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mercoledì 27 gennaio 2016

27 Gennaio Giorno della Memoria: «ARBEIT MACHT FREI» di Santino Coppolino



«ARBEIT MACHT FREI»

Già da diversi anni il 27 Gennaio il nostro Paese fa memoria della Shoàh, lo Yom ha-Zikkaron - il Giorno della Memoria, data questa in cui le Forze Armate Alleate liberarono il campo di sterminio di Oswiecim (in tedesco Auschwitz) dai nazisti. Oltre quel cancello sopra il quale era la scritta: «ARBEIT MACHT FREI» (Il lavoro rende liberi) agli occhi dei liberatori si presentò l'inferno. In quel momento il mondo vide per la prima volta quello che era accaduto, lo sterminio in tutta la sua terrificante realtà.

Il Giorno della Memoria è un riconoscimento di questa immane tragedia, uno sguardo oltre il filo spinato del campo di stermino affinché tutti possiamo meditare "che questo è stato" (Primo Levi).

Shoàh è una parola ebraica che significa «Catastrofe, Distruzione», essa è stata il frutto di un progetto di eliminazione di massa senza precedenti nella storia dell'umanità. Lo sterminio degli ebrei non ha avuto ragioni di espansioni territoriali o politiche, è stato deciso solo sulla base del fatto che il popolo ebraico non meritava di vivere.

«E' una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo "Judenfrei", "ripulito" dagli ebrei» (Elena Loewenthal).

Mai, a memoria d'uomo, era stato programmato a tavolino, con totale freddezza e determinazione, il massacro di un intero popolo, la Shoàh non è stata soltanto un atto di ferocia inaudita, ma soprattutto un sistema "scientifico" di morte.

Il Giorno della Memoria allora non vuole essere tanto un omaggio alle vittime, un riconoscimento del loro dolore, della loro sofferenza, ma una presa collettiva di coscienza del fatto che l'uomo è stato capace di fare tutto questo. Non è tanto un atto di pietà verso coloro che sono morti ad animarlo, quanto la consapevolezza di ciò che è accaduto, che milioni di persone permisero che accadesse, e che non deve mai più accadere.

Shalom


"Il giubileo della misericordia e l’ossessione della piazza" di Massimo Toschi

Sorprende che all’inizio dell’anno giubilare il primo gesto di molti vescovi e cristiani del nostro Paese non sia la penitenza e la conversione,  ma il desiderio della piazza.
"Il giubileo della misericordia e l’ossessione della piazza"

di Massimo Toschi



Sorprende che all’inizio dell’anno giubilare il primo gesto di molti vescovi e cristiani del nostro Paese non sia la penitenza e la conversione, ma il desiderio della piazza. Quasi che la piazza possa sostituire l’annuncio, che ha la sua sede propria lungo la via della croce, là dove incontriamo tante famiglie di poveri e di sofferenti, tante ragazze di strada e tanti migranti, tanti disabili e tanti abbandonati. Potremmo dire i segni del Messia che viene.
In realtà, quando i cristiani sono andati in piazza (ci ricordiamo il family day di nove anni fa) hanno mostrato una grande apparente forza, ma hanno perso, perché hanno sostituito al vangelo l’attrazione per il potere. Dunque innanzi tutto dobbiamo chiedere perdono, in ginocchio, per una stagione nella quale al vangelo sono stati sostituiti i “principi non negoziabili”, con risultati drammatici non solo per la comunità ecclesiale, ma per l’intera società italiana. La crisi che stiamo attraversando è figlia di quella stagione. Le famiglie e le loro ferite sono state usate da una Chiesa distratta dal vangelo e attratta dalla politica.
Questa è stata la vera sconfitta dei cristiani (vescovi, preti, parrocchie, movimenti e associazioni, cristiani comuni). Abbiamo preferito alla misericordia il razionalismo delle parole astratte. Abbiamo preferito stare nei palazzi della politica, piuttosto che lungo le strade del dolore, fino alla via crucis della nostra storia.
Papa Francesco, con il discorso alla Chiesa italiana, e con l’apertura del giubileo, ha chiesto ai cristiani del nostro Paese, di rendere attuale la forza spirituale del concilio, che ci chiama tutti, (vescovi, preti e cristiani comuni), a vivere la parola della misericordia, che genera la sapienza della prassi, la lettura dei segno dei tempi, una carità condivisa e senza limiti, e infine una coscienza formata dalla verità crocifissa.
Così scrive papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».
Nel giorno del Family day, nove anni fa, a Stoccarda Romano Prodi, ancora presidente del consiglio, al convegno dei movimenti cristiani europei diceva con grande forza: «Una politica pubblica per le famiglie non deve dividere, ma unire. Non si può spezzare la società in nome della famiglia: la grande famiglia dell’Europa ha bisogno di famiglie che generino la cultura della comunione e della speranza, che sappiano ospitare la diversità, che siano feconde perché capaci di consegnare ai figli il seme del futuro e le cose belle del domani. Questo domanda politiche coraggiose senza le quali il tessuto profondo dell’Europa rischia di perdersi. Non facciamo della famiglia una declamazione, ma una politica che sappia costruire nuovi e più solidi rapporti umani».
Allora Prodi fu sconfitto, ma le sue parole non hanno perso valore. Ancora oggi valgono, pur in un contesto confuso e astuto, in cui ognuno cerca il proprio interesse politico e la propria rivincita.
I cristiani corrono un rischio in più: il rischio del Circo Massimo, dunque il rischio del censimento, del numero e della conta. Riattualizzare il family day è voltarsi indietro, come la moglie di Lot, guardare a un modello che ha già fallito nel passato, che pietrifica e uccide oggi sapienza e cultura.
Il giubileo della misericordia ci indica un altro orizzonte e un’altra prospettiva: avere un cuore povero e per questo aperto ai miseri. Questo porta, dice il papa, al dialogo, che è ascolto e incontro dell’altro e non negozio, che è «cercare di ricavare la propria fetta della torta comune».
Dunque una chiesa con volto di mamma, che si piega sui suoi figli più sofferenti. Questa non è la retorica della politica, ma la nostra fede, che i cristiani, tutti i cristiani sono chiamati a testimoniare da disarmati, senza esibire forza, ma vivendo e annunciando la debolezza di Dio.
Rimane la tentazione pelagiana di vescovi e di cristiani che cercano piccoli vantaggi personali, che papa Francesco così descrive: «(la tentazione pelagiana) spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette, perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza e di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali e ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate, che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». 
...


