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giovedì 26 maggio 2016

«La preghiera non è una bacchetta magica!» Papa Francesco Udienza Generale 25/05/2016 (Foto, testo e video)

 25 maggio 2016 

Il Papa ha iniziato oggi il giro di piazza san Pietro, dove è arrivato puntuale alle 9.30, con un gesto del tutto particolare: il saluto nella lingua dei segni (Lis), che si compie agitando e ruotando il palmo della mano con le braccia in alto. Tra i 20mila fedeli presenti oggi all’appuntamento del mercoledì c’era, infatti, anche un gruppo di una sessantina di persone dell’Ente nazionale sordi, proveniente da Firenze. Appena la jeep bianca scoperta ha fatto capolino dal lato del Braccio di Carlo Magno, si sono subito scorti tre piccoli ospiti: tre ragazzi divertiti e sorridenti, uno dei quali con un caschetto di capelli biondi, che si sono goduti tutto il percorso nei vari settori della piazza delimitata dal colonnato del Bernini. Poi l’abituale teoria di bambini baciati e abbracciati da Francesco. La folla, oggi, è particolarmente calorosa, munita di bandiere variopinte e cappellini colorati per il sole. Ad assistere all’udienza di oggi, anche 200 persone dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, provenienti da Latina.


 








Video del saluto ai fedeli


La preghiera fonte di Misericordia (cfr Lc 18,1-8)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La parabola evangelica che abbiamo appena ascoltato (cfr Lc 18,1-8) contiene un insegnamento importante: «La necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (v. 1). Dunque, non si tratta di pregare qualche volta, quando mi sento. No, Gesù dice che bisogna «pregare sempre, senza stancarsi». E porta l’esempio della vedova e del giudice.

Il giudice è un personaggio potente, chiamato ad emettere sentenze sulla base della Legge di Mosè. Per questo la tradizione biblica raccomandava che i giudici fossero persone timorate di Dio, degne di fede, imparziali e incorruttibili (cfr Es 18,21). Al contrario, questo giudice «non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno» (v. 2). Era un giudice iniquo, senza scrupoli, che non teneva conto della Legge ma faceva quello che voleva, secondo il suo interesse. A lui si rivolge una vedova per avere giustizia. Le vedove, insieme agli orfani e agli stranieri, erano le categorie più deboli della società. I diritti assicurati loro dalla Legge potevano essere calpestati con facilità perché, essendo persone sole e senza difese, difficilmente potevano farsi valere: una povera vedova, lì, sola, nessuno la difendeva, potevano ignorarla, anche non darle giustizia. Così anche l’orfano, così lo straniero, il migrante: a quel tempo era molto forte questa problematica. Di fronte all’indifferenza del giudice, la vedova ricorre alla sua unica arma: continuare insistentemente a importunarlo, presentandogli la sua richiesta di giustizia. E proprio con questa perseveranza raggiunge lo scopo. Il giudice, infatti, a un certo punto la esaudisce, non perché è mosso da misericordia, né perché la coscienza glielo impone; semplicemente ammette: «Dato che questa vedova mi dà fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi» (v. 5).

Da questa parabola Gesù trae una duplice conclusione: se la vedova è riuscita a piegare il giudice disonesto con le sue richieste insistenti, quanto più Dio, che è Padre buono e giusto, «farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui»; e inoltre non «li farà aspettare a lungo», ma agirà «prontamente» (vv. 7-8).

Per questo Gesù esorta a pregare “senza stancarsi”. Tutti proviamo momenti di stanchezza e di scoraggiamento, soprattutto quando la nostra preghiera sembra inefficace. Ma Gesù ci assicura: a differenza del giudice disonesto, Dio esaudisce prontamente i suoi figli, anche se ciò non significa che lo faccia nei tempi e nei modi che noi vorremmo. La preghiera non è una bacchetta magica! Essa aiuta a conservare la fede in Dio ad affidarci a Lui anche quando non ne comprendiamo la volontà. In questo, Gesù stesso – che pregava tanto! – ci è di esempio. La Lettera agli Ebrei ricorda che «nei giorni della sua vita terrena Egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (5,7). A prima vista questa affermazione sembra inverosimile, perché Gesù è morto in croce. Eppure la Lettera agli Ebrei non si sbaglia: Dio ha davvero salvato Gesù dalla morte dandogli su di essa completa vittoria, ma la via percorsa per ottenerla è passata attraverso la morte stessa! Il riferimento alla supplica che Dio ha esaudito rimanda alla preghiera di Gesù nel Getsemani. Assalito dall’angoscia incombente, Gesù prega il Padre che lo liberi dal calice amaro della passione, ma la sua preghiera è pervasa dalla fiducia nel Padre e si affida senza riserve alla sua volontà: «Però – dice Gesù – non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39). L’oggetto della preghiera passa in secondo piano; ciò che importa prima di tutto è la relazione con il Padre. Ecco cosa fa la preghiera: trasforma il desiderio e lo modella secondo la volontà di Dio, qualunque essa sia, perché chi prega aspira prima di tutto all’unione con Dio, che è Amore misericordioso.

La parabola termina con una domanda: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (v. 8). E con questa domanda siamo tutti messi in guardia: non dobbiamo desistere dalla preghiera anche se non è corrisposta. E’ la preghiera che conserva la fede, senza di essa la fede vacilla! Chiediamo al Signore una fede che si fa preghiera incessante, perseverante, come quella della vedova della parabola, una fede che si nutre del desiderio della sua venuta. E nella preghiera sperimentiamo la compassione di Dio, che come un Padre viene incontro ai suoi figli pieno di amore misericordioso.
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Saluti:
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APPELLI

Oggi ricorre la Giornata internazionale per i bambini scomparsi. È un dovere di tutti proteggere i bambini, soprattutto quelli esposti ad elevato rischio di sfruttamento, tratta e condotte devianti. Auspico che le Autorità civili e religiose possano scuotere e sensibilizzare le coscienze, per evitare l’indifferenza di fronte al disagio di bambini soli, sfruttati e allontanati dalle loro famiglie e dal loro contesto sociale, bambini che non possono crescere serenamente e guardare con speranza al futuro. Invito tutti alla preghiera affinché ciascuno di essi sia restituito all’affetto dei propri cari.
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Domani a Roma vivremo la tradizionale processione del Corpus Domini. Alle 19 in Piazza San Giovanni in Laterano celebrerò la Santa Messa, e quindi adoreremo il Santissimo Sacramento camminando fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Invito romani e pellegrini a partecipare a questo solenne atto pubblico di fede e di amore a Gesù realmente presente nell’Eucaristia.

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Cari pellegrini di lingua italiana: benvenuti!

... Vi invito a vivere con fede il Giubileo della Misericordia: il passaggio attraverso la Porta Santa accresca in tutti il senso di appartenenza alla Chiesa e la necessità delle opere di misericordia verso i fratelli.

