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sabato 28 maggio 2022

P. Alex Zanotelli: Basta con le politiche criminali e discriminatorie nei confronti dei profughi provenienti dall’Asia e dall’Africa

P. Alex Zanotelli:
Basta con le politiche criminali e discriminatorie nei confronti dei profughi provenienti dall’Asia e dall’Africa


Non si può restare in silenzio davanti alle “politiche criminali e discriminatorie nei confronti dei profughi provenienti dall’Asia e dall’Africa, profughi che fuggono da guerre spaventose come in Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, ma anche da tante nazioni africane come Etiopia, Sud Sudan, Sudan…” Lo afferma padre Alex Zanotelli a nome del Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti.

“Mentre la UE e l’Italia hanno subito aperto i confini per chi fugge dalla guerra in Ucraina”, il nostro paese e l’UE continuano a respingere brutalmente donne e uomini provenienti dal Sud del mondo, in fuga anch’essi da guerre e violenze.

“Alla fine di dicembre dello scorso anno – denuncia Zanotelli citando Avvenire – una donna irachena ha partorito in mezzo alle barbe del filo spinato che separa i due paesi. Lei e il bambino sono stati lasciati morire per assideramento: nessuno è intervenuto. Questi sono crimini che gridano vendetta al cospetto di Dio tanto quanto i crimini commessi dai russi in Ucraina. Ai profughi ucraini la UE e l’Italia, giustamente, hanno subito applicata la protezione temporanea regolata dalla direttiva 55/2001”.

Perché non applichiamo le stesse categorie giuridiche, politiche e sociali anche ai rifugiati africani o asiatici?”, si chiede padre Zanotelli sottolineando che “nel primo mese di guerra in Ucraina sono arrivati in Italia circa 80.000 rifugiati, un numero che corrisponde ai rifugiati africani e asiatici che sono stati catturati in mare e riportati in Libia dalla guardia costiera libica in questi cinque anni dalla firma del Memorandum Italia-Libia”.

“Per fermare quelle persone – sottolinea il missionario comboniano – il governo italiano ha ritirato le navi salva-vite delle ONG e ha finanziato le criminali milizie libiche con quasi un miliardo di euro”.
“Questa – rileva Zanotelli – è la cosiddetta politica dell’ esternalizzazione delle frontiere, pagata quest’anno da oltre 2.000 rifugiati morti e sepolti nel Mediterraneo”.

“Questo ha costretto tanti profughi a tentare la via ancora più pericolosa dell’Atlantico per arrivare nelle Canarie e poi in Europa. Lo scorso anno ben 4.000 rifugiati sono periti nell’Atlantico. Ben 83 imbarcazioni sono scomparse”, documenta padre Zanotelli che annuncia la convocazione di un nuovo appuntamento.

Il 1° giugno, primo mercoledì del mese, il Digiuno di giustizia si terrà nella piazza Rotonda, davanti al Pantheon, dalle ore 16 alle ore 18”. “Non è giusto – annota in proposito – che la Questura di Roma continui a negarci il diritto costituzionale di digiunare, in nome di quanti in Italia digiunano quel giorno, davanti al Parlamento italiano, contro le criminali politiche migratorie del nostro governo e della UE. Questo digiuno è un atto di protesta E protestiamo anche contro le politiche della ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, che continua a far aspettare le navi con i naufraghi a bordo senza assegnare loro il porto. E’ successo di nuovo ora alla Geo Barents, con 471 naufraghi a bordo, che ha dovuto aspettare undici giorni prima di avere il porto di Augusta. Per disperazione ben 6 migranti si sono gettati in mare”. “Stiamo ripetendo le politiche di Salvini?”, si domanda padre Alex, che ribadisce: “siamo contro la criminalizzazione dell’accoglienza”.

Infine Zanotelli ricorda: “il 25 maggio è iniziato il processo d’appello contro Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, colpevole del reato di Umanità. Ha profondamente ragione Papa Francesco a ricordarci: ‘Quando le vite umane sono in pericolo, i confini nazionali diventano irrilevanti’”.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 27/05/2022)


venerdì 27 maggio 2022

Giuseppe Savagnone - Dietro la tragedia di Uvalde c’è il problema della libertà

Giuseppe Savagnone
Dietro la tragedia di Uvalde
c’è il problema della libertà

Photo by Colin Lloyd on Unsplash

All’origine, un dramma umano

La spaventosa strage che, nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, ha causato la morte di diciannove bambini fra i sette e dieci anni e due insegnanti, oltre a suscitare un moto di orrore, si presta a diversi ordini di considerazioni. La si può leggere come una tragedia causata dall’emarginazione e dalla solitudine.

Salvador Ramos aveva appena compiuto diciotto anni. La storia di questa terribile vicenda ce lo consegna come un mostro di cui è difficile avere pietà. Che sia stato abbattuto dalle forze dell’ordine, intervenute per bloccarlo, non fa pena a nessuno. Eppure la sua storia è un esempio di come mostri si possa diventare per una serie di circostanze negative che riempiono una persona di odio verso gli altri. Salvador Ramos era stato bullizzato da bambino per la sua balbuzie, deriso da adolescente per la sua povertà e per il suo modo di vestire, escluso dalla scuola per le sue continue assenze.

Un suo compagno ha raccontato che una volta si era presentato con la faccia piena di tagli ed all’inizio aveva detto che era stato un gatto. «Poi mi ha detto la verità, che era stato lui a tagliarsi con un coltello», ha spiegato ancora, dicendo che Ramos affermava che lo faceva per divertimento. In realtà, probabilmente, si odiava.

Quanto alla sua famiglia, del padre non si sa nulla. Aveva abitato con le madre, che aveva problemi di droga, finché non era stato cacciato da casa ed era andato a vivere con la nonna. Ma, a giudicare dal fatto che ha tentato di ucciderla prima di recarsi nella scuola dove ha fatto l’eccidio, neanche con lei il rapporto affettivo aveva funzionato.


Così Salvador Ramos ha vissuto nell’attesa spasmodica di avere l’età minima necessaria per acquistare i due fucili semiautomatici – armi da guerra! – con cui ha sparato, prima alla nonna, poi all’impazzata su dei poveri bambini, per vendicarsi. Di tutti. Forse della vita.

Le stragi ricorrenti e il problema delle armi

Ma la chiave di lettura più frequente della sparatoria di Uvalde, sui giornali, è quella che la colloca nella storia sanguinosa delle altre che l’hanno preceduta. Una lunga scia di sangue che parte da Columbine, nel Colorado, dove il 20 aprile 1999 due studenti della Columbine High School, di 17 e 18 anni, armati fino ai denti, uccisero 12 compagni di classe e un insegnante, prima di suicidarsi nella biblioteca.

Il più sanguinoso in assoluto, in questo arco di tempo, è stato il massacro nella scuola elementare di Sandy Hook, nel Connecticut, nel dicembre 2012, quando un uomo armato uccise 26 persone, di cui 20 bambini. A seguire, quello compiuto nel 2018, da un ex studente della Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, dove restarono uccisi 17 studenti ed educatori. La strage di Uvalde si colloca, per gravità, tra queste due.

Ma sono solo i picchi di un fenomeno strisciante che si prolunga nel tempo. Secondo un’analisi del «Washington Post», dalla strage di Colombine oltre 200 mila studenti hanno vissuto in prima persona una sparatoria nella loro scuola. Negli ultimi venti anni ne sono avvenute più di duecento, con più di centocinquanta vittime.

Da una ricerca dell’Università del Michigan pubblicata sul New England Journal of Medicine il mese scorso, risulta che, a partire dal 2020, le armi da fuoco sono diventate la principale causa di morte per bambini e adolescenti statunitensi superando gli incidenti automobilistici. Gli Stati Uniti hanno 329 milioni di abitanti e 393 milioni di armi da fuoco: molto più di una per abitante!

Una causa è sicuramente la legislazione permissiva, che ne consente l’acquisto senza alcun controllo sulla idoneità degli acquirenti. «Sono stanco, dobbiamo agire sulle armi. Queste carneficine avvengono soltanto negli Usa», ha detto esasperato il presidente Joe Biden, commentando la tragedia di Uvalde. Il presidente ha comunicato che chiederà al Congresso di agire, e di mettere un freno alla circolazione delle armi. «Dobbiamo contrastare» – ha ribadito – «la lobby delle armi».

