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mercoledì 24 febbraio 2016

“L’amore prima del mondo” Papa Francesco risponde ai bambini di tutto il mondo - Se potessi fare un miracolo, guarirei tutti i bambini... La mia risposta al dolore dei bambini è il silenzio oppure una parola che nasce dalle mie lacrime. Non ho paura di piangere...

“L’amore prima del mondo”
Papa Francesco risponde ai bambini di tutto il mondo

Domande e risposte semplici, dirette, senza preconcetti. Sono quelle che hanno ispirato il nuovo libro voluto dalla Loyola Press, la casa editrice della Compagnia di Gesù: “L’amore prima del mondo”. Nel testo, infatti, il Pontefice risponde ai quesiti posti da piccoli di età compresa tra i 6 e i 13 anni. La Loyola Press nel maggio scorso propose l’iniziativa al Papa, che subito accettò. Sono state raccolte 259 lettere da 26 Paesi, tra cui Albania, Cina, Nigeria, Filippine e scuole temporanee che ospitano profughi siriani. Nei mesi scorsi, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, ha incontrato Francesco a Casa Santa Marta e il Pontefice ha così potuto rispondere alle lettere: “Sono difficili queste domande” ha detto sorridendo Francesco al padre gesuita. I disegni e le domande di 31 bambini sono stati scelti per il libro, che è stato presentato al Pontefice da alcuni di loro - assieme all’intera collezione di lettere - il 22 febbraio, in un incontro privato in Vaticano. Domani 25 febbraio, arriverà nelle librerie italiane, edito da Rizzoli, e dal 1° marzo in quelle di tutto il mondo. Durante il suo viaggio a Filadelfia, per l’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie nel settembre 2015, fu proprio Papa Francesco a citare una di queste lettere e la difficoltà nel trovare una risposta. Perché, in fondo, “i bambini sono i migliori intervistatori del mondo”, ha commentato padre Spadaro alla Radio Vaticana.

Guarda il video proposto da Tv2000

PAPA FRANCESCO SCRIVE AI BAMBINI

Ryan, João, Natasha, Emil, Yfan, Alessio… I bambini di tutto il mondo, dalla Cina alla Russia, dall’Europa all’Equatore si rivolgono ogni giorno a Papa Francesco per chiedergli aiuto, consigli, risposte ai propri dubbi e spiegazioni sul senso più profondo della fede e dell’esistenza, inviandogli lettere e disegni. Che cosa faceva Dio prima di fare il mondo? Che cosa ne è dei nostri cari dopo la morte? Abbiamo davvero tutti, anche i malvagi, un angelo custode? E ancora: qual è stata la scelta più difficile che il Papa ha dovuto fare nella sua missione e che cosa farebbe se potesse realizzare un miracolo? A queste e altre domande contenute in una trentina di lettere provenienti dai cinque continenti, Papa Francesco risponde con parole semplici e straordinariamente intime, come un padre premuroso, accogliendo e confidando ai più piccoli la sua riflessione sulla vita e sulla fede. Sono corrispondenze indimenticabili che faranno bene a tutti, anche a chi ha perso l’innocenza dei bambini. Perché Dio è semplice, e semplice la sua presenza in mezzo a noi.
(fonte: Rizzoli)
Alcune anticipazioni dal Corriere della Sera

Caro Papa Francesco, 
vorrei sapere di più su Gesù. Come ha camminato sull’acqua? 
Con affetto, Natasha (Kenya, 8 anni) 

Cara Natasha, devi immaginare Gesù che cammina naturalmente, normalmente. Non ha volato sull’acqua o fatto le capriole nuotando. Lui ha camminato come cammini tu, cioè come se l’acqua fosse terra, un piede dopo l’altro, anche vedendo i pesci sotto i suoi piedi far festa o nuotare veloci. Gesù è Dio e lui dunque può fare tutto. Può anche camminare tranquillamente sull’acqua. Dio non affonda, sai?

Caro Papa Francesco, 
quando eri un bambino, ti piaceva ballare? 
Prajla (Albania, 6 anni) 

Tanto, cara Prajla! Ma proprio tanto tanto! Mi piaceva stare insieme con altri bambini, giocare, fare la ronda, ma anche ballare le nostre danze tipiche dell’Argentina. Mi divertivo molto. Poi da ragazzo mi piaceva ballare il tango. Mi piace tanto il tango. Vedi, ballare è esprimere la gioia, l’allegria. Quando uno è triste non può ballare. Generalmente i ragazzi hanno una grande risorsa: essere contenti. E per questo quando si è giovani si balla e così si esprime l’allegria del cuore. Persino il grande re Davide, quando prese Gerusalemme, facendone la Città Santa, vi fece trasportare solennemente l’Arca dell’Alleanza e si mise a ballare davanti ad essa. Non si preoccupò delle formalità, si dimenticò di doversi comportare come un re e si mise a ballare come un ragazzino! Ma Micol, sua moglie, vedendolo dalla finestra saltellare e ballare, lo derise e lo disprezzò nel suo cuore. Questa donna era malata di serietà, la «sindrome di Micol» io la chiamo. La gente che non può esprimere allegria sta sempre seria. Ballate, voi che siete bambini, così non sarete troppo seri quando sarete grandi!