Un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria del Papa San Gregorio VII. Il suo amore per il Signore indichi a voi, cari giovani, l’importanza del rapporto con Dio nella vostra vita; incoraggi voi, cari ammalati, ad affrontare con fede i momenti di sofferenza; e stimoli voi, cari sposi novelli, a educare cristianamente i figli che il Signore vorrà donarvi.

INVITO ALLA PREGHIERA

Lunedì scorso, nell'amata Siria, sono avvenuti alcuni attentati terroristici, che hanno provocato la morte di un centinaio di civili inermi. Esorto tutti a pregare il Padre misericordioso e la Madonna affinché doni il riposo eterno alle vittime, la consolazione ai familiari e converta il cuore di quanti seminano morte e distruzione. Tutti insieme preghiamo la Madonna.

(Recita Ave Maria)


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QUELLA NAVE E IL NAUFRAGIO DELLA NOSTRA COSCIENZA - Favour (privilegiata) bimba di 9 mesi arriva a Lampedusa dopo aver perso la mamma, ma forse trova un papà...


QUELLA NAVE E IL NAUFRAGIO DELLA NOSTRA COSCIENZA
di Francesco Anfossi

Le immagini catturate dal ponte della nave della Marina Bettica stavolta ci raccontano il dramma in diretta: il barcone sovraccarico di migranti in balia delle onde, il dondolio che crea panico tra chi sta accovacciato ai bordi, la perdita dell'equilibrio, il rovesciamento dello scafo, i migranti che si tuffano in acqua e quelli che rimangono intrappolati perché non sanno nuotare. I sommersi e i salvati dell'ennesima tragedia.

E' molto probabile, quasi inevitabile, che con la bella stagione i barconi della morte torneranno in massa ad attraversare il Canale di Sicilia. L'ennesima stagione di morte andrà a riempire i fondali di quel cimitero aperto che è il Mediterraneo. Di fronte a questa emergenza continua l'Europa n on ha ancora messo a punto una strategia sensata e umanitaria. Si alzano muri di filo spinato e si cerca di passare al patata bollente ai Paesi confinanti, si litiga sulla gestione di profughi, si vellica la pancia del populismo con i provvedimenti più razzisti e xenofobi. 

In quel barcone c'è il naufragio della nostra coscienza europea. Eppure la soluzione ci sarebbe, anche se è una soluzione complessa (ma si dovrà pur ammettere che anche il problema è assai complesso): la strada perimpedire tragedie simili, oltre al pattugliamento delle navi, è quella dei corridoi umanitari: l'unico modo per accogliere in sicurezza chi ha diritto d'asilo (sancito dall'articolo 10 della Costituzione) e controllare chi mette piede sulle nostre frontiere. Una strada complicata, costosa, che ci interpella e ci chiede impegno e responsabilità di fronte a una tragedia del nostro tempo. Tutto il resto è solo demagogia.
(fonte: Famiglia Cristiana 25/05/2016)

La bimba di 9 mesi salvata dal medico “Ho chiesto l'affido” 
di Laura Anello
Ne ha visti a migliaia. Morti, vivi, feriti, bambini, vecchi. Ma questa bambina gli ha toccato il cuore. «L’ho chiesta in affido, la vorrei tenere con me per sempre», dice. Lui è Pietro Bartòlo, il medico del Poliambulatorio di Lampedusa, il protagonista dell’ultimo film di Gianfranco Rosi, «Fuocoammare». Lei è una bambina, del Mali, si chiama Favour, che significa privilegiata. È sbarcata da sola, a nove mesi, con un cappellino blu di lana sulla testa, mentre la madre – incinta di un altro figlio – è morta per le ustioni sul gommone su cui si era imbarcata in Libia. «Una bambina bellissima e dolcissima – si commuove Bartòlo -. 
Mi ha abbracciato, mi ha fatto la pipì addosso, non ha versato una lacrima, si è fatta visitare senza lamentarsi mai. Una creatura meravigliosa». L’ha raccolta lui, ieri, al molo di Lampedusa dove è approdata la motovedetta che portava venti feriti e la bambina in braccio a una giovane donna. È stata la donna, insieme con altri testimoni, a raccontare che la madre della piccola era morta per le ustioni procurate dalla benzina del motore del barcone, una storia già vista infinite volte. «La bambina è sola, non ha nessuno», hanno spiegato. Bartòlo racconta: «L’ho messa nelle braccia di una mia assistente fidatissima, le ho detto stai attenta, non la dare a nessuno neanche per un attimo, mentre io visitavo gli altri. Poi l’ho portato al poliambulatorio, l’ho visitata, le ho aspirato un po’ di muco, era un po’ raffreddata e disidratata. Ma poca roba, stava benissimo. Un faccino tondo, una bambina di bellezza straordinaria. Le abbiamo cambiato gli abiti, è stata in braccio a me come se ci fosse stata sin dalla nascita. Poi l’ho portata al centro di accoglienza, in buonissime mani. Adesso l’ho chiesta in affido, spero che me la diano». Non sarebbe il primo affido, per lui. Cinque anni fa ha preso con sé anche un ragazzo tunisino di 17 anni, adesso ne ha 22, «sta bene, va e viene, è come se fosse mio figlio». In questi anni ha contato centinaia e centinaia di morti, ha soccorso fantasmi denutriti, ustionati, sotto choc. Fu lui, nel 2009, protagonista di uno dei tanti miracoli di quest’epopea infinita, «una donna che sembrava morta, era già nel sacco cadaverico quando mi accorsi di un battito flebile sul polso. Si chiama Kebrat, adesso sta bene, vive in Svezia». Lo stesso sperò avvenisse per un bambino, «il primo dei primi 111 sacchi che mi trovai davanti quel 3 ottobre, aveva i pantaloncini rossi, gli tastai il polso per mezz’ora aspettando un segnale. Non l’ho dimenticato mai. Quando mi dicono che dopo un po’ ti abitui, io gli rispondo che io non mi sono abituato mai. E che ogni volta che devo aprire un sacco, mi viene mal di pancia e scapperei in bagno». 
Questa volta Favour è arrivata viva. Favour, privilegiata. Privilegiata perché viva.
(fonte: La Stampa 26/05/2016)

BIBBIA APERTA Satira Giuseppe Trotta, SJ

BIBBIA APERTA 
Satira 
Giuseppe Trotta, SJ

Una delle caratteristiche del genio ebraico è senza dubbio lo humour, la capacità di ridere anche nelle e delle situazioni più penose e difficili da sopportare.  .... Sdrammatizzare, non prendersi troppo sul serio, saper ridere anche di quanto si ha di più prezioso, come le proprie tradizioni, guardandone il lato comico derivante dall’inevitabile imperfezione umana, è un modo sano di stare nel mondo e affrontarne le contraddizioni, rendendole vivibili. Lo chassidismo ci insegna che si tratta di un atteggiamento spirituale, al tempo stesso culturale e religioso, riguardante, cioè, più in generale la disposizione dell’uomo nei confronti del reale con i suoi limiti, e in particolare il modo in cui si mette in relazione con Dio e con le espressioni del culto.

