Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 30 aprile 2019

«Non si può essere cristiani, senza lasciare che lo Spirito Santo sia il protagonista della nostra vita.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo) ​


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 aprile 2019
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“Lo Spirito Santo sia il protagonista della nostra vita”





Possiamo rinascere «da quel poco che siamo», dalla «nostra esistenza peccatrice» solamente con «l’aiuto della stessa forza che ha fatto risorgere il Signore: con la forza di Dio» e per questo «il Signore ci ha inviato lo Spirito Santo». Da soli non ce la possiamo fare. Lo ricorda Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta la mattina di martedì 30 aprile, tutta incentrata sulla risposta di Gesù a Nicodemo — proposta dal Vangelo di oggi (Gv 3, 7-15) — che domandava come questo potesse accadere. 

Una domanda che anche noi facciamo. Gesù parla di «rinascere dall’alto» e il Papa traccia questo legame fra la Pasqua e il messaggio di rinascere. Il messaggio della risurrezione del Signore è «questo dono dello Spirito Santo», ricorda, e, infatti, nella prima apparizione di Gesù agli apostoli, la stessa domenica della Risurrezione, dice loro: «Ricevete lo Spirito Santo». «Questa è la forza! Noi non possiamo nulla senza lo Spirito», spiega il Papa ricordando che la vita cristiana non è soltanto comportarsi bene, fare questo, non fare quell’altro. «Noi possiamo fare questo», possiamo anche scrivere la nostra vita con «calligrafia inglese», ma la vita cristiana rinasce dallo Spirito e quindi bisogna fargli posto: «È lo Spirito che ci fa risorgere dai nostri limiti, dalle nostre morti, perché noi abbiamo tante, tante necrosi nella nostra vita, nell’anima. Il messaggio della risurrezione è questo di Gesù a Nicodemo: bisogna rinascere. Ma come mai lascia posto allo Spirito? Una vita cristiana, che si dice cristiana, che non lascia posto allo Spirito e non si lascia portare avanti dallo Spirito è una vita pagana, travestita da cristiana. Lo Spirito è il protagonista della vita cristiana, lo Spirito — lo Spirito Santo — che è con noi, ci accompagna, ci trasforma, vince con noi. Nessuno è mai salito al cielo, se non Colui che è disceso dal cielo, cioè Gesù. Lui è disceso dal cielo. E Lui, nel momento della risurrezione, ci dice: “Ricevete lo Spirito Santo”, sarà il compagno di vita, di vita cristiana».

Non può, dunque, esserci una vita cristiana senza lo Spirito Santo, che è «il compagno di ogni giorno», dono del Padre, dono di Gesù.

Chiediamo al Signore che ci dia questa consapevolezza che non si può essere cristiani senza camminare con lo Spirito Santo, senza agire con lo Spirito Santo, senza lasciare che lo Spirito Santo sia il protagonista della nostra vita.

Bisogna, quindi domandarsi quale sia il suo posto nella nostra vita, «perché — ribadisce — tu non puoi camminare in una vita cristiana senza lo Spirito Santo». Bisogna chiedere al Signore la grazia di capire questo messaggio: «il nostro compagno di cammino è lo Spirito Santo». 
(fonte: L'Osservatore Romano)

Guarda il video



Sulla Mare Jonio, la nave che salva i migranti, ora, insieme all'equipaggio della Mediterranea, c'è anche un giovane sacerdote.

Sulla Mare Jonio, la nave che salva i migranti,
ora, insieme all'equipaggio della Mediterranea,
c'è anche un giovane sacerdote.


La Chiesa sale a bordo della Mare Jonio che salva i migranti.
"Il Vangelo è qui"

Sulla nave italiana si è imbarcato anche don Mattia Ferrari, parroco a Nonantola. Con il permesso di due arcivescovi. Dirà messa ogni giorno. "Sono il cappellano di bordo, il mio compito è rappresentare vicinanza ai ragazzi di Mediterranea che hanno un gran rispetto per Papa Francesco"

Don Mattia Ferrari, 25 anni, il prete che dice messa a bordo della Mare Jonio 

C’è anche la Chiesa cattolica a bordo della nave italiana che salva i migranti. E non è una metafora spirituale. Sulla Mare Jonio, infatti, si è imbarcato don Mattia Ferrari, giovane vicario parrocchiale di Nonantola, nella diocesi di Modena. Venticinque anni, il seminario iniziato subito dopo il diploma al liceo classico, la prima messa un anno fa: un prete tra mangiapreti, a voler sintetizzare. “In effetti qui sono tutti atei e agnostici”, dice don Mattia, sorridendo. “Ma c’è un bel clima di fratellanza, i ragazzi di Mediterranea hanno un gran rispetto per Papa Francesco. E un fatto è certo: il Vangelo, oggi, passa anche dal Mediterraneo”.

Siamo alla terza missione del 2019, la sesta da quando un gruppo di associazioni (Arci, Ya Basta Bologna), l’ong Sea-Watch, il magazine online I Diavoli e l’impresa sociale Moltivolti di Palermo hanno dato vita alla piattaforma Mediterranea. Il vecchio rimorchiatore noleggiato e riadattato per il salvataggio dei naufraghi è attraccato al molo di Marsala e sta aspettando condizioni di mare favorevoli per tornare nella zona Search and Rescue della Libia: un’area assai sguarnita già prima della guerra civile, ma che ora è praticamente deserta perché le motovedette della guardia costiera libica sono bloccate al porto di Tripoli.

A questo giro sulla Mare Jonio ci sarà don Mattia che dirà messa ogni giorno. La prima l’ha già celebrata, due giorni fa, davanti a un altare improvvisato all'interno dei container bianchi a poppa. “Nello zaino, oltre a qualche ricambio, mi sono portato i vangeli, il messale e il rosario”, racconta il sacerdote. Pare che sulla “nave dei centri sociali”, come la definiscono a spregio i leghisti, domenica scorsa si siano giocati “a pari e dispari” i compiti della funzione: a qualcuno le letture, a qualcun altro il salmo e la preghiera dei fedeli. E c’erano tutti, in quel container: il capo missione Beppe Caccia, la responsabile del team di salvataggio, il capitano, l’equipaggio. “Non pretendo certo che tutti i giorni ci sia questa partecipazione. In navigazione hanno molto da fare. E poi dipende da come sarà il mare… devo azzeccare il momento giusto, quando non si balla troppo”.

Ma don Mattia non si è imbarcato col solo scopo di dire messe in mezzo al Mediterraneo. “Sono il cappellano di bordo, il mio compito è rappresentare la vicinanza della Chiesa sia a questi ragazzi che rischiano la vita per qualcosa in cui credono, sia ai migranti che arrivano dalla Libia. Siamo le prime persone che vedranno. Io voglio portare amicizia, sostegno spirituale e consolazione”.

