Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



mercoledì 29 novembre 2017

A Milano l'arcivescovo Delpini indice il Sinodo minore su «La Chiesa dalle genti»


Milano, Delpini convoca un Sinodo sulla «Chiesa dalle genti»

La Chiesa ambrosiana dedicherà il 2018 allo studio di una pastorale che tenga conto della multi etnicità delle parrocchie. L'avvio il 14 gennaio. Coinvolte tutte le parrocchie dell'arcidiocesi

Una Messa nella festa dei popoli all'interno del Duomo di Milano

Un anno di studio, riflessione e scelte per dare vita a una pastorale che tenga conto del cambiamento multietnico delle parrocchie diocesane. E' il cammino che l'arcivescovo di Milano, Mario Enrico Delpini, propone alla Chiesa ambrosiana per il 2018, indicendo un Sinodo minore. Un percorso reso necessario, come spiega lo stesso pastore ambrosiano, con "l'esigenza di aggiornare l'azione pastorale alla luce dei cambiamenti sociali prodotti all'interno della stesse parrocchie della nostra arcidiocesi".

Coinvolte 1.107 parrocchie

Proprio per questo la prima fase di questo cammino è rappresentato dall'ascolto delle 1.107 parrocchie sparse nel vasto territorio su cui si stende l'arcidiocesi di Milano. Un ascolto per conoscere e condividere quanto già ogni comunità parrocchiale fa in questo campo, ma che non ha ancora una dimensione di pastorale condivisa da tutta l'arcidiocesi. 

Perché questo Sinodo diocesano?

Al centro del Sinodo non ci saranno i fenomeni migratori in quanto tali o l'impegno della Chiesa per l'accoglienza, da sempre oggetto di impegno per la Chiesa. Al centro del cammino sinodale c'è l'intenzione di dare vita a una pastorale condivisa in modo che, cristiani italiani e stranieri, possano vivere insieme la loro comune fede "sotto lo stesso campanile". L'obiettivo è quello di evitare due rischi che si possono correre: da una parte i cristiani non italiani costretti a vivere la propria fede e i Sacramenti soltanto all'interno della propria comunità etnica o nazionale, dall'altra quella di doversi adeguare a usi e costumi delle nostre parrocchie perdendo quel patrimonio di cultura e tradizione di cui sono portatori. Il cammino sinodale dovrebbe proprio portare una pastorale capace di trovare un equilibrio all'interno delle comunità parrocchiali

Cosa è un Sinodo?

Dunque l'arcivescovo di Milano ha deciso di affrontare questo tema convocando un Sinodo, che è l'assemblea di sacerdoti e di altri fedeli della Chiesa ambrosiana scelti per prestare aiuto al vescovo in ordine al bene di tutta la comunità diocesana. La Chiesa ambrosiana ha celebrato il suo ultimo Sinodo, il 47°, dal 1993 al 1995, sotto la guida dell'allora arcivescovo Carlo Maria Martini. Sinodo che diede vita a norme che ancora oggi regolano la vita dell'arcidiocesi sotto tutti i suoi aspetti.

Cosa è un Sinodo minore?

Quello convocato dall'arcivescovo Delpini è un Sinodo minore, chiamato così perchè non tratterà appunto tutti gli aspetti della vita della Chiesa, come accadde 22 anni fa, ma un solo tema. In questo caso quello espresso chiaramente nel titolo dell'evento ecclesiale: "Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive. Linee diocesane per la pastorale".
Le tappe del Sinodo diocesano 2018

L'arcivescovo di Milano Mario Enrico Delpini il giorno del suo ingresso ufficiale il 24 settembre 2017

Il cammino sinodale sarà ufficialmente aperto il 14 gennaio 2018 - Giornata mondiale del migrante e del rifugiato - con la presentazione all'arcidiocesi del Sinodo minore da parte dell'arcivescovo Delpini. Partirà una fase di consultazione delle 1.107 parrocchie, attraverso i loro consigli pastorali, e dei decanati, in modo da coinvolgere sia i sacerdoti sia i fedeli laici. Una fase di ascolto che si concretizzerà in contributi e ideeche saranno inviati entro la Pasqua 2018 (il 1° aprile) alla Commissione di coordinamento, che dovrà a questo punto predisporre un documento di lavoro su cui il Consiglio pastorale diocesano e il Consiglio presbiterale rifletteranno per giungere all'elaborazione di una nuova pastorale che tenga conto della multietnicità delle parrocchie ambrosiane. Le conclusioni saranno illustrate dall'arcivescovo il 3 novembre 2018, vigilia della memoria liturgica di san Carlo Borromeo, co-patrono dell'arcidiocesi e promotore come pastore della Chiesa ambrosiana dei suoi primi 11 Sinodi diocesani.