martedì 26 gennaio 2016

Sacerdoti siano semplici e misericordiosi, no a doppia vita - Papa Francesco ai giovani del Seminario lombardo accompagnati dal cardinale Scola.

Sacerdoti siano semplici e misericordiosi, no a doppia vita 

Papa Francesco

Udienza alla Comunità del Pontificio Seminario Lombardo in Roma accompagnati dal Card. di Milano, Scola

Sala Clementina
Lunedì, 25 gennaio 2016



Cari fratelli e sorelle,
vi saluto con affetto e ringrazio il Cardinale Scola per le sue cortesi parole. Sono lieto di incontrarvi in occasione del cinquantesimo anniversario di questa sede: nell’Anno Santo della Misericordia voi celebrate, dunque, anche un giubileo di ringraziamento a Dio, roccia su cui fondare la vita, perché «la sua fedeltà dura per sempre» (cfr Sal 117,2). Non dimenticate questo: Dio è il Fedele.
Il beato Paolo VI benedisse il Seminario Lombardo l’11 novembre 1965, in modo che questa nuova casa fosse abitata al culmine del Concilio Vaticano II, nel quale i Padri percepirono fortemente che, «abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano chiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo» (Misericordiae Vultus, 4). Così, negli “anni romani”, che non sono solo di studio, ma di vera e propria formazione sacerdotale, anche voi vi preparate a dare seguito a quell’impulso dello Spirito, per essere “futuro della Chiesa” secondo il cuore di Dio; non secondo le preferenze di ciascuno o le mode del momento, ma come l’annuncio del Vangelo richiede. Per prepararsi bene occorre un lavoro approfondito, ma soprattutto una conversione interiore, che quotidianamente radichi il ministero nella prima chiamata di Gesù e lo ravvivi nel rapporto personale con Lui, come faceva l’apostolo Paolo, di cui oggi ricordiamo proprio la conversione.
Vorrei in proposito attirare la vostra attenzione verso un modello che già ben conoscete: san Carlo Borromeo. Il padre de Certeau ha presentato la sua vita come un costante «movimento di conversione», proteso a riflettere l’immagine del Pastore: «Egli s’identificò con questa immagine, la nutrì con la sua vita, sapendo che il discorso passa nel reale a prezzo del sangue: sanguinis ministri, erano per lui i veri preti. Egli realizzò dunque l’immagine perdendovisi. Mise tutta la sua “passione” a riprodurla» (Dizionario biografico degli italiani, XX, 1977, p. 263). Così, la grande opera dei teologi del tempo, culminata nella celebrazione del Concilio di Trento, fu attuata da Pastori santi come il Borromeo. Cari amici, siete eredi e testimoni di una grande storia di santità, che affonda le radici nei vostri patroni, i Vescovi Ambrogio e Carlo, e in tempi più recenti ha visto, pure tra gli alunni, tre Beati e tre Servi di Dio. È questa la meta a cui tendere!
Spesso, però, appare sul cammino una tentazione da respingere: quella della normalità, di un Pastore a cui basta una vita “normale”. Allora questo sacerdote comincia ad accontentarsi di qualche attenzione da ricevere, giudica il ministero in base ai suoi successi e si adagia nella ricerca di ciò che gli piace, diventando tiepido e senza vero interesse per gli altri. La “normalità” per noi è invece la santità pastorale, il dono della vita. Se un sacerdote sceglie di essere solo una persona normale, sarà un sacerdote mediocre, o peggio.
San Carlo desiderava Pastori che fossero servi di Dio e padri per la gente, soprattutto per i poveri. Ma – ci fa sempre bene ricordarlo – può annunciare parole di vita solo chi fa della propria vita un dialogo costante con la Parola di Dio, o, meglio, con Dio che ci parla. In questi anni vi è affidata la missione di allenarvi in questo dialogo di vita: la conoscenza delle varie discipline che studiate non è fine a sé stessa, ma va concretizzata nel colloquio della preghiera e nell’incontro reale con le persone. Non giova formarsi “a compartimenti stagni”; preghiera, cultura e pastorale sono pietre portanti di un unico edificio: devono stare sempre saldamente unite per sostenersi a vicenda, ben cementate tra loro, perché i sacerdoti di oggi e domani siano uomini spirituali epastori misericordiosi, interiormente unificati dall’amore del Signore e capaci di diffondere la gioia del Vangelo nella semplicità della vita. L’evangelizzazione, oggi, sembra chiamata a dover nuovamente percorrere proprio la via della semplicità. Semplicità di vita, che eviti ogni forma di doppiezza e mondanità, a cui basti la comunione genuina con il Signore e con i fratelli; semplicità di linguaggio: non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi.
Un altro aspetto essenziale che vorrei sottolineare è la necessità, per essere un buon sacerdote, del contatto e della vicinanza con il Vescovo. La caratteristica del sacerdote diocesano è precisamente la diocesanità, e la diocesanità ha la sua pietra angolare nella relazione frequente con il Vescovo, nel dialogo e nel discernimento con lui. Un sacerdote che non ha un rapporto assiduo con il suo Vescovo lentamente si isola dal corpo diocesano e la sua fecondità diminuisce, proprio perché non esercita il dialogo con il Padre della Diocesi.
Infine vorrei dirvi che mi rallegro non solo per il vostro proficuo impegno negli studi, ma anche per la dimensione mondiale della vostra comunità: provenite da varie regioni d’Italia, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e da altri Paesi europei. Vi auguro di coltivare la bellezza dell’amicizia e l’arte di stabilire relazioni, per creare una fraternità sacerdotale più forte delle diversità particolari. Così renderete sempre accogliente e arricchente questa casa! D’ora in poi, quando verrò alla Basilica di Santa Maria Maggiore, penserò a questo incontro e mi ricorderò di voi davanti alla Vergine Madre. Ma anche voi, mi raccomando, fate lo stesso per me! Grazie.


