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domenica 3 marzo 2019

Amore, gioia, sobrietà: tre parole per la santità di ogni giorno


Amore, gioia, sobrietà: 
tre parole per la santità di ogni giorno

"Prendi un po’ di vino con moderazione. La sobrietà cristiana" è un volume, a cura di Lucio Coco, che contiene il commento di San Giovanni Crisostomo al passo della Prima Lettera a Timòteo in cui l’apostolo Paolo invita il discepolo a bere del vino per la sua salute. 

Anticipiamo la prefazione del Papa al libro, edito dalla Lev, disponibile dal prossimo 6 marzo



La vita cristiana consiste nello scoprirsi amati da Dio Padre in maniera incondizionata e gratuita. Questa è la bella notizia del vangelo che Gesù ci ha annunciato e testimoniato «fino alla fine» (Gv 13,1) ma che è diventata realtà per ciascuno di noi il giorno di Pentecoste (cfr. At 2,1-13) – e nella pentecoste personale di ciascuno di noi che è il battesimo – quando lo Spirito santo, l’Amore Infinito del Padre per il Suo Figlio, è stato riversato nei nostri cuori. Davvero siamo amati come il Figlio Gesù, veri figli del Padre, autentici fratelli e sorelle gli uni per gli altri.

Accogliere questo dono gratuito cambia la vita e soprattutto trasforma lo sguardo sulla vita, su noi stessi, sugli altri, sul presente, sul passato e soprattutto sul tempo che ci attende: l’amore grande con il quale siamo amati (cfr. Ef 2,4) si manifesta come quella luce calda e forte che riveste di Sé la vita, la realtà, le relazioni. Come in un giorno di sole la natura, e perfino le nostre città, diventano più belle, così la fede e l’accoglienza dell’amore del Signore svelano quanto ogni dettaglio della nostra esistenza sia prezioso, unico, irripetibile, nonostante i problemi, le difficoltà e le nostre incoerenze. È anche per questo che ho iniziato la mia esortazione apostolica sulla santità con questo invito, preso dal Vangelo di Matteo (5,12): Gaudete et exsultate (rallegratevi ed esultate). La gioia, che è certamente diversa dall’euforia, è il sentimento di un cuore bagnato dall’amore – anche in mezzo alle prove della vita – ed è uno dei tratti autentici della vera santità, quella anche della persona «della porta accanto».

È una gioia autentica, semplice, che permette di gustare le opportunità di bene che la vita ci offre, che si manifesta tra l’altro anche in un buon pasto condiviso, in uno sguardo di comprensione e sostegno e – perché no? – in un brindisi per una ricorrenza o un traguardo di un amico… Mi riferisco a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri.

A volte, invece, anche noi cristiani, dimostriamo di non saper ancora gioire veramente delle cose della vita o perché corriamo dietro ai piaceri occasionali e passeggeri, o viceversa perché, ritrovandoci vittime di un certo rigorismo, siamo tentati a non cambiare, a lasciare le cose come stanno, a scegliere l’immobilismo, impedendo così l’azione dello Spirito, che porta con Sé la novità della gioia. La gioia dunque è un frutto del discernimento nello Spirito santo, che consiste proprio nella costante arte di preferire il noi all’io e le persone alle cose, nonostante i mille inganni che il male e il nostro egoismo ci tendono.

Infatti, questa gioia – che è una grazia vera e propria – va custodita e protetta, così come è il caso della fede, delle amicizie, delle relazioni: insomma, come tutte le cose importanti della vita. È un saggio atteggiamento spontaneo che tutti abbiamo: quando c’è qualcosa di valore, affettivo o economico che sia, ne abbiamo speciale cura ed è giusto che sia così.

La gioia dell’amore di Dio versata nel cuore dallo Spirito santo si custodisce attraverso la sobrietà, che è la capacità di sottomettere il desiderio del piacere e della soddisfazione personale alla misura del giusto e delle relazioni interpersonali. Infatti, nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana.

Questo libro contiene una breve omelia di San Giovanni Crisostomo, un Padre della Chiesa del IV secolo, famoso per la capacità oratoria, sepolto nella Basilica di San Pietro qui in Vaticano, in cui egli commenta un breve passaggio della Prima lettera di San Paolo a Timoteo, in cui lo invitava a bere «un po' di vino, a causa dello stomaco e dei […] frequenti disturbi» (1 Tm 5,23). In questo modo San Giovanni Crisostomo ha l’occasione di insegnare ai fedeli che la creazione è buona ma va saputa gustare, per scoprire che è stata fatta proprio per noi, per il nostro bene, come un dono prezioso, affinché ci scopriamo amati e possiamo gioire insieme.

Anche San Francesco d’Assisi, affetto da un malessere allo stomaco, siccome in convento i frati non avevano vino, benedì un bicchiere d’acqua che miracolosamente divenne dell’ottimo vino e che lo ristabilì in forze.

La sobrietà, dunque, e la gioia, sono due atteggiamenti che credo possano aiutarci a vivere la quaresima in vista della Pasqua, che è proprio la celebrazione della nostra risurrezione con Cristo, la nostra vita nuova, celebrata una volta per sempre nel battesimo, eppure rinnovata in particolare in ogni Veglia Pasquale. Che cos’è infatti la vita di Cristo in noi se non una vittoria dell’amore sulle nostre paure e preoccupazioni per noi stessi, che ci permette a nostra volta di essere dono, semplice e quotidiano, nelle piccole cose, per il Signore e per i fratelli? «La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre».2 È ciò che scrivevo nell’esortazione Gaudete et exsultate, quando ricordavo un passaggio degli scritti di Santa Teresa di Gesù Bambino:

Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, […] a un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi […]. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità.

Francesco