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lunedì 6 aprile 2026

PASQUA 2026 MESSAGGIO «URBI ET ORBI» DI LEONE XIV: "Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore!"



MESSAGGIO «URBI ET ORBI»
DI LEONE XIV

PASQUA 2026

Loggia centrale della Basilica di San Pietro
Domenica, 5 aprile 2026


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Fratelli e sorelle,
Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Da secoli la Chiesa canta con esultanza l’avvenimento che è origine e fondamento della sua fede: «Il Signore della vita era morto / ma ora, vivo trionfa. / Sì, ne siamo certi: / Cristo è davvero risorto. / Tu, Re vittorioso, / abbi pietà di noi» (Sequenza di Pasqua).

La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente (cfr Mt 16,16) ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo (cfr Gv 1,29; 1Pt 1,18-19) e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male.

Ma come ha vinto Gesù? Qual è la forza con cui ha sconfitto una volta per sempre l’antico Avversario, il Principe di questo mondo (cfr Gv 12,31)? Qual è la potenza con cui è risorto dai morti, non ritornando alla vita di prima, ma entrando nella vita eterna e aprendo così nella propria carne il passaggio da questo mondo al Padre?

Questa forza, questa potenza è Dio stesso, Amore che crea e genera, Amore fedele fino alla fine, Amore che perdona e riscatta.

Cristo, nostro «Re vittorioso», ha combattuto e vinto la sua battaglia con l’abbandono fiducioso alla volontà del Padre, al suo disegno di salvezza (cfr Mt 26,42). Così ha percorso fino alla fine la via del dialogo, non a parole ma nei fatti: per trovare noi perduti si è fatto carne, per liberare noi schiavi si è fatto schiavo, per dare la vita a noi mortali si è lasciato uccidere sulla croce.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. È simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. È ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso.

Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri.

Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita, Luce.

Fratelli e sorelle, con la sua risurrezione il Signore ci mette ancor più potentemente di fronte al dramma della nostra libertà. Davanti al sepolcro vuoto possiamo riempirci di speranza e di stupore, come i discepoli, o di paura come le guardie e i farisei, costretti a ricorrere a menzogna e sotterfugio pur di non riconoscere che colui che era stato condannato è davvero risorto (cfr Mt 28,11-15)!

Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata “globalizzazione dell’indifferenza”, per richiamare un’espressione cara a Papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole, ricordandoci: «Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo!» (Messaggio Urbi et Orbi, 20 aprile 2025).

La croce di Cristo ci ricorda sempre la sofferenza e il dolore che circondano la morte e lo strazio che essa comporta. Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare ad essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male! Sant’Agostino insegna: «Se hai paura della morte, ama la risurrezione!» (Sermo 124, 4). Amiamo anche noi la risurrezione, che ci ricorda che il male non è l’ultima parola, perché è stato sconfitto dal Risorto.

Egli ha attraversato la morte per donarci vita e pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile.

In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5)!

Buona Pasqua!
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AUGURI PASQUALI

In alcune espressioni linguistiche

(Al termine del Messaggio Urbi et Orbi, prima della Benedizione)


A quanti mi ascoltano, rivolgo un cordiale augurio in alcune espressioni linguistiche:

Italiano

Buona Pasqua! Portate a tutti la gioia di Gesù risorto e presente in mezzo a noi.

Francese

Joyeuses Pâques ! Portez à tout le monde la joie de Jésus ressuscité et présent parmi nous.

Inglese

Happy Easter! May you bring the joy of Jesus, who is risen and present in our midst, to all you meet.

Tedesco

Frohe Ostern! Bringt allen die Freude des auferstandenen Jesus, der unter uns gegenwärtig ist.

Spagnolo

¡Feliz Pascua! Lleven a todos la alegría de Jesús resucitado y presente entre nosotros.

Portoghese

Feliz Páscoa! Levai a todos a alegria do Senhor Ressuscitado e presente entre nós.

Polacco

Radosnych Świąt Wielkanocnych!

Arabo

قِيامَة مَجِيدَة!

Cinese

复活节快乐

Latino

Felix sit vobis Domini resurrectionis festivitas! Iesu resuscitati, inter nos adstantis, laetitiam cum omnibus communicate.