Caro Papa Francesco, la mia mamma è nel paradiso. Le cresceranno le ali d’angelo? 
Luca (Australia, 7 anni) 

Caro Luca, no, no, no! Tua mamma sta in cielo bella, splendida, piena di luce. Non le sono cresciute le ali. È proprio la mamma che tu conosci, ma più bella che mai. E lei ti guarda e sorride a te che sei suo figlio. Ogni volta che ti vede tua mamma è contenta, se ti comporti bene. Se non ti comporti bene, lei ti vuol bene lo stesso e chiede a Gesù di farti più buono. Pensa così la tua mamma: bella, sorridente e piena di affetto per te

Caro Papa Francesco, 
se tu potessi fare un miracolo, che cosa sarebbe? 
Con affetto, William (Usa, 7 anni) 

Caro William, io guarirei i bambini. Non sono riuscito ancora a capire perché i bambini soffrano. Per me è un mistero. Non so dare una spiegazione. Mi interrogo su questo. Prego su questa domanda: perché i bambini soffrono? È il mio cuore che si pone la domanda. Gesù ha pianto e piangendo ha capito i nostri drammi. Io cerco di capire. Se potessi fare un miracolo, guarirei tutti i bambini. Il tuo disegno mi fa riflettere: c’è una grande croce scura e dietro ci sono un arcobaleno e il sole che splende. Mi piace questo. La mia risposta al dolore dei bambini è il silenzio oppure una parola che nasce dalle mie lacrime. Non ho paura di piangere. Non devi averla neanche tu.

Caro Papa Francesco, 
perché ti piace giocare a calcio? Ti auguro buona salute! 
Wing (Cina, 8 anni) 

Caro Wing, mi piace molto il calcio. Io non ho mai giocato partite serie perché non ho mai imparato bene la tecnica del gioco. Il mio piede non è agile. Ma mi piace tanto vedere giocare le squadre sul campo. Sai perché? Perché vedo che è un gioco di squadra, di solidarietà. Mi appassiono nel vedere una partita. Se un giocatore vuole giocare da solo perde, e poi non è amato dai suoi compagni di squadra. Si gioca bene al calcio quando si gioca insieme, quando si fa gioco di squadra e si cerca il bene di tutti senza pensare al bene personale o a mettersi in mostra. Così dovrebbe essere anche nella Chiesa.

Caro Papa Francesco, 
sei mai stato accanto al sacerdote come chierichetto? 
Saluti da Alessio (Italia, 9 anni) 

Caro Alessio, sì che sono stato chierichetto. E tu? Quel chierichetto del disegno sei tu? Ma, senti, adesso è più facile. Devi sapere che quando ero bambino io la messa si celebrava in maniera differente da come si fa adesso. Il prete intanto guardava l’altare, che era accostato al muro, e non le persone. Poi il libro col quale diceva la messa, il messale, era messo sull’altare nella parte destra. Ma prima della lettura del Vangelo si spostava sempre sul lato sinistro. Questo era il mio compito: portarlo da destra a sinistra e da sinistra a destra. Ma che fatica! Era pesante! Io lo prendevo con tutta la mia energia, ma non ero robusto: lo sollevavo e mi cadeva, e così il prete mi doveva aiutare. Era un’impresa! Poi la messa non era in italiano. Il prete parlava ma io non capivo niente. E così anche i miei compagni. Allora poi per gioco imitavamo il prete storpiando un po’ le parole per fare strane frasi in spagnolo. Ci divertivamo. E ci piaceva tanto servire la messa.



Papa Francesco: Viaggio in Messico (12-18 FEBBRAIO 2016) / 8 - Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi - Visita alla cattedrale di Morelia (cronaca, foto testi e video)


 16 febbraio 2016 

 Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi 

Quinto giorno di Papa Francesco in Messico: dopo la tappa nel Chiapas, all’estremo Sud del Messico dove ha avuto luogo l’incontro con le famiglie e la Messa celebrata nelle lingue degli indios, Papa Francesco è a Morelia, nello Stato del Michoacán nel Messico centrale, uno dei nuovi epicentri della narcoviolenza: “Quest’ultima è arrivata - ha spiegato Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire in Messico in un’intervista al Sismografo - a livelli tali che la popolazione si è organizzata in armi per difendersi. Le cosiddette ‘autodifese’ – con tutte le sue ambiguità – dimostra il grado di esasperazione degli abitanti”.

Stando ai dati riportati dall’Osservatore Romano, negli ultimi 15 anni cinque sacerdoti sono stati uccisi e solo nel 2014 più di un migliaio di omicidi hanno insaguinato la città. Oggi ad attendere Papa Francesco ci sarà anche l’arcivesco di Morelia, il cardinale Alberto Suárez Inda che ha lanciato numerosi appelli alla pacificazione e alla rinuncia dei desideri di vendetta e di morte «che — ha ammonito in diverse circostanze — non producono nulla, solo la distruzione».

Nello stadio "Venustiano Carranza", il Papa ha celebrato la Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi. Anche qui tanta gente e tanta gioia ad accoglierlo.

Guarda il video dell'omelia

C’è un detto tra di noi che dice così: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi”; perché, mostrandomi come preghi, imparerò a scoprire il Dio vivente, e mostrandomi come vivi, imparerò a credere nel Dio che preghi, perché la nostra vita parla della preghiera e la preghiera parla della nostra vita. A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare. La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera.

San Paolo, al suo discepolo prediletto Timoteo, quando gli insegnava o lo esortava a vivere la fede, diceva: “Ricordati di tua madre e di tua nonna”. E i seminaristi, quando entravano nel Seminario, molte volte mi chiedevano: “Padre, io però vorrei fare una preghiera più profonda, più mentale…”. “Guarda – rispondevo - continua a pregare come ti hanno insegnato a casa tua. E poi, a poco a poco, la tua preghiera crescerà, così come la tua vita è cresciuta”. A pregare si impara, come nella vita.

