Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



giovedì 27 aprile 2017

«Non dimentichiamo mai che la misericordia è la chiave di volta nella vita di fede, e la forma concreta con cui diamo visibilità alla risurrezione di Gesù.» Papa Francesco Regina Coeli 23/04/2017 (testo e video)

 REGINA COELI 
 23 aprile 2017 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Noi sappiamo che ogni domenica facciamo memoria della risurrezione del Signore Gesù, ma in questo periodo dopo la Pasqua la domenica si riveste di un significato ancora più illuminante. Nella tradizione della Chiesa, questa domenica, la prima dopo la Pasqua, veniva chiamata “in albis”. Cosa significa questo? L’espressione intendeva richiamare il rito che compivano quanti avevano ricevuto il battesimo nella Veglia di Pasqua. A ciascuno di loro veniva consegnata una veste bianca – “alba”, “bianca” – per indicare la nuova dignità dei figli di Dio. Ancora oggi si fa questo: ai neonati si offre una piccola veste simbolica, mentre gli adulti ne indossano una vera e propria, come abbiamo visto nella Veglia pasquale. E quella veste bianca, nel passato, veniva indossata per una settimana, fino a questa domenica, e da questo deriva il nome in albis deponendis, che significa la domenica in cui si toglie la veste bianca. E così, tolta le veste bianca, i neofiti iniziavano la loro nuova vita in Cristo e nella Chiesa.

C’è un’altra cosa. Nel Giubileo dell’Anno 2000, san Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica sia dedicata alla Divina Misericordia. È vero, è stata una bella intuizione: è stato lo Spirito Santo a ispirarlo in questo. Da pochi mesi abbiamo concluso il Giubileo straordinario della Misericordia e questa domenica ci invita a riprendere con forza la grazia che proviene dalla misericordia di Dio. Il Vangelo di oggi è il racconto dell’apparizione di Cristo risorto ai discepoli riuniti nel cenacolo (cfr Gv 20,19-31). Scrive san Giovanni che Gesù, dopo aver salutato i suoi discepoli, disse loro: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Detto questo, fece il gesto di soffiare verso di loro e aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (vv. 21-23). Ecco il senso della misericordia che si presenta proprio nel giorno della risurrezione di Gesù come perdono dei peccati. Gesù Risorto ha trasmesso alla sua Chiesa, come primo compito, la sua stessa missione di portare a tutti l’annuncio concreto del perdono. Questo è il primo compito: annunciare il perdono. Questo segno visibile della sua misericordia porta con sé la pace del cuore e la gioia dell’incontro rinnovato con il Signore.

La misericordia alla luce di Pasqua si lascia percepire come una vera forma di conoscenza. E questo è importante: la misericordia è una vera forma di conoscenza. Sappiamo che si conosce attraverso tante forme. Si conosce attraverso i sensi, si conosce attraverso l’intuizione, attraverso la ragione e altre forme ancora. Bene, si può conoscere anche attraverso l’esperienza della misericordia, perché la misericordia apre la porta della mente per comprendere meglio il mistero di Dio e della nostra esistenza personale. La misericordia ci fa capire che la violenza, il rancore, la vendetta non hanno alcun senso, e la prima vittima è chi vive di questi sentimenti, perché si priva della propria dignità. La misericordia apre anche la porta del cuore e permette di esprimere la vicinanza soprattutto con quanti sono soli ed emarginati, perché li fa sentire fratelli e figli di un solo Padre. Essa favorisce il riconoscimento di quanti hanno bisogno di consolazione e fa trovare parole adeguate per dare conforto.

Fratelli e sorelle, la misericordia riscalda il cuore e lo rende sensibile alle necessità dei fratelli con la condivisione e partecipazione. La misericordia, insomma, impegna tutti ad essere strumenti di giustizia, di riconciliazione e di pace. Non dimentichiamo mai che la misericordia è la chiave di volta nella vita di fede, e la forma concreta con cui diamo visibilità alla risurrezione di Gesù.

Maria, la Madre della Misericordia, ci aiuti a credere e a vivere con gioia tutto questo.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

ieri a Oviedo, in Spagna, è stato proclamato Beato il sacerdote Luis Antonio Rosa Ormières. Vissuto nel secolo diciannovesimo, spese le sue tante qualità umane e spirituali al servizio dell’educazione, e per questo fondò la Congregazione delle Suore dell’Angelo Custode. Il suo esempio e la sua intercessione aiutino in particolare quanti lavorano nella scuola e nel campo educativo.

Saluto di cuore tutti voi, fedeli romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi, in particolare la Confraternita di San Sebastiano da Kerkrade (Nederland), il Nigerian Catholic Secretariat e la parrocchia Liebfrauen di Bocholt (Germania).

Saluto i pellegrini polacchi, ed esprimo vivo apprezzamento per l’iniziativa della Caritas Polonia a sostegno di tante famiglie in Siria. Un saluto speciale ai devoti della Divina Misericordia convenuti oggi nella chiesa di Santo Spirito in Sassia. Come pure ai partecipanti alla “Corsa per la Pace”: una staffetta che oggi parte da questa Piazza per raggiungere Wittenberg in Germania.

Saluto i numerosi gruppi di ragazzi, specialmente cresimati o cresimandi - siete tanti! -: delle Diocesi di Piacenza-Bobbio, Trento, Cuneo, Milano, Lodi, Cremona, Bergamo, Brescia e Vicenza. E anche la Scuola “Masaccio” di Treviso e l’Istituto “San Carpoforo” di Como.

Infine ringrazio tutti coloro che in questo periodo mi hanno inviato messaggi di auguri per la Pasqua. Li ricambio di cuore invocando per ciascuno e per ogni famiglia la grazia del Signore Risorto. Buona domenica a tutti, e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
Guarda il video


mercoledì 26 aprile 2017

Papa Francesco al Ted2017: insieme cambiamo il mondo con la rivoluzione della tenerezza

In un mondo in cui l’economia sembra dare più importanza alle cose che alle persone, serve la “rivoluzione della tenerezza” per rimettere al centro le persone. E’ quanto afferma Papa Francesco in un lungo e appassionato videomessaggio indirizzato, a sorpresa, ai partecipanti al TED2017 in corso a Vancouver che riunisce esponenti dell’economia, delle scienze e della cultura a livello mondiale sul tema “The future you”, “Il futuro sei tu”.


Il testo integrale:


Buona sera – oppure buon giorno, non so che ora è lì da voi!


A qualsiasi ora, sono però contento di partecipare al vostro incontro. Mi è piaciuto molto il titolo – “The future you” – perché, mentre guarda al domani, invita già da oggi al dialogo: guardando al futuro, invita a rivolgersi a un “tu”. “The future you”, il futuro è fatto di te, è fatto cioè di incontri, perché la vita scorre attraverso le relazioni. Parecchi anni di vita mi hanno fatto maturare sempre più la convinzione che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

Incontrando o ascoltando ammalati che soffrono, migranti che affrontano tremende difficoltà in cerca di un futuro migliore, carcerati che portano l’inferno nel proprio cuore, persone, specialmente giovani, che non hanno lavoro, mi accompagna spesso una domanda: “Perché loro e non io?” Anch’io sono nato in una famiglia di migranti: mio papà, i miei nonni, come tanti altri italiani, sono partiti per l’Argentina e hanno conosciuto la sorte di chi resta senza nulla. Anch’io avrei potuto essere tra gli “scartati” di oggi. Perciò nel mio cuore rimane sempre quella domanda: “Perché loro e non io?”

Mi piacerebbe innanzitutto che questo incontro ci aiuti a ricordare che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che nessuno di noi è un’isola, un io autonomo e indipendente dagli altri, che possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno. Spesso non ci pensiamo, ma in realtà tutto è collegato e abbiamo bisogno di risanare i nostri collegamenti: anche quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio e non lasci cenere.

Molti oggi, per diversi motivi, sembrano non credere che sia possibile un futuro felice. Questi timori vanno presi sul serio. Ma non sono invincibili. Si possono superare, se non ci chiudiamo in noi stessi. Perché la felicità si sperimenta solo come dono di armonia di ogni particolare col tutto. Anche le scienze – lo sapete meglio di me – ci indicano oggi una comprensione della realtà, dove ogni cosa esiste in collegamento, in interazione continua con le altre.