La Commissione di coordinamento

Tutto il cammino sinodale è stato affidato dall'arcivescovo Delpini a una Commissione di coordinamento, che è presieduta da monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, carità, missione e azione sociale. Accanto a lui ci saranno due segretari: il vescovo ausiliare e vicario episcopale per i Consigli diocesani, Paolo Martinelli, e il responsabile dell'Ufficio della pastorale dei migranti don Alberto Vitali. Della Commissione fanno parte anche 18 consiglieri, di cui dieci sono laici. Seguiranno tutte le fasi del cammino sino alla conclusione del 3 novembre con la promulgazione da parte dell'arcivescovo del decreto legislativo con cui vengono stabilite le nuove costituzioni sinodali, che andranno ad aggiornare il capitolo 14 del 47° Sinodo diocesano del 1995 dedicato proprio alla "pastorale degli esteri", terminologia che da sola mostra come l'approccio al tema abbia fatto il suo tempo e non risponda alla situazione attuale. "L'esito sarà una Chiesa maggiormente consapevole della propria cattolicità - commenta il presidente della Commissione di coordinamento, monsignor Bressan -, impegnata a tradurre questa consapevolezza in scelte pastorali condivise e capillari sul territorio diocesana. Una Chiesa dalle genti che con la propria vita quotidiana saprà trasmettere serenità e capacità di futuro anche la resto del corpo sociale".
(fonte: Avvenire articolo di Enrico Lenzi 28/11/2017)

Stessa religione cattolica, ma lingue e culture diverse. Come vivere la fede nelle parrocchie sempre più multietniche? Monsignor Bressan: «Avremo una diocesi più consapevole e più capace di trasmettere fiducia per il futuro»


Scarica:

martedì 28 novembre 2017

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN MYANMAR E BANGLADESH (26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017) 2 - Incontri con i leader religiosi e con le autorità del Myanmar (cronaca, foto, testi e video)

VViaggio Apostolico del Santo Padre in Myanmar e Bangladesh (26 novembre - 2 dicembre 2017)VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MYANMAR E BANGLADESH
26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017




28 novembre 2017
Seconda giornata per il Papa in Myanmar


Alle ore 10 locali (ore 04.30 di Roma) Papa Francesco ha ricevuto la visita di un gruppo di 17 rappresentanti delle religioni presenti nel Paese: buddisti, islamici, hindu, ebrei e, per quanto riguarda i cristiani, il Consiglio delle Chiese, gli anglicani e i battisti oltre ad alcuni esponenti cattolici.

L'incontro si è svolto nel refettorio dell'arcivescovado di Yangon ed è durato 40 minuti dalle 10 alle 10.40 ora locale. Clima cordiale, come riferisce il portavoce vaticano Greg Burke, con i diversi esponenti religiosi che hanno preso ognuno brevemente la parola, dopo una una piccola introduzione del vescovo John Hsane Hgyi. Il Papa, che ha parlato in spagnolo (testo integrale) con traduzione in inglese, ha citato il salmo che sottolinea come è bello che i fratelli siano uniti.

«Siamo fratelli, ha aggiunto Francesco, uno è il padre e non dobbiamo avere paura delle differenze. Ognuno ha i suoi valori e la sua ricchezza e le sue mancanze. lo stesso vale per le religioni. Unità non è uniformità, piuttosto una armonia, invece la tendenza attuale verso la uniformità è una colonizzazione culturale. tra le differenze etniche e religiose serve il dialogo».
«In questo modo - ha proseguito il Papa - potremo aiutarci reciprocamente a edificare questo Paese. Anche se litighiamo, dobbiamo essere pronti come fratelli a riconciliarci. Questo, ha concluso il Papa, è l'unico modo per costruire la pace». 

Francesco ha voluto terminare l'incontro con una preghiera «da fratello ai fratelli» augurando a tutti che il Signore li benedica e li protegga e che il suo volto risplenda di fronte a ognuno e gli mostri la sua grazia e gli doni la sua pace.







Dopo l'incontro interreligioso e prima di celebrare la Messa in privato, il Papa ha ricevuto brevemente il leader buddista Sitagu Sayadaw, sempre nel tentativo di incoraggiare la pace e la convivenza fraterna in Myanmar. 

Dopo il pranzo, il Papa si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Yangon da dove, alle ore 14 locali (8.30 ora di Roma), decolla a bordo di un B737 della MAI (Myanmar Airways International) alla volta di Nay Pyi Taw.

Al Suo arrivo all’Aeroporto Internazionale di Nay Pyi Taw, Papa Francesco è stato accolto da un Ministro Delegato del Presidente. Quindi si è recato in auto al Palazzo Presidenziale dove, nel piazzale antistante, alle ore 15.50 locali (10.20 ora di Roma), ha avuto luogo la Cerimonia di benvenuto in Myanmar.

Dopo l’esecuzione degli inni, gli onori militari e la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Santo Padre Francesco e il Presidente della Repubblica dell’Unione del Myanmar, Sig. Htin Kyaw, entrano nel Palazzo Presidenziale per la Visita di cortesia.
Il Papa firma il Libro d’Onore in cui ha scritto: «Sull'amato popolo del Myanmar invoco la divina benedizione di giustizia, pace e unità».

Quindi, nella Credentials Hall, al pianterreno, si svolge l’incontro privato che si conclude con la presentazione dei familiari e lo scambio dei doni. 
Al termine, il Presidente accompagna Papa Francesco nella Sala del Corpo Diplomatico per l’incontro con il Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri, Sig.ra Aung San Suu Kyi, insignita nel 1991 del Premio Nobel per la Pace.

Successivamente, il Santo Padre si trasferisce in auto al Myanmar International Convention Center per l’incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico.






