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mercoledì 14 gennaio 2026

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump. Cosa sta succedendo in Iran

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump.
Cosa sta succedendo in Iran

Secondo varie fonti i morti durante la repressione per le proteste a Teheran sarebbero migliaia, forse 12 mila. Lunedì sembrava essersi aperto un canale di dialogo fra il regime di Khamenei e la Casa Bianca. Ma il giorno dopo il presidente americano ha chiuso la porta ai negoziati, incitato i manifestanti a continuare la protesta e minacciato ancora di intervenire (“L’aiuto sta arrivando”)


“La situazione è ora sotto controllo totale”. Aveva detto lunedì il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, aggiungendo che “quello che sta succedendo ora non sono proteste, è una guerra terroristica contro il Paese”. Ma l’Iran resta una polveriera. Il regime iraniano fa muro di fronte all’ondata di proteste che dal 28 dicembre scorso sta travolgendo la Repubblica Islamica. Il blocco di internet ha isolato l’Iran dal resto del mondo. “Non ho nessuna notizia, non posso neanche sentire i miei genitori”, ci diceva domenica un conoscente iraniano che vive da tempo in Italia. Bloccando il web le autorità sperano di rendere difficili le comunicazioni fra i manifestanti, ma dal’Iran arrivano comunque immagini di folla nelle strade, automobili in fiamme, sacchi neri pieni di cadaveri all’esterno degli ospedali. L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) sostiene di aver verificato la morte di 1.850 manifestanti e l’arresto di 16.784 persone. Il sito di Iran International, con base a Londra, conta addirittura 12 mila morti. Il massacro sarebbe avvenuto soprattutto fra l’8 e il 9 gennaio. Ma si tratta di dati sui quali è impossibile una verifica indipendente.

Le proteste a Teheran

Secondo il Critical Threats Project dell'Institute for the Study of War, citato da Al Jazeera, domenica le proteste in Iran hanno iniziato a diminuire. Secondo il think tank statunitense, la diminuzione delle manifestazioni è probabilmente dovuta alla chiusura di Internet a livello nazionale da parte del governo e alla repressione dell'uso dei satelliti Starlink. Tuttavia il presidente americano Trump ha detto che intende parlare con Elon Musk per riattivare l’uso della rete Starlink in Iran. Come già avvenuto in passato, il regime ha organizzato una grande contromanifestazione di sostegno al governo.

Manifestazioni di sostegno alla protesta iraniana a Londra (REUTERS)

Le proteste in Iran sono cominciate a fine dicembre per esprimere il malcontento nei confronti della situazione economica del paese. Le sanzioni, la dispendiosa guerra contro Israele, la cattiva gestione dell’economia hanno provocato l’aumento dei prezzi e la perdita di valore della valuta locale, il rial, nei confronti del dollaro. Ben presto la protesta si è trasformata in una critica più ampia al regime iraniano. I manifestanti hanno intonato slogan come "Morte al dittatore" e "Iraniani, alzate la voce, gridate per i vostri diritti”. Domenica, HRANA ha riferito che ci sono state proteste in oltre 185 città in tutte le 31 province del Paese, con oltre 10.000 persone arrestate.

In un primo tempo il governo aveva riconosciuto le difficoltà economiche e il presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, aveva nominato un nuovo capo della banca centrale. Ma poi ha prevalso la linea dura. Mohammad Movahedi Azad, procuratore generale iraniano, sabato aveva dichiarato che i procedimenti legali contro i rivoltosi dovrebbero essere condotti "senza clemenza, pietà o appeasement". Ha avvertito che "tutti i criminali coinvolti" sarebbero stati considerati "nemici di Dio”.

La protesta, come è sempre accaduto in questi anni in Iran, è spontanea e senza leader autorevoli e riconoscibili. Il regime mostra ancora compattezza dietro il leader politico e spirituale, l’ayatollah Khamenei. Non arrivano notizie di defezioni da parte delle istituzioni armate del Paese, in primo luogo i Guardiani della rivoluzione e le milizie Basij. Dal suo esilio negli Stati Unti Reza Pahlavi, 66 anni, il figlio dell’ex Scià di Persia, che lasciò l’Iran a 19 anni in seguito alla rivoluzione khomeinista, si propone come figura di transizione verso la democrazia. In un intervento sul quotidiano Washington Post, Reza Pahlavi, ha scritto di farsi avanti “non come aspirante sovrano, ma come amministratore di una transizione nazionale verso la democrazia” che porti a una riconciliazione nazionale e a un referendum “per determinare la futura forma democratica di governo”. In qualche modo, sostengono alcuni iraniani che vivono all’estero, Pahlavi in questo momento è un simbolo che può unire, anche se sembra improponibile un ritorno della monarchia.

Quello che potrà accadere nei prossimi giorni è anche nella mani di Donald Trump. All’inizio della protesta Trump aveva affermato che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire" qualora il governo iraniano dovesse ricorrere alla forza letale contro i manifestanti, ed è stato informato dai vertici americani n merito a potenziali attacchi militari. Tuttavia Trump resta prudente. Un intervento militare contro l’Iran non è privo di rischi, anche per la minaccia di rappresaglie contro Israele e le basi militari Usa nella regione del Golfo. Un intervento di tipo dimostrativo rischia di essere troppo poco e anche controproducente. Un intervento più deciso potrebbe scatenare una reazione dura del regime, anche a danno dei manifestanti e della popolazione iraniana. Di fronte a questi rischi non sorprende che nelle ultime ore diano arrivati segnali di un possibile dialogo fra Teheran e Washington. “Come ho ripetuto più volte, siamo anche pronti a negoziare, ma solo se si tratta di negoziati equi e dignitosi, condotti su un piano di parità, nel rispetto reciproco e sulla base di interessi comuni”, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Trump ha confermato che i funzionari iraniani lo avevano chiamato "per negoziare", aggiungendo però che "potrebbe essere necessario agire prima di un incontro". Ma nelle ultime ore Trump ha inasprito i toni. Ha dichiarato di aver cancellato gli incontri con i funzionari iraniani, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a manifestare”, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”. Ma non ha specificato a quale tipo di aiuto sta pensando.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 12/01/2026 • Ultimo aggiornamento 14/01/2026 • 12:19)