Ora, la sua presenza sulla Mare Jonio non è una storia di “colore”, merita una riflessione più approfondita. Perché per essere lì rispettando le procedure canoniche, don Mattia ha chiesto e ottenuto il permesso di due arcivescovi (quello di Modena Elio Castellucci e quello di Palermo, Corrado Lorefice, noto per essere molto vicino a Bergoglio), nonché il benestare della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana. Per dire che non siamo di fronte a una iniziativa personale di un parroco di provincia, ma a una scelta appoggiata da un pezzo rappresentativo delle gerarchie vaticane. Politicamente, non è un dettaglio.

Don Mattia Ferrari, inoltre, non lo si può nemmeno ascrivere alla categoria “prete barricadero”: è composto e ordinato nella sua camicia clergy, ben pettinato, porta occhiali da sole Rayban, gentile nel modo di fare. Ha fatto proprie le parole di Papa Francesco quando, durante l'ultima via Crucis, ha ringraziato “coloro che con ruoli diversi hanno rischiato la vita per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità”. Un motivo in più per meditare di fare qualcosa di concreto per i migranti che tentano la traversata.

Così racconta la sua scelta: “La richiesta di avere un prete a bordo è venuta dai ragazzi dell’equipaggio: lo aveva chiesto Luca Casarini (capo delle precedenti missioni di Mare Jonio, ndr) nell’incontro con l’arcivescovo di Palermo l’8 aprile scorso, e Lorefice aveva accolto molto positivamente l’idea. Con i ragazzi di Tpo e Labas di Bologna, che tramite l’associazione Ya Basta fanno parte di Mediterranea, siamo amici da tempo, perché due anni fa accolsero Yusupha, un ragazzo migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto, nonostante avessimo bussato a tantissime porte”. Un'amicizia nata grazie al comune sentimento di fratellanza con i migranti.


(fonte: La Repubblica, articolo di di FABIO TONACCI 30/04/2019)


Migranti. «Io, don Mattia. A bordo con chi salva le vite»

C’è anche un sacerdote sulla Mare Jonio, che sta per riprendere i soccorsi in mare: «Gesù è vicino ai ragazzi affamati di pace e giustizia». La Messa domenicale sulla nave di Mediterranea


Il sacerdote con l'equipaggio della Mare Jonio (Mediterranea)

Al momento del Padre Nostro, a braccia levate stando attenti a non perdere l’equilibrio, don Mattia s’è quasi commosso. Sulla Mare Jonio, per la celebrazione della domenica, c’erano tutti i ragazzi di Mediterranea. Stanno per riprendere il largo. E con loro stavolta c’è un prete.

Dopo sei mesi di missioni, testimonianze, i primi salvataggi, le denunce in tribunale, gli attacchi della politica, il sostegno da Comuni, associazioni, movimenti e anche parrocchie di tutta Italia, quelli di Mediterranea se lo dicevano ogni volta che «su quella nave manca qualcosa». Certo, nella sacca tengono la 'Laudato Sì' di Papa Francesco, lo stanzino per i pasti è tappezzato di immagini sacre. Però, «manca qualcosa», dicevano.

Indossati i paramenti e disposto l’altare tra i tralicci del vecchio rimorchiatore – nella sua seconda vita diventato un brigantino alla ricerca delle vite alla deriva – quando don Mattia ha chiesto chi fosse disposto a servire Messa, lì sul vascello che si vorrebbe liquidare come «nave dei centri sociali», hanno dovuto fare a pari e dispari. Beppe, Roberto, Fulvia, il comandante e tutti gli altri volontari, si sono divisi i compiti: le letture, il salmo, la preghiera dei fedeli. Allora, dopo il segno del cristiano, hanno capito che adesso a Mare Jonio non manca più nulla.

Sacerdote da meno di un anno, il venticinquenne don Mattia Ferrari insieme alla diocesi di Modena e a quella vicina di Bologna spesso si è trovato a mettere insieme quelli dell’oratorio e gli attivisti di associazioni come Ya Basta e Labas. Un’amicizia nata per strada, tra i disperati. «Due anni fa – racconta don Mattia – accolsero Yusupha, un ragazzo migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro accolsero Yusupha con gioia. E grazie a loro Yusupha, dopo anni vissuti nell’abbandono, è rinato. Ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato». È nata così la loro amicizia anche con l’arcivescovo Matteo Zuppi.

Don Mattia è proprio come ti immagini che sia un prete giovane. Chi vorrà appiccicargli addosso il cliché del don barricadero, non né troverà traccia. Fresco di barba, impeccabile in jeans e camicia clergy, i modi garbati del seminarista docile. Difficile, però, non leggergli nello sguardo la vocazione, e nelle parole una determinazione che sembra non avere molto a che vedere con tanti suoi coetanei. «Sono qui – dice – per vivere il Vangelo di Gesù accanto a questi ragazzi affamati di giustizia e operatori di pace. Sono qui per portare la vicinanza della Chiesa di Gesù a questi ragazzi che rischiano la loro stessa vita per salvare quella del prossimo, e ai migranti che casomai verranno salvati durante la missione».

Don Mattia Ferrari con un membro dell'equipaggio della nave Mare Jonio (Mediterranea)

In seminario c’è entrato a 18 anni, appena dopo il diploma al liceo classico di Modena. La prima Messa l’ha celebrata meno di un anno fa, il 25 maggio. Una cosa, il futuro viceparroco, l’aveva chiara: non sarebbe stato un tipo da sacrestia. Perciò, a bordo di Mare Jonio, don Mattia sentiva che doveva esserci. Specie dopo la Via Crucis con Papa Francesco. Se lo ripete e lo ripete a bordo: «Mentre nel mondo si vanno alzando muri e barriere, vogliamo ricordare e ringraziare – aveva detto Francesco – coloro che con ruoli diversi, in questi ultimi mesi, hanno rischiato la loro stessa vita, particolarmente nel Mar Mediterraneo, per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità. Esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù». Essere a bordo delle navi di soccorso «fa parte della nostra missione», osserva don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes della Cei. «Nel volto dei migranti – aggiunge – noi vediamo il Cristo che ci viene incontro e non possiamo non essere lì dove questi fratelli ci tendono le braccia».

Il sacerdote mentre distribuisce l'Eucarestia al termine della Messa (Mediterranea)

Durante la Messa domenicale don Mattia ha perciò voluto ringraziare papa Francesco per la testimonianza, e poi il suo vescovo, Erio Castellucci, e i presuli di Bologna e Palermo, Zuppi e Lorefice, che lo hanno sostenuto in questa scelta insieme ai suoi parrocchiani di Modena che con i suoi confratelli, don Alberto Zironi e don Riccardo Fangarezzi, gli hanno consentito di salpare. «Mi sento di benedire e incoraggiare le persone di buona volontà che sono su quella nave – dice l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice – ed è un bene che ci sia un sacerdote con loro, perché i valori del Vangelo e gli uomini di buona volontà si incontrano sempre».

Don Mattia celebra la Messa sulla nave Jonio

(fonte: Avvenire, articolo di Nello Scavo 30 aprile 2019)


Ormai è guerra alla solidarietà: non più com-passione ma disprezzo e derisione ... ma prima o poi si riapriranno gli occhi e il bene vincerà.

