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mercoledì 12 dicembre 2018

Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - II Domenica di Avvento (C) - 09/12/2018




Omelia p. Alberto Neglia

- II Domenica di Avvento (C) -
09/12/2018


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... L'Avvento è attesa, c'è Qualcuno che viene  ... Colui che viene è venuto, si è fatto umano e tornerà alla fine dei tempi, ma stiamo attenti perché viene ogni giorno; così ci dicono i Vangeli, allora dobbiamo aprire gli occhi per sapere riconoscere la sua presenza, la sua voce che ci coinvolge e ci invita. ... 
La Parola si fa presente in Giovanni che vive in una situazione di deserto e invita alla conversione, credo che siamo tutti un po' invitati a cambiare mentalità, a uscire dall'indifferenza, io direi che il primo cambiamento di mentalità è uscire dall'indifferenza. Il Vangelo non ci può lasciare come prima, se ci tocca davvero il cuore Gesù, se ci lasciamo conquistare, se ci innamoriamo di Lui, non ci può lasciare indifferenti verso la società, verso i fratelli ... Gesù, se lo accogliamo, se davvero apriamo il cuore ... il primo cambiamento di mentalità è uscire dall'indifferenza ed essere persone responsabili nella società ...
Ci viene detto che ci sono dei burroni in questa storia nostra in cui molta gente precipita, siamo coinvolti a riempire questi burroni. Ci dobbiamo interrogare quali sono i burroni oggi dove tanta gente precipita muore di fame? Anche in Italia si parla di due milioni di famiglie in estrema povertà, molti vivono per le strade, dobbiamo pensarci.
Ma non solo, di fronte a questi fratelli che arrivano dovremmo interrogarci, chi ha provocato questi burroni? ...

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A settant'anni dalla «Dichiarazione universale dei diritti umani» le riflessioni di don Luigi Ciotti e di Alex Zanotelli

L’abisso che separa quelle parole dal mondo di oggi
di don Luigi Ciotti

La denuncia. A settant'anni dalla «Dichiarazione universale dei diritti umani» l'orizzonte è dominato da povertà, disoccupazione, guerre, disastri ambientali, migrazioni o, per meglio dire, deportazioni indotte. Un mondo dove il sogno di una società inclusiva, democratica, è stato abbandonato in nome di una logica economica selettiva, «algoritmi» del profitto non di rado coincidenti con dinamiche mafiose e criminali

Settant’anni ma è come se fosse stata scritta ieri. Ieri perché molti degli articoli della «Dichiarazione universale dei diritti umani» sono ancora lettera e non «spirito», carta e non «carne», vita e storia delle persone.

I diritti sono un cammino e una responsabilità. Qualcosa che nasce da un’aspirazione alla libertà e alla dignità, da un desiderio di pace e di giustizia. Dal sogno di una società dove chiunque, a prescindere da condizione, sesso, appartenenza etnica e culturale, riferimenti politici e religiosi, possa esprimere la sua personalità e mettere a disposizione le sue qualità e il suo talento. I diritti sono l’anello di congiunzione tra il bene del singolo e quello della comunità, nell’inesauribile tessitura che li lega e, vicendevolmente, li nutre.

Ma per arrivare a questo non basta la politica – che pure ha come prioritario compito il tradurre quell’aspirazione in realtà. Occorre il contributo di tutti, e oggi come non mai dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che se i diritti sono così fragili è anche perché non li abbiamo difesi con adeguata forza e continuità, svolgendo sino in fondo il nostro ruolo di cittadini.

Giusto allora denunciare lo scandaloso abisso tra il contenuto di quegli articoli e il mondo come si presenta oggi ai nostri occhi: povertà, disoccupazione, guerre, disastri ambientali, migrazioni o, per meglio dire, deportazioni indotte. Un mondo dove il sogno di una società inclusiva, democratica, è stato abbandonato in nome di una logica economica selettiva, «algoritmi» del profitto non di rado coincidenti con dinamiche mafiose e criminali.

Giusto denunciarlo così come denunciare una politica in gran parte impotente, inadeguata o spregiudicata fino al cinismo – vedi i negoziati con dittature e Paesi in mano a bande criminali per arrestare i flussi migratori, vedi la propaganda del sovranismo, dove l’odio e l’oblio – odio dello straniero, oblio della propria storia – diventano leve di consenso e di potere.

Giusto e necessario. Ma ancora più importante è impegnarsi perché l’anniversario di ieri diventi un nuovo inizio, una storia dei diritti tradotti davvero in linguaggio universale, in grammatica dei rapporti non solo fra Paesi e popoli, ma fra persone e ambiente, perché è tempo ormai – come ci ricorda la «Laudato sì» di Papa Francesco – di riconoscere alla Terra la sua inviolabile dignità e di elevarla a soggetto giuridico, soggetto di diritti.

Solo così i diritti umani possono riacquistare l’universalità che li definisce come tali e diventare nel concreto bene comune, base di una società dove ogni persona sia riconosciuta nel suo essere sempre fine e mai mezzo, artefice della propria e della altrui liberazione.
(fonte: Il Manifesto 11/12/2018)


Mai più l’«homo tenens» al centro
di Alex Zanotelli

1948-2018. Diritti umani e ingiustizie globali


Mai i diritti sono stati così tanto proclamati e così poco praticati come in questo momento storico. Il sistema economico finanziario produce molta più ricchezza che nel passato ma questa è molto peggio distribuita: 8 uomini detengono quanto 3miliardi e 600milioni di persone, quanto cioè i più poveri della terra, costretti a vivere con 2 dollari al giorno. Il 10% della popolazione mondiale consuma il 90% dei beni prodotti. Tra le 20 e le 30mila persone muoiono ogni anno, schiacciati da questo sistema iniquo.

Il risultato è che chi possiede il potere economico finanziario è armato fino ai denti: l’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace ci dice che nel 2017 sono stati spesi 1.739 miliardi di dollari in armi (2,2% del Pil mondiale), solo l’Italia ha investito 70 milioni al giorno in armamenti. Sono 36 le nazioni attualmente in guerra. Viviamo in un sistema economico militarizzato che pesa su un pianeta non più in grado di sostenerlo. La Terra naturalmente sopravviverà, è l’essere umano che non sarà più compatibile con la vita.

In questo scenario, la tribù bianca si sta rinchiudendo nei suoi confini: Europa, Australia, Stati uniti cercano di bloccare i migranti violandone i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo che pure è esplicitamente menzionato due volte nella Costituzione, la pietra angolare delle nostre leggi scritta da esuli rientrati dopo il fascismo. L’onda nera, che sta attraversando gli stati occidentali, decide di cancellare i diritti dei migranti perché la tribù bianca sente minacciato il proprio predominio sul mondo.

Per uscire da questa situazione di ingiustizia diffusa, insostenibile per l’ecosistema, è necessario ripensare radicalmente la struttura economico finanziaria e gli scambi commerciali: mai più si dovrà porre al centro l’homo tenens a spese dei più poveri.
(fonte: Il Manifesto 11/12/2018)



martedì 11 dicembre 2018

«Il Signore consola con la tenerezza» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
11 dicembre 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
La tenerezza della consolazione



A Natale Dio «bussa con le carezze» alla porta di ciascuno e sta a noi «non fare resistenza» al suo amore: spesso, infatti, abbiamo paura della sua «consolazione» e della sua «tenerezza», una «parola che oggi è sparita dal dizionario della nostra vita». È questa la nuova proposta spirituale per il tempo di Avvento suggerita da Papa Francesco nella messa celebrata martedì 11 dicembre a Santa Marta.

La prima lettura, ha fatto presente il Pontefice riferendosi al passo di Isaia (40, 1-11), «è un invito alla consolazione: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”». E il profeta spiega anche «come consolarlo: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa scontata perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”».