".. Anche in tema di umorismo, la spiritualità ebraico-cristiana ha nella Bibbia la sua fonte di ispirazione, soprattutto quando si relaziona al potere nelle sue varie forme attraverso la satira.
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Satira e potere 

Il primo, infatti, a ridere dei tentativi umani di contrastare la sua azione nella storia e nel mondo è Dio stesso: Perché le genti sono in tumulto e i popoli cospirano invano? Insorgono i re della terra, i principi congiurano insieme contro il Signore e il suo Messia: «Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi i loro legami». Ride chi abita i cieli, il Signore si fa beffe di loro (cfr Salmo 2,1-4). 
In questo salmo Dio, sovrano di tutta la terra, interviene per difendere il re scelto come suo vassallo, ridicolizzando i suoi nemici. Ma quando i governanti di Israele esercitano il proprio potere in modo ingiusto e oppressivo, non esita a rivolgere il suo sarcasmo anche nei loro confronti. Così dice il Signore: Come il pastore strappa dalla bocca del leone due zampe o il lobo di un orecchio, così scamperanno i figli di Israele che abitano in Samaria nell’angolo di un letto, sulla sponda di un divano (cfr Amos 3,12). In questo oracolo del profeta Amos, i capi del popolo che nell’VIII sec. a.C. non governavano secondo giustizia, ritenendosi al sicuro, come se Dio non vedesse i loro misfatti, sono presi in giro dal Signore, il quale si presenta a loro come un pastore le cui pecore sono state assalite da un leone e che mostra al proprietario del gregge i resti degli animali sbranati per testimoniare la propria innocenza! Nessuno, quindi, sia dentro, sia fuori Israele, viene risparmiato dalla sferza satirica se opprime il popolo invece di liberarlo, comportandosi in maniera diversa da quella in cui Dio stesso esercita il suo potere: il servizio. 
La satira biblica, però, non colpisce solo i governanti, ma include anche i sudditi. Se, infatti, l’idolo è così ridicolo come Eglon e gli altri potenti della terra, quanto più chi a lui si sottomette! Tuttavia, nel caso del popolo, lo sguardo ironico di Dio si fa compassionevole e lo spinge a intervenire in suo favore, marcando, così, la differenza fra l’umorismo esercitato da parte di chi si trova in una posizione di dominio e quello di chi, invece, è oppresso. Per i primi l’ironia è ipocrita e funzionale a mantenere lo status quo; per i secondi si tratta di autoironia liberante. 
Ora, Dio esercita la satira da una posizione di infinita superiorità, ma, nella lotta contro gli idoli, simulacri del potere, lo fa a partire dagli oppressi, quindi in una forma autoironica, cioè prendendo le distanze dal suo stesso potere e ribaltandone la prospettiva in quella dell’amore. Infatti, il suo intervento non instaura un ordine definitivo al quale tutti devono adeguarsi, ma ripristina una libertà vera, al punto che, dopo un certo tempo, il popolo torna a fare il male ai suoi occhi! Diversamente, Dio assumerebbe il ruolo di un idolo. Il suo obiettivo, invece, anche quando ride dei potenti della terra e del popolo, è di tenere gli uomini in una relazione vitale con lui e fra loro, sulla base di un amore libero e liberante. Per farlo assume un atteggiamento autoironico, di distacco da sé. Di conseguenza, questo vale anche per i suoi eletti: ad esempio, il profeta Elia, dopo aver schernito e ucciso i quattrocentocinquanta profeti di Baal, viene a sua volta messo in ridicolo per la sua paura di morire (cfr 1Re,18-19). 
Pertanto l’autoironia è il criterio di valutazione della satira, perché la mantiene all’interno del limite e la salvaguarda dalla sua stessa potenza, impedendole di snaturarsi e divenire essa stessa parte di un sistema oppressivo, che si chiude su di sé e fa morire le relazioni, invece di dar loro vita. Fondata sull’esercizio della compassione di Dio verso il suo popolo come limite critico di ogni altro potere, la satira biblica ha in se stessa il proprio criterio e principio regolatore: è autentica se liberante, se aiuta a prendere coscienza delle paure, dei condizionamenti oppressivi e di ogni forma di idolatria. 
Se la satira biblica ha un potere, è proprio quello di liberare l’uomo dalla logica del potere, ridendone insieme a Dio: «Dio ride. Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi» (OVADIA M., L’ebreo che ride. L’umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle, Einaudi, Torino 1998). 

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mercoledì 25 maggio 2016

"Tutti i volti di Dio" di Aldo Pintor

Certo non è opportuno fare la storia con i se. A questa regola non fa eccezione la storia delle idee religiose. Però come non porsi la domanda di come si sarebbe evoluto il pensiero cristiano contemporaneo se il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer non fosse stato impiccato dai nazisti il 19 aprile 1945? Come avrebbe vissuto gli anni del Concilio Vaticano Secondo l’autore di Resistenza e Resa? Certamente il suo pensiero si sarebbe intrecciato con quello di tanti altri pensatori nella ricerca dell’Uomo e avrebbe prodotto frutti fecondi per lo Spirito. Carmine Di Sante nella sua ultima fatica “Dio e i suoi volti” (San Paolo, p. 292, € 16) parte appunto dalle affermazioni Bonhoefferiane sulla distinzione tra fede e religione, nelle peculiarità della fede cristiana e da quanto ci rivelò Dio Gesù di Nazareth per sviluppare la sua ricerca del volto di Dio nella storia. Di Sante, teologo e biblista, è profondo conoscitore della cultura ebraica in cui è radicata la Scrittura e in quest’opera elabora e propone una nuova teologia biblica fondata sul volto di Dio come lo si può ricavare dalle Scritture sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo. Dal suo studio emerge che i volti di Dio che incontriamo nelle Scritture sono molteplici. Non vi è una immagine esaustiva di Dio ma tanti volti e nessuno di questi può permettersi di definirlo definitivamente. Dio si avvicina alle creature che ha creato a sua immagine mostrando volti diversi. Leggendo il libro si percorre la storia della salvezza che è sempre una ricerca del volto di Dio nella storia, ricerca che ci viene narrata nella Bibbia. Ogni volto che scopriamo ci rivela un nuovo orizzonte dell’infinito mistero di Dio. E dopo ogni orizzonte ne compare uno successivo. 
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Lo storico abbraccio tra Papa Francesco e l'Imam di Al-Azhar

Lo storico abbraccio tra Papa Francesco e l'Imam di Al-Azhar



«Il messaggio è l’incontro», 
ha detto il Papa ad al-Tayyeb


Lunedi 23 maggio 2016, Papa Francesco ha ricevuto in udienza, nel Palazzo apostolico in Vaticano, il grande imam Ahmad Muhammad Al Tayeb, la più importante personalità dell’islam sunnita. Il colloquio, molto cordiale, consolida i rapporti tra Chiesa cattolica e l’Islam.