Ormai è guerra alla solidarietà: 
non più com-passione ma disprezzo e derisione ... 
ma prima o poi si riapriranno gli occhi e il bene vincerà.



Zamagni: «Il Terzo settore è sotto attacco, un conflitto mai visto»

Lo studioso invita i cattolici a reagire contro chi vuole metterli sotto tutela. Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando

I migranti accolti dai soccorritori e volontari cominciano a sbarcare dalla Sea Watch nel molo di Levante del porto di Catania, 31 gennaio 2019 (Ansa)

Segnatevi questa parola: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile. Un pezzo di storia del mondo del non profit, del Terzo settore e della cooperazione che guarda all’attuale fase storica, in Italia e non solo, con gli occhi dell’accademico e del nonno, oltreché del cattolico da sempre impegnato nella società civile.

«Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

«Attenzione, l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Per Zamagni, il disegno che sta prendendo forma è chiaro: è quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, nel nostro Paese, «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore», in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare. «Per questo – spiega – è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano».

Professor Zamagni, il mondo della solidarietà in Italia è sotto schiaffo. Perché?
Perché è diventato scomodo. Finché metteva delle pezze a un sistema che tutto sommato funzionava, andava benissimo e non dava fastidio a nessuno. Poi abbiamo assistito a una crescita endogena fortissima, dal basso, che ha dimostrato come a parità di risorse, questo settore possa moltiplicare ricchezza e capitale umano. A partire dagli anni Sessanta, questo mondo ha mostrato capacità di volare. È stato allora che il mondo della politica ha avuto paura.

Non è prima un problema culturale, piuttosto che politico?
Certo. Il popolo italiano è sempre stato conosciuto nel mondo per la sua capacità di entrare in sintonia con il prossimo, per la sua com-passione nei confronti degli ultimi. Ora invece si stanno diffondendo disprezzo e derisione: quando questo si insinua anche nelle scuole, poi ci vuole tanto tempo per correggere atteggiamenti sbagliati.

Quali sono gli aspetti di questa deriva che più la preoccupano?
Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando. Ai tempi del fascismo, il problema non esisteva perché il terzo settore non c’era... ma si bruciavano lo stesso le sedi di chi era scomodo... Ora però non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione. Concretamente: abbiamo assistito al balletto di inizio anno sull’Ires per il non profit, siamo ancora in attesa di una dozzina di decreti attuativi sulla riforma del terzo settore, il cui Consiglio nazionale è stato convocato per la prima volta settimana scorsa dal giugno 2018, quando per legge dovrebbe essere convocato invece ogni tre mesi. Di fatto, i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato, mentre tra i provvedimenti che aspetta il mondo della cooperazione ci sono importanti strumenti di finanza sociale, dalle obbligazioni ai prestiti. È tutto fermo.

Forse negli anni è mancata un po’ di autocritica da parte del terzo settore, che ha peccato di autoreferenzialità e non ha saputo individuare per tempo casi di malagestione.
Proprio questo è il problema. Servirebbe un Civil Compact in sede europea, un progetto sull’economia civile che guardi ai prossimi decenni, mettendo alla berlina chi ha sbagliato in questi anni. Da quando è nata un’intellighenzia del terzo settore, ripeto, la classe dirigente ha avuto paura che le si potesse sottrarre potere progressivamente. Il punto è che, essendosi spostato il conflitto tra classi sociali, il modello di ordine del passato non può più durare a lungo e le forze politiche attuali non sanno indicare la strada per trovare nuovi equilibri. Non abbiamo gli attrezzi giusti per affrontare questa nuova fase storica.

Come cambiare marcia, uscendo dalla sindrome possibile di una nuova "riserva indiana"?
La strategia non deve essere riformista, perché le riforme hanno il respiro corto. I cattolici ascoltino papa Francesco: serve una trasformazione complessiva del sistema, bisogna cambiarne le fondamenta e l’impianto. L’associazionismo non può fare solo diagnosi, servono terapie. Di più: il frazionismo fa male, soprattutto adesso che è evidente la strategia portata avanti per diminuire la presenza dei cattolici nel terzo settore e non solo.

Sta dicendo che, per superare la stagione del rancore e dell’offensiva contro le realtà che fanno solidarietà concreta, occorre rilanciare l’impegno diretto in politica dei cattolici?
Certo. Oggi come non mai servono i De Gasperi, non i politicanti. Occorrono nuove forze politiche e il mondo cattolico ha tutto il potenziale necessario per realizzare la trasformazione epocale evocata da Francesco. La strategia della polverizzazione e della diaspora ha fatto dei cattolici come delle reclute di questo o quel gruppo. È giunta l’ora di creare al contrario massa critica, per essere finalmente incisivi. Uno spostamento degli equilibri potrebbe avere effetti benefici anche sul terzo settore messo oggi alla berlina: se a questo mondo si togliessero i pesi che si stanno mettendo ora, si attuerebbe davvero il principio di sussidiarietà.
(fonte: Avvenire, articolo di Diego Motta 27 aprile 2019)


È guerra vera ma perderanno. 
La strategia contro le reti di solidarietà

di Marco Tarquinio


In Italia la guerra contro le reti di solidarietà, grandi o piccole che siano, è sempre più aspra e aggressiva. Lo stiamo documentando da giorni: le parole di (falso) ordine e i marchi di scherno confezionati dal cattivismo "social" e di governo si traducono in concreti atti di ostilità e in scelte (o deliberate non-scelte) politiche e amministrative. Nel mirino ci sono tutti coloro che si occupano di poveri, bambini soli, disabili, carcerati, stranieri (non turisti, ovvio, ma rifugiati e richiedenti asilo). Le mense e gli ostelli della Caritas e degli altri accoglienti diventano la «mangiatoia», le Case famiglia sono liquidate come «business», sul rilancio delle misure alternative al carcere e di recupero dei detenuti viene messa una pietra sopra, chi fa cooperazione sociale è denigrato come affarista e persino malavitoso, le organizzazioni umanitarie (le famose Ong...) sono trattate da nemici del genere umano e dell’ordine pubblico... Se il grido di battaglia del salvinismo è – copyright del sito Il populista – «libera la bestia che è in te», non ci sono molti dubbi sulla "preda" designata.

Emerge una strategia precisa. Leggete l’intervista a Stefano Zamagni (vedi sopra), maestro con le maniche perennemente rimboccate di «economia civile», che accompagna le due pagine in cui oggi mettiamo in fila i fronti d’attacco che sono stati aperti uno dopo l’altro e ne capirete un po’ meglio la portata. Impossibile non allarmarsi. La guerra alla solidarietà è guerra vera, e fa esplodere un enorme paradosso, visto che viene condotta proprio al tempo del Reddito di cittadinanza. Con una mano il governo giallo-verde dà, con l’altra toglie. Si prepara a distribuire soldi sacrosanti – anche se a debito – come erogazione statale ai cittadini più indigenti, ma contemporaneamente percuote e tenta di sgretolare le reti di solidarietà che la società civile distende e lo Stato sinora (bene o male, comunque con assai meno spese di quelle proprie di una gestione statalista) ha utilizzato, sostenuto o, semplicemente, non ostacolato.

