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domenica 21 aprile 2013

Papa Francesco ai nuovi presbiteri: "per favore, non vi stancate di essere misericordiosi"; ai giovani: "La vita bisogna metterla in gioco per i grandi ideali!": a tutti: "Seguiamo la voce di Gesù che ci guida sulla via della vita"

IV Domenica di Pasqua, 21 aprile 2013

Basilica Vaticana

Siate misericordiosi, siate pastori e non funzionari. E’ l’esortazione che Papa Francesco ha rivolto, stamani, a 10 nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, ordinati dal Pontefice nella Basilica di San Pietro, nella 50.ma Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni. E’ la prima volta che il nuovo vescovo di Roma celebra il rito di ordinazione presbiteriale. Prima della Messa, il Santo Padre si è recato in sacrestia per pregare insieme agli ordinandi raccomandandoli alla Madonna. Così usava fare, a Buenos Aires, in occasione delle ordinazioni.
L’omelia pronunciata dal Santo Padre è nella sostanza la “Omelia rituale” prevista nell’edizione italiana del Pontificale Romano per l’ordinazione dei presbiteri, omelia che il Papa ha integrato con diverse aggiunte personali.
... Quanto a voi, fratelli e figli dilettissimi, che state per essere promossi all’ordine del presbiterato, considerate che esercitando il ministero della Sacra Dottrina sarete partecipi della missione di Cristo, unico Maestro. Dispensate a tutti quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia. Ricordate le vostre mamme, le vostre nonne, i vostri catechisti, che vi hanno dato la Parola di Dio, la fede…. il dono della fede! Vi hanno trasmesso questo dono della fede. Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato. Ricordate anche che la Parola di Dio non è proprietà vostra: è Parola di Dio. E la Chiesa è la custode della Parola di Dio...
E oggi vi chiedo in nome di Cristo e della Chiesa: per favore, non vi stancate di essere misericordiosi. Con l’olio santo darete sollievo agli infermi e anche agli anziani: non abbiate vergogna di avere tenerezza con gli anziani...
Siete Pastori, non funzionari. Siete mediatori, non intermediari...
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REGINA COELI
Piazza San Pietro
Cari fratelli e sorelle,
Buongiorno!
La Quarta Domenica del Tempo di Pasqua è caratterizzata dal Vangelo del Buon Pastore che si legge ogni anno. Il brano di oggi riporta queste parole di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,27-30). In questi quattro versetti c’è tutto il messaggio di Gesù, c’è il nucleo centrale del suo Vangelo: Lui ci chiama a partecipare alla sua relazione con il Padre, e questa è la vita eterna.
Gesù vuole stabilire con i suoi amici una relazione che sia il riflesso di quella che Lui stesso ha con il Padre: una relazione di reciproca appartenenza nella fiducia piena, nell’intima comunione. Per esprimere questa intesa profonda, questo rapporto di amicizia Gesù usa l’immagine del pastore con le sue pecore: lui le chiama ed esse riconoscono la sua voce, rispondono al suo richiamo e lo seguono. E’ bellissima questa parabola! Il mistero della voce è suggestivo: pensiamo che fin dal grembo di nostra madre impariamo a riconoscere la sua voce e quella del papà; dal tono di una voce percepiamo l’amore o il disprezzo, l’affetto o la freddezza. La voce di Gesù è unica! Se impariamo a distinguerla, Egli ci guida sulla via della vita, una via che oltrepassa anche l’abisso della morte...
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IV DOMENICA DI PASQUA (C-2013) Riflessione di Gianfranco Ravasi


IV DOMENICA DI PASQUA

(Anno C) - 21.04.2013

Riflessione del
Card. Gianfranco Ravasi


Letture:
At 13,14.43-52;   Sal 99(100);   
Ap 7,9.14-17;   Gv 10,27-30




Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo



Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


IV DOMENICA di PASQUA - anno C - 21-4-2013

Seguire Cristo Pastore Agnello, umile e povero

1. L’itinerario mistagogico del tempo pasquale di questa domenica si sofferma sulla presenza di Cristo Pastore Agnello (Gv 10,27-30). La liturgia ci propone pochi versetti che concludono un discorso già iniziato a partire da Gv 10,1, dove emergono gli aspetti caratterizzanti del Pastore Agnello. 

