'è bisogno del nuovo, che << si è fatto sempre così, perché cambiare? >>. E' l'immondo progetto di una vita vissuta solo per se stessi che ci imprigiona e ci rende schiavi e stranieri a noi stessi, lo spirito che ci strazia prima di abbandonarci, << lento a morire come il nostro egoismo, perché percepisce la minaccia che gli viene dalla Parola di Dio che lo smaschera >>. E' lo Spirito di Gesù che ci libera, la sua Parola, il suo vissuto, perché è diametralmente opposto a quelli dell'uomo, lui che << è venuto per servire e dare la vita in riscatto per molti >>


sabato 27 gennaio 2018

"Il Signore libera l'uomo da tutto ciò che lo imprigiona" di p. Ermes Ronchi - IV Domenica - Tempo ordinario Anno B

Il Signore libera l'uomo da tutto ciò che lo imprigiona


Commento
IV Domenica - Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Deuteronomio 18,15-20; Salmo 94; 1 Corinzi 7,32-35; Marco 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Ed erano stupiti del suo insegnamento. Lo stupore, esperienza felice e rara che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci rinchiudeva e ci fa respirare meglio man mano che entra aria nuova e si dilatano gli orizzonti.
Salviamo almeno lo stupore davanti al Vangelo, che è guardare Gesù e ascoltarlo, ma «attonitis auribus» (Regola di san Benedetto) con orecchio incantato, stupito, con occhio meravigliato; guardando come innamorati e ascoltando come bambini, pronti a meravigliarci, perché sentiamo parole che toccano il centro della vita e lo liberano.
I quattro pescatori che chiama di lì a poco, non sono pronti, non sono preparati alla novità, come non lo siamo noi. Ma hanno un vantaggio: sono affascinati dal giovane rabbi, sono sorpresi, come per un innamoramento improvviso, per un'estasi che sopraggiunge.
Gesù insegnava come uno che ha autorità. Autorevoli sono soltanto le parole di chi è amico della vita; Gesù ha autorità perché non è mai contro l'uomo ma sempre in favore dell'uomo. Autorevoli sono soltanto le parole di chi è credibile, perché dice ciò che è ed è ciò che dice; quando il messaggero e il messaggio coincidono. Così per noi, se non vogliamo essere scribi che nessuno ascolta, testimoni che non convincono nessuno, è importante dire il Vangelo, perché un seme che fruttifica senza che tu sappia come, ma più ancora farlo, diventarlo. E spesso i testimoni silenziosi sono i più efficaci ed autorevoli. «Sono sempre i pensieri che avanzano con passo di colomba quelli che cambiano il mondo»(Camus).
C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro, prigioniero di qualcosa più forte di lui. Ed ecco che Gesù interviene: non parla di liberazione, libera; con pronuncia discorsi su Dio o spiegazioni circa il male, ma si immerge come guarigione nella vita ferita e mostra che «il Vangelo non è un sistema di pensiero, o una morale, ma una sconvolgente liberazione» (G. Vannucci).
Mostra che Dio è il liberatore, che combatte contro tutto ciò che imprigiona l'uomo.
I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo, a demolire prigioni; a portare spada e fuoco contro tutto ciò che non è amore. A rovinare il regno degli idoli che divorano il cuore dell'uomo: denaro, successo, potere, egoismi.
Contro di loro Gesù pronuncia due sole parole: taci, esci da lui. 
Tace e se ne va questo mondo sbagliato; va in rovina, come aveva sognato Isaia, perché nasca un mondo altro. Vanno in rovina le spade e diventano falci; vanno in rovina le lance e diventano aratri. Si spezza la conchiglia, ma appare la perla. 


Il Giorno della memoria e i giorni del presente di Pasquale Pugliese e riflessioni di Massimo Recalcati, Gabriella Caramore e Daniele Novara

Il Giorno della memoria e i giorni del presente 
di Pasquale Pugliese

Sono stato ad Auschwitz nell’agosto del 1990. Non c’erano ancora i Viaggi della memoria ne’ il Giorno della memoria (che sarà istituito dalle Nazioni Unite solo nel 2005), il muro di Berlino era stato abbattuto nel novembre dell’anno precedente, Tadeusz Mozowiecki era stato nominato da pochi mesi primo capo del governo polacco non comunista ed io ero uno studente di filosofia dell’Università di Messina. Con un gruppo di amici e compagni, con i quali avevamo partecipato durante qull’anno accademico al movimento studentesco della Pantera – approfittando di una convenzione tra l’università siciliana e le università polacche, che ci consentiva di dormire nelle sovietiche case dello studente – decidemmo di fare un viaggio estivo nella Polonia che muoveva i primissimi passi nella democrazia post-sovietica e nell’economia capitalista. La attraversammo per un mese da sud a nord, da Cracovia a Danzica, in treno con un biglietto interail. E, naturalmente, facemmo tappa anche al campo di sterminio che rese noto al mondo il paese di Oswiecim, Auschwitz in tedesco.

Il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz – il più grande di tutti i lager nazisti, con i suoi campi satelliti – fu liberato dagli increduli soldati dall’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945. Ad essi si palesò, per la prima volta, un’autentica fabbrica della tortura e della morte. L’assurda messa in pratica tecnologica della follia della “soluzione finale”, dell’annientamento di un popolo, lo sterminio degli ebrei. E, insieme ad essi, di tutti coloro che il regime considerava alieni: omosessuali, zingari, testimoni di geova, antifascisti e dissidenti. Si calcola che nei lager nazisti morirono circa 17 milioni di persone, tra i quali 6 milioni di religione ebraica.

Un genocidio. Ma non l’unico, ne’ il primo, ne’ quello che ha realizzato il maggior numero di morti nella storia degli stermini dei popoli. La modernità occidentale si fonda su un altro genocidio, ormai praticamente dimenticato: quello dei nativi americani, 80 milioni di persone sterminate dalle armi e dalle malattie dei conquistatori europei, a partire dal 1492. E poi ci furono gli stermini e i campi di concentramento della colonizzazione bianca in Africa, il genocidio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano… e via elencando, fino ai giorni nostri. Eppure, i lager nazisti sono stati la più scientifica ed efficace organizzazione per la distruzione di massa delle persone e della loro umanità: la pianificazione della fabbrica della disumanità, l’esplorazione di tutte le possibilità della riduzione delle persone a cosa, il paradigma del male. Questa è l’impressione che ne ebbi anch’io, visitando Auschwitz, senza aver ancora letto Primo Levi.

Tuttavia, il Giorno della memoria oggi non può essere un rito collettivo di purificazione da un male assoluto, ma ormai passato; non può riguardare solo la memoria di una immane tragedia storica. Nei giorni del presente rivivono elementi di quel male e di quella storia contro i quali bisogna ancora lottare, qui ed ora. Non solo il ritorno anche in Italia della mitologia della razza, come elemento del “confronto” politico, a 80 anni dalle leggi razziali fasciste; non solo il ritorno in Europa di organizzazioni che sempre più esplicitamente hanno il nazismo come riferimento ideologico, mietendo consenso tra i più giovani; ma anche le guerre, la corsa agli armamenti, le pulizie etniche, i lager che in gran parte del pianeta citano tragicamente – direttamente o indirettamente – quell’orrore infinito. Dalla Siria al Myanmar, dalla Palestina alla Libia, dal Congo all’Eritrea, dai naufragi dei disperati nel Mediterraneo ai profughi congelati lungo le rotte dei Balcani: questi giorni del nostro presente saranno i giorni della memoria dei nostri figli domani. Ed anche alla nostra generazione sarà chiesto – com’è stato fatto con chi si è girato dall’altra parte dei fumi neri dei camini dei lager – ma voi dove eravate?

Infine, il presidente Mattarella ha fatto bene a ricordarlo in questi giorni: razzismo, guerra e retorica bellicista non furono episodici ma costitutivi del fascismo. Così come del nazismo. Per questo oggi una coerente politica antifascista non può che fondarsi sulle categorie opposte dell’antirazzismo, dell’antimilitarismo e dell’educazione alla pace ed alla convivenza. Per costruire una società solidale e nonviolenta, ossia culturalmente e strutturalmente liberata dagli elementi profondi di fascismo. Questo i costituenti italiani lo avevano chiaro. Le forze politiche, che hanno governato e che si candidano a governare il Paese, molto meno.
(fonte: Vita 27/01/2018)

Leggi il testo integrale dell'intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla celebrazione del Giorno della memoria al Quirinale (25/01/2018)



UNA GIORNATA DELLA MEMORIA
 CHE NON SIA SOLO PASSATO
di Massimo Recalcati
Proviamo a distinguere tre versioni possibili della memoria. La prima è quella della memoria-archivio. Essa appare come un contenitore dove alloggiano i nostri ricordi.
È la memoria-baule, la memoria-soffitta o, più sofisticatamente, la memoria come notes magico cerebrale che trattiene le tracce del nostro passato. Questa memoria è archeologica: definisce il luogo dove il passato si è depositato, non è più tra noi, è diventato nulla, si è dissolto, può esistere solo nell' immagine vivida o illanguidita del ricordo. Lo schema di questa memoria è quello topologicamente ingenuo di un contenitore (memoria) e del suo contenuto (ricordi). Poi Freud ha mostrato che la memoria non trattiene solo cose già trascorse, passate, morte, ma cose vive che insistono nell' affacciarsi prepotentemente alla nostra mente. Si tratta della seconda versione della memoria: la memoria spettrale. Il suo modello è quello del trauma: quello che è accaduto nel passato non cessa di accadere, ma insegue la vita, l' accerchia, l' incalza, la tormenta. La memoria spettrale è costituita da un passato che non passa. È l' esperienza che affligge i soggetti o i popoli che hanno vissuto esperienze drammatiche, impossibili da dimenticare. Il passato è come uno spettro, morto e vivo insieme. La terza versione della memoria è forse la più importante e la più paradossale. È la memoria come attributo del futuro. È l' invito che Nietzsche ci rivolge: la memoria non deve ridursi a essere il culto passivo del passato, non genera solo venerazione o orrore, busti e monumenti. Dovremmo invece imparare ad usarla per creare attivamente il nostro avvenire.
Il che significa farsi responsabili della memoria. La memoria non è un contenitore di ricordi, né il ritorno degli spettri provenienti dal passato, ma si costituisce solo a partire dal futuro. Il passato non è alle nostre spalle come un peso inerte o come un incubo che non riusciamo a cancellare, ma può assumere forme e significati diversi a partire da come viene ripreso attivamente dalla vita mentre essa si sta muovendo verso il proprio avvenire. La memoria non deve semplicemente conservare quello che è già stato, ma deve servire la generatività della vita.
Non deve restare impigliata in una paralisi melanconica che non riesce a non guardare se non all' indietro, ma sapersi gettare in un movimento proteso in avanti. Custodire questa memoria - la memoria come attributo del futuro -, evitando i danni della "memoria corta", significa farsi davvero responsabili del nostro passato.
(Fonte - "La Repubblica" del 27.01.2018)

S’aggira ancora il fumo di Auschwitz 
di Daniele Novara, 
pedagogista

La capacità di Liliana Segre di coinvolgere nella narrazione dell’orrore ogni sorta di uditorio ci dice come la pedagogia della memoria abbia bisogno di emozioni forti più che di rigorosi ragionamenti e analisi didattiche.Liliana Segre racconta il dramma di una ragazzina di 13 anni coinvolta suo malgrado in una storia che non ha niente a che vedere con la preadolescenza, che ti costringe ascoltandola a entrare nei panni di chi realmente ha sofferto la deportazione, la morte, l’annichilimento.