Zamagni riassume questo paradosso con la parola aporofobia, ovvero il duro e concreto disprezzo del povero e di chi del povero si occupa senza avere i galloni del funzionario pubblico. Io lo chiamo il paradosso dello Stato asociale, perché è frutto della degenerazione non collaborativa dello Stato sociale, di quel Welfare che per essere sostenibile non può che essere collaborativo. Deve cioè fissare "dall’alto" obiettivi e standard minimi e, poi, sia fare la propria parte sia valorizzare le energie e iniziative "dal basso". Deve, insomma, saper tenere insieme la leva statale e quella sociale, garantita da organizzazioni motivate e trasparenti, secondo una idea piena di "pubblico servizio" alle persone e alla comunità, e soprattutto a chi non ce la fa e rischia di restare indietro, solo, spinto ai margini. Lo Stato asociale, invece, non vuole nessuno a fianco. È già accaduto nella nostra storia italiana ed europea, a est come a ovest. E a quelli lì è andata molto male. La solidarietà può essere umiliata e azzannata, ma non può essere smontata del tutto. Rinasce, ricomincia. Dite pure ogni male, provate a farlo se ne avete il potere, ma prima o poi (meglio prima che poi) la gente apre gli occhi e alza la testa. E il bene vince.
(fonte: Avvenire 27 aprile 2019)




lunedì 29 aprile 2019

Caro Giorgio (o Luca) anche noi ti auguriamo di essere felice !!!

Caro Giorgio (o Luca) anche noi ti auguriamo di essere felice !!!


Rovigo. 
La lettera dell'infermiera al neonato salvato: sii felice, un giorno ti rivedrò

«Vorrei essere io la tua mamma, ma so che non si può. E allora spero di incontrarti di nuovo, in futuro. Sarebbe bello vedere come sei diventato». Sta bene Giorgio, abbandonato a Rosolina


La dottoressa Tarabini (a sinistra) e l'autista dell'ambulanza Marco Marangon.
Al centro l'infermiera Giorgia Cavallaro (Ufficio stampa Aulss 5 Veneto)

Pesa quasi 3 chili, è lungo 47 centimetri e sta bene il neonato trovato abbandonato in una borsa nei pressi del cimitero di Rosolina Mare in provincia di Rovigo. Giorgio, così l'ha chiamato l'infermiera Giorgia che l'ha soccorso per prima, è ricoverato in ospedale e ha già "divorato" il suo primo latte. Ma ha rischiato grosso.

Ad accorgersi del neonato è stata un'anziana signora che stava attraversando lo spiazzo antistante il cimitero quando ha sentito un pianto continuo provenire da un cassonetto dei rifiuti. Non ha avuto il coraggio di alzare il coperchio e ha chiamato il 112 e il 118 del Suem. In appena 8 minuti è arrivata un'ambulanza: i sanitari hanno prelevato dal bidone la borsa (un porta racchette da tennis) scoprendo il neonato, nudo, ancora coperto dalla vernice carneosa. Si muoveva e aveva un bel colorito roseo. Ma aveva già un inizio di ipotermia. È stato subito ricoverato in "codice rosso".

Giorgio, un bimbo sano di razza caucasica, era nato da circa un'ora e aveva ancora placenta e cordone ombelicale attaccati quando è stato soccorso. Non è da escludere che sia stato partorito nelle vicinanze. Dopo i timori iniziali, il quadro clinico è rapidamente migliorato.

«L'azienda ospedaliera - ha detto Antonio Compostella, direttore generale dell'Ulss 5 - è felice per l'esito dell'intervento e della risoluzione di una situazione grave e dolorosa che nasconde dietro altre criticità. Sicuramente l'emergenza è stata risolta con prontezza, salvando la vita al bambino».

I carabinieri, informata l'autorità giudiziaria, hanno avviato le indagini per rintracciare la donna che ha partorito e abbandonato il bambino.

LA LETTERA DELL'INFERMIERA AL PICCOLO GIORGIO: SII FELICE

Intanto l'infermiera 35enne che per prima l'ha soccorso e che gli ha dato il nome ha scritto una lettera al piccolo, pubblicata sul Corriere Veneto:

«Caro Giorgio,

l'altra notte non ho chiuso occhio pensando a te. Mi piacerebbe che un giorno lontano, quando sarai grande, qualcuno possa farti leggere questa lettera. Magari le stesse persone, la tua nuova mamma e il tuo nuovo papà, che nel frattempo avranno trovato le parole giuste per rivelarti com'è cominciata la tua vita con loro, circondato dall'amore che meriti e che qualcuno aveva deciso che non dovevi avere. Io posso solo raccontarti in che modo sei entrato nella mia, di vita, perché già so che non ne uscirai mai più.

È la storia del tuo primo giorno, che poi è anche la storia del nome che porti. Il mio nome. Ho 35 anni e lavoro come infermiera nel Pronto soccorso della Casa di cura Madonna della Salute, di Porto Viro. Sembrava una mattina come tutte le altre, scandita da piccole e grandi emergenze. Poi è arrivata quella telefonata: "C'è un bambino abbandonato davanti al cimitero di Rosolina, non si muove, è morto". Sull'ambulanza siamo salite io e la dottoressa Anna Tarabini, mentre alla guida c'era Marco Marangon, che è partito a razzo.

Dopo pochissimo è arrivata una seconda chiamata: "Il neonato piange". È lì che abbiamo saputo che eri vivo.

Marco pareva un pilota di Formula 1, è stato formidabile: appena sei minuti dopo la prima telefonata eravamo di fronte al cimitero, con i carabinieri che nel frattempo avevano aperto quella sacca da tennis rossa. Ti avevano rinchiuso lì dentro, adagiandoti sopra una copertina bianca. La dottoressa ti ha portato nell'ambulanza e ti ha visitato. L'indice di Apgar, che misura i parametri vitali, ci ha detto che stavi bene: è lì che ho capito quanta forza possa starci in un corpicino così piccolo.

Seguendo le indicazioni della dottoressa, che per prima si è presa cura di te, ti ho tagliato il cordone ombelicale. Avevi i piedini e le manine gelate, abbiamo alzato il riscaldamento al massimo. Mentre Marco ripartiva ti ho preso in braccio e ti ho posato al mio petto coprendoti con il lenzuolino sterile, una coperta, la mia maglietta, con qualunque cosa potesse restituirti un po' di calore.

Il suono delle sirene ti ha dato uno scrollone, ti sei messo a piangere. È lì che hai aperto gli occhi, mi hai guardata, ti ho fatto una carezza e immediatamente hai cercato di succhiare il dito. Avevi tanta fame. In dodici anni di servizio, non avevo mai provato delle emozioni così intense.