Guarda il video


venerdì 26 dicembre 2025

Il Natale di Leone XIV contro la roboante propaganda di guerra. Dalle tende di Gaza alla pace selvatica, il grido contro l’indifferenza del mondo mentre muoiono bambini e ragazzi - Omelia e messaggio Urbi et Orbi 25/12/2025 (Sintesi/commento testi e video integrali)


Il Natale di Leone XIV contro la roboante propaganda di guerra. 

Dalle tende di Gaza alla pace selvatica,
il grido contro l’indifferenza del mondo mentre muoiono bambini e ragazzi 


Nella solennità del Natale 2025, Papa Leone XIV ha unito l’omelia della celebrazione in Basilica e il messaggio Urbi et Orbi in un unico, potente, richiamo alla responsabilità comune che deve opporsi, ha chiesto, ai roboanti discorsi di chi manda a morire” giovani ucraini e russi in quella guerra che non si riesce a fermare perché i “monologhi” prevalgono sul dialogo che stenta per questo a decollare.

Dalla Loggia centrale, davanti a 26 mila pellegrini, prima della benedizione Urbi et Orbi, il Pontefice ha affrontato il dramma della guerra partendo da un’immagine di estrema precarietà: quella degli abitanti della Striscia. “Come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente?”, si è chiesto il Papa nell’ omelia accostando poi nel messaggio le vittime di Gaza a quelle, di cui non parla nessuno, dello Yemen, bombardato da oltre 10 anni da una coalizione anglo-araba-statunitense, sottolineando poi come Dio stesso si immedesimi “con chi non ha più nulla e ha perso tutto”.

La teologia della carne e il vagito di Dio

Nell’omelia, commentando il Vangelo di Giovanni, ha spiegato che “il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce”. Questa scelta divina definisce un nuovo modo di intendere l’umanità attraverso la “carne”, termine che per il Pontefice rappresenta “la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio”.

Secondo il Papa, la pace non può essere un concetto astratto, ma deve nascere dal contatto con questa fragilità: “Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace”. Essa, ha aggiunto, “nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà”.

L’insensatezza della guerra, i monologhi del potere e i discorsi roboanti che spingono a combattere

Il Pontefice ha rivolto parole durissime contro la manipolazione delle coscienze e la retorica bellica, definendo fragili “le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire”. Citando Papa Francesco, ha messo in guardia dalla “tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore”, poiché il potere di diventare figli di Dio “rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime”.

Il superamento dei conflitti richiede dunque un cambiamento radicale nel modo di relazionarsi: “Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui”.

La via della responsabilità e la pace selvatica

Nel messaggio Urbi et Orbi, Leone XIV ha indicato nella responsabilità la vera “via della pace”. Ha esortato ogni uomo a riconoscere le proprie mancanze invece di accusare gli altri: “Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

In un momento di grande suggestione poetica, il Papa ha citato l’autore israeliano Yehuda Amichai per invocare una “pace selvatica”, che non sia solo un accordo politico o un cessate-il-fuoco, ma qualcosa che nasca da una “grande stanchezza” e sbocci “all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno”.

Verso la chiusura del Giubileo

Mentre l’Anno Santo volge al termine, Leone XIV ha ricordato che, sebbene le Porte Sante stiano per chiudersi, “Cristo nostra speranza rimane sempre con noi”. Affidando il mondo alla Vergine Maria, “Regina della pace”, ha concluso riaffermando che “nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta”. Il Natale del Signore, nel messaggio di questo primo Natale di Leone XIV, resta indissolubilmente il “Natale della pace”, una pace che richiede il coraggio del dialogo e il rifiuto dell’indifferenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 25/12/2025)

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SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
SANTA MESSA DEL GIORNO

OMELIA DI LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Giovedì, 25 dicembre 2025
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Sorelle e fratelli carissimi!

