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venerdì 22 maggio 2026

Santa Rita: la forza del perdono che parla al mondo ferito e in guerra

Santa Rita: la forza del perdono
che parla al mondo ferito e in guerra

Milioni di fedeli celebrano Santa Rita, la “santa degli impossibili”, simbolo di pace e riconciliazione. La sua vita, segnata da dolore, coraggio e fede incrollabile, continua a offrire speranza a un mondo attraversato da guerre e divisioni, ricordando che l’amore può trasformare ogni ferita

(Foto Calvarese/SIR)

Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita. Lei, la “Santa degli impossibili”, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi in grado di toccare l’animo dell’uomo moderno.

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia. “Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari. I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati. È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.

Sposa, da giovane, Paolo di Ferdinando di Mancino, uomo dal carattere deciso e inserito nelle dinamiche politiche del tempo. La loro vita familiare è fatta di fatiche e tenerezze, di differenze e compromessi, nel tentativo di tenere insieme casa e relazioni e di trasformare la quotidianità in un luogo di crescita.

Il dramma arriva all’improvviso: Paolo viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, vittima di una vendetta legata alle tensioni tra fazioni. Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro. In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.

La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco. Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo. Ma il suo ingresso non è semplice: incontra resistenze, pregiudizi e ostacoli. Lei, però, non si tira indietro. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato. Questa determinazione la sostiene nel cammino verso la vita religiosa.

In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle. È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.

(Foto: Monastero Santa Rita, Cascia)

Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate. Una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.

Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa. È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.

Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita. Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum. Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.

Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti. Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore. Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce. La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 22/05/2026)


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giovedì 21 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La giustizia non basta

Tonio Dell'Olio
 
La giustizia non basta
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 maggio 2026

Davide Cavallo è lo studente ventiduenne accoltellato e picchiato il 12 ottobre 2025, in corso Como a Milano, da cinque ragazzi fino a riportare una lesione midollare permanente. Ieri il tribunale ha pronunciato la sentenza con una pena esemplare per due dei suoi aggressori.

Una decisione necessaria, perché senza giustizia una società smarrisce il senso del limite e della responsabilità. Ma ieri, in quell’aula, è accaduto qualcosa che va oltre il diritto e perfino oltre la condanna. A porte chiuse, Davide ha chiesto di abbracciare i suoi aggressori spezzando così la logica che spesso domina il nostro tempo: quella della vendetta, dell’odio che chiama altro odio, della vita ridotta a un interminabile regolamento di conti. 

Nessun gesto potrà cancellare il dolore, né restituire a Davide la vita di prima. Eppure quell’abbraccio ha mostrato che la giustizia, da sola, non basta. È necessario riconoscere l’umanità dell’altro, persino quando ha sbagliato in modo terribile. Vuol dire non lasciare l’ultima parola al male. 

In un Paese dove troppo spesso la violenza giovanile genera solo paura e invocazioni di pene sempre più dure, Davide ci consegna una domanda radicale: che società vogliamo costruire dopo la condanna? Gettare la chiave o scommettere su un altro futuro? Quel gesto non assolve nessuno. Ma indica una strada capace di generare vita nuova. Per le vittime, per i colpevoli e per tutti noi.

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domenica 17 maggio 2026

Bakari andava al lavoro

Bakari andava al lavoro


𝐔𝐧 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨

𝐶’𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑎, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑜.
Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede.
In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta.

𝑷𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒆́ 𝒖𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆𝒗𝒂. 𝑬̀ 𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒂𝒛𝒛𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂.

LA SOCIETÀ CHE ABBIAMO COSTRUITO

Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima.
E poi c’è una piazza, all’alba, e c’è Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava così, bastava non conoscersi, per morire.

COSA SI È ROTTO, ESATTAMENTE?

Viviamo dentro una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Così fluida da non riuscire più a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare.

IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE?

I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtà imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtà – 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata.
𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilità in un’opportunità di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi.

L’ANESTESIA TOTALE

Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza.
Il risultato è una generazione – anzi, più generazioni – che non sa più stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno.

“𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡e. 𝐿𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒.” (Fyodor Dostoevskij)
L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand.
E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che può attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente.

BAKARI

Era nato in Mali. 𝐀𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐢, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚 𝐧𝐨𝐦𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐧𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐢 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢.
Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro.
Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐩𝐞𝐬𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨.
𝐵𝑎𝑘𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑜. 𝐸𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎. 𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎.

𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨. 𝐍𝐎
“𝐺𝑙𝑖 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎: 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑖 𝑒 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜” (Giuseppe Prezzolini).

Non accettiamo la narrazione della fatalità. Non accettiamo: ” 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎”, “𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilità collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalità.
𝐁𝐚𝐤𝐚𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞, 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐛𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢. È morto perché qualcuno, più di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. È morto in una società che ha mercificato tutto tranne l’etica. È morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. È morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo.
Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola è già un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare.

QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE

Non è una questione di sicurezza nelle piazze. È una questione di cosa stiamo diventando.
Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profondità, che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool.
“𝐿’𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝐶𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖.” (Carl Gustav Jung)

Dobbiamo scegliere. Tra una società che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunità che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non può farlo.
La piazza in cui è morto Bakari Sako era vuota di umanità prima ancora che lui ci entrasse.
Riempiamola. Prima che si svuoti ancora.
𝑩𝑨𝑲𝑨𝑹𝑰 𝑺𝑨𝑲𝑶, 𝒃𝒓𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒈𝒓𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐, 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒑𝒐𝒕𝒖𝒕𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒍𝒐, 𝒖𝒐𝒎𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒆𝒓𝒊𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒆.
𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒. 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒.
(fonte: Pressenza, articolo di Aurelio Angelini 17/05/26) 


venerdì 15 maggio 2026

Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono


Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono

Il commento del condirettore di Famiglia Cristiana alla lunga lettera del 22enne ferito in un’aggressione a Milano: parole di perdono, gratitudine e amore per la vita che interrogano tutti noi

Fonte: Facebook

Un’aggressione che taglia letteralmente a metà la sua giovane vita, in corso Como a Milano, in una serata d’ottobre. Una lesione al midollo spinale con gravi conseguenze sul fisico ad oggi. Aggredito, rapinato e accoltellato. Il risveglio amaro in una stanza grigia, con macchinari alle pareti e un infermiere accanto. «Non mi sento le gambe. Perché non mi sento le gambe?».

A sei mesi da quei fatti, Davide Simone Cavallo, 22 anni, sente il bisogno di raccontare, di riflettere su quanto accaduto in questo tempo e di condividere. E lo fa in una lunga e commovente lettera, uscita un paio di giorni fa, ripercorre quanto ha vissuto in questi mesi: la rievocazione di quella fatale sera, la compassione per gli aggressori, il rapporto con il “nuovo” corpo, le problematiche quotidiane che la lesione midollare gli lascia, la paura di morire, le domande che si accavallano. Ma colpiscono le parole che, senza cedere alla  rabbia, parlano di perdono, di gratitudine e apprezzamento per la vita nonostante tutto, per la famiglia, per Dio, per il personale sanitario che lo cura.

Un ragazzo giovane, pieno di vita e di passioni, si ritrova a confrontarsi con la dura realtà della sofferenza e persino della morte. Non ha neppure un ricordo di quella sera. «Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui», scrive nella lettera. Eppure, nonostante che le sue giornate «da sei mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie», Davide pensa con dispiacere ai giovani aggressori («Quando ho saputo della loro età, mi si è fatto pesante il cuore») e trova parole di perdono sorprendenti: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo». E ancora: «Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare... Ho compassione per loro e li abbraccio».

Di fronte a parole così cariche di umanità, mi chiedo anche – come cristiano e come prete – se siamo ancora capaci di questo sguardo sulla vita, sul mondo, sulle relazioni, su Dio, su ciò che ogni giorno ci è donato e non dovuto. «La cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro». Non la rabbia, la frustrazione, ma la gratitudine come sentimento che guida la vita di Davide anche là dove è pesantemente limitata. Anche di fronte a un «corpo nuovo» con cui deve fare i conti («Ci tengo infine a dire […] io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando»), trova la forza di sperare e di sognare ancora. «Non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione […] O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più».

Insomma, un inno potente alla vita, senza autocommiserazione. «Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: “Perché a me?”, un po’ sorrido. […] Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia».

Le parole di Davide sono davvero preziose. Sorgono dal confronto con il senso ultimo della vita, quando si è visto in faccia la morte e si guarda alla vita in un modo che non può essere quello di prima. «Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui».

Di fronte a tanto amore per la vita, a resilienza e coraggio ad affrontare un travaglio non solo fisico ma che coinvolge tutta la persona, dobbiamo interrogarci. Abbiamo ancora lo sguardo per vedere il bene che c’è in noi e intorno a noi? Di guardare oltre la “disgrazia”? La lezione di Davide è un invito a ritornare nella nostra interiorità, a recuperare le domande giuste, a guardare il bene che c’è, ad andare all’essenziale che rende la vita ricca anche dentro il limite e l’inaspettato nella vita «Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria. A sorpresa… Se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: “Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male”». Una sapienza sulla vita di cui fare tesoro ci viene da un giovane consapevole che «un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Don Vincenzo Vitale 14/05/2026)

martedì 5 maggio 2026

Addio ad Alex Zanardi - Una vita in cinque secondi

Simul currebant - Nel mondo dello sport

Alex Zanardi compagno di viaggio di Athletica Vaticana 
nei progetti solidali incoraggiati da Papa Francesco

Una vita in cinque secondi


Di cinque secondi in cinque secondi Alessandro “Alex” Zanardi classe 1966 da Castel Maggiore — leggenda dello sport e testimone della dignità di ogni persona con disabilità — lascia un’eredità che va oltre medaglie e titoli mondiali. Rimasto senza gambe il 15 settembre 2001 per un incidente nella “vita da pilota di formula 1” con tanto di estrema unzione, di vite Alex se ne è inventate altre con quella sua regola che «la differenza la fanno cinque secondi di resistenza in più per non mollare, neppure quando senti di aver dato proprio tutto!».

Tra ricordi e commemorazioni coinvolgenti, sarebbe uno spreco non cogliere l’essenza della sua “eredità”: la capacità di uno sguardo sul mondo capace di trasformare problemi in opportunità, senza suscitare pietismo. Persino sorridendo. Soprattutto tornando ogni volta “bambino” dopo quei suoi devastanti incidenti (la sorella Cristina è morta, a 16 anni, in auto sulla strada), con la passione sfrenata per la vita e la consapevolezza che il limite è un punto di partenza. Non giocava a “fare il guru”. Anzi. «Mi salvano l’autoironia e le mie origini: mamma camiciaia e padre idraulico».