Si colloca su questo piano la polemica che la strage ha scatenato contro il governatore del Texas, Greg Abbott, che, facendo leva sul secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce il diritto all’autodifesa, ha recentemente fatto approvare una legge che facilita l’acquisto delle armi da fuoco, incoraggiando espressamente i cittadini ad approfittarne. «Sono imbarazzato», aveva scritto in un tweet. «Il Texas è solo al secondo posto per gli acquisti di nuove armi dietro alla California. Texani, aumentiamo la velocità».

In antitesi con questo atteggiamento l’addolorato commento di papa Francesco al tragico evento di Uvalde: «È tempo di dire basta al traffico indiscriminato delle armi. Impegniamoci tutti perché tragedie così non possano più accadere».

L’ambiguità della libertà

È possibile, però, una terza lettura, che, senza sottovalutare la questione del libero mercato delle armi, parte da essa per andare alle radici culturali del problema. La fornisce un giornalista che conosce bene la società americana: «Limitare per legge la possibilità di armarsi appare la soluzione logica. Il problema è che non succederà mai. Non succederà perché in America il diritto di portare armi è incardinato sul principio inviolabile della libertà individuale, poggia sulle idee dell’autopossesso e dell’autodeterminazione, dalle quali discende il diritto di proteggersi secondo modalità che non siano sottoposte a un’autorità» (Mattia Ferraresi, Perché gli Stati Uniti non faranno mai una legge contro le armi, su «Il Domani» del 25 maggio 2022)

C’è un modo di intendere la libertà, osserva Ferraresi , che la riduce a quella «puramente negativa, “libertà-da” – dallo Stato, dalla leggi, dagli altri» – e insiste quindi esclusivamente sull’autonomia dell’individuo, piuttosto che sulla sua responsabilità verso gli altri. «La stessa», scrive Ferraresi, «invocata per celebrare conquiste e progressi nell’ambito dei diritti individuali, il diritto di disporre di sé, del proprio corpo, della propria inclinazione, della propria sessualità, della propria sicurezza».

È questa libertà che, nella cultura americana, rende improbabile una legge contro le armi e che comunque, anche ove una simile legge finalmente vedesse la luce, ne neutralizzerebbe gli effetti nella pratica. Il problema, insomma, non è solo giuridico, ma prima di tutto culturale. Converge con questo giudizio ciò che scrive Maria Elisabetta Gramellini, dell’agenzia «Sir», quando, riassumendo il senso di una intervista a John Allen – vaticanista, scrittore statunitense e caporedattore dell’agenzia indipendente “Crux: Taking the Catholic Pulse” – , scrive: «Concentrare il dibattito solo sulla facilità con cui le armi vengono vendute e diffuse nel Paese sarebbe un errore».

È ciò che emerge dalle parole di Allen: «La disponibilità delle armi è un problema a cui serve una risposta politica, ma è solo un sintomo. La disponibilità dà ai giovani il modo di esprimersi nella maniera più violenta, ma le armi non sono la causa del malessere, che necessita invece di una risposta più convincente». Qui, però, si fa un passo avanti nella diagnosi: se la libertà è diventata un valore assoluto in se stessa, è perché non ci sono più fini ulteriori per cui investirla. A monte c’è un vuoto, di cui il malessere è un sintomo.

E questo forse non è vero solo degli Stati Uniti, ma evidenzia la crisi dell’intero Occidente, dove il culto di diritti individuali ha sempre più corrisposto alla crisi delle “grandi narrazioni” religiose e filosofiche che davano senso alla vita e alla libertà stessa. Questa, perciò, invece di essere innanzi tutto “libertà-per” qualcos’altro, si è sempre più identificata con quella “da”. Col risultato di riguardare sempre di più l’individuo e di essere sempre più sganciata dai fini e dalla dimensione comunitaria in cui questi si incarnavano. Significativo il fatto che la società occidentale vede ormai il tramonto della famiglia e il trionfo della figura del single, che ha rapporti non vincolanti con partner che cambiano di volta in volta, o con cui comunque «si sta insieme finché si sta bene insieme», senza un impegno assoluto.

Che ci sia una versione “progressista” di questa visione – negli Stati Uniti come in Europa – , in contrasto e in polemica con quella del governatore repubblicano Abbott e ostile all’uso indiscriminato delle armi, non cambia la sostanza. «Il diritto di disporre di sé, del proprio corpo, della propria inclinazione, della propria sessualità, della propria sicurezza», di cui parlava Ferraresi, è il grande protagonista delle battaglie “di sinistra” (ma ha ancora senso questa parola, applicata una visione individualista?) che negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente hanno ormai identificato la libertà con la legalizzazione dell’aborto senza vincoli di sorta, con il matrimonio tra persone dello stesso sesso e con il libero accesso all’eutanasia.

Ovviamente la comune radice culturale non può fare equiparare questi diverse fattispecie, come dimostra il fatto che i fautori del libero mercato delle armi sono spesso contrari alla libertà dell’aborto o al matrimonio gay e viceversa. Come spesso accade, da un’unica premessa si traggono conseguenze assai diverse e perfino opposte.

A chi ritiene rovinose per la vita umana sia le une che le altre non resta che evidenziarne, al di là delle immediate reazioni emotive, la logica interna – come qui si è cercato di fare – e rimettere in discussione il concetto di libertà che esse implicano.
(fonte: Tuttavia 26/05/2022)


Ernesto Olivero: «Dobbiamo educare i giovani alla pace»

Ernesto Olivero:
«Dobbiamo educare i giovani alla pace»

Dopo lo straordinario impegno del Sermig per l’Ucraina, il nuovo obiettivo: «Bisogna aiutare tutti a capire che il vero nemico è l’odio»


Cara amica, caro amico, nelle prime settimane di marzo 2022 l’Arsenale della Pace è stato «invaso» da un impressionante fiume di bene e generosità a cui tanti cittadini, famiglie, associazioni, scuole, parrocchie, aziende, istituzioni locali di tutta Italia hanno dato vita. L’indignazione e l’incredulità hanno scosso le coscienze, generando una meravigliosa reazione di solidarietà in risposta alla violenza di una sciagurata guerra. Le mani tese, disarmate, di tutte queste persone di buona volontà riconciliano con il senso di umanità, salvano l’anima al mondo. Oltre trecentomila persone hanno portato finora più di millecinquecento tonnellate di aiuti. Una grande conferma della denominazione che la Città di Torino si è data nel 2008: «Torino Città dell’Arsenale della Pace».

Questi gesti «dal basso» esprimono uno straordinario desiderio di pace che diventa anche un messaggio importante per i grandi della Terra. Questa è la pace in cui crediamo, la pace che ci ha fatto conoscere Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e grande uomo di dialogo, citando il profeta Isaia: un tempo in cui le armi saranno trasformate in strumenti di lavoro e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. È diventato il nostro sogno, la scelta concreta di noi tutti che abbiamo vissuto l’avventura di trasformare il vecchio arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace.

La guerra non è mai la soluzione! Lo abbiamo capito aiutando tanti Paesi in guerra, ora l’Ucraina. Dico sovente che le armi uccidono sette volte.

La prima è quando sono progettate, perché sottraggono risorse alla ricerca, alla scuola, alla vita.

La seconda perché per costruirle si impegnano intelligenze che potrebbero dedicarsi allo sviluppo in campo scientifico, tecnologico, ambientale e medico.

La terza perché le armi uccidono senza guardare in faccia nessuno, distruggono e costringono milioni di persone a lasciare i loro cari, le loro case e i loro Paesi...

La quarta perché usate creano i presupposti per la vendetta.

La quinta è la più tragica perché in una guerra, militari e civili esaltati compiono qualsiasi nefandezza sulle loro vittime.

La sesta perché vittime e carnefici si portano addosso il ricordo insopportabile degli orrori subiti e commessi, fino ad arrivare anche a togliersi la vita.

La settima perché la guerra lascia una scia di risentimenti e spazi d’odio che ne prolunga gli effetti nefasti.

Non sono tutte qui le conseguenze negative della guerra: penso soprattutto ai bambini soldato, arruolati per combattere, costretti ad uccidere per dimostrare la loro forza, penso a intere generazioni di bambini e giovani che negli anni preziosi della loro crescita conoscono solo la guerra, ne porteranno per sempre le ferite profonde. Una di loro, che ha vissuto da bambina il dramma della guerra nella ex Iugoslavia, recentemente ha scritto: «La guerra porta solo vittime e la prima vittima è la verità».

Proprio per queste ragioni non ci abitueremo mai alla guerra e continueremo a lottare per contrastarla, continueremo a lavorare per la pace e a ricercarla con tutte le nostre forze.