Mentre ti scrivo, sei in ospedale dove hanno scelto di darti il mio nome. Le colleghe dicono che stai bene, che hai mangiato, che ce la farai a diventare grande, a dispetto di chi non voleva. Ho riflettuto su cosa possa spingere qualcuno ad abbandonare un neonato e non ho trovato risposta.

Ma in fondo, l'unica cosa che conta è che presto avrai una mamma e un papà che ti vorranno bene. Ho anche pensato che quella mamma vorrei essere io, che non ho figli. Purtroppo so che non sarà possibile: l'iter per le adozioni è lungo e complicato e c'è qualcuno che ti sta aspettando da molto più tempo di me. Lo dimostrano le chiamate che sto ricevendo: persone che vogliono accoglierti, altre che si offrono di acquistare abiti e latte in polvere.

E allora, posso solo sperare di incontrarti di nuovo, in futuro. Sarebbe bello vedere come sei diventato. Ti auguro di essere felice. Di crescere sano, di conservare la forza che hai dimostrato di fronte a quel cimitero che dovrebbe servire a contenere i morti e che invece ci ha restituito una vita. Ma soprattutto, ti auguro di diventare un uomo con dei valori positivi, uno disposto a qualunque sacrificio per proteggere il proprio bambino. Ciao Giorgio».

E intanto si continua a cercare la donna che ha messo al mondo il bambino. Se mai verrà individuata, rischia accuse che vanno dall'abbandono di minore fino al tentato omicidio.
(fonte: Avvenire 24/04/2019)

Quel piccolo salvato l'avrei chiamato Luca

Notizia crudele e dolce. Crudele perché una neo-madre ha abbandonato il figlio appena nato, da mezz’ora, dentro una borsa da tennis, accanto all’entrata di un cimitero, a Rosolina, in provincia di Rovigo. Che fine poteva fare, un neonato lasciato da solo, dove non c’era nessuno? Morire di freddo. Aveva già cominciato, i piedini erano gelidi. Morire mangiato dai cani. Il cervello fa un salto indietro, non vuole nemmeno immaginarlo. E invece è stato salvato da un’anziana signora di 85 anni, Antonia Donà, che ha messo in moto la catena del soccorso: ha chiamato sia il 118 sia il 112. Son piombati velocissimi. Han portato via quel fagottino, vivo e vitale, cioè dotato di voglia di vivere, che succhiava le dita dell’infermiera. Ma queste sono scene usuali, succedono sempre quando scatta un salvataggio in extremis. Non scriverei un articolo se i fatti fossero soltanto questi. C’è dell’altro.

La salvatrice ha perso un figlio vent’anni fa, in un incidente stradale, ma ha un altro figlio, che vive in Norvegia, e appena rientrata in casa dopo aver messo in salvo questo bambino, che ha l’età di mezz’ora, ha chiamato al telefono il figlio emigrato e gli ha detto queste parole: «Oggi tuo fratello Luca è rinato». Da quando quel figlio è morto, di morte fulminea com’è un incidente stradale, fino ad oggi, questa signora viveva nel lutto, la vita è finita, quel che amavi l’hai perduto, non ti resta che vivere-per-la-fine, kirkegaardianamente.

Ma ecco che nel vuoto di una giornata qualsiasi, mentre vai al cimitero per essere più vicina alla persona che hai perso, in una piazzuola deserta, ti giunge un richiamo, un’invocazione, un pianto, che pare il gemito d’un gatto, anzi di un gattino. Tu pensi alle persone crudeli che buttano via i gattini appena nati. Ti accosti con cautela. Apri il borsone, e vedi agitarsi una manina. Trasecoli. E con la manina vien fuori un braccio. È un bambino. Se mezz’ora dopo, chiamando al telefono tuo figlio emigrato, gli dici che è rinato suo fratello, vuol dire che quest’idea, del figlio perduto che rinasce, t’è balzata nel cranio fulmineamente, appena quella manina sconosciuta si è agitata verso di te, brancolando. Tu avevi bisogno di quell’incontro, in un certo senso vivevi (cioè tiravi avanti) aspettandolo. Ed ecco, ti càpita.

Spero che il figlio emigrato abbia subito afferrato la situazione, che abbia dato corda alla madre, che anche lui abbia pensato che la vita ha di queste sorprese, e che fra tutte questa è la più gioiosa, la più festosa. La madre naturale che ha deposto per terra quel bambino non l’ha buttato via, l’ha messo dove sapeva che arrivava gente. Nella bruttezza dis-umana del suo gesto, disfarsi del figlio, c’è questa spietta luminosa, questo barlume di sensibilità, per cui adesso quella donna (ma correggerò subito questo termine) si sentirà consolata al pensiero che suo figlio arriva per riempire il vuoto di una vita da cui un altro figlio è uscito. Dicevo che avrei corretto il termine donna. Perché la polizia sta interrogando i presidi della zona, nell’ipotesi che qualche studentessa fosse incinta. È un’ipotesi dolorosa. Fra tutte le madri possibili, l’ipotesi che sia una che ha studiato è la più infausta. Se non avessero imparato che la vita deve rispettare la vita, cosa possono aver imparato, queste ragazzine?

Giorgio, vien chiamato il neonato. Perché Giorgia è l’infermiera che se n’è preso cura. Ma il figlio perduto della madre che l’ha trovato era Luca, io l’avrei chiamato Luca. La rinascita sarebbe più chiara.
(fonte: Avvenire, articolo di Ferdinando Camon 27/04/2019)


Santa Caterina da Siena: da analfabeta a Dottore della Chiesa e Compatrona d'Europa - Elogio della Piccolezza di Antonio Savone

Santa Caterina da Siena: 
da analfabeta a Dottore della Chiesa e Compatrona d'Europa


Semianalfabeta, non va a scuola e non ha maestri privati, i suoi genitori la vogliono dare in sposa già a 12 anni ma lei dice no. Diventerà mistica, consigliera spirituale per potenti e alti dignitari e santa patrona d'Italia e compatrona d'Europa. Grazie all'opera Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), un capolavoro della letteratura spirituale, l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere, Santa Caterina da Siena è stata proclamata Dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volere di papa Paolo VI, sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila (1515–1582).
Caterina (dal greco: “donna pura”) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria è dominata da figure come Giotto (1267–1337) e Dante (1265–1321). 
...
Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d’Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia».