«Il colloquio, molto cordiale – afferma Lombardi – è durato circa 30 minuti. I due autorevoli interlocutori hanno rilevato il grande significato di questo nuovo incontro nel quadro del dialogo tra la Chiesa cattolica e l’Islam. Poi si sono intrattenuti principalmente sul tema del comune impegno delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, la situazione dei cristiani nel contesto dei conflitti e delle tensioni nel Medio Oriente e la loro protezione».

Il Papa ha regalato al Grande Imam il Medaglione dell’ulivo della pace e una copia della sua Lettera Enciclica Laudato si’. Dopo l’udienza con il Santo Padre, prima di lasciare il Palazzo Apostolico, in altra sala dell’appartamento delle udienze, il Grande Imam, con la sua delegazione, si è ancora intrattenuto per un breve incontro con il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, accompagnato da monsignor Ayuso Guixot, segretario dello stesso dicastero. Il Grande Imam ha lasciato il Palazzo Apostolico poco dopo le ore 13.

«L’incontro è il messaggio», ha detto papa Francesco accogliendo questa mattina in Vaticano lo sceicco Ahmed al Tayyeb. L’incontro – raccontano i giornalisti che sono stati accreditati a seguirlo – non si è svolto nella sala Sant’Ambrogio come si fa solitamente con un Capo di Stato ma direttamente nella biblioteca del Papa. Papa Francesco e il Grande Imam al Tayyeb si sono seduti attorno ad un tavolo alle 12.01. La delegazione di al Tayeeb era composta da 8 persone: due personalità religiose e 6 civili tra cui anche l’ambasciatore di Egitto presso la Santa Sede. La delegazione vaticana era invece guidata dal cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Era presente anche monsignor Miguel Àngel Ayuso Guixot, segretario dello stesso dicastero che in febbraio aveva fatto una visita ad al-Azhar e in tale occasione, aveva consegnato una lettera del cardinale Jean-Louis Tauran, nella quale il porporato esprimeva la sua disponibilità a ricevere il Grand Imam e ad accompagnarlo ufficialmente in udienza dal Pontefice.

Al termine dell’incontro, il Papa ha regalato all’imam una copia della Enciclica Laudato si’ ed il medaglione della pace ed ha consegnato un piccolo dono anche a tutti i membri della delegazione. L’incontro si è concluso con un abbraccio tra il Papa e il Grande Imam. Poi le due delegazioni, quella vaticana e di al Azhar, si sono incontrate nella sala d’angolo o sala delle culture.

Per capire la portata «storica» di un incontro tra il Papa e il Grand Imam, bisogna ricordare che i rapporti tra il Vaticano e al-Azhar hanno conosciuto un periodo di gelo dopo il discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006 e dopo che nel 2011 i rapporti si raffreddarono ancora di più in seguito ad un attentato ai copti di Alessandria.
(Fonte: Sir)

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Servizio TG2000


«Coraggio, speranza, grazia, conversione e fortezza, così si fa la santità di ogni giorno» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 maggio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“Giorno dopo giorno”

«Oggi, 24 maggio, è la festa di Maria Ausiliatrice che in Cina si celebra con particolare devozione. Offro questa messa per tutti i cinesi, per questo grande Paese, perché il Signore benedica la Cina»: con queste parole Papa Francesco ha iniziato la celebrazione eucaristica nella cappella di Casa Santa Marta nel corso della quale, durante l’omelia, ha approfondito il tema della «santità semplice», quella a cui tutti i cristiani sono chiamati: un «cammino» — ha detto — da fare «tutti i giorni» con «coraggio, speranza, grazia e conversione».

La meditazione di Francesco ha preso le mosse dal brano della Lettera di san Pietro (1, 10-16) proposto dalla liturgia del giorno: «un piccolo trattato sulla santità, un’esortazione, ma anche una segnalazione del cammino verso la santità». Si tratta, ha spiegato il Papa, della «santità semplice di tutti i cristiani, la santità di ogni giorno, la nostra, quella che dobbiamo fare tutti i giorni». Il riferimento ultimo è chiaro: san Pietro lo indica dicendo: «sta scritto: “Sarete santi poiché io sono santo”», e lo stesso Dio ad Abramo dice: «Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile». Cioè, ha spiegato Francesco: «la santità è camminare alla presenza di Dio e in modo irreprensibile». E ha aggiunto: «la santità non si può comprare, non si vende. Neppure si regala». Infatti essa «è un cammino alla presenza di Dio, che devo fare io: non può farlo un altro nel mio nome». Certo, «io posso pregare perché quell’altro sia santo, ma il cammino deve farlo lui, non io».

Per chiarire meglio, il Pontefice, seguendo il testo di Pietro, ha indicato alcune «parole» utili a insegnarci «come è la santità di ogni giorno, quella santità — diciamo — anche anonima». Innanzitutto occorre il «coraggio». Lo ricorda anche Pietro: «Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutto, andate avanti, mettetecela tutta: coraggio!». Serve sempre «il coraggio di andare avanti», perciò si può dire che «il Regno dei Cieli di Gesù è per i coraggiosi».

L’apostolo poi continua: «Ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data». Da qui la seconda parola utile: «speranza». Non si può, ha chiosato il Papa, «andare a intraprendere un cammino senza volere arrivare. Noi, ha detto, aspettiamo «un incontro con Dio, un incontro con Gesù»: questa speranza «muove il coraggio».

San Pietro parla poi di «grazia». Ed è la terza parola che fa capire come «la santità non possiamo farla noi da soli», ma «è una grazia». Ha spiegato Francesco: «Essere buono, essere santo, andare tutti i giorni un po’ un passo avanti nella vita cristiana è una grazia di Dio e dobbiamo chiederla» e avere «disponibilità» a riceverla.

Sul tema della «speranza del cammino» il Pontefice ha anche suggerito di rileggere il capitolo XI della Lettera agli Ebrei: «racconta il cammino dei nostri padri, dei primi chiamati da Dio. E come loro sono andati avanti. E del nostro padre Abramo dice: “Ma, lui uscì senza sapere dove andasse”». Ognuno di noi, ha detto, può «chiedere questa grazia al Signore» e «con semplicità» pregare: «Signore, io sono un poveraccio, ma tu puoi fare il miracolo di farmi un po’ meglio». Possiamo così «aprire il cuore» perché lo Spirito lavori in noi.