Gesù ha voluto introdurre i suoi nel mistero della Vita, nel mistero della Sua vita. Mostrò loro mangiando, dormendo, sanando, predicando, pregando che cosa significa essere Figlio di Dio. Li invitò a condividere la sua vita, la sua intimità e, mentre stavano con Lui, fece loro toccare nella sua carne la vita del Padre. Fa loro sperimentare nel suo sguardo, nel suo camminare, la forza, la novità di dire: “Padre nostro”. In Gesù questa espressione - “Padre nostro” - non ha il “retrogusto” della routine o della ripetizione. Al contrario ha il sapore della vita, dell’esperienza dell’autenticità. Egli ha saputo vivere pregando e pregare vivendo, dicendo: Padre nostro.

E ci ha invitato a fare lo stesso. La nostra prima chiamata è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia. La sua prima chiamata è introdurci in questa nuova dinamica dell’amore, della filiazione. La nostra prima chiamata è quella ad imparare a dire “Padre nostro”, come Paolo insiste: “Abbà”.

“Guai a me se non evangelizzassi!”, dice Paolo, guai a me! Perché evangelizzare – prosegue – non è una gloria ma una necessità (1 Cor 9,16).

Ci ha invitato a partecipare alla Sua vita, alla vita divina: guai a noi, consacrati, consacrate, sacerdoti, seminaristi, vescovi, guai a noi se non la condividiamo, guai a noi se non siamo testimoni di quello che abbiamo visto e udito, guai a noi. Non siamo né vogliamo essere dei funzionari del divino, non siamo né desideriamo mai essere impiegati dell’impresa di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore, un cuore che prega e vive dicendo: Padre nostro. E cos’è la missione se non dire con la nostra vita - dal principio alla fine, come il nostro fratello Vescovo che è morto questa notte - cos’è la missione se non dire con la nostra vita: Padre nostro?

A questo Padre nostro noi ci rivolgiamo pregando con insistenza tutti i giorni. E che cosa gli diciamo in una delle invocazioni? Non lasciarci cadere in tentazione. Gesù stesso lo fece. Egli pregò perché noi suoi discepoli – di ieri e di oggi – non cadessimo in tentazione. Quale può essere una delle tentazioni che ci possono assalire? Quale può essere una delle tentazioni che sorge non solo dal contemplare la realtà ma nel viverla? Che tentazione ci può venire da ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona, dall’indifferenza davanti alla sofferenza e alla precarietà? Che tentazione potremmo avere noi sempre nuovamente, noi chiamati alla vita consacrata, al presbiterato, all’episcopato, che tentazione potremmo avere di fronte a tutto questo, di fronte a questa realtà che sembra essere diventata un sistema inamovibile?

Credo che potremmo riassumerla con una sola parola: rassegnazione. E di fronte a questa realtà ci può vincere una delle armi preferite del demonio: la rassegnazione. “E che ci possiamo fare? La vita è così!”. Una rassegnazione che ci paralizza, una rassegnazione che ci impedisce non solo di camminare, ma anche di tracciare una via; una rassegnazione che non soltanto ci spaventa, ma che ci trincera nelle nostre “sacrestie” e apparenti sicurezze; una rassegnazione che non soltanto ci impedisce di annunciare, ma che ci impedisce di lodare: ci toglie l’allegria, la gioia della lode. Una rassegnazione che non solo ci impedisce di progettare, ma che ci frena nel rischiare e trasformare le cose.

Per questo, Padre Nostro, non lasciarci cadere nella tentazione.
...

Padre, papà, tata, abbà…

Questa è la preghiera, questa l’espressione alla quale Gesù ci ha invitati. Padre, papà, abbà, non lasciarci cadere nella tentazione della rassegnazione, non lasciarci cadere nella tentazione dell’accidia, non lasciarci cadere nella tentazione della perdita della memoria, non lasciarci cadere nella tentazione di dimenticarci dei nostri predecessori che ci hanno insegnato con la loro vita a dire: Padre Nostro.


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 Visita alla cattedrale di Morelia 

Erano circa 600 i bambini del catechismo che hanno accolto ieri il Santo Padre nella cattedrale di Morelia, dove il Papa si è recato per una breve visita dopo il pranzo nella Curia. 

Nella basilica, Francesco ha portato un omaggio floreale alla Madonna e all'immagine del piccolo José Luis Sánchez del Río, martire della guerra cristera, e ha salutato Lupita, la giovane miracolata dal futuro santo, accompagnata dalla mamma.

Rivolgendosi poi ai bimbi festanti, il Pontefice, intervenendo a braccio dall’altare, li ha ringraziati per la visita e l’accoglienza. 

Uscendo dalla cattedrale, Francesco si è lasciato andare a saluti affettuosi ai ragazzi assiepati in entrambi i lati. 

A conclusione del breve incontro, un coro ha sorpreso il Papa regalandogli una canzone composta dagli stessi bambini. 

In ultimo, il sindaco di Morelia, Jesús Martínez Alfonso Alcázar, ha donato le chiavi della città al Pontefice


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Vedi il nostro precedente post: (all'interno il link a quelli precedenti)


«Tra il fare e il dire» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 febbraio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Il Signore ci insegni la strada del fare

Non serve a nulla autoproclamarsi cristiani, perché «Dio è concreto» ed è per «il fare», non certo per «la religione del dire». È un richiamo all’essenzialità della vita cristiana quello proposto dal Papa — con tanto di invito all’esame di coscienza sulle beatitudini e in particolare sulla propria testimonianza in famiglia — nella messa celebrata martedì mattina, 23 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.


«La liturgia della parola oggi ci introduce nella dialettica evangelica fra il fare e il dire» ha subito osservato Francesco, riferendosi al passo del libro del profeta Isaia (1, 10. 16-20). «Il Signore chiama il suo popolo a fare: “Venite, discutiamo”. Discutiamo e “cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova"». Insomma «fate, fate cose», perché «Dio è concreto».


