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giovedì 29 dicembre 2016

"La Nonviolenza: stile di una politica per la Pace" è il tema della prossima Marcia per la Pace che si terrà a Bologna

"La Nonviolenza: stile di una politica per la Pace" 
è il tema della prossima Marcia per la Pace
 che si terrà a Bologna il 31.12.2016



49ª Marcia per la pace
e 
50ª Giornata della Pace 

(1° gennaio 2017)


"La nonviolenza: stile di una politica per la pace" è il titolo voluto da papa Francesco per la 50ª Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2017. Il testo del messaggio è stato diffuso il 12 dicembre e farà da riferimento anche per la 49ª edizione della «Marcia nazionale per la pace», che si terrà a Bologna il 31 dicembre prossimo e che è promossa da Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, con Caritas Italiana, Pax Christi, Azione Cattolica Italiana, e organizzata quest'anno con la diocesi di Bologna.

«La nonviolenza - scrive papa Francesco - è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. [...] La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia».

«La Chiesa - prosegue il Pontefice - si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura. Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali "la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita". Lo ribadisco con forza: "Nessuna religione è terrorista". La violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo: "Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!". «In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica. Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini», chiede ancora papa Francesco.

Il 1° gennaio vedrà poi la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».

Per partecipare alla Marcia della Pace del 31 dicembre a Boglogna è possibile prenotare la tua partecipazione alla mail: prenotazioni@marciadellapacebologna2016.it.

Altre informazioni e dettagli sul sito www.marciadellapacebologna2016.it


Leggi anche il post già pubblicato:

Nel corso di una conferenza stampa con l'Arcivescovo di Bologna
 è stato presentato il programma della Marcia della Pace
GUARDA IL VIDEO






Video realizzato per invitare alla Marcia della Pace di Bologna del 31/12/16 
dal gruppo Adolescenti della Parrocchia di S. Michele Arc. di Quarto Inferiore, Granarolo dell'Emilia.
A bordo: reinterpretazione della canzone "Auschwitz" di Guccini, 
cantata da Sara Vannucchi e registrata da Antonio di Cadriano


"La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile. La fede non è solo silenzio che tutto accetta senza replicare, la speranza non è certezza che ti mette al sicuro dal dubbio e dalla perplessità. Fede è anche lottare con Dio, mostrargli la nostra amarezza, E speranza è anche non avere paura di vedere la realtà per quello che è e accettarne le contraddizioni." Papa Francesco Udienza generale 28/12/2016


“La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile”. Lo assicura Papa Francesco nella catechesi dell’udienza generale di oggi, la quarta sul tema della speranza, tenuta in un’Aula Paolo VI gremita di fedeli, dopo avere percorso il corridoio centrale e salutato i presenti, gustando un mate offertogli da un fedele, prendendo in braccio, benedicendo e baciando diversi bambini e una giovane in abito da sposa in dolce attesa, ricevendo regali e non sottraendosi a selfie e allo scambio dello zucchetto. 







Al termine dell'udienza, dopo i saluti ai fedeli, c'è stata un'esibizione degli artisti del Golden Circus di Liana Orfei. Giocolieri, acrobati, un illusionista, un addestratore di pappagalli hanno fatto sorridere ammirati il Pontefice e tutti i presenti. Un prestigiatore si è avvicinato con un tavolino volante, facendogli verificare che non ci fossero fili. Al termine dell'esibizione papa Francesco ha ringraziato i circensi osservando che "la bellezza sempre avvicina a Dio". Uno degli artisti del circo ha dato al Papa un palloncino verde e rosso modellato a fiore, come quelli che si fanno per i bambini. Un altro, insieme a Liana Orfei, gli ha appoggiato sulla mano un pappagallo bianco.









 


La Speranza cristiana - 4. Abramo, padre nella fede e nella speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

San Paolo, nella Lettera ai Romani, ci ricorda la grande figura di Abramo, per indicarci la via della fede e della speranza. Di lui l’apostolo scrive: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4,18); “saldo nella speranza contro ogni speranza”. Questo concetto è forte: anche quando non c’è speranza, io spero. È così il nostro padre Abramo. San Paolo si sta riferendo alla fede con cui Abramo credette alla parola di Dio che gli prometteva un figlio. Ma era davvero un fidarsi sperando “contro ogni speranza”, tanto era inverosimile quello che il Signore gli stava annunciando, perché egli era anziano - aveva quasi cento anni - e sua moglie era sterile. Non ci è riuscita! Ma lo ha detto Dio, e lui credette. Non c’era speranza umana perché lui era anziano e la moglie sterile: e lui credette.

Confidando in questa promessa, Abramo si mette in cammino, accetta di lasciare la sua terra e diventare straniero, sperando in questo “impossibile” figlio che Dio avrebbe dovuto donargli nonostante il grembo di Sara fosse ormai come morto. Abramo crede, la sua fede si apre a una speranza in apparenza irragionevole; essa è la capacità di andare al di là dei ragionamenti umani, della saggezza e della prudenza del mondo, al di là di ciò che è normalmente ritenuto buonsenso, per credere nell’impossibile. La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile. La speranza fa entrare nel buio di un futuro incerto per camminare nella luce. È bella la virtù della speranza; ci dà tanta forza per camminare nella vita.

Ma è un cammino difficile. E viene il momento, anche per Abramo, della crisi di sconforto. Si è fidato, ha lasciato la sua casa, la sua terra, i suoi amici, … Tutto. È partito, è arrivato nel paese che Dio gli aveva indicato, il tempo è passato. In quel tempo fare un viaggio così non era come oggi, con gli aerei - in poche ore si fa - ; ci volevano mesi, anni! Il tempo è passato, ma il figlio non viene, il grembo di Sara rimane chiuso nella sua sterilità.

E Abramo, non dico che perda la pazienza, ma si lamenta con il Signore. Anche questo impariamo dal nostro padre Abramo: lamentarsi con il Signore è un modo di pregare. Alle volte sento, quando confesso: “Mi sono lamentato con il Signore …”, ed [io rispondo]: “Ma no! Lamentati, Lui è padre!”. E questo è un modo di pregare: lamentati con il Signore, questo è buono. Abramo si lamenta con il Signore dicendo: «“Signore Dio, […] io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco” (Elièzer era quello che reggeva tutte le cose). Soggiunse Abram: “Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio servo sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo fa uscire fuori, lo condusse e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. E Abramo un’altra volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,2-6).