2. Volendo meditare solo su Gv 10,27-30 ci sembra importante evidenziare la mano del Pastore Agnello: non è mano che opprime, che schiaccia, che rapisce, che si appropria indebitamente, che trascina con forza e violenza i credenti (le pecore); no, è invece mano che si prende cura dei credenti, che li sorregge, li sostiene, li guida, li orienta nel cammino, a volte li corregge quando i credenti devìano dal sentiero tracciato. 

Questa “sensibilità” della mano a Cristo Pastore gli viene dal fatto che egli è nello stesso tempo anche Agnello, ovvero dona la vita per i credenti e per tutta l’umanità (Gv 10,11.17; seconda lettura: Ap 7,9.14-17). 

Inoltre, gli viene dal fatto che la sua mano manifesta la mano amorevole del Padre, il quale, proprio perché ama il Figlio, gli ha donato i credenti e li ha posti nella sua mano (Gv 3,35) perché iniziassero a gustare già qui sulla terra la vita eterna, il senso vero e pieno della vita (Gv 17,2); e non solo i credenti ma tutto il Padre gli ha donato nelle sue mani (Gv 13,3). Sì, la mano del Figlio Pastore Agnello esprime in modo eloquente la relazione di comunione di amore tra lui e il Padre. D’altronde egli dice: «Io e il Padre siamo uno» (Gv 10,30). «Uno» vuol dire comunione profonda tra due che rimangono tali e che non si confondono, cioè il Padre e il Figlio; vuol dire vivere un’esistenza unificata e non sdoppiata: infatti, il Figlio agisce ascoltando il Padre (Gv 8,26.55; 15,15) e facendo le opere del Padre (Gv 5,19-20)...


sabato 20 aprile 2013

DESTINI INCROCIATI di Alex Zanotelli

DESTINI INCROCIATI 
di Alex Zanotelli
Le vicende di don Tonino e di padre Alex s’intrecciano per una lunga stagione. Ecco, nel racconto del missionario, l’incontro che ha segnato la sua vita e l’esperienza a Nigrizia.

Per conoscere e capire Tonino Bello bisogna amare e capire la terra da dove è spuntato: il Salento, una terra dolce, una distesa infinita di ulivi. Una terra che ha a che fare con la sua spiritualità biblica, letta nell’oggi partendo dai poveri. Di qui la sua capacità di legare strettamente fede e vita, prendendo decisioni forti senza perdere di vista la comunione. Di qui la sua passione per il Vaticano II, cioè di una Chiesa povera e dei poveri, e l’assimilazione di ciò che è il cuore del vangelo: pace e nonviolenza attiva.
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Dallo speciale di Nigrizia "Vent'anni senza don Tonino": SULLE STRADE DI UN PROFETA di Claudio Ragaini, SE LA CHIESA CHE NON AMA LA PACE di Sergio Paronetto

Vent'anni senza don Tonino

Ricordiamolo perché ha ancora molto da insegnarci. 
Ricordiamolo perché ci aiuti a riscoprire l'attualità della sua testimonianza di profeta di pace. 
Ricordiamolo per non essere preda della rassegnazione in un mondo violento.

SULLE STRADE DI UN PROFETA
di Claudio Ragaini
Il rischio, con don Tonino Bello, è di confinare la sua straordinaria personalità in una formula restrittiva: il vescovo pacifista, la Chiesa del grembiule, il testimone del concilio, l’autore della “Lettera al marocchino”. Ma ogni volta ci si rende conto dell’insufficienza di un’analisi che lo riporti a una sola dimensione, per quanto nobilissima. Don Tonino è questo e molto “altro”.