Il discorso di San Suu Kyi

La signora nel discorso pubblico rivolto al Papa, lo ha ringraziato per quanto ha fatto finora per la pacificazione in Myanmar. La leader che ha molto sofferto a causa del suo impegno politico ha voluto sottolineare l'impegno del suo governo per «proteggere i diritti, promuovere la tolleranza, garantire la sicurezza per tutti», portando avanti «il processo di pace basato sul cessate il fuoco a livello nazionale». Pace basata sulla giustizia, ha rimarcato citando anche l'insegnamento dei cristiani.
Quindi, con accenti espliciti e coraggiosi in cui non ha nascosto i problemi, ha anche fatto accenno alla questione dei Rohingya, pur senza pronunziare la parola. «Tra le molte sfide che il nostro governo ha dovuto affrontare – ha detto -, la situazione nel Rakhine ha catturato più fortemente l'attenzione del mondo. Mentre affrontiamo questioni di lunga data, sociali, economiche e politiche, che hanno eroso la fiducia e la comprensione, l'armonia e la cooperazione, tra le diverse comunità di Rakhine, il sostegno della nostra gente e dei buoni amici che desiderano vederci solo nei nostri sforzi, è stato inestimabile. Santità, i doni di compassione e di incoraggiamento che Lei ci porta saranno apprezzati e prendiamo a cuore le Sue parole nel messaggio per la cinquantesima Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio 2017». Parole che esortano anche i politici a far tesoro delle beatitudini nella loro azione politica.
«Le sfide che affronta il Myanmar – ha aggiunto - sono molte e ogni sfida richiede forza, pazienza e coraggio. La nostra nazione è un ricco arazzo di diversi popoli, lingue e religioni, tessuti su uno sfondo di grande potenziale naturale. Lo scopo del nostro governo è di far emergere la bellezza delle nostre diversità». «La strada per la pace non è sempre levigata – ha concluso San Suu Kyi -, ma è l'unico modo che porterà il nostro popolo al sogno di una terra giusta e prospera che sarà il loro rifugio, il loro orgoglio, la loro gioia. La ricerca della pace deve essere rafforzata dal raggiungimento di uno sviluppo sostenibile sviluppo, in modo che il futuro delle prossime generazioni possa essere assicurato». San Suu Kyi ha infine detto in italiano: «Continuiamo a camminare insieme».

Guarda il video



Il discorso di Papa Francesco

Signora Consigliere di Stato,
Onorevoli Membri del Governo e altre Autorità,
Signor Cardinale, Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Distinti Membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori,

Esprimo viva riconoscenza per il gentile invito a visitare il Myanmar e ringrazio la Signora Consigliere di Stato per le sue cordiali parole.

Sono molto grato a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per rendere possibile questa visita. Sono venuto, soprattutto, a pregare con la piccola ma fervente comunità cattolica della nazione, per confermarla nella fede e incoraggiarla nella fatica di contribuire al bene del Paese. Sono molto lieto che la mia visita si realizzi dopo l’istituzione delle formali relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede. Vorrei vedere questa decisione come segno dell’impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all’interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile.

Vorrei anche che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo. Il Myanmar è stato benedetto con il dono di una straordinaria bellezza e di numerose risorse naturali, ma il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo, che ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. Poiché la nazione è ora impegnata per ripristinare la pace, la guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale. Posso solo esprimere apprezzamento per gli sforzi del Governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di Pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa.

In effetti, l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. La sapienza dei saggi ha definito la giustizia come la volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre gli antichi profeti l’hanno considerata come il fondamento della pace vera e duratura. Queste intuizioni, confermate dalla tragica esperienza di due guerre mondiali, hanno portato alla creazione delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come base per gli sforzi della comunità internazionale di promuovere in tutto il mondo la giustizia, la pace e lo sviluppo umano e per risolvere i conflitti mediante il dialogo e non con l’uso della forza. In questo senso, la presenza del Corpo Diplomatico in mezzo a noi testimonia non solo il posto che il Myanmar occupa tra le nazioni, ma anche l’impegno del Paese a mantenere e osservare questi principi fondamentali. Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune.

Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, esse possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire.

Quel futuro è ancora oggi nelle mani dei giovani della nazione. I giovani sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione. Questo è un requisito urgente di giustizia tra le generazioni. Il futuro del Myanmar, in un mondo in rapida evoluzione e interconnessione, dipenderà dalla formazione dei suoi giovani, non solo nei settori tecnici, ma soprattutto nei valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace a tutti i livelli della società. La giustizia intergenerazionale richiede altresì che le generazioni future possano ereditare un ambiente naturale incontaminato dall’avidità e dalla razzia umana. È indispensabile che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del loro Paese, anzi, dell’intera famiglia umana.

Signora Consigliere di Stato, cari amici!

In questi giorni, desidero incoraggiare i miei fratelli e sorelle cattolici a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare. È mia speranza che, nella cooperazione rispettosa con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, essi contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione. Lunga vita al Myanmar! Vi ringrazio per la vostra attenzione e, con i migliori auguri per il vostro servizio per il bene comune, invoco su tutti voi le benedizioni divine di saggezza, forza e pace. Grazie.

Guarda il video del discorso di Papa Francesco


Guarda il video integrale dell'incontro con le autorità



Il cardinale Gerhard Müller è il nuovo leader a capo di un movimento contro il Papa?


«C’è un fronte dei gruppi tradizionalisti, così come dei progressisti, che vorrebbe vedermi a capo di un movimento contro il Papa. Ma io non lo farò mai. Ho servito con amore la Chiesa per 40 anni da prete, 16 anni da cattedratico della teologia dogmatica e 10 anni da vescovo diocesano. Credo nell’unità della Chiesa e non concedo a nessuno di strumentalizzare le mie esperienze negative degli ultimi mesi. Le autorità della Chiesa, però, devono ascoltare chi ha delle domande serie o dei reclami giusti; non ignorarlo o, peggio, umiliarlo. Altrimenti, senza volerlo, può aumentare il rischio di una lenta separazione che potrebbe sfociare in uno scisma di una parte del mondo cattolico, disorientato e deluso. La storia dello scisma protestante di Martin Lutero di cinquecento anni fa dovrebbe insegnarci soprattutto quali sbagli evitare». Il cardinale Gerhard Müller parla con voce piana e un marcato accento tedesco. Siamo nell’appartamento di Piazza della Città Leonina che in passato aveva occupato Joseph Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, in un palazzo abitato da alti prelati.