Lo stesso Gesù, del resto, ha detto: «Non quelli che mi dicono: “Signore, Signore” entreranno nel regno dei cieli: ma quelli che hanno fatto!». Dunque «non quelli che dicono» e basta, ma quelli «che hanno fatto la volontà del Padre». Così il Papa ha ricordato che «il Signore ci insegna la strada del fare». E, ha aggiunto, «quante volte troviamo gente — anche noi — tante volte nella Chiesa» che proclama: «Sono molto cattolico!». Ma, viene da chiedere, «cosa fai?». Ad esempio, ha fatto notare Francesco, «quanti genitori si dicono cattolici, ma mai hanno tempo per parlare ai propri figli, per giocare con i propri figli, per ascoltare i propri figli». Forse, ha proseguito, «hanno i loro genitori in una casa di riposo, ma sempre sono occupati e non possono andare a trovarli e li lasciano abbandonati». Però ripetono: «Sono molto cattolico, eh! Io appartengo a quell’associazione...».

Questo atteggiamento, ha affermato il Papa, è tipico della «religione del dire: io dico che sono così, ma faccio la mondanità. Come questi chierici dei quali parlava Gesù». A loro «piaceva farsi vedere, piaceva loro la vanità, ma non la giustizia; a loro piaceva farsi chiamare maestro; a loro piaceva il dire, ma non il fare».

Una realtà richiamata anche dal passo evangelico della liturgia, tratto dal capitolo 23 di Matteo (1-12). «Pensiamo — ha detto il Papa — a quelle dieci ragazze che erano felici, perché quella sera dovevano andare ad aspettare lo sposo. Erano felici! Ma cinque avevano fatto quello che si doveva fare per aspettare lo sposo; le altre cinque erano sulle nuvole». E così, ha proseguito, quando «è arrivato lo sposo mancava loro l’olio: erano stolte».

«Dire e non fare è un inganno» ha messo in guardia il Pontefice. Ed «è un inganno che ci porta proprio all’ipocrisia». Proprio «come Gesù dice di questi chierici». Ma «il Signore va oltre: cosa dice il Signore a quelli che si avvicinano a lui per fare?». Le sue parole sono: «Su, venite e discutiamo! Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana».

Dunque, ha spiegato Francesco, «la misericordia del Signore è nel fare». Tanto che a «quelli che bussano alla porta e dicono: “Ma, Signore, ti ricordi io ho detto...”», egli risponde: «Non ti conosco!». Invece, a coloro «che fanno» dice: «Sei peccatore come lo scarlatto, tu sarai bianco come la neve». Così «la misericordia del Signore va incontro a quelli che hanno il coraggio di confrontarsi con lui, ma confrontarsi sulla verità, sulle cose che io faccio o quelle che non faccio, per correggermi». E «questo è il grande amore del Signore, in questa dialettica fra il dire e il fare».

Ecco che, ha rilanciato il Papa, «essere cristiano significa fare: fare la volontà di Dio». E «l’ultimo giorno — perché tutti noi ne avremo uno — cosa ci domanderà il Signore? Ci dirà: “Cosa avete detto su di me?”. No! Ci domanderà delle cose che abbiamo fatto». Ci chiederà, insomma, «le cose concrete: “Io ero affamato e mi ha dato da mangiare; ero assetato e mi hai dato da bere; ero ammalato e sei venuto a trovarmi; ero in carcere e sei venuto da me”». Perché «questa è la vita cristiana». Invece «il solo dire ci porta alla vanità, a quel fare finta di essere cristiano. Ma no, non si è cristiani cosi!».

Nel pieno del tempo che ci avvicina alla Pasqua, «in questa strada di conversione quaresimale», Francesco ha proposto un esame di coscienza, suggerendo alcune domande da rivolgere a se stessi: «Io sono di quelli che dicono tanto e non fanno niente o faccio qualcosa? E cerco di fare di più?». L’obiettivo, ha rimarcato, è «fare la volontà del Signore per fare il bene ai miei fratelli, a quelli che mi sono vicini».

In conclusione, prima di riprendere la celebrazione eucaristica, il Papa ha invitato a pregare perché «il Signore ci dia questa saggezza di capire bene dov’è la differenza fra il dire e il fare e ci insegni la strada del fare e ci aiuti ad andare su quella strada, perché la strada del dire ci porta al posto dove erano questi dottori della legge, questi chierici, ai quali piaceva vestirsi ed essere proprio come se fossero dei reucci». Ma «questa non è la realtà del Vangelo!». E allora ecco la preghiera affinché «il Signore ci insegni questa strada».

(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 23 febbraio 2016

"La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo" Papa Francesco 22/02/2016 Giubileo della Curia Romana (cronaca, foto, testi e video)


Il Papa alle 8 ha fatto il suo ingresso nel corridoio centrale dell’Aula Paolo VI, gremita di persone – non solo cardinali, vescovi, sacerdoti e religiosi, ma anche il personale laico degli Uffici di Curia – che lo aspettavano festosi. 

Alle 8.30, si è tenuta la meditazione della celebrazione dell’Ora Media del gesuita Marko Rupnik, direttore del Centro Aletti e creatore del logo del Giubileo della misericordia, il quale ha voluto mettere in guardia dai rischi che «ogni Curia» potrebbe incontrare nel suo lavoro quotidiano.
Il Papa è rimasto ad ascoltare fra gli altri cardinali, in prima fila.