La scena si svolge di notte, fuori è buio, ma anche nel cuore di Abramo c’è il buio della delusione, dello scoraggiamento, della difficoltà nel continuare a sperare in qualcosa di impossibile. Ormai il patriarca è troppo avanti negli anni, sembra non ci sia più tempo per un figlio, e sarà un servo a subentrare ereditando tutto.

Abramo si sta rivolgendo al Signore, ma Dio, anche se è lì presente e parla con lui, è come se ormai si fosse allontanato, come se non avesse tenuto fede alla sua parola. Abramo si sente solo, è vecchio e stanco, la morte incombe. Come continuare a fidarsi?

Eppure, già questo suo lamentarsi è una forma di fede, è una preghiera. Nonostante tutto, Abramo continua a credere in Dio e a sperare che qualcosa ancora potrebbe accadere. Altrimenti, perché interpellare il Signore, lagnarsi con Lui, richiamarlo alle sue promesse? La fede non è solo silenzio che tutto accetta senza replicare, la speranza non è certezza che ti mette al sicuro dal dubbio e dalla perplessità. Ma tante volte, la speranza è buio; ma è lì la speranza … che ti porta avanti. Fede è anche lottare con Dio, mostrargli la nostra amarezza, senza “pie” finzioni. “Mi sono arrabbiato con Dio e gli ho detto questo, questo, questo, …”. Ma Lui è padre, Lui ti ha capito: vai in pace! Bisogna avere questo coraggio! E questo è la speranza. E speranza è anche non avere paura di vedere la realtà per quello che è e accettarne le contraddizioni.

Abramo dunque, nella fede, si rivolge a Dio perché lo aiuti a continuare a sperare. È curioso, non chiese un figlio. Chiese: “Aiutami a continuare a sperare”, la preghiera di avere speranza. E il Signore risponde insistendo con la sua inverosimile promessa: non sarà un servo l’erede, ma proprio un figlio, nato da Abramo, generato da lui. Niente è cambiato, da parte di Dio. Egli continua a ribadire quello che già aveva detto, e non offre appigli ad Abramo, per sentirsi rassicurato. La sua unica sicurezza è fidarsi della parola del Signore e continuare a sperare.

E quel segno che Dio dona ad Abramo è una richiesta di continuare a credere e a sperare: «Guarda in cielo e conta le stelle […] Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15,5). È ancora una promessa, è ancora qualcosa da aspettare per il futuro. Dio porta fuori Abramo dalla tenda, in realtà dalle sue visioni ristrette, e gli mostra le stelle. Per credere, è necessario saper vedere con gli occhi della fede; sono solo stelle, che tutti possono vedere, ma per Abramo devono diventare il segno della fedeltà di Dio.

È questa la fede, questo il cammino della speranza che ognuno di noi deve percorrere. Se anche a noi rimane come unica possibilità quella di guardare le stelle, allora è tempo di fidarci di Dio. Non c’è cosa più bella. La speranza non delude. Grazie.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Accolgo con la gioia del clima natalizio i cari pellegrini di lingua italiana. Saluto gli artisti e operatori del Golden Circus di Liana Orfei, e li ringrazio per la loro gradita esibizione. La bellezza sempre ci avvicina a Dio! Saluto i gruppi parrocchiali, particolarmente i fedeli di Supino e di Sant’Andrea delle Fratte in Roma, venuti con l’effigie della Madonna della Medaglia Miracolosa, che verrà esposta nella Basilica di San Pietro. In questo Tempo di Natale abbiamo davanti agli occhi il meraviglioso mistero di Gesù fanciullo e adolescente, che, come racconta l’evangelista Luca, “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (2,52).

Mi è gradito porgere un saluto speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli; io li chiamo i coraggiosi, perché ci vuole coraggio per sposarsi e farlo per tutta la vita: bravi! I Santi Innocenti martiri, che oggi ricordiamo, aiutino tutti ad essere forti nella fede, guardando al divino Bambino, che nel mistero del Natale si offre per l’intera umanità. Cari giovani, sappiate anche voi crescere come lui: obbedienti ai genitori e pronti a capire e a seguire la volontà del Padre che è nei cieli. Cari ammalati, vi auguro di scorgere, nella vivida luce di Betlemme, il senso della vostra sofferenza. Ed esorto voi, cari coraggiosi sposi novelli, a mantenere costanti, nel costruire la vostra famiglia, l’amore e la dedizione oltre ogni sacrificio, e a non finire la giornata senza fare la pace fra voi.


Guarda il video integrale



La violenza è incompatibile col Vangelo. ... Si possono celebrare messe in forma privata, ma non è accettabile, anzi, è scandaloso invitare una comunità a ricordare chi è responsabile di soprusi" don Luigi Ciotti

Grumo Appula (BA)
La violenza è incompatibile col Vangelo. ... 
"Si possono celebrare messe in forma privata, ma non è accettabile, 
anzi è scandaloso, invitare una comunità a ricordare 
chi è responsabile di soprusi" 
don Luigi Ciotti



“Il no della Chiesa alla mafia
 deve essere sempre chiaro”

Intervista a don Luigi Ciotti




Si possono «celebrare messe in forma privata», ma non è accettabile, anzi, è scandaloso «invitare una comunità a ricordare chi è responsabile di soprusi». Perché la violenza mai è compatibile col Vangelo. È lapidario don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, associazione contro le mafie: don Michele delle Foglie, parroco di Grumo Appula, in provincia di Bari, non doveva chiamare a raccolta – addirittura con un manifesto – la popolazione a una celebrazione a suffragio di Rocco Sollecito, presunto boss della ’ndrangheta ucciso a maggio in Canada.


Don Ciotti, come descrive la decisione di don delle Foglie? 
«Come monsignor Cacucci, vescovo di Bari-Bitonto».

Francesco Cacucci ha parlato di «grave scandalo». Il parroco si è difeso così: «Le messe non si celebrano in onore ma a suffragio dei defunti e quanto più si è peccatori tanto si chiede la misericordia di Dio». Ha ragione Cacucci?
«Nessuno impedisce di celebrare messe in forma privata. I famigliari hanno tutto il diritto di pregare per i loro congiunti. Altro conto è invitare un’intera comunità a ricordare persone responsabili soprusi. La violenza è incompatibile col Vangelo». 