«Prorompete insieme in canti di gioia» (Is 52,9), grida il messaggero di pace a chi si trova fra le rovine di una città interamente da ricostruire. Anche se impolverati e feriti, i suoi piedi sono belli – scrive il profeta (cfr Is 52,7) – perché, attraverso strade lunghe e dissestate, hanno portato un annuncio lieto, in cui ora tutto rinasce. È un nuovo giorno! Anche noi partecipiamo di questa svolta, alla quale nessuno sembra credere ancora: la pace esiste ed è già in mezzo a noi.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Così Gesù disse ai discepoli, ai quali aveva da poco lavato i piedi, messaggeri di pace che da lì in poi avrebbero dovuto correre attraverso il mondo, senza stancarsi, per rivelare a tutti il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Oggi, dunque, non soltanto siamo sorpresi dalla pace che è già qui, ma celebriamo come questo dono ci è stato fatto. Nel come, infatti, brilla la differenza divina che ci fa prorompere in canti di gioia. Così, in tutto il mondo, il Natale è per eccellenza una festa di musiche e di canti.

Anche il prologo del quarto Vangelo è un inno e ha per protagonista il Verbo di Dio. Il “verbo” è una parola che agisce. Questa è una caratteristica della Parola di Dio: non è mai senza effetto. A ben vedere, anche molte delle nostre parole producono effetti, a volte indesiderati. Sì, le parole agiscono. Ma ecco la sorpresa che la liturgia del Natale ci pone di fronte: il Verbo di Dio appare e non sa parlare, viene a noi come neonato che soltanto piange e vagisce. «Si fece carne» (Gv 1,14) e, sebbene crescerà e un giorno imparerà la lingua del suo popolo, ora a parlare è solo la sua semplice, fragile presenza. «Carne» è la radicale nudità cui a Betlemme e sul Calvario manca anche la parola; come parola non hanno tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio. La carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11). Ecco il modo paradossale in cui la pace è già fra noi: il dono di Dio è coinvolgente, cerca accoglienza e attiva la dedizione. Ci sorprende perché si espone al rifiuto, ci incanta perché ci strappa all’indifferenza. È un vero potere quello di diventare figli di Dio: un potere che rimane sepolto finché stiamo distaccati dal pianto dei bambini e dalla fragilità degli anziani, dal silenzio impotente delle vittime e dalla rassegnata malinconia di chi fa il male che non vuole.

Come scrisse l’amato Papa Francesco, per richiamarci alla gioia del Vangelo: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Cari fratelli e sorelle, poiché il Verbo si fece carne, ora la carne parla, grida il desiderio divino di incontrarci. Il Verbo ha stabilito fra noi la sua fragile tenda. E come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città? Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.

Quando la fragilità altrui ci penetra il cuore, quando il dolore altrui manda in frantumi le nostre certezze granitiche, allora già inizia la pace. La pace di Dio nasce da un vagito accolto, da un pianto ascoltato: nasce fra rovine che invocano nuove solidarietà, nasce da sogni e visioni che, come profezie, invertono il corso della storia. Sì, tutto questo esiste, perché Gesù è il Logos, il senso da cui tutto ha preso forma. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Questo mistero ci interpella dai presepi che abbiamo costruito, ci apre gli occhi su un mondo in cui la Parola risuona ancora, «molte volte e in diversi modi» (cfr Eb 1,1), e ancora ci chiama a conversione.

Certo, il Vangelo non nasconde la resistenza delle tenebre alla luce, descrive il cammino della Parola di Dio come una strada impervia, disseminata di ostacoli. Fino a oggi gli autentici messaggeri di pace seguono il Verbo su questa via, che infine raggiunge i cuori: cuori inquieti, che spesso desiderano proprio ciò a cui resistono. Così il Natale rimotiva una Chiesa missionaria, sospingendola sui sentieri che la Parola di Dio le ha tracciato. Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio.

Ecco la strada della missione: una strada verso l’altro. In Dio ogni parola è parola rivolta, è un invito alla conversazione, parola mai uguale a sé stessa. È il rinnovamento che il Concilio Vaticano II ha promosso e che vedremo fiorire solo camminando insieme all’intera umanità, mai separandocene. Mondano è il contrario: avere per centro sé stessi. Il movimento dell’Incarnazione è un dinamismo di conversazione. Ci sarà pace quando i nostri monologhi si interromperanno e, fecondati dall’ascolto, cadremo in ginocchio davanti alla nuda carne altrui. La Vergine Maria è proprio in questo la Madre della Chiesa, la Stella dell’evangelizzazione, la Regina della pace. In lei comprendiamo che nulla nasce dall’esibizione della forza e tutto rinasce dalla silenziosa potenza della vita accolta.