La pace vera è un fatto che deriva dalle opere di giustizia. È un mondo che accoglie ogni uomo e donna di qualsiasi origine e religione perché tutti hanno diritto a cibo, casa, lavoro, cure, dignità, istruzione.

È un mondo in cui giovani e adulti sono pronti a fare della propria onestà la chiave per costruire il bene comune. È il comprendere che il bene che posso fare io non lo può fare nessun altro, perché è la parte di bene che tocca a me, è la mia responsabilità.

Questa mentalità è diventata la nostra bussola e, lentamente ma decisamente, ha abbracciato milioni di persone che hanno messo a disposizione tempo, denaro, professionalità per asciugare una lacrima, sostenere chi è debole, formare i più giovani senza chiedere nulla in cambio.

Ora chiediamo ai governi e alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado che diventi anche una priorità educativa orientando la formazione scolastica, a partire dall’infanzia fino all’università. Formarsi e crescere nella pace significa diventare, sin da giovani, cittadini responsabili e custodi del dialogo e della dignità di ogni persona.

La nostra coscienza ci spinge a bussare alla porta delle organizzazioni internazionali nate dall’aspirazione alla pace dei popoli affinché garantiscano sempre più concretamente e senza riserve la dignità e i diritti fondamentali di ogni persona, rispettino e tutelino le minoranze e promuovano l’uguaglianza, bandiscano l’uso delle armi, abbiano l’autorità e il riconoscimento morale di fermare le guerre e di rimediare alle ingiustizie attraverso la diplomazia e dove necessario mediante missioni di pace.

Un impegno concreto che aiuti tutti a capire che il vero nemico è l’odio e che il nostro futuro si difende con la pace.

Se questa mentalità si fa strada nel cuore di tanti, il mondo può davvero cambiare. È la speranza che nasce anche di fronte alla tragedia più nera, la speranza che di fronte a persone in difficoltà ci porta a dire sempre: «Fratello, sorella cosa posso fare per te?».
(fonte: Corriere della Sera Torino, articolo di Ernesto Oliviero 24/05/2022)


giovedì 26 maggio 2022

TONIO DELL'OLIO Le religioni del mondo a Kiev


Le religioni del mondo a Kiev
SCRITTO DA TONIO DELL'OLIO 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 25 MAGGIO 2022


Insieme alla coalizione Stop the war, una numerosa delegazione interreligiosa in questi giorni si è recata in Ucraina. Hanno inteso rispondere a una richiesta che il sindaco di Kiev aveva avanzato sin dai primi giorni del conflitto.

Pregano per la pace, incontrano altri credenti nello stesso Dio secondo tradizioni religiose diverse. Ieri hanno pregato presso il Babyn Yar. Dalle pagine di Avvenire così lo descrive Lucia Capuzzi: "In questa radura, segnata da gole e fossati, fra il 29 e il 30 settembre 1941, furono massacrati oltre 33mila ebrei. Trasformato ora in un giardino ricolmo di lillà, il Memoriale è stato sfregiato, qualche settimana fa, dalle bombe dell'aviazione di Mosca, venuta – secondo la propaganda putiniana – a «denazificare» l'Ucraina. Proprio là, una delegazione di oltre una decina di leader religiosi, giunti da varie parti del mondo, ha voluto cominciare la propria missione di solidarietà, ripetendo più e più volte la parola «pace», declinata dai partecipanti in lingue e formulazioni, a seconda della fede di ciascuno". 
Non sono lì con la presunzione di riuscire a far terminare il conflitto ma non si vogliono rassegnare all'uso della violenza come unica strada per uscire dalla violenza stessa. 

Noi, con tutta l'anima siamo con loro.


Con la pandemia 573 nuovi miliardari e ogni 33 ore un milione di poveri in più

Con la pandemia 573 nuovi miliardari
e ogni 33 ore un milione di poveri in più


573 NUOVI MILIARDARI IN TEMPO DI PANDEMIA


Negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e energetico hanno visto aumentare le proprie fortune al ritmo di 1 miliardo ogni 2 giorni, mentre 1 milione di persone ogni 33 ore rischia di sprofondare in povertà estrema nel 2022
Oggi la ricchezza dei miliardari è pari al 13,9% del Pil mondiale, oltre 3 volte la quota del 2000. I 20 individui più ricchi del pianeta hanno patrimoni che valgono più dell’intero PIL dell’Africa subsahariana
In apertura del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, la fotografia delle crescenti disuguaglianze globali

Mentre aumentano vertiginosamente i prezzi al consumo dei prodotti alimentari e dei beni energetici e la spirale della povertà estrema rischia di inghiottire 1 milione di persone ogni giorno e mezzo nel 2022, i super ricchi che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e dell’energia continuano ad accrescere le proprie fortune, aumentate dall’inizio della pandemia di 453 miliardi di dollari, al ritmo di 1 miliardo di dollari ogni due giorni.

In apertura del meeting annuale del World Economic Forum in presenza a Davos Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, rilascia nuovi allarmanti dati che fotografano scandalose iniquità a livello globale.

“I miliardari a Davos potranno brindare all’incredibile impulso che le loro fortune hanno ricevuto grazie alla pandemia e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia, – ha detto Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – ma allo stesso tempo decenni di progressi nella lotta alla povertà estrema rischiano di essere vanificati con milioni di persone lasciati senza mezzi per poter semplicemente sopravvivere”.

NEL 2022 UN MILIONE DI PERSONE OGNI 33 ORE A RISCHIO DI POVERTÁ ESTREMA

La pandemia ha prodotto 573 nuovi miliardari, uno ogni 30 ore, mentre, quest’anno, un milione di persone ogni 33 ore potrebbe finire in condizione di povertà estrema, vale a dire 263 milioni.

La ricchezza dei miliardari è aumentata, in termini reali, più in 24 mesi di COVID-19 che nei primi 23 anni delle rilevazioni di Forbes ed è ora equivalente al 13,9% del PIL mondiale, una quota più che triplicata dal 4,4% del 2000.

“La marcata concentrazione della ricchezza – e di potere economico – nelle mani di pochi è il risultato di politiche di lungo corso, di decenni di liberalizzazioni e deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di anni in cui le regole del gioco sono state fortemente condizionate da interessi particolari a detrimento della maggioranza dei cittadini. – ha aggiunto Bucher – Privatizzazioni, emersione di nuovi monopoli, ricorso ai paradisi fiscali e sfrenato arricchimento per pochi; insicurezza, sfruttamento, assenza di diritti e sforzi scarsamente riconosciuti e ricompensati per troppi altri. La pandemia ha esacerbato le disuguaglianze e ridotto sul lastrico molte persone. Milioni oggi non hanno sufficiente cibo o soldi per riscaldarsi. In Africa orientale, una persona rischia di morire di fame ogni minuto. Siamo di fronte a una disuguaglianza paradossale, tossica che rischia di spezzare i legami che tengono insieme la nostra società”.

PER LE 5 BIG DELL’ENERGIA OLTRE 2.600 DOLLARI DI PROFITTI AL SECONDO

Le imprese nei settori energetico, alimentare e farmaceutico – caratterizzati da situazioni di forte monopolio – registrano profitti da record, mentre i salari rimangono stagnanti e i lavoratori sono esposti a un aumento esorbitante, se paragonato agli ultimi decenni, del costo della vita. Cinque delle più grandi multinazionali energetiche (BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron) fanno 2.600 dollari di profitto al secondo.

PROFITTI RECORD PER I MONOPOLISTI DEL CIBO

La pandemia ha prodotto 62 nuovi miliardari nel settore alimentare.
Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo globale, e ha realizzato l’anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto), record che potrebbe essere battuto nel 2022. La sola famiglia Cargill conta ora 12 miliardari, rispetto agli 8 di prima della pandemia.

Dallo Sri Lanka al Sudan, i prezzi alle stelle dei prodotti alimentari innescano dissesti sociali e politici: il 60% dei paesi a basso reddito è sull’orlo della crisi a causa del debito; l’inflazione è in aumento ovunque con conseguenze durissime per i lavoratori con basso salario. Rispetto ai paesi più ricchi, in quelli in via di sviluppo si spende più del doppio del reddito per il cibo.