Non c’è retorica, non c’è celebrazione. Solo la nuda narrazione che permette a chiunque di identificarsi con questa piccola ebrea che lotta per la sua sopravvivenza. Non sono numeri, non sono cifre, ma unicamente la traccia umana di chi ha attraversato il nulla ed è riuscito a riemergerne. 
I giovani hanno bisogno di incontrare persone, educatori e testimoni che sanno comunicare la loro passione, che sanno trasformare la memoria in un conflitto aperto con il presente per creare un discrimine con l’orrore che si annida ancora attorno a noi e che magari fra trent’anni o quaranta, o cinquanta verrà chiamato col suo vero nome.
Nella Giornata della Memoria dobbiamo avere il coraggio di fuggire dalla pura e semplice celebrazione e concentrarci su come il fumo di Auschwitz si aggiri ancora nella nostra storia, nelle nostre città, nelle nostre relazioni. Indignarsi per i crimini nazisti deve servire per liberarci sempre di più della violenza contro i bambini, contro le donne, contro i profughi stranieri, contro chi è troppo debole per poter far sentire la propria voce. Che la giornata della memoria ci aiuti ad aprire gli occhi sulle nuove forme di orrore. Forse in questo modo ci potrebbe essere una vera possibilità di onorare chi l’orrore l’ha subito fino al sacrificio estremo.
(Fonte: "Avvenire" del 27.01.2018)


GENNAIO E LA MEMORIA DELL'INIZIO
di Gabriella Caramore

L'inizio di un nuovo anno è un inizio per convenzione, che si inserisce subdolamente nell’ordine delle stagioni e dello scorrere del tempo. Ogni inizio d’anno, più che spezzare una continuità, aggiunge materia al tempo, costringendo a soppesare gli anni e a fare bilanci della propria vita. In questo senso torna a proposito, anche se la coincidenza è casuale, il fatto che gennaio sia, per tradizione recente ma ormai consolidata, il mese dedicato alla “memoria”. Il 27 gennaio si commemora infatti la liberazione dei prigionieri dal campo di sterminio di Auschwitz, come data simbolo della fine dell’incubo nero del nazismo, della salvezza di un piccolo “resto” di deportati, e come memoria di tutte le vittime innocenti dell’inciviltà e della ferocia. 
Questa giornata però la si sta vivendo negli ultimi anni con un crescente disagio. Nonostante il moltiplicarsi di iniziative e celebrazioni, che suscitano emozioni, ripensamenti, prese di coscienza, ci resta come un sapore amaro: come se il lavoro della memoria poco incidesse sulla realtà delle cose. Occorrerebbe forse con maggior decisione fare ricorso alla valenza biblica della “memoria”, dove ricordare è quasi un comandamento: per ridestare al cuore e alla mente gli insegnamenti del Signore, e per far rivivere gli avvenimenti accaduti nella storia passata, al fine di offrire una nuova possibilità al tempo presente. Se si vuole che la memoria non sia vuoto esercizio di sterile emozione, occorre imprimerle una forte presa sul momento attuale. 
Fatto salvo il fatto che ci sarà sempre un manipolo di persone che non hanno «orecchi per intendere» e non li vogliono avere, che sono di dura cervice e col cuore inaridito, sarebbe utile – direi anche necessario – che nelle scuole si addestrassero ogni giorno ragazzi e ragazze a capire come anche le piccole banalità del male possono portare a grandi catastrofi; come una minuta responsabilità quotidiana abbia lo stesso peso di una più grande; e s’insegnasse a guardare gli occhi delle vittime di oggi come si guardano quelli delle vittime di ieri. Allora sì, forse, fare memoria avrebbe il sapore di una rifondazione del presente, di un nuovo inizio che ricomincia ogni giorno.
(Fonte: "Jesus" - gennaio 2018)

«La predicazione non può essere tiepida, è uno schiaffo che ti commuove e ti porta avanti» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 gennaio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“La Chiesa donna e madre”

Per Papa Francesco la predicazione della «verità», della «fede schietta», è sempre una «follia», fatta di «testimonianza» concreta prima ancora che di parole, e centrata sulla «paternità» e sulla «maternità, perché la Chiesa è femminile e Chiesa genera come una madre». E nella messa celebrata venerdì 26 gennaio a Santa Marta, il Papa ha anche ricordato la coraggiosa testimonianza di suor Maria Kaleta negli anni della persecuzione in Albania, chiedendo che nei corsi di preparazione al matrimonio si insegni alla future mamme a «trasmettere la fede».

La prima lettura, ha fatto subito notare Francesco riferendosi alla pagina della seconda lettera di san Paolo a Timoteo (1, 1-8), «possiamo dire che è un “gioiello” sul tema della trasmissione della fede». Tanto che il Pontefice ha confessato: «quando la leggo, la rileggo, sento consolazione». Infatti «al centro è “la tua fede schietta”, dice Paolo al discepolo Timoteo che aveva ordinato vescovo per l’imposizione delle mani».

È importante perciò chiedersi «come è stata trasmessa questa fede a Timoteo: è il tema della trasmissione della fede». Il Papa, proprio prendendo spunto dal testo paolino, ha suggerito «tre parole che ci indicano il cammino, il modo come la fede va trasmessa: “figlio”, dice Paolo a Timoteo; un’altra parola è “madre” e “nonna”; e una terza parola “testimonianza”». In queste parole «c’è la modalità della trasmissione della fede».

La prima parola è, dunque, «figlio: Paolo genera Timoteo con la “follia della predicazione” e questa è la sua paternità». Certo, ha fatto presente il Papa, «ci sono anche le lacrime lì, si vede che Timoteo ha delle sofferenze in questo processo di ricevere la fede». Ma ecco «la pazzia della predicazione»; e certamente «Paolo non addolcisce la predicazione con mezze verità: “Questa è la verità”». Si tratta di «una verità coraggiosa e questa è la parresia, il coraggio che fa che Paolo divenga padre di Timoteo: la paternità nella generazione della fede».
«La predicazione non può essere tiepida» ha riconosciuto il Pontefice, perché «la predicazione sempre — permettetemi la parola — “schiaffa”: è uno schiaffo che ti commuove e ti porta avanti». Tanto che «Paolo stesso dice “la pazzia della predicazione”». Ed «è una pazzia», ha proseguito il Papa, perché si tratta di «dire che Dio si è fatto uomo e poi è stato crocifisso e poi è risorto». Del resto, «cosa hanno detto a Paolo gli abitanti di Atene? “Ma, dopodomani ti sentiremo”».
Dunque, ha fatto notare Francesco, «nella predicazione della fede c’è sempre un “briciolo di follia” e la tentazione è il falso buon senso, quella mediocrità» che ti porta a dire: “ma, no, non scherziamo, non è per tanto”». È il rischio della «fede tiepida». Invece «questo fa paternità: nella trasmissione della fede, la pazzia della predicazione fa che quello che predica sia padre dell’altro»: la «paternità», appunto.

«La seconda parola» proposta dal Pontefice, a partire dal testo di san Paolo, «è “testimonianza”: la fede va trasmessa pure con testimonianza e non solo con la parola», perché «la parola senza testimonianza non ha forza». Non a caso, ha ricordato il Papa, «dei cristiani di Antiochia i pagani dicevano: “ma come si amano!”».
Oggi invece, ha proseguito, «in qualche parrocchia — nella vostra no, la vostra è parrocchia santa, ma pensiamo in un’altra — uno va, sente, cosa dice questo di quello, di quello, di quello». E così «invece di dire “come si amano”, viene voglia di dire “come si spellano!”». Del resto, ha insistito Francesco, «la lingua è un coltello per spellare l’altro». Ma, si è chiesto, «come tu puoi trasmettere la fede con un’aria così viziata di chiacchiere, di calunnie?».
Serve, appunto, la «testimonianza» che ci fa riconoscere: “guarda, questo mai sparla dell’altro; questo fa quell’opera di carità; questo quando c’è qualche malato va a visitarlo, perché fa così?”». Insomma uno stile di vita cristiana che susciti «la curiosità: “perché questa persona vive così?”. E con la testimonianza nasce la domanda del perché lì si trasmette la fede: perché ha fede, perché segue le tracce di Gesù».

«Quindi — ha rilanciato il Papa — la trasmissione della fede si fa per la “follia” della predicazione, la paternità; e si fa per la testimonianza». Di più: «Pensiamo che quando io non do testimonianza o do contro-testimonianza o cattiva testimonianza tolgo la fede: quella fede schietta della quale parla Paolo qui». E di conseguenza «la gente si indebolisce e dice: “ma no, per vivere così meglio divertirsi e andare da un’altra parte». Ecco allora l’indicazione concreta di Francesco: «Paternità con la predicazione; fraternità con la testimonianza».