C’è infine un’altra parola sempre suggerita da Pietro che scrive: «come figli obbedienti non conformatevi ai desideri di un tempo quando eravate nell’ignoranza. Ma come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi». Qui si parla di «conversione». Ha detto il Papa: lungo il cammino «non dobbiamo guardare indietro: è una strada per andare avanti, verso l’orizzonte, con speranza, con coraggio, aperti alla grazia», ma capita che «un giorno vado avanti, un altro giorno vado indietro, avanti e indietro. E questo non aiuta», ci fa rimanere «fermi nello stesso posto». perciò «tutti i giorni» abbiamo bisogno di conversione. Magari qualcuno potrà dire: «Padre, per convertirmi io devo fare penitenze, darmi delle bastonate», e invece, ha spiegato Francesco, servono «conversioni piccole». E così, «se tu sei capace di riuscire a non sparlare di un altro, sei sul buon cammino per diventare santo». Siamo chiamati a cose semplici: «Ho voglia di fare una critica al vicino, al compagno di lavoro»? sarà utile «mordere la lingua un po’», forse «si gonfierà» ma «il vostro spirito sarà più santo, in questo cammino».

L’importante è «andare avanti» in questo cammino «semplice» ma che richiede anche «fortezza» — «che è un dono dello Spirito Santo — per «portare le sofferenze». Infatti esse comunque arrivano nella vita: «che sia una malattia o la morte di uno dei cari o un problema con i figli o con i fratelli o un problema più grande negli affari o nel lavoro». Il riferimento è sempre Gesù, il quale «è andato avanti e ha sofferto». Così anche per noi «i piccoli pezzi di croce ci sono», ma c’è anche «la gioia di questo cammino» durante il quale, «ogni momento» incontriamo Gesù.

Quindi, ha riassunto Francesco: «Coraggio, speranza, grazia, conversione e fortezza», così «si fa la santità di ogni giorno, nella Chiesa: tutti i giorni un passino avanti in questo cammino verso l’incontro con il Signore».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 24 maggio 2016

I buoni sanno vedere la bellezza ovunque

I buoni sanno vedere la bellezza. Anche dove è difficile pensare che ci sia.

Roma è una città allo sfascio, eppure ogni giorno, andando e tornando dal lavoro, faccio il percorso più bello del mondo. 
... Ogni ritorno a casa è una seduta terapeutica che riconcilia con la città e con il mondo.

Solo che io non sono buona, per cui quando, dopo aver costeggiato l'aula Nervi, ritorno nei quartieri degli anni sessanta, tra cassonetti da cui l'immondizia tracima, erbacce che crescono ovunque, autobus che non passano, ragazzini che non cedono il posto perché manco ti vedono, mendicanti che insistono, automobilisti che si arrabbiano, anziani che camminano lenti con la badante, senza scambiare con lei una parola più dello stretto necessario... beh, allora mi torna la rabbia e la voglia di ribellione.

Non che i buoni non si ribellino, anzi. Ma sono più capaci di vedere la bellezza anche dentro le cose che fuori sono brutte. Quindi anche nei quartieri degli anni sessanta. Perciò la loro ribellione è duratura, perché ha uno scopo: tirare fuori la bellezza che c'è dentro le cose e dentro le persone.
...
Ogni uomo è figlio di Dio. Per ogni uomo Gesù è morto, in ogni uomo c'è una traccia del volto di Cristo, una scintilla di salvezza. Il buono lo sa e la cerca. Anche se è difficile, esce da se stesso e si immerge nelle storie degli altri, alla ricerca di quella goccia di luce.

Il buono non dice che i Rom rubano. Dice che ci sono dei Rom che rubano, altri no, ma che tutti vivono male. E si chiede su che cosa si può far leva perché si rimettano in piedi. Per esempio tirandoli fuori dai campi, dando loro così un po' di dignità.

Il buono sa che è giusto che chi delinque venga punito, ma non pensa mai che sarebbe meglio metterlo in prigione e buttare via la chiave. Perché è convinto che dentro ogni cuore, anche quello di chi sbaglia, c'è un punto di luce cui appoggiarsi per ripartire, per ricostruirsi una vita più retta.

Il buono quindi dà a tutti un'altra possibilità. Sa che nessuno è totalmente buono e che nessuno è totalmente cattivo, che nessuno è totalmente bello e che nessuno è totalmente brutto, ma che in ognuno c'è quel pizzico di bellezza - la goccia di luce - che lo rende umano. E sa che bisogna scoprirla ed educarla (nel senso etimologico, di e-ducere, cioè tirare fuori).

Quando torno dal lavoro riempiendomi gli occhi della città più bella del mondo, ne ammiro le superficie. E quando arrivo nella città moderna - che non è la più bella del mondo - ne disprezzo la superficie. Il buono penetra attraverso entrambe e coglie quello che c'è dentro. Non lo preoccupa l'estetica del condominio, ma lavora perché si costruiscano relazioni significative tra vicini di casa. Il bello - le relazioni - dentro il brutto - l'anonimato condominiale. Riesce a vedere la scintilla di luce nell'anziana, ma anche nella badante. E perfino nel ragazzotto perso nello smartphone.

Per questo riesce a fare del bene: perché non impone la propria idea di ciò che è bene e ciò che è male - il bene non può essere un'ideologia, uno schema astratto che si impone a chiunque - ma coltiva la scintilla che già c'è. Non pretende di cambiare le persone, ma cerca di creare le condizioni perché tirino fuori la bellezza che hanno dentro, trovando la propria via al bene. Solo così possono cambiare, diventando la versione migliore di se stessi.



«La carta di identità del cristiano è la gioia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 maggio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“Inno alla gioia”

«La carta d’identità del cristiano è la gioia»: lo «stupore» di fronte alla «grandezza di Dio», al suo «amore», alla «salvezza» che ha donato all’umanità non può che portare il credente a una gioia che neanche le croci della vita possono scalfire, perché anche nella prova c’è «la sicurezza che Gesù è con noi». Un vero e proprio inno alla gioia è stata la meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta lunedì 23 maggio. 

Lo spunto è venuto dalla liturgia del giorno. In particolare, il Pontefice ha voluto rileggere l’incipit del brano tratto dalla prima Lettera di Pietro (1, 3-9) che — ha detto — per il «tono esultante», l’«allegria», il modo dell’apostolo di intervenire «a tutta forza» ricorda l’inizio «dell’Oratorio di Natale di Bach». Scrive, infatti, Pietro: «Sia benedetto il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, ricreati, mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce; essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rilevata nell’ultimo tempo».

Sono parole in cui si percepisce «lo stupore davanti alla grandezza di Dio», davanti alla «rigenerazione che il Signore — “in Gesù Cristo e per Gesù Cristo” — ha fatto in noi». Ed è «uno stupore pieno di giubilo, allegro»: subito dopo, ha fatto notare il Papa, nel testo della lettera s’incontra la «parola chiave», ovvero: «Perciò siete ricolmi di gioia».