Con il passare del tempo (sono vent’anni dalla morte di don Tonino ed è in corso il processo di beatificazione) si avverte sempre più come la sua figura e la sua popolarità siano l’espressione di un insieme complesso di valori che non possono essere letti separatamente. Nella sua breve esistenza (è morto a 58 anni) don Tonino è passato nel cielo della Chiesa italiana come una cometa luminosa, lasciando una scia ricca e feconda fatta di segni e di insegnamenti che costituiscono la memoria viva della sua presenza e della sua attualità.
Lo testimonia la processione di pellegrini che visitano la sua tomba ad Alessano (Lecce), il paese natale, lasciano messaggi d’amore e gli affidano i loro segreti pensieri, come farebbero con un amico. Così come le vie, le piazze, le scuole che portano il suo nome; e la diffusione, attraverso un passa-parola complice e misterioso, dei suoi libri e dei suoi discorsi, che ci riportano la sua voce calda e avvolgente e il suo sorriso illuminante. Una fama di beatitudine, non ancora formalizzata ma diffusa, che affascina anche chi non l’ha conosciuto...
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SE LA CHIESA CHE NON AMA LA PACE
di Sergio Paronetto
Come uomo del concilio, don Tonino riteneva pace e povertà i primi luoghi di verifica della vita cristiana. E a suo avviso in Italia non c’era (non c’è) un’apprezzabile teologia della pace.

Nell’anno del 50° anniversario dell’inizio del concilio e della Pacem in terris, la memoria di Tonino Bello vibra di particolare intensità e interpella i credenti con le sue domande brucianti al ritorno da Sarajevo (dicembre 1992): «Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (...) Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono». (La speranza a caro prezzo, San Paolo, 1999) I poveri lo vorranno? E con quale aiuto? La Chiesa lo vorrà?...
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"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n.18 di Santino Coppolino

Rubrica
Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della Domenica
di Santino Coppolino

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

Vangelo: Gv 10,27-30


"Io e il Padre siamo Uno", così proclama Gesù ai Giudei che lo interrogano se Lui è o no il Messia. Gesù non afferma soltanto che Lui e il Padre sono uniti in una unione di intenti, ma che condividono la stessa condizione divina. L'Uno infatti indica Dio stesso (cfr. Zc 14,9). E' la bestemmia  che lo metterà a rischio di linciaggio, è l'accusa che i suoi nemici porteranno contro di Lui durante il suo processo-farsa. Ma è proprio il suo essere "Dio da Dio" che lo fa Signore di tutti i fratelli, e coloro che gli appartengono ne riconoscono la voce perchè hanno sperimentato che Gesù li ama di un  amore senza limiti, di un amore che ha il sapore della vita eterna, della stessa vita di Dio. E questa vita è la Sua stessa capacità di amare fino al dono totale di sè. Per questo lo seguono, perchè sanno in quali mani si trovano, e che da Lui potranno attendersi solo e soltanto amore.


Don Tonino Bello nel ricordo di monsignor Luigi Bettazzi

Il 20 aprile 1993 si spegneva a Molfetta monsignor Antonio Bello, conosciuto come “don Tonino”, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, presidente di Pax Christi Italia dal 1985 al 1993.

Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, ha ricoperto per oltre un decennio il ruolo di Presidente di Pax Christi Italia per poi assumere, nel 1978, la presidenza di Pax Christi International. Con monsignor Tonino Bello, suo successore, partecipò nel 1992 alla marcia di Pax Christi che giunse fino a Sarajevo: “Ricordo molto bene il discorso che don Tonino fece in quel cinema di Sarajevo alla luce delle fiaccole. Un discorso vero, concreto, diretto, articolato in tre punti. Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per dire ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati. In secondo luogo che eravamo giunti fin lì per richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, nostre di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l'unica risposta possibile era quella della nonviolenza. Lo disse in quel cinema disadorno, senza luce, in mezzo a gente che soffriva”.
Dal 1985, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, fu presidente nazionale e leader carismatico, non solo di Pax Christi ma di tutto il movimento pacifista in Italia, fino al 1993, anno della sua morte...



"Don Tonino Bello, quel suo grembiule sempre qui con noi" di don Salvatore Leopizzi e La lettera di don Tonino "a coloro che non contano niente" (dalla sua viva voce)

“Ascoltino gli ultimi e si rallegrino”. Era il motto episcopale di don Tonino Bello tratto dal salmo 34.