Elogio della Piccolezza
Santa Caterina da Siena
di Antonio Savone

Imparate da me...
Eccoci ad apprendere dalle smentite. Eccoci farci discepoli di ciò che anzitutto dentro di noi saremmo portati ad escludere, scartare, rimuovere. ‘La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo’ (Sal 117). L’ostacolo diventa opportunità, l’intralcio un’occasione.
Cogliere così la bellezza della vita proprio là dove essa sembra rivelare soltanto deformazione e pesi: questa capacità è ciò che Dio continua a rivelare ai piccoli. E questo non solo quando è accompagnata da una esplicita professione di fede. C’è una rivelazione continua di Dio da scorgere e da riconoscere in tanti gesti che per noi portano tutto il carattere dell’assurdo. Ai piccoli e ai poveri accade di riconoscerla. Quanta sapienza nella vita di persone che non hanno fatto altro che mettersi alla scuola della vita. Santa Caterina da Siena, di cui oggi celebriamo la festa, ne è un esempio.
A questa scuola è da apprendere, perciò, anzitutto come stare a contatto con il limite, con la frustrazione. Gesù ha appena ricevuto una grave opposizione da parte delle città più vicine a lui e, tuttavia, questo non ha generato in lui delusione ma capacità di scorgere lo stile sorprendente di Dio: Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole (1Cor 1,26ss). E così quello che poteva sembrare prerogativa di alcuni – i sapienti – è stato partecipato agli altri – i piccoli. Un Dio convertito al fascino della piccolezza. I piccoli, uomini e donne che pur non conoscendo il linguaggio teologico vivono una particolare relazione con il Padre fatta di sguardo sapiente e di cuore capace di fiducia e affidamento. i piccoli capaci di comprendere misteri del regno, cioè come funzionano le cose della vita.
Quali i piccoli che anche oggi Dio continua a mettere in cattedra, maestri di cui farci ascoltatori e discepoli? A chi e a cosa siamo chiamati a conferire diritto di parola in noi anzitutto e poi attorno a noi?
A scuola, quindi, di mitezza e di umiltà, a scuola di piccolezza, a scuola della misura umile di Dio. Una scuola verso la quale spetta a noi muovere i passi: venite a me… Per apprendere ciò che immediatamente riconosciamo non appartenerci. E l’invito è rivolto a chi finalmente si riconosce affaticato, gravato cioè dalla preoccupazione per molte cose. Affaticati sono coloro che stanno per cedere di fronte alla difficoltà che la fede incontra. A costoro è rivolta la chiamata alla sequela. Interessante!
Mitezza, umiltà, piccolezza da imparare: imparate da me… La mitezza, il lasciare che l’altro sia quello che è; l’umiltà, la giusta considerazione di sé che si apre a fare spazio all’altro, una grandezza che si contrae, sullo stile di Dio che arriva addirittura a considerare l’altro superiore a se stesso (cfr. Fil 2).
La piccolezza, la misura umile di Dio. Dio restituisce parola al piccolo che diventa, perciò, nuova misura delle cose dell’uomo. I piccoli, destinatari privilegiati nel cogliere la portata del messaggio evangelico. Spazio dunque ai piccoli. Parola ai piccoli, a coloro che pur non partecipando del potere o del sapere o di altro titolo di riconoscimento, Dio investe del compito di essere maestri della comunità cristiana.
(fonte: A casa di Cornelio)


"Tutti noi abbiamo bisogno della misericordia, lo sappiamo. Avviciniamoci a Gesù e tocchiamo le sue piaghe nei nostri fratelli che soffrono." Papa Francesco - Regina Coeli -28 aprile 2019

"Tutti noi abbiamo bisogno della misericordia,
lo sappiamo. 
Avviciniamoci a Gesù 
e tocchiamo le sue piaghe 
nei nostri fratelli che soffrono." 

Papa Francesco 
Regina Coeli -28 aprile 2019









Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (cfr Gv 20,19-31) narra che il giorno di Pasqua Gesù appare ai suoi discepoli nel Cenacolo, alla sera, portando tre doni: la pace, la gioia, la missione apostolica.

Le prime parole che Egli dice sono: «Pace a voi» (v. 21). Il Risorto reca l’autentica pace, perché mediante il suo sacrificio sulla croce ha realizzato la riconciliazione tra Dio e l’umanità e ha vinto il peccato e la morte. Questa è la pace. I suoi discepoli per primi avevano bisogno di questa pace, perché, dopo la cattura e la condanna a morte del Maestro, erano piombati nello smarrimento e nella paura. Gesù si presenta vivo in mezzo a loro e, mostrando le sue piaghe – Gesù ha voluto conservare le sue piaghe –, nel corpo glorioso, dona la pace come frutto della sua vittoria. Ma quella sera non era presente l’apostolo Tommaso. Informato di questo straordinario avvenimento, egli, incredulo dinanzi alla testimonianza degli altri Apostoli, pretende di verificare di persona la verità di quanto essi affermano. Otto giorni dopo, cioè proprio come oggi, si ripete l’apparizione: Gesù viene incontro all’incredulità di Tommaso, invitandolo a toccare le sue piaghe. Esse costituiscono la fonte della pace, perché sono il segno dell’amore immenso di Gesù che ha sconfitto le forze ostili all’uomo, il peccato, la morte. Lo invita a toccare le piaghe. È un insegnamento per noi, come se Gesù dicesse a tutti noi: “Se tu non sei in pace, tocca le mie piaghe”.

Toccare le piaghe di Gesù, che sono i tanti problemi, difficoltà, persecuzioni, malattie di tanta gente che soffre. Tu non sei in pace? Va’, va’ a visitare qualcuno che è il simbolo della piaga di Gesù. Tocca la piaga di Gesù. Da quelle piaghe scaturisce la misericordia. Per questo oggi è la domenica della misericordia. Un santo diceva che il corpo di Gesù crocifisso è come un sacco di misericordia, che attraverso le piaghe arriva a tutti noi. Tutti noi abbiamo bisogno della misericordia, lo sappiamo. Avviciniamoci a Gesù e tocchiamo le sue piaghe nei nostri fratelli che soffrono. Le piaghe di Gesù sono un tesoro: da lì esce la misericordia. Siamo coraggiosi e tocchiamo le piaghe di Gesù. Con queste piaghe Lui sta davanti al Padre, le fa vedere al Padre, come se dicesse: “Padre, questo è il prezzo, queste piaghe sono quello che io ho pagato per i miei fratelli”. Con le sue piaghe Gesù intercede davanti al Padre. Dà la misericordia a noi se ci avviciniamo, e intercede per noi. Non dimenticare le piaghe di Gesù.


Il secondo dono che Gesù risorto porta ai discepoli è la gioia. L’evangelista riferisce che «i discepoli gioirono al vedere il Signore» (v. 20). E c’è anche un versetto, nella versione di Luca, che dice che non potevano credere per la gioia. Anche a noi, quando magari è successo qualcosa di incredibile, di bello, viene da dire: “Non ci posso credere, questo non è vero!”. Così erano i discepoli, non potevano credere per la gioia. Questa è la gioia che ci porta Gesù. Se tu sei triste, se tu non sei in pace, guarda Gesù crocifisso, guarda Gesù risorto, guarda le sue piaghe e prendi quella gioia.


E poi, oltre alla pace e alla gioia, Gesù porta in dono ai discepoli anche la missione. Dice loro: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21). La risurrezione di Gesù è l’inizio di un dinamismo nuovo di amore, capace di trasformare il mondo con la presenza dello Spirito Santo.