E qui arrivo al mio secondo messaggio. Come sarebbe bello se alla crescita delle innovazioni scientifiche e tecnologiche corrispondesse anche una sempre maggiore equità e inclusione sociale! Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno! Come sarebbe bello che la fraternità, questa parola così bella e a volte scomoda, non si riducesse solo a assistenza sociale, ma diventasse atteggiamento di fondo nelle scelte a livello politico, economico, scientifico, nei rapporti tra le persone, tra i popoli e i Paesi. Solo l’educazione alla fraternità, a una solidarietà concreta, può superare la “cultura dello scarto”, che non riguarda solo il cibo e i beni, ma prima di tutto le persone che vengono emarginate da sistemi tecno-economici dove al centro, senza accorgerci, spesso non c’è più l’uomo, ma i prodotti dell’uomo.

La solidarietà è una parola che tanti vogliono togliere dal dizionario. La solidarietà però non è un meccanismo automatico, non si può programmare o comandare: è una risposta libera che nasce dal cuore di ciascuno. Sì, una risposta libera! Se uno comprende che la sua vita, anche in mezzo a tante contraddizioni, è un dono, che l’amore è la sorgente e il senso della vita, come può trattenere il desiderio di fare del bene agli altri?

Per essere attivi nel bene ci vuole memoria, ci vuole coraggio e anche creatività. Mi hanno detto che a TED c’è riunita tanta gente molto creativa. Sì, l’amore chiede una risposta creativa, concreta, ingegnosa. Non bastano i buoni propositi e le formule di rito, che spesso servono solo a tranquillizzare le coscienze. Insieme, aiutiamoci a ricordare che gli altri non sono statistiche o numeri: l’altro ha un volto, il "tu" è sempre un volto concreto, un fratello di cui prendersi cura.

C’è una storia che Gesù ha raccontato per far comprendere la differenza tra chi non si scomoda e chi si prende cura dell’altro. Probabilmente ne avrete sentito parlare: è la parabola del Buon Samaritano. Quando hanno chiesto a Gesù chi è il mio prossimo – cioè: di chi devo prendermi cura? – Gesù ha raccontato questa storia, la storia di un uomo che i ladri avevano assalito, derubato, percosso e abbandonato lungo la strada. Due persone molto rispettabili del tempo, un sacerdote e un levita, lo videro, ma passarono oltre senza fermarsi. Poi arrivò un samaritano, che apparteneva a una etnia disprezzata, e questo samaritano, alla vista di quell’uomo ferito a terra, non passò oltre come gli altri, come se nulla fosse, ma ne ebbe compassione. Si commosse e questa compassione lo portò a compiere gesti molto concreti: versò olio e vino sulle ferite di quell’uomo, lo portò in un albergo e pagò di tasca sua per la sua assistenza.

La storia del Buon Samaritano è la storia dell’umanità di oggi. Sul cammino dei popoli ci sono ferite provocate dal fatto che al centro c’è il denaro, ci sono le cose, non le persone. E c’è l’abitudine spesso di chi si ritiene “per bene”, di non curarsi degli altri, lasciando tanti esseri umani, interi popoli, indietro, a terra per la strada. C’è però anche chi dà vita a un mondo nuovo, prendendosi cura degli altri, anche a proprie spese. Infatti – diceva Madre Teresa di Calcutta – non si può amare se non a proprie spese.

Abbiamo tanto da fare, e dobbiamo farlo insieme. Ma come fare, con il male che respiriamo? Grazie a Dio, nessun sistema può annullare l’apertura al bene, la compassione, la capacità di reagire al male che nascono dal cuore dell’uomo. Ora voi mi direte: “sì, sono belle parole, ma io non sono il Buon Samaritano e nemmeno Madre Teresa di Calcutta”. Invece ciascuno di noi è prezioso; ciascuno di noi è insostituibile agli occhi di Dio. Nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, ognuno di noi può essere una candela accesa che ricorda che la luce prevale sulle tenebre, non il contrario.

Per noi cristiani il futuro ha un nome e questo nome è speranza. Avere speranza non significa essere ottimisti ingenui che ignorano il dramma del male dell’umanità. La speranza è la virtù di un cuore che non si chiude nel buio, non si ferma al passato, non vivacchia nel presente, ma sa vedere il domani. La speranza è la porta aperta sull’avvenire. La speranza è un seme di vita umile e nascosto, che però si trasforma col tempo in un grande albero; è come un lievito invisibile, che fa crescere tutta la pasta, che dà sapore a tutta la vita. E può fare tanto, perché basta una sola piccola luce che si alimenta di speranza, e il buio non sarà più completo. Basta un solo uomo perché ci sia speranza, e quell’uomo puoi essere tu. Poi c’è un altro “tu” e un altro “tu”, e allora diventiamo “noi”. E quando c’è il “noi”, comincia la speranza? No. Quella è incominciata con il “tu”. Quando c’è il noi, comincia una rivoluzione.

Il terzo e ultimo messaggio che vorrei condividere oggi riguarda proprio la rivoluzione: la rivoluzione della tenerezza. Che cos’è la tenerezza? È l’amore che si fa vicino e concreto. È un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani. La tenerezza è usare gli occhi per vedere l’altro, usare le orecchie per sentire l’altro, per ascoltare il grido dei piccoli, dei poveri, di chi teme il futuro; ascoltare anche il grido silenzioso della nostra casa comune, della terra contaminata e malata. La tenerezza significa usare le mani e il cuore per accarezzare l’altro. Per prendersi cura di lui.

La tenerezza è il linguaggio dei più piccoli, di chi ha bisogno dell’altro: un bambino si affeziona e conosce il papà e la mamma per le carezze, per lo sguardo, per la voce, per la tenerezza. A me piace sentire quando il papà o la mamma parlano al loro piccolo bambino, quando anche loro si fanno bambini, parlando come parla lui, il bambino. Questa è la tenerezza: abbassarsi al livello dell’altro. Anche Dio si è abbassato in Gesù per stare al nostro livello. Questa è la strada percorsa dal Buon Samaritano. Questa è la strada percorsa da Gesù, che si è abbassato, che ha attraversato tutta la vita dell’uomo con il linguaggio concreto dell’amore.

Sì, la tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti. Non è debolezza la tenerezza, è fortezza. È la strada della solidarietà, la strada dell’umiltà. Permettetemi di dirlo chiaramente: quanto più sei potente, quanto più le tue azioni hanno un impatto sulla gente, tanto più sei chiamato a essere umile. Perché altrimenti il potere ti rovina e tu rovinerai gli altri. In Argentina si diceva che il potere è come il gin preso a digiuno: ti fa girare la testa, ti fa ubriacare, ti fa perdere l’equilibrio e ti porta a fare del male a te stesso e agli altri, se non lo metti insieme all’umiltà e alla tenerezza. Con l’umiltà e l’amore concreto, invece, il potere – il più alto, il più forte – diventa servizio e diffonde il bene.

Il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei politici, dei grandi leader, delle grandi aziende. Sì, la loro responsabilità è enorme. Ma il futuro è soprattutto nelle mani delle persone che riconoscono l’altro come un “tu” e se stessi come parte di un “noi”.

Abbiamo bisogno gli uni degli altri. E perciò, per favore, ricordatevi anche di me con tenerezza, perché svolga il compito che mi è stato affidato per il bene degli altri, di tutti, di tutti voi, di tutti noi.

Grazie.