E la misericordia? 
«Il Papa ha detto: “Più grande è il peccato, maggiore deve essere l’amore per coloro che si convertono”. Ha messo cioè l’accento sulla conversione, prodigio del cuore e della coscienza capace di trasformare il male in bene. Non risulta che in questo caso ci siano stati segni di conversione, o quantomeno non ci si è richiamati a questo per giustificare la scelta di una messa celebrata in forma pubblica». 

Ieri c’è stato chi ha sostenuto che occorre considerare la pericolosità di quei territori, in cui per vicende così ci si può trovare la chiesa bruciata: è una giustificazione valida? 
«No. Nella storia della Chiesa, dal ‘900 a oggi, non si contano i preti minacciati dalle mafie. Padre Puglisi e don Diana sono stati assassinati. Di Puglisi, Francesco Marino Mannoia, boss divenuto collaboratore di giustizia, disse che era un “prete che interferiva, che rompeva le scatole”. Credo che quelle vicende non siano passate invano, che siano state occasioni di cambiamento». ?

In che senso? 
«Oggi la Chiesa è consapevole, tranne eccezioni, che fedeltà al Vangelo significa anche “interferire”, parlare chiaro, dire no alle mafie e a chi alle mafie presta il fianco, di conseguenza impegnarsi per la libertà delle persone, calpestate da mafiosi e corrotti. Chi denuncia oggi non è più solo, a maggior ragione dopo le parole dei Papi».

Ecco, i pontefici: come si conciliano l’appello di Wojtyla del 1993 - «Mafiosi convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio» - e la «scomunica» di Francesco del 2014, con la misericordia divina che non esclude nessuno, come lo stesso Bergoglio ricorda continuamente? 
«È una contraddizione solo apparente. Francesco ci ricorda che “il perdono di Dio per i nostri peccati non conosce confini”, ma con la stessa forza ci ricorda che certi peccati ci pongono al di fuori dalla comunione con Dio, che va ritrovata attraverso la conversione. Le parole pronunciate il 21 giugno 2014, nella Messa nella Piana di Sibari, in Calabria, sono in questo senso inequivocabili: “La mafia è adorazione del male e disprezzo del bene comune (…) Coloro che nella loro vita percorrono la strada del male, come i mafiosi, non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”». 

Sono «irrecuperabili»? 
«La scomunica non è una condanna definitiva laddove emerge in chi ha commesso il male l’intenzione sincera, e concreta, di cambiare strada, diventando una persona che ama Dio attraverso gli uomini e gli uomini attraverso Dio». 
(Fonte: Intervista di Domenico Agasso JR, pubblicato su "La Stampa")

IL VESCOVO GIUDICA SCANDALOSE 
LE SCELTE DEL PRETE

"... evidenzio il grave scandalo che questa tua decisione, presa peraltro in modo arbitrario e senza consultare l’Ordinario Diocesano, sta provocando.
Alla luce di quanto sopra, stante la gravità della situazione creatasi, anche per evitare il “grave pregiudizio per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica”, e dovendo tutelare la dignità della Sacra Celebrazione Eucaristica, formalmente
Ti vieto di celebrare la S. Messa domani 27 dicembre 2016 alle ore 18,30.

mercoledì 28 dicembre 2016

I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi

I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi

La Chiesa commemora i bambini di Betlemme fatti uccidere da Erode per eliminare il neonato Gesù. Così simili ai tanti minori violentati da guerre e manipolazioni scatenate dagli adulti. Papa Francesco ha parlato diffusamente anche di loro, nell’omelia per la notte di Natale. Mentre il Patriarca ecumenico Bartolomeo chiede che il 2017 diventi sia proclamato «Anno della sacralità dell’infanzia»


Oggi la liturgia della Chiesa cattolica fa memoria dei santi innocenti. Sono le vittime della strage degli innocenti, i i bambini sotto i due anni che secondo il Vangelo Erode fece ammazzare nella regione di Betlemme, per essere sicuro di eliminare tra loro anche Gesù, appena nato. La Chiesa li celebra tre giorni dopo il Natale, per sottolineare che la loro vicenda tragica ha un legame misterioso con la promessa di salvezza entrata nel mondo con la nascita di Cristo. 

Ci sono tanti santi innocenti anche oggi. Le foto e i filmati dagli scenari di guerra li mostrano mentre magari giocano tra le macerie delle loro case o quando riescono a divertirsi perfino tuffandosi nelle nei crateri creati dalle bombe che si sono riempiti d’acqua, che loro usano come se fossero piccole piscine. 

Non c’è niente di più umanamente insostenibile del dolore dei bambini. E non c’è niente di più diabolico del dolore provocato ai bambini. Ne hanno accennato, nelle loro parole per il Natale, sia Papa Francesco sia Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, con una sincronia eloquente. Il Successore di Pietro, nella omelia della notte di Natale, guardando al mistero della nascita di Gesù, ha invitato a lasciarsi interpellare «anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti». I bambini «che non vengono lasciati nascere», quelli «che piangono perché nessuno sazia la loro fame», quelli «che non tengono in mano giocattoli, ma armi». 

Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, nella sua lettera enciclica per il Natale 2016, ha chiesto di proclamare il 2017 come Anno della sacralità dell’infanzia. «I bambini e le bambine di oggi – ha rimarcato il Successore di Andrea nel suo appello natalizio – non sono solo vittime delle guerre e delle migrazioni forzate», ma sono minacciati anche nei Paesi economicamente sviluppati e politicamente stabili, dove vengono manipolati dalla televisione e da internet, e da un’economia che mira solo a trasformarli «fin dalla giovane età in consumatori». Nella sua Lettera natalizia, il Primus inter pares tra i primati delle Chiese ortodosse ha riproposto le frasi del Vangelo in cui si condensa la predilezione di Gesù per i bambini: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»; e «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». Dio – scrive Bartolomeo nella sua ultima Lettera enciclica - si rivela al mondo col «cuore puro e la semplicità di un bambino», e i bambini «comprendono verità che sfuggono alle persone sapienti». Nel suo messaggio, il Patriarca ecumenico cita anche il poeta greco Odisseas Elytis: «Si può costruire Gerusalemme solo coi bambini!» 