A vent’anni dalla conclusione del suo pellegrinaggio terreno - era il 20 aprile 1993 - quelle parole mi risuonano limpide nella mente e mi riscaldano il cuore. È un tempo difficile quello che stiamo vivendo. Un momento di crisi epocale dalle dimensioni planetarie. Una crisi drammatica che si ripercuote nella vita quotidiana di tanta gente generando paura e smarrimento fino alle estreme conseguenze della disperazione. E proprio in questo orizzonte così triste possiamo scorgere ancora un varco di luce con il ricordo sempre più vivo e attuale del grande uomo di Dio e amico dei poveri, il fratello vescovo don Tonino. Dal luogo della sua sepoltura ad Alessano continuano a sprigionarsi flussi inarrestabili di energia spirituale che alimentano la “lampara” della speranza, quella che si accese “sul mare ancora senza vele e senza sogni” della sua Tricase all’inizio della sua missione episcopale. Oggi quella lampara ci appare ancora più luminosa perché i suoi raggi hanno varcato le mura vaticane e da lì i suoi bagliori stanno già raggiungendo le estreme periferie del cuore e della terra. Gli umili e gli ultimi, affascinati, se ne rallegrano. Siamo in tanti ad aver colto già dal suo primo apparire dalla loggia centrale di San Pietro la sorprendente somiglianza che lega la figura del nuovo vescovo di Roma, Francesco, a quella del vescovo di Molfetta, don Tonino.
Pastori autentici col profumo delle pecore, preti generosi e uomini schietti che, senza temere percorsi sterrati e fangosi di ogni miseria, camminano “insieme, alla sequela di Cristo, sul passo degli ultimi”.

Leggi tutto: Don Tonino Bello, quel suo grembiule sempre qui con noi di don Salvatore Leopizzi

... Non tarderemo a vedere i segni della Resurrezione, anche nella Chiesa verranno tempi nuovi e dal domicilio dei poveri si sprigionerà un così forte potenziale evangelizzatore che la città traboccherà di speranza!
Don Tonino Bello - A coloro che non contano niente



"Il sorriso di don Tonino" di Tonio Dell'Olio

Mosaico di Pace
Aprile 2013
Editoriale

Il sorriso di don Tonino 
di Tonio Dell'Olio

Ma non lo vedete il sorriso amorevole e rassicurante di don Tonino? Non più sulle immagini che pure a distanza di vent’anni dalla sua Pasqua continuano ad affacciarsi non solo dai muri delle sagrestie delle chiese della sua diocesi e di tante altre chiese, ma anche dalle botteghe dei molfettesi, nei libri che - numerosi - si propongono dagli scaffali delle librerie e sulle scrivanie di tanti estimatori vecchi e nuovi. Non parlo nemmeno dei sorrisi con cui il vescovo della pace e dei poveri prosegue ad accompagnare i sogni di tanti e tante – credenti e non credenti – che non hanno smesso di contribuire a costruire quel mondo migliore che egli aveva consegnato come un testimone, come impegno ed eredità della sua profezia efficace e concreta. 
Questo è proprio il suo sorriso che pervade l’universo intero. È un sorriso di primavera. Primavera della natura ma anche della comunità dei credenti e delle donne e degli uomini di buona volontà. Quando erano pochissimi a pronosticarlo, il conclave ha partorito un “vescovo di Roma” che mostra con mille gesti di amare i poveri, di pregare e operare per la pace, di vestire il grembiule dell’umiltà e della speranza di cui il mondo intero ha bisogno come il pane. Francesco incarna il Vangelo di Cristo con uno stile che avevamo assaporato in un vescovo della periferia delle chiese, nel mezzogiorno d’Italia, tra i bassi delle strade di un centro storico e tra le marinerie di Puglia. Quella visione di Chiesa e di storia che vedeva don Tonino oggetto della sufficienza di coloro che lo bollavano come ingenuo o velleitario o che addirittura lo giudicavano borderline della sana dottrina se non eretico... oggi è annunciata autorevolmente e semplicemente da un Papa che arriva da un altro Sud, anzi dalla terra della “fine del mondo”. La fantasia di Dio non avrebbe potuto trovare una via migliore per festeggiare coi fatti il ventesimo anniversario della sua scomparsa. Per riproporlo vicino e attuale. Per renderlo bene comune. Per sottrarlo persino a chi in questi anni ha tentato di ridurlo a santino, di “decaffeinare” la sua santità, di ridimensionare la portata della sua originalità cristiana e pastorale...