Müller, forse il più rispettato teologo cattolico, è l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sostituito a sorpresa nel luglio scorso da Jorge Mario Bergoglio. «Il Papa mi confidò: “Alcuni mi hanno detto anonimamente che lei è mio nemico” senza spiegare in qual punto», racconta affranto. «Dopo quarant’anni al servizio della Chiesa, mi sono sentito dire questo: un’assurdità preparata da chiacchieroni che invece di instillare inquietudine nel Papa farebbero meglio a visitare uno strizzacervelli. Un vescovo cattolico e cardinale di Santa Romana Chiesa è per natura con il Santo Padre. Ma credo che, come diceva il teologo del Cinquecento, Melchior Cano, i veri amici non sono coloro che adulano il Papa ma quelli che lo aiutano con la verità e la competenza teologica ed umana. In tutte le organizzazioni del mondo i delatori di questa specie servono solo se stessi».

Parole dure, risentite, di chi sente di avere subito un torto immeritato. Il cardinale esclude, come sostengono alcune voci allarmistiche, che qualcuno stia ordendo complotti contro Francesco, in polemica con alcune prese di posizione ritenute troppo progressiste: lo considera «un’assoluta esagerazione». Ma ammette che la Chiesa è percorsa da tensioni profonde. «Le tensioni nascono dalla contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista», secondo Müller. Si tratta di minoranze, ma agguerrite.
...

La clamorosa uscita, pubblicata ieri dal “Corriere della Sera”, del cardinale Müller, ex Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, che sferra un duro attacco a PapaFrancesco sta facendo discutere l’opinione pubblica. Ne parliamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista del ilfattoquotidiano.it, che ha appena pubblicato il libro dal titolo “Sedevacantisti”. Un libro importante per chi vuole saperne di più sull’attuale conflitto interno alla Chiesa Cattolica.
...
Spero che questa intervista non sia davvero un “pizzino” di Müller al Papa. Sarebbe gettare fango sulla porpora che indossa e che gli ha dato proprio Francesco. Dire che un gruppo di tradizionalisti, ma anche di progressisti lo vuole a capo di una fronda anti Bergoglio è già scendere in campo e dichiarare la sua disponibilità a ricoprire un ruolo che finora aveva svolto, in maniera inefficace secondo i nemici del Papa, il cardinale Burke. Bisogna cambiare leader e trovarne uno più autorevole e credibile e Müller, agli occhi degli oppositori papali, ha il curriculum giusto. Con la sua intervista il porporato non fa che dimostrare che i nemici del Papa hanno ragione e che hanno puntato sul cavallo giusto. Non si può parlare di unità nella Chiesa, di comunione col Papa, e poi puntargli il dito pubblicamente con una reprimenda durissima. Certamente nell’intervista traspare la grande amarezza di Müller per essere stato licenziato da Francesco dalla guida della Congregazione per la dottrina della fede, ma ciò non può giustificare o addirittura assolvere il comportamento del cardinale nei confronti del Papa.
...
Premetto una cosa: Müller, almeno pubblicamente, ha sempre difeso l’Amoris laetitia affermando che rispetta pienamente il magistero della Chiesa. Forse pensava che bastasse questa difesa, per così dire, d’ufficio per garantirsi la fiducia del Papa. Ma si è dovuto ricredere. Francesco non ama gli adulatori. Le posizioni di Müller su tantissimi temi teologici stonano con le aperture che Bergoglio, dopo un cammino sinodale di due anni, fa nella sua esortazione. Mi sembra a dir poco ridicolo che si parli ancora dei “dubia”. Francesco risponde ogni giorno nelle omelie che pronuncia durante la sua messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta. Non di rado, infatti, il Papa attacca coloro che sono rigidi come i farisei nell’applicazione della legge e non conoscono la misericordia. Francesco ha indetto un Giubileo straordinario della misericordia che mi sembra la migliore risposta ai “dubia”. Se uno è sordo non è certo colpa di Bergoglio. Disorientamento nella Chiesa? Non credo. Chi cerca di alimentarlo è già fuori della Chiesa e lo fa solo per colpire il Papa. Si poteva dire lo stesso del pontificato di san Giovanni XXIII quando Roncalli annunciò la volontà di indire il Concilio Ecumenico Vaticano II. Ma senza quell’evento oggi la Chiesa cattolica molto probabilmente sarebbe quasi scomparsa.
...
Se il cardinale vuole la Chiesa del Sant’Uffizio con le scomuniche e i roghi ha sbagliato secolo. Credo che Francesco stia testimoniando al mondo, e non solo al cattolicesimo, i grandi valori morali e culturali e le grandi verità di fede di cui il cristianesimo è depositario da duemila anni. Pensiamo soltanto alla drammatica emergenza dei profughi e agli appelli costanti del Papa sempre accompagnati da gesti forti ed eloquenti.
...
Certamente Francesco è un Pontefice che pone seri interrogativi, che mette in discussione il “si è sempre fatto così”, che invita a superare la mentalità corrotta e collaudata della Curia romana e delle gerarchie ecclesiali. Tutto ciò non trova naturalmente accoglienza e disponibilità in tutti, bensì anche avversione in chi, pensando la Chiesa come una grande azienda, si vede distrutta una carriera che vedeva già assicurata. Promozioni e porpore con Francesco non sono più automatiche e scontate e quindi nei carrieristi nasce subito un sentimento di avversione nei confronti del Papa. Un’avversione che mette in moto alcune azioni tese a sabotare il pontificato e a costringere Bergoglio a dimettersi. I sedevacantisti vogliono soltanto accelerare il prossimo conclave.
...
Francesco resisterà perché si sente parte di un disegno molto più grande di lui. È a guida della Chiesa per servire l’umanità e lo fa con una umiltà e una grandezza impressionanti. Che ci siano delle resistenze è più che normale, anche a livello di Conferenze Episcopali. 
...
Ultima domanda: Papa Francesco come vive tutto questo?
Ridendo. Credo che dopo essersi fatto una grande risata il Papa pensi alla sua agenda quotidiana che è abbastanza ricca. Francesco non si lascia turbare da nulla di tutto ciò. Va avanti spedito nella sua missione. Preferisce abbracciare un povero, un sofferente, un profugo piuttosto che perdere tempo con chi lo definisce eretico. E non si può non ammettere che fa proprio bene.