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Servizio TG2000



"Misericordia io voglio e non sacrifici" (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare - Papa Francesco - Messaggio per la quaresima 2016 (Testo e video presentazione)


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2016

"Misericordia io voglio e non sacrifici" (Mt 9,13).
Le opere di misericordia nel cammino giubilare


1. Maria, icona di una Chiesa che evangelizza perché evangelizzata


Nella Bolla d’indizione del Giubileo ho rivolto l’invito affinché «la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio» (Misericordiae Vultus, 17). Con il richiamo all’ascolto della Parola di Dio ed all’iniziativa «24 ore per il Signore» ho voluto sottolineare il primato dell’ascolto orante della Parola, in specie quella profetica. La misericordia di Dio è infatti un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona. E’ per questo che nel tempo della Quaresima invierò i Missionari della Misericordia perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio.


Per aver accolto la Buona Notizia a lei rivolta dall’arcangelo Gabriele, Maria, nel Magnificat, canta profeticamente la misericordia con cui Dio l’ha prescelta. La Vergine di Nazaret, promessa sposa di Giuseppe, diventa così l’icona perfetta della Chiesa che evangelizza perché è stata ed è continuamente evangelizzata per opera dello Spirito Santo, che ha fecondato il suo grembo verginale. Nella tradizione profetica, la misericordia ha infatti strettamente a che fare, già a livello etimologico, proprio con le viscere materne (rahamim) e anche con una bontà generosa, fedele e compassionevole (hesed), che si esercita all’interno delle relazioni coniugali e parentali.


2. L’alleanza di Dio con gli uomini: una storia di misericordia


Il mistero della misericordia divina si svela nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici quando l’infedeltà spezza il legame del Patto e l’alleanza richiede di essere ratificata in modo più stabile nella giustizia e nella verità. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore, nel quale Dio gioca il ruolo di padre e di marito tradito, mentre Israele gioca quello di figlio/figlia e di sposa infedeli. Sono proprio le immagini familiari – come nel caso di Osea (cfr Os 1-2) – ad esprimere fino a che punto Dio voglia legarsi al suo popolo.


Questo dramma d’amore raggiunge il suo vertice nel Figlio fatto uomo. In Lui Dio riversa la sua misericordia senza limiti fino al punto da farne la «Misericordia incarnata» (Misericordiae Vultus, 8). In quanto uomo, Gesù di Nazaret è infatti figlio di Israele a tutti gli effetti. E lo è al punto da incarnare quel perfetto ascolto di Dio richiesto ad ogni ebreo dallo Shemà, ancora oggi cuore dell’alleanza di Dio con Israele: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Il Figlio di Dio è lo Sposo che fa di tutto per guadagnare l’amore della sua Sposa, alla quale lo lega il suo amore incondizionato che diventa visibile nelle nozze eterne con lei.


Questo è il cuore pulsante del kerygma apostolico, nel quale la misericordia divina ha un posto centrale e fondamentale. Esso è «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 36), quel primo annuncio che «si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi» (ibid., 164). La Misericordia allora «esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere» (Misericordiae Vultus, 21), ristabilendo proprio così la relazione con Lui. E in Gesù crocifisso Dio arriva fino a voler raggiungere il peccatore nella sua più estrema lontananza, proprio là dove egli si è perduto ed allontanato da Lui. E questo lo fa nella speranza di poter così finalmente intenerire il cuore indurito della sua Sposa.


3. Le opere di misericordia


La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato «che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (ibid., 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo «diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga... per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura» (ibid.). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello Innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può come Mosè solo togliere i sandali (cfr Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede.


Davanti a questo amore forte come la morte (cfr Ct 8,6), il povero più misero si rivela essere colui che non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri. Egli è tale perché schiavo del peccato, che lo spinge ad utilizzare ricchezza e potere non per servire Dio e gli altri, ma per soffocare in sé la profonda consapevolezza di essere anch’egli null’altro che un povero mendicante. E tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero. Esso arriva al punto da neppure voler vedere il povero Lazzaro che mendica alla porta della sua casa (cfr Lc 16,20-21), il quale è figura del Cristo che nei poveri mendica la nostra conversione. Lazzaro è la possibilità di conversione che Dio ci offre e che forse non vediamo. E quest’accecamento si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco «sarete come Dio» (Gen 3,5) che è la radice di ogni peccato. Tale delirio può assumere anche forme sociali e politiche, come hanno mostrato i totalitarismi del XX secolo, e come mostrano oggi le ideologie del pensiero unico e della tecnoscienza, che pretendono di rendere Dio irrilevante e di ridurre l’uomo a massa da strumentalizzare. E possono attualmente mostrarlo anche le strutture di peccato collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli.