I Santi Innocenti del Vangelo sono i primi ad essere uccisi a causa di Cristo, anzi al posto di Cristo, senza neanche saperlo. Sono il fiore dei martiri, come scrive il poeta francese Charles Péguy nel suo Il Mistero dei Santi Innocenti. La sofferenza degli innocenti, che altri scrittori – a cominciare da Albert Camus – vedono come l’emblema del male invincibile e la prova dell’inesistenza di Dio, per Péguy può essere abbracciata solo nel mistero di una salvezza donata e ricevuta gratuitamente. Così, i Santi innocenti vanno in Paradiso senza aver avuto neanche il tempo di fare del bene. E Péguy se li immagina che giocano anche lì, usando le corone del martirio per il gioco dei cerchietti, sorprendendo e allietando così il cuore stesso di Dio.
(Fonte: articolo di Gianni Valente Avvenire 28/12/2016)

Il pasticcio dei "dubia" suscita altri "dubia"...

Il pasticcio dei "dubia" suscita altri "dubia"...
di
Luis Badilla e Francesco Gagliano

La nota vicenda della lettera che 4 cardinali hanno inviato al Papa, dove vengono richieste risposte alle loro cinque domande su alcuni passaggi dell'Esortazione Amoris laetitia ritenuti non chiari e fuori dalla dottrina, è diventata ormai un bel pasticcio. Gli elementi chiari e incontrovertibili sono pochi ma importanti: 
  1.  La lettera ormai di dominio pubblico seppure inviata in forma privata, indirizzata al Papa;
  2.  La consegna del testo della lettera ai giornalisti amici dei 4 cardinali, che ovviamente l'hanno pubblicata e amplificata con la dovuta solerzia; 
  3.  La violazione della corrispondenza privata del Papa (la lettera, non essendo aperta o pubblica, non doveva essere data ad alcun giornalista. La sua pubblicazione, per volere dei firmatari, per certi aspetti equivale ad averla sottratta dalla scrivania di Francesco);
  4.  Il cardinale Leo R. Burke, in diverse interviste ha continuato a ribadire: faremo, se non arrivano le risposte richieste, una "correzione formale" pubblica del magistero pontificio. Recentemente ha precisato che ciò potrebbe accadere dopo le feste di Natale; 
  5.  Degli altri tre firmatari, due - Carlo Caffarra, italiano, e Joachim Meisner, tedesco - non hanno mai fatto nessuna dichiarazione in merito alla vicenda; 
  6.  Il quarto, il tedesco Walter Brandmüller, ha rilasciato alcune dichiarazioni al portale Vatican Insider che il suo coordinatore, Andrea Tornielli, ha riassunto in un suo articolo. 
  7.  Altri due cardinali hanno espresso un certo sostegno alla lettera dei 4 cardinali, ma con sfumature diverse: chiaro e univoco è stato il cardinale tedesco Paul Cordes, ma meno chiara e più articolata è stata l'opinione dell'italiano Renato Raffaele Martino.
*******
Sono questi gli unici passaggi o elementi chiari. Al di fuori di questo stretto recinto la vicenda appare confusa, opaca e in qualche modo misteriosa. Ecco un elenco parziale dei "dubia" sulla lettera e su quanto è accaduto dopo la sua divulgazione:
  1.  La consegna della copia della lettera ai giornalisti affinché la pubblicassero è stata un'iniziativa solo di alcuni firmatari, uno o due, o di tutti i quattro?
  2.  Il cardinale Burke nelle sue diverse interviste dopo la pubblicazione della lettera ha parlato a titolo personale o a nome del "gruppo"? C'è stato o non un accordo in tal senso con gli altri porporati?
  3.  La "correzione formale" (del magistero del Papa) annunciata e quasi minacciata a più riprese da parte del card. Burke ha un sostegno o un elaborato canonico alle spalle, visto che non risulta essere un istituto esistente? E se così fosse quali sarebbero le sue fondamenta?
  4.  La "correzione formale", annunciata per dopo Natale, è un progetto solo del cardinale Burke, di tutti i quattro i porporati, o di alcuni?
  5.  Quanto dichiarato dal card. Walter Brandmüller a Vatican Insider sono solo sue caute considerazioni o sono messaggi per il cardinale Burke? Tra loro si sono parlati o preferiscono comunicare i loro messaggi tramite la stampa. 
  6.  Quando il card. Walter Brandmüller dice a Vatican Insider che un'eventuale «correzione fraterna» del Papa dovrebbe avvenire «in camera caritatis» intende evidentemente dire che non dovrebbe realizzarsi in pubblico attraverso atti o scritti messi in circolazione. E perché allora la lettera venne consegnata ai giornalisti amici affinché la divulgassero? E questa correzione "in camera caritatis" sarebbe firmata da chi? Da alcuni porporati o da tutti i firmatari? E come si spiega la contraddizione tra far pubblicare una lettera privata al Papa per poi, non avendo la risposta richiesta, correggere il magistero pontificio in privato (cosa diranno i firmatari a coloro che hanno letto le 5 domande?, oppure si prevede già di consegnare ai giornalisti amici anche il testo della correzione "in camera caritatis"?)
  7.  Il cardinale Brandmüller a Vatican Insider ha detto: "Devo, invece, ritenere che il cardinale Burke sia convinto che in prima istanza una correzione fraterna debba avvenire “in camera caritatis”." Cosa significa "ritenere che ..."? Il cardinale Brandmüller è a conoscenza o no della eventuale convinzione del cardinale Burke di procedere per via privata o pubblica nella sua correzione? Oppure sta lanciando dei suggerimenti?
  8.  Se il card. Brandmüller dichiara sul card. Burke: "Devo dire che il cardinale ha espresso - in piena autonomia - la sua opinione, che senz'altro potrebbe essere condivisa pure da altri porporati" ... questo cosa significa? Che il card. Burke in precedenza non abbia sempre parlato a nome del gruppo? E se così fosse perché gli altri tre, o almeno Brandmüller, non hanno chiarito l'equivoco?
  9.  Infine il card. Brandmüller conclude: "Noi cardinali attendiamo la risposta ai “dubia”, in quanto una mancata risposta potrebbe essere vista da ampi settori della Chiesa come un rifiuto dell'adesione chiara e articolata alla dottrina definita". 
"Noi cardinali ..." ... noi chi?, loro 4 o tutto il Collegio cardinalizio, o la metà o un terzo ... quanti? 
E poi perché "una mancata risposta" da parte del Papa alla lettera comporterebbe che "ampi settori della Chiesa" la dovrebbero considerare "un rifiuto dell'adesione chiara e articolata alla dottrina definita"? 
Dov’è la logica e la consistenza di una simile affermazione? Oppure si vuole dire che la non riposta del Papa è già "un rifiuto dell'adesione chiara e articolata alla dottrina definita"?
(fonte: Il Sismografo)

Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti sugli attacchi a Papa Francesco:

e per essere chiari ed evitare altri eventuali dubbi...