Le gravi affermazioni del Card. Mueller contro papa Francesco
di Andrea Grillo

Le accuse che il card. Mueller ha rivolto ieri al papa, direttamente o indirettamente, sono molto gravi e meritano di essere accuratamente identificate. Allego, in appendice, il testo integrale della intervista, di cui commento qui solo gli aspetti più problematici. Presentato da Massimo Franco come “forse il teologo cattolico più rispettato” – espressione davvero ambigua e senza fondamento - nel corso della intervista dimostra proprio di essere debole sul versante squisitamente teologico intorno alle questioni affrontate. Ma andiamo per ordine:

a) la richiesta di “leadership ostile” e la fedeltà

Massimo Franco le definisce “parole dure e risentite”: come un Giobbe offeso, Mueller chiede conto al Papa della ingiustizia subita e dei consiglieri satanici… un quadro a dir poco paradossale e davvero privo di temperanza. Un uomo di Chiesa, che voglia salvaguardare la comunione, in questi casi tace, o parla con discrezione e misura. Se invece parla accusando apertamente il papa di ingiustizia, si chiama fuori dalla Chiesa, si isola su una turris eburnea molto isolata e non poco autoreferenziale. E la sua ribadita fedeltà al Romano Pontefice è puramente formale, astratta. In concreto continua a lottare contro il pontificato, in modo vistosamente sleale. Se “per natura” dice di essere con il Santo Padre, non dimostra affatto di esserlo per cultura.

b) la minaccia di scisma

Se passa il messaggio di una “ingiustizia da parte della Curia romana”… ma che cosa sta facendo Mueller da 5 anni se non continuamente insistere su questa ingiustizia? In un certo senso Mueller mette in guardia la Chiesa da se stesso. Fin dall’inizio ha interpretato se stesso, come Prefetto, come “correttore del papa”. E ora pretende di parlare “super partes”? Come se fosse un osservatore romano disinteressato? Come se non fossero state proprio le sue parole ad alimentare la fronda nostalgica e tradizionalista? La minaccia di scisma è la coda di paglia di chi non ha argomenti teologici e spirituali da contrapporre alla svolta conciliare di papa Francesco. Dare credito ai “dubia” di 4 cardinali e alla lettera di accuse di 62 cattolici poco competenti è un errore irrimediabile del suo approccio.

c) la presunta debolezza teologica e spirituale

Molto grave, ma non nuova, è la affermazione secondo cui oggi la Chiesa di Francesco sarebbe più debole teologicamente e spiritualmente. Questo è davvero il colmo. Mueller identifica nella autoreferenzialità teologica degli ultimi 30 anni il modello teologico e spirituale che “conserva lo status quo”. Per Mueller questo è l’orizzonte: quieta non movere et mota quietare. Non riconosce affatto né la grande dinamica spirituale introdotta dal pontificato di Francesco, né il grande approfondimento teologico, che ha ripreso lo slancio della fase conciliare di riflessione nella Chiesa. Il sintomo più grave di questa lettura deficitaria è la esigenza di “superare la definizione di Chiesa come ospedale da campo”. Quella affermazione è lo specchio di una profonda e forse irrimediabile estraneità di L. Mueller alla Chiesa conciliare, ripensata 50 anni dopo in modo dinamico e capace di “prendere la iniziativa”. Egli legge come “cedimento alla immanenza” la logica della incarnazione. E questo compromette tutto. Applica al papato di Francesco schemi antimodernistici e resta giocato dalla sua teologia non aggiornata. Un deficit teologico sta alla radice del disagio.