Alex — va chiamato così, lo sentiamo tutti amico, lui che per secondo nome di battesimo aveva Leone — è morto nella sera del 1º maggio, dopo quasi sei anni — vissuti nel silenzio, tra discrezione e il rispetto di tutti, tra ospedali e la sua casa a Noventa Padovana — dal terribile incidente in handbike il 19 giugno 2020 inToscana. Il 1º maggio proprio come, 32 anni fa, il suo “mito” Ayrton Senna: si erano incrociati sulle piste della formula 1 dal 1991 quando l’esordiente Alex era al volante della Jordan — al posto di Michael Schumacher (valli a capire i crocevia della vita) — e Ayrton con la McLaren.

Alex è stato “compagno di strada” anche di Athletica Vaticana, condividendo l’impegno per uno sport più inclusivo con l’uomo al centro. Poco prima del drammatico incidente del 2020, Alex aveva donato la maglietta indossata per vincere le Paralimpiadi a Rio de Janeiro 2016 aderendo all’asta “We Run Together” promossa da Athletica Vaticana — sostenuta da Papa Francesco anche con 2 udienze particolari — per il personale degli ospedali di Bergamo e Brescia in prima linea contro il Covid.

L’ultimo testo scritto da Alex è la prefazione al libro Mettersi in gioco (edito nel 2020 dalla Libreria editrice vaticana con il patrocinio di Athletica Vaticana) che raccoglie pensieri di Papa Francesco sullo sport. Alla presentazione del volume (l’8 settembre 2020 nello stadio delle Terme di Caracalla) la moglie di Alex partecipò con una lettera ricordando la genesi di quel testo (ripubblicato in “Giochi di pace”, edito nel 2024 dalla Lev con Athletica Vaticana, con la prefazione di Papa Francesco). Scrisse Daniela Manni Zanardi: «Alex, nel dare il suo piccolo contributo al libro, so che ci ha messo il cuore».

Il giorno dell’incidente ad attendere Alex, tra Montalcino e Tarquinia, per la staffetta paralimpica per handbike “Obiettivo tricolore” — da lui pensata come segno di rinascita dalla tragedia del Covid — c’erano 3 ciclisti di Athletica Vaticana per accompagnare in handbike Tiziano Monti che proprio dall’incontro con Zanardi ha trovato la forza per ripartire dopo un incidente che gli ha portato via (anche a lui) le gambe. Tiziano e Athletica Vaticana hanno raccolto il testimone caduto a Alex per riprendere subito la corsa. I dubbi sull’opportunità di proseguire la staffetta li risolsero la moglie e gli atleti in handbike: «Non ci si ferma, stiamo ricostruendo speranza!».

Papa Francesco, attraverso, «La Gazzetta dello sport», ha inviato ad Alex — appena 4 giorni dopo l’incidente — una lettera autografa di vicinanza e incoraggiamento: «Carissimo Alessandro, la sua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso. Attraverso lo sport ha insegnato a vivere la vita da protagonisti, facendo della disabilità una lezione di umanità. Grazie per aver dato forza a chi l’aveva perduta. In questo momento tanto doloroso le sono vicino, prego per lei e la sua famiglia. Che il Signore la benedica e la Madonna la custodisca». Parole che saranno ricordate — con la moglie, il figlio Niccolò, 28 anni, e la mamma Anna, 80 — alle esequie martedì 5, alle ore 11, nella basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle a Padova.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 04/05/2026)

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Vedi anche il post precedente: 
Addio ad Alex Zanardi - Dieci frasi che raccontano Zanardi


domenica 3 maggio 2026

Addio ad Alex Zanardi - Dieci frasi che raccontano Zanardi

Addio ad Alex Zanardi

Dieci frasi che raccontano Zanardi

La storia di Alex Zanardi si può raccontare in tanti modi. Offre spunti infiniti, si presta a mille angolazioni, e non esiste davvero un punto giusto da cui iniziare. Si potrebbe partire dai numeri, straordinari, che raccontano una carriera, anzi due, entrambe fuori scala. Oppure si potrebbero usare le parole. Le sue. Perché dentro frasi e aneddoti che negli anni ci ha lasciato c’è tutto: il pilota, l’atleta, l’uomo. Un essere umano, profondamente umano, che ha perso le gambe ma è stato capace di trovare molto di più. E allora forse il modo migliore per raccontare Zanardi è proprio questo: partire da quello che ha lasciato. Un modo diverso di guardare le cose.


L'ironia alla base di tutto, la fatica come mezzo di conquista:
Zanardi stupiva anche con le parole. 

“Quando pensi di aver dato tutto, tieni duro ancora cinque secondi”


La regola dei “cinque secondi” di Alex Zanardi sintetizza perfettamente il suo modo di vivere, il suo approccio alle cose. Zanardi raccontava che nei momenti di massimo sforzo, quando sei convinto di non averne più, è proprio lì che si fa la differenza. “Quante volte mi è successo di voler mollare, sfinito, pensando di essere molto più stanco degli avversari contro cui sto correndo. Allora mi dico: ancora cinque secondi, dai, cosa vuoi che siano. Chiudi gli occhi per lo sforzo, quasi ti fai del male per continuare a spingere… e poi, quando li riapri, ti accorgi che hanno mollato loro”. Vale per le gare, ma vale anche per la vita. Crederci cinque secondi in più di chi si ferma. “Quei momenti ci sono ovunque: nello sport, nel lavoro, negli affetti. Insomma, nella vita. Devi dirti: sono qui, ci provo”.