Guarda il video


Benedetto XVI - Il film- documento di La Grande Storia e l'opinione del teologo Andrea Grillo (Video e testo)

Benedetto XVI
Il film- documento di La Grande Storia 
e l'opinione del teologo Andrea Grillo 
(Video e testo)


Quale è la vera storia di Papa Ratzinger? Perché si è dimesso? E’ vero che nel suo nome molti, in silenzio, si ritrovano? Quali i reali rapporti con Papa Francesco? Perché ha deciso di restare in Vaticano? Come ha realmente affrontato le tempeste che hanno investito la Chiesa? I fatti sono troppo recenti e non sono ancora entrati nella Storia. Per raccontare un pontefice tedesco, colto, complesso, entrato in seminario al tempo di Hitler, occorre quella pacata distanza che solo il tempo e una onesta ricerca storiografica possono assicurare. Ma, sebbene ancora dentro i fatti, è opportuno cominciare a osservare la cronaca con gli occhi della Storia e cominciare a dare le prime risposte.
Nel giorno di Pasqua 2017, il 16 aprile, in occasione del 90° genetliaco di Joseph Ratzinger, La Grande Storia, in onda alle 20.00 su Rai3, ha realizzato un film-documento su Benedetto XVI, con straordinarie immagini inedite ritrovate negli archivi tedeschi, testimonianze esclusive e la partecipazione di padre Federico Lombardi, Monsignor Georg Gänswein, il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, lo storico Andrea Riccardi e il matematico Piergiorgio Odifreddi. Nella puntata i consueti interventi di Paolo Mieli.
La grande storia. 
....
Il responsabile del programma Luigi Bizzari ha affermato ad Avvenire: «Ad oggi sappiamo troppo poco di ciò che Benedetto XVI ha fatto realmente per la Chiesa anche per la riservatezza di cui parlavamo prima. Una vera valutazione potremo farla, forse, tra vent’anni. Certo è, ad esempio, che contro la piaga della pedofilia ha fatto forse più di tutti eliminando il segreto pontificio. Lo stesso vale per Vatileaks: ancora non conosciamo le vere motivazioni e i mandanti di quello scandalo, sarà la storia a dare il suo verdetto». Così come consegnata alla storia rimarrà la scelta di rassegnare le dimissioni, quell’indimenticabile 11 febbraio 2013: «Hanno pesato l’età, i problemi con la curia, le valanghe che gli sono cadute addosso. Ma colpisce la sua scelta di una vita orante e di una sorta di convivenza, dentro le mura Leonine, con il suo successore».



GUARDA IL VIDEO
La Grande Storia - trasmessa il 16 aprile 2017

Papa Benedetto: luci e ombre di una successione senza morte
di Andrea Grillo*


Da 4 anni a Roma, accanto al Vescovo e papa Francesco, abbiamo un vescovo emerito, che ha appena compiuto 90 anni. Per la nomenclatura episcopale questo non è nulla di straordinario. Ma per l’istituzione e l’immaginario papale, così come sono venuti strutturandosi soprattutto negli ultimi secoli, questa è una cosa quasi inconcepibile. Che ci sia, accanto al papa “regnante”, un papa “emerito”, rappresenta una implicita rilettura dell’autorità papale e un ripensamento della sua funzione ecclesiale.


Bisogna riconoscere apertamente che questa decisione di papa Benedetto ha portato la Chiesa cattolica ad una obiettiva accelerazione. Dopo tanto freno, una accelerata improvvisa e provvidenziale. Nello stesso tempo il permanere, accanto a Francesco, della figura del “papa emerito”, che veste ancora di bianco, che rimane “autorecluso in preghiera” nel recinto di San Pietro in Vaticano, ha offerto qualche ragione a formulazioni confuse, a teorie distorte, a pasticci istituzionali e personali. Anche al di là delle intenzioni. 


Dunque la scelta di Benedetto è stata lungimirante e insieme traumatica. Ha introdotto una condizione provvisoria che può essere letta come parallelismo tra papi, come integrazione tra prospettive, come articolazione tra ministeri... e la fantasia non manca né fuori, né dentro il Vaticano. 


È proprio il prolungarsi di questa condizione che deve far riflettere, mostrando i limiti intrinseci della soluzione adottata. Una certa “personalizzazione” dell’emeritato dovrà essere in futuro esclusa. Niente veste bianca, niente prossimità di sede con il papa, nessuna comunicazione pubblica dovrebbero diventare condizioni formali per il possibile ripetersi di una tale esperienza.


Solo a queste condizioni il successore sarebbe effettivamente libero di procedere “oltre” senza il condizionamento di una “prossimità” troppo ingombrante.


Il fatto che su alcune decisioni e su alcune nomine il papa emerito abbia ancora esercitato una autorità – fosse anche solo un diritto di veto – determina una alterazione del sistema che a lungo andare diventa troppo difficile da gestire. Stilizzazione monastica claustrale e conservazione di ambiti di autorità non si lasciano affatto armonizzare su tempi lunghi.


Un esempio significativo di questa ambiguità sta nella pubblicazione, in occasione dei 90 anni del vescovo emerito, di un “inedito” – risalente a due anni fa – in cui viene presentato un discorso sulla liturgia letteralmente “traumatizzato” dalla riforma liturgica e nel quale si confonde la liturgia con una sua lettura apologetica e antimodernistica, che ha al centro l’affermazione del primato dell’agire di Dio sull’agire dell’uomo. Questa idealizzazione della liturgia fraintende le ragioni della Riforma liturgica e ne distorce profondamente il senso. Dà voce ad una “voglia di contraddizione” che lo stesso Ratzinger, nelle sue “ultime conversazioni”, ha confessato come sua inclinazione di antica data. 


Tutto questo segnala un problema e una opportunità: per il papato, così come si è sviluppato negli ultimi secoli, la possibilità di una “dimissione dal ministero” diversa dalla morte del ministro è davvero una grande novità, un gesto coraggioso e una attestazione di grande realismo. Forse però nelle cose umane non si arriva mai immediatamente alla pienezza di un gesto. Proprio per questo la sua “incompiutezza” segnala anche il suo limite. Una dimissione dal ministero petrino, diversa dalla morte, deve avere caratteri di “morte” molto più accentuati. Il silenzio nella preghiera deve essere totale e deve coinvolgere anche i collaboratori. I segni esteriori, come la veste bianca, devono tramontare. La lontananza dalla autorità deve essere piena e radicale, non solo sul piano formale, ma direi anche su quello “geografico”. La rinuncia all’esercizio del ministero ridimensiona l’autorità del papa: inevitabilmente anche quella del successore. Ma solo entro limiti certi.


* Andrea Grillo è * docente di Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e di Teologia presso l'Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, nonché dell'Istituto Teologico Marchigiano di Ancona

(Fonte: Adista Notizie - n° 16 del 29/04/2017)

«Il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre, in cammino, sempre.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 aprile 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Il Vangelo si annuncia con umiltà non con il potere”

L’annuncio del Vangelo va fatto con umiltà, vincendo la tentazione della superbia. E’ l’esortazione di Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta - nella festa di San Marco evangelista - alla quale hanno preso parte anche i cardinali consiglieri del C9. Il Papa ha ribadito la necessità per i cristiani di “uscire per annunciare” ed ha evidenziato che un predicatore deve sempre essere in cammino e non cercare “un’assicurazione sulla vita”, rimanendo fermo e al sicuro.

Gesù dà la missione ai discepoli: annunciare il Vangelo, “non rimanere a Gerusalemme” ma uscire per proclamare la Buona Notizia a tutti. Papa Francesco si è soffermato, nella sua omelia, sul Vangelo di Marco che narra del mandato consegnato dal Signore ai discepoli ed ha subito osservato che “il Vangelo è proclamato sempre in cammino, mai seduti, sempre in cammino”.

Uscire per annunciare, non rimanere fermi ma camminare sempre

Bisogna “uscire dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato – ha detto – o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo”:

“Uscire per annunziare. E, anche, in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore. Lui non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori. E se un predicatore cerca un’assicurazione sulla vita, non è un vero predicatore del Vangelo: non esce, rimane sicuro. Primo: andate, uscite. Il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre, in cammino, sempre. Sia in cammino fisico sia in cammino spirituale sia in cammino della sofferenza: pensiamo all’annuncio del Vangelo che fanno tanti malati - tanti malati! - che offrono i dolori per la Chiesa, per i cristiani. Ma sempre, escono da se stessi”.

Ma come è “lo stile di questo annuncio”, si chiede il Papa. “San Pietro, che è proprio stato il maestro di Marco – risponde – è tanto chiaro nella descrizione di questo stile”: “Il Vangelo va annunciato in umiltà, perché il Figlio di Dio si è umiliato, si è annientato. Lo stile di Dio è questo” e “non ce n’è un altro”. “L’annuncio del Vangelo – ha ripreso – non è un carnevale, una festa”. Questo “non è l’annuncio del Vangelo”.

