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lunedì 15 dicembre 2025

Giubileo dei Detenuti, Leone XIV: nessuno sia perduto, concedere amnistie o indulto - "Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto." (sintesi/commento, testo e video integrali)

GIUBILEO DEI DETENUTI

SANTA MESSA

Basilica di San Pietro
III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2025

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Giubileo dei Detenuti, il Papa:
nessuno sia perduto, concedere amnistie o indulto

Nella Messa presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV rilancia il desiderio espresso da Francesco nella "Spes non confundit", la bolla di indizione dell'Anno santo. Auspica che a tutti siano offerte reali opportunità di reinserimento sociale, pur consapevole delle criticità del sistema carcerario: "Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto. La giustizia è sempre un processo di riparazione"


Papa Leone XIV durante la Messa per il Giubileo dei detenuti (@Vatican Media)

Non perdere la speranza, perché da ogni caduta ci si deve poter rialzare e la giustizia è sempre un processo di riparazione e riconciliazione. Nella Domenica "della gioia", quella che la liturgia definisce "Gaudete", Papa Leone XIV celebra la Messa per il Giubileo dei Detenuti nella Basilica vaticana e a quanti sono privati della libertà e a tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria chiede di guardare avanti e in alto. Con speranza, appunto.

L'ancora della speranza

A tal proposito il Papa, nell'omelia della celebrazione alla quale partecipano circa 5 mila persone, ricorda il predecessore Papa Francesco quando il 26 dicembre 2024 ha aperto la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia. In quella liturgia densa di significato il Pontefice argentino rivolgeva a tutti un invito che oggi Leone XIV rilancia: "Due cose vi dico. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore". "Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo", sottolinea il Pontefice.

Il Papa durante la Messa per il Giubileo per il mondo carcerario (@Vatican Media)

Condono della pena, amnistia, reinserimento

E ancora in continuità con Francesco, rilancia il desiderio espresso nella Spes non confundit, la bolla di indizione del Giubileo e cioè che, in queste ultime settimane dell'Anno Santo, si possano ancora concedere "forme di amnistia o condono della pena" e "a tutti opportunità di reinserimento".

Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare.

La misericordia può far sbocciare fiori dal peccato

indica poi il criterio dell'amore quale orientamento che deve abitare anche in ambienti come le carceri. Da atteggiamenti di compassione, attenzione, sapienza e responsabilità, in comunità come a livello istituzionale, possono nascere dei veri e propri miracoli. L'importante, afferma il Pontefice, è guardare all'umanità di Gesù. Rispetto e capacità di misericordia e perdono possono capovolgere destini e il Giubileo può essere l'occasione propizia:

Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità.

Dio è Colui che riscatta e libera

Si tratta di "un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà," ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia", spiega il Papa. "Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia", ripete. È vero che il panorama carcerario presenta diverse criticità, ammette Leone XIV: "C'è ancora tanto da fare". Ma confidando in Dio, Colui "che riscatta e libera", si può e deve osare:

Il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione

La Messa per il Giubileo dei detenuti nella Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

"Che tutti siano salvati"

Ancora, il Papa nella sua riflessione cita Sant'Agostino, quando scriveva un famoso commento all'episodio evangelico dell'adultera sottolineando che al termine dell'incontro con Gesù che la perdona rimasero "la misera e la misericordia". Si rivolge quindi ai ristretti e ai responsabili del mondo carcerario, ribadendo che si tratta di un compito "non facile":

I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più.

Eppure, in queste desolazioni, rimarca il Successore di Pietro, deve risuonare interiormente la certezza che il Signore desidera la salvezza di tutti. E ripete anche oggi: "Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati".

Non siamo soli

Mentre si avvicina il Natale, Papa Leone esorta dunque ad "abbracciare" con ancora più forza, il "sogno" di Dio, "costanti nel nostro impegno e fiduciosi".

Perché anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/12/2025)

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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il Giubileo della speranza per il mondo carcerario, per i detenuti e per tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria. Con una scelta densa di significato, lo facciamo nella Terza domenica di Avvento, che la liturgia definisce “Gaudete!”, dalle parole con cui inizia l’Antifona d’ingresso della Santa Messa (cfr Fil 4,4). Questa, nell’Anno liturgico, è la domenica “della gioia”, che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà.

In proposito, il 26 dicembre dello scorso anno, Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia, lanciava a tutti un invito: «Due cose vi dico – affermava –. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore». Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo (cfr Eb 6,17-20), ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo.

Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione.

Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia.

Per questo è importante guardare prima di tutto a Gesù, alla sua umanità, al suo Regno, in cui «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano […], ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5), ricordando che, se a volte tali miracoli avvengono con interventi straordinari di Dio, più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni.

E questo ci porta a un’altra dimensione della profezia che abbiamo ascoltato: l’impegno a promuovere in ogni ambiente – e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri – una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità, come diceva San Paolo VI alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975: «Questa – la carità – vorrebbe essere, specialmente sul piano della vita pubblica, […] il principio della nuova ora di grazia e di buon volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!» (Udienza generale, 31 dicembre 1975).

A tal fine Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.). Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10).

Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè (cfr Gs 3,17), per entrare in possesso della nuova “terra promessa”, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli. Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole – non era «una canna sbattuta dal vento» (Mt 11,7) –; eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare (cfr Lc 3,10-14).

Sant’Agostino, in proposito, in un suo famoso commento all’episodio evangelico dell’adultera perdonata (cfr Gv 8,1-11), conclude dicendo: «Partiti gli accusatori, sono state lasciate […] la misera e la misericordia. E a quella disse il Signore: […] va’ e non peccare più (Gv 8,10-11)» (Sermo 302, 14).

Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti «siano salvati» (1Tm 2,4).

Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo. Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno (cfr Gc 5,8) e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino (cfr Fil 4,5), cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.

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Guarda il video integrale della Messa


venerdì 5 dicembre 2025

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV IN TÜRKIYE E IN LIBANO 27/11 - 2/12/2025 – L'ultimo giorno del viaggio 02/12/2025 (cronaca/commento, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
IN TÜRKIYE E IN LIBANO
CON PELLEGRINAGGIO A İZNIK (TÜRKIYE)
IN OCCASIONE DEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI NICEA
27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2025

Martedì, 2 dicembre 2025

 BEIRUT – JAL ED DIB – BEIRUT 

08:30 VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DELL’OSPEDALE “DE LA CROIX” a Jal ed Dib
09:30 PREGHIERA SILENZIOSA AL LUOGO DELL’ESPLOSIONE DEL PORTO DI BEIRUT
10:30 SANTA MESSA presso il "Beirut Waterfront"
12:45 CERIMONIA DI CONGEDO presso l'Aeroporto Internazionale di Beirut
13:15 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Beirut per Roma

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VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DELL’OSPEDALE “DE LA CROIX”

Ospedale “De La Croix” (Jal ed Dib)
Martedì, 2 dicembre 2025

Alle ore 8:10 (ora locale), dopo essersi congedato dalla Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto alla Congregazione delle Suore Francescane della Croce a Jal ed Dib, per la visita agli operatori e assistiti dell’Ospedale de la Croix.
Al suo arrivo, all’ingresso principale della residenza della Congregazione, il Papa è stato accolto dalla Madre Superiora della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano, dalla Superiora del Convento e dalla Direttrice dell’Ospedale, che lo hanno accompagnato al teatro della struttura, dove erano presenti gli operatori e gli assistiti dell’Ospedale de la Croix.
Dopo le parole di benvenuto della Superiora Generale e la testimonianza di una malata e di un malato, il Papa ha salutato i presenti.
Al termine, dopo la benedizione e lo scambio dei doni, il Santo Padre ha visitato privatamente il padiglione Saint Dominique.

Conclusa la visita privata, Leone XIV è salito in auto e si è trasferito al luogo dell’esplosione del Porto di Beirut.

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Il Papa nell’ospedale psichiatrico di Beirut:
"Voi malati siete nel cuore di Dio"

Leone XIV visita l'ospedale di de La Croix gestito dalle suore francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di 800 disabili mentali e malati psichiatrici. Grande accoglienza per il Pontefice che riceve in dono oltre 70 rosari fatti a mano dai pazienti. Dal Papa l'invito a non dimenticare i poveri: "Non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”


“A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai! Shukrán! Allah ma’akum (Grazie! Dio sia con voi)”.