«E la terza parola — ha aggiunto ancora il Papa — è “tua madre”, “tua nonna”: la maternità». È un fatto che «la fede si trasmette in un grembo materno, il grembo della Chiesa, perché la Chiesa è madre, la Chiesa è femminile, la Chiesa genera come una madre». E «la maternità della Chiesa — ha affermato il Pontefice — qui si prolunga nella maternità della mamma, della donna, delle donne della famiglia».
«Io ricordo — ha confidato ricordando suor Maria Kaleta, religiosa stimmatina — quando sono andato in Albania, ho conosciuto una suora anziana. Questa suora era prigioniera al tempo della persecuzione, ma la lasciavano uscire un po’ qualche ora e andava. Era una prigione a metà, perché dicevano i persecutori: “ma questa poveraccia cosa farà!”. E questa “poveraccia” era furba, sapeva fare la cosa e amava Cristo, era madre, aveva cuore di madre». E infatti, ha raccontato ancora Francesco, «le donne cristiane — perché non c’era chiesa e se qualcuno faceva battezzare i figli veniva condannato in quel tempo lì — sapevano quando la suora andava un po’ a passeggiare lungo il fiume, le portavano i bambini e lei li battezzava con l’acqua del fiume».
Quello vissuto da suor Maria è un «bell’esempio: la Chiesa madre». E, ancora, ha proseguito il Papa, «io mi domando: le madri, le nonne, sono come queste due delle quali parla Paolo, la “nonna Lòide” e la “madre Eunice”, che hanno trasmesso la fede, la schietta fede?». Magari, invece, si preferisce pensare che il bambino «imparerà quando andrà al catechismo». Però, ha affermato Francesco, «io vi dico: a me fa tristezza quando vedo i bambini che non sanno fare il segno della croce e invece di fare bene il segno della croce sanno che devono fare qualcosa e fanno un disegno così, perché manca la mamma e la nonna che insegnino loro questo».
«Quante volte — ha aggiunto il Papa — penso alle cose che si insegnano per la preparazione al matrimonio, alla novella sposa, quella che sarà mamma: le si insegna che deve trasmettere la fede? La si prepara per trasmettere la fede? La mamma è figura della Chiesa madre, anche la nonna. È la dimensione femminile della salvezza. Maria, Chiesa, madre, nonna, tutte queste dimensioni e la fede va trasmessa lì».

In questa prospettiva il Pontefice ha suggerito di pensare bene alla «predicazione», un lavoro cristiano che spetta a tutti, «preti, vescovi e catechisti»; alla «testimonianza», per «vivere come cristiani»; e alla «“maternalità”, cioè il grembo della Chiesa nella mamma, nella nonna che trasmettono la fede». E ha concluso: «chiediamo al Signore che ci insegni — come testimoni, come predicatori e anche alle donne come madri — a trasmettere la fede».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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venerdì 26 gennaio 2018

«Sono rientrato due giorni fa dal Viaggio Apostolico in Cile e Perù. Ringrazio il Signore perché tutto è andato bene» Papa Francesco Udienza Generale 24/01/2018 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 24 gennaio 2018

Prima di entrare in piazza San Pietro, Francesco ha voluto anche stringere a sé e benedire venticinque bambini di Napoli malati di leucemia e di tumore, sostenuti dall’associazione “Angeli guerrieri della terra dei fuochi” e accompagnati dai loro familiari. Il Papa li ha accolti nell’aula Paolo vi, in modo che non prendessero freddo. «Un gesto delicatissimo e paterno — dice Concetta Zaccaria, responsabile dell’associazione — anche perché due bambini hanno appena subito il trapianto del midollo e altri sono fortemente indeboliti dalle cure contro la malattia». Tutti hanno preparato un piccolo dono per Francesco. Ma «il regalo più grande — riconosce Concetta — ce lo ha fatto lui dandoci la forza per continuare a lottare». La donna non nasconde che «nell’incontro con il Papa i ragazzi e le loro famiglie ripongono enormi speranze per trovare il coraggio di continuare ad affrontare la battaglia». Da parte nostra, aggiunge, «cerchiamo di star loro vicino e con noi si danno da fare tanti genitori che purtroppo hanno visto morire i loro figli, in una terra tristemente nota dove lo scempio ambientale miete ogni giorno nuove vittime, soprattutto tra i più piccoli».

Saluto ai malati e ai bambini in Aula Paolo VI

Buongiorno, vi saluto tutti, vi ringrazio di essere venuti.

E’ meglio che voi siate qui, per il freddo. Potrete vedere l’udienza sullo schermo, e dalla piazza vedranno voi. E’ collegato. Siete più tranquilli, senza freddo, seduti… Anche i bambini più piccoli possono giocare e così tutto andrà bene.

Adesso vorrei darvi la benedizione. Preghiamo la Madonna. Seduti, seduti tutti…

[Ave Maria e benedizione]

Buona giornata e pregate per me, ciao! Allora, come fanno i bambini? Ciao ciao!

Piazza San Pietro

Il Papa è arrivato attorno alle 9.25 in piazza San Pietro, a bordo della “papamobile” con la quale come di consueto ha girato per tutti i settori della piazza, accolto da una folla festante che lo acclamava munita di cartelli variopinti e degli immancabili smartphone e tablet per le foto e i selfie. Molti anche oggi i bambini salutati e accarezzati da Francesco, che in qualche caso ha provveduto anche a rimettere il ciuccio a qualche piccolo che l’aveva momentaneamente perso. L’ingresso di Francesco per l’appuntamento del mercoledì, a cui partecipano oggi 15mila fedeli – alcuni anche dalla diocesi di Dauheon, in Corea – è stato allietato da una musica a ritmo di samba cantata da un coro giovanile proveniente dall’arcidiocesi di Maringà, in Brasile.








Viaggio Apostolico in Cile e Perù

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Questa udienza si fa in due posti collegati: voi, qui in piazza, e un gruppo di bambini un po’ malati, che sono nell’aula. Loro vedranno voi e voi vedrete loro: e così siamo collegati. Salutiamo i bambini che sono in Aula: ma era meglio che non prendessero tanto freddo, e per questo sono lì.

Sono rientrato due giorni fa dal Viaggio Apostolico in Cile e Perù. Un applauso al Cile e al Perù! Due popoli bravi, bravi … Ringrazio il Signore perché tutto è andato bene: ho potuto incontrare il Popolo di Dio in cammino in quelle terre - anche quelli che non sono in cammino, sono un po’ fermi … ma è buona gente - e incoraggiare lo sviluppo sociale di quei Paesi. Rinnovo la mia gratitudine alle Autorità civili e ai fratelli Vescovi, che mi hanno accolto con tanta premura e generosità; come pure a tutti i collaboratori e i volontari. Pensate che in ognuno dei due Paesi c’erano più di 20 mila volontari: 20 mila e più in Cile, 20 mila in Perù. Gente brava: in maggioranza giovani.

Il mio arrivo in Cile era stato preceduto da diverse manifestazioni di protesta, per vari motivi, come voi avete letto nei giornali. E questo ha reso ancora più attuale e vivo il motto della mia visita: «Mi paz os doy – Vi do la mia pace». Sono le parole di Gesù rivolte ai discepoli, che ripetiamo in ogni Messa: il dono della pace, che solo Gesù morto e risorto può dare a chi si affida a Lui. Non solo ognuno di noi ha bisogno della pace, anche il mondo, oggi, in questa terza guerra mondiale a pezzetti … Per favore, preghiamo per la pace!

Nell’incontro con le Autorità politiche e civili del Paese ho incoraggiato il cammino della democrazia cilena, come spazio di incontro solidale e capace di includere le diversità; per questo scopo ho indicato come metodo la via dell’ascolto: in particolare l’ascolto dei poveri, dei giovani e degli anziani, degli immigrati, e anche l’ascolto della terra.

Nella prima Eucaristia, celebrata per la pace e la giustizia, sono risuonate le Beatitudini, specialmente «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Una Beatitudine da testimoniare con lo stile della prossimità, della vicinanza, della condivisione, rafforzando così, con la grazia di Cristo, il tessuto della comunità ecclesiale e dell’intera società.

In questo stile di prossimità contano più i gesti delle parole, e un gesto importante che ho potuto compiere è stato visitare il carcere femminile di Santiago: i volti di quelle donne, molte delle quali giovani madri, coi loro piccoli in braccio, esprimevano malgrado tutto tanta speranza. Le ho incoraggiate ad esigere, da se stesse e dalle istituzioni, un serio cammino di preparazione al reinserimento, come orizzonte che dà senso alla pena quotidiana. Noi non possiamo pensare un carcere, qualsiasi carcere, senza questa dimensione del reinserimento, perché se non c’è questa speranza dei reinserimento sociale, il carcere è una tortura infinita. Invece, quando si opera per reinserire - anche gli ergastolani possono reinserirsi – mediante il lavoro dal carcere alla società, si apre un dialogo. Ma sempre un carcere deve avere questa dimensione del reinserimento, sempre.

Con i sacerdoti e i consacrati e con i Vescovi del Cile ho vissuto due incontri molto intensi, resi ancora più fecondi dalla sofferenza condivisa per alcune ferite che affliggono la Chiesa in quel Paese. In particolare, ho confermato i miei fratelli nel rifiuto di ogni compromesso con gli abusi sessuali sui minori, e al tempo stesso nella fiducia in Dio, che attraverso questa dura prova purifica e rinnova i suoi ministri.

Le altre due Messe in Cile sono state celebrate una nel sud e una nel nord. Quella nel sud, in Araucanía, terra dove abitano gli indios Mapuche, ha trasformato in gioia i drammi e le fatiche di questo popolo, lanciando un appello per una pace che sia armonia delle diversità e per il ripudio di ogni violenza. Quella nel nord, a Iquique, tra oceano e deserto, è stata un inno all’incontro tra i popoli, che si esprime in modo singolare nella religiosità popolare.

Gli incontri con i giovani e con l’Università Cattolica del Cile hanno risposto alla sfida cruciale di offrire un senso grande alla vita delle nuove generazioni. Ai giovani ho lasciato la parola programmatica di Sant’Alberto Hurtado: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”. E all’Università ho proposto un modello di formazione integrale, che traduce l’identità cattolica in capacità di partecipare alla costruzione di società unite e plurali, dove i conflitti non vengono occultati ma gestiti nel dialogo. Sempre ci sono conflitti: anche a casa; sempre ci sono. Ma, trattare i male conflitti è ancora peggio. Non bisogna nascondere i conflitti sotto il letto: i conflitti che vengono alla luce, si affrontano e si risolvono con il dialogo. Pensate voi ai piccoli conflitti che avrete sicuramente a casa vostra: non bisogna nasconderli ma affrontarli. Cercare il momento e si parla: il conflitto si risolve così, con il dialogo.