La gioia di cui parla l’apostolo è duratura. Per questo, ha spiegato Francesco, egli aggiunge nell’epistola che, anche se se per un po’ di tempo si è costretti a essere «afflitti dalle prove», quella gioia dell’inizio «non sarà tolta». Infatti essa scaturisce da «quello che Dio ha fatto in noi: ci ha rigenerati in Cristo e ci ha dato una speranza». Una speranza — «quella che i primi cristiani dipingevano come un’àncora in cielo» — che, ha detto il Papa, è anche la nostra. Da lì viene la gioia. E infatti Pietro concludendo il suo messaggio invita tutti: «Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

Da tutto ciò, ha sottolineato il Pontefice, si capisce come la gioia sia davvero la «virtù del cristiano». Un cristiano, ha specificato, «è un uomo e una donna con gioia nel cuore». Di più: «Non esiste un cristiano senza gioia». Qualcuno potrebbe obbiettare: «Ma, Padre, io ne ho visti tanti!», intendendo dire con ciò che «non sono cristiani: dicono di esserlo, ma non lo sono, gli manca qualcosa». Ecco perché secondo il Papa «la carta di identità del cristiano è la gioia, la gioia del Vangelo, la gioia di essere stati eletti da Gesù, salvati da Gesù, rigenerati da Gesù; la gioia di quella speranza che Gesù ci aspetta». E anche «nelle croci e nelle sofferenze di questa vita», ha aggiunto, il cristiano vive quella gioia, esprimendola in un altro modo, ovvero con la «pace» che viene dalla «sicurezza che Gesù ci accompagna, è con noi». Il cristiano, infatti, vede «crescere questa gioia con la fiducia in Dio». Egli sa bene che «Dio lo ricorda, che Dio lo ama, che Dio lo accompagna, che Dio lo aspetta. E questa è la gioia».

A fare da contraltare a questo inno alla gioia, la liturgia del giorno propone «un’altra parola», quella legata all’episodio del Vangelo di Marco (10, 17-27) nel quale si narra del giovane «che si è avvicinato a Gesù per seguirlo»: un «bravo giovane» tanto da riuscire «a conquistare il cuore di Gesù» il quale, si legge, «fissò lo sguardo su di lui» e «lo amò». A quel giovane Gesù fece una proposta: «Una sola cosa ti manca: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni con me»; ma a queste parole egli «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».

Il giovane, ha notato Francesco, «non è stato capace di aprire il cuore alla gioia e ha scelto la tristezza». Ma perché? La risposta è chiara: «Perché possedeva molti beni. Era attaccato ai beni». Del resto, Gesù stesso aveva avvisato «che non si può servire due padroni: o servi il Signore o servi le ricchezze». Tornando su questo tema già affrontato in un’omelia pochi giorni fa, il Pontefice ha spiegato: «le ricchezze non sono cattive in se stesse», la cattiveria è «servire la ricchezza». Fu così, insomma, che il giovane se ne andò triste: «Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».

È questo un episodio che getta luce anche sulla vita quotidiana «nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, nelle nostre istituzioni»: qui infatti, ha sottolineato il Papa, se «troviamo gente che si dice cristiana e vuole essere cristiana ma è triste», vuol dire che succede qualcosa «che non va». Ed è compito di ognuno aiutare questa gente «a trovare Gesù, a togliere quella tristezza, perché possa gioire del Vangelo, possa avere questa gioia che è propria del Vangelo».

Francesco ha voluto approfondire ancora questo concetto centrale e legare la gioia allo stupore che scaturisce — come ricordato da san Pietro nella sua lettera — «davanti alla rivelazione, davanti all’amore di Dio, davanti alle emozioni dello Spirito Santo». Perciò si può ben dire che «il cristiano è un uomo, una donna di stupore».

Una parola — “stupore” — che ritorna anche alla fine del brano evangelico del giorno, «quando Gesù spiega agli apostoli che quel ragazzo tanto bravo non è riuscito a seguirlo, perché era attaccato alle ricchezze e dice che è molto difficile che un ricco, uno che è attaccato alle ricchezze, entri nel regno dei Cieli». Si legge infatti che loro, «più stupiti», dicevano: «E chi può essere salvato?».

L’uomo, il cristiano — ha spiegato il Papa — può essere talmente stupito di fronte a tanta grandezza e tanta bellezza, da pensare: «Io non ce la faccio. Non so come si fa!». La risposta che Gesù dà guardando in faccia i suoi discepoli è consolante: «Impossibile agli uomini — non ce la facciamo... — ma non a Dio!». Possiamo, cioè vivere la «gioia cristiana», lo «stupore della gioia», e salvarci «dal vivere attaccati ad altre cose, alle mondanità», soltanto «con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo».

Perciò, ha invitato il Pontefice al termine dell’omelia, «chiediamo oggi al Signore che ci dia lo stupore davanti a lui, davanti a tante ricchezze spirituali che ci ha dato; e con questo stupore ci dia la gioia, la gioia della nostra vita e di vivere in pace nel cuore le tante difficoltà; e ci protegga dal cercare la felicità in tante cose che alla fine ci rattristano: promettono tanto, ma non ci daranno niente!». Questa la conclusione: «Ricordatevi bene: un cristiano è un uomo e una donna di gioia, di gioia nel Signore; un uomo e una donna di stupore».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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LETTERA APERTA AL PAPA - MONUMENTO AL "PARROCO IGNOTO" di p . Alberto B.Simoni, OP


LETTERA APERTA AL PAPA 

MONUMENTO AL "PARROCO IGNOTO"

di p . Alberto B.Simoni, op

Alberto B.Simoni scrive a Papa Francesco che traccia l'identikit dei suoi preti nel Discorso alla Conferenza episcopale italiana  (Lunedì, 16 maggio 2016)






Padre Francesco,
rivolgermi a te come "Padre" mi porta a ripensare ad una antifona che francescani e domenicani cantano quando si scambiano la visita nella feste dei loro rispettivi Fondatori: "Il serafico padre Francesco e il cherubico Padre Domenico sono loro, o Signore, che ci hanno insegnato la tua via,". Ed è in questa prospettiva di via evangelica al sevizio pastorale che ho letto e meditato le tue parole all'Assemblea generale dei Vescovi riguardo al "rinnovamento del clero".


Inviti tutti "a capovolgere la prospettiva e a metterci in ascolto", ponendo attenzione non tanto a norme e prassi codificate, ma "a qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità": a chi opera sul campo senza "interpretarsi come un devoto, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco" ma che "si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l'abbandono e la sofferenza... per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro".