Il Vangelo si annuncia con umiltà, vincere la tentazione della mondanità

“Il Vangelo – ha ammonito il Papa – non può essere annunciato con il potere umano, non può essere annunciato con lo spirito di arrampicare e andare su”, “questo non è il Vangelo”. Tutti sono dunque chiamati a rivestirsi di “umiltà gli uni verso gli altri”, perché “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili”:

“E perché è necessaria questa umiltà? Proprio perché noi portiamo avanti un annuncio di umiliazione, di gloria, ma tramite l’umiliazione. E l’annuncio del Vangelo subisce la tentazione: la tentazione del potere, la tentazione della superbia, la tentazione delle mondanità, di tante mondanità che ci sono e ci portano a predicare o a recitare; perché non è predica un Vangelo annacquato, senza forza, un Vangelo senza Cristo crocifisso e risorto. E per questo Pietro dice: ‘Vigilatevi, vigilate, vigilate … Il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli, saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo’. L’annuncio del Vangelo, se è vero, subisce la tentazione”.

Francesco ha così osservato che se un cristiano sostiene di annunciare il Vangelo, ma che non è "mai è tentato” significa allora che “il diavolo non si preoccupa” perché “stiamo predicando una cosa che non serve”.

Chiediamo al Signore di uscire da noi stessi per evangelizzare

“Per questo – ha ripreso – sempre nella vera predicazione c’è qualcosa di tentazione e anche di persecuzione”. Il Papa ha sottolineato che, quando siamo nella sofferenza, sarà “il Signore a riprenderci, a dare la forza, perché questo è quello che Gesù ha promesso quando ha inviato gli Apostoli”:

“Sarà il Signore a confortarci, a darci la forza per andare avanti, perché Lui agisce con noi se noi siamo fedeli all’annuncio del Vangelo, se noi usciamo da noi stessi per predicare Cristo crocifisso, scandalo e pazzia, e se noi facciamo questo con uno stile di umiltà, di vera umiltà. Che il Signore ci dia questa grazia, come battezzati, tutti, di prendere la strada dell’evangelizzazione con umiltà, con fiducia in Lui stesso, annunciando il vero Vangelo: ‘Il Verbo è venuto in carne’. Il Verbo di Dio è venuto in carne. E questa è una pazzia, è uno scandalo; ma farlo nella consapevolezza che il Signore è accanto a noi, agisce con noi e conferma il nostro lavoro”.
(fonte: Radio Vaticana)



Guarda il video



martedì 25 aprile 2017

"Sono davvero felice di venire come amico, come messaggero di pace e come pellegrino" Papa Francesco videomessaggio per l'Egitto

La gioia di Papa Francesco per la sua prossima visita apostolica in Egitto in un messaggio diffuso oggi e che sarà trasmesso dalla TV egiziana.

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
IN OCCASIONE DEL VIAGGIO APOSTOLICO IN EGITTO
[28-29 APRILE 2017]


Caro popolo d’Egitto! Al Salamò Alaikum! La pace sia con voi!

Con cuore gioioso e grato verrò tra pochi giorni a visitare la vostra cara Patria: culla di civiltà, dono del Nilo, terra del sole e dell’ospitalità, ove vissero Patriarchi e Profeti e ove Dio, Clemente e Misericordioso, l’Onnipotente e Unico, ha fatto sentire la Sua voce.

Sono davvero felice di venire come amico, come messaggero di pace e come pellegrino nel Paese che diede, più di duemila anni fa, rifugio e ospitalità alla Sacra Famiglia fuggita dalle minacce del re Erode (cfr Mt 2,1-16). Sono onorato di visitare la terra visitata dalla Sacra Famiglia!

Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per avermi invitato a visitare l’Egitto, che voi chiamate “Umm il Dugna”! / Madre dell’universo!

Ringrazio vivamente il Signor Presidente della Repubblica, Sua Santità il Patriarca Tawadros II, il Grande Imam di Al-Azhar e il Patriarca Copto-Cattolico che mi hanno invitato; e ringrazio ciascuno di voi, che mi fate spazio nei vostri cuori. Grazie anche a tutte le persone che hanno lavorato, e stanno lavorando, per rendere possibile questo viaggio.

Desidero che questa visita sia un abbraccio di consolazione e di incoraggiamento a tutti i cristiani del Medio Oriente; un messaggio di amicizia e di stima a tutti gli abitanti dell’Egitto e della Regione; un messaggio di fraternità e di riconciliazione a tutti i figli di Abramo, particolarmente al mondo islamico, in cui l’Egitto occupa un posto di primo piano. Auspico che sia anche un valido contributo al dialogo interreligioso con il mondo islamico e al dialogo ecumenico con la venerata e amata Chiesa Copto Ortodossa.

Il nostro mondo, dilaniato dalla violenza cieca – che ha colpito anche il cuore della vostra cara terra – ha bisogno di pace, di amore e di misericordia; ha bisogno di operatori di pace e di persone libere e liberatrici, di persone coraggiose che sanno imparare dal passato per costruire il futuro senza chiudersi nei pregiudizi; ha bisogno di costruttori di ponti di pace, di dialogo, di fratellanza, di giustizia e di umanità.

Cari fratelli egiziani, giovani e anziani, donne e uomini, musulmani e cristiani, ricchi e poveri…, vi abbraccio cordialmente e chiedo a Dio Onnipotente di benedirvi e di proteggere il vostro Paese da ogni male.

Per favore pregate per me! Shukran wa Tahiaì Misr! / Grazie e viva l’Egitto!

Guarda il video


"Offrire segnali di speranza per il popolo spesso segnato da difficoltà e sofferenze ..."Guglielmo Giombanco, insediamento del nuovo vescovo di Patti

"Offrire segnali di speranza per il popolo 
spesso segnato da difficoltà e sofferenze ...
Mons. Guglielmo Giombanco,
nuovo vescovo della Diocesi di Patti 



Ingresso e ordinazione episcopale

Santuario Maria SS.ma del Tindari 

20 aprile 2017






































“ … Il cristiano vive la fede immergendosi nella storia e nelle sue opacità, nelle sue contraddizioni, nelle sue problematiche, e mai evadendo dalla storia, che è l’ambito del manifestarsi di Dio. Tutto ciò richiede creatività, intelligenza, coraggio e responsabilità. Stiamo accanto alla nostra gente, sosteniamola e incoraggiamola, facendo crescere un clima di legalità e di impegno per la giustizia, aiutiamo chi è ancora più colpito dalla crisi economica, promuovendo la cultura della solidarietà. 
Pur nella distinzione dei ruoli, il Signore chiama anche me a servire ed amare questa comunità degli uomini, con dedizione generosa e intelligente, nella chiara consapevolezza che la promozione e lo sviluppo integrale di ogni realtà umana non sono solo condizioni necessari per l’edificazione del Regno di Dio, ma sono anche una via concreta per verificare la credibilità della testimonianza cristiana. 
Come Chiesa, per mandato di Cristo, è nostro dovere camminare con il Popolo, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, per fare nostre le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, perché esse sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore. Questo interesse, è solo questo e non altro, sollecita la nostra attenzione come Chiesa. 
…  (Gugliemo Giombanco, nuovo vescovo di Patti. primo saluto alla cittadinanza)


GUARDA IL VIDEO
Servizio RAI TGR  



GUARDA IL VIDEO
Saluto integrale di Guglielmo Giombanco alla cittadinanza


GUARDA IL VIDEO
Il primo discorso integrale di Guglielmo Giombanco al popolo di  Dio