Per tutti, la Quaresima di questo Anno Giubilare è dunque un tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia. Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante. Attraverso questa strada anche i “superbi”, i “potenti” e i “ricchi” di cui parla il Magnificat hanno la possibilità di accorgersi di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro. Solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno. Ecco perciò nuovamente risuonare per loro, come per tutti noi, le accorate parole di Abramo: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro» (Lc 16,29). Quest’ascolto operoso ci preparerà nel modo migliore a festeggiare la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte dello Sposo ormai risorto, che desidera purificare la sua promessa Sposa, nell’attesa della sua venuta.


Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria, che per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (cfr Lc 1,48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (cfr Lc 1,38).


Dal Vaticano, 4 ottobre 2015
Festa di San Francesco d’Assisi
Francesco



Alle ore 11.30 di questa mattina (26 gennaio 2016), nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2016 sul tema: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare.

Sono intervenuti l’Em.mo Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Membro del Pontificio Consiglio “Cor Unum”; Mons. Giampietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e Mons. Segundo Tejado Muñoz, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio.

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Papa Francesco a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. (foto, testo e video)

 25 gennaio 2016 

Papa Francesco ha presieduto, presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, la celebrazione ecumenica dei Secondi Vespri nella solennità della conversione di San Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Il rito è iniziato con un gesto molto importante: il Pontefice è passato attraverso la porta santa della Basilica accanto al metropolita Ghennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico e all'arcivescovo David Moxon, rappresentante personale a Roma dell'arcivescovo di Canterbury, seguito poi dagli altri rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali di Roma «per ricordare - ha aggiunto - che l'unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre».

La celebrazione si è aperta con l’Inno dell’Anno Santo della Misericordia “Misericordes sicut Pater” e la preghiera dinanzi alla tomba dell'apostolo Paolo.

Le letture sono state tratte dalla I Lettera di San Paolo ai Corinzi e dalla Lettera di Pietro, da cui è tratto anche il tema della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
Durante le intercessioni si è pregato anche per i “cristiani vittime di persecuzione” perché possano sperimentare “la solidarietà di tutti gli uomini e soprattutto dei loro fratelli nella fede”.


L'omelia di Papa Francesco

«Io sono il più piccolo tra gli apostoli […] perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1 Cor 15,9-10). L’apostolo Paolo così riassume il significato della sua conversione. Essa, avvenuta dopo il folgorante incontro con Gesù Risorto (cfr 1 Cor 9,1) sulla strada da Gerusalemme a Damasco, non è prima di tutto un cambiamento morale, ma un’esperienza trasformante della grazia di Cristo, e al tempo stesso la chiamata ad una nuova missione, quella di annunciare a tutti quel Gesù che prima perseguitava perseguitando i suoi discepoli. In quel momento, infatti, Paolo comprende che tra il Cristo vivente in eterno e i suoi seguaci esiste un’unione reale e trascendente: Gesù vive ed è presente in loro ed essi vivono in Lui. La vocazione ad essere apostolo si fonda non sui meriti umani di Paolo, che si considera “infimo” e “indegno”, ma sulla bontà infinita di Dio, che lo ha scelto e gli ha affidato il ministero.

Una simile comprensione di quanto accaduto sulla via di Damasco è testimoniata da san Paolo anche nella Prima Lettera a Timoteo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù» (1,12-14). La sovrabbondante misericordia di Dio è la ragione unica sulla quale si fonda il ministero di Paolo, ed è allo stesso tempo ciò che l’Apostolo deve annunciare a tutti.

L’esperienza di san Paolo è simile a quella delle comunità alle quali l’apostolo Pietro indirizza la sua Prima Lettera. San Pietro si rivolge ai membri di comunità piccole e fragili, esposte alla minaccia della persecuzione, e applica ad essi i titoli gloriosi attribuiti al popolo santo di Dio: «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). Per quei primi cristiani, come oggi per tutti noi battezzati, è motivo di conforto e di costante stupore sapere di essere stati scelti per far parte del disegno di salvezza di Dio, attuato in Gesù Cristo e nella Chiesa. “Perché, Signore, proprio me?”; “perché proprio noi?”. Attingiamo qui il mistero della misericordia e della scelta di Dio: il Padre ama tutti e vuole salvare tutti, e per questo chiama alcuni, “conquistandoli” con la sua grazia, perché attraverso di loro il suo amore possa raggiungere tutti. La missione dell’intero popolo di Dio è di annunciare le opere meravigliose del Signore, prima fra tutte il Mistero pasquale di Cristo, per mezzo del quale siamo passati dalle tenebre del peccato e della morte allo splendore della sua vita, nuova ed eterna (cfr 1 Pt 2,10).

Alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che ci ha guidato durante questa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, possiamo davvero dire che tutti noi credenti in Cristo siamo “chiamati ad annunciare le opere meravigliose di Dio” (cfr 1 Pt2,9). Al di là delle differenze che ancora ci separano, riconosciamo con gioia che all’origine della vita cristiana c’è sempre una chiamata il cui autore è Dio stesso. Possiamo progredire sulla strada della piena comunione visibile tra i cristiani non solo quando ci avviciniamo gli uni agli altri, ma soprattutto nella misura in cui ci convertiamo al Signore, che per sua grazia ci sceglie e ci chiama ad essere suoi discepoli. E convertirsi significa lasciare che il Signore viva ed operi in noi. Per questo motivo, quando insieme i cristiani di diverse Chiese ascoltano la Parola di Dio e cercano di metterla in pratica, compiono davvero passi importanti verso l’unità. E non è solo la chiamata che ci unisce; ci accomuna anche la stessa missione: annunciare a tutti le opere meravigliose di Dio. Come san Paolo, e come i fedeli a cui scrive san Pietro, anche noi non possiamo non annunciare l’amore misericordioso che ci ha conquistati e che ci ha trasformati. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione tra noi, possiamo già sviluppare molteplici forme di collaborazione, andare insieme e collaborare per favorire la diffusione del Vangelo. E camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore. L’unità si fa in cammino.