Natale 2016 - “La Parola di Dio porti gioia” e ci aiuti a rendere il mondo “ secondo il suo progetto” don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo

Natale 2016 - Palermo
“La Parola di Dio porti gioia
 e ci aiuti a rendere il mondo 
secondo il suo progetto”

don Corrado Lorefice, 
arcivescovo di Palermo 




“Vorrei rendermi presente ovunque in questa famiglia che il Signore mi ha dato, particolarmente di quelli segnati dalla sofferenza di ogni tipo. Il Natale è la pienezza della felicità ed io la voglio condividere con tutti”. E’ il cuore del messaggio di Natale che l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, invia all’arcidiocesi. “A Natale accogliamo la Parola di Dio che si fa carne” e il Natale “ci dice il mondo con gli occhi di Dio”. Se questo è vero, “allora capiamo che a Natale Dio vede il mondo con occhi che partono dal basso, anzi lui stesso viene, scende”, e il messaggio è quello di “un Dio che assume la nostra condizione umana, in tutto, in tutto, se ne fa carico”. Dio, prosegue mons. Lorefice, “cii salva, e nello stesso tempo ci coinvolge in questo suo movimento, assumere altri, fare strada come fa lui con altri. Il mondo che viene visitato da Dio è un mondo che Dio ama, ed è un mondo che i cristiani, dunque, devono amare”. Potremo aiutare “a realizzare questo mondo così come lo vede Dio – si legge ancora nel messaggio – e il mondo che Dio vuole è un mondo che deve essere riscattato dal male. Secondo questo movimento: assumere la fatica di altri, assumere la sofferenza di altri, condividere la gioia perché il mondo sia sempre di più una casa secondo gli occhi di Dio”. Di qui l’augurio del presule: “la Parola di Dio sia accolta, porti gioia, ma soprattutto immetta questo movimento nei nostri cuori di far si che altri prendano parte al mondo secondo il progetto di Dio”.


GUARDA IL VIDEO
Messaggio di Natale di Mons. Corrado Lorefice




Palermo, notte di Natale 2016 
Costruiamo la città degli uomini 
come casa accogliente
I cristiani chiamati a combattere la povertà ogni giorno ...
No all'egoismo dei potenti,
che pensano solo a conteggiare i beni che utilizzano esclusivamente per loro 
(don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo - servizio RAI -
TG Sicilia Edizione del 25.12.2016 -19.30) 

GUARDA IL VIDEO




“E il verbo si fece Carne” - Il cammino della Parola dalla Terra Santa - puntata Avvento - Epifania (VIDEO)

“E il verbo si fece Carne” - 
Il cammino della Parola dalla Terra Santa 
- puntata Avvento - Epifania (VIDEO)


TV2000 porta il telespettatore sui luoghi della Terra Santa che fanno da cornice alle letture dei Vangeli delle domeniche dall’inizio dell’Avvento fino a dopo l’Epifania e far “rivivere” la Scrittura grazie alle immagini, alle parole e alla musica. Con una guida competente, preparata e interessante come mons. Rodolfo Cetoloni, frate minore francescano, Vescovo di Grosseto e appassionato esperto dei luoghi di Terra Santa. A lui, si affiancherà padre Frédéric Manns, biblista di origini francesi, che introdurrà la location di ogni puntata, facendoci rivivere la storia, l’arte e la spiritualità del luogo.


"Oggi per noi è nato il Salvatore", Per noi.
Nella nostra storia, nelle nostre fatiche, nelle nostre oscurità, ma non per condannarci, per giudicarci, per farci sentire lontani ma per dire che Lui é li, nelle nostre grotte, nelle nostre oscurità, per portarvi Luce. 
...


GUARDA IL VIDEO
Puntata Avvento - Epifania 


“Il male non avrà l’ultima parola” Papa Francesco ai giovani di Taizé

“Il male non avrà l’ultima parola” 
Papa Francesco  ai giovani di Taizé


In occasione del 39° incontro europeo di Taizé 
che si tiene a Riga, in Lettonia, 
dal 28 dicembre 2016 all’1 gennaio 2017,
sul tema 
"Insieme per aprire strade di speranza"






“Manifestare a parole e con azioni che il male non ha l’ultima parola della nostra storia”. È l’invito che papa Francesco rivolge in un messaggio ai giovani che si riuniranno dal 28 dicembre al 1° gennaio a Riga, in Lettonia, per il 39° Incontro europeo promosso dalla comunità ecumenica di Taizé. In migliaia – ortodossi, protestanti e cattolici – da tutta Europa sono attesi quest’anno nella capitale lettone per trascorrere la fine dell’anno in preghiera e meditazione e riflettere sul tema “Insieme per aprire cammini di speranza”. “Nei nostri giorni – scrive il Papa – molte persone sono sconvolte, scoraggiate dalla violenza, dalle ingiustizie, dalla sofferenza e dalle divisioni. Hanno l’impressione che il male è più forte di tutto”. Per questo, papa Francesco ripete ai giovani quanto ha scritto al termine del Giubileo nella “Misericordia et Misera”: “È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza”. Il Papa si dice “particolarmente vicino” ai giovani che “hanno fatto la scelta di lasciare i divani per vivere questo pellegrinaggio della fiducia”. Ed aggiunge: “Giovani cristiani ortodossi, protestanti e cattolici, con queste giornate vissute all’insegna di una reale fraternità, voi esprimete il desiderio di essere protagonisti della storia, di non lasciare che siano gli altri a decidere del vostro futuro”. Da qui l’augurio di papa Francesco: “Queste giornate vi aiutino a non avere paura dei vostri limiti, ma a crescere nella fiducia in Gesù, Cristo e Signore, che crede e spera in voi. Che nella semplicità che frère Roger ha saputo testimoniare, voi possiate costruire ponti di fraternità e rendere visibile l’amore con cui Dio ci ama”
(Fonte:Sir)