Alle 9.15 è partita la processione che dall’esterno dell’Aula, scendendo i gradini e passando attraverso il Braccio di Carlo Magno, si è diretta verso la Porta Santa per entrare da lì in basilica, luogo della celebrazione eucaristica presieduta dal Papa a partire dalle 10.30. 
Francesco, mentre i religiosi e i laici aprivano la processione, ha aspettato seduto, poi insieme a monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e a mons. Georg Ganswein, prefetto della Casa Pontificia, si è unito alla processione, 
L'immagine che più colpisce forse è quella del Papa che, in terza fila, come un pellegrino qualunque, segue la Croce in legno con il logo dell’Anno Santo, circondato dalle migliaia di dipendenti della Curia Romana, del Governatorato e degli organismi collegati della Santa Sede. 


A piedi il Pontefice, inserito nel gruppo, ha attraversato la Porta Santa a testa bassa e segnandosi con il segno della croce.

Anche stavolta il messaggio più forte ai porporati vaticani, papa Francesco lo manda con un gesto. Sorprendendo gli addetti alla sicurezza il pontefice si mette in coda per attraversare la Porta Santa. E infrangendo il protocollo, non lo fa in testa al corteo dove ha lasciato che a sfilare fossero i cardinali e gli arcivescovi secondo l'ordine gerarchico ecclesiastico: Bergoglio si confonde tra i dipendenti dei dicasteri vaticani come un pellegrino qualsiasi, con il suo zucchetto e il cappotto bianco come unico segno distintivo.

Talari e mozzette, cravatte e cappotti. Le une accanto agli altri in processione sotto la Porta Santa, poi ancora vicine durante la Messa in Basilica. Sono le “divise” di chi presta servizio nella Curia Romana e in tutti i dicasteri e istituzioni collegate alla Santa Sede. Divise di sacerdoti e di laici, diverse nella foggia ma unite dalla “stoffa” dell’unica domanda che investe, spiega Papa Francesco, chi è al servizio del Papa e della Chiesa. La domanda di Gesù ai suoi più intimi: “Voi chi dite che io sia?”.

Guarda il video dell'omelia

Segue il testo integrale dell'omelia.

La festa liturgica della Cattedra di san Pietro ci vede raccolti per celebrare il Giubileo della Misericordia come comunità di servizio della Curia Romana, del Governatorato e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede. Abbiamo attraversato la Porta Santa e siamo giunti alla tomba dell’Apostolo Pietro per fare la nostra professione di fede; e oggi la Parola di Dio illumina in modo speciale i nostri gesti.

In questo momento, ad ognuno di noi il Signore Gesù ripete la sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Una domanda chiara e diretta, di fronte alla quale non è possibile sfuggire o rimanere neutrali, né rimandare la risposta o delegarla a qualcun altro. Ma in essa non c’è nulla di inquisitorio, anzi, è piena di amore! L’amore del nostro unico Maestro, che oggi ci chiama a rinnovare la fede in Lui, riconoscendolo quale Figlio di Dio e Signore della nostra vita. E il primo chiamato a rinnovare la sua professione di fede è il Successore di Pietro, che porta con sé la responsabilità di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32).

Lasciamo che la grazia plasmi di nuovo il nostro cuore per credere, e apra la nostra bocca per compiere la professione di fede e ottenere la salvezza (cfr Rm 10,10). Facciamo nostre, dunque, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt16,16). Il nostro pensiero e il nostro sguardo siano fissi su Gesù Cristo, inizio e fine di ogni azione della Chiesa. Lui è il fondamento e nessuno ne può porre uno diverso (1 Cor 3,11). Lui è la “pietra” su cui dobbiamo costruire. Lo ricorda con parole espressive sant’Agostino quando scrive che la Chiesa, pur agitata e scossa per le vicende della storia, «non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. […] La pietra è Cristo, sul fondamento del quale anche Pietro è stato edificato» (In Joh 124, 5: PL 35, 1972).

Da questa professione di fede deriva per ciascuno di noi il compito di corrispondere alla chiamata di Dio. Ai Pastori, anzitutto, viene richiesto di avere come modello Dio stesso che si prende cura del suo gregge. Il profeta Ezechiele ha descritto il modo di agire di Dio: Egli va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (34,16). Un comportamento che è segno dell’amore che non conosce confini. È una dedizione fedele, costante, incondizionata, perché a tutti i più deboli possa giungere la sua misericordia. E, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la profezia di Ezechiele prende le mosse dalla constatazione delle mancanze dei pastori d’Israele. Pertanto fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore.

Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù. La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia di cui vogliamo fare esperienza. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo. Come abbiamo ascoltato dalle parole dell’apostolo Pietro, dobbiamo pascere il gregge con “animo generoso” e diventare un “modello” per tutti. In questo modo, «quando apparirà il Pastore supremo» potremo ricevere la «corona della gloria che non appassisce» (1 Pt 5,14).


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lunedì 22 febbraio 2016

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - II Domenica di Quaresima (C) - 21.02.2016


Omelia p. Gregorio Battaglia

- II Domenica di Quaresima  (C) -
21.02.2016


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... La Quaresima inizia il mercoledì delle Ceneri con una proposta molto concreta... dice chiaramente che il percorso quaresimale deve essere contrassegnato dalla preghiera, digiuno e dalla carità, dalla giustizia... ci saremmo aspettati che in queste due domeniche continuasse il discorso sulle cose da fare, come concretamente muoverci e invece veniamo costretti a guardare Gesù, perché in effetti il cammino quaresimale ha un senso se noi impariamo a confrontarci con il Signore Gesù; è Lui il Maestro, Lui il modello, Lui è la nostra vita ... è pedagogico questo insistere su Gesù.
Domenica scorsa Gesù ci veniva detto che, riempito di Spirito Santo viene catapultato nel deserto, lì dove è sottoposto ad una serie di prove; a noi la parola deserto dice poco, ma se noi dicessimo e venne catapultato a ... dove  per avere un pezzo di pane deve andare ad elemosinare al mafioso di turno ... Come si vive in un deserto di questo tipo? Gesù diventa per noi motivo di confronto perché Lui è stato gettato nel deserto, ma noi ci troviamo forse in Paradiso? non siamo dentro un deserto? Come si fa a vivere in un deserto? come si fa a restare fedeli alla voce del Padre? Come si fa a continuare ad amare dentro ad una realtà che invece ti usa, ti spreme, ti getta?... la nostra storia umana ci accorgiamo che è un deserto...