Guarda il video integrale

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MESSAGGIO "URBI ET ORBI"
DI LEONE XIV

NATALE 2025

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Giovedì, 25 dicembre 2025

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Messaggio del Santo Padre e Benedizione “Urbi et Orbi” nella Solennità del Natale


Cari fratelli e sorelle,

«Rallegriamoci tutti nel Signore: il nostro Salvatore è nato nel mondo. Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo» (Antifona d’ingresso alla Messa della notte di Natale). Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo «il Natale del Signore è il Natale della pace» (S. Leone Magno, Sermone 26).

Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria «lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia» (cfr Lc 2,7). Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali.

Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso.

Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi (cfr S. Agostino, Discorso 169, 11. 13), cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede (cfr 1Gv 4,20).

Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe.

Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione.

In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano. Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: «Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: «Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32,17).

Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso.

Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione.

Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte.

Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani.

A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre.

Cari fratelli e sorelle,

nel buio della notte, «veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ma «i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Non lasciamoci vincere dall’indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie.

Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane.

Al cuore di Dio giunge l’invocazione di pace che sale da ogni terra, come scrive un poeta:

«Non la pace di un cessate-il-fuoco,
nemmeno la visione del lupo e dell’agnello,
ma piuttosto
come nel cuore quando l’eccitazione è finita
e si può parlare solo di una grande stanchezza.
[…]
Che venga
come i fiori selvatici,
all’improvviso, perché il campo
ne ha bisogno: pace selvatica». [1]

In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace. «Il Natale del Signore è il Natale della pace».

A tutti auguro di cuore un sereno santo Natale!

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[1] Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.

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Auguri del Santo Padre ai Popoli e alle Nazioni in Occasione del Santo Natale


Ed ora rivolgo un cordiale augurio in alcune espressioni linguistiche:

Italiano
Buon Natale! La pace di Cristo regni nei vostri cuori e nelle vostre famiglie.

Francese
Joyeux Noël ! Que la paix du Christ règne dans vos cœurs et dans vos familles.

Inglese
Merry Christmas! May the peace of Christ reign in your hearts and in your families.

Tedesco
Frohe Weihnachten! Der Friede Christi herrsche in euren Herzen und in euren Familien.

Spagnolo
¡Feliz Navidad! Que la paz de Cristo reine en sus corazones y en sus familias.

Portoghese
Feliz Natal! Que a paz de Cristo reine nos vossos corações e nas vossas famílias.

Polacco
Błogosławionych Świąt Bożego Narodzenia!

Arabo
ميلاد مجيد! ليملك سلامُ المسيحِ في قلوبِكم وفي أسرِكم

Cinese
圣 诞 快 乐!

Latino
Felix sit vobis Domini Nativitas! Pax Christi in vestris cordibus vestrisque familiis regnet.

Guarda il video integrale

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Vedi anche il post precedente:


lunedì 21 aprile 2025

Urbi et Orbi, il Papa: no alla corsa al riarmo, mai più echi di morte


Urbi et Orbi, il Papa:
no alla corsa al riarmo, mai più echi di morte

Francesco affacciato dalla Loggia delle Benedizioni. Nel testo, letto dal maestro delle Celebrazioni liturgiche Ravelli, l’appello per il cessate il fuoco a Gaza e per la pace in Ucraina e l’invito a sostenere la popolazione del Myanmar colpita dal sisma. “Nessuna pace è possibile senza disarmo”, afferma il Pontefice che invoca il rispetto della libertà religiosa e chiede di liberare i prigionieri di guerra e quelli politici durante il Giubileo. Al termine giro in papamobile in Piazza San Pietro



Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

Come un vento leggero, la voce di Francesco si diffonde nella città e nel mondo. Alle 12.02 le pesanti tende di velluto della Loggia delle Benedizioni si aprono per permettere al Papa di fare il suo ingresso sul luogo cuore della facciata della Basilica di San Pietro. Dopo il rincorrersi per settimane di ipotesi e previsioni, il Pontefice si è fatto presente ad uno degli appuntamenti più importanti per la vita della Chiesa, la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua. La impartisce lui stesso dopo la lettura del tradizionale messaggio e dopo un giro, a sorpresa, in papamobile tra i fedeli. Il primo dal giorno delle dimissioni dal Policlinico Gemelli.