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Don Tonino Bello a vent'anni dalla suo "dies natalis"

​Esattamente 20 anni fa, il 20 aprile 1993, moriva Antonio Bello, quel «don Tonino» che da vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e presidente di Pax Christi compì numerosi gesti a favore dei poveri e della pace rimasti nella memoria di molti per la loro profezia. Cinque anni fa si apriva la causa di beatificazione: postulatore è Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo.
Lei l’ha conosciuto bene, che ricordo conserva di don Tonino?
Durante l’episcopato di don Tonino Bello ero rettore del Seminario regionale di Molfetta. Sono molti i ricordi che conservo di quegli anni, ma quello più significativo è il rapporto profondo che aveva con noi educatori e con i seminaristi, ai quali ho sempre dato la piena libertà di frequentare casa sua, unico posto dove potevano andare senza chiedere il permesso ai superiori. Ero certo, infatti, che in lui avrebbero avuto un esempio forte di fedeltà a Cristo e di amore per il Vangelo. E lui li accoglieva sempre con cordialità, offrendo una testimonianza luminosa ai giovani, ai preti e ai seminaristi che si sono formati in quel tempo.
Di lui si conoscono i numerosi gesti forti, ma dove risiede il nucleo spirituale della sua eredità?
Sta nei gesti nascosti, in quelli meno conosciuti ai più, in particolare la sua vicinanza totale all’Eucaristia. Don Tonino è stato certamente un uomo di azione, ma è stato anche un contemplativo. Di tutto ciò che ha scritto ogni pagina è nata davanti a Gesù eucaristico: anche di notte aveva nella cappella privata una specie di scrittoio mobile e lì ha scritto tutto ciò che ha pronunciato o pubblicato da vescovo. Vorrei quindi che questo anniversario fosse l’occasione per ricordarlo come un uomo eucaristico, un uomo conformato all’Eucaristia, un uomo illuminato e fortificato dall’Eucaristia. Era infatti convinto che l’Eucaristia può cambiare le persone e il mondo. Questa era la vera sorgente del suo pensiero e del suo agire. Da qui nascevano le opere pastorali che si prendevano cura delle persone a tutti i livelli, anche oltre i confini della sua diocesi: seguiva da vicino, ad esempio, i sacerdoti fidei donum in terra di missione o gli emigrati di Molfetta all’estero. E anche l’impegno nella promozione della pace o a favore dei poveri erano radicati nella sua spiritualità eucaristica. Si prendeva cura di tutti perché era convinto che ognuno porta in sé il segno della gloria di Dio. Ci diceva sempre: «Non dimenticate Cristo e i poveri»...

Un film a vent’anni dalla morte del “Vescovo più straordinario e popolare che la Chiesa abbia avuto dopo il Concilio”, affermano da Pax Christi: si tratta di mons. Antonio Bello, meglio conosciuto come don Tonino Bello (Alessano, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20 aprile 1993).
L’opera cinematografica “L’anima attesa”, diretta da Edoardo Winspeare e prodotta da Pax Christi, il movimento cattolico internazionale di cui don Tonino Bello era stato presidente nazionale e dal mensile Mosaico di Pace, rievoca “il messaggio di don Tonino attraverso i volti e le storie quotidiane della sua una amata terra di frontiera, che non lo ha mai dimenticato”...


Don Tonino Bello. Un vescovo, un uomo. 
Anteprima del mediometraggio "L'anima attesa", di Edoardo Winspeare

«Esperti in umanità! Capaci di comprensione e di perdono, di accoglienza e di sorriso, di lacrime e di ebbrezze, disponibili all’ascolto e all’attesa, al credito e al compatimento, all’indulgenza e all’incoraggiamento, pronti a scommettere e a ricominciare, a parlare linguaggi della povertà e a non scandalizzarsi per le miserie altrui, a capire le lentezze e ad accelerare i segni della speranza. Esperti in umanità! Uomini fino in fondo, anzi fino in cima! Perché essere uomini fino in cima, senza fermarsi a mezzacosta, significa non solo essere santi come Lui, ma capire che il calvario è l’ultima tappa di ogni scalata, e che la croce non è la sconfitta dell’uomo, ma la vetta gloriosa di ogni carriera!» (don Tonino Bello)


venerdì 19 aprile 2013

Un educatore, un poeta, un profeta, un amico... Sergio Paronetto ricorda Don Tonino


Un educatore, 
un poeta, 
un profeta, 
un amico...

di Sergio Paronetto (vicepresidente Pax Christi Italia)