E questa domenica è come se ci venisse svelato il segreto del cammino di Gesù, come ha potuto fare ad essere fedele al Padre ...

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Milano intitola una via a Carlo Maria Martini: per Pisapia 'un sogno che si avvera' per Scola 'un segno'



Da oggi i milanesi potranno chiamarla via cardinale Carlo Maria Martini: all'arcivescovo di Milano scomparso nel 2012 è stata intitolata via dell'Arcivescovado, strada a lato del Duomo. 
...
La targa è stata scoperta dal sindaco Giuliano Pisapia, dal cardinale e arcivescovo della città Angelo Scola e dal nipote di Martini. Il sindaco nel suo discorso ha detto che è stato portato «a compimento quello che i milanesi e non solo, i credenti e non solo, volevano da tempo: ricordare un grande uomo» e tra i messaggi lasciati dal cardinale alla città, Pisapia ha sottolineato quello della «capacità di ascoltare senza giudicare». 
Dedicare via dell'Arcivescovado al cardinal Martini è «un segno per la chiesa ambrosiana, per la città tutta e il territorio ambrosiano che sono certo avrà eco in Italia e non solo», ha affermato Scola dal palco.
«È una strada che in 22 anni ha attraversato tante volte», ha ricordato anche la sorella del cardinale scomparso, Marisa Martini. 
...
Il dramma dei migranti e l'accoglienza da parte della città di Milano sono stati temi toccati dal sindaco Giuliano Pisapia nel discorso della cerimonia di intitolazione di via dell'Arcivescovado al cardinale Carlo Maria Martini. 
«Oggi la sua voce si alzerebbe roca per il disagio, il dolore di vedere che c'è ancora chi vuole alzare i muri quando si dovrebbero costruire ponti», ha detto Pisapia parlando del cardinal Martini e ricordando il richiamo al dovere «irrinunciabile» della solidarietà. «Milano è stata capace di unire» e «capace di essere se stessa», ha affermato ancora il sindaco definendo quella dell'accoglienza dei profughi una «sfida immensa e bellissima che abbiamo vinto».
Leggi tutto: Martini e muri

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A Milano la via dell’Arcivescovado è diventata la via Carlo Maria Martini. Sono proprio contento. Mi tornano alla mente le tante volte in cui l’ho percorsa per andare a trovare il cardinale. Ero sempre un po’ emozionato, specie se l’appuntamento era stato fissato per un’intervista, ma ero anche pieno di gioia intellettuale e morale. Che cosa voglio dire? Sapevo che l’incontro con l’arcivescovo sarebbe stato un utilissimo esercizio di ginnastica mentale e che ne avrei ricavato consolazione. Qualunque fosse l’argomento affrontato, Martini era in grado di mostrarlo da una prospettiva nuova, mai scontata. Ma la sua non era la lezione del professore che, dall’alto di una cattedra, ti annichilisce con la sua sapienza. Era piuttosto la mano tesa dell’amico che ti aiuta a vedere le cose in modo diverso, senza lasciarti prendere dallo sconforto ma, al contrario, con tanta fiducia.
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Ecco perché, percorrendo la via dell’Arcivescovado, ero contento, come adesso sono contento che sia diventata via Carlo Maria Martini. E penso che anche il cardinale lo sia. Non certo perché amasse essere celebrato, ma perché era affezionato a Milano e alla sua gente, una città che, persino nei momenti più bui, per lui è sempre stata ciò che Milano veramente è: non un luogo in cui arroccarsi e incarognirsi, ma una vera terra di mezzo, laboratorio di fraternità, luogo ideale per incontrare rispettosamente le diversità e metterle in dialogo.



Per approfondire la figura del Cardinale Martini vedi il nostro Speciale:


Misericordina plus la “medicina spirituale” regalata da Papa Francesco all'Angelus - 21 febbraio 2016 (foto, testo e video)

 21 febbraio 2016 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La seconda domenica di Quaresima ci presenta il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù.

Il viaggio apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in Messico è stata un’esperienza di trasfigurazione. Come mai? Perché il Signore ci ha mostrato la luce della sua gloria attraverso il corpo della sua Chiesa, del suo Popolo santo che vive in quella terra. Un corpo tante volte ferito, un Popolo tante volte oppresso, disprezzato, violato nella sua dignità. In effetti, i diversi incontri vissuti in Messico sono stati pieni di luce: la luce della fede che trasfigura i volti e rischiara il cammino.

Il “baricentro” spirituale del pellegrinaggio è stato il Santuario della Madonna di Guadalupe. Rimanere in silenzio davanti all’immagine della Madre era ciò che prima di tutto mi proponevo. E ringrazio Dio che me lo ha concesso. Ho contemplato, e mi sono lasciato guardare da Colei che porta impressi nei suoi occhi gli sguardi di tutti i suoi figli, e raccoglie i dolori per le violenze, i rapimenti, le uccisioni, i soprusi a danno di tanta povera gente, di tante donne. Guadalupe è il Santuario mariano più frequentato al mondo. Da tutta l’America vanno a pregare là dove la Virgen Morenita si mostrò all’indio san Juan Diego, dando inizio all’evangelizzazione del continente e alla sua nuova civiltà, frutto dell’incontro tra diverse culture.