Il Papa affacciato dalla Loggia delle Benedizioni (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

L’arrivo del Pontefice alla Loggia viene accompagnato da una ovazione che sale da Piazza San Pietro. Una piazza gremita, assolata, fiorita. Circa 35 mila i fedeli riuniti nell’emiciclo del Bernini che poco prima hanno partecipato alla Messa di Pasqua presieduta, su delega del Pontefice, dal cardinale Angelo Comastri. Altri due cardinali sono ai lati del Papa sulla Loggia: il protodiacono Dominique Mamberti e Fernando Vérgez Alzaga, presidente emerito del Governatorato vaticano. È monsignor Diego Ravelli, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, a leggere il messaggio pasquale del Pontefice. È il Papa stesso a comunicarlo alla folla.

Chiedo al maestro delle celebrazioni di leggere il messaggio


Una crudeltà bombardare scuole e ospedali

Prima dagli altoparlanti è risuonata la fanfara con l’inno dello Stato della Città del Vaticano, seguito da un cenno dell'inno nazionale italiano. Poi gli onori militari e il picchetto della Guardia Svizzera. Gli sguardi tornano poi a rivolgersi verso l’alto man mano che monsignor Ravelli dà lettura delle parole del Successore di Pietro. Parole di implorazione perché la resurrezione della Pasqua possa giungere in un mondo che sembra brancolare nel buio della morte e delle guerre, delle lacerazioni politiche e sociali e delle divisioni fratricide, della corsa al riarmo e delle crudeltà belliche.

Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità.

Il male non ha più dominio

Palestina, Israele, Ucraina, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Armenia e Azerbaigian, Sudan, Sud Sudan Myanmar, sono alcuni dei territori martoriati che il Vescovo di Roma elenca nel suo messaggio, invocando su di essi la luce della Pasqua.

L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno

Alle “sorelle” e ai “fratelli” nel dolore e nell’angoscia, Francesco assicura: “Il vostro grido silenzioso è stato ascoltato, le vostre lacrime sono state raccolte, nemmeno una è andata perduta! Nella passione e nella morte di Gesù, Dio ha preso su di sé tutto il male del mondo e con la sua infinita misericordia l’ha sconfitto: ha sradicato l’orgoglio diabolico che avvelena il cuore dell’uomo e semina ovunque violenza e corruzione”.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (Vatican Media)

La festa della vita e la volontà di morte

“Cristo è risorto!” e in questo annuncio è racchiuso tutto il senso della esistenza umana che “non è fatta per la morte ma per la vita", afferma il Pontefice. “La Pasqua è la festa della vita”, ribadisce; agli occhi di Dio “ogni vita è preziosa”: “Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare”.

Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti!

"La pace è possibile"

Auspicio del Vescovo di Roma è che in questo giorno si torni a sperare, ad avere fiducia negli altri, “anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari”. Perché “siamo tutti figli di Dio!”.

“Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile!”

A Gaza situazione umanitaria drammatica e ignobile

Lo sguardo del Papa va quindi al Santo Sepolcro, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi e da dove giungono notizie di tensioni. Da quel luogo sacro “s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero”, è l’augurio di Jorge Mario Bergoglio, che ribadisce la sua vicinanza “alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese”.

Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!

Con eguale vigore il Papa prega per le comunità cristiane in Libano e in Siria, quest’ultima che vive “un passaggio delicato della sua storia”. Entrambi i Paesi “ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive Nazioni” e Francesco esorta “tutta la Chiesa” ad accompagnare “con l’attenzione e con la preghiera” i cristiani dell’amato Medio Oriente. Un pensiero speciale va pure al popolo dello Yemen, che sta vivendo “una delle peggiori crisi umanitarie ‘prolungate’ del mondo a causa della guerra”. L’invito è per tutti: “Trovare soluzioni attraverso un dialogo costruttivo”.