Questa, ha affermato il Papa, è «la consolazione della salvezza, la consolazione che ci porta la buona notizia che siamo stati salvati». Ed è questo «l’ufficio che nostro Signore risorto esercita, fa con i suoi discepoli: consolare». Infatti «in quei quaranta giorni il Signore consola il suo popolo: va da uno, dall’altro, dall’altro, parla, si fa vedere, si fa toccare e consola il suo popolo». Si tratta appunto dell’«ufficio di Cristo risorto: consolare».

«Ma noi, è una cosa curiosa, opponiamo resistenza alla consolazione» ha fatto notare Francesco. Questo atteggiamento «è una cosa che viene da dentro, come se fossimo più sicuri nelle acque turbolente dei problemi, dell’ansia, delle tribolazioni». E così «non vogliamo rischiare».

Dunque, ha insistito il Pontefice, «facciamo la scommessa sulla desolazione, sui problemi, sulla sconfitta». E allora «il Signore lavora, lavora con tanta forza ma trova resistenza: noi non abbiamo fiducia nella consolazione». Del resto, ha aggiunto, «lo vediamo anche con i discepoli, la mattina della Pasqua: “Sì, ma io voglio toccare e assicurarmi bene”». C’è la «paura di rischiare, la paura di un’altra sconfitta». Anche «i discepoli di Emmaus non volevano essere consolati, si allontanavano: “No, no, una sconfitta basta! Un’altra noi non la vogliamo”».

«Noi siamo attaccati a questo pessimismo spirituale, facciamo resistenza» ha affermato il Papa. «Io penso a questo — ha confidato — quando nelle udienze pubbliche alcuni genitori mi fanno avvicinare il bambino perché io lo benedica o lo prenda con me o lo abbracci». Però «alcuni bambini mi vedono e strillano, incominciano a piangere, hanno paura: ma cosa succede? Eh, poverino, il piccino mi vede in bianco e pensa al dottore e all’infermiere che gli ha fatto le punture per il vaccino e pensa: “No, un’altra no!”». Ma, ha ricordato Francesco, «anche noi siamo feriti dentro e abbiamo paura delle carezze del Signore, siamo un po’ così».

«Consolate, consolate il mio popolo» è il grido di Isaia. «E il Signore consola con la tenerezza» ha spiegato il Pontefice. Ma la tenerezza «è un linguaggio che non conoscono i profeti di sventura, è una parola cancellata da tutti i vizi che ci allontanano dal Signore: vizi clericali, vizi dei cristiani un po’ che non vogliono muoversi, tiepidi». Perché «la tenerezza fa paura».

«“Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”: così finisce il brano di Isaia» ha rilanciato il Papa, scandendo: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Proprio «questo è il modo di consolare del Signore: con la tenerezza» ha ripetuto Francesco. Perché «la tenerezza consola: le mamme, quando il bambino piange, lo accarezzano e lo tranquillizzano con la tenerezza». E invece «tenerezza è una parola che il mondo d’oggi, di fatto, cancella dal dizionario».

«Il Signore ci invita a lasciarci accarezzare da lui, consolare da lui», ha proseguito il Pontefice. «Questo ufficio del Signore di consolare — ha aggiunto — ci aiuta anche in questa preparazione al Natale, ci risveglia un po’». Tanto che «oggi, nell’orazione colletta, abbiamo chiesto la grazia di una “sincera esultanza”, cioè di questa gioia semplice ma sincera. E anzi, io direi che lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione». Non va dimenticato, infatti, che «anche nei momenti brutti i martiri entravano nel Colosseo cantando». E così fanno «i martiri di oggi: penso ai bravi lavoratori copti sulla spiaggia della Libia, sgozzati», che «morivano dicendo: “Gesù, Gesù!”». In questo «c’è una consolazione, dentro, una gioia anche nel momento del martirio».

Dunque, ha spiegato Francesco, «lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione, che non è lo stesso dell’ottimismo, no: l’ottimismo è un’altra cosa»; ma «la consolazione, quella base positiva: si parla di persone luminose, positive». E «la positività, la luminosità del cristiano è la consolazione».

Certo, «nei momenti in cui si soffre non si sente la consolazione». Tuttavia «la consolazione regala la pace» ha rilanciato il Pontefice. E «un cristiano non può perdere la pace, perché è un dono del Signore: il Signore la offre a tutti, anche nei momenti più brutti». In questa prospettiva, ha suggerito il Papa, è bene «chiedere questo al Signore: “Signore, che io in questa settimana di preparazione al Natale mi lasci consolare da te, che non abbia paura di lasciarmi consolare, che io non abbia paura. Che anche io mi prepari al Natale almeno con la pace: la pace del cuore, la pace della tua presenza, la pace che danno le tue carezze”».

Certo, bisogna riconoscersi peccatori; ma occorre farlo con la certezza — ha suggerito Francesco riferendosi al passo liturgico di Matteo (18, 12-14) — di quello che «ci dice il Vangelo di oggi: il Signore che consola come il pastore, se perde uno dei suoi va a cercarlo, come quell’uomo che ha cento pecore e una di loro si è smarrita». Così «fa il Signore con ognuno di noi». Magari «io non voglio la pace, io resisto alla pace, io resisto alla consolazione, ma lui è alla porta, lui bussa perché noi apriamo il cuore per lasciarci consolare e per lasciarci mettere in pace». E «lo fa con soavità: bussa con le carezze».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Dieci aperture necessarie alla scuola di Franco Lorenzoni


Dieci aperture necessarie alla scuola

di Franco Lorenzoni


Il 10 dicembre parte la campagna nazionale “Mille scuole aperte per una società aperta” promossa dal tavolo Saltamuri, al quale hanno aderito finora oltre cento tra associazioni, gruppi, scuole e comuni.

Stiamo raccogliendo in tutta Italia adesioni di insegnanti e intere scuole e che stanno promuovendo e realizzando percorsi di educazione ai diritti, alla cittadinanza, allo studio delle migrazioni e alla comprensione delle diverse realtà del mondo. Per aderire e segnalare i diversi percorsi e iniziative vi chiediamo di segnalarle nel modulo google qui linkato.

Ma cosa intendiamo quando diciamo che la scuola deve essere aperta?

Provo qui a indicare dieci aperture che ritengo necessarie alla scuola oggi, intrecciando il ragionamento con le quattro libertà evocate in un celebre discorso Franklin Delano Roosvelt, unanimemente riconosciuto come punto d’avvio dell’elaborazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, che sarà redatta da un comitato coordinato da sua moglie Eleonor e sottoscritta il 10 dicembre di settant’anni fa. È importante ricordare che quel discorso fu pronunciato il primo gennaio del 1941, quando mezza Europa era occupata dalle truppe naziste.

Dieci aperture che possono aiutarci a rendere attuale e concreta nella scuola la Dichiarazione Universale dei diritti umani

1. L’apertura personale

La prima apertura che sta a cuore a noi che educhiamo riguarda la soglia tra il dentro e il fuori. Noi non possiamo permettere che “i tesori di un solo bambino o ragazzo siano murati dentro e isteriliti”, per usare un’espressione di don Lorenzo Milani.

Bambine e bambini fin da piccoli, nella scuola, devono avere il diritto di portare fuori ciò che hanno dentro e questo, naturalmente, vale anche per gli adolescenti. Ma per fare uscire ciò che abbiamo dentro dobbiamo possedere la parola e sentire la fiducia di poter varcare liberamente quella soglia. Per questo è necessario che ci sia un contesto di ascolto perché, per costruire la fiducia nel proprio pensiero, è fondamentale che qualcuno ci ascolti e ci rimandi in qualche modo il valore di ciò che esprimiamo. Ecco allora che il dialogo diventa l’architrave della relazione educativa, che non vive se non è reciproca. Come insegnante, se chiedo ascolto devo prima ascoltare, perché in educazione l’esempio vale più delle parole.