d) La domanda di “teologia accademica” e il ruolo della Congregazione

Bisogna infine sottolineare l’esito ultimo di questo approccio distorto al pontificato: la percezione, che Mueller ripete più volte, secondo cui Francesco sarebbe più un sovrano che un “padre nella fede”. Questo è davvero difficile da capire. Se c’è un papa che ha recuperato, non solo nell’immaginario collettivo, ma nel cuore stesso della Chiesa, la qualità “paterna e fraterna”, è proprio Francesco. E questo è dovuto non anzitutto al suo “personaggio mediatico”, ma alla sua spiritualità e alla sua teologia. Su questo punto Mueller sembra aver vissuto, in questi 5 anni, in un altro mondo, in un’altra storia, con altre prospettive e preoccupazioni. Anche la domanda di “teologia accademica” mi sembra paradossale. Proprio il questi 5 anni abbiamo avuto una ripresa e un rilancio del pensiero teologico, che ha riscoperto profondamente il prezioso tesoro della sua immaginazione, della sua incompletezza e della sua inquietudine nel restituire il “depositum fidei” con nuova forza e con efficace eleganza. Le “tre i” con cui Francesco ha identificato il “lavoro teologico” sembrano totalmente estranee alla cultura di L. Mueller. Che un teologo tanto sordo alle prospettive teologiche e spirituali di Francesco e tanto preoccupato di dover condizionare come Prefetto un papato davvero proficuo avesse la pretesa di restare in carica e di condizionare così pesantemente il pontificato, risulta difficile da comprendere.
(fonte: Come se non)

Per approfondire vedi anche i post (all'interno altri link)


Pellegrinaggio: un ritorno a Dio di Enzo Bianchi


Pellegrinaggio: 

un ritorno a Dio
di Enzo Bianchi



Pubblichiamo il testo che accompagna la sezione «Pellegrinaggio» della mostra «Odissee» a Palazzo Madama - Torino. L'esposizione approfondisce il tema del viaggio e delle migrazioni attraverso un centinaio di opere provenienti diversi musei.

La metafora del pellegrinaggio

Antropologi, sociologi e studiosi delle religioni sono concordi nel ritenere il pellegrinaggio come uno dei fenomeni più antichi e diffusi della storia umana. Anche la definizione più scarna del viaggiare – “trasferirsi da un luogo all’altro” – si carica di molteplici significati non appena la leghiamo al pellegrinaggio e riflettiamo su cosa intendiamo per “luogo”, su cosa pensiamo dicendo “altro”, su cosa comporta “trasferirsi”. Anche nell'ambito storico-mitologico proprio della tradizione giudeo-cristiana il viaggio inteso come esodo, pellegrinaggio costituisce il paradigma capace di fornire la chiave di lettura dell'intera rivelazione biblica. Così “tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si riscopre ogni giorno l’amore incondizionato per ogni creatura umana, e in particolare per ‘il figlio perduto’”(Giovanni Paolo II, TMA 49).

Se il pellegrinaggio, infatti, è metafora dell’intera esistenza umana, allora diviene anche il “luogo” in cui il cristiano è chiamato alla santità, il percorso che ha come meta visibile un “luogo santo”, ma come scopo, la santificazione del pellegrino, “figlio perduto” che ritrova la propria santità nel cammino verso la santità del Padre che lo attende. In realtà il pellegrinaggio ha una dimensione paradossale: il pellegrino lascia la propria terra, la propria casa per andare verso un “altrove”, percepito come luogo in cui poter ritrovare le proprie radici: si mette in movimento cioè per ritrovare stabilità, saldezza. Ricordiamo il salmo che fa di Gerusalemme, luogo santo per eccellenza, luogo di pellegrinaggio, non solo la meta ma innanzitutto la “radice” di tutti i popoli: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli: Là costui è nato. E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti” (Sal 87,5-7). In altre parole nel pellegrinaggio si va verso se stessi, si risale alle proprie origini, a ciò che ci fa sussistere, si torna al proprio cuore, un cuore però decentrato da se stesso, un cuore nuovo e antico, un cuore “altro”, unificato, deposto in noi dalla misericordia del Padre.

La meta del pellegrinaggio

È in questo senso che emerge anche l’importanza dei due elementi fondamentali e complementari del pellegrinaggio: da un lato il viaggio stesso, l’essere in movimento, l’iter che si compie, dall’altro il luogo a cui si desidera pervenire. Lo snodarsi del viaggio ha una dimensione di esodo, di uscita dal proprio mondo, di costante cambiamento di prospettive, di orizzonti, di panorami, un’inesauribile ricchezza di volti e paesaggi nuovi, un’alternanza del pensiero tra il luogo noto e certo che si è lasciato e l’ignoto cui si va incontro e del quale si sa solo che può offrirci nuova e duratura saldezza. La meta del pellegrinaggio deve dal canto suo essere chiara fin dalla partenza: “nessun vento infatti è favorevole alla nave che non sa a quale porto vuole approdare”, ammoniva Seneca. E questa sua qualità di “meta”, di telos, di compimento le viene proprio dal poter offrire al pellegrino che le corre incontro quel clima di anelito alla santità, quello “spazio sacro” di fronte al quale ci si toglie i calzari del viandante, quel “faccia a faccia” con la verità che fa esclamare “Dio è là”.

Il pellegrinaggio come ritorno a Dio

I rabbini si chiedevano chi preghi veramente e di più: il credente o Dio? E concludevano che Dio prega gli uomini molto di più di quanto gli uomini facciano con Dio, perché egli sempre prega gli uomini di ritornare a lui: “Ritornate, ritornate a me”, dice il Signore (cf. Ger 3,12.14.22; 4,1; Mal 3,7; ecc.), “Uomo, dove sei?” (Gen 3,9). Dio prega gli uomini affinché tornino a lui intraprendendo un cammino, un itinerario dalle regioni dell'idolatria, dall'alienazione della morte per approdare alla comunione con lui, trovando così pienezza di vita, di pace, di shalom. Dice infatti il Signore, il Santo di Israele: "Nel ritornare a me (nella conversione) e nella riconciliazione sarà la vostra salvezza" (Is 30,15).