Verrebbe da dire che queste parole sono un monumento al "parroco ignoto", che dentro un ordinamento religioso e giuridico di altri tempi (in un "contesto culturale molto diverso da quello in cui ha mosso i primi passi nel ministero"), riesce a svestirsi dei suoi indumenti talari e a togliersi i calzari del dominio ("è scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa"). Ma tutto questo lo fa grazie al superamento di tante barriere mentali e formali per una sua spiritualità e libertà interiore e non in forza di una impostazione pastorale d'insieme e riconosciuta, che se da una parte è di ostacolo o di fuga, dall'altro esce ulteriormente rafforzata dalla presenza invisibile di questo "parroco ignoto". Sembra che anche tu riconosca questo stato di cose e ti proponga di arrivare ad un capovolgimento di prospettiva quando dici: "Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell'istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell'efficienza".

Ma eccomi a chiedere: è sufficiente una risoluzione spirituale e individuale per ottenere tutto questo, o non sarebbe necessario un cambiamento radicale (nel DNA del ministero sacerdotale) prima che un cambiamento di rotta rispetto a "criteri di efficienza" o di successo (che sarebbe già abbastanza!)? Si dovrebbe dire in altre parole come fare perché la "fabbrica dei preti" producesse quel prototipo che tu ci presenti: "Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi".

A questo punto a contare non è più neanche il "parroco" canonicamente costituito, ma il semplice ministro e servo di Cristo a favore degli uomini e del Popolo di Dio nella "comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo". E' insomma "colui che vive per il Vangelo ed entra così in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità".

Ancora una volta ci fai capire cosa deve esserci in primo piano. Che se poi non si volesse capire ce lo ripeti in termini molto tangibili: "Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l'apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l'esperienza di fede e di carità del popolo di Dio". E' un criterio di discernimento e un metro di comportamento molto chiaro: ma sempre in chiave individuale o come motivo di capovolgimento di prospettiva per una cambiamento d'epoca, come spesso ci ripeti?

Il mio timore è che alla fine tutto si risolva sul piano personale caso per caso, mentre l'impianto rimane quello di potere di sempre. E' un timore avvalorato da queste ultime tue parole, che denotano un ripiegamento soggettivo dell'impegno pastorale: "Il nostro presbitero, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l'hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura". Tutto questo non è da escludere, anzi è necessario ed inevitabile, ma non deve essere inteso solo come correttivo ai limiti di un sistema che mortifica e che si vorrebbe addirittura rovesciare.

Il problema allora si presenta diversamente: se si tratta di un sistema irriformabile o meno, e nel caso fosse riformabile come farlo. E' a questo punto che mi permetto di avanzare qualche considerazione e suggerimento per dare un minimo di visibilità alla pastorale sommersa del "parroco ignoto" che si vorrebbero portare in primo piano. A mio modo di vedere - maturato peraltro in tanti anni di servizio del vangelo sul campo - non è il caso di aspettarsi una trasformazione o conversione delle strutture pastorali di un sistema ormai consolidato in norme, ruoli, prassi, consuetudini, mentalità egemoni. Anche su questo siamo avvertiti, quando ci viene detto che "è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!" (Lc 18,25). Infatti, una trasformazione radicale non avviene mai per modificazioni ma per rigenerazione, come viene insegnato a Nicodemo: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio" (Gv. 3,3).

E' qui che deve avvenire il rovesciamento: guardare a ciò che è allo stato nascente, alle relazioni vissute, alle situazioni di vita di ciascuno, alla effettiva risoluzione comunitaria dei rapporti, a quella "carità pastorale che fa liberi e solidali" e a quella "amicizia sociale" a cui tu fai riferimento: si tratta di quella dimensione o "legge perfetta, la legge della libertà" (Gc 1,25) a cui siamo chiamati come battezzati, tant'è che "Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1). Se a questo siamo chiamati, a questo dovremmo essere anche formati come credenti e come chiesa. Ma fino a quando continuerà a dominare una legge in quanto tale - e cioè in quanto istituzione e ordinamento canonico - un cambiamento di sistema non avverrà mai, se non appunto a prezzo di coraggio da parte di singoli e a forza di emarginazione ed esclusione da parte del corpo ecclesiale.

Stando così le cose, un segnale significativo verso il capovolgimento di prospettiva che lei auspica sarebbe un gesto di riconoscimento e di reintegrazione di quanti hanno subito emarginazione e discriminazione istituzionale unicamente a causa della loro libera dedizione ai fratelli nel servizio del vangelo. Ma è chiaro che un passo decisivo in tal senso ci sarebbe soltanto qualora questa libertà di azione pastorale fosse promossa e garantita al di là di preoccupazioni di efficienza e di conformismo clericale. Da parte mia non saprei dire come, al di là delle esortazioni che da te ci vengono ripetutamente. Quello che posso dire è che è possibile andare comunque avanti avendo a cuore "soltanto ciò che può servire per l'esperienza di fede e di carità del popolo di Dio".

Ci dici in apertura del tuo discorso che "senza lo Spirito Santo non esiste possibilità di vita buona, né di riforma". Non fai che ricordarci quanto ci ha detto il Signore Gesù: "Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra"(At 1,8). Testimoni di Lui, prima che di ogni altra potenza o potere! Che l'amore di Cristo ci spinga.

E per questo confido nella sua apostolica benedizione assicurandoti la mia povera preghiera.

P.Alberto Bruno Simoni op

Guarda anche il post già pubblicato:
- Papa Francesco sulla figura del sacerdote e la sua triplice appartenenza: al Signore, alla Chiesa, al Regno (testi e video)

lunedì 23 maggio 2016

Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 22/05/2016 - SS. Trinità / C


Omelia di p. Aurelio Antista

- Santissima Trinità (C) -
22.05.2016


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto

... In questa domenica la Chiesa ci invita quasi a fare una pausa per contemplare il mistero di Dio così come Gesù ce lo ha rivelato... Gesù ci dice che Dio è Padre... e Lui si presenta come Figlio, il Figlio amato... e tutta la sua vita non è altro che manifestazione del volto del Padre... Gesù ci parla anche dello Spirito... il consolatore, il paraclito, colui che sostiene e accompagna, colui che è lo Spirito della verità, che manifesta cioè lo spessore dell'amore di Dio, la fedeltà di Dio e la verità dell'insegnamento di Gesù...
Il Dio che Gesù ci rivela è uno, ma non è solitudine, è comunione di Persone: è Padre, Figlio e Spirito. Il Padre è la fonte dell'amore, è l'Amante, il Figlio è l'Amato, lo Spirito è l'Amore ...

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"La festa della Santissima Trinità ci invita ad impegnarci negli avvenimenti quotidiani per essere lievito di comunione, di consolazione e di misericordia." Papa Francesco Angelus 22 maggio 2016 (testo e video)

 22 maggio 2016 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, festa della Santissima Trinità, il Vangelo di san Giovanni ci presenta un brano del lungo discorso di addio, pronunciato da Gesù poco prima della sua passione. In questo discorso Egli spiega ai discepoli le verità più profonde che lo riguardano; e così viene delineato il rapporto tra Gesù, il Padre e lo Spirito. Gesù sa di essere vicino alla realizzazione del disegno del Padre, che si compirà con la sua morte e risurrezione; per questo vuole assicurare ai suoi che non li abbandonerà, perché la sua missione sarà prolungata dallo Spirito Santo. Ci sarà lo Spirito a prolungare la missione di Gesù, cioè a guidare la Chiesa avanti.