"Se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe ora non sarei così felice"


Spiazza perché è sincera, detta senza retorica, quasi con gratitudine. Nel 2001, al Lausitzring, Alex Zanardi perde entrambe le gambe in un incidente devastante. “Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”, dice. È da lì che Zanardi inizia a costruire la sua seconda vita: non guardando a ciò che ha perso, ma a quello che può ancora diventare. “La mia Olimpiade ho cominciato a vincerla nel letto d’ospedale, quando non ho perso tempo a chiedermi ‘perché a me?’, ma ho iniziato a pensare: con quello che mi è rimasto cosa posso fare? Mi ha aiutato il mio essere curioso”. Accettare la realtà e ripartire da lì. "Arrendersi" non ha mai fatto parte del suo vocabolario.

“La vita è come il caffè: per addolcirla devi girare il cucchiaino”


Zanardi ha sempre rifiutato l’idea di restare fermo ad aspettare che le cose migliorassero da sole. Per lui servono movimento e iniziativa, anche quando è difficile. E con questo suo moto perpetuo, dalla velocità di una monoposto al sudore di maratone e Ironman, con la fatica che brucia le braccia sulla handbike, ha finito per ispirare un intero Paese. "Spero che questi successi convincano qualche ragazzo disabile a uscire di casa, a riprendere a vivere attraverso lo sport. La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport offre possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni", così Zanardi dopo la vittoria alla Milano City Marathon.

"Se qualcuno mi avesse predetto, anni fa, che sarei andato ai Giochi gli avrei risposto: cosa ti sei fumato? Io faccio il pilota"


Nel 2007 la sua prima gara. La Maratona di New York in handbike segna l’inizio pratico della sua seconda vita: Zanardi chiude quattordicesimo, ma apre la porta sulla sua carriera paralimpica. Un'idea che, fino a poco prima, gli sembrava fuori da ogni logica, ma che si rivela una traiettoria inattesa e potentissima: quattro ori e due argenti tra Londra 2012 e Rio 2016 e dodici titoli mondiali. "Così pochi? Peccato, ho iniziato tardi...", scherza Zanardi, con quella leggerezza diventata nel tempo una bussola. "Credo che ognuno di noi tenda a guidare il proprio destino – spiega – scegliendo quale orizzonte inseguire. Poi ogni tanto la vita decide per te… e lo fa anche con più fantasia. Se sai cavalcare quello che accade, magari riesci a trasformarlo in qualcosa di bello". Dieci anni dopo l’incidente che gli stravolge la vita, nel 2011, Zanardi torna a New York e vince la maratona.

"L'Ironman alle Hawaii? Lì è pieno di squali. Se sono intelligenti, mi vedono senza gambe e lasciano stare: 'lo hanno già assaggiato, non è buono...'"


Nuoto, bici, maratona, tutto di fila, senza pause. L'Ironman è una prova estrema, dove più che il fisico conta la testa. E anche lì, come sempre, Zanardi ci arriva a modo suo. Alla sua prima volta a Kona, alle Hawaii: "Sentivo intorno diffidenza e preoccupazione. Mi chiedevano: obiettivo? Finire un secondo sotto le dieci ore. Sembrava follia". Zanardi termina in 9 ore, 47 minuti e 12 secondi. Con anche un dettaglio non proprio secondario: gli squali. Una paura che accantona con la solita ironia. Sdrammatizzare, alleggerire e poi andare. Sempre avanti. Nel settembre 2019 a Cervia, Zanardi ferma il cronometro a 8 ore, 25 minuti e 30 secondi, stabilendo il primato mondiale paralimpico in un Ironman.

"Ho guardato il cielo e gli ho detto:
adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo"


Eppure, ogni tanto, è capitato anche a Zanardi di mollare. Perché dietro le imprese da supereroe c’è un uomo, "con debolezze e cadute, come chiunque". Gli succede poco dopo il rientro a casa dall’ospedale, dopo il primo incidente. Una giornata storta, in cui i problemi si accumulano: "Mia moglie doveva essere operata il giorno dopo, mio figlio era piccolo e piangeva per una otite, mamma aveva l’influenza. Ho guardato il cielo e gli ho detto: adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo". Sospirone. Poi, il giorno dopo, le cose si sistemano: "C’entrano bravi chirurghi e gli antibiotici, chiaro. Ma in quel momento non pensavo come un’opportunità ciò che era successo, come accadde poi. Ognuno ha un suo modo di percepire un problema, anche come insuperabile. Dio si occupi di loro. Io lo guardo e lo ringrazio di quello che è stato e sarà".

"Ho il fisico abbastanza tagliato per l'handbike"


Zanardi non ha mai raccontato la sua storia con toni pesanti. Anche quando parla del suo corpo, lo fa con leggerezza. Gli ha pur sempre consentito di fare sport, al centro, da sempre, dalla sua vita. Il ciclismo non è il suo primo amore ma, quando arriva, diventa il suo nuovo centro gravitazionale. La handbike, "una strana bici", la scopre quasi per caso, intravista sul tetto dell’auto di Vittorio Podestà mentre si giocano un parcheggio in un'area di sosta in autostrada. Quella bici “diversa”, lo incuriosisce, diventa presto "una figata pazzesca": gli restituisce allenamento, competizione, la possibilità di spingersi sempre un po’ più in là. D'altronde: "Ho il fisico tagliato per questo sport".

"Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno,
ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton..."