Nel pellegrinaggio cristiano autentico, al cammino materiale dell'homo viator deve corrispondere il cammino del “ritorno” (teshuvà-metánoia) a Dio, cammino destato e voluto dal Signore che chiama: questo cammino dunque è un dono, è la risposta a una chiamata, alla preghiera che Dio rivolge a ogni essere umano. Dio non sta solo alla fine del cammino di conversione, quando ci appare con le braccia aperte del Padre che ci viene incontro perché ci ha visto da lontano (Lc 15,20), ma, con la sua presenza invisibile eppure efficace, Dio sta anche all'inizio di tale cammino perché è lui che crea in noi il desiderio di camminare per ritornare a lui. Per questo il profeta prega: "Signore, fa' che ritorniamo!" (Sal 80,4.8.20), e ancora: "Facci ritornare, Signore, e noi ritorneremo" (Lam 5,21; cf. Ger 31,18). Si potrebbe dire che la conversione implica un esodo, una uscita da e un andare verso che ha come meta Dio stesso.

Pellegrinaggio verso l’alto

Se questo è il senso più marcatamente cristiano del pellegrinaggio, la pratica del camminare verso un luogo animati da un’intenzione spirituale è comune a ogni universo religioso. In particolare, in ogni tempo e in tutte le tradizioni culturali, religiose e spirituali, la “montagna” – a prescindere dalla sua altezza effettiva – ha costituito un rimando simbolico alla dimensione del sacro. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che il rilievo montuoso mette in connessione fisica e visiva i due elementi sacrali per eccellenza: la terra – la grande madre, il grembo fecondo di vita e di frutti – e il cielo, quella volta abitata dagli astri che comunica all’essere umano la percezione della trascendenza e dell’immortalità. Né si possono dimenticare gli elementi che favoriscono la simbolica dell’accostarsi alla montagna come cammino di ascesa interiore e di ricerca di sé: si pensi alla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, oppure all’alternarsi di salite e discese, o ancora allo sforzo (ascesi) necessario per l’ascesa e alla preparazione che obbliga al caricarsi del solo necessario; anche l’affinarsi dell’aria, il rarefarsi della vegetazione, il semplificarsi dei colori, l’alternarsi delle condizioni meteorologiche contribuiscono a un analogo cammino interiore di purificazione. Inoltre, le montagne ispirano per la forma stessa di paesaggio che determinano, una sensazione di timore, una percezione del “numinoso” che sembra abitarle: non è un caso se molte culture di tipo tradizionale le hanno sempre ritenute dimora di dèi e demoni, quindi luoghi da temere e venerare. Vi è una sorta di filo rosso che collega montagne lontane e tradizioni remote, rendendole vicine e contemporanee: la valorizzazione di antri e grotte, la costruzione di templi e memoriali, la pratica di pellegrinaggi e riti ricorrenti paiono costituire una sorta di linguaggio universale che l’essere umano non ha mai cessato di conoscere, di praticare e di arricchire. E in questo senso le immagini sono a volte ancora più eloquenti delle parole: di fronte all’incanto di certi paesaggi o all’imponenza di monti e vette si fatica a discernere di primo acchito a quale tradizione religiosa o spirituale appartengano, anche perché non sono rari i casi di luoghi che nel corso dei secoli hanno assunto valenza simbolica per fedi via via diverse.

Non sorprende allora che sia comune a molte tradizioni spirituali parlare di “vette della conoscenza” o il dato che momenti chiave della rivelazione e del rapporto con il sacro e il santo siano avvenuti “sul monte”: la sua forza simbolica è tale che anche umili colline sono chiamate “montagne” nel momento in cui divengono luogo dell’incontro con una realtà più grande e più profonda dell’uomo, meta di un pellegrinaggio che è prima di tutto interiore.

Pubblicato su: La Stampa


lunedì 27 novembre 2017

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN MYANMAR E BANGLADESH (26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017) 1 - viaggio e arrivo a Yangon (cronaca, foto, testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO
IN MYANMAR E BANGLADESH
26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2017

Come è ormai sua consuetudine alla vigilia di ogni viaggio internazionale, Papa Francesco si è recato sabato sera in visita privata nella Basilica di Santa Maria Maggiore sostando in preghiera davanti all’icona di Maria Salus Populi Romani a cui ha affidato la sua visita in Myanmar e Bangladesh.

Papa Francesco è salito a bordo dell’Airbus Alitalia alle 21.30 di domenica ed è così iniziato il suo 21° Viaggio Apostolico Internazionale alla volta del Mynamar e del Bangladesh, dal 27 novembre al 2 dicembre. L’aereo, un A330 dell’Alitalia, è decollato dall’aeroporto internazionale di Roma-Fiumicino alle ore 22e10.

Guarda il video

Francesco, dopo aver salutato il personale, si è presentato alle 22.35 nel settore di coda dell’aereo dove viaggiano i giornalisti per un brevissimo saluto, vista l’ora tarda. 

Greg Burke
Santità buonasera o buonanotte!
Siamo sempre grati di averLa qui, oggi forse ancora di più, perché sono già le dieci e mezza passate [di sera]. Lei ha parlato di un messaggio di riconciliazione, di perdono, di pace. Stasera cerchiamo di darle un po’ di pace; facciamo le cose veloci, così Lei ha tempo per dormire. Grazie. Se Lei vuole dire qualcosa…

Papa Francesco
Buonanotte, e grazie tante per la compagnia. Grazie per il vostro lavoro che sempre semina tanto bene. Vi auguro un buon soggiorno. Dicono che è troppo caldo, mi spiace, ma almeno sia fruttuoso. Adesso vi saluto.