In Perù il motto della Visita è stato: “Unidos por la esperanza - Uniti dalla speranza”. Uniti non in una sterile uniformità, tutti uguali: questa non è unione; ma in tutta la ricchezza delle differenze che ereditiamo dalla storia e dalla cultura. Lo ha testimoniato emblematicamente l’incontro con i popoli dell’Amazzonia peruviana, che ha dato anche avvio all’itinerario del Sinodo Pan-amazzonico convocato per l’ottobre 2019, come pure lo hanno testimoniato i momenti vissuti con la popolazione di Puerto Maldonado e con i bambini della Casa di accoglienza “Il Piccolo Principe”. Insieme abbiamo detto “no” alla colonizzazione economica e alla colonizzazione ideologica.

Parlando alle Autorità politiche e civili del Perù, ho apprezzato il patrimonio ambientale, culturale e spirituale di quel Paese, e ho messo a fuoco le due realtà che più gravemente lo minacciano: il degrado ecologico-sociale e la corruzione. Non so se voi avete sentito qui parlare di corruzione … non so ... Non solo da quelle parti c’è: anche qua ed è più pericolosa dell’influenza! Si mischia e rovina i cuori. La corruzione rovina i cuori. Per favore, no alla corruzione. E ho rimarcato che nessuno è esente da responsabilità di fronte a queste due piaghe e che l’impegno per contrastarle riguarda tutti.

La prima Messa pubblica in Perù l’ho celebrata sulla riva dell’oceano, presso la città di Trujillo, dove la tempesta detta “Niño costiero” l’anno scorso ha duramente colpito la popolazione. Perciò l’ho incoraggiata a reagire a questa ma anche ad altre tempeste quali la malavita, la mancanza di educazione, di lavoro e di alloggio sicuro. A Trujillo ho incontrato anche i sacerdoti e i consacrati del nord del Perù, condividendo con loro la gioia della chiamata e della missione, e la responsabilità della comunione nella Chiesa. Li ho esortati ad essere ricchi di memoria e fedeli alle loro radici. E tra queste radici vi è la devozione popolare alla Vergine Maria. Sempre a Trujillo ha avuto luogo la celebrazione mariana in cui ho incoronato la Vergine della Porta, proclamandola “Madre della Misericordia e della Speranza”.

La giornata finale del viaggio, domenica scorsa, si è svolta a Lima, con un forte accento spirituale ed ecclesiale. Nel Santuario più celebre del Perù, in cui si venera il dipinto della Crocifissione chiamato “Señor de los Milagros”, ho incontrato circa 500 religiose di vita contemplativa: un vero “polmone” di fede e di preghiera per la Chiesa e per tutta la società. Nella Cattedrale ho compiuto uno speciale atto di preghiera per intercessione dei Santi peruviani, a cui ha fatto seguito l’incontro con i Vescovi del Paese, ai quali ho proposto la figura esemplare di San Toribio di Mogrovejo. Anche ai giovani peruviani ho indicato i Santi come uomini e donne che non hanno perso tempo a “truccare” la propria immagine, ma hanno seguito Cristo, che li ha guardati con speranza. Come sempre, la parola di Gesù dà senso pieno a tutto, e così anche il Vangelo dell’ultima celebrazione eucaristica ha riassunto il messaggio di Dio al suo popolo in Cile e in Perù: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Così – sembrava dire il Signore – riceverete la pace che io vi do e sarete uniti nella mia speranza. Questo è più o meno il riassunto di questo viaggio. Preghiamo per queste due Nazioni sorelle, il Cile e il Perù, perché il Signore le benedica.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

APPELLO

Purtroppo continuano a giungere notizie preoccupanti dalla Repubblica Democratica del Congo. Pertanto, rinnovo il mio appello perché tutti si impegnino ad evitare ogni forma di violenza. Da parte sua, la Chiesa non vuole altro che contribuire alla pace e al bene comune della società.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti. Sono lieto di accogliere i nuovi Ministri provinciali dell’Ordine dei Frati Minori, i partecipanti al convegno della Lega Sacerdotale Mariana; i gruppi parrocchiali e l’Oratorio Virtus Nova di Pontecagnano Fiano. Incoraggio tutti ad essere fedeli a Cristo affinché, sull’esempio di Maria Santissima, risplenda la gioia del Vangelo.

Porgo un saluto speciale e una parola di incoraggiamento agli esponenti dell’Associazione Volontari Ospedalieri, esortandoli a proseguire nell’opera caritativa verso gli ammalati più bisognosi. Grazie tante per quello che voi fate. Saluto gli Istituti scolastici, in particolare quello di Ginosa; il 235° Reggimento Addestramento Volontari “Piceno” di Roma; il Lions Clubs di Campania, Basilicata e Calabria; il Gruppo Marevivo Campania e quello dei volontari di Livorno, augurando a tutti di svolgere un gioioso e generoso servizio al bene comune.

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi ricorre la memoria di San Francesco di Sales, Vescovo e Dottore della Chiesa. La figura di questo Santo, sia per voi giovani modello di dolcezza; per voi ammalati, incoraggiamento ad offrire le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa di Cristo; per voi sposi novelli sia esempio nel riconoscere nella vostra vita familiare il primato di Dio e del suo amore.

Guarda il video integrale

Vedi anche il nostro precedente post in cui troverai i link a tutti i post che ripercorrono i vari momenti del viaggio documentati con cronaca, testi e video:
VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 14 - Conferenza stampa - Arrivo a Roma - I video dei momenti più intensi del viaggio



VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ 15-22 GENNAIO 2018 / 14 - Conferenza stampa - Arrivo a Roma - I video dei momenti più intensi del viaggio


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN CILE E PERÙ

15-22 GENNAIO 2018


Domenica 21 gennaio 2018
LIMA- ROMA

18.45Partenza in aereo per Roma/Ciampino
Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dal Perù


Greg Burke:

Santo Padre, grazie! Grazie per il tempo che ci dà, stasera, dopo un viaggio lungo e intenso, a volte un po’ caldo e umido, però un viaggio ricco dove Lei ha toccato il cuore della gente, il “santo Pueblo fiel de Dios”, con un messaggio di pace e speranza. Ma Lei ha anche affrontato le sfide per la Chiesa in Cile, per la Chiesa in Perù e anche per le due società, con un’attenzione speciale alla dignità umana, ai popoli indigeni e all’Amazzonia. Grazie per l’opportunità di seguirLa da vicino. E adesso cerchiamo di approfondire un po’ i temi del viaggio.

Papa Francesco:

Buona sera. Grazie per il vostro lavoro. E’ stato un viaggio… non so come si dice in italiano, ma in spagnolo si dice “pasteurizado”, come si fa con il latte: si fa passare dal freddo al caldo, dal caldo al freddo, e noi siamo passati dal Sud del Cile, fresco, quel paesaggio bellissimo, al deserto, alla foresta di Maldonado, poi a Trujillo, il mare, e poi Lima: tutte le temperature e tutti i climi. E questo stanca. Grazie tante. E adesso, le domande.

Greg Burke:

Abbiamo domande dal Perù e dal Cile, per incominciare. Abbiamo Armando Canchanya.

Papa Francesco:

Cominciamo con quelle del viaggio, tutti, e quando finiscono queste, se manca qualcosa sul viaggio lo dirò io, e poi le altre domande, se ci sono.

Greg Burke:

Perfetto. Armando Canchanya Alaya di Rpp del Perù.

Armando Canchanya Alaya:

Santo Padre, quería agradecerle por habernos permitido acompañarlo en este viaje. Usted dijo en el vuelo de ida que no conocía bien el Perú y en estos días ha tenido la oportunidad de recorrer tres ciudades... Quería preguntarle por este viaje en el que la gente se ha volcado a verle, incluso ha llegado cariñosamente a decirle: “Panchito, no te vayas”… ¿Qué se lleva del viaje el Santo Padre, que se lleva del Perú?

Papa Francesco:

Me llevo la impresión de un pueblo creyente, un pueblo que pasa muchas dificultades, y las pasó históricamente, pero una fe que me impresiona. No solo la fe en Trujillo, donde la piedad popular es muy rica y muy fuerte, sino la fe de las calles. Ustedes vieron lo que eran las calles, y no solo en Lima, donde evidentemente se nota, también en Trujillo. También en Puerto Maldonado yo pensaba tener el acto en un lugar como este –y era una plaza llena–, y cuando iba de un lado para otro, las calles también. O sea, un pueblo que salió a expresar su alegría y su fe. Es verdad que ustedes tienen –como dije hoy al mediodía–, ustedes son una tierra “ensantada”, son el pueblo latinoamericano que tiene más santos. Y santos de alto nivel: Toribio, Rosa, Martín, Juan. Creo que la fe la tiene muy calada dentro. Yo me llevo de Perú una impresión de alegría, de fe, de esperanza, de volver a andar, y sobre todo… muchos chicos. O sea, volví a ver esa imagen que vi en Filipinas y vi en Colombia: los papás y las mamás, a mi paso, levantando los chicos, y eso dice futuro, eso dice esperanza, porque nadie trae hijos al mundo si no tiene esperanza. Lo único que les pido es que cuiden la riqueza, no solo las que tienen las iglesias y los museos -que las obras de artes son geniales–, no solo las de la historia de la santidad y de los sufrimientos que los han enriquecido mucho, sino esta riqueza de estos días que yo vi.

[Porto con me l'impressione di un popolo credente, un popolo che attraversa molte difficoltà, e le ha attraversate storicamente, ma ha una fede che mi impressiona. Non solo la fede a Trujillo, dove la pietà popolare è molto ricca e molto forte, ma la fede delle strade. Voi avete visto quello che erano le strade: e non solo a Lima, dove evidentemente si nota, ma anche a Trujillo. E a Puerto Maldonado pensavo di tenere l’incontro in un luogo come questo — ed era una piazza piena — e quando andavo da un lato all’altro, anche le strade. Ossia, un popolo che è uscito per esprimere la sua gioia e la sua fede. È vero che voi avete, come ho detto oggi a mezzogiorno, che voi siete una terra fatta di santi [ensantada], siete il popolo latinoamericano che ha più santi. E santi di alto livello: Toribio, Rosa, Martino, Giovanni. Credo che abbiate la fede molto calata dentro. Porto con me del Perú una impressione di gioia, di fede, di speranza, di tornare a camminare, e soprattutto... molti ragazzi. Ossia, ho visto di nuovo quella immagine che ho visto nelle Filippine e in Colombia: i papà e le mamme, al mio passaggio, che alzano i bambini, e questo dice futuro, questo dice speranza, perché nessuno mette i figli al mondo se non ha speranza. L’unica cosa che vi chiedo è di prendervi cura della ricchezza, non solo quella che hanno le chiese e i musei — le opere d’arte sono geniali — non solo quella della storia della santità e delle sofferenze che vi hanno arricchito molto, ma questa ricchezza che ho visto in questi giorni.]