E questa è proprio l’eredità che il Signore ha consegnato al Messico: custodire la ricchezza della diversità e, nello stesso tempo, manifestare l’armonia della fede comune, una fede schietta e robusta, accompagnata da una grande carica di vitalità e di umanità. Come i miei Predecessori, anch’io sono andato a confermare la fede del popolo messicano, ma contemporaneamente ad esserne confermato; ho raccolto a piene mani questo dono perché vada a beneficio della Chiesa universale.

Un esempio luminoso di quanto sto dicendo è dato dalle famiglie: le famiglie messicane mi hanno accolto con gioia come messaggero di Cristo, Pastore della Chiesa; ma a loro volta mi hanno donato delle testimonianze limpide e forti, testimonianze di fede vissuta, di fede che trasfigura la vita, e questo a edificazione di tutte le famiglie cristiane del mondo. E lo stesso si può dire per i giovani, per i consacrati, per i sacerdoti, per i lavoratori, per i carcerati.

Perciò rendo grazie al Signore e alla Vergine di Guadalupe per il dono di questo pellegrinaggio. Inoltre, ringrazio il Presidente del Messico e le altre Autorità civili per la calorosa accoglienza; ringrazio vivamente i miei fratelli nell’Episcopato, e tutte le persone che in tanti modi hanno collaborato.

Una lode speciale eleviamo alla Santissima Trinità per aver voluto che, in questa occasione, avvenisse a Cuba l’incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, il caro fratello Kirill; un incontro tanto desiderato pure dai miei Predecessori. Anche questo evento è una luce profetica di Risurrezione, di cui oggi il mondo ha più che mai bisogno. La Santa Madre di Dio continui a guidarci nel cammino dell’unità. Preghiamo la Madonna di Kazan’, di cui il Patriarca Kirill mi ha regalato un’icona.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

domani avrà luogo a Roma un convegno internazionale dal titolo “Per un mondo senza la pena di morte”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Auspico che il simposio possa dare rinnovato impulso all’impegno per l’abolizione della pena capitale. Un segno di speranza è costituito dallo sviluppo, nell’opinione pubblica, di una sempre più diffusa contrarietà alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale. In effetti, le società moderne hanno la possibilità di reprimere efficacemente il crimine senza togliere definitivamente a colui che l’ha commesso la possibilità di redimersi. Il problema va inquadrato nell’ottica di una giustizia penale che sia sempre più conforme alla dignità dell’uomo e al disegno di Dio sull’uomo e sulla società e anche a una giustizia penale aperta alla speranza del reinserimento nella società. Il comandamento «non uccidere» ha valore assoluto e riguarda sia l’innocente che il colpevole.

Il Giubileo straordinario della Misericordia è un’occasione propizia per promuovere nel mondo forme sempre più mature di rispetto della vita e della dignità di ogni persona. Anche il criminale mantiene l’inviolabile diritto alla vita, dono di Dio. Faccio appello alla coscienza dei governanti, affinché si giunga ad un consenso internazionale per l’abolizione della pena di morte. E propongo a quanti tra loro sono cattolici di compiere un gesto coraggioso ed esemplare: che nessuna condanna venga eseguita in questo Anno Santo della Misericordia.
Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi ad operare non solo per l’abolizione della pena di morte, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà.

* * *

Rivolgo un cordiale saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e a tutti i pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.

Saluto i fedeli di Sevilla, Cádiz, Ceuta (Spagna) e quelli di Trieste, Corato, Torino. Un pensiero particolare rivolgo alla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata dal Servo di Dio Don Oreste Benzi, che venerdì prossimo promuoverà per le strade del centro di Roma una “Via crucis” di solidarietà e di preghiera per le donne vittime della tratta.

La Quaresima è un tempo propizio per compiere un cammino di conversione che ha come centro la misericordia. Perciò, oggi, ho pensato di regalare a voi che siete qui in piazza una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Già una volta l’abbiamo fatto, ma questa è di migliore qualità: è la Misericordina plus. 
Una scatolina che contiene la corona del Rosario e l’immaginetta di Gesù Misericordioso. Ora la distribuiranno i volontari, tra i quali ci sono poveri, senzatetto, profughi e anche religiosi. Accogliete questo dono come un aiuto spirituale per diffondere, specialmente in questo Anno della Misericordia, l’amore, il perdono e la fraternità. 

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


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domenica 21 febbraio 2016

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica Quaresima/C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 12/2015-2016 (C) di Santino Coppolino


'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo
: Lc 9,28-36





"Ora avvenne circa otto giorni dopo queste parole... ". L'episodio della Trasfigurazione viene situato da Luca "circa otto giorni dopo" il primo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù, e ad esso è strettamente collegato. Esso ci mostra il senso vero della croce, non come termine ultimo della vita ma come mistero d'amore di Dio per l'uomo. E' l'ottavo giorno, il giorno della Resurrezione, il giorno in cui i due discepoli di Emmaus fanno esperienza del Risorto, è il giorno del Signore, il 'dies dominica' , principio e fine di tutta la Storia della Salvezza, 'fons et culmen' della vita della Chiesa. Esso è "l'oggi eterno del cielo che si apre sull'oggi terreno della Chiesa universale" (cit.) che è rappresentata sul monte da Pietro, Giacomo e Giovanni. E' il giorno in cui la comunità, nonostante ancora non comprende (9,33), contempla la Gloria del Padre nel volto trasfigurato di Gesù, venendo avvolta e adombrata, come Maria (1,35), dalla 'Nube della Shekinà', dalla 'Presenza' di un Dio che non uccide più coloro che gli si approssimano, ma li vivifica e li rende fecondi. E' il giorno di un nuovo "Shemà!", dell'ascolto del 'Figlio Amato', ascoltatore e volto perfetto del Padre, Parola d'amore compiuta e definitiva sulla storia di dolore dell'umanità.