""[...] In questi giorni, più volte e con intima commozione, mi sono chiesto quali devono essere i tratti essenziali del Vescovo. Mi è stato molto utile un bellissimo discorso di Papa Francesco allaCongregazione per i Vescovi, pronunciato il 27 febbraio 2014. Il Vescovo deve essere:
- Testimone del Risorto. «La sua vita e il suo ministero devono rendere credibile la Risurrezione. Unendosi a Cristo nella croce della vera consegna di sé, fa sgorgare per la propria Chiesa la vita che non muore»;
- Kerigmatico «per affascinare il mondo, per incantarlo con la bellezza dell’amore, per sedurlo con l’offerta della verità donata dal Vangelo». L’annuncio del Vangelo rende luminosa la vita e fa ringiovanire la Chiesa;
- Orante: «La stessa parresia che deve avere nell’annuncio della Parola, deve averla nella preghiera,trattando con Dio nostro Signore il bene del suo popolo, la salvezza del suo popolo... Il Vescovo dev’essere capace di “entrare in pazienza” davanti a Dio, guardando e lasciandosi guardare,cercando e lasciandosi cercare, trovando e lasciandosi trovare, pazientemente davanti al Signore»;
- Pastore: che ha a cuore «l’assidua e quotidiana cura del gregge» (LG, 27). Il pastore buono, ci ha detto Gesù, conosce le sue pecore, cioè le ama perché sono sue, perché gli appartengono, e offre la vita per loro. Il gregge deve trovare spazio nel cuore del pastore, per sentirsi accolto, voluto
bene e guidato verso gli orizzonti sconfinati della verità e dell’amore.
Amata Chiesa di Patti, andiamo insieme lungo i sentieri della storia, e percorriamo le strade indicate dal Vangelo, con integrità della Fede, con la passione degli apostoli, con l’audacia della carità, con la fiducia dei figli, perché il mondo veda e creda
A Maria, nostra Madre, affido il nostro cammino, con le parole di San Giovanni Paolo II: «A te, Madre degli uomini, affido la Chiesa di Patti, con i suoi generosi impegni, le sue cristiane aspirazioni, i suoi timori, le sue speranze. Non lasciarle mancare la luce della vera sapienza. Guidala nella ricerca della libertà, della giustizia per tutti, della santità. Fa’ che le nuove generazioni di questa
meravigliosa isola incontrino Cristo, via, verità e vita. Sostieni, o Vergine Maria, il cammino della fede di questo tuo popolo ed ottieni per tutti la grazia della salvezza eterna» (Incontro con i
sacerdoti, le religiose e i membri del sinodo diocesano, Santuario della Madonna di Tindari, 12.6.1988).
Mater mea, Fiducia mea!"







Leggi anche:






«La concretezza della fede e la franchezza dello Spirito... per andare sulle strade dello Spirito senza compromessi» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 aprile 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
La fede è concreta”

Cosa significa vivere davvero la Pasqua, lo «spirito pasquale»? Domanda necessaria, perché per il cristiano c’è il rischio della «idealizzazione» e di dimenticare che «la nostra fede è concreta». Nella prima messa celebrata a Santa Marta dopo le festività pasquali, nella mattina di lunedì 24 aprile, Papa Francesco ha tracciato il percorso da seguire: «andare sulle strade dello Spirito, senza compromessi», testimoniando con coraggio e franchezza la verità.

Per comprendere questo programma di vita occorre un «passaggio di mentalità», liberarsi dai lacci del «razionalismo» e aderire alla «libertà» dello Spirito. Ed è ciò che Gesù spiegava a Nicodemo nel celebre episodio evangelico della visita notturna (Giovanni, 3, 1-8) preso in esame dal Pontefice commentando la liturgia odierna.

«Questo fariseo — ha detto il Papa — era un uomo buono. Era inquieto, non capiva. Il suo cuore era nella notte». Si trattava però di «una notte diversa da quella di Giuda, perché questa è una notte che lo portava ad avvicinarsi a Gesù, l’altro ad allontanarsi». Andato da Gesù per «chiedere spiegazioni», riceve una risposta che «non capisce». Sembra quasi che «Gesù volesse complicare le cose o metterlo in imbarazzo». Risponde infatti: «in verità io ti dico: se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio». Nicodemo domanda: «Ma come si può nascere un’altra volta?». Sembra, ha fatto notare Francesco, «un po’ ironico, ma non è così». È invece l’espressione di un grande tormento interiore. Gesù allora spiega che si tratta di «un passaggio da una mentalità a un’altra» e «con tanta pazienza, con tanto amore, a quest’uomo di buona volontà, lo aiuta in questo passaggio».

Anche il Pontefice si è soffermato sulla risposta di Gesù: «Ma cosa significa “nascere dallo Spirito”? Cosa significa “dovete nascere dall’alto: il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». E ha sottolineato come in questo messaggio si percepisca «un’aria di libertà».

Resta, comunque, un discorso, non facile e, «per capirlo meglio — ha suggerito il Papa — ci illumina la prima lettura». Nel brano proposto dalla liturgia (Atti degli apostoli, 4, 23-31) s’incontra infatti «il finale di una storia che la liturgia ha proposto durante tutta la settimana della Pasqua. La storia della guarigione, da parte di Pietro e Giovanni, di quello storpio che era portato tutti i giorni presso la porta del Tempio, detta “la bella”, per chiedere l’elemosina». La lettura di questo episodio getta luce sul discorso a Nicodemo. Lo ha spiegato il Papa facendo notare che «tutta la gente che era lì al portico di Salomone», aveva «visto» e si era stupita. Si tratta proprio di «quel sentimento — più di un sentimento: quello stato d’animo che fa in noi la presenza del Signore. Lo stupore. L’incontro con il Signore porta allo stupore».

Di fronte a ciò i capi, i sommi sacerdoti, i dottori della legge, si erano «scandalizzati» e, consapevoli che il miracolo fosse pubblico, si chiedevano: «Cosa facciamo?». Lo stesso, ha ricordato il Pontefice, accadde quando Gesù guarì il cieco dalla nascita. Quindi i presenti si chiedevano: «Come facciamo per coprire questo? Perché la gente ha visto, la gente crede, abbiamo l’evidenza... Come nascondere questo?». Del resto, vedevano quello storpio che secondo la narrazione «ballava di gioia per far capire loro che Gesù l’aveva guarito». I dottori della legge si misero d’accordo di chiamare i due apostoli e «di dire loro di non parlare più, di non predicare più», ma quando fecero «loro la proposta», Pietro — proprio lui che «aveva rinnegato Gesù tre volte» rispose: «No! Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. E... continueremo così».

Ecco il dettaglio che chiarisce tutto. Le «due parole» che sono poi le stesse con le quali Giovanni inizia la prima lettera: «quello che abbiamo visto e ascoltato». Si tratta, ha fatto notare il Papa, della «concretezza. La concretezza di un fatto. La concretezza della fede. La concretezza dell’incarnazione del Verbo».

Di fronte a ciò, ha continuato a spiegare il Pontefice, «i capi vogliono entrare nei negoziati per arrivare a compromessi». Ma gli apostoli «non vogliono compromessi; hanno coraggio. Hanno la franchezza, la franchezza dello Spirito». Una «franchezza che significa parlare apertamente, con coraggio». È, quindi «questo il punto: la concretezza della fede». Una conclusione che coinvolge ogni cristiano. Ha infatti ricordato Francesco: «Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne». Non a caso «quando recitiamo il Credo, diciamo tutte cose concrete: “Credo in Dio Padre, che ha fatto il cielo e la terra, credo in Gesù Cristo che è nato, che è morto...”, sono tutte cose concrete. Il Credo nostro non dice: “Io credo che devo fare questo, che devo fare questo, che devo fare questo o che le cose sono per queste...”: no! Sono cose concrete». E la «concretezza della fede» porta «alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o l’idealizzazione della fede». Si potrebbe dire che per quei dottori della legge «il Verbo non si è fatto carne: si è fatto legge». Per loro era importante solo stabilire: «si deve fare questo fino a qui e non di più; si deve fare questo... E così erano ingabbiati in questa mentalità razionalistica». Una mentalità, però, ha avvisato il Papa, «che non è finita con loro». Infatti nella storia tante volte quella Chiesa «che ha condannato il razionalismo, l’illuminismo», è anch’essa «caduta in una teologia del “si può e non si può”, “fino a qui, fino a là”, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito, questo rinascere dallo Spirito che ti dà la libertà, la franchezza della predica, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore».

Secondo questa chiave di lettura, ha chiarito il Pontefice, si capisce anche «la storia delle persecuzioni». E infatti nella prima lettura si legge: «Si sollevarono i re della terra, i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e il popolo di Israele si sono alleati contro il Tuo Unto, il Signore».

Ecco allora l’insegnamento ancora attuale: «Chiediamo al Signore questa esperienza dello Spirito che va e viene e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione delle concretezze della fede». Risuonano di nuovo le parole dette a Nicodemo: «Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto”. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». Chi è nato dallo Spirito «sente la voce, segue il vento, segue la voce dello Spirito senza conoscere dove finirà. Perché ha fatto un’opzione per la concretezza della fede e la rinascita nello Spirito».