In questo Anno giubilare straordinario della Misericordia, teniamo ben presente che non può esserci autentica ricerca dell’unità dei cristiani senza un pieno affidarsi alla misericordia del Padre. Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. Come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa Cattolica, voglio invocare misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese. Allo stesso tempo, invito tutti i fratelli e le sorelle cattolici a perdonare se, oggi o in passato, hanno subito offese da altri cristiani. Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui ad inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni.

In questo clima di intensa preghiera, saluto fraternamente Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Roma, qui convenuti questa sera. Con loro siamo passati attraverso la Porta Santa di questa Basilica, per ricordare che l’unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre. Rivolgo un cordiale saluto anche ai giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano qui a Roma con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, che opera presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nonché agli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita qui a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica.

Cari fratelli e sorelle, uniamoci oggi alla preghiera che Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità è dono della misericordia di Dio Padre. Qui davanti alla tomba di san Paolo, apostolo e martire, custodita in questa splendida Basilica, sentiamo che la nostra umile richiesta è sostenuta dall’intercessione della moltitudine dei martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi hanno risposto con generosità alla chiamata del Signore, hanno dato fedele testimonianza, con la loro vita, delle opere meravigliose che Dio ha compiuto per noi, e sperimentano già la piena comunione alla presenza di Dio Padre. Sostenuti dal loro esempio – questo esempio che fa proprio l’ecumenismo del sangue - e confortati dalla loro intercessione, rivolgiamo a Dio la nostra umile preghiera.

Guarda il video dell'omelia

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lunedì 25 gennaio 2016

Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) - VIII GIORNO Cuori che ardono per l’unità



La Settimana 
di preghiera per l’unità dei cristiani 
e per tutto l’anno 2016


Chiamati per annunziare a tutti 
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)


Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese


LETTURE BIBLICHE E COMMENTO

PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA



VIII GIORNO

Cuori che ardono per l’unità

Isaia 52, 7-9Quant’è bello vedere arrivare sui monti un messaggero di buone notizie, che annunzia la pace
Salmo 30 [29], 1-13Hai cambiato il mio pianto in una danza
Colossesi 1, 27-29[…] questo progetto segreto, grande e magnifico, preparato per tutti gli uomini. E il segreto è questo: Cristo è presente in voi
Luca 24, 13-36[…] spiegò ai due discepoli i passi della Bibbia che lo riguardavano. Cominciò dai Libri di Mosè fino agli scritti di tutti i profeti

Commento

Diverse chiese, in Lettonia, sono state in grado di lavorare insieme nell’evangelizzazione mediante l’Alpha Course, sviluppato nella chiesa anglicana della Santa Trinità, a Brompton, Londra. I Lettoni che sono rinati alla fede attraverso questo programma, rimangono aperti ad imparare ed essere arricchiti dai doni di altre comunità cristiane. Questa esperienza ha suggerito le riflessioni odierne.
  • I discepoli delusi che lasciano Gerusalemme per Emmaus hanno perso la loro speranza che Gesù fosse il Messia e si incamminano fuori dalla comunità. È un viaggio di separazione e di isolamento.
  • Per contrasto, il loro ritorno a Gerusalemme è pieno di speranza, con un messaggio evangelico sulle loro labbra. Questo è un messaggio di resurrezione che li conduce nuovamente all’origine, al cuore della comunità e verso una comunione di amicizia.
  • Assai spesso i cristiani tentano di evangelizzare con uno spirito di competizione, sperando così di poter riempire le loro chiese. L’ambizione supera il desiderio che gli altri ascoltino il messaggio evangelico che dà vita. La vera evangelizzazione è come un viaggio da Emmaus a Gerusalemme, un viaggio dall’isolamento all’unità.

Domande per la riflessione personale
  • Quali sono i motivi di scontento che ci isolano dagli altri?
  • Quali sono i doni (iniziative, metodi e programmi) che possiamo ricevere dalle altre comunità cristiane?

Preghiera

O Signore Gesù, Tu hai fatto ardere il cuore dentro di noi, e ci hai inviato nuovamente sulla strada verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, con il messaggio del Vangelo sulle nostre labbra. Aiutaci a capire che la speranza e l’obbedienza ai tuoi comandamenti conduce ad una maggiore unità del tuo popolo. Amen.
  



Vedi anche il post precedente:


Essere cristiano ed essere missionario “è la stessa cosa” - Papa Francesco Angelus del 24.01.2016

Essere cristiano ed essere missionario
“è la stessa cosa”
Papa Francesco 


Angelus 

del 24.01.2016




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi, l'evangelista Luca prima di presentare il discorso programmatico di Gesù a Nazaret, ne riassume brevemente l'attività evangelizzatrice. E’ un'attività che Egli compie con la potenza dello Spirito Santo: la sua parola è originale, perché rivela il senso delle Scritture; è una parola autorevole, perché comanda persino agli spiriti impuri e questi obbediscono (cfr Mc 1,27). Gesù è diverso dai maestri del suo tempo: per esempio, non ha aperto una scuola per lo studio della Legge, ma va in giro a predicare e insegna dappertutto: nelle sinagoghe, per le strade, nelle case, sempre in giro! Gesù è diverso anche da Giovanni Battista, il quale proclama il giudizio imminente di Dio, mentre Gesù annuncia il suo perdono di Padre.