RICCHEZZA E REDDITI SEMPRE PIU CONCENTRATI

  • Oggi, 2.668 miliardari – 573 in più rispetto al 2020 – possiedono una ricchezza netta pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari.
  • I 20 miliardari più ricchi del mondo hanno patrimoni che valgono più dell’intero PIL dell’Africa subsahariana.
  • Su scala globale, un lavoratore che si trova nel 50% degli occupati con retribuzioni più basse dovrebbe lavorare per 112 anni per guadagnare quello che un lavoratore nel top 1% guadagna in media in un solo anno.
  • L’elevata informalità dell’economia e i sovraccarichi del lavoro cura hanno tenuto fuori dalla forza lavoro 4 milioni di donne in America Latina e nei Caraibi.

VACCINI A 24 VOLTE IL COSTO DI PRODUZIONE MA L’87% DEL MONDO POVERO NON E’ VACCINATO

La pandemia ha prodotto 40 nuovi miliardari anche nel settore farmaceutico che ha registrato negli ultimi due anni profitti da capogiro. Imprese come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitto al secondo grazie al solo vaccino COVID-19 e, nonostante abbiano usufruito di ingenti risorse pubbliche per il suo sviluppo, fanno pagare ai governi le dosi fino a 24 volte in più rispetto al costo di produzione stimato, anteponendo gli utili alla tutela della salute globale in un mondo in cui l’87% dei cittadini nei paesi a basso reddito non ha ancora completato il ciclo vaccinale.

“È scandaloso che alcuni abbiano accumulato ricchezze, negando a miliardi di persone l’accesso ai vaccini o approfittando dell’aumento dei prezzi alimentari ed energetici. – conclude Bucher – A due anni dall’inizio della pandemia, con più di 20 milioni di morti stimate dovute al COVID-19 e una crisi economica drammatica, i leader dei governi hanno il dovere morale di promuovere misure nell’interesse dei più, soprattutto delle persone più vulnerabili, e non dei pochi”.

LE RICHIESTE DI OXFAM

Oxfam raccomanda ai governi di: 
  • porre fine all’apartheid vaccinale sospendendo i brevetti, favorendo la condivisione di know-how e tecnologia sui vaccini COVID-19, investendo in centri di produzione di vaccini nel Sud del mondo, redistribuendo immediatamente ed equamente le dosi esistenti e mantenendo le promesse di donazione fatte, secondo un calendario concordato che consenta l’implementazione di un’efficace campagna vaccinale nei Paesi a basso reddito;
  • riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (DSP), assicurando la fruibilità senza condizionalità di tali risorse da parte dei Paesi beneficiari, riconoscendone la natura concessionale e il carattere addizionale rispetto ad altri impegni finanziari;
  • introdurre imposte straordinarie sugli extra-profitti pandemici (e sugli extra-profitti delle compagnie energetiche) per finanziare trasferimenti pubblici alle famiglie in difficoltà; accanto a simili interventi solidaristici va inoltre assicurato un serio riequilibrio dei carichi fiscali con un marcato spostamento del carico impositivo dai redditi da lavoro a quelli da capitale, rafforzata la funzione redistributiva dei sistemi fiscali e perseguito il rispetto del principio di equità orizzontale.
(fonte: OXFAM 23/05/2022)


«Gli anziani ricchi di saggezza e di umorismo fanno tanto bene ai giovani! Li salvano dalla tentazione di una conoscenza del mondo triste e priva di sapienza della vita.» Papa Francesco Udienza 25/05/2022 (testo e video)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 maggio 2022


Catechesi sulla Vecchiaia - 11. Qoelet: la notte incerta del senso e delle cose della vita

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella nostra riflessione sulla vecchiaia – continuiamo a riflettere sulla vecchiaia –, oggi ci confrontiamo con il Libro di Qoelet, un altro gioiello incastonato nella Bibbia. A una prima lettura questo breve libro colpisce e lascia sconcertati per il suo celebre ritornello: «Tutto è vanità», tutto è vanità: il ritornello che va e viene; tutto è vanità, tutto è “nebbia”, tutto è “fumo”, tutto è “vuoto”. Stupisce trovare queste espressioni, che mettono in discussione il senso dell’esistenza, dentro la Sacra Scrittura. In realtà, la continua oscillazione di Qoelet tra senso e non-senso è la rappresentazione ironica di una conoscenza della vita che si distacca dalla passione per la giustizia, della quale è garante il giudizio di Dio. E la conclusione del Libro indica la via d’uscita dalla prova: «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo» (12,13). Questo è il consiglio per risolvere questo problema.

Di fronte a una realtà che, in certi momenti, ci sembra ospitare tutti i contrari, riservando loro comunque lo stesso destino, che è quello di finire nel nulla, la via dell’indifferenza può apparire anche a noi l’unico rimedio ad una dolorosa disillusione. Sorgono in noi domande come queste: I nostri sforzi hanno forse cambiato il mondo? Qualcuno è forse capace di far valere la differenza del giusto e dell’ingiusto? Sembra che tutto questo è inutile: perché fare tanti sforzi?

È una specie di intuizione negativa che può presentarsi in ogni stagione della vita, ma non c’è dubbio che la vecchiaia rende quasi inevitabile questo appuntamento col disincanto. Il disincanto, nella vecchiaia, viene. E dunque la resistenza della vecchiaia agli effetti demoralizzanti di questo disincanto è decisiva: se gli anziani, che hanno ormai visto di tutto, conservano intatta la loro passione per la giustizia, allora c’è speranza per l’amore, e anche per la fede. E per il mondo contemporaneo è diventato cruciale il passaggio attraverso questa crisi, crisi salutare, perché? Perché una cultura che presume di misurare tutto e manipolare tutto finisce per produrre anche una demoralizzazione collettiva del senso, una demoralizzazione dell’amore, una demoralizzazione anche del bene.

Questa demoralizzazione ci toglie la voglia di fare. Una presunta “verità”, che si limita a registrare il mondo, registra anche la sua indifferenza agli opposti e li consegna, senza redenzione, al flusso del tempo e al destino del niente. In questa sua forma – ammantata di scientificità, ma anche molto insensibile e molto amorale – la moderna ricerca della verità è stata tentata di congedarsi totalmente dalla passione per la giustizia. Non crede più al suo destino, alla sua promessa, al suo riscatto.

Per la nostra cultura moderna, che alla conoscenza esatta delle cose vorrebbe consegnare praticamente tutto, l’apparizione di questa nuova ragione cinica – che somma conoscenza e irresponsabilità – è un contraccolpo durissimo. Infatti, la conoscenza che ci esonera dalla moralità sembra dapprima una fonte di libertà, di energia, ma ben presto si trasforma in una paralisi dell’anima.

Qoelet, con la sua ironia, smaschera già questa tentazione fatale di una onnipotenza del sapere – un “delirio di onniscienza” – che genera un’impotenza della volontà. I monaci della più antica tradizione cristiana avevano identificato con precisione questa malattia dell’anima, che improvvisamente scopre la vanità della conoscenza senza fede e senza morale, l’illusione della verità senza giustizia. La chiamavano “accidia”. E questa è una delle tentazioni di tutti, anche dei vecchi, ma è di tutti. Non è semplicemente la pigrizia: no, è di più. Non è semplicemente la depressione: no. Piuttosto, l’accidia è la resa alla conoscenza del mondo senza più passione per la giustizia e per l’azione conseguente.

Il vuoto di senso e di forze aperto da questo sapere, che respinge ogni responsabilità etica e ogni affetto per il bene reale, non è innocuo. Non toglie soltanto le forze alla volontà del bene: per contraccolpo, apre la porta all’aggressività delle forze del male. Sono le forze di una ragione impazzita, resa cinica da un eccesso di ideologia. Di fatto, con tutto il nostro progresso, con tutto il nostro benessere, siamo davvero diventati “società della stanchezza”. Pensate un po’ a questo: siamo la società della stanchezza! Dovevamo produrre benessere diffuso e tolleriamo un mercato scientificamente selettivo della salute. Dovevamo porre un limite invalicabile alla pace, e vediamo susseguirsi guerre sempre più spietate verso persone inermi. La scienza progredisce, naturalmente, ed è un bene. Ma la sapienza della vita è tutta un’altra cosa, e sembra in stallo.