Sorrisi sghembi e sguardi spenti dalla malattia e dalle difficoltà della vita quelli che accolgono questa mattina Papa Leone XIV nell’Ospedale de la Croix, uno dei più grandi ospedali per disabili mentali del Medio Oriente, prima tappa dell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Libano. Ottocento malati sono seduti nel teatro della struttura, fondata nel 1919 dal beato cappuccino padre Yaaqoub, trasformata in manicomio nel 1937 e in nosocomio per disabili mentali nel 1951. Uomini, donne, anziani, giovani, alcuni affetti da tossicodipendenza (a loro è riservato uno dei cinque padiglioni) accolgono il Papa con le loro sciarpette bianche con impresso lo stemma papale e il volto di padre Yaaqoub, le bandierine libanesi e vaticane. Restano immobili e ogni tanto applaudono motivati dalle suore Francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di loro, insieme a un personale di infermieri e volontari. Come Jean, militare in pensione, che racconta: “Facciamo il possibile per loro”.

L'attesa per l'arrivo del Papa

Nel complesso situato sul Mount-Lebanon, da dove la vista della baia di Beirut toglie il respiro, ci sono una farmacia centrale, un dispensario, ambulatori, un teatro e una sala cinematografica e teatrale, cucine e lavanderia. Sono riunite là almeno un migliaio di persone, considerando i chilometri e chilometri di persone assiepate da dietro le transenne sin dalla strada centrale. Ancora bandiere in questa terz’ultima tappa del Papa in Libano, ancora striscioni (uno con il volto di Robert Francis Prevost giovane agostiniano), ancora fiori e immaginette. In mezzo poi un gruppo i bambini della vicina scuola di St. Jacques che hanno allestito un piccolo Conclave, con guardie svizzere, cardinali e anche un piccolo Papa, Elysha, con tanto di anello piscatorio e scarpe bianche. Le suore li hanno preparati spiegando il significato di quegli abiti e prima dell’arrivo di Leone gli fanno ripetere cori, canti e saluti. Uno pure in italiano: “Cccciao Papa Leone!”.

L'omaggio al Papa da parte dei bambini della scuola di St. Jacques (@Vatican Media)

Il Pontefice arriva all’ingresso principale della residenza della Congregazione in auto. Le suore gli corrono incontro e una pure gli si stringe al collo. La madre superiora, suor Marie Makhlouf, insieme alla direttrice dell’ospedale, suor Rose Hanna, e la superiora del Convento, suor Hiam El Badawi, accompagnano il Papa nel teatro e anche lì l’accoglienza è festante. Una suora chiede in videochiamata di salutare una familiare e Leone la benedice, in sala risuonano le zaghroutah, le urla – tipiche delle donne mediorientali – segno di felicità e festeggiamento.

L'accoglienza delle suore Francescane della Croce (@Vatican Media)

La commozione della madre superiora, suor Marie

A prendere la parola, lottando con la commozione che la interrompe più di una volta, la superiora suor Marie ringrazia il Papa per aver scelto di visitare una realtà che accoglie persone “ferite dalla loro solitudine” e “assenti dai media e dai palcoscenici”. Sottolinea come la presenza del Papa confermi che i più poveri e dimenticati “sono un tesoro della Chiesa” e non un peso per la società. Infine definisce la missione dell’ospedale un “miracolo quotidiano” sostenuto dalla Provvidenza e dalla generosità silenziosa dei benefattori. Anche due pazienti portano poi la loro testimonianza a Papa Leone. Una degente descrive la visita come una “luce” che dà coraggio e allevia le sofferenze, auspicando che il mondo possa conoscere la realtà umana e accogliente dell’ospedale e la santità di Abouna Yaacoub. Un altro paziente dice pure lui “grazie” al Papa per questo viaggio vissuto come dono e grazia per il popolo libanese. A nome di tutti i malati, chiede la benedizione per queste persone “che portano ogni giorno la propria croce” e anche per le religiose che li servono.

Suor Marie ringrazia il Papa della visita (@Vatican Media)

"Qui abita Gesù"

Leone XIV ascolta e sembra commuoversi. “Sono contento di incontrarvi, era un mio desiderio, perché qui abita Gesù: sia in voi ammalati, sia in voi che ne avete cura, le Suore, i medici e tutti gli operatori sanitari e il personale”, esordisce, in francese. Assicura che tutto il popolo dell’ospedale libanese è nel suo cuore e nelle sue preghiere. Anche il Papa ricorda la santità della vita del fondatore e la sua testimonianza portata avanti dalle Francescane della Croce. Il loro è “un prezioso servizio”, dice: “Grazie, care Sorelle, per la missione che portate avanti con gioia e dedizione!”.