Giovanni Hinojosa Navarro de “La Republica”.

Su Santidad, en el Perú la clase política ha defraudado el pueblo, con actos de corrupción e indultos negociados. Pero también lo han hecho algunos miembros de la Iglesia: basta ver a las víctimas del Sodalicio de Vida Cristiana esperando justicia. ¿Qué respuesta da usted a ambos casos?

Papa Francesco:

Bien, primero el problema de la corrupción. Yo no sabría responderte históricamente el progreso de la corrupción o históricamente en otros sectores del mundo. Yo sé que en algunos países de Europa hay mucha corrupción –algunos, no todos–. Sí, en Latinoamérica hay muchos focos de corrupción. Ahora está de moda hablar de Odebrecht, por ejemplo. Pero eso es un botón de muestra. El origen de la corrupción es…, yo diría que es el pecado original que te lleva... Yo escribí un librito una vez, muy pequeño, que se llama Pecado y corrupción; y el lema que saco de eso, de ese libro, es: “pecador sí, corrupto no”. Todos somos pecadores. Pero yo sé que todos nosotros, los que estamos acá, –también yo hago la voluntad de mi parte, y… pienso bien de ustedes que lo hacen–, cuando se encuentran en “off side”, en un pecado fuerte: “Bueno, ‘esto’ está mal, acá me porte mal con un amigo o robé, o hice ‘esto’ o me drogué”, y entonces me freno y trato de no hacerlo. Bueno, pero está el perdón de Dios sobre todo eso. Yo al pecado no le tengo miedo, le tengo miedo a la corrupción, porque la corrupción ya te va viciando el alma y el cuerpo; y un corrupto está tan seguro de sí mismo que no puede volver atrás. O sea, la corrupción es como esos pantanos chupadizos que vos pisás y querés salir, y das un paso y te vas más adentro, más adentro, más adentro, y te chupó. Es una ciénaga… Ese..., sí es la destrucción de la persona humana. Yo no sé si toqué algo, ¿si querés preguntar algo más sobre la corrupción?, después paso al Sodalicio. Y claro, el político tiene mucho poder. También el empresario tiene mucho poder. Un empresario que le paga la mitad a sus obreros es un corrupto, y un ama de casa que está acostumbrada y cree que es lo más normal explotar a las mucamas, ya sea con el sueldo ya sea con el modo de tratar, es una corrupta, porque ya lo toma como normal. Una vez, recuerdo una conversación que tuve con una persona, un profesional. Y me decía cómo llevaba la cosa; joven, tendría treinta años. Y él me decía que trataba al personal doméstico de una manera nada noble, y mencionaba las cosas que hacía con el personal doméstico. Yo le dije: “Pero… usted no puede hacer eso. Eso es pecado”. “Padre –me dice–, no vamos a comparar esa gente conmigo, esa gente está para eso”. Y es lo que piensa el tratante sexual, el tratante de trabajo esclavo: los corruptos. ¿Y en la Iglesia, hay corrupción? Sí. Hay casos de corrupción en la Iglesia. En la historia de la Iglesia siempre los hubo. Siempre los hubo, porque hombres y mujeres de Iglesia entraron en el juego de la corrupción. Y esto me sirve de puente para lo del Sodalicio. El Sodalicio empezó con un caso de una persona que parecía muy…, con mucha virtud, murió e investigando se descubrió que tenía doble vida. Es el primer caso del Sodalicio, que yo conozco. Pero esto hace 20, 25 años atrás, y después una denuncia ya de abuso, no solo sexual, sino de abuso de manipulación de conciencia para con el fundador. El proceso del fundador entró en la Santa Sede, se le dio una condena, no se lo expulsó del Sodalicio sino que vive solo, y una persona lo atiende… Él se declara inocente de las pruebas que hubo en el juicio y apeló a la Signatura Apostólica, que es la Suprema Corte de Justicia del Vaticano. La causa está en apelación. Por los datos que tengo saldrá en menos de un mes. Lleva un año en el proceso. En menos de un mes saldrá. Pero, ¿qué sucedió ahora? Ese juicio fue gatillo para que otras víctimas de esa persona hicieran juicio civil y eclesiástico. Entonces, si la Signatura Apostólica pone fin a este juicio primero… –sea favor o en contra–, ya no tiene sentido, porque este hombre, ahora sí, hay cosas mucho más graves que dirá la justicia, pero son varios casos graves e intervino la justicia civil, lo cual en estos casos de abusos siempre es conveniente, porque es un derecho. Y creo, por lo que sé, pero no estoy muy al tanto, que la cosa es bastante desfavorable al fundador. Por otro lado, no era una situación personal solamente, había cosas ahí no del todo claras. Entonces, hace casi dos años yo mandé un Visitador al Sodalicio en la persona del Cardenal Tobin, Obispo de Newark. El cardenal Tobin hace la visita; descubre cosas que no entiende o que no están claras; nombra dos veedores económicos y este es el tercer abuso que también rozaba al fundador: el manejo económico. Y después de un estudio recomienda “comisariar” el Sodalicio. Llegó la carta de él hace cuatro semanas, se estudió el caso y hace dos semanas se nombró un comisario. Si hoy día el Sodalicio está “comisariado” por la Santa Sede es por todo esto. Un caso parecido –parecido diría en los nuevos procedimientos, no en las acusaciones– es el de los Legionarios y ya fue resuelto en su momento por el Papa Benedicto XVI, que en eso estuvo muy firme y muy fuerte. Benedicto no toleraba esas cosas. Y yo aprendí de él a no tolerarlas tampoco. No sé si te respondí. O sea, el estado jurídico hoy día del Sodalicio es “comisariamiento” y a la vez sigue la Visita Apostólica.

[Bene, prima il problema della corruzione. Io non saprei risponderti storicamente riguardo al progresso della corruzione o storicamente in altri posti del mondo. So che in alcuni paesi d’Europa c’è molta corruzione, alcuni, non tutti. Sì, in America latina ci sono molti focolai di corruzione. Ora è di moda parlare di Odebrecht, per esempio. Però questo è un fenomeno che appare [botón de muestra]. L’origine della corruzione è, direi che è il peccato originale che ti porta... Ho scritto un libretto una volta, molto piccolo, che si chiama Corrupción y pecado; e il messaggio che prendo da questo, da questo libro, è “peccatore sì, corrotto no”. Tutti siamo peccatori. Ma io so che tutti noi, quelli che siamo qui — anche io faccio la mia parte e penso bene che voi la facciate — quando ci troviamo in offside [fuorigioco], in un peccato forte: “Bene, questo è male, qua mi sono comportato male con un amico o ho rubato, o ho fatto questo o mi sono drogato”, e allora mi freno e cerco di non farlo. Bene, ma c’è il perdono di Dio su tutto questo. Del peccato non ho paura, ho paura della corruzione, perché la corruzione ti vizia l’anima e il corpo; e un corrotto è tanto sicuro di se stesso che non può tornare indietro. Cioè, la corruzione è come le sabbie mobili da cui volete uscire: e fai un passo e ci vai dentro di più, dentro di più, e ti ha inghiottito. È una palude. Questo sì, è la distruzione della persona umana. Non so se ho risposto e se volete chiedere qualcosa di più sulla corruzione; dopo passo al Sodalizio. Chiaramente il politico ha molto potere. Anche l’imprenditore ha molto potere. Un imprenditore che paga la metà ai suoi operai è un corrotto, e una donna di casa che è abituata e crede che sia la cosa più normale possibile sfruttare le donne delle pulizie, sia con lo stipendio, sia con il modo di gestire, è una corrotta, perché considera questo fatto come normale. Una volta, ricordo una conversazione che ho avuto con una persona, un professionista. Mi diceva come funzionava la cosa. Giovane, avrà avuto trenta anni. Mi diceva che trattava il personale domestico in una maniera per niente nobile, e menzionava le cose che faceva con il personale domestico. Io gli ho detto: “Ma lei non può far questo. Questo è peccato”. “Padre — mi disse — non mettiamo a confronto questa gente con me, questa gente è lì per quello”. Ed è ciò che pensa il trafficante sessuale, il trafficante di lavoro schiavo: i corrotti. E nella Chiesa, c’è corruzione? Sì. Ci sono casi di corruzione nella Chiesa. Nella storia della Chiesa sempre ci sono stati. Sempre ci sono stati, perché uomini e donne di Chiesa sono entrati nel gioco della corruzione. E ciò mi serve da ponte per parlare del Sodalizio. Il Sodalizio iniziò con un caso di una persona che sembrava molto virtuosa, di molte virtù: è morta e investigando si è scoperto che aveva una doppia vita. È il primo caso del Sodalizio che io conosco. Ma questo venti o venticinque anni fa, e dopo una denuncia di abuso, non solo sessuale, ma di abuso di manipolazione di coscienza verso il fondatore. Il processo al fondatore arrivò alla Santa Sede, gli venne inflitta una condanna, non lo si espulse dal Sodalizio, ma vive solo, e una persona lo assiste. Egli si dichiara innocente rispetto alle prove addotte in giudizio e si è appellato alla Segnatura Apostolica, che è la suprema corte di giustizia del Vaticano. La causa è in appello. Per quanto so, [la sentenza] uscirà tra meno di un mese. Dura da un anno il processo. In meno di un mese uscirà. Ma che è successo ora? Quel giudizio è stato un incentivo perché altre vittime di quella persona ricorressero al giudizio civile e ecclesiastico. Allora, se la Segnatura Apostolica mette fine a questo primo giudizio — a favore o contro — ormai non ha senso, perché su quell’uomo, ora sì, ci sono cose molto più gravi su cui si pronuncerà la giustizia, ma sono vari casi gravi, ed è intervenuta la giustizia civile, cosa che in questi casi di abusi sempre è conveniente, perché è un diritto. E, per quello che so, ma non sono molto certo, la cosa è abbastanza sfavorevole al fondatore. D’altra parte, non era una situazione personale solamente, lì c’erano cose non del tutto chiare. Allora, quasi due anni fa, ho mandato un visitatore nel Sodalizio, il cardinale Tobin, vescovo di Newark. Il cardinale Tobin fa la visita; scopre cose che non capisce o che non sono chiare; nomina due verificatori economici e questo è il terzo abuso che ruotava intorno al fondatore: i traffici economici. E dopo uno studio raccomanda di “commissariare” il Sodalizio. È arrivata la sua lettera quattro settimane fa, si è studiato il caso e due settimane fa è stato nominato un commissario. Se attualmente il Sodalizio è “commissariato” dalla Santa Sede è per tutto ciò. Un caso simile — direi nelle nuove procedure, non nelle accuse — è quello dei Legionari e già è stato risolto a suo tempo da Papa Benedetto XVI, che in ciò è stato molto fermo e molto forte. Benedetto non tollerava quelle cose. E ho imparato da lui a non tollerarle nemmeno io. Non so se ti ho risposto. Cioè, lo stato giuridico attualmente del Sodalizio è “commissariamento” e allo stesso tempo prosegue la visita apostolica.]