Infine, questa ragione an-affettiva e ir-responsabile toglie senso ed energie anche alla conoscenza della verità. Non è un caso che la nostra sia la stagione delle fake news, delle superstizioni collettive e delle verità pseudo-scientifiche. È curioso: in questa cultura del sapere, di conoscere tutte le cose, anche della precisione del sapere, si sono diffuse tante stregonerie, ma stregonerie colte. È stregoneria con certa cultura ma che ti porta a una vita di superstizione: da una parte, per andare avanti con intelligenza nel conoscere le cose fino alle radici; dall’altra parte, l’anima che ha bisogno di un’altra cosa e prende la strada delle superstizioni e finisce nelle stregonerie. La vecchiaia può imparare dalla saggezza ironica di Qoelet l’arte di portare alla luce l’inganno nascosto nel delirio di una verità della mente priva di affetti per la giustizia. Gli anziani ricchi di saggezza e di umorismo fanno tanto bene ai giovani! Li salvano dalla tentazione di una conoscenza del mondo triste e priva di sapienza della vita. E anche, questi anziani riportano i giovani alla promessa di Gesù: «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6). Saranno loro a seminare fame e sete di giustizia nei giovani. Coraggio, tutti noi anziani: coraggio e avanti! Noi abbiamo una missione molto grande nel mondo. Ma, per favore, non bisogna cercare rifugio in questo idealismo un po’ non concreto, non reale, senza radici – diciamolo chiaramente: nelle stregonerie della vita.

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mercoledì 25 maggio 2022

A 30 anni da Capaci - Si rischia di normalizzare il pericolo mafioso - Luigi Ciotti

A 30 anni da Capaci
Si rischia di normalizzare
il pericolo mafioso
Luigi Ciotti


Pubblicato su "Il Manifesto" il 22 maggio 2022

A 30 anni da Capaci, tragica fine delle vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, il rischio maggiore è quello di una normalizzazione del pericolo mafioso. Rischio di pensare che una mafia meno cruenta non rappresenti più un pericolo mentre è vero il contrario: le mafie attuali organizzate come imprese – a cominciare dalla ‘ndrangheta, la più potente di tutte – realtà insediate nel tessuto economico e capaci di arricchirsi nell’ombra, sono più forti di quando imponevano il loro potere con le armi e le cariche di tritolo. Mafie che – facendo leva sul disinteresse, la sottovalutazione o la miopia di tanti – continuano ad attingere enormi profitti da “mercati” tradizionali come quello del traffico di droghe o da relativamente nuovi come quello del gioco d’azzardo. Mafie infine che hanno ormai assunto una dimensione internazionale, come anche Papa Francesco ha recentemente denunciato con forza: ci troviamo ormai di fronte a una globalizzazione mafiosa, una convergenza tra il sistema economico del cosiddetto “libero mercato” e quello delle organizzazioni criminali.

Ecco allora che ricordare oggi Giovanni Falcone e i martiri di Capaci significa ripensare la lotta alle mafie e ripensare anche il concetto di legalità.

Non c’è legalità senza giustizia sociale. Se mancano i diritti sociali fondamentali – il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria – la legalità rischia di diventare un principio di esclusione e discriminazione, come abbiamo visto in questi anni nel malgoverno del fenomeno dell’immigrazione, dove certe norme non hanno differito per impronta e spirito da quelle razziali fasciste.

Mai si è parlato tanto di legalità come in questi ultimi 30 anni e mai come oggi abbiamo una democrazia debole, pallida e diseguale, come la pandemia ha impietosamente evidenziato. Dimostrazione che della parola legalità è stato fatto un abuso retorico, per certi versi “sedativo”.

Molti dicono “legalità” per mettersi la coscienza in pace, per sentirsi dalla parte giusta, si esibisce la legalità come una credenziale per poi usarla come lasciapassare, foglia di fico anche di misfatti e porcherie. Ecco allora che l’espressione “educazione alla legalità” – senza nulla togliere all’ammirevole impegno di tanti insegnanti – va sostituita con “educazione alla responsabilità”. È la responsabilità, infatti, l’architrave di ogni processo educativo e culturale, perché responsabilità vuol dire imparare ad essere liberi con gli altri e per gli altri, non contro di loro. Una società non responsabile, dove prevale l’interesse individuale, proprietario, esclusivo – all’occorrenza ladro o parassita del bene comune – sarà sempre una società mafiosa nell’anima, una società intrinsecamente violenta come lo sono oggi le mafie, che magari uccidono di meno ma rendono tante persone vive morte in speranza e dignità, persone prive di diritti e di futuro.
Giovanni Falcone sapeva bene che la legalità è un mezzo e non un fine perché – come Paolo Borsellino, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Rosario Livatino e tutti i magistrati e uomini delle istituzioni (vedi Carlo Alberto dalla Chiesa) e anche dei partiti (vedi Pio La Torre e Piersanti Mattarella) che hanno servito la democrazia lottando contro poteri criminali ma anche corrotti o ingiusti – Giovanni Falcone aveva come orizzonte la giustizia, cioè la libertà e la dignità di ogni essere umano.

Questa è l’eredità che ci ha lasciato. Un’eredità etica, onerosa, che solo in parte il nostro Paese si è assunto. A fronte dei tanti passi in avanti compiuti nel contrasto alle organizzazioni criminali – Palermo ad esempio è una città profondamente cambiata e in parte bonificata dalla presenza mafiosa – o nella dotazione di strumenti legislativi di cruciale importanza come la legge sulla confisca dei beni mafiosi e il loro riutilizzo sociale, certi nodi non sono stati risolti e oggi vengono dolorosamente al pettine. Penso alla corruzione, terreno fertile per la diffusione del male mafioso e oggi metodo che le mafie stesse hanno adottato per arricchirsi nell’ombra e in silenzio, senza destare allarme sociale, usando i soldi per fare i soldi, costruendo con la forza del denaro complicità e collusioni a vari livelli.

Allora ha profondamente ragione Rosy Bindi quando dice che Tangentopoli è stata un’occasione mancata perché, al di là dello sforzo di chi già allora denunciava il pericolo, la questione morale non è diventata una questione politica, un’occasione per ridare alla politica la sua dimensione etica di servizio disinteressato per il bene comune. Ma una politica che non sappia sposare in toto l’intransigenza etica della Costituzione non è solo una politica di malgoverno, è anche una politica esposta alla corruzione e all’infiltrazione mafiosa.

Ecco allora che non possiamo ricordare Falcone solo nella ricorrenza di Capaci: dobbiamo fare della sua memoria il nostro impegno a interrogarci, essere onesti, avere il coraggio di fare scelte scomode, di rifiutare i compromessi.

E poi, come società non solo “civile” ma responsabile, partecipare e contribuire al bene comune, cioè essere cittadini fino in fondo, come ci chiede la Costituzione. Falcone ci ha insegnato che il male non è solo di chi lo commette, ma anche di chi guarda e lascia fare. Ci ha insegnato che la legalità è un fatto di civiltà e giustizia sociale. Ci ha insegnato che bisogna vivere, non lasciarsi vivere.

C’è chi ha raccolto questa eredità: un’Italia che ha preso coscienza, che non pensa più che le mafie siano solo un problema del Sud e che combatterle sia solo un compito dei magistrati e delle forze di polizia. Un’Italia spiritualmente e anagraficamente giovane: un recente sondaggio sulla percezione di mafie e corruzione condotto dall’istituto Demos di Ilvo Diamanti ha evidenziato che la “domanda di partecipazione” riguarda soprattutto le fasce d’età 18/24 e 45/54, cioè i giovani attuali e quelli che lo erano al tempo delle stragi di mafia. Un’Italia poi trasversale, fatta di realtà laiche e di Chiesa, con riferimenti culturali e politici diversi, ma unite dal comune orizzonte dell’impegno per la giustizia sociale.

A fronte di quest’Italia, però, ci sono ancora Italie che si nascondono complici o silenti. C’è ancora troppa indifferenza, troppo egoismo, troppa delega. C’è un’antimafia a volte di facciata: “antimafia” è una parola che avrebbe bisogno di una quarantena prolungata, di una pausa di ripensamento e bonifica. Troppi hanno trasformato l’antimafia, che è questione innanzitutto etica, in esercizio puramente retorico se non titolo da esibire e fasullo certificato di garanzia.

Ecco allora che questo trentesimo anniversario deve segnare un punto di svolta, un impegno più grande e consapevole. Non occorrono “eroismi”: occorre umiltà, tenacia, passione per il bene comune e capacità di leggere la realtà con sguardo profondo e di ascoltare le sue spesso mute grida di sofferenza con “l’orecchio del cuore”, come c’invita a fare Papa Francesco. Occorre nondimeno un impegno composito, multiforme, che intrecci i mondi della scuola, dello sport, della cultura, arte e anche dell’economia, frutto di uno sguardo non più solo specialistico ma meticcio, transdisciplinare, consapevole del profondo legame tra “Bene” e Bello”, etica ed estetica, forma e contenuto.