La storia di Taizé e frère Roger

Tutto è incominciato nel 1940 quando, all’età di venticinque anni, frère Roger lasciò il paese dove era nato, la Svizzera, per andare a vivere in Francia, il paese di sua madre. Durante una lunga malattia, aveva maturato in sé il richiamo a creare una comunità. Quando cominciò la Seconda Guerra mondiale ci fu la certezza che, come aveva fatto sua nonna durante il primo conflitto mondiale, doveva senza indugio aiutare le persone che attraversavano la prova. Il piccolo villaggio di Taizé, dove si stabilì, era vicinissimo alla linea di demarcazione che divideva in due la Francia: era ben collocato per accogliere dei rifugiati che fuggivano la guerra. Alcuni amici di Lione furono riconoscenti di poter indicare l’indirizzo di Taizé a chi aveva bisogno di rifugio.
A Taizé, grazie a un modico prestito, frère Roger aveva comperato una casa abbandonata da anni con degli edifici adiacenti. Propose ad una sorella, Geneviève, di venire ad aiutarlo ad accogliere. Tra i rifugiati che alloggiarono ci furono degli ebrei. Le disponibilità economiche erano povere. Senza acqua corrente, andavano ad attingere acqua al pozzo del villaggio. Il cibo era modesto, specialmente minestre fatte con farina di granoturco comperata a poco prezzo al vicino mulino.
Per discrezione nei confronti di chi era accolto, frère Roger pregava da solo, andava a cantare da solo lontano dalla casa, nel bosco. Affinché dei rifugiati, ebrei o agnostici, non si trovassero a disagio, Geneviève spiegava ad ognuno che era meglio per chi lo desiderava pregare da solo nella propria stanza.
I genitori di frère Roger, sapendo il figlio con sua sorella in pericolo, domandarono a un amico di famiglia, ufficiale francese in pensione, di vegliare su loro. Nell’autunno 1942, li avvertì che erano stati scoperti e che tutti dovevano partire subito. Fino alla fine della guerra, a Ginevra, frère Roger visse e cominciò una vita comune con i primi fratelli. Poterono ritornare nel 1944.
Nel 1945, un giovane uomo della regione creò un’associazione che si faceva carico di ragazzi che la guerra aveva privato della famiglia. Propose ai fratelli di accoglierne un certo numero a Taizé. Una comunità di uomini non poteva occuparsi di ragazzi. Allora frère Roger chiese a sua sorella Geneviève di ritornare a Taizé per averne cura e fare loro da madre. La domenica, i fratelli accoglievano anche dei prigionieri di guerra tedeschi internati in un campo vicino a Taizé.
Poco alla volta qualche altro giovane venne ad unirsi ai primi fratelli e il giorno di Pasqua 1949 sette uomini si impegnarono insieme per tutta l’esistenza nel celibato, la vita comune e una gran semplicità di vita.
Nel silenzio di un lungo ritiro durante l’inverno 1952-1953, il fondatore della comunità scrisse la Regola di Taizé, esprimendo per i fratelli “l’essenziale permettendo la vita comune”.
Oggi la comunità di Taizé conta un centinaio di fratelli, cattolici e di diverse origini evangeliche, provenienti da quasi trenta nazioni. Con la sua stessa esistenza, la comunità è una “parabola di comunione”, un segno concreto di riconciliazione tra cristiani divisi e tra popoli separati.
I fratelli vivono unicamente del loro lavoro. Non accettano nessun regalo. Non accettano per se stessi nemmeno le proprie eredità personali, la comunità ne fa dono ai più poveri.
Alcuni fratelli vivono in luoghi svantaggiati del mondo per essere testimoni di pace, per stare accanto a coloro che soffrono. In queste piccole fraternità in Asia, Africa, America Latina, i fratelli cercano di condividere le condizioni d’esistenza di coloro che li circondano, sforzandosi d’essere una presenza d’amore accanto ai più poveri, ai bambini di strada, carcerati, moribondi, a chi è ferito nel più profondo per le lacerazioni affettive, gli abbandoni umani.
Lungo gli anni, cominciò ad arrivare a Taizé un sempre maggior numero di giovani. Le suore di Sant’Andrea, una comunità cattolica internazionale fondata più di sette secoli fa, alcune suore orsoline polacche e delle suore di San Vincenzo di Paolo assumono una parte dei compiti dell’accoglienza dei giovani.
Anche uomini di Chiesa si recano a Taizé e la comunità ha così accolto il Papa Giovanni Paolo II, quattro Arcivescovi di Canterbury, dei Metropoliti ortodossi, i quattordici Vescovi luterani di Svezia e numerosi pastori del mondo intero.
A partire dal 1962, dei fratelli e dei giovani, mandati da Taizé, non hanno mai smesso di andare e venire dai Paesi dell’Est Europa, per visitare con la massima discrezione chi era rinchiuso all’interno dei propri confini.
Frère Roger è morto il 16 agosto 2005, a 90 anni, ucciso durante la preghiera serale. 

Frère Alois, scelto da lui già da tanto tempo come suo successore,
 è ora il priore della comunità.


Vedi anche il nostro post già pubblicato:
- Ricordo di Frère Roger di Taizé

martedì 27 dicembre 2016

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - Natale del Signore - 25/12/2016


Omelia p. Gregorio Battaglia

- Natale del Signore -
25/12/2016

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto




... Prima di fermarci sulla Parola che abbiamo ascoltato, volevo fare una breve premessa, nella solennità del Natale, la Chiesa, per tradizione, ormai più che secolare, usa celebrare tre Messe, la liturgia prevede la celebrazione di tre Messe che vanno sotto il nome di Messa della Notte, Messa dell'Aurora, Messa del Giorno... l'accenno alla luce dovrebbe dirci qualche cosa, perché la notte è il contesto che viviamo, noi viviamo un contesto notturno, sia esteriormente... la notte non ci sorprende, ci abbraccia, viviamo in un clima notturno, ma anche il nostro cuore non è che sia molto chiaro, c'è anche il notturno del nostro cuore, non riusciamo a leggere dentro, si agitano pensieri, impulsi...
Questa è la nostra realtà, la celebrazione del Natale è la meraviglia che il cielo è disceso, il cielo, la luce, questo nostro Dio che è vita piena ha perforato queste tenebre, viene ad illuminare questa notte... notte, aurora, giorno come dire questa sera, sì è sera, ma per noi è la pienezza del giorno, perché Lui è con noi, il Signore ci ha visitato, lo possiamo toccare, si lascia toccare...