Prezioso è pure il servizio degli operatori: “La vostra presenza competente e premurosa e la cura degli ammalati sono un segno tangibile dell’amore compassionevole di Cristo. Siete come il buon samaritano, che si ferma presso chi è ferito e se ne prende cura per sollevarlo e guarirlo”, dice il Papa. È vero, ammette, “a volte può sopraggiungere la stanchezza o lo scoraggiamento, soprattutto per le condizioni non sempre favorevoli in cui vi trovate a lavorare”. L’incoraggiamento è allora ad andare avanti, nonostante qualche difficoltà, avendo davanti sempre “il bene che avete possibilità di realizzare”.

Leone XIV saluta i presenti (@Vatican Media)

Non dimenticare i più fragili

“Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”, conclude Papa Leone. In particolare cristiani, aggiunge, sono chiamati a prendersi cura dei poveri: “Il Vangelo stesso ce lo chiede”.

A conclusione dell’incontro le suore consegnano al Papa 77 Rosari con i nomi dei malati e degli operatori che li hanno realizzati a mano. Suor Marie regala invece una icona fatta a mano di Abouna Yaacoub, nella speranza che venga presto canonizzato.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/12/2025)

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Guarda il video integrale

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In silenzio e con le braccia aperte,
la preghiera del Papa al porto di Beirut

Leone XIV, al suo ultimo giorno in Libano, si reca nel luogo scenario, nell'agosto 2020, della tragica esplosione che ha ucciso oltre 240 persone e ne ha ferite 7 mila. Il Pontefice prega dinanzi al monumento in marmo che riporta, uno ad uno, i nomi dei morti. Depone una ghirlanda e saluta i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Ognuno ha in mano fotografie dei parenti scomparsi. Le loro voci: "Vogliamo giustizia e verità. Il Papa che viene a pregare qui ci porta speranza"


Nada apre le braccia e srotola una sciarpa dai colori del grigio, del nero e del bianco. Stampati, in quelli che sembrano tanti quadratini, ci sono una serie di volti. Donne, bambini, anziani, uomini, poliziotti, vigili del fuoco. Sopra la scritta Beirut August 4th 2020 6.07 pm – Forever in our hearts. Luogo, data, orario e facce degli oltre 245 morti della tragica esplosione del porto della capitale libanese che ha sfigurato una città, una nazione, un popolo. Nada è al porto in rappresentanza di Isaac, il bimbo di 2 anni australiano (è la vittima più giovane) ucciso dalla esplosione mentre era seduto sulla sedia della casa che i genitori avevano affittato mentre si trovavano di passaggio in Libano. “Mi hanno chiesto espressamente di essere qui affinché l’anima di Isaac e la sua famiglia possano ricevere la benedizione del Papa, di Papa Leone”.

La sciarpa con i volti delle vittime che Nada dona al Papa

Giustizia e verità

Il faccino di Isaac è anche lui impresso sulla sciarpa, la donna chiede di poterla regalare a Papa Leone XIV che oggi, come penultimo appuntamento del viaggio apostolico in Libano, visita questo luogo divenuto uno scenario spettrale con la sagoma dei silos esplosi massicciamente che si stagliano nel cielo, cumuli di detriti, macchine bruciate accalcate una sull’altra con sopra insetti che non lasciano tregua ai visitatori. L’aveva già regalata a Papa Francesco la sciarpa, Nada Abdelsater, durante l’udienza dell’agosto 2024, quella in Vaticano del Pontefice con sopravvissuti e familiari delle vittime e dei circa 7 mila feriti, in cui Jorge Mario Bergoglio fece proprio il loro grido: “Giustizia e verità”. Il grido, cioè, che ribadiscono da cinque anni in mezzo a indagini bloccate e quelli che definiscono “ostruzionismi”. Anche oggi, disposti in fila per la preghiera silenziosa con Leone XIV, lo ripetono: “Giustizia e verità”.