In questa seconda domenica di Pasqua, siamo invitati ad accostarci con fede a Cristo, aprendo il nostro cuore alla pace, alla gioia e alla missione. Ma non dimentichiamo le piaghe di Gesù, perché da lì escono la pace, la gioia e la forza per la missione. Affidiamo questa preghiera alla materna intercessione della Vergine Maria, regina del cielo e della terra.

--------------
Dopo il Regina Coeli

Cari fratelli e sorelle,

ieri a La Rioja, in Argentina, sono stati proclamati Beati Enrique Angel Angelelli, Vescovo diocesano, Carlos de Dios Murias, francescano conventuale, Gabriel Longueville, sacerdote fidei donum, e Wenceslao Pedernera, catechista, padre di famiglia. Questi martiri della fede sono stati perseguitati per causa della giustizia e della carità evangelica. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano in particolare quanti lavorano per una società più giusta e solidale. Uno di loro era francese, era andato come missionario in Argentina. Gli altri tre, argentini. Facciamo un applauso ai nuovi Beati, tutti!

Vi invito ad unirvi alla mia preghiera per i profughi che si trovano nei centri di detenzione in Libia, la cui situazione, già molto grave, è resa ancora più pericolosa dal conflitto in corso. Faccio appello perché specialmente le donne, i bambini e i malati possano essere al più presto evacuati attraverso corridoi umanitari.

E preghiamo anche per quanti hanno perso la vita o hanno subito gravi danni per le recenti alluvioni in Sudafrica. Anche a questi nostri fratelli non manchi la nostra solidarietà e il concreto sostegno della Comunità internazionale.

Saluto tutti voi, fedeli romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi, in particolare i fedeli di Tlalnepantla (Messico), i giovani di Valencia, gli studenti di Tricase, gli adolescenti di Arcore e quelli di Carugo; i fedeli di Modugno e di Genova. Un saluto speciale al pellegrinaggio diocesano delle famiglie dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, come pure ai devoti della Divina Misericordia convenuti oggi nella chiesa di Santo Spirito in Sassia.

Ai nostri fratelli e sorelle delle Chiese Orientali che oggi, secondo il calendario giuliano, celebrano la Santa Pasqua, porgo auguri cordiali. Il Signore risorto doni loro gioia e pace! E un applauso anche per tutti i cattolici e ortodossi orientali, per dire loro: “Buona Pasqua!”.

Infine, ringrazio tutti coloro che in questo periodo mi hanno inviato messaggi di auguri per la Pasqua. Li ricambio di cuore invocando ogni bene per ciascuno e per ogni famiglia.

Buona domenica a tutti! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

GUARDA IL VIDEO
Regina Coeli integrale




domenica 28 aprile 2019

La prima domenica dopo la Pasqua è la festa della Divina Misericordia - La preghiera di Giovanni Paolo II di affidamento del mondo


COS'È E COME È NATA LA FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Fu istituita da Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò una settimana dopo la Pasqua. A volerla, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da Wojtyla nel 2000, fu Gesù stesso


La festa della Divina Misericordia è stata istituita ufficialmente da Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò per tutta la Chiesa nella prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta “Domenica in albis”.

DOVE È STATA CELEBRATA PER PRIMA QUESTA RICORRENZA?

Il card. Franciszek Macharski con la Lettera Pastorale per la Quaresima (1985) ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia e seguendo il suo esempio, negli anni successivi, lo hanno fatto i vescovi di altre diocesi in Polonia. Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia - Lagiewniki era già presente nel 1944. La partecipazione alle funzioni era così numerosa che la Congregazione ha ottenuto l'indulgenza plenaria, concessa nel 1951 per sette anni dal card. Adam Sapieha. Dalle pagine del Diario sappiamo che suor Faustina Kowalska fu la prima a celebrare individualmente questa festa con il permesso del confessore.

QUALI SONO LE ORIGINI DELLA FESTA? 
Gesù, secondo le visioni avute da suor Faustina e annotate nel Diario, parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: "Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l'immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia". Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

PERCHÉ È STATA SCELTA LA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA?

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore". Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo. Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l'istituzione della festa: "Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre". La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che "elargirà grazie di ogni genere".

COME SI FESTEGGIA? 

Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha espresso due desideri: 
- che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; 
- che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia. "Sì, - ha detto Gesù - la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l'azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all'immagine che è stata dipinta".

CHI ERA SUOR FAUSTINA KOWALSKA?

Nata in un villaggio polacco e battezzata col nome di Elena, è la terza dei 10 figli di Marianna e Stanislao Kowalski. Che sono contadini poveri, nella Polonia divisa tra gli imperi russo, tedesco e austriaco. Lei fa tre anni di scuola, poi va a servizio. Pensava di farsi suora già da piccola, ma realizza il progetto solo nell’agosto 1925: a Varsavia – ora capitale della Polonia indipendente – entra nella comunità della Vergine della Misericordia, prendendo i nomi di Maria Faustina. E fa la cuoca, la giardiniera, la portinaia, passando poi per varie case della Congregazione (tra cui, quelle di Varsavia, Vilnius e Cracovia). Ma al tempo stesso è destinataria di visioni e rivelazioni che i suoi confessori le suggeriscono di annotare in un diario (poi tradotto e pubblicato in molte lingue). E tuttavia non crede che questi fatti straordinari siano un marchio di santità. Lei scrive che alla perfezione si arriva attraverso l’unione intima dell’anima con Dio, non per mezzo di “grazie, rivelazioni, estasi”. Queste sono piuttosto veicoli dell’invito divino a lei, perché richiami l’attenzione su ciò che è stato già detto, ossia sui testi della Scrittura che parlano della misericordia divina e poi perché stimoli fra i credenti la fiducia nel Signore (espressa con la formula: "Gesù, confido in te") e la volontà di farsi personalmente misericordiosi. Muore a 33 anni in Cracovia. Beatificata nel 1993, è proclamata santa nel 2000 da Giovanni Paolo II. Le reliquie si trovano a Cracovia-Lagiewniki, nel santuario della Divina Misericordia. La sua festa ricorre il 5 ottobre.
(fonte: Famiglia Cristiana 27/04/2019)


Il 17 agosto 2002, a Cracovia, San Giovanni Paolo II affidò alla Divina Misericordia le sorti del mondo con questa preghiera

Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.

Chinati su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa' che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.

Eterno Padre,
per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero!

Amen


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica di Pasqua – Anno C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli

II Domenica di Pasqua / Anno C

28 aprile 2019 



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Gesù risorto è il Vivente ed è presente in mezzo a noi. Per mezzo di lui innalziamo al Padre le nostre preghiere e con fiducia diciamo:

R/ Mio Signore e mio Dio

Lettore

- o Padre, Tu ci hai convocati attorno al tuo altare, segno della tua presenza e della tua Alleanza con tutta l’umanità. Per noi, che formiamo la tua Chiesa, l’assemblea dei battezzati nel tuo Figlio Gesù, torna a riempire i nostri polmoni del soffio del suo Spirito, perché possiamo essere in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo segno concreto di riconciliazione e di pace. Preghiamo.