L’apertura del bambino che un giorno scopre qualcosa e mostra col suo sguardo stupito di accorgersi che sa ragionare, riconoscendo nel suo pensare un atto creativo, è ciò che dà corpo e sostanza nella scuola alla Libertà di parola e di espressione, che è la prima delle quattro libertà del discorso di Roosvelt.

2. L’apertura alla comunità

La seconda è l’apertura alla comunità, molto legata alla prima. Io sento che abbiamo trasformato una classe in comunità quando c’è curiosità reciproca. Il bambino o ragazzo si apre alla comunità, sente di far parte di una comunità quando è desideroso di sentire cosa pensano gli altri, quando tutti sperimentiamo che l’ascoltarsi reciprocamente è un atto generativo e io comprendo meglio un teorema o una poesia guardandolo anche attraverso i tuoi occhi. C’è dunque comunità quando c’è ascolto e curiosità reciproca, quando sentiamo che tra noi si è creato un organismo in cui tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno delle parole dei compagni per comprendere meglio i nostri pensieri. E in questo passaggio delicato alla comunità, che ha bisogno di tempo perché è necessariamente lento, il ruolo di promozione e mediazione di noi adulti è fondamentale. Si tratta infatti di una costruzione impegnativa, faticosa, mai lineare, di cui dobbiamo assumerci pienamente la responsabilità, incarnando con i nostri gesti prima che con le parole la necessità, coscienti di quanto sentirsi comunità aiuti profondamente tutti nell’acquisire saperi e apprendimenti.

3. L’apertura alle differenze

Riguardo all’apertura alle differenze la scuola italiana ha un passato glorioso e impegnativo perché è stata tra le prime in Europa ad accogliere, dal 1977, ragazzi portatori di disabilità. Un ingresso che non sempre è stato accompagnato da misure, capacità e qualità di formazione dei docenti all’altezza della sfida, ma che configura una delle caratteristiche più interessanti e avanzate della nostra scuola. Da oltre vent’anni la scuola si sta misurando con nuove sfide portate dal crescere dell’emigrazione, che ha portato migliaia di bambini e nuove geografie a popolare le nostre classi. Insegnare a gruppi di bambini e ragazzi che hanno alle spalle altre lingue, altre religioni e altri modi di porsi e di vedere il mondo è certamente difficile. Necessita, da parte nostra, una trasformazione nel nostro modo di lavorare. Dobbiamo ragionare su come valorizzare queste differenze considerando che la lingua di origine porta con sé una visione del mondo, perché ogni lingua non solo comunica, ma dà forma al mondo. Noi siamo chiamati ad insegnare a tutti la nostra lingua ed è importante che i bambini che vengono da tanti diversi continenti parlino bene l’italiano. Dobbiamo dare la possibilità a tutti di parlare la nostra lingua nel modo più ricco e articolato possibile e sono profondamente convinto che lo sforzo che comporta l’aprirsi alla disomogeneità sia ripagato dalle straordinarie possibilità che ci offre il potere osservare il mondo da tanti punti di vista (leggi anche Elogio della disomogeneità).

Questo è uno dei principali terreni su cui con il tavolo Saltamuri ci vogliamo dare coraggio reciprocamente, perché sappiamo che il cammino sarà un lungo e che cooperare, scambiarci esempi e pratiche positive ci può essere di grande aiuto.

A questo proposito è importante ricordare che la seconda libertà evocata da Roosvelt è la libertà di religione, che lui nomina in modo molto pregnante, sostenendo il diritto e la libertà di ogni persona di rivolgersi a Dio a suo modo.

4. L’apertura della classi

Un’altra apertura necessaria è quella delle classi. Le classi aperte permettono di introdurre movimento dentro a un’istituzione spesso troppo rigida. Una dirigente che lavora a Montecastrilli, in Umbria, che ha portato la sua esperienza nell’incontro del 24 novembre a Roma, sostiene con i suoi docenti che non devono definirsi e considerarsi insegnanti di matematica, di inglese o di arte, ma insegnanti della scuola, che lavorano a un progetto educativo unitario costruito dalla comunità docente, a cui ciascuna disciplina dà il suo apporto. Pensare che un’istituzione come la scuola possa essere attraversata da un movimento è importante. Aumenta la responsabilità di noi insegnanti e ci invita a sporgerci al bordo delle nostre competenze. Permette di non irrigidire la didattica disciplinare, scoprendo che è nell’incrocio tra diversi ambiti e saperi che possiamo forgiare gli strumenti per provare a comprendere il mondo, gli altri e noi stessi, intrecciando anche le qualità portate delle diverse età.

5. L’apertura al corpo, alla natura

Quest’apertura è vitale e necessaria, soprattutto oggi che bambini e ragazzi trascorrono una quantità smisurata di tempo incollati a schermi di ogni dimensione. Abbiamo grande bisogno di guardare il cielo, osservare la pioggia, giocare con la terra, stupirci dei giochi che la luce compie con le fronde di un albero. Dobbiamo avere la possibilità di modellare la terra e giocare e fare composizioni con materiali naturali, dobbiamo poter costruire con le mani oggetti e figure per pensare. E tutto deve partire dal corpo. La prima natura che incontriamo è infatti il nostro corpo, che deve potere essere vivo tutto intero nella scuola, deve potersi muovere, uscire, esplorare. Se il corpo è attento e lo poniamo al centro, si possono indagare mille connessioni e scoprire il cuore di una educazione ecologica indispensabile, che sta nel riuscire a percepire il nostro pianeta come qualcosa di tuttattaccato, come disse una volta una bambina.

6. L’apertura alla città

L’apertura alla città è forse la più difficile da realizzare, ma non possiamo pensare di educare senza stabilire una relazione continua con il territorio che ci circonda esplorandone gli spazi e cercando di tentare collegamenti con chi abita il paese o la porzione della città in cui si trova la scuola. A partire dai genitori, naturalmente, che può essere interessante coinvolgere perché portino nella scuola i loro mestieri, le loro esperienze e conoscenze, talvolta i viaggi che li hanno portati a vivere qui (leggi e firma il Manifesto dell’educazione diffusa ndr). Faccio un esempio. A Cetona, in provincia di Siena, una classe di scuola media, che viveva al suo interno alcune difficoltà relazionali, ha compiuto per un intero anno un percorso teatrale insieme a giovani profughi richiedenti asilo, ospiti nel paese. Lo ha fatto avvalendosi delle capacità di una operatrice formatasi nell’esperienza del Teatro povero di Montichiello, esempio particolarissimo di teatro popolare che coinvolge da cinquant’anni gli abitanti di un intero paese toscano. In questo caso il teatro è stato il linguaggio e il tramite di un’apertura che ha permesso di superare molti stereotipi e diffidenze reciproche, regalando al paese un momento corale a fine anno. Una manifestazione pubblica realizzata grazie al teatro, in cui si è vissuta una familiarità inimmaginabile nei mesi precedenti. Ecco un caso, come ce ne sono molti altri nel nostro paese, in cui la scuola è stata migliore e più avanti rispetto alla società che la circonda, fecondando positivamente il territorio.

C’è un altro aspetto in cui la scuola può svolgere un ruolo fondamentale, ed è quando si confronta con le tante ferite e fratture, ingiustizie e disparità che avviliscono il vivere sociale.

Farsi carico delle fragilità dei singoli alunni da parte della scuola comporta una relazione convinta e costante di noi insegnanti con i servizi sociali, le ASL, le circoscrizioni o i comuni. Spesso a scuola ci troviamo a scoprire e a dover denunciare situazioni di violenza o gravi sofferenze patite dai minori o, in altri casi, ci troviamo a dover dare una mano nel costruire ponti tra famiglie avvilite da forti disagi e le istituzioni.