Celebrazioni pasquali a Bucha, in Ucraina

Pace giusta e duratura per l'Ucraina

Non manca e non può mancare nel messaggio per l’Urbi et Orbi un riferimento alla “martoriata Ucraina”

Incoraggio tutti gli attori coinvolti a proseguire gli sforzi volti a raggiungere una pace giusta e duratura

E non manca, il Papa, di menzionare - come già in altre occasioni - il Caucaso Meridionale con la preghiera che “si giunga presto alla firma e all’attuazione di un definitivo Accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che conduca alla tanto desiderata riconciliazione nella Regione”.

Papa Francesco auspica poi “propositi di concordia” nei Balcani occidentali affinché i partner della Regione respingano “comportamenti pericolosi e destabilizzanti”. Chiede “pace e conforto” per le popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto in Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Sud Sudan, Sahel, Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi. Pace e sostegno anche per “i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede”.

Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui

No a una corsa al riarmo

“Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo”, afferma Papa Francesco: “L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.

La luce della Pasqua ci sprona ad abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche. Ci sprona a prenderci cura gli uni degli altri, ad accrescere la solidarietà reciproca, ad adoperarci per favorire lo sviluppo integrale di ogni persona umana

Bombardamenti a Gaza (AFP or licensors)

Sostegno al Myanmar, colpito dal terremoto e dalle violenze

Ancora una volta il Papa eleva preghiere per il Myanmar, già tormentato da anni di conflitto armato, e che ora affronta “con coraggio e pazienza” le conseguenze del devastante terremoto a Sagaing, “causa di morte per migliaia di persone e motivo di sofferenza per moltissimi sopravvissuti, tra cui orfani e anziani”. “Preghiamo – domanda il Pontefice - per le vittime e per i loro cari e ringraziamo di cuore tutti i generosi volontari che svolgono le attività di soccorso. L’annuncio del cessate-il-fuoco da parte di vari attori nel Paese è un segno di speranza per tutto il Myanmar”.

Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovano lo sviluppo. Sono queste le “armi” della pace: quelle che costruiscono il futuro, invece di seminare morte!

Infine, a conclusione del messaggio, prima della benedizione Urbi et Orbi, un appello per questo Anno giubilare in corso: “La Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!”

Il saluto del Papa alla signora Carmela Mancuso fuori dalla Basilica di San Pietro (Vatican Media)

Il giro in papamobile e il saluto alla "signora dai fiori gialli"

A conclusione della benedizione, il cardinale protodiacono annuncia la concessione dell’indulgenza plenaria a “tutti i fedeli presenti e a quelli che ricevono la sua benedizione, a mezzo della radio, della televisione e delle nuove tecnologie di comunicazione”.

A sorpresa, il Papa esce poi in papamobile dall'Arco delle Campane per fare il giro della piazza e salutare i fedeli, divenuti intanto circa 50 mila. È il primo giro in auto scoperta dal giorno delle dimissioni dal Policlinico Gemelli, il 23 marzo scorso. E il ricordo di quella domenica, quando 3 mila fedeli erano accorsi all'ospedale per salutare il Papa che terminava la sua degenza, torna nel fotogramma - sempre di oggi - del Papa che saluta, fuori dalla Basilica, la signora Carmela Mancuso, per tutti "Carmelina" o meglio "la signora dai fiori gialli", la donna calabrese sempre presente durante il ricovero che dal balcone del Policlinico aveva voluto salutare e ringraziare.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 20/04/2025)


giovedì 26 dicembre 2024

NATALE 2024 MESSAGGIO URBI ET ORBI DI PAPA FRANCESCO «La Porta Santa è spalancata. Che, attraversarla, porti la pace» (cronaca,foto, testo e video)

 MESSAGGIO URBI ET ORBI

DEL SANTO PADRE FRANCESCO

NATALE 2024

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Mercoledì, 25 dicembre 2024

 

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«La Porta Santa è spalancata.
Che, attraversarla, porti la pace»
 