La Formula 1, il suo primo amore. Mai davvero abbandonato, mai messo da parte. Rimane lì, un filo che non si spezza, vissuto sempre con passione e con quello spirito bolognese che lo ha sempre contraddistinto. Dopo una delle tante imprese di Lewis Hamilton, Zanardi se ne esce così: "Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno, ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton, boia se mi accontenterei! Fortissimo!".

"Credo che la curiosità sia l'unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita"


L'ingrediente fondamentale della vita Zanardi lo rivela al David Letterman Show. Poi, durante l’intervista si appoggia una tazza di tè bollente sulle gambe, scherzando sui 'vantaggi' della sua disabilità. Il pubblico americano è in visibilio. Ma Zanardi ha appena rivelato una grande verità: tutto parte dalla curiosità, e la curiosità porta alla passione. E senza passione non si va lontano, soprattutto se il motore sono soldi o fama. “Se vuoi diventare il numero uno per i soldi o le veline non ce la farai mai. Forse ce la farai se lo fai per divertirti”. Forse il punto non è arrivare, ma avere sempre qualcosa che ti spinge a partire, divertendoti per strada.

“Ci si può drogare di cose buone. Una è lo sport”


Chiudiamo così. Lo sport è l’essenza della vita di Zanardi. Non può farne a meno o va in astinenza. Lo sport è rimettersi in moto ogni volta, misurarsi sempre, ma solo con se stessi: "Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era soltanto con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio".
(fonte:La Gazzetta dello Sport, articolo di Rebecca Saibene 02/05/2026)

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Addio ad Alex Zanardi - Campione di Formula 1, handbike e coraggio, grande nello sport e nella vita

Addio Alex Zanardi

Campione di Formula 1, handbike e coraggio,
grande nello sport e nella vita

Scomparso il Primo maggio, era diventato un simbolo forse proprio malgrado, un grande uomo prima che un grande campione

Alex Zanardi Ansa

Tre vite nessuna morte, parafrasando il titolo di una pellicola di tanti anni fa, perché Alex Zanardi non morirà mai, troppo forte, troppo intenso quello che ha vissuto e rappresentato. Alex Zanardi è rimasto Alex Zanardi anche dopo l'ultimo incidente, quello sciagurato del 19 giugno 2020 in handbike, che lo aveva consegnato allo stretto riserbo e al cordone di amore discreto della sua famiglia che lo ha protetto con tatto e intelligenza dalla curiosità morbosa: per rispetto di sé e di lui, per non darlo in pasto al pubblico, per non esporre il suo tempo fermo, perché Alex Zanardi, scomparso la sera del primo maggio 2026 nella sua casa, era come il mare, esisteva solo in moto perpetuo e così, solo così, va ricordato.

Un ricordo personale diretto dal vivo, emblematico ancorché secondario, alla Cerimonia dei collari d'oro nel salone d'onore del Coni, nel 2016: Alex che esce in abito scuro, camicia bianca e cravatta, impeccabile, sul bastone, (camminava con due), regolarmente impugnato nella mano sinistra, innesta a "t" l'altro che si è tolto dalla mano destra per lasciarla libera e usarla per afferrare il corrimano a spirale dello scalone e percorrerlo da cima a fondo con una spettacolare agilità, balzelloni, in discesa: un movimento armonico, atletico, elegante, ininterrotto.

In quella discesa c'era tutto Zanardi: ti dicono che con due protesi alle gambe appena sotto l'inguine non farai mai più le scale ed è l'innesco per dimostrare a te stesso e al mondo che puoi.

Così Alex Zanardi ha reagito sempre, con l'orizzonte dei pionieri, con lo spirito degli esploratori agli accidenti, tanti, troppi che la vita gli ha messo di traverso, trasformando il rosario di "non puoi " che sarebbe potuta diventare la sua esistenza, dopo l'incidente in Formula 1 nel 2006, in una esplorazione continua delle proprie nuove possibilità: corsa su strada, handbike, una sequenza infinita di successi paralimpici, e l'ironmen, alla lettera uomo di ferro, un Triatlon estremo, che a Zanardi stava stretto come definizione, perché il ferro si arrugginisce Zanardi invece luccica, perché ha dato al mondo il grimaldello della speranza con l'esempio.

Un simbolo proprio malgrado

Quando gli chiedemmo in quel momento che cosa significasse l'ingombro di essere simboli rispose: «Non è un ingombro, perché non avverto il dovere di rappresentare qualcosa per qualcuno. Non me ne sento il diritto. Poi so che le cose che faccio mi rendono un riferimento per altri, perché le faccio dopo ciò che mi è accaduto. Ma io non vado all’ironman per dimostrare qualcosa a qualcuno».

Neanche a se stesso? «No, vorrebbe dire andarci con il dubbio di non arrivare in fondo. Io invece mi sono posto un traguardo realistico, in cui non vedevo nulla di magico. Fare l’ironman senza gambe secondo me è una semplificazione non una complicazione, solo che quando lo dico non lo scrivono volentieri: rovina un po’ il romanticismo del racconto di Zanardi eroe, che mi lusinga, sia chiaro, anche se mi sembra meno realistico di come lo vedo io».

Per poi aggiungere: «Davanti al film Nato il 4 luglio in cui Tom Cruise restava su una sedia a rotelle mi son detto: “Se capitasse a me mi ammazzerei”. Credo di aver fatto un ragionamento superficiale nella convinzione che a me non sarebbe accaduto. Poi quando l’uno su un milione sei tu, te ne freghi della statistica e ti fai su le maniche. E quando ci sei dentro ti scopri più dotato di quanto credessi. L’idea del suicidio dopo non mi è mai passata per la testa, mai».