Qui incontriamo la terza libertà evocata da Roosvelt che è la libertà dal bisogno, che tradotta in parole semplici dallo stesso presidente “significa conoscenze economiche che assicurino ad ogni nazione una vita sana e pacifica per i propri abitanti – ovunque nel mondo”. Cioè il diritto a un lavoro, a una casa e al bisogno di sentirsi di casa.

Simone Weil, nel suo Studio per una dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, scritta nel 1943, fa una considerazione che chi educa credo debba tenere in gran conto:

“Quando, in conseguenza delle azioni o delle omissioni degli altri uomini, la vita di un uomo è distrutta o mutilata da una ferita o da una privazione dell’anima o del corpo, in lui non è solo la sensibilità a subire il colpo, ma anche l’aspirazione al bene. C’è allora sacrilegio verso ciò che l’uomo racchiude di sacro”.

Chi lavora nella scuola ha esperienza di bambini e ragazzi a cui troppe sofferenze e ingiustizie hanno provocato la più grave delle sottrazione, che è l’aspirazione al bene.

Ecco allora che la mancata libertà dal bisogno di cui parla Roosvelt ha conseguenze non solo sul piano sociale, ma sulla natura profonda dell’essere umano che siamo chiamati a sostenere nella sua crescita.

7. L’apertura all’arte e alla bellezza

Bambini e ragazzi hanno diritto di incontrare letteratura e musica, pittura e architettura così come cinema e teatro. La scuola deve aprirsi alla grande arte perché l’incontro con la bellezza, come dimostrano molteplici esperienze, porta a vaste aperture intime e sociali. Permette una più profonda comprensione di se stessi e degli altri e offre l’opportunità di apprezzare la straordinaria molteplicità di narrazioni che provengono da ogni parte del mondo, attraverso ogni tipo di linguaggio. Del resto anche la Dichiarazione del 1948 sostiene che “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”.

8. L’apertura al nuovo, al non sperimentato

Il mondo è in continuo mutamento e così le culture. Nascono nuove parole e diamo nuovi significati a vecchie espressioni.

Lunghe battaglie femministe hanno portato all’abolizione dell’infamia che chiamava l’assassinio di una donna delitto d’onore e aveva come corrispettivo giuridico un’attenuazione della pena, giustificata a cominciare dal modo in cui si nominava il delitto nel linguaggio. Ancora oggi si scrive di delitti passionali, mentre si è cominciato a chiamarli sempre più femminicidi, per indicare delitti che nascono dal non riconoscimento della libertà di scelta delle donne. È un esempio illuminante di quanto sia importante, in ogni avanzamento nella costruzione di maggiori diritti, il sapere mutare il linguaggio, che informa il modo in cui pensiamo alle cose.

La parola nonviolenza, ad esempio, è molto lontana dall’essere pienamente compresa, pur essendo stata alla base di rivolte epocali.

Poi ci sono i nuovi strumenti e le nuove tecnologie di cui disponiamo, che mutano profondamente modi di comunicare e probabilmente di pensare, verso i quali non possiamo non essere aperti, per poterli intendere e utilizzare in modo critico e intelligente.

Un’espressione che pensavamo superata e bandita dal linguaggio pubblico è quel me ne frego, a cui Don Milani e i ragazzi di Barbiana contrapposero I care, mi importa, che fu l’emblema di quella scuola di emancipazione dall’ignoranza e dalla povertà. Anni fa un dirigente di una scuola primaria di Roma con alta presenza di figli di immigrati, cominciò a dire che il suo Istituto era una scuola internazionale, capace di coinvolgere le famiglie dichiarando così, a partire dal linguaggio, che una difficoltà nascondeva una opportunità.

9. L’apertura contro la paura

L’ultima libertà richiamata Roosvelt è la libertà dalla paura.

E forse questa è tra le più necessarie oggi, in un tempo in cui si cerca di iniettare il veleno dell’odio nel corpo sociale a partire dalla paura del diverso – oggi del nero soprattutto – trasformando l’istintiva diffidenza, dovuta ai tanti pregiudizi, in xenofobia, che a volte arriva a comportamenti discriminatori e razzisti. Di fronte a nuove forme di discriminazione sancite da leggi ingiuste, che riportano tristemente nel nostro paese forme di razzismo istituzionale, a ottant’anni dall’emanazione delle leggi razziali del 1938.

Superficialità di giudizio, affermazioni non dimostrate e generalizzazioni indebite diffuse ad arte nel linguaggio pubblico e nei social alimentano l’odio. Nell’articolo 7 la Dichiarazione universale dei diritti umani condanna esplicitamente l’incitamento alla discriminazione, che nella storia ha portato alle peggiori forme di imbarbarimento, fino al perpetrarsi di genocidi.

Di fronte a tutto ciò la scuola può e deve essere un luogo protetto, dove è possibile aprirsi agli altri e coltivare, far crescere e diffondere quelle piante pioniere che hanno a cuore l’arte, la cultura e la lingua della convivenza.

10. L’apertura alla disubbidienza civile, all’imparare a vedere le cose da un altro punto di vista

È importante essere chiari e convincerci che, se ci opponiamo a una legge ingiusta che priva di cittadinanza 800.000 ragazzi nati qui o che frequentano da tempo le nostre scuole, non siamo noi ad essere trasgressivi, ma piuttosto a prendere alla lettera ciò che prescrive la Costituzione. Ugualmente riguardo al famigerato decreto legge numero 113 che, intrecciando pretestuosamente e demagogicamente sicurezza e immigrazione, abolisce la protezione umanitaria (leggi anche Confini e confino di Alessandra Algostino).

Sulla necessità di educare alla disobbedienza, don Milani usò parole di grande forza nella sua Lettera ai giudici:

Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”.

In un mondo in continua trasformazione, di fronte a sempre nuove questioni aperte, nella scuola abbiamo il dovere di educare alla legalità, ma non possiamo esimerci dal porci e porre all’attenzione di ragazze e ragazzi le contraddizioni che caratterizzano il nostro tempo e la necessità di immaginare nuove soluzioni ai problemi di oggi. L’apertura alla disubbidienza è dunque particolarmente necessaria oggi.

Luigi Manconi, in Corpo e anima scrive:

“Si è immaginato che il principio di legalità di per sé fosse capace di determinare un processo di emancipazione dei gruppi sociali più deboli attraverso la forza della legge positiva, nonché di una loro inclusione nel sistema della cittadinanza in virtù dell’affermazione di regole e norme. (…) Se così fosse noi dovremmo escludere dalla scena pubblica e dalla sfera politica tutto il grande repertorio della disobbedienza civile, il tema della resistenza e quello del conflitto. Secondo una simile ottica l’intera azione pubblica dovrebbe ridursi a una mobilitazione per la legalità. E, invece, l’affermazione della legalità è solo una parte di un’idea più ampia e assai più complicata della politica. Che comprende anche quella funzione vitale che è la tensione tra soggettività e norma”.

Credo che queste considerazioni riguardino da vicino il mestiere dell’educare perché la scuola necessariamente si situa tra passato e futuro e deve educare a una profonda apertura verso prospettive e paesaggi non ancora esplorati.

Assumiamoci le nostre responsabilità

Quaranta anni fa, dopo una lunga battaglia, fu varata una legge che chiudeva i manicomi, veri e propri lager in cui per secoli erano stati reclusi i malati di mente in condizioni disumane. Lo psichiatra Franco Basaglia, che portò con altri all’approvazione di quella legge e di quella liberazione, nei mesi che seguirono quella svolta epocale chiese all’Alitalia e riuscì a farsi noleggiare un aereo, per permettere ai malati di mente di fare un volo sopra Trieste e vedere finalmente dall’alto una città che non avevano mai potuto abitare, perché reclusi da decenni.

Stiamo vivendo il peggior momento politico dal dopoguerra. Quella capacità di osare l’impensabile, quel volo, quella visione, è ciò di cui abbiamo bisogno nel nostro lavoro educativo quotidiano, assumendoci in prima persona le nostre responsabilità.

