Bakari andava al lavoro

๐๐ง ๐ ๐ซ๐ข๐๐จ ๐๐จ๐ง๐ญ๐ซ๐จ ๐ข๐ฅ ๐ฏ๐ฎ๐จ๐ญ๐จ ๐๐ก๐ ๐๐ข ๐ฌ๐ญ๐ข๐๐ฆ๐จ ๐๐จ๐ฌ๐ญ๐ซ๐ฎ๐๐ง๐๐จ ๐๐๐๐จ๐ฌ๐ฌ๐จ
๐ถ’๐̀ ๐ข๐’๐๐๐ ๐ ๐ก๐๐๐๐, ๐๐ข๐๐๐๐ ๐โ๐ ๐ ๐ก๐ ๐ก๐๐ ๐๐ ๐๐๐ก๐ก๐ ๐ ๐๐ ๐๐๐ก๐ก๐๐๐.
Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede.
In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta.
๐ท๐๐๐๐๐๐ ๐
๐๐๐๐๐ ๐
๐ ๐๐́ ๐๐๐ ๐๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐. ๐ฌ̀ ๐๐๐๐๐๐ ๐
๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐.
LA SOCIETร CHE ABBIAMO COSTRUITO
Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima.
E poi c’รจ una piazza, all’alba, e c’รจ Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava cosรฌ, bastava non conoscersi, per morire.
COSA SI ร ROTTO, ESATTAMENTE?
Viviamo dentro una societร che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Cosรฌ fluida da non riuscire piรน a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare.
IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE?
I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtร imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtร – ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐ – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata.
๐ฟ’๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐̀ ๐๐๐ฃ๐๐๐ก๐๐ก๐ ๐๐๐ข̀ ๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐ก๐ ๐๐๐๐’๐๐ ๐ ๐๐๐. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilitร in un’opportunitร di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi.
L’ANESTESIA TOTALE
Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza.
Il risultato รจ una generazione – anzi, piรน generazioni – che non sa piรน stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno.
“๐ฟ’๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐̀ ๐๐๐ฃ๐๐๐ก๐๐ก๐ ๐๐๐ข̀ ๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐กe. ๐ฟ๐ ๐๐๐ ๐ข๐๐ ๐๐๐๐๐ ๐๐๐ฃ๐๐๐ก๐̀ ๐๐ ๐ข๐๐ ๐ ๐๐๐๐๐ก๐̀ ๐ ๐ ๐ฃ๐๐๐ ๐๐ ๐๐๐๐ ๐ก๐๐๐ก๐ก๐ ๐ ๐ ๐ข๐๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐ข̀ ๐๐๐๐๐๐, ๐๐๐ข̀ ๐๐๐ฃ๐๐๐, ๐๐๐ข̀ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐ก๐ ๐๐ข๐๐๐๐ ๐โ๐ ๐๐๐ โ๐๐๐๐ ๐ฃ๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐ ๐ ๐๐๐ โ๐๐๐๐ ๐๐๐ก๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐ ๐ ๐๐ ๐๐๐๐ก๐๐๐.” (Fyodor Dostoevskij)
L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand.
E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che puรฒ attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente.
BAKARI
Era nato in Mali. ๐๐ฏ๐๐ฏ๐ ๐๐ญ๐ญ๐ซ๐๐ฏ๐๐ซ๐ฌ๐๐ญ๐จ ๐ข๐ฅ ๐ฆ๐จ๐ง๐๐จ ๐ฉ๐๐ซ ๐๐ซ๐ซ๐ข๐ฏ๐๐ซ๐ ๐ช๐ฎ๐ข, ๐ข๐ง ๐ช๐ฎ๐๐ฌ๐ญ๐ ๐ญ๐๐ซ๐ซ๐ ๐๐ก๐ ๐๐ก๐ข๐๐๐ ๐๐ซ๐๐๐๐ข๐ ๐ ๐ง๐๐ ๐ ๐ง๐จ๐ฆ๐ข, ๐๐ก๐ ๐ฏ๐ฎ๐จ๐ฅ๐ ๐ข๐ฅ ๐ฅ๐๐ฏ๐จ๐ซ๐จ ๐ ๐ซ๐๐ฌ๐ฉ๐ข๐ง๐ ๐ ๐ข๐ฅ ๐ฅ๐๐ฏ๐จ๐ซ๐๐ญ๐จ๐ซ๐, ๐๐ก๐ ๐ซ๐๐๐๐จ๐ ๐ฅ๐ข๐ ๐ข ๐๐ซ๐ฎ๐ญ๐ญ๐ข ๐ ๐๐ข๐ฆ๐๐ง๐ญ๐ข๐๐ ๐๐ก๐ข ๐ฅ๐ข ๐ก๐ ๐ฉ๐ข๐๐ง๐ญ๐๐ญ๐ข.
Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro.
Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, ๐ช๐ฎ๐๐ฅ ๐๐ข๐ ๐ฅ๐ข๐จ ๐๐ก๐ ๐๐๐๐ฌ๐ฌ๐จ ๐ง๐๐ฌ๐๐๐ซ๐̀ ๐ฌ๐๐ง๐ณ๐ ๐ฉ๐๐๐ซ๐, ๐๐ก๐ ๐๐ซ๐๐ฌ๐๐๐ซ๐̀ ๐๐จ๐ง ๐ฎ๐ง๐ ๐ฌ๐ญ๐จ๐ซ๐ข๐ ๐ญ๐ซ๐จ๐ฉ๐ฉ๐จ ๐ฉ๐๐ฌ๐๐ง๐ญ๐ ๐ฉ๐๐ซ ๐ฅ๐ ๐ฌ๐ฉ๐๐ฅ๐ฅ๐ ๐๐ข ๐ฎ๐ง ๐๐๐ฆ๐๐ข๐ง๐จ.
๐ต๐๐๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐ ๐ข๐ ๐ ๐๐๐๐๐๐. ๐ธ๐๐ ๐ข๐๐ ๐๐๐๐ ๐๐๐. ๐ธ ๐๐ข๐๐ ๐ก๐, ๐ ๐๐๐ ๐๐ข๐๐ ๐ก๐, ๐๐ฃ๐๐๐๐๐ ๐๐๐ฃ๐ข๐ก๐ ๐๐๐ ๐ก๐๐๐ ๐ ๐ก๐๐๐๐๐๐ ๐๐ ๐ฃ๐๐ก๐.
๐๐จ๐ง ๐๐๐ฌ๐ญ๐๐ฏ๐. ๐๐จ๐ง ๐̀ ๐๐๐ฌ๐ญ๐๐ญ๐จ. ๐๐
“๐บ๐๐ ๐๐ก๐๐๐๐๐๐ โ๐๐๐๐ ๐ข๐’๐๐๐ก๐ ๐๐๐ก๐๐๐: ๐ ๐๐๐๐ ๐๐ ๐ ๐๐๐ ๐ ๐ข๐๐๐๐๐ ๐ ๐๐๐ ๐โ๐๐๐ ๐๐๐๐๐ ๐ ๐ก๐๐ ๐ ๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐” (Giuseppe Prezzolini).
Non accettiamo la narrazione della fatalitร . Non accettiamo: ” ๐̀ ๐ ๐ก๐๐ก๐ ๐ข๐๐ ๐ก๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ง๐”, “๐๐๐ก๐๐ฃ๐ ๐๐๐๐๐ก๐๐๐ ๐ ๐โ๐๐ข๐๐๐ข๐ “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilitร collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalitร .
๐๐๐ค๐๐ซ๐ข ๐̀ ๐ฆ๐จ๐ซ๐ญ๐จ ๐ข๐ง ๐ฎ๐ง๐ ๐ฉ๐ข๐๐ณ๐ณ๐ ๐๐๐ฅ ๐ง๐จ๐ฌ๐ญ๐ซ๐จ ๐ฉ๐๐๐ฌ๐, ๐๐ฅ๐ฅ’๐๐ฅ๐๐, ๐ฉ๐๐ซ ๐ฆ๐๐ง๐จ ๐๐ข ๐ฌ๐๐จ๐ง๐จ๐ฌ๐๐ข๐ฎ๐ญ๐ข. ร morto perchรฉ qualcuno, piรน di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. ร morto in una societร che ha mercificato tutto tranne l’etica. ร morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. ร morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo.
Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola รจ giร un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare.
QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE
Non รจ una questione di sicurezza nelle piazze. ร una questione di cosa stiamo diventando.
Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profonditร , che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool.
“๐ฟ’๐๐๐๐๐๐ก๐๐ ๐๐๐ ๐’๐๐๐ก๐๐ ๐̀ ๐ ๐๐๐๐๐ ๐ข๐ ๐๐๐๐๐๐ก๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐ ๐ ๐ก๐๐ ๐ ๐. ๐ถ๐๐̀ ๐โ๐ ๐๐๐ ๐ ๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐๐ ๐๐๐๐’๐๐๐ก๐๐ ๐̀ ๐๐๐̀ ๐โ๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐ก๐ก๐๐ก๐ ๐๐ ๐๐๐.” (Carl Gustav Jung)
Dobbiamo scegliere. Tra una societร che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunitร che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non puรฒ farlo.
La piazza in cui รจ morto Bakari Sako era vuota di umanitร prima ancora che lui ci entrasse.
Riempiamola. Prima che si svuoti ancora.
๐ฉ๐จ๐ฒ๐จ๐น๐ฐ ๐บ๐จ๐ฒ๐ถ, ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐, ๐๐๐
๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐, ๐๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐
๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐.
๐ผ๐ ๐ ๐ข๐ ๐๐๐๐ ๐ฃ๐ ๐๐๐ก๐ก๐ ๐๐ ๐๐๐ก๐ ๐ฃ๐๐๐. ๐๐๐๐๐๐.
(fonte: Pressenza, articolo di Aurelio Angelini 17/05/26)