Ed ora immaginiamo di entrare anche noi nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è cresciuto fino a circa trent'anni. Ciò che vi accade è un avvenimento importante, che delinea la missione di Gesù. Egli si alza per leggere la Sacra Scrittura. Apre il rotolo del profeta Isaia e prende il passo dove è scritto: “lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18). Poi, dopo un momento di silenzio pieno di attesa da parte di tutti, dice, tra lo stupore generale: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (v. 21).

Evangelizzare i poveri: questa è la missione di Gesù, secondo quanto Lui dice; questa è anche la missione della Chiesa, e di ogni battezzato nella Chiesa. Essere cristiano ed essere missionario è la stessa cosa. Annunciare il Vangelo, con la parola e, prima ancora, con la vita, è la finalità principale della comunità cristiana e di ogni suo membro. Si nota qui che Gesù indirizza la Buona Novella a tutti, senza escludere nessuno, anzi privilegiando i più lontani, i sofferenti, gli ammalati, gli scartati della società.

Domandiamoci: che cosa significa evangelizzare i poveri? Significa anzitutto avvicinarli, significa avere la gioia di servirli, di liberarli dalla loro oppressione, e tutto questo nel nome e con lo Spirito di Cristo, perché è Lui il Vangelo di Dio, è Lui la Misericordia di Dio, è Lui la liberazione di Dio, è Lui chi si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Il testo di lsaia, rafforzato da piccoli adattamenti introdotti da Gesù, indica che l'annuncio messianico del Regno di Dio venuto in mezzo a noi si rivolge in modo preferenziale agli emarginati, ai prigionieri, agli oppressi.

Probabilmente al tempo di Gesù queste persone non erano al centro della comunità di fede. Possiamo domandarci: oggi, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle associazioni, nei movimenti, siamo fedeli al programma di Cristo? L'evangelizzazione dei poveri, portare loro il lieto annuncio, è la priorità? Attenzione: non si tratta solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell'amore. I poveri, infatti, sono al centro del Vangelo.

La Vergine Maria, Madre degli evangelizzatori, ci aiuti a sentire fortemente la fame e la sete del Vangelo che c’è nel mondo, specialmente nel cuore e nella carne dei poveri. E ottenga ad ognuno di noi e ad ogni comunità cristiana di testimoniare concretamente la misericordia, la grande misericordia che Cristo ci ha donato.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, venuti da diverse parrocchie d'Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e le famiglie.

In particolare, saluto gli studenti di Zafra e i fedeli di Cervellò (sono spagnoli); i partecipanti al convegno promosso dalla "Comunità mondiale per la meditazione cristiana"; e i gruppi di fedeli venuti dall'Arcidiocesi di Bari-Bitonto, da Tarcento, Marostica, Prato, Abbiategrasso e Pero-Cerchiate.

A tutti auguro buona domenica e per favore non dimenticatevi di pregare per me! Buon pranzo e arrivederci!



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L’odissea delle donne africane tra guerre, stupri e disperazione di Cornelia I. Toelgyes

31 ottobre 2014: a Tabit, un remoto villaggio del nord Darfour, oltre duecento donne vengono stuprate dall’esercito sudanese. 
...

La violenza subita dalle donne di Tabit non è un fatto isolato. Succede quasi ogni giorno, in qualsiasi parte del mondo dove ci sono guerre o conflitti interni.

La donna ancora oggi è considerata come parte integrante del bottino, un oggetto che si usa, per poi gettarlo via.

Non è necessario allontanarsi di molto per vedere cosa succede nel Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, che ha raggiunto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011. Dal 15 dicembre 2013 vi si combatte una crudele guerra civile, una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo ex-vice Riek Machar (etnia nuer). Hanno ridotto gran parte della popolazione alla fame, alla disperazione e il peso maggiore, il dolore più grande, grava sulle donne.

Anna, nuer, confessa di essere dovuta scappare dal suo villaggio. “Una mattina sono arrivati i soldati governativi. Hanno cacciato via i nostri uomini; poi hanno iniziato a picchiarci, a bruciare le nostre case. Hanno stuprato mia figlia davanti ai miei occhi. Ora viviamo nel campo dell’ONU, ma le donne non possono uscire dal campo. Le rapiscono, le prendono, abusano di loro. Dopo uno stupro di massa, non si riesce più a stare in piedi, è come una lenta agonia, una sofferenza atroce. I soldati non usano armi da fuoco con noi donne, ma ci lasciano mezze morte, buttate per terra, soffocate dal dolore e con l’anima a pezzi. Se fossimo morte durante la fuga, forse sarebbe stato meglio”.

“#BringBackOurGirls”, l’hashtag che ha invaso le bacheche dei social network per alcune settimane poco meno di due anni fa, è scomparso da tempo. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 sono state rapite 276 studentesse in un collegio a Chibok, nel nord-est della Nigeria, patria dei famigerati settari jihadisti Boko Haram. La maggior parte delle ragazze sono ancora in mano ai loro aguzzini, poche sono riuscite a scappare, ancora meno sono state liberate. Le studentesse sono state portate via nel mezzo della notte dai loro dormitori. Ragazze intelligenti, che sognavano un futuro e avevano riposto la loro fiducia nello studio. Ed è proprio questa la loro “grave colpa”.

Infatti, Boko Haram, tradotto liberamente dalla lingua Haus,a significa: “L’educazione occidentale è peccato”.