Davanti a Zanardi si aveva la sensazione di stare di fronte a un uomo risolto che sapeva osservarsi con autoironia e lucidità, che quando gli si chiese della paura e di quell'incidente in Formula 1 che diede vita alla sua seconda vita, rispose «Un incidente come quello in quelle circostanze anche in uno sport a rischio come la Formula1 succede a uno su un milione, ma quell'uno ero io: sono normale, credetemi, ho solo preso una castagna mostruosa. Ragazzi scusate il latinismo, il punto è che la sfiga esiste».

Raccontava in una intervista a Famiglia Cristiana nel 2019, a firma di Fulvia Degl'Innocenti, dell'importanza della famiglia: «in particolare mia moglie, Daniela, è stata un po’ la regista, con alcune scelte che ha fatto e che sono state tutte migliori di quelle che avrei preso io. Quando sono tornato a casa dopo la mia degenza a Berlino di 40 giorni, nel garage c’era già un’auto con i comandi al volante. La mia famiglia mi si è stretta attorno permettendomi di rimanere concentrato su me stesso. Avevo voglia di ritornare il più rapidamente possibile a essere il miglior padre per mio figlio Niccolò».

Zanardi aveva letto quell'auto in garage come una indicazione dell'atteggiamento da tenere, l'idea che non si trattasse di fermarsi a leccarsi le ferite, ma di ricominciare a vivere con altri mezzi.

La seconda vita

Dal 2007 ha corso maratone con la handbike, compresa quella di New York (quarto con soli 20 giorni d’allenamento). Due ori e un argento ai Giochi paralimpici di Londra 2012, e tre ori ai mondiali di Baie-Comeau 2013. Da ultimo, l’11 ottobre 2014, ha partecipato all’Ironman. È anche tornato a correre in auto, nella Blancpain GT Series. Ai Mondiali di Nottwill 2015, in Svizzera, oro in tutte le gare cui si era iscritto, nella crono, nella prova in linea e nella staffetta.

Nel 2016, poco prima di compiere cinquant'anni, di nuovo protagonista alle Paralimpiadi. A Rio de Janeiro un oro nella handbike, prova a cronometro categoria H5. Il giorno seguente argento nella prova in linea della handbike. Poi, di nuovo oro con la squadra azzurra, nella hand bike prova su strada staffetta mista.

Ha fatto di tutto: il tutor, l’atleta, il motivatore, il frontman: «Sembra retorica, ma è la verità», disse una volta, «ci ho infilato dentro un sacco di cose in questi cinquantatré anni. Il giorno in cui ho perso le gambe non mi è sembrato che la vita mi stesse offrendo una grande opportunità, però lo è diventata, forse la migliore della mia vita. Tutte le cose che faccio oggi sono conseguenza della mia nuova condizione».

L’ultimo progetto, quello in cui ha trovato l’incidente poi rivelatosi fatale, si chiamava Obiettivo Tricolore ed era dedicato agli atleti paralimpici come lui che avevano grande forza e capacità, ma magari meno mezzi per poter arrivare alle Paralimpiadi. Per questo Zanardi aveva cominciato a collaborare con Rio Mare facendosi finanziare alcune borse di studio per gli atleti più meritevoli. La staffetta in giro per l’Italia a giugno voleva essere un segno concreto anche per il Paese che dopo la tragedia della pandemia ci si poteva rialzare. Come aveva fatto lui, come avevano fatto tanti atleti paralimpici che avevano scelto di girare il Paese sull’handbike. Il destino ha deciso in altro modo. La sua handbike era finita contro un camion, Il 19 giugno 2020, lungo la strada provinciale 146 vicino a Pienza: una tragica fatalità, un incidente, per il quale il camionista, ammiratore e disperato per non essere riuscito a evitare il campione nonostante la manovra d'emergenza, è stato poi definitivamente scagionato con una archiviazione. Di lì Zanardi è stato circondato dalla privacy, la stessa per cui oggi la famiglia chiede rispetto in attesa di comunicare le circostanze delle esequie.

La Tv, le sfide

Nella sua seconda vita, in abiti eleganti, Zanardi ha anche condotto su RaiTre, con le sue due protesi e i suoi due bastoni, tra il 2012 e il 2016 la splendida trasmissione sportiva Sfide, ideata da Simona Ercolani, aprendo la strada tuttora molto impervia alla disabilità in Tv. «Le sfide», ci disse «si vincono solo se hai voglia di fare quello che serve prima di tentarle. Non ci sarebbe stato Maradona senza il bambino che scavalcava la rete del campetto per andare a giocare da solo. La mia fortuna è poter fare le cose che mi piacciono, il fatto che mi abbiano portato a vivere qualche pomeriggio di gloria è un piacevolissimo valore aggiunto. Poi, certo, per narcisismo, tra due sfide egualmente appassionanti, scegliamo tutti quella con in fondo il pubblico che applaude».

Un uomo risolto

Non aveva mai nascosto l'ammirazione per gli altri, gli dispiaceva di non avere fatto in tempo a raccontare a suo padre Dino, idraulico, mancato poco prima dei due mondiali vinti da Zanardi in Formula Cart del 1997 e 1998, di aver incontrato una sera del 2016 finalmente Dino Zoff, uomo ammiratissimo, l'eroe di gioventù del padre che fino alla fine aveva chiamato Alex il "cit", il bambino.