Questa è la novità del Natale: il Signore ha fatto irruzione in mezzo a noi e adesso noi lo possiamo toccare...
Dio è potente nell'amore, non nella violenza... 

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"Quanti nostri fratelli e sorelle nella fede subiscono soprusi, violenze e sono odiati a causa di Gesù! Io vi dico una cosa, i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli." - Papa Francesco Angelus 26/12/2016 (testo e video)


“Il martirio cristiano continua ad essere presente nella storia della Chiesa”, cosi il Papa all’Angelus, nell’odierna solennità di Santo Stefano, protomartire, vittima dell’odio verso Gesù.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La gioia del Natale riempie anche oggi i nostri cuori, mentre la liturgia ci fa celebrare il martirio di santo Stefano, il primo martire, invitandoci a raccogliere la testimonianza che con il suo sacrificio egli ci ha lasciato. È la testimonianza gloriosa propria del martirio cristiano, patito per amore di Gesù Cristo; martirio che continua ad essere presente nella storia della Chiesa, da Stefano fino ai nostri giorni.

Di questa testimonianza ci ha parlato il Vangelo di oggi (cfr Mt 10,17-22). Gesù preannuncia ai discepoli il rifiuto e la persecuzione che incontreranno: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (v. 22). Ma perché il mondo perseguita i cristiani? Il mondo odia i cristiani per la stessa ragione per cui ha odiato Gesù, perché Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvagie. Ricordiamo che Gesù stesso, nell’Ultima Cena, pregò il Padre perché ci difendesse dal cattivo spirito mondano. C’è opposizione tra la mentalità del Vangelo e quella mondana. Seguire Gesù vuol dire seguire la sua luce, che si è accesa nella notte di Betlemme, e abbandonare le tenebre del mondo.

Il protomartire Stefano, pieno di Spirito Santo, venne lapidato perché confessò la sua fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. L’Unigenito che viene nel mondo invita ogni credente a scegliere la via della luce e della vita. È questo il significato della sua venuta tra noi. Amando il Signore e obbedendo alla sua voce, il diacono Stefano ha scelto Cristo, Vita e Luce per ogni uomo. Scegliendo la verità, egli è diventato nello stesso tempo vittima del mistero dell’iniquità presente nel mondo. Ma in Cristo, Stefano ha vinto!

Anche oggi la Chiesa, per rendere testimonianza alla luce e alla verità, sperimenta in diversi luoghi dure persecuzioni, fino alla suprema prova del martirio. Quanti nostri fratelli e sorelle nella fede subiscono soprusi, violenze e sono odiati a causa di Gesù! Io vi dico una cosa, i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli. Quando noi leggiamo la storia dei primi secoli, qui, a Roma, leggiamo tanta crudeltà con i cristiani; io vi dico: la stessa crudeltà c’è oggi, e in numero maggiore, con i cristiani. Oggi vogliamo pensare a loro che soffrono persecuzione, ed essere vicini a loro con il nostro affetto, la nostra preghiera e anche il nostro pianto. Ieri, giorno di Natale, i cristiani perseguitati nell’Iraq hanno celebrato il Natale nella loro cattedrale distrutta: è un esempio di fedeltà al Vangelo. Nonostante le prove e i pericoli, essi testimoniano con coraggio la loro appartenenza a Cristo e vivono il Vangelo impegnandosi a favore degli ultimi, dei più trascurati, facendo del bene a tutti senza distinzione; testimoniano così la carità nella verità.

Nel fare spazio dentro il nostro cuore al Figlio di Dio che si dona a noi nel Natale, rinnoviamo la gioiosa e coraggiosa volontà di seguirlo fedelmente come unica guida, perseverando nel vivere secondo la mentalità evangelica e rifiutando la mentalità dei dominatori di questo mondo.

Alla Vergine Maria, Madre di Dio e Regina dei martiri, eleviamo la nostra preghiera, affinché ci guidi e ci sostenga sempre nel nostro cammino alla sequela di Gesù Cristo, che contempliamo nella grotta del presepe e che è il Testimone fedele di Dio Padre.

Dopo l'Angelus:

Esprimo vive condoglianze per la triste notizia dell’aereo russo precipitato nel Mar Nero. Il Signore consoli il caro popolo russo e i familiari dei passeggeri che erano a bordo: giornalisti, equipaggio e l’eccellente coro e orchestra delle Forze Armate. La Beata Vergine Maria sostenga le operazioni di ricerca attualmente in corso. Nel 2004, il Coro si esibì in Vaticano per il 26.mo di pontificato di San Giovanni Paolo II: preghiamo per loro.

Cari fratelli e sorelle,

nel clima di gioia cristiana che promana dal Natale di Gesù, vi saluto e vi ringrazio per la vostra presenza.

A tutti voi, venuti dall’Italia e da diverse Nazioni, rinnovo l’augurio di pace e di serenità: siano questi, per voi e per i vostri familiari, giorni di gioia e di fraternità. Saluto e invio gli auguri a tutte le persone che si chiamano Stefano o Stefania!

In queste settimane ho ricevuto tanti messaggi augurali da tutto il mondo. Non essendomi possibile rispondere a ciascuno, esprimo oggi a tutti il mio sentito ringraziamento, specialmente per il dono della preghiera. Grazie di cuore! Il Signore vi ricompensi con la sua generosità!