Il Tavolo saltamuri ha ora una pagina facebbok “SaltaMuri” e un sito www.saltamuri.it Si possono chiedere informazioni a tavolo.saltamuri@gmail.com
(fonte: Comune-info)

Rasati per solidarietà. Il gesto dei rugbisti del Benetton Treviso per l'amico malato

Rasati per solidarietà.
Il gesto dei rugbisti del Benetton Treviso per l'amico malato


Un’intera squadra di rugby, la Benetton di Treviso, ha i crani rasati a zero. Non solo la squadra intesa come giocatori, ma anche come allenatore, dirigenti, magazzinieri. Sono tutti malati di tumore e sotto chemio? No, uno solo. Ma tutti gli altri han deciso di fargli compagnia. La decisione l’han presa subito, appena il compagno s’è ammalato ed è stata fatta la diagnosi: allora fu chiaro che la cura avrebbe attraversato un momento duro, l’amico avrebbe perso i capelli, e il cranio pelato avrebbe rivelato al mondo che era malato. Lui si sarebbe depresso e vergognato? In quest’epoca c’è anche una vergogna del non star bene, non poter rendere al massimo. I compagni han deciso di mimetizzarsi con lui: eran tutti capelluti quando lui stava bene, e quindi lui non si distingueva, saranno tutti rapati ora che lui sta male. Gliel’han detto in anticipo? No. Volevano fargli una sorpresa. Vedendo la faccia turbata e commossa di lui, volevano sentire che si turbavano e si commuovevano anch’essi.

Lui si chiama Nasi Manu. Sono andati dal barbiere? No, han chiamato il barbiere negli spogliatoi: gli spogliatoi sono il luogo dove la squadra si compatta prima della partita, e governare lo spogliatoio, caricare di tensione i giocatori, fa parte del mestiere dell’allenatore. Un allenatore che non sa governare lo spogliatoio, vuol dire che non ha in pugno la squadra, e quindi rischia di perdere il posto. Quel che i giocatori si dicono, si promettono, si giurano negli spogliatoi, fa già parte della partita. Ci son partite di calcio che Sky comincia a trasmettere un quarto d’ora prima che comincino, in quel quarto d’ora va negli spogliatoi e ci fa vedere i calciatori, chi incontra chi, che atmosfera regna. La partita è già cominciata.

Così la squadra del Benetton ha deciso che il rito della rasatura doveva avvenire negli spogliatoi, perché quello è lo spazio di saldatura fra i giocatori. Alla decisione non ha fatto seguito subito l’attuazione, perché c’eran delle trasferte all’estero di alcuni giocatori, membri delle loro nazionali, e non si voleva mostrare la rasatura di alcuni sì e di altri no. Si è aspettato che tutti fossero presenti. Si voleva che l’amico sfortunato sentisse l’affetto di tutti, nessuno escluso. Si usa spesso l’espressione 'fare squadra'. Ecco cosa significa. Non significa soltanto giocare come gruppo, ma vivere come gruppo. Il taglio dei capelli era un rito unificante. Perciò è stato filmato, in modo che possa esser rivisto quando è utile rivederlo. Si dice (non lo so se sia vero, ma mi piace crederlo) che nell’ultima partita del Triplete, Mourinho abbia tenuto alla squadra, naturalmente nello spogliatoio, un’arringa brevissima, questa: 'Ragazzi, non siete più giovanissimi.

O adesso o mai più'. «Li suoi compagni fece lui sì aguti, con quest’orazion picciola, che a stento poscia li avrìa ritenuti». E infatti vinsero. Sotto le Piramidi Napoleone arringò il suo esercito dicendo: «Soldati, trenta secoli di storia vi guardano». Qui al Benetton si guarderanno il video, per sentirsi uniti. Perché spartire il bene unisce, ma spartire il male di più. E non c’è dubbio che il Benetton, che per una disgrazia del genere poteva anche scomporsi e sfaldarsi, si trova adesso più compatto di prima. E il compagno malato non si sentirà causa di una crisi della squadra, ma del rafforzamento. Si racconta che, pranzando a casa di amici giapponesi, Sartre fosse imbarazzato dopo che s’era tolto le scarpe e accoccolato sul tappeto, perché aveva un buco nel calzino. Gli ospitanti si allontanarono un attimo e tornarono tutti con lo stesso buco nel calzino. L’amico è sacro e non deve sentirsi a disagio. Se ha disagio, spartiscilo con lui. È quel che fa la squadra Benetton. Non so con chi gioca la prima partita, ma spero che vinca. 

(P.S.: Treviso ieri ha compiuto un’impresa battendo gli Harlequins londinesi 26-21).
(fonte: Avvenire, articolo di Ferdinando Camon 9/12/2018)

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lunedì 10 dicembre 2018

«La fede tocca il cuore del Signore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
10 dicembre 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
L'atto di fede

Consiglio pratico per vivere l’Avvento: rileggere il capitolo 9 del vangelo di Giovanni che racconta «l’atto di fede» del ragazzo nato cieco. Perché «con la fede tutto è possibile» e solo con la fede possiamo celebrare il Natale per quello che realmente è, senza cadere in tentazioni «mondane o pagane», «teologizzanti o moraleggianti». Così Papa Francesco ha rilanciato la verità sul Natale nella messa celebrata lunedì 10 dicembre a Santa Marta.

Del resto, ha fatto subito notare nell’omelia, «all’inizio della messa, nell’orazione colletta, abbiamo chiesto al Signore la grazia di prepararci per celebrare con vera fede il Natale». Difatti si è così pregato: «Salga a te, o Padre, la preghiera del tuo popolo, perché nell’attesa fervida e operosa si prepari a celebrare con vera fede il grande mistero dell’incarnazione del tuo unico Figlio». E con queste parole, ha aggiunto Francesco, «abbiamo chiesto la fede nel mistero di Dio fatto uomo».

E proprio «la fede anche oggi, nel Vangelo, fa vedere come tocca il cuore del Signore» ha rilanciato il Pontefice, facendo riferimento al brano di Luca (5, 17-26). «Il Signore — ha ricordato — tante volte torna sulla catechesi sulla fede, insiste». E così nel passo evangelico si legge che Gesù vide la fede delle persone che gli portarono davanti un uomo paralitico. Egli «vide quella fede, perché ci vuole coraggio per fare un buco sul tetto e far calare un lettuccio con l’ammalato lì, ci vuole coraggio». E questo coraggio sta a dimostrare che «questa gente aveva fede: loro sapevano che se l’ammalato fosse arrivato davanti a Gesù sarebbe stato guarito». Per questo Luca scrive: Gesù «vedendo la loro fede...».

Del resto, «tante volte Gesù torna sull’argomento della fede» ha affermato il Papa. E «lo vediamo nel Vangelo: pensiamo al centurione, per esempio, quando Gesù è rimasto colpito dalla fede di quell’uomo e dice: “mai ho trovato fede così in Israele”». Poi, ha proseguito, «pensiamo alla donna, quella siro-fenicia che seguiva Gesù e chiedeva, chiedeva e Gesù non l’ascoltava; chiese “almeno le briciole del pane per i figli” e Gesù: “Ma quanta fede! Non l’ho trovata in Israele”». E, ancora, «pensiamo a quell’altra signora che aveva dei flussi di sangue: soltanto voleva toccare l’orlo del manto mentre Gesù andava a guarire la figlia di Giairo».