Papa Francesco, nella consueta benedizione di Natale, parla delle guerre che feriscono il mondo e chiede a tutti di avere il coraggio di superare le divisioni


La coda per entrare in Basilica attraversando la Porta Santa ha cominciato a muoversi alle otto di questa mattina. Nonostante il gelo, gruppi di pellegrini, preceduti dalla croce, percorrono i passi che li separano dall’atrio di San Pietro. E attendono, numerosissimi, anche in piazza per le parole del Pontefice rivolte a Roma e al mondo. La consueta benedizione Urbi et orbi, parte dalle parole che ricordano che «questa notte si è rinnovato il mistero che non cessa di stupirci e di commuoverci: la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù, il Figlio di Dio, lo ha avvolto in fasce e lo ha deposto in una mangiatoia. Così lo hanno trovato i pastori di Betlemme, pieni di gioia, mentre gli angeli cantavano: “Gloria a Dio e pace agli uomini”»:

Pace, la parola che più sta a cuore a Francesco, è al centro di tutto il messaggio. Pace per l’Ucraina e per il Medio Oriente, innanzitutto. Come di consueto, la benedizione di Natale è anche il momento in cui il Pontefice fa il punto sulle situazioni di crisi del mondo. E così, nell’invitare tutti a varcare la soglia della Porta Santa, chiede che si facciano tacere le armi e si superino le divisioni. «Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura. Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, e in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra». E ancora, dice il Pontefice, «sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella di Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale. Possa la nascita del Salvatore portare un tempo di speranza alle famiglie di migliaia di bambini che stanno morendo per un’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, come pure alle popolazioni dell’Est di quel Paese e a quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico. La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone. Penso pure alle popolazioni dei Paesi del Corno d’Africa per le quali imploro i doni della pace, della concordia e della fratellanza. Il Figlio dell’Altissimo sostenga l’impegno della comunità internazionale nel favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco».

E mentre ricorda che «la porta del cuore di Dio è sempre aperta», anzi, che è «spalancata, non bisogna bussare, è aperta» e che possiamo «riconciliarci anche con i nostri nemici», che Dio ci ama e ci perdona sempre, «perdona tutto», spera che «l’annuncio del Natale rechi conforto agli abitanti del Myanmar, che, a causa dei continui scontri armati, patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case». «Gesù è la porta della pace, ma noi spesso ci fermiamo sulla soglia, non abbiamo il coraggio di attraversarla», ma il Giubileo ci dice proprio questo, che possiamo attraversare la porta e riconciliarci. Che il Bambino Gesù, spera il Pontefice, «ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, in particolare penso ad Haiti, al Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche».

Il Giubileo, poi, dice ancora Francesco, «sia l’occasione per abbattere tutti i muri di separazione: quelli ideologici, che tante volte segnano la vita politica, e anche quelli fisici, come la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale. Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote». Torna a parlare di Gesù che «è la Porta spalancata che siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita, ogni vita e sacra, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana». Ricorda che il Signore «ci attende sulla soglia. Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e soffrono per la fame; attende gli anziani, noi antenati, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono figli di Dio, sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede e sono tanti».

Infine la gratitudine «verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele: penso ai genitori, agli educatori e agli insegnanti, che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future; penso agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, a quanti sono impegnati in opere di carità, specialmente ai missionari sparsi nel mondo, che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà. A tutti loro vogliamo dire: grazie! Grazie!». E mentre la piazza esplode in un applauso chiede che «il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri. Ciascuno è chiamato a perdonare le offese ricevute, perché il Figlio di Dio, che è nato nel freddo e nel buio della notte, rimette ogni nostro debito. Egli è venuto per guarirci e perdonarci. Pellegrini di speranza, andiamogli incontro! Apriamogli le porte del nostro cuore, come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 25/12/2024)

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MESSAGGIO URBI ET ORBI
DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Care sorelle e cari fratelli, buon Natale!

Questa notte si è rinnovato il mistero che non cessa di stupirci e di commuoverci: la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù, il Figlio di Dio, lo ha avvolto in fasce e lo ha deposto in una mangiatoia. Così lo hanno trovato i pastori di Betlemme, pieni di gioia, mentre gli angeli cantavano: “Gloria a Dio e pace agli uomini” (cfr Lc 2,6-14). Pace agli uomini.