Juan Paulo Iglesias Mori, de la Tercera

Buenas noches Santo Padre, muchas gracias por esta oportunidad de platearle algunas preguntas sobre el viaje. Yo quería preguntarle a propósito de su primer mensaje en Chile que fue muy duro contra los abusos. Usted habló de “vergüenza”, habló de comprender el dolor de la víctimas, pero el ultimo día en las declaraciones que hizo sobre el obispo Barros hubo también una declaración en que finalmente trató de mentir o calumniar a las víctimas, ¿por qué cree más al testimonio del obispo Barros que al de las víctimas? ¿No se traiciona un poco la confianza hacia esas víctimas que usted mismo planteó en Chile?

Papa Francesco:

Comprendo la pregunta. Sobre Barros hice una declaración, no declaraciones: una. Yo hablé en Chile, y eso fue en Iquique, al final. Hablé en Chile dos veces sobre los abusos: con mucha fuerza delante del gobierno, que era hablar delante de la Patria, y en la catedral con los sacerdotes. El discurso que dije a los sacerdotes es lo que yo siento más profundamente respecto a este caso. Ustedes saben que empezó papa Benedicto con tolerancia cero, yo seguí con tolerancia cero, y después de casi cinco años de Pontificado no he firmado un pedido de gracia. Los Procesos son así: entran en la Congregación para la Doctrina de la Fe y la Congregación da la sentencia… En los casos de quite del estado clerical es definitiva la sentencia en primera instancia; la persona que es condenada tiene derecho a apelar. Hay un Tribunal de Apelación de segunda instancia. El Tribunal de Apelación sabe que si hay pruebas claras de abuso no hay lugar para la apelación; no se apela, lo que sí puede apelarse son los procedimientos: falla de procedimientos, irregularidades…, entonces ahí tiene que sentenciar o revisión de proceso, como en todo juzgado, ¿no es cierto? Si la segunda instancia confirma la primera solamente le queda una salida, a la persona, y es apelar al Papa como gracia. Yo, en cinco años, habré recibido –no sé el número– 20, 25 casos de gracia que se animaron a pedir. No firmé ninguno. Solamente en un caso, que no fue gracia ni nada, fue una discusión de sentencia jurídica, en mi primer año de pontificado, y me encontré con dos sentencias. Una muy seria que venía de la diócesis, y otra que dio la Doctrina de la Fe. La Doctrina de la Fe era la más dura, la que venía de la diócesis era muy seria, con mucha cautela y muy condicionada. O sea, con estas condiciones hay que esperar un tiempo y ver que…, o sea, no cerraba el caso. Como hay que hacer en buena jurisprudencia, siempre a favor del reo, opté por la más leve, con las condiciones. A los dos años se evaluaron que las condiciones no las cumplió y entonces dejé funcionar la otra. Es el único caso que dudé, pero porque eran dos sentencias y había un principio jurídico, in dubio pro reo, ¿no? Y entonces opté por eso. Esa es mi postura. Ahora el caso del obispo Barros. Es un caso que lo hice estudiar, lo hice investigar, lo hice trabajar mucho, y realmente no hay evidencias –uso la palabra evidencia, porque después voy a hablar de la pruebas–, no hay evidencias de culpabilidad, más bien parece que no se van a encontrar porque hay una coherencia en otro sentido. Entonces, en base a ese no haber evidencias es que yo espero alguna evidencia para cambiar de postura, sino aplico el principio jurídico básico en todo tribunal: nemo malus nisi probetur, ninguno es malo a no ser que se pruebe. Y ahí está la palabra “prueba”, que creo que es la que me jugó a mí la mala pasada.

[Estoy hablando en castellano - mi scusi, non me ne sono accorto…]

Estaba entrando y una periodista de Iquique me pregunta: “Nosotros en Chile tenemos el gran problema del obispo Barros, ¿qué piensa usted?”. Creo que las palabras que dije fueron estas: –Primero pensé: “¿Respondo o no respondo?”. Dije, sí. ¿Por qué razón? Porque Barros había sido obispo de Iquique y una feligresa de él me lo preguntaba. Tiene derecho a una respuesta. Y dije: “el día que tenga una prueba voy a hablar”. Creo que dije “no tengo pruebas”, creo, pero no me acuerdo. Pero está registrado, lo puedes encontrar.

[La risposta è stata…].

Yo hablaría de evidencias y claro, yo sé que hay mucha gente abusada que no puede traer una prueba, no la tiene. Y que no puede. O a veces la tiene, pero tiene vergüenza que lo tapa y sufre en silencio. El drama de los abusados es tremendo… es tremendo… A mí me tocó atender hace dos meses una mujer abusada hace cuarenta años –¡cuarenta!–. Casada, con tres hijos. Esa mujer no recibía la comunión desde esa época, porque en la mano del cura veía la mano del abusador. No podía acercarse. Y era creyente, era católica. No podía…

[scusatemi se continuo in spagnolo…].

Así que la palabra prueba no era la mejor para acercarme a un corazón dolorido; yo diría, evidencias… En el caso de Barros se estudió, se reestudió, y no hay evidencias, y eso es lo que quise decir: no tengo evidencias para condenar. Y ahí, si yo condenara sin evidencias o sin certeza moral cometería –yo – un delito de mal juez. Pero hay otra cosa más que quiero decir ¿Vos entendés el italiano?

[Capisco la domanda. Su Barros ho fatto una dichiarazione, non dichiarazioni: una sola. Ho parlato in Cile, e ciò è stato a Iquique, alla fine. Ho parlato due volte in Cile degli abusi: con molta forza davanti al governo, che significava parlare davanti alla patria, e nella cattedrale con i sacerdoti. Il discorso che ho fatto ai sacerdoti è quello che sento più profondamente rispetto a questo caso. Voi sapete che ha iniziato Papa Benedetto con la tolleranza zero, e io ho proseguito con la tolleranza zero, e dopo quasi cinque anni di pontificato non ho firmato una sola richiesta di grazia. I processi sono così: entrano nella Congregazione per la Dottrina della Fede e la Congregazione pronuncia la sentenza. Nei casi di allontanamento dallo stato clericale il giudizio in prima istanza è definitivo; la persona che è condannata ha il diritto di appellarsi. C’è un tribunale d’appello di seconda istanza. Il tribunale d’appello sa che se ci sono prove chiare di abuso non c’è spazio per l’appello; non si fa appello, ciò per cui ci si può appellare sono i procedimenti: difetti nelle procedure, irregolarità, allora lì devi emettere o rivedere la sentenza, come in ogni giudizio, non è vero? Se la seconda istanza conferma la prima, c’è solo una via d’uscita per la persona, e cioè fare appello al Papa come grazia. Io, in cinque anni, avrò ricevuto — non ricordo il numero — venti o venticinque casi di grazia che hanno avuto il coraggio di chiedere. Non ne ho firmato nessuno. Solo in un caso, che non era richiesta di grazia ma la discussione di una sentenza giuridica, nel mio primo anno di pontificato, e mi sono ritrovato con due sentenze. Una molto seria che proveniva dalla diocesi e un’altra data dalla Dottrina della Fede. La Dottrina della Fede era la più dura, quella che proveniva dalla diocesi era molto seria, molto cauta e molto condizionata. Cioè, con queste condizioni: devi aspettare un po’ e vedere, cioè non chiudeva il caso. Come bisogna fare nella buona giurisprudenza, sempre a favore del reo, ho optato per la più lieve, con le condizioni. Dopo due anni, è stato valutato che le condizioni non erano soddisfatte e quindi ho lasciato che fosse applicata l’altra. È l’unico caso in cui ho dubitato, ma perché erano due sentenze e c’era un principio giuridico: in dubio pro reo, giusto? E poi ho optato per quello. Questa è la mia posizione. Ora il caso del vescovo Barros. È un caso che ho fatto studiare, ho fatto fare indagini, ho fatto lavorare molto, e realmente non ci sono evidenze — uso la parola “evidenza”, perché più tardi parlerò delle prove — non ci sono evidenze di colpevolezza e sembra davvero che non se ne troveranno, perché c’è una coerenza in un altro senso. Quindi è in base a questo non avere evidenze che io mi attendo qualche evidenza per cambiare posizione, altrimenti applico il principio giuridico di base in ogni tribunale: nemo malus nisi probetur, nessuno è colpevole fino a prova contraria. E qui è stata la parola “prova”, che credo sia quella che mi ha giocato un brutto scherzo.

Stavo entrando e una giornalista di Iquique mi chiede: «Noi in Cile abbiamo il grande problema del vescovo Barros, cosa ne pensa?». Penso che le parole che ho detto fossero queste, ma prima ho pensato: rispondo o non rispondo? Mi sono detto di sì. Per quale ragione? Perché Barros era stato vescovo di Iquique e una sua fedele me lo chiedeva. Ha diritto a una risposta. E ho detto: «Il giorno in cui avrò una prova parlerò». Credo di aver detto «non ho prove»; credo, ma non ricordo. Ma è registrato, puoi trovarlo. Io parlerei di evidenze e, naturalmente, so che c’è molta gente abusata che non può portare una prova, non ce l’ha. E che non può averla. O a volte ce l’ha, ma ha la vergogna che lo blocca e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo, è tremendo. Ho dovuto occuparmi due mesi fa di una donna abusata quarant’anni fa, quaranta! Sposata, con tre figli. Quella donna non riceveva la comunione da quell’epoca, perché nella mano del sacerdote vedeva la mano dell’abusatore. Non poteva avvicinarsi. Ed era credente, era cattolica. Non poteva.

Dunque la parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato; io direi “evidenze”. Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire. Capisci l’italiano?]