Occorre infine il coraggio più difficile ma più necessario: quello di rispondere ogni giorno alla propria coscienza.

(Fonte: Libera)


Il Card. Matteo Zuppi è il nuovo presidente della CEI - Conosciamolo di più ...

Zuppi: "Grazie al Papa e ai vescovi. 
Camminiamo insieme per ascoltare le sofferenze di tutti"

Le prime parole del nuovo presidente Cei, dopo la nomina di questa mattina di Francesco: "Sinodalità, collegialità e carità mi accompagneranno. Importante camminare insieme nelle 'pandemie' e nelle sfide di oggi". L'appello ai giornalisti: "Siate clementi, voi aiutate a far comprendere alcune scelte della Chiesa"


Il cardinale Zuppi, nuovo presidente della Cei, nel breve incontro con i giornalisti all'Hilton Rome Airport

Sinodalità e collegialità, non dimenticando le sofferenze del mondo che vive due “pandemie”, il Covid e la guerra, e parlando “la lingua dell’amore, unica comprensibile nella Babele di questo mondo”. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, presenta così la sua missione come nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Incarico conferitogli questa mattina dal Papa, poco dopo aver ricevuto la terna dei vescovi riuniti nell’Hilton Rome Airport di Fiumicino per la 76.ma Assemblea generale. Proprio nella grande sala dell’albergo dove si svolgono i lavori dei vescovi, Zuppi incontra una rappresentanza di giornalisti. Non una conferenza stampa – quella è in programma il 27 maggio – ma un piccolo saluto da parte di “don Matteo”, come tutti continuano ancora a chiamarlo, ai media che, come dice, possono “aiutare a capire alcune scelte della Chiesa che a volte possono sembrare distanti incomprensibili”.

Il grazie al Papa e ai vescovi

Le prime parole che il neo eletto presidente pronuncia, appuntate su una vecchia agenda blu scuro, sono di ringraziamento. “C’è stata una accelerazione un po’ improvvisa, la prima cosa che volevo fare è ringraziare il Papa perché mi ha scelto nella terna e poi i vescovi perché mi hanno indicato. E questa fiducia del Papa che presiede nella carità il suo primato e della collegialità, insieme alla sinodalità, è la Chiesa”. Sono le “tre dinamiche” che, dice il porporato, “mi accompagneranno”.

La pandemia del Covid e della guerra

L’arcivescovo di Bologna guarda poi all’attualità e al “momento che stiamo vivendo, sia in Italia, in Europa e nel mondo, sia come Chiesa, perché le cose sono strettamente unite”. Quindi “le pandemie”: anzitutto “la pandemia del Covid con tutto quello che ha rivelato delle nostre fragilità e debolezze, con le domande che ha aperto, le consapevolezze e le dissennatezze che ha provocato”. E adesso “la pandemia della guerra” che Papa Francesco “con tanta insistenza” ha stigmatizzato in questi anni, parlando di una terza guerra mondiale a pezzi, cristallizzando poi il suo pensiero nella Fratelli tutti. Alle indicazioni del Papa Zuppi invita a guardare “in queste settimane e mesi terribili che stanno coinvolgendo tutto il mondo”, per “non dimenticare tutti i pezzi delle altre guerre”.

Una Chiesa in cammino

È “in questa sfida che si colloca il cammino della Chiesa italiana”, afferma il nuovo presidente dei vescovi. Chiesa che quest’anno, insieme alla Chiesa universale, si muove verso il Sinodo sulla Sinodalità: “Un cammino sinodale, non un Sinodo strutturato o organizzato, ma molto più coinvolgente” che ora “continua con l’ascolto”. Per Zuppi “è importantissimo” questo atteggiamento, perché “l’ascolto ferisce. Quando qualcuno ascolta si fa ferire da quello che vive, fa sua la sofferenza”. E “quello che stiamo vivendo – aggiunge - ci aiuta a comprendere le tante domande e sofferenze, a capire come essere una madre vicina e come incontrare i tanti compagni di strada”.

La vicinanza

La vicinanza è per Zuppi “una delle cose che mi solleva di più”. Il presidente Cei confida infatti di sentire sulle spalle la propria “piccolezza e inadeguatezza”: “Spero di restarne sempre consapevole”.

Un ricordo dei predecessori

Infine, prima di concludere, un ricordo dei predecessori. In primis il cardinale Antonio Poma, come lui arcivescovo di Bologna e presidente Cei, che ha vissuto “periodi di grande cambiamento”. “Lo ricordo con riconoscenza. Anche se non l’ho incontrato personalmente, ho incontrato e incontrerò qui tante tracce”. Poi il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma dal 1972 al 1991 e presidente Cei dall’85 al ’91, “vescovo nei miei primi anni di sacerdozio” che “con coraggio diede a Sant’Egidio la chiesa di Sant’Egidio, dando fiducia a questi ragazzi”. Zuppi ringrazia poi “per la loro sapienza” i cardinali Camillo Ruini e Angelo Bagnasco: “Ho chiamato poco fa entrambi, chiedendo udienza”. In ultimo, un grazie al cardinale Gualtiero Bassetti, suo diretto predecessore, “che in questi anni con tanta paternità e tanta amicizia ha guidato la Chiesa italiana, creando una fraternità di cui io da vescovo ho goduto”.

L'affidamento alla Madonna

Da qui un affidamento della sua missione alla Madonna di San Luca: “A Bologna dopo il Padre eterno, o forse anche prima c’è la Madonna di San Luca. Chiedo a Lei e a Maria madre della Chiesa di accompagnarmi e accompagnarci in questo cammino della Chiesa italiana. “Tutta la Chiesa”, sottolinea il porporato. Quella che in questi giorni ha visto rappresentata nell’Assemblea generale: “Tanti referenti e tanti laici, un pezzo di sinodalità che è entrato dentro la collegialità. Questo mi incoraggia nelle sfide e difficoltà: credere che la Chiesa con tanti compagni di viaggio, consapevoli e non, farà risplendere la misericordia di Dio di cui il mondo ha bisogno”.

L'appello ai giornalisti

La stessa misericordia Zuppi la domanda ai giornalisti: “Siate clementi e misericordiosi, anche nel futuro. Sempre però con la chiarezza e l’immediatezza di persone che camminano insieme”. “Voi – ha aggiunto – avete il compito di dover raccontare e di camminare con noi, sicuramente con quella vicinanza indispensabile per il vostro mestiere e anche il nostro. Voi aiutate tanti a capire scelte della Chiesa che a volte possono sembrare distanti e incomprensibili”. “È la Chiesa – conclude il presidente della Cei - che sta per strada e che cammina nella missione di sempre: parlare a tutti e raggiungere il cuore di tutti”. E farlo con “quell’unica lingua comprensibile nella Babele di questo mondo che è la lingua dell’amore”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 24/05/2022)

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Zuppi presidente della Cei: 
“il cristiano deve diventare un artigiano di pace”

Dalle parole pronunciate appena eletto arcivescovo di Bologna a quelle di questi giorni, dedicate al dramma della guerra e all'urgenza della pace. Ecco alcuni stralci del "sentire ecclesiale" del nuovo presidente della Cei, il card. Matteo Maria Zuppi, che succede al card. Gualtiero Bassetti

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“La chiesa nella città non è un fortino distante dalla strada, ma è una presenza prossima, oserei dire materna, che si unisce al cammino, a volte tanto faticoso per molti in questi tempi di crisi e di paura”. In queste parole, pronunciate nel saluto rivolto alla città di Bologna subito dopo la sua nomina ad arcivescovo, sta la cifra del “sentire ecclesiale” che appartiene al card. Matteo Maria Zuppi, nominato dal Papa nuovo presidente della Cei, durante la 76ma Assemblea generale dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 27 maggio. “Io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole”, aveva detto Papa Francesco alcune settimane fa tracciando una sorta di identikit della nuova guida dell’episcopato italiano, pur chiedendo ai vescovi di sentirsi liberi nell’indicazione della terna per il successore del card. Gualtiero Bassetti. “Il pericolo è l’indifferenza, il pensarsi isole, il guardare la realtà da spettatori, magari raffinati critici e attenti giudiconi”, le parole di Zuppi perfettamente in linea con la “Chiesa in uscita” auspicata da Francesco e delineata in particolare in occasione del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015:

“Chiudersi, per proteggersi o per banale egoismo, fa male a tutti, 
alla chiesa, alle singole persone e anche a questa casa comune che è la città!