«Fede», dunque. E «Gesù ammira la fede nella gente: non solo rimprovera la gente di poca fede, rimprovera Pietro — “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” — e rimprovera quel povero papà del bambino indemoniato: “Se tu puoi fare qualcosa” — “Tutto è possibile a quello che crede”». Egli «con forza lo dice, rimprovera», perché «tutto è possibile alla fede, e poi dice: “Se voi avete la fede come un grano di senape, direste a quel monte: ‘vai nel mare’ e quello si butterebbe nel mare”». Con la fede, dunque, «tutto è possibile», ha ripetuto Francesco. E «oggi abbiamo chiesto questa grazia: in questa seconda settimana dell’Avvento, prepararci con la fede, a celebrare il Natale».

«È vero che il Natale, lo sappiamo tutti, tante volte si celebra non con tanta fede, si celebra anche mondanamente o paganamente» ha riconosciuto il Papa. Ma, ha proseguito, «il Signore ci chiede di farlo con fede e noi, in questa settimana, dobbiamo chiedere questa grazia: di poter celebrarlo con fede». Anche se, ha aggiunto, «non è facile custodire la fede, non è facile difendere la fede, non è facile».

«Pensiamo a quel ragazzo cieco dalla nascita» di cui Giovanni parla nel capitolo 9 del suo vangelo, ha suggerito il Pontefice, riferendosi in particolare alla «lotta che ha avuto per essere coerente, per dire la verità». Ed «è bello come finisce quel brano del Vangelo: Gesù lo trova, conosceva la lotta di questo ragazzo, e gli fa la domanda: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”». Quel ragazzo «era intelligente» e rispose: «chi è?» proprio perché «non prendeva per buone le cose che non capiva». E alla risposta di Gesù — «Sono io, che parlo con te» — quel «ragazzo si inginocchiò e adorò Gesù». Ecco «l’atto di fede».

«Ci farà bene oggi e anche domani, durante la settimana — ha proposto Francesco — prendere questo capitolo 9 di Giovanni e leggere questa storia tanto bella del ragazzo cieco dalla nascita». E «finire dal nostro cuore con l’atto di fede: “Credo, Signore, aiuta la mia poca fede, difendi la mia fede dalla mondanità, dalle superstizioni, dalle cose che non sono fede, difendila dal ridurla a teorie, siano esse teologizzanti o moraleggianti»: che sia «fede in te, Signore». Per questo, ha concluso, il Papa «chiediamo questa grazia e leggiamo questo passo di Giovanni».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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10 DICEMBRE – Giornata Mondiale dei Diritti Umani - "Dichiarazione d’amore" di Tonio Dell'Olio - I diritti umani hanno 70 anni: e per troppi restano parole - "Fake rights" di Flavio Lotti


Dichiarazione d’amore
di Tonio Dell'Olio

Quasi come un esercizio dello spirito, una necessità dell’anima, sono andato a rileggere gli articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani e ho avvertito la segreta tentazione di impararli a memoria. Mi sono commosso come per una dichiarazione… d’amore. Ho pensato agli anni in cui lottavamo per solidarizzare con i cittadini che vivevano in nazioni governate da dittature e regimi totalitari che di quella Dichiarazione avevano fatto carta straccia. Alle tante storie ascoltate circa la loro violazione. Ho pensato soprattutto alle vittime. Troppe. E poi mi sono accorto come oggi quei diritti traballino in certe democrazie conclamate, con governi eletti con tanto di urne e schede ed elettori e non dove governino regimi imposti con un colpo di Stato. Ho pensato a quante volte proprio in questi ultimi anni ci è toccato di ascoltare giustificazioni “plausibili”, ragionevoli e “realistiche” circa alcune violazioni. Verrebbe la tentazione di pensare che settant’anni siano passati invano e che ancora resta tanto da fare perché quegli articoli siano metabolizzati dai governi e dai popoli. Mi sono ritrovato a pensare che si sia andati indietro più che avanti. Nella politica, nella cultura, nella mentalità corrente. Poi mi sono ricordato di quello che mi disse il regista Carlo Lizzani durante la pausa di un programma televisivo a cui partecipavamo dieci anni fa per celebrare i sessant’anni della Dichiarazione: “È da quando sono nato che sento ripetere che adesso la storia sta facendo passi indietro. Mi sono convinto che la storia non va né avanti e né indietro. La storia va dove gli pare. E a volte ti sorprende”. E allora ti prego, storia, sorprendimi ancora.
(fonte: Mosaico dei giorni 10/12/2018)


Onu. I diritti umani hanno 70 anni: e per troppi restano parole

Si afferma la tendenza a escludere intere categorie, mentre aumenta la soglia di tolleranza verso i responsabili. Il messaggio del Papa: ogni persona è un valore


Oggi saranno 70 da quando l’Assemblea generale Onu, riunita nel Palais de Chaillot di Parigi, approvò la Dichiarazione universale dei diritti umani. Tecnicamente si tratta di una risoluzione ossia di una serie di raccomandazioni non vincolanti per gli Stati firmatari: non sono, perciò, previste sanzioni per chi le viola. Il documento – formato da trenta articoli – è diventato, tuttavia, fonte del diritto internazionale a tutela dei diritti umani. 
Al centro del documento il riconoscimento della dignità di tutti i membri della famiglia umana, quale fondamento della libertà, della giustizia e della pace: i fondamenti dello Statuto Onu. I primi 21 articoli riconoscono le prerogative civili e politiche. Altri sei i cosiddetti diritti di seconda generazione che riguardano le garanzie in ambito economico, culturale e sociale. I tre punti finali dettano i criteri di applicazione.

E oggi Papa Francesco ha mandato un messaggio ai partecipanti alla Conferenza Internazionale su "I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni", promossa dalla Pontificia Università Gregoriana e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. "Un accorato appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, chiedendo loro di porre i diritti umani al centro di tutte le politiche, incluse quelle di cooperazione allo sviluppo, anche quando ciò significa andare controcorrente. Tutti siamo chiamati in causa", sottolinea il Pontefice. "Quando, infatti, i diritti fondamentali sono violati, o quando se ne privilegiano alcuni a scapito degli altri - spiega - o quando essi vengono garantiti solamente a determinati gruppi, allora si verificano gravi ingiustizie, che a loro volta alimentano conflitti con pesanti conseguenze sia all'interno delle singole Nazioni sia nei rapporti fra di esse". (IL TESTO) E poi su Twitter: "Ogni persona umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, è un valore di per se stessa ed è soggetto di diritti inalienabili.
#GiornataMondialedeiDirittiUmani".

Nessuno l’ha detto a Marie. Gli “zii” le rivolgono la parola sono per darle degli ordini. A 11 anni, Marie non sa niente del mondo fuori dalla casa di Port-au-Prince dove l’hanno mandata i poverissimi genitori. Ufficialmente, insieme a quella famiglia della capitale, la piccola avrebbe dovuto avere maggiori opportunità. In realtà, s’è trasformata in una schiava tuttofare. «Restavek» li chiamano ad Haiti: un esercito di almeno 300mila bimbi senza diritti.

Come Marie, nessuno di loro sa che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Così ha sancito solennemente la comunità internazionale all’indomani della Seconda guerra mondiale. Oggi sono trascorsi 70 anni esatti da quando l’Assemblea generale delle nascenti Nazioni Unite approvò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In cui la dignità dell’individuo viene riconosciuta quale fondamento del diritto internazionale.

Tutti, nessuno escluso, recita il primo articolo, come ha voluto sottolineare l’Alto commissariato Onu per i diritti u mani, Michelle Bachelet. La frase iniziale della Dichiarazione è «semplice», eppure – ha detto – per le donne e le altre minoranze, essa assume un carattere «rivoluzionario». Grazie alla lungimiranza dell’indiana Hansa Mehta che, all’interno del comitato di redazione, si batté per cambiare la formula «tutti gli uomini» in, appunto, «tutti gli esseri umani».