Per questo Papa Francesco ha concluso con una preghiera: «Il Signore ci dia a tutti noi questo Spirito pasquale, di andare sulle strade dello Spirito senza compromessi, senza rigidità, con la libertà di annunciare Gesù Cristo come Lui è venuto: in carne».
(fonte: L'Osservatore Romano)


Guarda il video



lunedì 24 aprile 2017

Papa Francesco e Don Milani (testo e video del video-messaggio di portata storica)


IL MESSAGGIO DEL PAPA PER DON MILANI,
LA RIPARAZIONE DI UNA FERITA DELLA STORIA
Ecco perché le parole di Papa Francesco sul priore di Barbiana sono un fatto di portata storica.

Il video-messaggio di Papa Francesco, inviato a Milano il 23 aprile 2017, in occasione della presentazione del volume della collana Meridiani (Mondadori) che raccoglie l'edizione critica dell'opera omnia di don Lorenzo Milani, non è solo, e sarebbe già tantissimo, il riconoscimento di un papa - il primo - a don Lorenzo Milani prete cristiano. È un atto di riparazione: la sutura di una ferita dolorosissima aperta nella storia. Tanto quanto il contenuto - carico di significati - pesa la forma, che poche volte come in questo caso è sostanza: il contenuto del video-messaggio infatti, come non a caso sottolinea lo storico della Chiesa Alberto Melloni coordinatore dell'edizione critica, ha la forma di una recensione. Una forma non a caso: non solo è la recensione di un papa, è la recensione di un papa gesuita. È un atto che ripara un altro atto: la recensione di padre Perego che Civiltà cattolica pubblicò il 20 settembre del 1958 all'uscita di Esperienze pastorali, il primo libro di don Milani, il suo più dirompente e attuale: una stroncatura durissima, quella di Civiltà cattolica, rivista dei Gesuiti, che segnò in quel momento la frattura dell'incomprensione tra don Milani e la Chiesa di Roma, di più tra don Milani e Papa Giovanni XXIII, che, influenzato da quella recensione negativa, prima da patriarca di Venezia e poi da papa qualificò don Lorenzo Milani di "pazzerello scappato di manicomio". Un giudizio durissimo in sé e ancor di più perché veniva dal papa che segnava la svolta nella dottrina sociale della Chiesa a un sacerdote cristiano che con quel libro squarciava alla Chiesa e ai sui pastori il velo sulla povertà materiale e culturale del suo gregge.

Da qualche anno, e per la precisione dal 2001, sappiamo che alla radice di quell'incomprensione c'era incontrovertibilmente la recensione di Civiltà cattolica: lo sappiamo dalla sofferta testimonianza di Mons. Loris Capovilla, già segretario particolare di Papa Giovanni XXIII, che in un appunto del 1997 pubblicato da Giorgio Pecorini nel volume I care ancora (potete leggere l'integrale nell'articolo collegato), ricostruì la vicenda degli anni Cinquanta e testimoniò che il papa conobbe Esperienze pastorali e don Milani solo da quella recensione, con Loris Capovilla che si rammaricava di avergliela letta e di essersene fidato, soffrendo per essere stato il tramite dell'empatia mancata tra il "papa buono" e il prete degli ultimi.

Civiltà cattolica, nel tempo, aveva completamente modificato il proprio punto di vista sul priore di Barbiana, come testimonia l'ampio e documentato ritratto di padre Piersandro Vanzan pubblicato nel 2007, quarantesimo anniversario della morte di Milani, quando ormai gli effetti di quella prima recensione avevano dato i loro frutti di sofferenza, non in tempo per dare a don Milani in vita la consolazione di sentire ricambiato l'amore per la sua Chiesa, come invece era accaduto in extremis all'altro ribelle obbedientissimo, don Primo Mazzolari, che a un mese dalla morte si sentì accogliere proprio da Papa Giovanni XXIII, come la "Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana". Ecco, alla luce di tutto questo, oggi sentire un Papa gesuita che esordisce citando «"Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa". Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958», per poi proseguire: «Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere, il sacerdozio di don Lorenzo Milani» significa riconoscerlo, una volta per tutte e per sempre, non solo maestro, non solo anticipatore dell'obiezione di coscienza, non solo precursore della dottrina sociale della Chiesa, ma nella dignità e nell'ortodossia del suo sacerdozio cristiano, la cosa cui più teneva, la cosa più importante, a fronte della quale anche la "ruvida schiettezza" del linguaggio milaniano assume un significato diverso: «Si capisce - dice il papa a proposito di quel linguaggio - questo ha creato qualche attrito, qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell'obiezione di coscienza. La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell'intelligenza dei ragazzi e dei giovani».

Ps. Davanti alla portata storica di questo messaggio di papa Francesco, sottolineata dalla visibile commozione di Valeria Milani Comparetti, figlia di Adriano fratello di don Lorenzo presente all'incontro (e alla qualità scientifica di questa opera editoriale monumentale), riprende - finalmente - il posto che merita, nel nulla della propria gratuita inconsistenza, anche la piccolezza delle polemiche montate attorno alla figura del priore di Barbiana negli ultimi giorni da una volgare operazione di marketing, che solo chi si fosse accostato superficialmente alla breve ma complessa e intensa storia di don Lorenzo Milani poteva insufflare nella pochezza del dibattito editorial-culturale di un Paese in cui 57 persone su 100 non aprono neppure un libro all'anno.



VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA PRESENTAZIONE DELL'OPERA OMNIA DI DON MILANI ALLA FIERA DELL'EDITORIA ITALIANA
(MILANO, 19-23 APRILE 2017)


«Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa». Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958. Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere ed il sacerdozio di don Lorenzo Milani.

Tutti abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua “Lettera ad una professoressa”, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore ed insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato. La sua educazione familiare, proveniva da genitori non credenti e anticlericali, lo aveva abituato ad una dialettica intellettuale e ad una schiettezza che talvolta potevano sembrare troppo ruvide, quando non segnate dalla ribellione. Egli mantenne queste caratteristiche, acquisite in famiglia, anche dopo la conversione, avvenuta nel 1943, e nell’esercizio del suo ministero sacerdotale. Si capisce, questo ha creato qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza. La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani.

Con queste parole mi rivolgevo al mondo della scuola italiana, citando proprio don Milani: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare – è questo il segreto, imparare ad imparare! –, questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano che era un prete: Don Lorenzo Milani». Così mi rivolgevo all’educazione italiana, alla scuola italiana, il 10 maggio 2014.

La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come “un ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati. Apprendere, conoscere, sapere, parlare con franchezza per difendere i propri diritti erano verbi che don Lorenzo coniugava quotidianamente a partire dalla lettura della Parola di Dio e dalla celebrazione dei Sacramenti, tanto che un sacerdote che lo conosceva molto bene diceva di lui che aveva fatto “indigestione di Cristo”. Il Signore era la luce della vita di don Lorenzo, la stessa che vorrei illuminasse il nostro ricordo di lui. L’ombra della croce si è allungata spesso sulla sua vita, ma egli si sentiva sempre partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, e della Chiesa, tanto da manifestare, al suo padre spirituale, il desiderio che i suoi cari “vedessero come muore un prete cristiano”. La sofferenza, le ferite subite, la croce, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo Risorto, perché la sua preoccupazione era una sola, che i suoi ragazzi crescessero con la mente aperta e con il cuore accogliente e pieno di compassione, pronti a chinarsi sui più deboli e a soccorrere i bisognosi, come insegna Gesù (cf Lc 10,29-37), senza guardare al colore della loro pelle, alla lingua, alla cultura, all’appartenenza religiosa.

Lascio la conclusione, come l’apertura, ancora a don Lorenzo, riportando le parole scritte ad uno dei suoi ragazzi. A Pipetta, il giovane comunista che gli diceva “se tutti i preti fossero come Lei, allora …”, Don Milani rispondeva: “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, istallato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: Beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” (Lettera a Pipetta, 1950). Accostiamoci, allora, agli scritti di don Lorenzo Milani con l’affetto di chi guarda a lui come a un testimone di Cristo e del Vangelo, che ha sempre cercato, nella consapevolezza del suo essere peccatore perdonato, la luce e la tenerezza, la grazia e la consolazione che solo Cristo ci dona e che possiamo incontrare nella Chiesa nostra Madre.