Gesù rivela in che cosa consiste questa missione. Anzitutto lo Spirito ci guida a capire le molte cose che Gesù stesso ha ancora da dire (cfr Gv 16,12). Non si tratta di dottrine nuove o speciali, ma di una piena comprensione di tutto ciò che il Figlio ha udito dal Padre e che ha fatto conoscere ai discepoli (cfr v. 15). Lo Spirito ci guida nelle nuove situazioni esistenziali con uno sguardo rivolto a Gesù e, al tempo stesso, aperto agli eventi e al futuro. Egli ci aiuta a camminare nella storia saldamente radicati nel Vangelo e anche con dinamica fedeltà alle nostre tradizioni e consuetudini.

Ma il mistero della Trinità ci parla anche di noi, del nostro rapporto con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, mediante il Battesimo, lo Spirito Santo ci ha inseriti nel cuore e nella vita stessa di Dio, che è comunione di amore. Dio è una “famiglia” di tre Persone che si amano così tanto da formare una sola cosa. Questa “famiglia divina” non è chiusa in se stessa, ma è aperta, si comunica nella creazione e nella storia ed è entrata nel mondo degli uomini per chiamare tutti a farne parte. L’orizzonte trinitario di comunione ci avvolge tutti e ci stimola a vivere nell’amore e nella condivisione fraterna, certi che là dove c’è amore, c’è Dio.

Il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio-comunione ci chiama a comprendere noi stessi come esseri-in-relazione e a vivere i rapporti interpersonali nella solidarietà e nell’amore vicendevole. Tali relazioni si giocano, anzitutto, nell’ambito delle nostre comunità ecclesiali, perché sia sempre più evidente l’immagine della Chiesa icona della Trinità. Ma si giocano in ogni altro rapporto sociale, dalla famiglia alle amicizie all’ambiente di lavoro: sono occasioni concrete che ci vengono offerte per costruire relazioni sempre più umanamente ricche, capaci di rispetto reciproco e di amore disinteressato.

La festa della Santissima Trinità ci invita ad impegnarci negli avvenimenti quotidiani per essere lievito di comunione, di consolazione e di misericordia. In questa missione, siamo sostenuti dalla forza che lo Spirito Santo ci dona: essa cura la carne dell’umanità ferita dall’ingiustizia, dalla sopraffazione, dall’odio e dall’avidità. La Vergine Maria, nella sua umiltà, ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. Ci aiuti Lei, specchio della Trinità, a rafforzare la nostra fede nel Mistero trinitario e ad incarnarla con scelte e atteggiamenti di amore e di unità.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, a Cosenza, è stato proclamato Beato Francesco Maria Greco, sacerdote diocesano ... 
Questo applauso è anche per tanti bravi preti che ci sono qui in Italia!

Domani inizierà a Istanbul, in Turchia, il Primo Vertice Umanitario Mondiale, finalizzato a riflettere sulle misure da adottare per venire incontro alle drammatiche situazioni umanitarie causate da conflitti, problematiche ambientali ed estrema povertà. Accompagniamo con la preghiera i partecipanti a tale incontro perché si impegnino pienamente a realizzare l’obiettivo umanitario principale: salvare la vita di ogni essere umano, nessuno escluso, in particolare gli innocenti e i più indifesi. ...

Martedì, 24 maggio, ci uniremo spiritualmente ai fedeli cattolici in Cina, che in quel giorno celebrano con particolare devozione la memoria della Beata Vergine Maria “Aiuto dei Cristiani”, venerata nel santuario di Sheshan a Shanghai. Chiediamo a Maria di donare ai suoi figli in Cina la capacità di discernere in ogni situazione i segni della presenza amorosa di Dio, che sempre accoglie sempre perdona. In questo Anno della Misericordia possano i cattolici cinesi, insieme a quanti seguono altre nobili tradizioni religiose, divenire segno concreto di carità e riconciliazione. In tal modo essi promuoveranno un’autentica cultura dell’incontro e l’armonia dell’intera società, quell’armonia che ama tanto lo spirito cinese.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini! In particolare sono lieto di accogliere i fedeli ortodossi della Metropolia di Berat, in Albania, e li ringrazio per la loro testimonianza ecumenica.
...

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 22 maggio 2016

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - SS. Trinità / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"La Trinità comunione d'amore, flusso di vita divina" di p. Ermes Ronchi - Santissima Trinità - anno C

La Trinità 
comunione d'amore, 
flusso di vita divina
di p. Ermes Ronchi 
Commento
Santissima Trinità - anno C


Verrà lo Spirito e vi annuncerà le cose future. Lo Spirito permette ai miei occhi, chini sul presente, di vedere lontano, di anticipare la rosa che oggi è in boccio, di intuire già colore e profumo là dove ora non c'è che un germoglio.

Lo Spirito è la vedetta sulla prua della mia nave. Annuncia terre che io ancora non vedo. Io gli do ascolto e punto verso di esse il timone, e posso agire certo che ciò che tarda verrà, comportarmi come se la rosa fosse già fiorita, come se il Regno fosse già venuto.

Lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio. In questa scambio di doni cominciamo a intravedere il segreto della Trinità: non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza oltre sé, effusione ardente di vita divina.

Nel dogma della Trinità c'è racchiuso il sogno per noi. Se Dio è Dio solo in questa comunione, allora anche l'uomo sarà uomo solo in una analoga relazione d'amore.

Quando in principio il Creatore dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), se guardiamo bene, vediamo che Adamo non è fatto a immagine del Dio che crea; non a immagine dello Spirito che si librava sulle acque degli abissi, non a immagine del Verbo che era da principio presso Dio.

Molto di più, Adamo ed Eva sono fatti a immagine della Trinità, a somiglianza quindi di quella comunione, del loro legame d'amore, della condivisione. Qui sta la nostra identità più profonda, il cromosoma divino in noi. In principio, è posta la relazione. In principio a tutto, il legame.

Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai creato legami, se hai procurato gioia a qualcuno, se hai portato il tuo mattone di comunione, tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.

Il vero ateo è chi non lavora a creare legami, comunione, accoglienza. Chi diffonde gelo attorno a sé. Chi non entra nella danza delle relazioni non è ancora entrato in Dio, il Dio che è Trinità, che non è una complicata formula matematica in cui l'uno e il tre dovrebbero coincidere: «Se vedi l'amore, vedi la Trinità» (sant'Agostino).

Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto da qualcuno, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione.

Tutto circola nell'universo: pianeti, astri, sangue, fiumi, vento e uccelli migratori... È la legge della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona. La legge della chiesa che, se si chiude, si ammala (papa Francesco).