Sette decenni dopo, tuttavia, «duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati», ha detto papa Francesco nell’incontro con il corpo diplomatico di quest’anno. A cominciare proprio dalla pari dignità tra uomini e donne. Queste ultime sono ancora escluse da alcune professioni dalle leggi in vigore in 104 Stati mentre solo il 23 per cento dei parlamentari è di genere femminile. Per non parlare dei limiti all’istruzione femminile, delle mutilazioni genitali e del dramma delle spose bambine.

«La Dichiarazione resta, tuttavia, un documento di importanza straordinaria poiché pone, in modo netto, limiti al potere dei governanti sui governati. Prima, nella giurisdizione internazionale, i diritti umani non esistevano – spiega ad Avvenire Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana di Amnesty International –. Il documento, tuttavia, resta una meta da raggiungere». Per quanto riguarda gli effetti pratici, dunque, la distanza tra la carta e la realtà è palese. Il panorama attuale è cangiante, luci e ombre sono intrecciate. Gli elementi di preoccupazione sono molti.

In particolare, «la “disumanizzazione” dell’altro, attraverso la negazione delle prerogative riconosciute nella Dichiarazione ad alcune categorie di persone, le più vulnerabili. Come se i diritti umani fossero un “merito” da assegnare in modo arbitrario», afferma Marchesi. Si assiste, inoltre, a un grave deterioramento della situazione in alcuni Paesi. «Dal Messico – dilaniato da violenza, corruzione e impunità – alle Filippine, dall’Egitto – in cui sparizione e tortura sono comuni “strumenti” di repressione – alla Turchia, trasformato nel più grande carcere a cielo aperto per giornalisti», sottolinea il presidente di Amnesty.

Nella stessa Europa, a livello culturale, si vanno “sdoganando” atteggiamenti in palese contrasto con i principi della Dichiarazione. La soglia di tolleranza globale rispetto ai responsabili di gravi abusi si è, infine, abbassata, rispetto alla stagione dei tribunali internazionali degli anni Novanta. Però s’è consolidata una comunità di attivisti, Ong e movimenti che sfida il potere – spesso a rischio della vita – per difendere i diritti umani.
(fonte: Avvenire, articolo di Lucia Capuzzi)
Fake rights
di Flavio Lotti *

Attenzione ai “falsi diritti”: il diritto di dire e scrivere le peggiori cose per fomentare paure e distruggere le persone non è un vero diritto!



In molte parti del mondo non è consentito di parlare di diritti umani. Qui da noi, lo fanno un po' tutti.

Tutti parlano di diritti umani. Tutti sono per i diritti umani. Ma poi ciascuno li manipola secondo i propri interessi.

Così siamo giunti al punto che oggi ci siamo inventati il diritto di dire e fare tutto quello che ci pare, il diritto di odiare, di maltrattare, di escludere, di uccidere. Decenni di dominio dell’io (io, io, io, io,…) ci hanno convinto di avere dei diritti che non esistono.

Come, per esempio, il diritto di dire e scrivere le cose peggiori anche a costo di distruggere intimamente una persona, il diritto di fomentare e sfruttare le paure dei più deboli, il diritto di discriminare, il diritto di respingere chi fugge dalla guerra, dalla miseria e dalle persecuzioni, il diritto di scatenare una guerra, di farsi strada con ogni mezzo, di pensare solo ai propri interessi, ...

Tutti questi sono “fake-rights”, falsi diritti che ci stanno trascinando in una guerra senza quartiere.

*Flavio Lotti, coordinatore Comitato per il °70 anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
(fonte: PER LA PACE 10/12/2018)



I diritti umani


«Come posso io cambiare qualche cosa del mio atteggiamento, per preparare la via al Signore?» Papa Francesco, Angelus del 9 dicembre 2018 (Testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 9 dicembre 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Domenica scorsa la liturgia ci invitava a vivere il tempo di Avvento e di attesa del Signore con l’atteggiamento della vigilanza e anche della preghiera: “vigilate” e “orate”. Oggi, seconda domenica di Avvento, ci viene indicato come dare sostanza a tale attesa: intraprendendo un cammino di conversione, come rendere concreta questa attesa. Come guida per questo cammino, il Vangelo ci presenta la figura di Giovanni il Battista, il quale «percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3). Per descrivere la missione del Battista, l’evangelista Luca raccoglie l’antica profezia di Isaia, che dice così: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato» (vv. 4-5).

Per preparare la via al Signore che viene, è necessario tenere conto delle esigenze della conversione a cui invita il Battista. Quali sono queste esigenze di una conversione? Anzitutto siamo chiamati a bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza e dall’indifferenza, aprendoci agli altri con gli stessi sentimenti di Gesù, cioè con quella cordialità e attenzione fraterna che si fa carico delle necessità del prossimo. Bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza. Non si può avere un rapporto di amore, di carità, di fraternità con il prossimo se ci sono dei “buchi”, come non si può andare su una strada con tante buche. Questo richiede di cambiare l’atteggiamento. E tutto ciò, farlo anche con una premura speciale per i più bisognosi. Poi occorre abbassare tante asprezze causate dall’orgoglio e dalla superbia. Quanta gente, forse senza accorgersene, è superba, è aspra, non ha quel rapporto di cordialità. Occorre superare questo compiendo gesti concreti di riconciliazione con i nostri fratelli, di richiesta di perdono delle nostre colpe. Non è facile riconciliarsi. Si pensa sempre: “chi fa il primo passo?”. Il Signore ci aiuta in questo, se abbiamo buona volontà. La conversione, infatti, è completa se conduce a riconoscere umilmente i nostri sbagli, le nostre infedeltà, inadempienze.

Il credente è colui che, attraverso il suo farsi vicino al fratello, come Giovanni il Battista apre strade nel deserto, cioè indica prospettive di speranza anche in quei contesti esistenziali impervi, segnati dal fallimento e dalla sconfitta. Non possiamo arrenderci di fronte alle situazioni negative di chiusura e di rifiuto; non dobbiamo lasciarci assoggettare dalla mentalità del mondo, perché il centro della nostra vita è Gesù e la sua parola di luce, di amore, di consolazione. È Lui! Il Battista invitava alla conversione la gente del suo tempo con forza, con vigore, con severità. Tuttavia sapeva ascoltare, sapeva compiere gesti di tenerezza, gesti di perdono verso la moltitudine di uomini e donne che si recavano da lui per confessare i propri peccati e farsi battezzare con il battesimo di penitenza.

La testimonianza di Giovanni il Battista, ci aiuta ad andare avanti nella nostra testimonianza di vita. La purezza del suo annuncio, il suo coraggio nel proclamare la verità riuscirono a risvegliare le attese e le speranze del Messia che erano da tempo assopite. Anche oggi, i discepoli di Gesù sono chiamati ad essere suoi umili ma coraggiosi testimoni per riaccendere la speranza, per far comprendere che, nonostante tutto, il regno di Dio continua a costruirsi giorno per giorno con la potenza dello Spirito Santo. Pensiamo, ognuno di noi: come posso io cambiare qualche cosa del mio atteggiamento, per preparare la via al Signore?

La Vergine Maria ci aiuti a preparare giorno per giorno la via del Signore, cominciando da noi stessi; e a spargere intorno a noi, con tenace pazienza, semi di pace, di giustizia e di fraternità.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da varie parti del mondo.

In particolare, saluto i numerosi giovani della diocesi di Orvieto-Todi. Grazie e buon cammino di Avvento!

Saluto i fedeli di Trapani, Caltagirone e Bronte, e i cresimandi dell’oratorio di Almè (Bergamo).