Ricorderemo i suoi occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare come nella versione italiana di Le méteque, il capolavoro di George Moustaki: Alex che straniero nella vita, invece, non è stato mai neanche nei momenti di più difficili, perché ha seminato ovunque relazioni importanti.

Anche con gli sconosciuti cui ha trasmesso, senza volere, vivendo, il messaggio che c'è sempre una seconda possibilità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari, ha collaborato Antonio Sanfrancesco 02/05/2026)

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sabato 11 aprile 2026

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa: la poesia che svela una verità ancora attuale

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa:
la poesia che svela una verità ancora attuale

Scopri il significato de "La ninna-nanna de la guerra” di Trilussa: una potente poesia che smaschera la barbarie di tutte le guerre.


La ninna-nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che attraversa il tempo e continua a interrogare la coscienza di chi legge. Trilussa compie una scelta che spiazza. Usa la forma più dolce che esista, quella della ninna nanna, e la mette accanto alla realtà più dura. Una voce culla un bambino, lo invita a dormire, a non vedere. Fuori, però, il mondo è attraversato da violenza, interessi, decisioni prese lontano da chi le subisce.

È in questo contrasto che la poesia prende forza. Non alza il tono, non cerca effetti. Lascia emergere una verità che si insinua lentamente: mentre qualcuno parla di ideali, di valori, di necessità, c’è sempre qualcun altro che paga il prezzo più alto.

E così, senza bisogno di riferimenti espliciti, la poesia resta vicina anche al presente. Perché ogni volta che il mondo si trova davanti a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation, tornano gli stessi interrogativi. Chi decide. Chi guadagna. Chi perde. Chi resta.

La poesia non offre risposte consolatorie. Fa qualcosa di più scomodo, costringendo a guardare la guerra per ciò che è, senza filtri. E a riconoscere quanto, sotto linguaggi diversi e scenari diversi, certe dinamiche continuino a ripetersi.

Scritta nel 1914, all’inizio della Prima guerra mondiale, nasce dentro un momento storico preciso, ma riesce a superarlo. Non resta legata a un conflitto, a un’epoca, a una circostanza. Diventa uno sguardo lucido e disarmante su ciò che la guerra è davvero, al di là delle parole con cui viene raccontata.

Leggiamo la poesia di Trilussa per scoprirne il purtroppo sempre attuale significato.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

La guerra vista nella sua essenza senza nessuna illusione

La Ninna nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che sposta lo sguardo. Non racconta la guerra come viene presentata, ma come si manifesta davvero quando la si osserva da vicino, dal punto di vista di chi la subisce.

Dentro i versi prende forma una consapevolezza che attraversa il tempo. La guerra non è mai soltanto ciò che viene dichiarato. Non è solo difesa, identità, appartenenza. È anche un sistema fatto di interessi, equilibri, convenienze. Un sistema in cui il valore della vita umana rischia di diventare secondario.

Trilussa mette in discussione le giustificazioni più ricorrenti. Mostra come le idee, la fede, la razza, la patria, possano essere usate per coprire decisioni che hanno radici molto più concrete. E allo stesso tempo fa emergere un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il rapporto tra guerra ed economia, tra conflitto e profitto.

C’è poi un aspetto ancora più amaro, che riguarda ciò che accade dopo. Chi ha contribuito allo scontro torna a parlarsi, a ricostruire relazioni, a pronunciare parole di pace. E intanto resta chi ha pagato il prezzo più alto, spesso senza nemmeno essere ascoltato.

In questo senso la poesia non si limita a essere una denuncia. Diventa una chiave per leggere ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata come necessaria. Ci invita a guardare sotto le parole, a riconoscere ciò che resta uguale anche quando tutto sembra cambiare.

Una poesia dentro il tempo della guerra

Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, scrive questi versi siamo nel 1914. L’Europa sta entrando in un conflitto che cambierà profondamente la storia e la percezione stessa della guerra. Anche in Italia il dibattito è acceso, diviso tra chi sostiene l’intervento e chi prova a opporsi.

La poesia entra a far parte della raccolta Lupi e agnelli, pubblicata nel 1919, ma composta negli anni della guerra. Il titolo richiama una dinamica semplice e universale: quella tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca Ninna nanna de la guera.

In un clima culturale in cui alcuni intellettuali esaltano il conflitto come forza capace di rinnovare il mondo, come nel caso di Filippo Tommaso Marinetti o di Gabriele D’Annunzio, Trilussa sceglie una posizione diversa. Non si affida alla retorica, ma a uno sguardo che resta vicino alla realtà delle persone.

È uno sguardo che intercetta una sensazione diffusa, ovvero quella di trovarsi dentro qualcosa di più grande, che avanza e travolge, lasciando poco spazio alla comprensione e ancora meno alla possibilità di scelta.

Una ninna nanna contro la guerra e la barbarie

La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo. La voce è quella di una ninna nanna, familiare, quotidiana. Un bambino da far dormire, un ritmo che rassicura. Ma già nei primi versi qualcosa si incrina. I nomi evocati, deformati e quasi caricaturali, rimandano ai potenti del tempo.

Figure lontane, trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca come se fossero parte di un mondo irreale. È un modo sottile per ridimensionarli, per togliere loro quell’aura di grandezza con cui vengono raccontati.

Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione. Non si limita più a cullare, ma introduce una prima verità: meglio dormire, perché restare svegli significa vedere. Vedere le “infamie”, i “guai”, ciò che accade davvero nel mondo. È un passaggio decisivo. La ninna nanna non protegge soltanto il bambino, ma lo allontana dalla consapevolezza. Come se la realtà fosse troppo dura per essere guardata senza filtri.

Quando la poesia entra nel cuore della guerra, il linguaggio resta semplice, ma il contenuto si fa sempre più netto. Trilussa parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea, per qualcosa che non si vede. La fede, la razza, diventano parole che giustificano, che coprono. Dietro, però, resta l’immagine più crudele: quella di chi guida e osserva, mentre altri combattono e muoiono.

È qui che emerge una delle intuizioni più forti della poesia. La guerra non è soltanto uno scontro tra popoli, ma un meccanismo in cui il potere si protegge e si legittima. Il “Sovrano macellaro” non è una figura lontana e astratta. È il simbolo di un’autorità che decide e, allo stesso tempo, trova sempre un modo per giustificarsi.

Quando compaiono i versi sul “giro de quatrini”, la poesia cambia ancora profondità. Tutto ciò che era stato raccontato fino a quel momento trova una spiegazione ulteriore. Non basta parlare di ideali. C’è anche un sistema economico che si muove, che alimenta la guerra, che la rende conveniente per qualcuno. È una verità che non viene gridata, ma lasciata emergere con naturalezza, quasi fosse evidente.

Nel finale, il tono si fa ancora più amaro. Dopo il “macello”, tutto torna come prima. I potenti si ritrovano, si parlano, ristabiliscono rapporti. La guerra, che per molti è stata perdita totale, per altri diventa un episodio chiuso, superato. E in mezzo resta il popolo, definito con un’ironia che brucia: risparmiato dal cannone, ma non dall’inganno.

La ninna nanna torna allora al suo punto di partenza, ma non è più la stessa. Non è solo un canto per far dormire. È un modo per mostrare quanto la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile. Trilussa non invita davvero a chiudere gli occhi. Al contrario, suggerisce che forse è proprio questo il problema: continuare a dormire mentre tutto accade.

E in questo movimento, così semplice e così preciso, la poesia riesce a fare qualcosa di raro. Non descrive soltanto la guerra. Ne svela il funzionamento umano, quello che resta uguale anche quando cambiano i tempi, i nomi, le armi. Per questo, leggerla oggi non dà la sensazione di guardare al passato, ma di riconoscere qualcosa che continua a ripetersi.

Una ninna nanna che continua a svegliarci

Rileggere oggi La ninna nanna de la guerra significa fare i conti con qualcosa che non riguarda solo la storia, ma il presente continuo dell’essere umano.

Perché ciò che Trilussa mette a nudo non è soltanto la guerra come evento, ma la logica che la rende possibile. Una logica che si ripete, che cambia linguaggio ma non sostanza. Ogni volta troviamo parole nuove per raccontarla – sicurezza, equilibrio, difesa, ordine – ma il meccanismo resta lo stesso: la vita di qualcuno diventa il prezzo necessario per gli interessi di qualcun altro.

E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È il fatto che tutto questo riesca a essere normalizzato. Che si possa convivere con l’idea della guerra, commentarla, analizzarla, persino giustificarla, senza sentirne davvero il peso umano. È qui che la poesia di Trilussa diventa più scomoda: perché rompe questa distanza, perché costringe a vedere.

La ninna nanna, allora, non è solo un’immagine poetica. È una metafora potentissima. È il modo in cui una società si racconta le cose per renderle sopportabili. È il tentativo di addolcire ciò che non dovrebbe esserlo, di proteggersi dalla realtà invece di affrontarla.

Ma sotto quella voce che culla, resta tutto. Restano i corpi, le vite spezzate, le case perdute, le esistenze interrotte. Restano le conseguenze che non entrano nei discorsi ufficiali, ma che segnano generazioni intere.

Per questo Trilussa continua a parlarci. Non perché anticipi il presente, ma perché ne rivela una struttura profonda, quasi immutabile. Ci ricorda che la guerra non è un’anomalia, ma una possibilità sempre pronta a riemergere quando il potere si separa dalla responsabilità, quando l’altro smette di essere una persona e diventa un numero, una distanza, una strategia.

E allora quella ninna nanna cambia significato. Non è più un canto per far dormire un bambino. È una domanda che resta aperta, rivolta a chi legge: quanto siamo disposti a restare svegli davanti a ciò che accade davvero.
(fonte: Libreriamo, articolo di Saro Trovato 07/04/2026)

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mercoledì 25 marzo 2026

PADRE ROBERTO PASOLINI: in un mondo di guerre la fraternità non è un ideale ma responsabilità - Seconda meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

In un mondo di guerre
la fraternità non è un ideale
ma responsabilità
Padre Roberto Pasolini



La grazia e l’onere della comunione sono al centro della seconda meditazione di Quaresima si è tenuta il 13 marzo, nell’Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull'intuizione di san Francesco nel vedere i rapporti interpersonali come un’opportunità per imparare la logica del Vangelo: “Non siamo soli e non siamo tutto – afferma – e quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile”

GUARDA IL VIDEO

La fraternità 

            La grazia e la responsabilità della comunione fraterna Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia. 
              Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.
         Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

 1. Il dono dei fratelli 
       All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così: 

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 14, FF 116). 

      Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una II meditazione Quaresima 2026 2 chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.          Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9). 
       Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete: 

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» (Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20). 

E ancora: 

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

      In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). 
        Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37). 
         Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
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