Guarda il video



Papa Francesco alla Veglia per i nuovi martiri: La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Tutti costoro sono il sangue vivo della Chiesa.

VEGLIA IN MEMORIA DEI “NUOVI MARTIRI” DEL XX E XXI SECOLO

Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina
Sabato, 22 aprile 2017



Prega in ricordo dei martiri cristiani degli ultimi due secoli, papa Francesco, nella veglia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Ma il suo pensiero correi ai migranti, ai rifugiati, «alla crudeltà», scandisce, «che oggi si accanisce sopra tanta gente». Ricorda, il Papa, che «i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani».

Poco prima aveva incontrato nei locali attigui alla Basilica un gruppo di rifugiati giunti in Italia grazie ai corridoi umanitari realizzati da Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Nel saluto finale davanti alla folla, fuori dalla Chiesa, il Papa invita a pregare sul dramma dei migranti esortando all’accoglienza: «La gente», dice, «che arriva in barconi e poi restano lì, nei Paesi generosi come l’Italia e la Grecia che li accolgono, ma poi i trattati internazionali non lasciano… Se in Italia si accogliessero due, due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti. E questa generosità del sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare un po’ il nord. È vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio».



Siamo venuti pellegrini in questa Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove la storia antica del martirio si unisce alla memoria dei nuovi martiri, dei tanti cristiani uccisi dalle folli ideologie del secolo scorso – e anche oggi – e uccisi solo perché discepoli di Gesù.

Il ricordo di questi eroici testimoni antichi e recenti ci conferma nella consapevolezza che la Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri. ... E ci sono anche tanti martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve.

Se guardiamo bene, la causa di ogni persecuzione è l’odio ...

Quante volte, in momenti difficili della storia, si è sentito dire: “Oggi la patria ha bisogno di eroi”. Il martire può essere pensato come un eroe, ma la cosa fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri. Oggi, allo stesso modo ci si può chiedere: “Di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa?”. Di martiri, di testimoni, cioè dei santi di tutti i giorni. Perché la Chiesa la portano avanti i santi. I santi: senza di loro, la Chiesa non può andare avanti. La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Tutti costoro sono il sangue vivo della Chiesa. Sono i testimoni che portano avanti la Chiesa; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con la forza dello Spirito Santo che hanno ricevuto in dono.

Io vorrei, oggi, aggiungere un’icona di più, in questa chiesa. Una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, con tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e le hanno chiesto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani. E quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore. Si rifugiava nell’amore della moglie, graziata dal martirio.

... L’eredità viva dei martiri dona oggi a noi pace e unità. Essi ci insegnano che, con la forza dell’amore, con la mitezza, si può lottare contro la prepotenza, la violenza, la guerra e si può realizzare con pazienza la pace. E allora possiamo così pregare: O Signore, rendici degni testimoni del Vangelo e del tuo amore; effondi la tua misericordia sull’umanità; rinnova la tua Chiesa, proteggi i cristiani perseguitati, concedi presto la pace al mondo intero. A te, Signore, la gloria e a noi, Signore, la vergogna (cfr Dn 9,7).


Guarda il video del discorso del Papa


I campi profughi come campi di concentramento? 
Ecco perché le parole di Papa Francesco non possono che risvegliare la nostra coscienza
di Damiano Serpi