Sì, questo avvenimento, accaduto più di duemila anni fa, si rinnova per opera dello Spirito Santo, lo stesso Spirito d’Amore e di Vita che fecondò il grembo di Maria e dalla sua carne umana formò Gesù. E così oggi, nel travaglio di questo nostro tempo, si incarna nuovamente e realmente la Parola eterna di salvezza, che dice ad ogni uomo e ogni donna, che dice al mondo intero – questo è il messaggio -: “Io ti amo, io ti perdono, ritorna a me, la porta del mio cuore è aperta per te!”.

Sorelle, fratelli, la porta del cuore di Dio è sempre aperta, ritorniamo a Lui! Ritorniamo al cuore che ci ama e ci perdona! Lasciamoci perdonare da Lui, lasciamoci riconciliare con Lui! Dio perdona sempre! Dio perdona tutto. Lasciamoci perdonare da Lui.

Questo significa la Porta Santa del Giubileo, che ieri sera ho aperto qui a San Pietro: rappresenta Gesù, Porta di salvezza aperta per tutti. Gesù è la Porta; è la Porta che il Padre misericordioso ha aperto in mezzo al mondo, in mezzo alla storia, perché tutti possiamo ritornare a Lui. Tutti siamo come pecore smarrite e abbiamo bisogno di un Pastore e di una Porta per ritornare alla casa del Padre. Gesù è il Pastore, Gesù è la Porta.

Fratelli, sorelle, non abbiate paura! La Porta è aperta, la Porta è spalancata! Non è necessario bussare alla Porta. È aperta. Venite! Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta. Venite! Gesù è la Porta della pace.

Spesso noi ci fermiamo solo sulla soglia; non abbiamo il coraggio di oltrepassarla, perché ci mette in discussione. Entrare per la Porta richiede il sacrificio di fare un passo – piccolo sacrificio; fare un passo per una cosa così grande -, richiede di lasciarsi alle spalle contese e divisioni, per abbandonarsi alle braccia aperte del Bambino che è il Principe della pace. In questo Natale, inizio dell’Anno giubilare, invito ogni persona, ogni popolo e nazione ad avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!

Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura.

Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, e in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra. Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella di Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale.

Possa la nascita del Salvatore portare un tempo di speranza alle famiglie di migliaia di bambini che stanno morendo per un’epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, come pure alle popolazioni dell’Est di quel Paese e a quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico. La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone. Penso pure alle popolazioni dei Paesi del Corno d’Africa per le quali imploro i doni della pace, della concordia e della fratellanza. Il Figlio dell’Altissimo sostenga l’impegno della comunità internazionale nel favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco.

L’annuncio del Natale rechi conforto agli abitanti del Myanmar, che, a causa dei continui scontri armati, patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case.

Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, in particolare penso ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche.

Il Giubileo sia l’occasione per abbattere tutti i muri di separazione: quelli ideologici, che tante volte segnano la vita politica, e anche quelli fisici, come la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale. Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote.

Gesù, il Verbo eterno di Dio fatto uomo, è la Porta spalancata; è la Porta spalancata che siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita – ogni vita è sacra -, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana. Egli ci attende sulla soglia. Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e soffrono per la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono figli di Dio, sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fede. Ce ne sono tanti.

In questo giorno di festa, non manchi la nostra gratitudine verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele: penso ai genitori, agli educatori, agli insegnanti, che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future; penso agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, a quanti sono impegnati in opere di carità, specialmente ai missionari sparsi nel mondo, che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà. A tutti loro vogliamo dire: grazie!

Fratelli e sorelle, il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri. Ciascuno è chiamato a perdonare le offese ricevute, perché il Figlio di Dio, che è nato nel freddo e nel buio della notte, rimette ogni nostro debito. Egli è venuto per guarirci e perdonarci. Pellegrini di speranza, andiamogli incontro! Apriamogli le porte del nostro cuore. Apriamogli le porte del nostro cuore, come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore.

A tutti auguro un sereno santo Natale.

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