Il Papa in preghiera dinanzi al monumento in marmo che riporta i nomi delle vittime dell'espolosione (@Vatican Media)

Leone XIV in preghiera

Il Papa saluta una ad una queste persone, in lacrime o con le mani a tapparsi la bocca, disposte tutte in fila. Prima però si ferma a pregare davanti al memoriale in marmo che elenca tutti i nomi di coloro a cui la deflagrazione ha strappato la vita. Di colpo - come il fratello, il cugino e il cognato di Antonella “tutti pompieri” - oppure dopo una lenta agonia in ospedale. Leone si ferma a lungo, in piedi, con le mani giunte davanti alla stele. A un certo punto alza lo sguardo e inizia a camminare verso il monumento. Si inginocchia a deporre una ghirlanda di rose rosse, poi di nuovo si ferma davanti e apre le braccia, tenendole in alto. Una preghiera, una benedizione, tutto in silenzio. Si vede la bocca del Papa muoversi e sussurrare qualcosa. Le pale dell’elicottero che sorvola la zona impediscono di sentire ogni suono, incluse le lacrime dei parenti e dei sopravvissuti che assistono alla scena.

Il saluto a sopravvissuti e familiari delle vittime

Ognuno di loro porta addosso l’immagine dei propri cari perduti. Quasi tutti tengono in mano fotografie di mariti, mogli, figli, nonni, zii, cugini. C’è chi ha il volto del marito dentro a un ciondolo o stampato in una delle spillette attaccate ai giubotti. Una donna distribuisce volantini con la sagoma della figlia, una ragazza bionda e sorridente morta a 33 anni: “Non mi dimenticate, tenetemi sempre nelle vostre preghiere. Vi amo tutti. Krystel El Adem”, recita la scritta. Al porto è presente pure il ministro degli affari sociali, Hanine Sayed; sua madre è rimasta uccisa nell'esplosione del 2020. E c’è anche il primo ministro Nawaf Salam e il nunzio apostolico, monsignor Paolo Borgia. Restano in disparte mentre Papa Leone compie il giro dei saluti, stringendo la mano, benedicendo, poggiando la mano sul capo e abbassando la testa mentre questi uomini e queste donne gli riferiscono qualcosa all’orecchio. Davanti a un bambino, il Papa si inginocchia e afferra la foto del papà che il piccolo tiene tra le mani. Una mamma lo abbraccia.

Il Papa in ginocchio davanti a un bambino al porto di Beirut (@Vatican Media)

Le voci di chi ha perso il proprio caro

“Sono contenta”, dice ancora Antonella Hitti, “la presenza del Papa è una piccola dose di speranza. Noi preghiamo con lui. E preghiamo per la giustizia, la verità e le responsabilità”. “Vogliamo la verità, vogliamo sapere chi ha un ruolo”, fa eco Nohad Abdou. Le trema la mano con cui tiene il ritratto di Jacques Baramachian, suo nipote che viveva nell’edificio bianco di fronte al porto: “La visita del Papa certo è una speranza”.

La benedizione del Pontefice a sopravvissuti e familiari delle vittime (@Vatican Media)

Immancabile anche l’avvocatessa Cecile Roukos, tra i familiari che più di altri hanno alzato la voce in questi anni tramite media e web. Lei ha visto morire il fratello impiegato in una compagnia di navigazione: “Lavorava all'interno del porto... Aveva 45 anni. Era più giovane di me”. Tatiana Hasrouty aveva addirittura il padre Ghassan che lavorava qui nei silos. “È morto durante l’esplosione, l’intero edificio è crollato. Credo che il Papa possa portarci un messaggio di resilienza... Sono tra coloro che hanno incontrato Papa Francesco e lui ci ha dimostrato che non ci ha dimenticati. Con questa visita di Papa Leone, sappiamo che il Vaticano ci tiene in considerazione e sente la nostra sofferenza”. “Venire a pregare qui – aggiunge Tatiana - nel luogo dove sono morte tante persone, ci dà un messaggio di speranza. Non siamo solo cristiani, ma ci sono anche musulmani. È questo il messaggio più importante che ci trasmette: rimanere uniti, nella preghiera e nella speranza di trovare la verità”.

Guarda il video integrale
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/12/2025)

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SANTA MESSA

"Beirut Waterfront" (Beirut) 
Martedì, 2 dicembre 2025

Lasciato il Porto di Beirut, il Santo Padre si è trasferito al Beirut Waterfront per la celebrazione della Santa Messa.

Al suo arrivo, il Papa ha compiuto un giro in papamobile tra i fedeli.
Dopo il saluto di benvenuto del Patriarca di Antiochia dei Greco‑Melchiti e le Letture della Sacra Scrittura, il Santo Padre ha pronunciato la sua omelia.
Al termine della Santa Messa, il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, S.B. Cardinale Béchara Boutros Raï, ha pronunciato alcune parole di ringraziamento.