sabato 20 febbraio 2016

Misericordia e impegno - Papa Francesco Udienza Giubilare 30/01/2016 (foto, testo e video)

 20 febbraio 2016 

Cinquantamila i pellegrini che questa mattina hanno riempito piazza San Pietro per seguire l’udienza che Papa Francesco tiene un sabato al mese per incontrare i fedeli che giungono a Roma per il Giubileo della misericordia.
Dopo una mattinata di pioggia, a Roma questa mattina splende il sole e il Papa – ritornato solo due giorni fa dal suo viaggio in Messico – ha potuto salutare i pellegrini sulla papamobile, sfilando come sempre per la piazza.
Bergoglio “ha accolto con generosità di venire incontro alle numerose richieste di pellegrini che desiderano incontrarlo”, ha spiegato monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Per questo un sabato al mese, secondo il calendario ufficiale, vi sarà un’udienza speciale oltre le classiche udienze di ogni mercoledì.
Guarda il video del saluto ai fedeli



Misericordia e impegno

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Giubileo della Misericordia è una vera opportunità per entrare in profondità all’interno del mistero della bontà e dell’amore di Dio. In questo tempo di Quaresima, la Chiesa ci invita a conoscere sempre di più il Signore Gesù, e a vivere in maniera coerente la fede con uno stile di vita che esprima la misericordia del Padre. E’ un impegno che siamo chiamati ad assumere per offrire a quanti incontriamo il segno concreto della vicinanza di Dio. La mia vita, il mio atteggiamento, il modo di andare per la vita deve essere proprio un segno concreto del fatto che Dio è vicino a noi. Piccoli gesti di amore, di tenerezza, di cura, che fanno pensare che il Signore è con noi, è vicino a noi. E così si apre la porta della misericordia.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente a riflettere con voi sul tema di questa parola che ho detto: il tema dell’impegno. Che cos’è un impegno? E cosa significa impegnarsi? Quando mi impegno, vuol dire che assumo una responsabilità, un compito verso qualcuno; e significa anche lo stile, l’atteggiamento di fedeltà e di dedizione, di attenzione particolare con cui porto avanti questo compito. Ogni giorno ci è chiesto di mettere impegno nelle cose che facciamo: nella preghiera, nel lavoro, nello studio, ma anche nello sport, nelle attività libere… Impegnarsi, insomma, vuol dire mettere la nostra buona volontà e le nostre forze per migliorare la vita.

E anche Dio si è impegnato con noi. Il suo primo impegno è stato quello di creare il mondo, e nonostante i nostri attentati per rovinarlo – e sono tanti -, Egli si impegna a mantenerlo vivo. Ma il suo impegno più grande è stato quello di donarci Gesù. Questo è il grande impegno di Dio! Sì, Gesù è proprio l’impegno estremo che Dio ha assunto nei nostri confronti. Lo ricorda anche san Paolo quando scrive che Dio «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32). E, in forza di questo, insieme a Gesù il Padre ci donerà ogni cosa di cui abbiamo bisogno.

E come si è manifestato questo impegno di Dio per noi? E’ molto semplice verificarlo nel Vangelo. In Gesù, Dio si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri, e ai peccatori che accoglieva con bontà. In tutto questo, Gesù era espressione vivente della misericordia del Padre. E vorrei accennare questo: Gesù accoglieva con bontà i peccatori. Se noi pensiamo in modo umano, il peccatore sarebbe un nemico di Gesù, un nemico di Dio, ma Lui si avvicinava a loro con bontà, li amava e cambiava loro il cuore. Tutti noi siamo peccatori: tutti! Tutti abbiamo davanti a Dio qualche colpa. Ma non dobbiamo avere sfiducia: Lui si avvicina proprio per darci il conforto, la misericordia, il perdono. E’ questo l’impegno di Dio e per questo ha mandato Gesù: per avvicinarsi a noi, a tutti noi e aprire la porta del suo amore, del suo cuore, della sua misericordia. E questo è molto bello. Molto bello!

A partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza. Penso – per esempio - al nostro impegno con le persone abbandonate, con quanti portano handicap molto pesanti, con i malati più gravi, con i moribondi, con quanti non sono in grado di esprimere riconoscenza… In tutte queste realtà noi portiamo la misericordia di Dio attraverso un impegno di vita, che è testimonianza della nostra fede in Cristo. Dobbiamo sempre portare quella carezza di Dio - perché Dio ci ha accarezzati con la sua misericordia - portarla agli altri, a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore o sono tristi: avvicinarsi con quella carezza di Dio, che è la stessa che Lui ha dato a noi.

Che questo Giubileo possa aiutare la nostra mentre e il nostro cuore a toccare con mano l’impegno di Dio per ciascuno di noi, e grazie a questo trasformare la nostra vita in un impegno di misericordia per tutti.

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Saluti:

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Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
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Il Giubileo della misericordia sia per tutti un’opportunità per riscoprire l’importanza della fede e per diffondere nella quotidianità la bellezza dell’amore di Dio per ogni uomo.

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Lunedì prossimo sarà la festa della Cattedra dell’Apostolo Pietro, giorno di speciale comunione dei credenti con il Successore di San Pietro e con la Santa Sede. Tale ricorrenza, in questo Anno Santo, sarà anche giornata giubilare per la Curia Romana, che opera quotidianamente a servizio del popolo cristiano. Vi esorto a perseverare nella preghiera a favore del mio universale Ministero e vi ringrazio per il vostro impegno nell’edificazione quotidiana della comunità ecclesiale.

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