Chiudendoci nelle case o nei palazzi o in noi stessi ci ammaliamo! E camminare assieme è una straordinaria e appassionante avventura!”. Poi le parole dedicate specificamente al rapporto tra Chiesa e città, che da Bologna possono essere “esportate” anche in chiave nazionale: “Nel rispetto dei ruoli, con lo specifico dell’essere discepolo di Gesù, e nel comune impegno alla solidarietà, tra istituzioni e tra persone, tra religioni, tra sensibilità diverse, ecco con tutta la Chiesa di Bologna collaboreremo con le autorità e con quanti hanno a cuore questa piazza grande che è la città intera”. In quell’occasione, il neonominato presidente della Cei aveva proposto di sostituire il termine “stranieri” con “nuovi italiani”. Sono “i compagni di classe che crescono con noi”, aveva ammonito:

“Cominciamo da loro, dai nuovi italiani, da chi non ha casa, da chi è vittima della tortura della solitudine, da chi è smarrito nel mondo della disoccupazione, specialmente i più giovani, da chi cerca futuro e protezione perché scappa dalla guerra”.

E proprio al dramma della guerra, o meglio al suo contrario, sono dedicati gli interventi più recenti di Zuppi, nel deflagrare del conflitto in Ucraina.

“Il cristiano deve diventare un artigiano di pace”,

ha detto ad esempio il 22 maggio scorso, nella cattedrale di San Pietro gremita di folla per il pellegrinaggio annuale in città della Madonna di San Luca. “Dobbiamo chiedere a Maria il dono della pace e che ci insegni a vivere da ‘Fratelli Tutti’, perché lo siamo davvero”, ha scandito presiedendo la veglia di preghiera. In un’intervista sulla visita dell’Immagine della Beata Vergine di San Luca alla città e all’arcidiocesi di Bologna, in programma dal 21 al 29 maggio, Zuppi è tornato ancora una volta sulla tragedia della guerra e sull’interpretazione che ne dà il Santo Padre.

“Esiste – sostiene Zuppi – questo demone imprevedibile della guerra che contagia e spaventa tutti. Abbiamo capito quell’espressione di Papa Francesco della guerra mondiale a pezzi. 
Pensavamo, in fondo, che questi conflitti fossero soltanto problemi locali che non ci riguardavano, mentre la guerra in Ucraina ci fa capire che sempre, e questa in particolare, è un pezzo importantissimo del nostro futuro”.

E parla di pace anche il messaggio inviato alla comunità islamica a conclusione del Ramadan, con l’invito a “continuare a pregare per la pace, per disarmare i nostri cuori e le nostre mani, per avere nel cuore e sulla bocca quel ramoscello d’ulivo che dopo il diluvio della guerra rappresenta la pace tra le persone e i popoli. In un’ora del mondo segnata da grande dolore abbiamo bisogno di stringere più forti legami di amicizia, come segno tangibile della nostra volontà di pace.

Proprio mentre ci sembrava di uscire da una prova terribile, quella della pandemia, eccoci di fronte a una guerra sanguinosa, che bussa alle nostre porte e fa appello alle nostre coscienze, così come a quelle dei responsabili della politica. Dobbiamo unirci per chiedere con forza la cessazione dei combattimenti tra Russia e Ucraina e una soluzione pacifica delle controversie, nella ricerca del bene comune”.

Torna in mente la memorabile omelia presieduta dal card. Zuppi per i funerali dell’amico David Sassoli, durante la quale il 14 gennaio scorso aveva attualizzato il messaggio delle beatitudini: “Beati sono gli operatori di pace, gli artigiani, cioè che non rinunciano a ‘fare la pace’ iniziando dai piccoli e possibili gesti di cura, sporcando le mani con la vita, con le contraddizioni del prossimo, con la fatica a stringere quella del nemico che se lo fai si trasformerà in fratello”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 24 Maggio 2022)

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Chi è Matteo Zuppi,
il cardinale rimasto col cuore sulla strada

Dalle periferie di Roma insieme alla Comunità di Sant'Egidio alla guida dell'episcopato italiano



Chi lo conosce bene racconta che non ci sperava più di tanto nella nomina alla guida della Cei, pur sapendo di essere insieme al cardinale Paolo Lojudice tra i favoriti. Eppure, il Papa l'ha scelto dopo che il suo nome è stato quello più votato dai confratelli vescovi nella terna. Matteo Zuppi, "don Matteo" per tutti, 66 anni, romano, arcivescovo di Bologna, è sempre rimasto fedele alla semplicità che ha contraddistinto il suo sacerdozio prima, l'episcopato poi. Quando nel 2019 Francesco lo creò cardinale non a caso disse: "Il cardinale è rosso perché deve testimoniare fino al sangue. Speriamo di essere buoni testimoni del Vangelo: quello di oggi è chiarissimo". E ancora: "Dobbiamo cercare di essere sempre ultimi nell'amore e mettersi sempre al servizio degli altri".

Appartenente alla Comunità di Sant'Egidio fin dagli Anni del liceo, al Virgilio di Roma (qui conobbe Andrea Riccardi, "un ragazzo poco più grande di me - ha raccontato - che parlava del Vangelo a tanti altri ragazzi in maniera così diretta e nello stesso tempo con tanta conoscenza"), una laurea in lettere, quindi la scelta del sacerdozio a Roma, per anni vicino agli ultimi e ai poveri, viene scelto dal Papa anche per la sua capacità di unire le differenti anime presenti nella sua comunità, da quelle più vicine al pontificato in corso, fra queste la scuola dossettiana, a quelle più conservatrici che avevano visto nei vescovi suoi predecessori una loro espressione. Ne sono un esempio, in qualche modo, gli attestati di stima che gran parte del mondo politico e religioso gli tributa in queste ore.

Zuppi, che è stato anche viceparroco di Vincenzo Paglia a Santa Maria in Trastevere, si è sempre distinto per l'instancabile azione a sostegno dei più poveri, degli immigrati, dei rom, senza escludere l'attività di diplomazia esercitata con Sant'Egidio. Arrivare a Bologna da Roma non era cosa scontata. Ancor più non lo era diventare cardinale e poi, oggi presidente dei vescovi italiani, tenuto anche conto che da anni sulla cattedra di San Petronio si erano succeduti vescovi non contigui alla linea conciliare messa in campo dall'innovatore Giacomo Lercaro dal 1952 al 1968. Significative, in questo senso, le prime parole che Zuppi rivolse alla diocesi. Disse, citando il Concilio Vaticano II, monsignor Oscar Romero e Giovanni XXIII, che la Chiesa deve essere "di tutti, proprio di tutti, ma sempre particolarmente dei poveri".

A Bologna Zuppi sa interpretare al meglio quella Chiesa dei poveri che ebbe in don Paolino Serra Zanetti, in padre Marella e nelle Case della carità una sua espressione. Non fin dall'inizio Zuppi ha deciso di non vivere nell'arcivescovado, ma nella casa del clero. "Ho sempre vissuto insieme ad altri - disse tempo fa a Repubblica -. Abitare in una casa dove vivono altri sacerdoti è per me occasione di confronto in un cammino nel quale sento il bisogno di condividere". In lui Francesco rivede forse se stesso, negli anni di Buenos Aires. Come il Papa, infatti, Zuppi ha sempre valorizzato quella pietà popolare che altri sacerdoti faticano a comprendere. A Trastevere, i primi anni, fu tentato di considerare queste manifestazioni come sopravvivenze del passato. E invece, disse, "vi ho scoperto tanta profondità spirituale".
(fonte: La Repubblica, articolo di Paolo Rodari 24/05/2022)


martedì 24 maggio 2022

Enzo Bianchi - I vescovi italiani e la crisi della fede

Enzo Bianchi 
I vescovi italiani e la crisi della fede 


La Repubblica - 23 maggio 2022

Oggi (23/05/2022) si apre l’assemblea dei vescovi italiani chiamati innanzitutto non al rinnovamento delle cariche istituzionali, ma a leggere insieme l’oggi di Dio per la chiesa, scrutare insieme i segni dei tempi che devono indirizzare le scelte e delineare, per il futuro prossimo, i passi da osare. Non è un’ora facile, e si potrebbe anche dire con linguaggio profetico che questi sono “giorni cattivi” perché si è fatta sempre più evidente la crisi ecclesiale in molti suoi aspetti.