- Custodisci, o Padre, e rafforza la fede delle comunità cristiane esposte al dramma della violenza gratuita da parte di terroristi cosiddetti islamici. Ti preghiamo in modo particolare per la Chiesa dello Sri Lanka, così provata nel giorno di Pasqua e ti affidiamo i tanti migranti di questo paese presenti nella città e nella provincia di Messina. Preghiamo.

- La luce della Pasqua del tuo Figlio Gesù, o Padre, illumini le tenebre di questo mondo, così dominato dalla logica del predominio economico e militare. Disperdi i superbi e tutti i potenti nei pensieri del loro cuore ed ascolta il grido dei tanti poveri, ridotti a merce di scambio o considerati come semplice scarto da gettare via. Preghiamo.

- Abbi pietà, o Padre, di questo nostro paese. Facci dono della tua sapienza, perché riusciamo a renderci conto della gravità del nostro incattivirci e del razzismo diffuso e ormai imperante. Nel cenacolo le porte erano chiuse per paura, oggi i nostri porti sono chiusi per paura dei migranti, a cui cinicamente rifiutiamo ogni aiuto per salvare le loro vite dal naufragio in mare. Tu che hai spezzato le porte dell’inferno, spezza anche le durezze del nostro cuore ed aprici all’esperienza delle pietà. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, le nostre vite, le nostre case, i nostri parenti, i nostri amici e tutte le persone, che abbiamo imparato a conoscere. Ti affidiamo, inoltre, tutte le persone, che non riusciamo ad amare né a perdonare. Fa crescere in tutti noi un vero amore per questo territorio, perché possa essere spazio di vita e non di morte. Preghiamo.

- Davanti al Signore Crocifisso Risorto ricordiamo i nostri parenti e amici defunti; ricordiamo ancora tutte le vittime del terrorismo, come pure le vittime del cinismo razzista e xenofobo nel nostro Paese e nei Paesi della nostra Europa. Verso tutti, o Cristo Gesù, mostra il tuo volto di Misericordia. Preghiamo.

Colui che presiede

Signore Gesù, morto e risorto per la nostra salvezza, ascolta la voce della tua Chiesa in preghiera: aiutala a diventare sempre di più spazio umano abitato dalla tua Presenza di Pace, luogo di incontro della tua Parola e del tuo Corpo donato per amore. Perché tu sei Dio e vivi e regni in comunione con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 25/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Gv 20,19-31 











Le mani forate e il fianco squarciato sono il documento di identità di Gesù Crocifisso e Risorto, la carne vivente da cui ogni cristiano è generato, le sorgenti dello Shalom effuso su ogni discepolo. 
Sono le piaghe che ci guariscono (Is 53), la manifestazione visibile del suo infinito amore per noi, feritoie sempre aperte, anche dopo la resurrezione, "squarci d'amore attraverso i quali Dio esce verso di noi e noi entriamo in Lui". Siamo nel giorno Primo Ottavo, quello che non tramonta mai, l'oggi eterno in cui anche noi viviamo: "Celebrando l'Eucaristia, la Comunità fa memoria dell'amore del Signore, riceve lo Spirito Santo ed è inviata nel mondo a portare la gioia della Riconciliazione"(cit.). Questa è una gioia che nessuno mai ci potrà togliere (16,23): viene infatti da un amore che ha resistito allo Sheol. Tommaso (Toma, in ebraico ; Dìdymos, in greco) significa Gemello. Non essendo egli presente, non incontra Gesù; paradossalmente proprio lui il cui nome implica l'essere-con, non si trova  con gli altri, non è solidale con loro, non condivide la loro fragilità e paura, si esclude dagli altri, tagliando la relazione con loro. Ma "otto giorni dopo", la Domenica successiva, Tommaso è con  gli altri discepoli. Solo ora tutti i suoi dubbi sono fugati; il voler vedere e toccare lasciano il posto ad una indicibile gioia. "Prorompe allora in un grido di gioia, come il grido di una donna quando dà alla luce il figlio, come l'acuto vagito di un bimbo dopo il primo respiro "(cit.). 
Gesù è Signore e Dio ! Quel Dio che nessuno ha mai visto, si è rivelato nelle sue ferite d'amore. D'avanti ad un amore tanto grande, a un mistero che ci sovrasta e che non siamo capaci di comprendere ma solo di adorare, insieme a Tommaso - gemello di Gesù e nostro - possiamo finalmente esclamare: 
"Signore mio e Dio mio ! "

sabato 27 aprile 2019

"Le ferite di Gesù, alfabeto dell'amore" di p. Ermes Ronchi - II Domenica di Pasqua – Anno C


Le ferite di Gesù, alfabeto dell'amore

Commento
 II Domenica di Pasqua – Anno C

Letture:  Atti 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19; Giovanni 20,19-31


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. [...]

Venne Gesù a porte chiuse. In quella stanza, dove si respirava paura, alcuni non ce l'hanno fatta a restare rinchiusi: Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus. A loro, che respirano libertà, sono riservati gli incontri più belli e più intensi. 

Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l'abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare; li ha inviati per le strade, e li ritrova chiusi in quella stanza; eppure non si stanca di accompagnarli con delicatezza infinita. Si rivolge a Tommaso che lui stesso aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, ad essere rigoroso e coraggioso, vivo e umano. Non si impone, si propone: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù rispetta la fatica e i dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del credere; non si scandalizza, si ripropone. 

Che bello se anche noi fossimo formati, come nel cenacolo, più all'approfondimento della fede che all'ubbidienza; più alla ricerca che al consenso! Quante energie e quanta maturità sarebbero liberate! 

Gesù si espone a Tommaso con tutte le ferite aperte. Offre due mani piagate dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio. Pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato la passione, richiusi i fori dei chiodi, rimarginato le piaghe. Invece no: esse sono il racconto dell'amore scritto sul corpo di Gesù con l'alfabeto delle ferite, incancellabili ormai come l'amore stesso. La Croce non è un semplice incidente di percorso da superare con la Pasqua, è il perché, il senso. 

Metti, tendi, tocca. Il Vangelo non dice che Tommaso l'abbia fatto, che abbia toccato quel corpo. Che bisogno c'era? Che inganno può nascondere chi è inchiodato al legno per te? Non le ha toccate, lui le ha baciate quelle ferite, diventate feritoie di luce. Mio Signore e mio Dio. La fede se non contiene questo aggettivo mio non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio dev'essere il Signore, come dice l'amata del Cantico; mio non di possesso ma di appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come il respiro e, senza, non vivrei. 

Tommaso, beati piuttosto quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine alla mia portata: io che tento di credere, io apprendista credente, non ho visto e non ho toccato mai nulla del corpo assente del Signore. I cristiani solo accettando di non vedere, non sapere, non toccare, possono accostarsi a quella alternativa totale, alla vita totalmente altra che nasce nel buio lucente di Pasqua.