Proviamo solo a immaginare cosa succede alle giovani donne e alle ragazze in mano ai militanti jihadisti: stupri di massa, costrette a sposare i loro aguzzini, e, come gli uomini, sono costrette a convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligate a partecipare alle incursioni dei terroristi ed ammazzare la propria gente, familiari compresi, nei loro villaggi.

Nella Repubblica centrafricana si consuma un conflitto interno dalla primavera del 2013. Una guerra di “religione” tra musulmani (ex-Séléka) e cristiani e animisti (anti-balaka). La sofferenza di questo popolo è passato quasi inosservato dai media, salvo un piccolo flash a fine novembre in occasione della visita di papa Bergoglio, che ha voluto aprire la Porta Santa della cattedrale di Bangui, la capitale del Paese.

Terribili le violenze che si sono consumate nella ex-colonia francese. Accuse forti sono state rivolte anche al contingente di pace dei caschi blu, che, secondo testimonianze attendibili, avrebbero abusato di bambini e violentato ragazze minorenni, in cambio di un tozzo di pane e qualche soldo.

Un’altra arma micidiale è la fame: lasciare buona parte di una popolazione con poco o niente cibo, uccide più di una pallottola. Il fucile può sbagliare il bersaglio, si rischia di “sopravvivere”, la fame no, quella non aspetta, uccide.

Mousa di tre anni e Mohammed di cinque sono morti di fame nella città di Bodo, che dista un centinaio di chilometri da Bangui. Gli anti-balaka hanno vietato di vendere cibo ai musulmani. La mamma dei due bimbi non ha nemmeno la forza di piangere. A malapena si regge in piedi dalla debolezza.

Sono proprio le guerre, i conflitti, l’oppressione che spingono molte donne a lasciare il proprio Paese, gli affetti più cari e tentare la fuga verso l’Occidente, pur sapendo che questo viaggio non sarà proprio una passeggiata. Spesso sole, attraversano mezzo Continente per raggiungere le coste libiche . Durante il lungo cammino sono preda facile dei trafficanti o di gruppi armati. Sono esposte a mille pericoli: la loro unica forza è la speranza di trovare un briciolo di libertà altrove, per loro, per i figli.

Tutte queste donne portano cicatrici devastanti nell’anima. Il loro dolore è nascosto nel profondo del loro cuore. Non c’è tempo per piangere, bisogna continuare a vivere, far crescere i figli, amarli teneramente malgrado tutto, anche se sono il frutto delle violenze subite.



domenica 24 gennaio 2016

La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI



La comunicazione non scomunica. 
5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI
di Antonio Spadaro





Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito 5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Questo è il senso dell’incipit del Messaggio. La comunicazione è «credibile» non solo se oggettivamente corrisponde al vero ma se è «affidabile», cioè è espressione di una relazione di fiducia, di un impegno del comunicatore a vivere bene la sua relazione con chi ascolta o chi partecipa all’evento comunicativo.

2) La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole, il nominalismo della nostra cultura. La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società. Dovremmo gioire del potere di parole e azioni scelte con cura per superare le incomprensioni, sanare i ricordi e costruire pace e armonia. Le parole costruiscono ponti, sono «pontefici» tra le persone. E questo dovunque: sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Parole e azioni devono aiutarci a fuggire dal circolo vizioso della condanna e della vendetta che continua ad intrappolare gli individui, le persone e le nazioni, e che poi si esprime con messaggi di odio.
La parola del cristiano, in particolare, deve tendere alla comunione e dunque a togliere di mezzo l’atteggiamento di «scomunica». Ricordiamo che «la memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive e i rimproveri immotivati per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento» anche tra cristiani. «La logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche» deve essere «sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza», aveva scritto Papa Francesco nel suo Messaggio a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, per la festa di sant’Andrea, 2015.
Per non spezzare la comunione è importante saper ascoltare, cioè «essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune».

4) La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Come risultato, possiamo notare un divario crescente tra coloro che sono visti come vincitori e coloro che sono giudicati perdenti. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati. La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a coloro che hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solamente per aiutarlo a sollevarsi.
Infine — leggiamo — «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore». Infatti «parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».

5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

(fonte: CyberTeologia)

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica giornata mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II (“ Inter Mirifica ”, 1963), viene celebrata in molti paesi, su raccomandazione dei vescovi del mondo, la Domenica che precede la Pentecoste (nel 2016, l’8 maggio).
Il Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali viene tradizionalmente pubblicato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio).


Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) - VII GIORNO Ospitalità per la preghiera



La Settimana 
di preghiera per l’unità dei cristiani 
e per tutto l’anno 2016


Chiamati per annunziare a tutti 
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)


Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese


LETTURE BIBLICHE E COMMENTO

PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA



VII GIORNOOspitalità per la preghiera

Isaia 62, 6-7Sulle tue mura, Gerusalemme, ho messo sentinelle; non devono mai tacere, né giorno né notte
Salmo 100 [99], 1-5Acclamate al Signore, genti tutte della terra. Servite il Signore nella gioia
1 Pietro 4, 7b-10Siate giudiziosi e sempre pronti alla preghiera
Giovanni 4, 4-14L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente che dà la vita eterna