Guarda il video


Quindi è passato tra i giornalisti per salutarli personalmente uno ad uno, ma più velocemente del solito data l’ora tarda: il Papa è abituato a coricarsi abbastanza presto la sera. 
Il pontefice ha fatto gli auguri alla vaticanista dell’agenzia spagnola EFE, Cristina Cabrejas, che ieri ha compiuto gli anni, e ha firmato una copia del nuovo libro di Juan Vicente Boo, inviato del quotidiano iberico ABC, che ha raccolto “in pillole” i messaggi del Papa. 


Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke sottolinea che il Santo Padre porterà nei due Paesi asiatici un messaggio di riconciliazione, perdono e pace. Per il Cardinale Parolin, il Papa farà anche un appello al dialogo. Papa Francesco pronuncerà 11 discorsi e benedirà tra le altre cose a Yangon le prime pietre di 16 nuove chiese, del seminario e della nunziatura (i rapporti diplomatici sono stati allacciati solo nel maggio scorso). 
Osserva inoltre che quello del Papa in Myanmar sia un evento storico per il fatto stesso che si tratta del “primo viaggio di un Pontefice” nella ex Birmania. Mentre in Bangladesh Francesco sarà il terzo Papa a farvi visita dopo i viaggi di Giovanni Paolo II nell’86, e di Paolo VI nel 1970, quando la capitale Dhaka era ancora territorio del Pakistan.

Nel momento di lasciare il territorio italiano alla volta del Myanmar, Francesco ha fatto pervenire al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, il consueto telegramma di saluti e benedizioni, ribadendo lo scopo di questo viaggio difficile: "Mi reco in Myanmar e in Bangladesh per incoraggiare le piccole ma ferventi comunità cattoliche e incontrare i credenti di diverse religioni".
Da parte sua, anche il Presidente della Repubblica ha ringraziato il Santo Padre del suo messaggio commentando: "Auspico che, dall'ascolto del suo messaggio universale, i governanti e le popolazioni che si accinge ad incontrare traggano ispirazione per adattare alle specifiche situazioni ed esigenze dei loro Paesi le sue parole di riconciliazione e di pace, a beneficio di un progresso politico, sociale ed economico rispettoso dell'uomo e dell'ambiente".

L’Airbus a330 dell’Alitalia con il Pontefice a bordo è atterrato a Yangon alle 13.20 locali, dopo una decina di ore di volo. Ancora a bordo dell’aereo. il Pontefice è stato salutato dal nunzio apostolico Paul Tschang In-Nam e dal capo del Protocollo.


Sceso dalla scaletta anteriore, Francesco è stato poi accolto da un ministro delegato del presidente della Repubblica e da alcuni vescovi del paese, guidati dal primo cardinale del Myanmar, il salesiano Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon.

I volti sorridenti di un coloratissimo gruppo di bambini in abiti tradizionali che sventolavano bandierine hanno accolto Francesco al suo arrivo in Myanmar. Al centro dell’attenzione mediatica mondiale per la prima visita di un Papa, il paese ha scelto di mostrare la sua parte migliore: una rappresentanza dei milioni di ragazzi che vivono in questa nazione antica, la cui storia si perde nella notte dei tempi, ma demograficamente giovanissima. Le bambine che hanno accolto il Pontefice avevano il viso adornato con la thanakha, una polvere ricavata dal legno usata per il trucco e per proteggersi dal sole che da queste parti scotta parecchio. I bambini indossavano il longyi, tipico indumento di cotone intrecciato intorno alla vita.


All’aeroporto la cerimonia di benvenuto si è svolta in forma semplice, senza discorsi ufficiali, con la presentazione delle delegazioni. Al termine Francesco è salito su una berlina blu diretto all’arcivescovado, dove risiede. Il palazzo, di architettura italiana, sorge alle spalle dalla cattedrale cattolica di Saint Mary e ospita anche la sede della Conferenza episcopale.
Fuori dall'aeroporto ad attendere il Papa migliaia di fedeli in festa e tantissime persone erano assiepate per le strade del tragitto, lungo il quale Francesco ha potuto vedere i primi scorci di questa terra.

Guarda il video

Francesco ha raggiunto la residenza dell’arcivescovo di Yangon e la sua giornata non prevede altri appuntamenti pubblici. Celebrerà la messa in privato nella cappella dell’arcivescovado. 




Anticipando i tempi (l'agenda lo prevedeva per domani), il Papa ha però incontrato nel pomeriggio il generale Min Aung Hlaing, il capo delle forze armate del Paese che controlla ancora i tre ministeri chiave di Difesa, Interni e Frontiere , insieme ai vertici militari birmani. 

L'incontro è stato suggerito al Papa dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, nell'ambito di una "politica" di riconciliazione nazionale che coinvolga anche i militari fino a poco tempo fa al potere. Il colloquio (attorno alle 12.30 ora italiana) è durato circa un quarto d'ora. «Si è parlato della grande responsabilità delle autorità del paese in questo momento di transizione» ha riferito il portavoce vaticano Greg Burke. È poi seguito il consueto scambio dei doni.

Il resto della giornata sarà dedicato al riposo, anche per consentire al Papa di recuperare le energie dopo il lungo viaggio in notturna, in vista dell'intenso programma dei prossimi giorni.