Papa Francesco, durante la veglia di preghiera per i nuovi martiri tenuta con la Comunità di Sant’Egidio nella Chiesa di San Bartolomeo sull’isola Tiberina, ha ricordato un episodio capitatogli sull’isola di Lesbo esattamente un anno fa durante la sua visita al campo profughi. Mentre era intento a salutare uno a uno gli ospiti del campo un uomo mussulmano ha voluto raccontargli la sua personale storia di dolore e sofferenza.Fuggiva dalla sua terra con i suoi tre figli per cercare quella pace e quella sicurezza che altri uomini senza pietà e misericordia gli avevano portato via nel modo più atroce sgozzando, davanti ai suoi occhi pieni di terrore, la propria moglie solo perché non aveva voluto abiurare la sua fede cristiana buttando per terra e calpestando il piccolo crocefisso che portava al collo. 
Non è un episodio inedito, già in precedenza il Papa aveva raccontato di questo incontro così emozionante e commovente. Lo fece da Piazza San Pietro durante l’Angelus immediatamente successivo al rientro dal viaggio appena compiuto all’isola greca assieme al patriarca ecumenico Bartolomeo I e all’arcivescovo greco ortodosso di Atene Ieronymos. Tuttavia ieri il Santo Padre ha pronunciato due parole in più che, in breve tempo, hanno fatto il giro del mondo in modo più rapido della stessa storia che era alla base del suo ragionamento. Nel chiedersi quale fine avesse fatto quell’uomo così tanto provato dal dolore, Papa Francesco ha definito quel reticolato di filo spinato di Lesbo un “campo di concentramento” moderno, dove gli uomini vengono rinchiusi per diventare una folla di gente piena di disperazione. 
Due parole che hanno destato la coscienza di molti e suscitato tanti sentimenti contrapposti. Da un lato sentire le parole “campo di concentramento” ha risvegliato in tanti di noi l’idea, il ricordo, le immagini di ciò che successe in Europa durante la seconda guerra mondiale con la miriade di campi di concentramento sparsi in ogni angolo del vecchio continente. Aree di raccolta ideate per portare avanti la folle idea di quella supremazia della razza che causò la morte di milioni di persone inermi. Dall’altro molti hanno subito avvertito la pesantezza di quelle parole del Papa pronunciate con la tristezza nel cuore e con la voce provata dall’emozione. Non si può negare che l’uso di quel termine ha sortito l’effetto di scuoterci tutti in modo forte e deciso.
Alcune organizzazioni, tra cui spicca anche un’importante associazione di ebrei americani, hanno subito chiesto al Santo Padre di voler ritornare indietro su quanto affermato perché si precisasse che non era stato opportuno paragonare i campi profughi della Grecia o della Turchia a ciò che, nell’immaginario collettivo, sono stati i campi di concentramento nazionalsocialisti. Secondo queste organizzazioni, e per dirla tutta anche ascoltando alcuni illustri storici, non può essere usato lo stesso termine per definire luoghi dove veniva sistematicamente procurata le morte e dove, invece, vengono accolti i profughi o i migranti che scappano dalle loro terre per via della guerra, delle persecuzioni o della fame. Tutto vero, soltanto che il Santo Padre non ha fatto alcun paragone con ciò che è successo durante la storia, né ha voluto riferirsi a ciò che successe ormai oltre 75 anni fa in un’Europa dilaniata dall’anti semitismo e dall’odio. 
Il Santo Padre ha voluto soltanto svegliare tutte le nostre coscienze di fronte ad un dramma epocale che sembra scivolarci addosso senza farci riflettere abbastanza sulla situazione di grande sofferenza, e di privazione quasi totale della libertà, che altri nostri fratelli sono obbligati a subire. L’uso del termine “campo di concentramento” non era assolutamente da intendersi come termine di paragone, ma semplicemente come definizione concreta di ciò che quei campi sono oggi nella realtà dei fatti. Gli storici o le varie associazioni che, appellandosi a ciò che è stata la realtà storica, si sentono in dovere di avvisarci che certe comparazioni non hanno ragion d’essere possono stare tranquilli per il semplice fatto che bastava ascoltare oltre quell’inciso per capire che non si intendeva alludere a paragoni storici specifici. Si voleva esclusivamente descrivere con compiutezza ciò che la verità deve condurci a pensare di quei campi che oggi, nello scorrere del nostro tempo presente, ospitano tante persone in cerca di risposte. 
Già, la storia. Ma quale storia dei campi di concentramento vogliamo rievocare ? Quella che riguarda un solo popolo, una sola nazione, un continente, un’epoca più che un’altra, un regime totalitario piuttosto che un’altro o una guerra ? Oppure quella dell’uomo, inteso come semplice essere umano dotato del dono della vita, senza badare alla sua appartenenza religiosa, al suo credo, alla sua origine genealogica, alla sua razza, al suo reddito, alla sua cultura, alla sua esigenza di protezione ? Insomma, vogliamo parlare di campi di concentramento come modelli oppure di campi di concentramento come luoghi di sofferenza per l’uomo ? 
Si, è vero i campi di concentramento nazisti sono stati senza ombra di dubbio uno dei momenti più bui e mostruosi dell’esistenza dell’uomo. Tuttavia la storia stessa ci dice che dobbiamo essere precisi e quindi dobbiamo ricorrere all’uso dei giusti termini se vogliamo essere poi autorizzati a richiamare gli altri al rispetto della verità storica. I campi di concentramento non sono stati inventati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, esistevano, purtroppo, già da millenni nell’armamentario dell’uomo che vuole imprigionare altri uomini. Andando a ritroso nel tempo troviamo campi di concentramento nella storia degli Armeni, in quella degli schiavi africani, durante le crociate, nel Medioevo e addirittura ai tempi dei Romani e degli Egizi. Li si poteva chiamare in vario modo, tuttavia erano tutti luoghi dove determinate categorie di persone venivano condotte a forza e, in un modo o nell’altro, spogliate della loro libertà. Una cosa sono i campi di concentramento e un’altra sono i campi di sterminio e di lavoro scientemente inventati dai nazisti per dare loro modo di portare a termine la terrificante “soluzione finale” pensata per eliminare dal mondo la stirpe ebraica. Auschwitz, Birkenau, Treblinka, Dachau erano tutti campi di lavoro e di sterminio dove l’obiettivo non era solo quello di limitare la libertà dell’uomo ma di ucciderlo nel peggiore dei modi possibili, ossia annientando totalmente la sua umanità prima di togliergli l’ultimo respiro nelle camere a gas. 
Il Papa ieri non ha parlato di campi di lavoro o di sterminio, ma ha solamente detto che i campi profughi, per come si stanno configurando nella realtà dei fatti, sono dei veri e propri campi di concentramento di uomini, donne, vecchi e bambini. Cos’altro sono oggi i campi profughi come Lesbo ? Sono forse campeggi dove uno va per passare qualche settimana di ferie spensierate ? Sono forse luoghi ameni dove tenere meeting oppure dove approfondire le conoscenze personali ? Sono forse luoghi dove gli ospiti aspirano ad andare per starci a lungo ? Sono luogo di soggiorno dove chi è ospite può domani decidere di fare le valigie e andar via liberamente e senza limitazioni ? No, i campi profughi sono oggi dei luoghi dove le autorità degli stati, per rispettare norme e accordi internazionali stipulati, peraltro, quando non si aveva sentore di questa tipologia di emergenza, conducono con la forza chi fugge dai loro paesi per cercare pace, tranquillità e un futuro migliore. Questa è la realtà che non possiamo nascondere né manipolare. Nei campi profughi come Lesbo vivono persone che, fuggite dalla loro terra natia, non possono raggiungere le mete che si erano prefissate perché la legge positiva dell’uomo non lo permette. Non lo possono fare perché le barriere fisiche delle frontiere non lo consentono. Nei campi per profughi e migranti non si va liberamente, ma si è in qualche modo “rinchiusi” per volere delle autorità. 
Chi viene condotto in un campo profughi non conosce nulla del suo destino e del suo futuro più prossimo. Da un lato sa che non potrà tornare a casa perché le condizioni che hanno imposto la fuga permangono tutte, dall’altro non possono decidere liberamente dove andare perché non è accordato loro il potere farlo. Devono attendere dentro quei recinti per mesi e forse anni prima di sapere se verrà concesso loro il diritto di risiedere in uno dei paesi di quell’occidente che vogliono raggiungere o se verranno rimpatriati con la forza. Non si tratta qua di discutere sul fatto che ci sono leggi e regolamenti che vanno rispettati perché non si può accogliere tutti, bensì sulla reale condizione di chi, fuggendo per giusta causa, si ritrova poi a dover vivere obbligatoriamente in enormi campi recintati senza avere la possibilità di uscirne e come se fosse un delinquente da punire con la reprimenda classica di chi è sicuramente colpevole di un reato. 
Questi sono i campi di concentramento. Campi dove si raccolgono e, appunto, si concentrano determinate persone e famiglie in base ad un criterio comune. L’unico criterio che unisce chi vive oggi nei campi profughi e di migranti come quello di Lesbo è quello di essere fuggiti dalla loro terra per poter sperare in un futuro migliore. C’è chi fugge dalle guerre in corso, chi dalla persecuzione religiosa o politica, chi dalla fame e dalla carestia di un’Africa sempre più povera o chi da un futuro senza speranza. Il Papa e la Chiesa non chiedono di eludere la legge, soltanto di iniziare a pensare e trattare queste persone come uomini che soffrono e a cui bisogna dare una speranza perché fuggono per avere una speranza di vita. 
Ciò che molti non riescono ancora a capire, in Italia e nel resto d’Europa fino a toccare le sponde oltre l’Atlantico, è il bisogno del Santo Padre di essere prossimo all’uomo che soffre e non al rispetto di un diritto positivo che compete a chi ha la responsabilità del potere politico. La Chiesa non può non parlare della sofferenza della carne viva degli uomini che fuggono dalle proprie case perché hanno bisogno della speranza per poter pensare alla propria vita. La Chiesa non può tacere su questo solo perché la politica non riesce a trovare mediazioni oppure perché si impantana sulle quote numeriche da assegnare in base a criteri che diventano sempre più egoistici. La Chiesa non può tacere perché l’argomento non è popolare in questa particolare congiuntura economica e sociale del mondo globalizzato. La Chiesa deve seguire il Vangelo e l’insegnamento di Gesù. Il Papa non può essere “politically correct” solo perché oggi non bisogna gettare discredito sui potenti del mondo che non hanno saputo trovare soluzioni plausibili che invece, associazioni volenterose come Sant’Egidio, hanno dimostrato al mondo di poter conseguire attraverso il progetto dei “Corridoi Umanitari”. Il Vangelo non può essere piegato alle esigenze occasionali di chi ha il potere sulle società solo perché è meglio sempre essere populisti che popolani. 
Affermare oggi che esistono in Europa dei campi di concentramento, dove nostri fratelli sono costretti a stare solo perché fuggono via disperati dalle loro case e dalla loro terra, può certamente e comprensibilmente spaventare, ciò nonostante è la semplice verità delle cose che non può o deve essere nascosta. Non illudiamoci che quei campi siano come delle momentanee aree di accoglienza per terremotati o alluvionati. Non è così. Non lo è per il semplice fatto che chi trova ospitalità in un campo di accoglienza per terremotati o per alluvionati ha dentro di se la viva speranza di potersi ricostruire un futuro con l’aiuto degli altri. Potrà essere dura, lunga e non scevra di privazioni dolorose, tuttavia chi è dovuto scappare di casa per un terremoto o un’alluvione sa in cosa credere e sperare. Chi invece fugge via per altri motivi, trova le frontiere chiuse e viene obbligata a stare in campi sigillati, dove non si può neanche metter naso fuori dalla recinzione, ciò che manca è soprattutto la speranza e la fiducia nel domani. 
Proprio per tutto questo non sono scandalose le parole usate ieri dal Papa, ma lo è il silenzio connivente di chi non capisce, o fa finta di non voler capire, che il rischio concreto è ormai quello di dare per normale l’esistenza di questa nuova tipologia di “campi di concentramento” di uomini nati “sfortunati” dentro la nostra società. Ciò che ci deve preoccupare sempre più è l’accettazione, o forse è meglio dire la rassegnazione, all’idea che ci possano essere uomini e donne destinate a restare chiusi senza speranza dentro recinti costruiti dall’uomo stesso per rispetto di norme e vincoli più importanti dei sentimenti e delle stesse sofferenze umane. D'altronde per convincercene davvero basta chiudere un attimo gli occhi e chiederci : se fossimo noi rinchiusi senza speranza dentro uno di quei recinti per aver avuto solo l’ardire di fuggire dalla guerra o dalla morte certa cosa sarebbe per noi quel recinto se non un “campo di concentramento”?
(fonte: Il Sismografo)


Guarda il video integrale