Vent’anni fa, il 20 aprile 1993, attraversava il suo giorno pasquale Tonino Bello, vescovo di Molfetta (dal 1985 presidente di Pax Christi). In questo periodo mi capita spesso di parlare di lui con Salvatore Leopizzi o altri partendo da Tonino Bello maestro di nonviolenza, libro a lui dedicato "con tutto l’amore di Pax Christi Italia" . Ringrazio tutti gli amici e le amiche che mi hanno portato a lui, in primo luogo, Luigi Bettazzi, Claudio Ragaini, Giovanni Mazzillo, Tonio Dell’Olio, Gianni Novello, Giuliana Bonino, tutti i pugliesi e molti veneti. Ringrazio chi, come "Mosaico di pace", "la meridiana", "Luce e vita", le ed. San Paolo, Paoline, Insieme e Messaggero, è da anni un pulsante cantiere toniniano. 
Vorrei concentrarmi brevemente su un ricordo più intimo. Ciò che di lui leggo e medito mi arriva sempre col profumo della novità, col sapore della bontà, con l’odore del suo mare, con lo sguardo di tanti testimoni di pace a partire da Giovanni XXIII, di cui stiamo celebrando il 50° della “Pacem in terris”. Sento di vivere con lui un’amicizia spirituale che mi fa crescere, respirare ed espandere. Lo “vedo” operare dentro l’azione per il disarmo, il bene comune, la costruzione della famiglia umana, la vita ecclesiale, Pax Christi. 
Per don Tonino “la nonviolenza è una cultura ancora debole” ma “la pace è un’arte che si impara”: un itinerario formativo permanente che riguarda la ricerca della felicità attraverso la “convivialità delle differenze” che affonda le sue radici nel mistero trinitario: uguaglianza, differenza, relazione. Per questo siamo tutti uguali, tutti differenti, tutti in relazione. E ognuno può fare qualcosa...

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I giovani... oggi

“Attenzione ai valori. I giovani sono in gran parte il frutto dell’educazione che è stata loro data (anche indirettamente o inconsapevolmente). Sovente essi percepiscono allo stato puro alcuni valori dominanti del momento, senza le difese o le accortezze di chi è più avanti negli anni, ha più esperienza ed un’altra educazione”.
Sono parole profetiche, che i Vescovi dell’Emilia Romagna scrissero nel 1996 in un bellissimo documento sul tema delle discoteche.
All’epoca, internet non aveva ancora conquistato il mondo e non c’erano tutti i canali televisivi di oggi. Alle soglie del terzo millennio, la società è totalmente cambiata. I ragazzi ricevono tanti messaggi ingannevoli, attraverso un cattivo uso dei mezzi di comunicazione. Il risultato di questo bombardamento, a volte, può generare una sensazione di relativismo morale, che spinge a non distinguere più il bene dal male...

Giovani e adulti: si somigliano molto, in Italia. Almeno, in rapporto alla politica e alle istituzioni. Lo stesso distacco. Anzi, per la precisione, è la generazione dei giovani a segnare il percorso. La direzione. Gli adolescenti e i giovani-più-giovani (così definiamo quelli di età compresa fra 15 e 24 anni), ma anche i giovani-adulti (fra 25 e 34 anni), esprimono un livello di fiducia davvero basso, anzi, minimo nei confronti dei principali attori e della più importante istituzione della "democrazia rappresentativa". Cioè, i partiti: poco sopra al 4%. E il Parlamento: appena un po' di più. (Utilizziamo, qui, i dati di numerose indagini condotte da Demos e LaPolis-Università di Urbino. ) Ma la sfiducia si estende anche allo Stato. In misura maggiore rispetto alla popolazione nell'insieme. Un disincanto acuto, che si è accentuato negli ultimi anni. Dopo il 2006, quando, perlomeno, dimostravano maggiore confidenza verso gli attori e le istituzioni rappresentative rispetto agli adulti. Oggi non più...

... Cosa state facendo di concreto per i giovani? Per garantirgli un futuro e farli tornare a sognare? Voi politici, ci state spegnendo, state spegnendo i nostri sogni e le nostre speranza. Non vediamo più un futuro davanti a noi, non riusciamo nemmeno ad immaginare di poter avere una famiglia.
Siete sempre così dannatamente bravi a parlare e a farci sperare con le vostre parole di cambiamento, ma poi appena si ritorna con i piedi a terra l’unica certezza che vedo è che voi la pancia l’avete sempre piena, non vi fate mancare di certo niente. Vorrei vedervi al posto nostro... 