Buona festa! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

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lunedì 26 dicembre 2016

"Il potere di questo Bambino, Figlio di Dio e di Maria, non è il potere di questo mondo, basato sulla forza e sulla ricchezza; è il potere dell’amore... «un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio»: è il «Principe della pace». Accogliamolo!" Papa Francesco - Messaggio e benedizione Natale 2016 (foto, testo e video)


Alle ore 12 della Solennità del Natale del Signore, dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana il Santo Padre Francesco, prima di impartire la Benedizione “Urbi et Orbi”, rivolge il tradizionale Messaggio natalizio ai fedeli presenti in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione. 

Questo il testo del Messaggio del Santo Padre per il Natale 2016:

Cari fratelli e sorelle, buon Natale!

Oggi la Chiesa rivive lo stupore della Vergine Maria, di san Giuseppe e dei pastori di Betlemme contemplando il Bambino che è nato e che giace in una mangiatoia: Gesù, il Salvatore.

In questo giorno pieno di luce, risuona l’annuncio profetico:

«Un bambino è nato per noi, 
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5).

Il potere di questo Bambino, Figlio di Dio e di Maria, non è il potere di questo mondo, basato sulla forza e sulla ricchezza; è il potere dell’amore. E’ il potere che ha creato il cielo e la terra, che dà vita ad ogni creatura: ai minerali, alle piante, agli animali; è la forza che attrae l’uomo e la donna e fa’ di loro una sola carne, una sola esistenza; è il potere che rigenera la vita, che perdona le colpe, riconcilia i nemici, trasforma il male in bene. E’ il potere di Dio. Questo potere dell’amore ha portato Gesù Cristo a spogliarsi della sua gloria e a farsi uomo; e lo condurrà a dare la vita sulla croce e a risorgere dai morti. E’ il potere del servizio, che instaura nel mondo il regno di Dio, regno di giustizia e di pace.

Per questo la nascita di Gesù è accompagnata dal canto degli angeli che annunciano:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14).

Oggi questo annuncio percorre tutta la terra e vuole raggiungere tutti i popoli, specialmente quelli feriti dalla guerra e da aspri conflitti e che sentono più forte il desiderio della pace.

Pace agli uomini e alle donne nella martoriata Siria, dove troppo sangue è stato sparso. Soprattutto nella città di Aleppo, teatro nelle ultime settimane di una delle battaglie più atroci, è quanto mai urgente che, rispettando il diritto umanitario, si garantiscano assistenza e conforto alla stremata popolazione civile, che si trova ancora in una situazione disperata e di grande sofferenza e miseria. È tempo che le armi tacciano definitivamente e la comunità internazionale si adoperi attivamente perché si raggiunga una soluzione negoziale e si ristabilisca la convivenza civile nel Paese.

Pace alle donne e agli uomini dell’amata Terra Santa, scelta e prediletta da Dio. Israeliani e Palestinesi abbiano il coraggio e la determinazione di scrivere una nuova pagina della storia, in cui odio e vendetta cedano il posto alla volontà di costruire insieme un futuro di reciproca comprensione e armonia. Possano ritrovare unità e concordia l’Iraq, la Libia, lo Yemen, dove le popolazioni patiscono la guerra ed efferate azioni terroristiche.

Pace agli uomini e alle donne in varie regioni dell’Africa, particolarmente in Nigeria, dove il terrorismo fondamentalista sfrutta anche i bambini per perpetrare orrore e morte. Pace nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, perché si risanino le divisioni e tutte le persone di buona volontà si adoperino per intraprendere un cammino di sviluppo e di condivisione, preferendo la cultura del dialogo alla logica dello scontro.

Pace alle donne e agli uomini che tuttora subiscono le conseguenze del conflitto nell’Ucraina orientale, dove è urgente una comune volontà nel recare sollievo alla popolazione e dare attuazione agli impegni assunti.

Concordia invochiamo per il caro popolo colombiano, che ambisce a compiere un nuovo e coraggioso cammino di dialogo e di riconciliazione. Tale coraggio animi anche l’amato Venezuela nell’intraprendere i passi necessari per porre fine alle attuali tensioni ed edificare insieme un avvenire di speranza per tutta la popolazione.

Pace a quanti, in diverse zone, stanno affrontando sofferenze a causa di costanti pericoli e persistenti ingiustizie. Possa il Myanmar consolidare gli sforzi per favorire la pacifica convivenza e, con l’aiuto della comunità internazionale, prestare la necessaria protezione e assistenza umanitaria a quanti ne hanno grave e urgente necessità. Possa la penisola coreana vedere superate le tensioni che l’attraversano in un rinnovato spirito di collaborazione.

Pace a chi è stato ferito o ha perso una persona cara a causa di efferati atti di terrorismo, che hanno seminato paura e morte nel cuore di tanti Paesi e città. Pace – non a parole, ma fattiva e concreta – ai nostri fratelli e sorelle abbandonati ed esclusi, a quelli che soffrono la fame e a coloro che sono vittime di violenze. Pace ai profughi, ai migranti e ai rifugiati, a quanti oggi sono oggetto della tratta delle persone. Pace ai popoli che soffrono per le ambizioni economiche di pochi e l’avida ingordigia del dio denaro che porta alla schiavitù. Pace a chi è segnato dal disagio sociale ed economico e a chi patisce le conseguenze dei terremoti o di altre catastrofi naturali.

E pace ai bambini, in questo giorno speciale in cui Dio si fa bambino, soprattutto a quelli privati delle gioie dell’infanzia a causa della fame, delle guerre e dell’egoismo degli adulti.

Pace sulla terra a tutti gli uomini di buona volontà, che ogni giorno lavorano, con discrezione e pazienza, in famiglia e nella società per costruire un mondo più umano e più giusto, sostenuti dalla convinzione che solo con la pace c’è la possibilità di un futuro più prospero per tutti.

Cari fratelli e sorelle,

«un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio»: è il «Principe della pace». Accogliamolo!

***

[dopo la Benedizione]

A voi, cari fratelli e sorelle, giunti da ogni parte del mondo in questa Piazza, e a quanti da diversi Paesi siete collegati attraverso la radio, la televisione e gli altri mezzi di comunicazione, rivolgo il mio augurio.

In questo giorno di gioia siamo tutti chiamati a contemplare il Bambino Gesù, che ridona la speranza ad ogni uomo sulla faccia della terra. Con la sua grazia, diamo voce e diamo corpo a questa speranza, testimoniando la solidarietà e la pace. Buon Natale a tutti!

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