È ormai attestato che dopo la pandemia le piazze sono tornate a riempirsi, ma le chiese restano vuote, con una diminuzione di partecipanti alle assemblee liturgiche che inquieta e deve interrogare. Le motivazioni che di consueto vengono individuate per illustrare questa crisi iniziata negli anni ottanta – la secolarizzazione, il mutamento di vita nella società del benessere, il consumismo, il relativismo morale – non sono più sufficienti a spiegare l’accelerazione con la quale siamo stati introdotti in una società post-cristiana e in una cultura dalla quale il cristianesimo è stato espulso.

Avevamo annunciato tempi in cui le chiese cristiane avrebbero avuto lo statuto di minoranze, ma eravamo certi che sarebbero state minoranze significative, capaci di inoculare diastasi salutari nella società. Oggi non ne siamo più sicuri perché l’indifferenza verso il cristianesimo è talmente imperante che sembra aver sopito addirittura la domanda di senso, le domande ultime.

Difficile definire questo fenomeno: non è declino, non è decadenza morale, non è mancanza di pensiero autorevole, ma resta un venir meno silenzioso, visibile solo per chi frequenta le chiese e constata una fuga delle donne e soprattutto dei giovani dalla liturgia.

Abbiamo speso cinquant’anni per l’evangelizzazione, in un impegno che la chiesa italiana ha saputo onorare e vivere seriamente, eppure il risultato è una sterilità crescente. Conosco bene le chiese occidentali dell’Europa per poter dire che la chiesa italiana ha cercato con fatica nuove strade, ispirandosi in modo convinto al concilio Vaticano II più di altre chiese europee, e tuttavia ciò che le resta da riconoscere è che l’attuale crisi è una crisi innanzitutto della fede! Comprendo che l’affermazione spaventa, ma occorre avere il coraggio di questa denuncia: non manca la testimonianza (sempre inadeguata al Vangelo!), non manca la disponibilità a lavorare, perché la chiesa oggi è stanca, esaurita, fiaccata, ma manca la fede a partire dal popolo di Dio. La verità è questa: se non si crede che Gesù Cristo è vivente, è risorto da morte e ha vinto la morte, che ragione c’è a professarsi cristiani, che beneficio se ne trae? Se non si crede che la morte è solo un esodo, che ci sarà un giudizio sull’operato umano e una vita oltre la morte, una vita senza più pianto né lutto, perché si dovrebbe diventare cristiani e perseverare in questa appartenenza? Non basta l’etica per essere cristiani: gli esseri umani sanno darsi un’etica. Non basta la spiritualità: gli esseri umani sanno crearsela. Ma se viene meno la fede, se non c’è più la memoria che trasmette la fede, come sarà possibile essere cristiani? Oggi la “chiesa brucia”, il “gregge è smarrito” e soprattutto diviso più che mai, ma se non ci si interroga sulla fede l’agonia in Europa continuerà.

I vescovi italiani sapranno indicare che la vera urgenza è ridestare la fede “nuda e appesa alla croce”, senza rincorrere l’opinione dominante e senza ridurre la fede a messaggio etico?
(fonte: blog dell'autore)


PENSARE LA FEDE - Fede e dubbi - di GILBERTO BORGHI

PENSARE LA FEDE
Fede e dubbi
di GILBERTO BORGHI

Che effetto produce, sul piano comunicativo, testimoniare una fede senza dubbi?


"Il non credente che è dentro di me”. Qualche giorno fa, seduti ad un bel pranzo di matrimonio, un prete che stimo, parlando della condizione della fede dei suoi parrocchiani, citava a proprio carico questa espressione, che nell’interlocutore del suo racconto aveva procurato un certo disagio. Mi è ritornata in mente rileggendo, per lavoro, un testo del card. J.H.Newman: “Si consideri poi che la legge che segue sembra sovraintendere al conseguimento della conoscenza da parte nostra: tanto più essa è desiderabile, per eccellenza, ambito o complessità, tanto maggiore e la sottigliezza delle prove in base alle quali viene accettata. Siamo costituiti in modo tale che, se insistiamo sull’essere tanto certi quanto più è possibile in ogni stadio del nostro percorso, dobbiamo accontentarci di strisciare per terra, senza mai poterci levare in volo. Se siamo destinati a grandi fini, siamo chiamati a grandi rischi; e, poiché non ci viene data certezza assoluta in niente, dobbiamo in tutte le cose scegliere fra il dubbio e l’inazione”. (Sermone XI)

Il dubbio, perciò, fa parte della fede, cosa che Newman esprime in modo icastico in una sua celeberrima frase: “Mille dubbi non fanno una mancanza di fede”. Ma oggi sembra che tale consapevolezza, in molti fedeli cattolici, sia stata dimenticata. Parlando con parecchie persone di ambito ecclesiale, anche persone che stimo e sulla cui fede metterei davvero la mano sul fuoco, mi capita spesso di percepire una sorta di intenzione di fondo, mai esplicitata ma molto presente, che cerca di mostrare come avere fede sia una condizione interiore in cui il dubbio viene eliminato, come se esistesse una legge secondo cui più cresce la fede e meno sono presenti dubbi nella persona credente.

Mi è venuto da riflettere su questa percezione che avverto diffusamente: nella fede cristiana funziona davvero così? Personalmente non sono d’accordo. Se credo che Dio mi ami, dentro di me ciò si appoggia sulla percezione, attuale o passata, che il suo amore mi raggiunge, mi tocca e io ne sono consapevole. Ma questa percezione non è mai capace di riempire totalmente il mio spazio interiore di ricerca della verità, tanto che posso comunque sempre continuare a dirmi, che me la sto raccontando, che forse quella percezione di sentirmi amato è solo frutto della mia mente. Credere perciò, per me significa che io decido di continuare a pensare che tale percezione è frutto dell’opera di Dio dentro di me, e i dati percettivi che possiedo non sono mai tali da “costringere” la mia coscienza ad assentire a tale verità per la luminosità interna che essa produce dentro di me.

Se fosse così, in realtà vorrebbe dire che la mia fede è “obbligata” dal dato percettivo e io non sarei più libero di accettare o meno la presenza di Dio dentro di me. Cosa diciamo, perciò, quando affermiamo che la fede è dono di Dio? Diciamo che Lui pone il suo amore dentro di me, in una condizione tale da essere percepibile, ma non da essere costringente e sostiene misteriosamente la mia volontà nel continuare a decidere che tale percezione è frutto della sua presenza e non della mia allucinazione. Non si tratta perciò di una tegola che ci cade sulla testa a prescindere dalla nostra volontà, ma di una sinergia tra la mia volontà e la sua, che lascia comunque sempre libera la mia mente di assentirvi o no.

Se le cose stanno così, allora è inevitabile che restino dei dubbi nella mia mente di credente e nel mio cuore di amante, che non possono mai essere tolti e che segnano il fatto che i miei limiti come essere umano non vengono mai tolti, fino a che siamo su questa terra. La fede, cioè, se è autentica, se è atto libero di risposta all’amore di Dio, si nutre dei dubbi e resta sempre in bilico tra lo stare e il cadere. Molti santi, soprattutto mistici, parlano della “notte dello spirito”, quella condizione in cui la crescita nella fede, invece di rendere sempre maggiore luce alla loro mente e calore al loro cuore, al contrario aumenta i dubbi e la percezione della distanza tra loro e Dio.

Conseguenza. Possiamo presentarci con onestà spirituale a chi non ha fede, mostrando tutte le nostre certezze e oscurando i nostri dubbi? Che effetto produce, sul piano comunicativo, testimoniare una fede senza dubbi? Attrae o respinge? Forse attrae chi desidera non avere dubbi, ma il rischio è quello di spingerli a credere in un Dio che sta dentro la loro misura umana e, quasi, diventa controllabile. Chi, invece, vuole restare umano e mantenere aperta la tendenza alla verità, spesso sente disagio e repulsione di fronte ad una fede senza dubbi.

Facciamo, allora, un buon servizio alla fede quando, armati di certezze incrollabili, promuoviamo crociate etiche o spirituali? L’anno scorso, durante la testimonianza a scuola di una suora che si occupa di violenza sulle donne, un ragazzo le chiese come si comportava davanti a donne che vogliono abortire: “Di sicuro non mi troverete sulle barricate anti abortiste. Le accompagno con l’amore che posso, anche durante e dopo l’aborto. Loro sanno bene cosa ne penso io, ma nessuna ha mai rifiutato la mia presenza”. Un mio collega, ateo dichiarato, esclamò: “Proprio da una suora dovevo venire per trovare quello che penso sia giusto?”

(Fonte: Vino Nuovo - 18 maggio 2022)