La cucina della “crisi”: critica, consapevole e bio

“Prendete 250 grammi di mollica da un pezzo di pane raffermo, mettetela a bagno nel latte. Vi serviranno anche un uovo, zucchero, cannella, qualche nocciola e, se volete, un pochino di cioccolato”. Sono gli ingredienti di un ottimo pudding da fare in casa. A proporlo, durante il festival romano sul riciclo Riscarti, è Annarita, meglio conosciuta al pubblico come Miss Critical Kitchen, blogger e “cuoca etica”. La seconda ricetta, preparata sempre in diretta, è una gustosa parmigiana fatta con le bucce di zucca e di carota. Cosa hanno in comune questi piatti, oltre ad essere buonissimi? “Sono un tipico esempio di cucina degli scarti, fatta con ciò che troviamo in casa e con elementi che in genere la gente butta via. Ma che, se ben usati, possono sorprenderci” spiega Annarita, il cui blog, pieno di spunti e idee, sta diventando tra i più seguiti in questo campo.
Le ricette di Miss Critical Kitchen, infatti, puntano a un consumo critico e consapevole degli alimenti e, nel pieno spirito dei nostri tempi, a mettere al bando ogni spreco, abbinando alle semplici ricette di una volta il proprio gusto personale e la propria creatività. Un trend che sempre più italiani hanno deciso di imitare, perchè permette di conciliare il gusto e la salute con un portafogli ogni giorno sempre più vuoto. Anche se non è semplice...



giovedì 18 aprile 2013

"Se questo è un uomo" di Giovanni Mazzillo

Se questo è un uomo


La qualità della vita è legata alle relazioni, all’amore tra le persone e di Dio per l’umanità. Un amore infinito, morto dietro i cancelli dei campi di sterminio. 
Dissolto negli abissi dell’odio.

di Giovanni Mazzillo(Teologo)

Q come Qualità, qualità della vita. 
“Se questo è un uomo”, s’interrogava e ci interroga ancora Primo Levi, mostrando a che cosa fosse ridotto il valore dell’essere umano nei campi di sterminio. “Se questo è un Dio” sembra domandare ogni volta la croce, mostrando, anche qui senza orpelli, a che cosa sia stato ridotto Dio, quando egli sulla nostra terra, trasformatasi anche per lui in una macchina di sterminio senza pietà, è stato arrestato, umiliato, flagellato, denudato e crocifisso. Quando leggerete queste righe, sarà già passata Pasqua, e con essa sarà già esplosa la vittoria della Vita sulla morte e tuttavia occorrerà sempre ripensare a quale prezzo e attraverso quale inaudita sofferenza.

In un abisso 
Non cesserà mai di inquietarci la duplice domanda, ormai diventata solo apparentemente duplice, dal momento che Dio ha conosciuto l’abisso cui uomini possono condurre altri uomini. Essendo egli il Dio della vita e della bellezza, la Bellezza medesima, disceso fino agli inferi, e avendoli conosciuti fino all’abiezione totale, la domanda coinvolge la qualità divina dell’uomo non meno di quanto non coinvolga la qualità umana di Dio. La qualità divina dell’uomo, che fin dall’inizio è apparso con le braccia protese verso il cielo, come a indicare sempre la sua destinazione, assecondando quella sua memoria quaerens, memoria che cerca continuamente le sue origini. 
Memoria del divino presente in lui e che l’uomo pertanto non si può rassegnare a vedere crocifissa, in qualsiasi angolo della terra ciò accada. L’incancellabile memoria della sua infinita dignità, anche quando questa apparisse per sempre perduta. 
E, dall’altra parte, la qualità umana di Dio, che nella persona di Gesù e nella sua sublime commistione di amore e di dolore, rende più acuta, quasi insopportabile la domanda: è mai possibile che un Dio fattosi tale per amore venga ridotto a questo stato dall’odio? Da una sorta di odio infinito che attenta l’amore, fino a volerne distruggere le ultime visibili tracce, per cancellarne qualsiasi memoria?...

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