Lo spiegherò in italiano. Uno di voi si è avvicinato a me e mi ha detto: “Ha visto la lettera che è uscita?”, e mi ha fatto vedere una lettera che io avevo scritto alcuni anni fa, quando incominciò il problema di Barros. Quella lettera devo spiegarla, perché è anche una lettera a favore della prudenza con cui è stato gestito il problema Barros. Quella lettera non è la narrazione di un fatto puntuale; quella lettera è la narrazione di più o meno dieci/dodici mesi. Quando è scoppiato lo scandalo Karadima, un uomo di cui tutti conosciamo qual è lo scandalo, si incominciò a vedere quanti sacerdoti che erano stati formati da Karadima erano stati abusati o sono stati abusatori. Ci sono in Cile quattro vescovi che Karadima aveva inviato in seminario. Qualche persona della Conferenza episcopale ha suggerito che questi vescovi – tre, perché un quarto era molto malato e non aveva un incarico diocesano, ma tre avevano un incarico diocesano – se questi vescovi forse non fosse meglio che rinunciassero, dessero le dimissioni, si prendessero un anno sabbatico e poi, passata la tempesta, per evitare accuse… perché sono vescovi bravi, buoni vescovi. Come Barros: Barros aveva allora già vent’anni di episcopato. Stava per finire l’ordinariato militare, perché lui è stato prima ausiliare a Valparaíso, poi vescovo di Iquique e poi ordinario militare per quasi dieci anni. Dice: “Chiediamo le dimissioni a lui, forse spiegandogli…”; e lui generosamente ha dato le dimissioni. E’ venuto a Roma, e io ho detto: “No. Così non si gioca. Perché questo è ammettere colpevolezza previa. Ogni caso, se ci sono colpevoli, si indaga”. E io ho respinto le dimissioni. Questi sono i dieci mesi di quella lettera. Poi, quando è stato nominato [a Osorno], è andato avanti tutto questo movimento di protesta, e lui mi ha dato le dimissioni per la seconda volta. Ho detto: “No, tu vai”. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui: “Tu vai”. E voi sapete cosa è successo lì il giorno della presa di possesso e tutto questo. Si è continuato a fare l’indagine su Barros: non emergono evidenze. Per questo… è quello che io ho voluto dire. Non posso condannarlo, perché non ho le evidenze; ma anch’io sono convinto che sia innocente.

Passo a un terzo punto – quello della lettera l’ho spiegato chiaramente, così come è andato –, passo a un terzo punto: cosa sentono gli abusati. Su questo devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito, ha ferito tanti abusati. “Ah, io devo andare a cercare la certifica di questo, o fare quello…?”. No. E’ una parola di traduzione del principio legale e ha ferito, e chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermi, ma è una ferita fatta senza volerlo. E a me questo fa tanto dolore, perché io li ricevo, e in Cile ne ho ricevuti due, che si sanno; e ce ne sono stati altri più di nascosto. In Perù, no. Ma in ogni viaggio c’è sempre qualche possibilità. Sono stati pubblicati quelli di Philadelphia, quegli altri… due, tre sono stati resi pubblici; altri casi non lo sono stati… So quanto soffrono. Sentire che il Papa dice loro in faccia “portatemi una lettera con la prova”, è uno schiaffo. E adesso io mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, perché non ho pensato a questo. E capisco – come dice l’apostolo Pietro in una delle sue Lettere – l’incendio che si è sollevato. Questo è quello che io posso dirti con sincerità. Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo.

Mi dicono che dopo la turbolenza di Barros e del Sodalizio, ne abbiamo una più meteorologica. Io rimarrei qui. Se voi non avete difficoltà, faremo senza guardarci, da seduti, per non perdere tempo: perché poi viene la cena e ci tagliano la conferenza stampa. Dicono che gli angeli non hanno schiena: vediamo… Io rimarrò in piedi se non si muove; se si muove, continuerò seduto.

Greg Burke:

Rimaniamo in Cile con Matilde Burgos di Cnn/Cile.

Matilde Burgos:

Muchísimas gracias Santidad por este viaje a nuestro país, vi que usted quiere que quede muy claro el caso de Barros, por eso, antes de mi pregunta, quiero especificar algo: ¿Por qué para usted el testimonio de la víctimas no es una evidencia? ¿Por qué no les cree? Y la segunda es: ¿A qué atribuye usted que se considere su visita a Chile como un fracaso de fieles y un fracaso de que la Iglesia queda más dividida?

Papa Francesco:

El testimonio de las víctimas siempre es una evidencia. Siempre. En el caso de Barros no las hay: no hay evidencias. Empezó quizás con esa mala decisión de la renuncia y se lo empezó a acusar. Pero de abuso, no hay evidencias.

[La testimonianza delle vittime sempre è una evidenza. Sempre. Nel caso di Barros non ci sono: non ci sono evidenze. È cominciato forse con quella cattiva decisione delle dimissioni e si è cominciato ad accusarlo. Ma di abuso non ci sono evidenze.]

Matilde Burgos:

De encubrir abusos…

Papa Francesco:

Sí, sí, de encubrir, es un abuso también. O sea, encubrir abuso es un abuso. No hay evidencia. Por eso, lo mejor es que el que cree que es así, a portar las evidencias rápido. Si creen que es así honestamente. Yo en este momento no creo que sea así, porque no la hay, pero tengo el corazón abierto a recibirlas. Y lo otro, de Chile, es un cuento chino. Yo de Chile me vine contento. Yo no esperaba tanta gente en la calle, y eso -no pagamos la entrada, ¿eh? Esa gente no fue pagada ni llevada en colectivo, la espontaneidad de la expresión chilena fue muy fuerte; incluso en Iquique que yo pensé que iba a ser una cosa muy poquita porque Iquique es desierto. Ustedes vieron lo que fue de gente, ¿no? En el sur lo mismo. Y las calles de Santiago hablaban por sí mismas. En eso yo creo que la responsabilidad del informador es ir a los hechos concretos. ¿Y que el pueblo dividido? No sé de dónde sale. Eso es la primera vez que lo oigo. Quizás este caso de Barros es el que lo ha creado, pero ubicándolo en su realidad puede ser por eso. Pero a mí la impresión que me dio es que lo de Chile fue muy grade y gratificante, y muy fuerte. Yo después quisiera volver sobre… –al menos un momento–, de los que más me conmovió de Chile, pero eso antes de pasar a otros temas si tenemos tiempo.

[Sì, sì, di coprire, è lo stesso un abuso. Ossia, nascondere un abuso è un abuso. Non ci sono evidenze. Perciò, la cosa migliore è che chi crede che sia così, porti rapidamente le evidenze. Se onestamente pensano che sia così. Io in questo momento non credo che sia così perché non ce ne sono, ma ho il cuore aperto per riceverle. E l’altra cosa, sul Cile, è una leggenda [cuento chino]. Io dal Cile torno felice. Non mi aspettavo così tanta gente per strada — non abbiamo pagato l’ingresso, eh?, queste persone non sono state pagate o portate nei pullman — la spontaneità dell’espressione cilena è stata molto forte; anche a Iquique, dove pensavo che sarebbe stata una cosa molto piccola perché Iquique è nel deserto. Voi avete visto quanta gente c’era. Nel sud lo stesso. E le strade di Santiago parlavano da sole. In questo credo che la responsabilità di chi informa sia quella di andare ai fatti concreti. E poi il popolo diviso? Non so da dove viene. È la prima volta che lo sento. Forse questo caso di Barros è quello che lo ha creato, ma collocandolo nella sua realtà potrebbe essere per questo. Ma l’impressione che ho avuto è stata molto grande e gratificante, e molto forte. Poi vorrei tornare — almeno un momento — a ciò che maggiormente mi ha commosso del Cile, ma prima di passare ad altri temi se abbiamo tempo.]

Greg Burke:

Passiamo al gruppo italiano, Andrea Tornielli.

Andrea Tornielli, La Stampa:

Sì, Santità, io volevo parlare di quello che Lei ha detto nel giorno passato in Amazzonia, perché c’era in quel discorso anche un elemento, se si vuole, nuovo, cioè, non soltanto la minaccia rappresentata dai grandi gruppi economici ma anche la minaccia – anzi, Lei ha parlato di “perversione” – di alcune politiche ambientaliste che finiscono per soffocare la vita delle persone. Dunque c’è un ambientalismo che è contro l’uomo?

Papa Francesco:

Sì. In quella zona…, io non potrei in questo momento descrivere bene, ma quel proteggere la foresta per salvare alcune tribù che poi sono rimaste fuori e la foresta è finita per lo sfruttamento. Ma il dato più concreto di questo caso è nelle statistiche della zona. Lì credo che tu troverai sicuramente i dati precisi. E’ un fenomeno che per custodire l’ambiente finisce per isolare: sono rimasti isolati da un progresso reale; un fenomeno che si è verificato lì, in quella zona, e nelle informazioni che hanno inviato per preparare il viaggio io l’ho studiato. Grazie.

Greg Burke:

E ora Aura Miguel, di Rádio Renascença.

Aura Vistas Miguel, Radio Renascença:

Santità, la mia domanda riguarda la celebrazione del matrimonio sull’aereo. D’ora in poi, cosa direbbe ai parroci, ai vescovi, quando i fidanzati vengono a chiedere di sposarsi non so dove, spiaggia, parchi, navi, aerei… Cosa direbbe?

Papa Francesco:

Ma Lei si immagina: crociere con matrimonio… Questo sarebbe… Uno di voi mi ha detto che io sono matto per fare queste cose. La cosa è stata semplice. Il signore, l’uomo, era sul volo precedente, lei non c’era. E ho parlato con lui… Dopo, mi sono accorto che mi aveva “sondato”: ha parlato della vita, di cosa pensavo io della vita, della vita di famiglia, parlava…, abbiamo fatto una bella chiacchierata. Poi, il giorno dopo, c’erano tutt’e due, e quando abbiamo fatto le fotografie, loro mi hanno detto questo: “Noi stavamo per sposarci in chiesa, siamo stati sposati con rito civile, ma il giorno prima – si vede che erano di una città piccola – la chiesa è crollata nel terremoto e non c’è stato il matrimonio”. Questo 10 anni fa, 8 forse: nel 2010 è stato il terremoto, 8 anni fa. “Sì, lo facciamo domani, dopodomani… Così è la vita, poi viene una figlia, poi un’altra figlia… Ma sempre noi abbiamo questo nel cuore: noi non siamo sposati”. Io li ho interrogati un po’, e le risposte erano chiare: “Per tutta la vita…” - “E come sapete queste cose? Avete buona memoria del catechismo…” - “No, noi abbiamo fatto i corsi prematrimoniali per quel tempo”. Erano preparati. Ai parroci dica che questi erano preparati, e io ho giudicato che erano preparati. Me lo hanno chiesto: i sacramenti sono per le persone umane. Tutte le condizioni erano chiare. E perché non fare oggi quello che si può fare oggi, e non rimandarlo a domani, un domani che forse sarebbe stato 10, 8 anni in più? Questa è la risposta. Ho giudicato che erano preparati, che sapevano quello che facevano. Ognuno di loro si è preparato davanti al Signore, col sacramento della Penitenza, e poi li ho sposati. E quando sono arrivati qui era tutto finito… Mi hanno detto che avevano detto a qualcuno di voi: “Andiamo dal Papa a chiedere che ci sposi”, non so se è vero o no che avevano quell’intenzione. Così è stata la cosa. Ma si può dire ai parroci che il Papa li ha interrogati bene; e poi quando mi hanno detto che avevano fatto il corso… Ma erano coscienti, erano coscienti che erano in situazione irregolare. Grazie.