Commento

L’esperienza di pregare insieme ciascuno degli otto giorni della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha aiutato i cristiani della piccola città di Madona a crescere nella comunione. Un frutto particolare di questa esperienza è l’apertura di una cappella nel centro della città, corredata di elementi dalle tradizioni luterana, cattolica e ortodossa. Qui i cristiani di Madona si riuniscono in preghiera continuativa. Questa esperienza costituisce il sostrato delle riflessioni odierne.
  • Fino a quando il popolo di Dio sarà diviso e i cristiani saranno estranei gli uni agli altri, noi saremo come Gesù nella Samaria, stranieri in terra straniera, senza sicurezze, senza ristoro e senza un luogo dove riposare.
  • Il popolo di Dio desiderava un luogo sicuro dove potesse adorare il Signore. Isaia ci racconta della prodigiosa opera di Dio: Egli pone le sentinelle sul muro di Gerusalemme, affinché il suo popolo possa adorarlo in sicurezza giorno e notte.
  • Durante la Settimana di preghiera le nostre chiese e le nostre cappelle diventano luoghi sicuri, di riposo e di refrigerio per il popolo che si raduna in preghiera. La sfida che proviene da questa Settimana è di creare sempre più luoghi e tempi privilegiati di preghiera, perché mentre preghiamo insieme, diventiamo un solo popolo.

Domande per la riflessione personale
  • In quale modo possiamo promuovere la mutua ospitalità fra parrocchie e congregazioni nelle nostre località?
  • Vi è un luogo, nel nostro quartiere, dove i cristiani di diverse tradizioni possono radunarsi e pregare insieme? E se non c’è, come possiamo crearlo?
Preghiera

O Signore Gesù, Tu hai chiesto ai tuoi apostoli di rimanere svegli con te e pregare con te. Fa’ che possiamo offrire al mondo luoghi e tempi privilegiati in cui trovare serenità e pace, affinché, pregando insieme con altri cristiani possiamo arrivare a conoscerti più profondamente. Amen.
  


Vedi anche il post precedente:

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III Domenica T.O. / C




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 8/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)




Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21




Nella disprezzata "Galilea dei gentili" regione malfamata, ed a Nazareth covo di terroristi e di ribelli all'occupazione di Roma ("Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono ? "Gv 1,46), Gesù da' inizio al suo ministero pubblico inaugurando il giubileo definitivo, "l'anno di misericordia del Signore". Nella sinagoga di Nazareth, il villaggio che lo ha visto crescere e dove è da tutti conosciuto, Gesù annuncia che è giunto il "kairòs", il tempo propizio in cui Dio si china sui suoi figli. Egli proclama, attribuendo a se stesso le parole della profezia di Isaia che per i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi le sofferenze sono finalmente terminate. Tutte le promesse dell' Antica Alleanza "sono, in Lui, divenute "sì""(2Cor 1,20). La Parola del Padre, 'il Libro della Vita' prima incomprensibile, sigillato e incompiuto, ora nel Figlio Gesù trova la sua piena  realizzazione. Il rotolo del profeta è finalmente nelle mani di colui che solo "può prenderlo e aprirne i sigilli"(Ap 5,9). 
Le antiche profezie si compiono "oggi, negli orecchi" di coloro che si pongono in ascolto: 
 " Dio ha visitato il suo popolo "(1,68) 


sabato 23 gennaio 2016

Kenya - Morto Salah Farah, l'insegnante musulmano che difese cristiani - #HeroSalah

Kenya - Morto Salah Farah,  
l'insegnante musulmano che difese cristiani

Sui social volano l’hashtag #HeroSalah e le parole di un connazionale, tal Musa Mikaya: «Mia moglie è incinta, sono cristiano, se nascerà un bimbo si chiamerà Salah Farah. Non m’importa cosa voglia dire quel nome, l’ultimo che lo ha portato mi ha convinto che significhi “amore per l’umanità”



Si chiamava Salah Farah e il suo nome non dirà molto al mondo che sa invece bene come si chiamano i terroristi, da Coulibaly a Mohammed Emwazi, in arte Jihadi John. Salah Farah, 4 figli e una moglie incinta, è l’insegnante kenyota che il 21 dicembre scorso fece da scudo ai cristiani a bordo del suo stesso pullman diretto a Mandera quando i killer di al Shabaab provarono a separarli dai passeggeri musulmani per giustiziare a sangue freddo gli infedeli. 
Salah Farah è morto il 20 gennaio all’ospedale di Nairobi dove era ricoverato dal giorno dell’attentato. Sebbene ferito gravemente ha continuato fino all’ultimo a raccontare ai giornalisti cosa fosse accaduto quel lunedì, quando altri come lui hanno rifiutato la selezione esiziale: «Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Salah Farah testimone della convivenza pacifica
Tonio Dell'Olio
Siccome il bene non fa notizia, vogliamo dar voce a Salah Farah che è morto lunedì scorso in Kenya a causa delle ferite riportate nell’imboscata tesa dai fanatici di al-Shabaab il 21 dicembre ad un autobus. Su quel mezzo, insieme a Salah Farah, vicepreside di una scuola di Mandera e padre di quattro figli con un altro in arrivo, c’erano diversi passeggeri che erano stati fatti scendere e a cui era stato chiesto di dividersi tra cristiani e musulmani con l’intento dichiarato di uccidere poi i cristiani. Salah Farah aveva prontamente chiesto a tutti i passeggeri di non obbedire a quell’ordine. Spaventati poi dal sopraggiungere di un altro automezzo, i criminali hanno sparato poche raffiche ferendo proprio Farah e uccidendo un ragazzo e si sono dati alla fuga. Prima di morire, Salah Farah ha fatto in tempo a rilasciare qualche intervista: “Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che non lo erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente”. Eppure quest’uomo non aveva letto un altro Corano e pregato un altro Dio. Solo che ci sono musulmani e musulmani, cristiani e cristiani. L’insegnamento di quest’uomo suggellato col sacrificio della vita insegni almeno a noi l’importanza della convivenza pacifica.
(Fonte: Mosaico dei giorni)

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Servizio TG2000