A tutti un cordiale augurio di buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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" L’Immacolata ci ricorda che c’è ancora bellezza e perciò speranza ...ma guardiamoci e guardiamo attorno con occhi nuovi." Omelia Card. Montenegro per l'Immacolata (Testo e video)

"L’Immacolata ci ricorda che c’è ancora bellezza e perciò speranza ...
ma guardiamoci e guardiamo 
attorno con occhi nuovi." 
Omelia Card. Montenegro 
per la Solennità Immacolata Concezione 
della Beata Vergine Maria 2018

(Testo e video)

Viviamo in un tempo particolare di instabilità, anche o proprio, perché è pieno di smarrimento e di contraddizioni. La storia del mondo sta cambiando, ne sono il segno le popolazioni che si spostano nel pianeta. È una precarietà generale che interessa anche il nostro territorio. Nonostante ripetiamo, forse per abitudine, che «la speranza è l’ultima a morire», tuttavia ciò che caratterizza noi, uomini di questo tempo e di questa terra, è di essere orfani di speranza. Infatti, anche qui, serpeggiano rassegnazione, sfiducia, tristezza, insicurezza, ambiguità, solitudine. Più che attendere il futuro come novità, lo si aspetta con timore. Abbiamo difficoltà a coniugare il verbo sperare però ci illudiamo aggrappandoci a speranze mignon e di piccola gettata (penso ai giovani e ai loro surrogati: droga, alcol, dipendenze; ai pensionati piantonati dinanzi le macchinette elettroniche a giocarsi la fortuna). Surrogati che affascinano, ma che sono ingannevoli tanto è vero che, come le bolle di sapone, improvvisamente scoppiano e fanno solo restare col naso all’insù.
È vero, come è stato detto, che «la speranza è come una “bambina” che ha problemi di crescita», eppure l’ Immacolata ci ricorda che per essere cristiani non bastano la fede e l’amore, ma occorre anche la speranza. Questa non è un’illusione, nè un sogno impossibile, è concreta perché ha un nome e un volto: Gesù. Senza speranza si resta senza Dio. E quando Dio non c’è, a vincere è l’egoismo che scarta gli altri, il calcolo che annulla la solidarietà e cancella la gratuità. Quando si spegne la speranza, vince la tristezza e si diventa insicuri, diffidenti, timorosi. Di proposito oggi, festa dell’ Immacolata e perciò della bellezza, suono questo campanello d’allarme e invito me e voi a non restare senza speranza.
Vi assicuro che non sono pessimista. Vi chiedo: non vi pare che Dio sta diventando il grande estraneo? Il toglierLo di mezzo sta rimpicciolendo talmente l’uomo, che facilmente si scopre la poca umanità che c’è in giro. Capita – giustamente – di commuoverci dinanzi a un animale che soffre (è una creatura vivente che merita rispetto), ma, per esempio, poi si resta indifferenti dinanzi a uomini (migranti) che hanno la colpa di voler vivere come gli altri e per questo soffrono e muoiono a migliaia, o dinanzi ai poveri che soccombono per la fame, o subiscono la violenza dei prepotenti o pagano il prezzo della corruzione e dell’ illegalità.
La nostra terra è ferita mortalmente da tante situazioni inquietanti: l’alta disoccupazione giovanile e no, è un’ inarrestabile emorragia di vita e vitalità che costringe a emigrare; le famiglie spezzate anche a causa dell’ emigrazione (figli senza padri e mogli senza mariti, padri soli in terra straniera); le nostre strade che non permettono comunicazioni veloci e sicure; l’università che stenta a ripartire; il turismo mordi e fuggi che non è risorsa né aiuta a una ripresa economica; le aziende quasi inesistenti e in difficoltà; la politica litigiosa e poco creativa; l’artigianato che tramonta; la violenza che si chiama mafia e il potere che si chiama massoneria; la chiesa spesso disinteressata ai problemi sociali; l’agricoltura in crisi e la difficoltà di stare nel mercato; il costo idrico eccessivo. So che parlare di queste cose non è popolare né gradevole. Ma so anche che in questa terra c’è tanta gente – giovane e meno giovane – coraggiosa e generosa, impegnata nel bene che getta testardamente i semi per un futuro diverso e migliore. Ed è la presenza di questa gente che fa dire che è possibile il meglio per questa terra. “Anche le nuvole più nere non sono mai così nere perché rivelano sempre un bordo d'argento”, dice un proverbio arabo.
E grazie a questa gente attiva e responsabile che, senza cadere in contraddizione con quanto dicevo prima, affermo che questo è pur essendo tempo critico è anche tempo in cui pulsa la vita e la luce. La natura stessa ci spinge alla speranza. Tra poco, nonostante il pieno inverno, vedremo sbocciare i mandorli che annunciano l’avvicinarsi della stagione buona. La speranza allora può diventare la nostra storia quotidiana.
Ogni uomo, ogni famiglia, ogni città possono risollevarsi; assieme ai fiori di mandorlo, possono spuntare risorse nuove. Basta crederci, fare rete e sbracciarsi le maniche! Anche noi possiamo essere capaci, se amiamo questa terra, invece di leccarci le ferite, di prendere decisioni che la riscattano perché rifiorisca l’economia, ci sia il lavoro, si vivano le regole della solidarietà, si cerchi il bene comune, si dica di no alla corruzione e ai giochi di interesse, si agisca insomma più positivamente.
Usciamo dalla logica del tutto va male o del non mi interessa e guardiamo la realtà con occhi nuovi, con un altro sguardo. Quando Gesù propose di dare da mangiare alla gente, gli apostoli la pensarono una cosa impossibile perché avevano a disposizione solo cinque pani e due pesci. Eppure, tutti ebbero da mangiare.
Impariamo a sperare, è un rischio da correre, ma non scegliamo una speranza qualsiasi, ma quella che si poggia nel Signore, e soprattutto guardiamoci e guardiamo attorno con occhi nuovi.
La Chiesa oggi ci invita a sollevare il capo, a guardare il cielo. L’Immacolata ci ricorda che c’è ancora bellezza e perciò speranza. Lei ne è la prova e la certezza. Oggi ammirandoLa dovrebbe essere più facile pensare che se Dio non spreca le sue meraviglie, neppure noi possiamo farlo. Da sempre siamo nei sogni di Dio e Lui vuole che ci restiamo per sempre.
Facciamo come i naviganti di una volta: la mano al timone e gli occhi alle stelle. Lo sguardo rivolto verso l’alto ci darà la forza di affrontare il mare anche se è notte. Guardare e amare il cielo è saper parlare di pace, di gioia, di ordine, di rispetto, di coraggio e soprattutto di bellezza. 
Maria, la tutta bella, ci aiuta a capire che la fede non solo fa guardare il cielo ma ce lo fa conservare e trovare dentro di noi. L’Immacolata ci assicura che il mondo è ancora pieno di colori, di profumi, di cose che valgono; che il cuore si riempie di cielo quando sa godere del volto di un bambino, dei fiori, delle forme delle nuvole, dell’eleganza di un albero, del calore del sole, di un sorriso, di una stretta di mano...  S. Francesco, appeso a un ramo d’albero a testa in giù, vedendo le cose sottosopra, disse: “Ora capisco che non è la terra a sostenere il cielo, ma è il cielo a sostenere la terra”.
L’Immacolata è il sigillo dell’ottimismo di Dio sull’umanità, è la sua firma sul progetto sempre valido di cieli nuovi e terra nuova, è il segno di quanto Egli stimi gli uomini e di come abbia bisogno di persone che intendono mettersi in gioco per portare a compimento la sua creazione. Anche a noi sono rivolte le parole della Bibbia: “Di gloria e d’onore l’hai coronato … L’hai fatto poco meno di un Dio”.  Chiudo con l’invito di S. Bernardo: “Non distogliere lo sguardo da questa stella, Maria, se non vuoi essere travolto dalle tempeste. Se ti sentirai inghiottito dalla tristezza e dalla disperazione, pensa a Maria. Pregando Lei, non sarai disperato, pensando a Lei, non cadi in errore. Se Lei ti tiene, non cadrai; se Lei ti protegge, non avrai paura; se Lei ti guida, non ti stancherai; se Lei ti è propizia, giungerai alla meta!”.


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