Greg Burke:

Santità, abbiamo fatto quasi un’ora però non so se possiamo fare ancora una o due domande…

Papa Francesco:

Sì, sul viaggio.

Greg Burke:

Sì, sul viaggio. Nicole Winfield, Associated Press.

Papa Francesco:

Sì, perché sul Perù [si è detto] quasi niente…

Nicole Winfield:

Ah, no: Cile ancora…

Papa Francesco:

Va bene…

Nicole Winfield, Associated Press:

Santo Padre, ieri il cardinale O’Malley ha fatto una dichiarazione su questi commenti sul vescovo Barros, e ha detto che “parole come queste erano fonte di dolore per i sopravvissuti [le vittime] dell’abuso con l’effetto di farli sentire abbandonati e screditati”. Lei ci ha detto che si sentiva male… Immagino, e mi domando, se sono state proprio le parole del cardinale O’Malley che Le hanno fatto capire questo dolore? E poi, una domanda collegata con questo. La commissione per la protezione dei minori, guidata dal cardinale O’Malley: c’era la scadenza il mese scorso dei primi membri. Ci sono persone che vedono questa scadenza e si domandano se questo è un segno di una non priorità della protezione dei minori…

Papa Francesco:

Ho capito, ho capito. Il cardinale O’Malley… Io ho visto la dichiarazione del cardinale O’Malley, ha detto anche: “Il Papa ha sempre difeso [le vittime]…, il Papa ha tolleranza zero….”. Con questa espressione non felice, è [accaduto] quello che Lei ha detto, e questo mi ha fatto pensare [all’effetto della] parola “prova”…

[Nicole Winfield: Anche calunnia...]

... Calunnia: sì, uno che dice con pertinacia, senza avere l’evidenza, che Lei ha fatto questo, che questo ha fatto questo, questo è calunnia. Se io dico: “Lei ha rubato” - “No, io non ho rubato…” - “Lei ha rubato, ha rubato…”, sto calunniando, perché non ho le evidenze.

[Nicole Winfield: Ma sono le vittime che lo dicono]

Ma io non ho sentito alcuna vittima di Barros…

[Nicole Winfield: Ci sono le vittime di Karadima che dicono che Barros fosse lì...]

... Non sono venuti, non hanno dato le evidenze per il giudizio. E’ un po’ vago questo, è una cosa che non si può prendere. Lei, con buon volontà, mi dice ci sono delle vittime, ma io non le ho viste perché non si sono presentate. E’ vero che Barros era del gruppo dei giovani lì, Barros è entrato nel seminario non so quando, ma porta oggi 24 o 23 anni da vescovo, avrà avuto 15 anni da prete... Da tanti anni, è entrato giovanissimo. Lui dice di non aver visto. Era del gruppo, ma poi è andato per un’altra strada. In questo dobbiamo essere chiari: uno che accusa senza le evidenze, con pertinacia, questo è calunnia. Ma se viene una persona e mi dà l’evidenza, io sono il primo ad ascoltarla. Dobbiamo essere giusti in questo, molto giusti. Io ho pensato a quello che ha detto il cardinale O’Malley, lo ringrazio della dichiarazione perché stata molto giusta, ha detto tutto quello che io ho fatto e faccio e che fa la Chiesa, e poi ha detto il dolore delle vittime, non di questo caso, in genere. Perché, come ho detto all’inizio, ci sono tante vittime che non sono capaci, per vergogna, per quello che sia, di portare un documento, una testimonianza… E’ questo. E la seconda domanda che Lei mi faceva era…?

Greg Burke:

La commissione…

Papa Francesco:

La commissione. La commissione, sì, era nominata per tre anni, credo. E’ scaduta; si studiò la nuova commissione e loro, la commissione stessa, ha deciso di rinnovare il mandato per una parte e per un’altra nominare nuovi [membri]. Il martedì prima della partenza è venuta – della partenza per questo viaggio – è venuta la lista della commissione definitiva e adesso segue l’iter normale della Curia. C’erano alcune osservazioni su qualcuno che si devono chiarire, perché per i nuovi, le persone nuove, si studia il curriculum, come ha fatto… C’erano due osservazioni che dovevano chiarirsi… Però su questo il cardinale O’Malley ha lavorato bene, ha lavorato come si deve la commissione… No, no per favore, non pensare che… I tempi sono i tempi normali di una nomina del genere…

Greg Burke:

Santità facciamo un’ultima domanda. Se è sul viaggio…

Catherine Marciano, AFP:

Santità, uno degli scopi della Chiesa è lottare contro la povertà. Il Cile in vent’anni ha abbassato il livello di povertà dal 40% all’11%. Secondo Lei è il risultato di una politica liberale, c’è del liberalismo secondo Lei? E un’altra piccola domanda a proposito del cardinale Maradiaga… Cosa pensa Lei della notizia di soldi che lo riguarda?

Papa Francesco:

Sul cardinale Maradiaga, non è del viaggio, ma rispondo. Lui ha fatto una dichiarazione filmata, c’è un video, e io dico quello che lui ha detto.

Riguardo al liberalismo, io direi che dobbiamo studiare bene i casi di politica liberale. Ci sono altri Paesi in America Latina con politiche liberali che hanno portato il Paese a una povertà più grande. Lì davvero non saprei cosa rispondere perché non sono tecnico in questo, ma, in generale, una politica liberale che non coinvolge tutto il popolo è selettiva e porta giù. Ma è una regola generale, il caso del Cile davvero non lo conosco così da poter rispondere. Ma vediamo che in altri Paesi in America Latina la cosa va sempre più giù.

Sul viaggio io vorrei dire qualcosa che mi ha commosso tanto. Il carcere delle donne: io avevo il cuore lì. Sempre io sono molto sensibile al carcere e ai carcerati e sempre, quando vado in un carcere, mi domando “perché loro e non io…”. Vedere queste donne, vedere la creatività di queste donne, la capacità di cambiare e voler cambiare vita, di reinserirsi nella società con la forza del Vangelo… Uno di voi mi ha detto: “Ho visto la gioia del Vangelo”. Mi ha commosso questo, davvero ero molto commosso in quell’incontro. E’ una delle cose più belle del viaggio. Poi, a Puerto Maldonado, quell’incontro con gli aborigeni, lasciamo stare perché è ovvio che è commovente, è dare un segno al mondo… Quel giorno c’è stata la prima riunione della Commissione pre-sinodale del Sinodo per l’Amazzonia che sarà nel 2019. Ma sono stato commosso dell’Hogar “Principito”: vedere questi bambini, la maggioranza abbandonati, quei ragazzi e quelle ragazze che sono riusciti, con l’educazione, ad andare avanti... Ci sono professionisti, lì… Questo mi ha commosso tanto. Le opere che portano una persona “in su”, così come le cose di cui abbiamo parlato prima portano la persona “in giù”. Questo mi ha commosso tanto del viaggio. E poi la gente, il calore della gente. Qui oggi era da non credere, cosa era Lima! Da non credere! Il calore della gente… Io dico: questo popolo ha fede e questa fede la contagia a me, e ringrazio Dio per questo.
E ringrazio voi per il lavoro che vi aspetta per fare gli articoli e le notizie che dovete fare. Grazie della pazienza e grazie per aver fatto le domande precise. Grazie tante.

Greg Burke:

Grazie, Santità, per la sua pazienza. Buon riposo, buona cena. Grazie.

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Lunedì 22 gennaio 2018
ROMA
14.15Arrivo all’Aeroporto di Roma/Ciampino

L’aereo con a bordo il Papa di ritorno dal viaggio apostolico in Cile e Perù è atterrato all’aeroporto di Roma-Ciampino alle ore 14.15. Nel corso del viaggio aereo da Lima a Roma, sorvolando la Colombia, il Venezuela, il Portogallo, la Spagna, la Francia e, rientrando infine in Italia, il Santo Padre Francesco ha fatto pervenire ai rispettivi capi di Stato i relativi telegrammi.
“Al rientro dal viaggio apostolico in Cile e Perù, dove ho potuto incontrare numerosi fedeli e rappresentanti di quelle care popolazioni ammirandone la fede e il desiderio di crescita spirituale e sociale – si legge in quello indirizzato al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella – esprimo a lei, signor presidente, il mio cordiale saluto e assicuro una speciale preghiera per il bene, la serenità e la prosperità dell’intera nazione italiana, alla quale invio di cuore la mia benedizione”.
Il Pontefice, com’è ormai consuetudine, si è anche recato a Santa Maria Maggiore per ringraziare la Salus Populi Romani. Lo conferma un tweet del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke.


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Il viaggio apostolico in Cile in un minuto

I momenti più intensi del viaggio apostolico del Papa in Cile: dall’arrivo a Santiago con gli incontri dedicati alle autorità, ai sacerdoti e ai vescovi; alla tappa a Temuco tra le popolazioni indigene della regione poi l’abbraccio con i giovani nel santuario di Maipù e la visita alla Pontificia Università Cattolica del Cile. Infine la Santa Messa celebrata a Iquique.

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Il viaggio apostolico in Perù in un minuto



I momenti più intensi del viaggio apostolico del Papa in Perù: dall’arrivo a Lima fino alla tappa a Puerto Maldomado dove Francesco ha incontrato le comunità indigene dell’Amazzonia. Poi a Trujillo la Santa Messa sulla spianata di Huanchaco e la celebrazione mariana della Virgen de la Puerta. Infine l’abbraccio con le religiose e con i vescovi fino alla Santa Messa a Las Palmas.


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