Il Santo Padre, prima di salire in auto e trasferirsi all’Aeroporto Internazionale di Beirut per il congedo dal Libano, ha rivolto ai fedeli un appello.

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Il Papa: Libano, rialzati!
Sii profezia di pace, casa di giustizia e fraternità

Nella messa presieduta al Beirut Waterfront, Leone XIV esprime gratitudine per le “giornate intense” del suo primo viaggio apostolico, da cui porta con sé le sofferenze e le speranze delle persone incontrate. Invita a lasciare cadere le "corazze" delle chiusure etniche e politiche, aprendo le confessioni religiose "all'incontro reciproco"


Il fragore delle fragili e illusorie “corazze” — chiusure etniche e politiche indurite dal tempo — che si sgretolano a terra, vinte e disarmate da piccoli virgulti che spuntano ostinati, promettendo rinascita dentro una storia “apparentemente perduta”. E per ogni armatura che cade, una nazione si rialza: il Libano, bellezza antica cantata dalla Scrittura, “profezia di pace” e "casa di giustizia e fraternità" per l’intero Medio Oriente. È questo l’orizzonte che Papa Leone XIV contempla questa mattina, 2 dicembre, mentre presiede la messa al Beirut Waterfront, nell’ultimo giorno del suo primo viaggio apostolico.

Macerie e rinascita

La cornice è la linea di costa tra il porticciolo turistico e il centro della capitale del Paese dei cedri: un terreno recuperato dal mare grazie al riporto di terra e alle macerie del centro di Beirut, raso al suolo al termine della Guerra del Libano, prima della ricostruzione. Un luogo che porta quindi con sé tanto il segno della distruzione quanto, ancor più, quello della rinascita. Qui il Pontefice giunge, compiendo un giro in papamobile tra i fedeli, circa 120mila, in festa che sventolano le bandiere del loro Paese. Tra i presenti, anche il presidente del Libano, Joseph Aoun, e la moglie Nehmat.

La Papamobile tra i fedeli accorsi per la Messa celebrata da Leone XIV (@Vatican Media)

La dimensione della lode

Nell’omelia, pronunciata in lingua francese, Leone XIV rende grazie per le “giornate intense” appena trascorse, dalle quali porta con sé sofferenze e speranze di molti incontri, attingendo alla gratitudine che Gesù rivolge al Padre nel Vangelo di Luca, proclamato in lingua araba nel corso della celebrazione eucaristica.

La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento.

Il canto del Libano

È un invito alla lode, quello che il Papa offre al popolo libanese, destinatario di una terra dalla “bellezza rara”, ma segnata anche da mali capaci di offuscare tanta magnificenza. Leone XIV ne celebra la bellezza citando le Scritture: i Salmi cantano i poderosi cedri, simboli del Paese; il Cantico dei Cantici paragona il profumo delle vesti della sposa a quello della terra mediorientale.

E a Gerusalemme, città santa rivestita di luce per la venuta del Messia, Egli annuncia: “La gloria del Libano verrà a te, con cipressi, olmi e abeti, per abbellire il luogo del mio santuario, per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi”.

Le ferite di un popolo

A tali meraviglie fanno però da contraltare ferite e sofferenze difficili da rimarginare, come l’esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto 2020, che uccise oltre 200 persone e ne ferì più di 7.000. Proprio lì il Pontefice ha appena vissuto un momento di silenziosa preghiera, incontrando i familiari delle vittime. A oscurare lo splendore della terra libanese contribuisce anche un contesto politico “fragile” e “spesso instabile”, insieme alla “drammatica” crisi economica che la attanaglia, e alle violenze e ai conflitti “che hanno risvegliato antiche paure”.

Luci nel cuore della notte

In tali condizioni, non è semplice essere grati, ammette il Papa. È spontaneo lasciarsi prendere dal disincanto, vedere la lode sprofondare nella desolazione del cuore, lasciando inaridire la “sorgente della speranza” nell’incertezza e nel disorientamento.

La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra.

Il Messia in un germoglio

Gesù, infatti, non rende grazie per opere straordinarie, ma per una luce che si rivela ai piccoli, a coloro che “sembrano contare poco o niente”. Sono quei piccoli virgulti che, come scrive il profeta Isaia, spuntano da un tronco: una metafora quanto mai precisa in un Paese che fa del cedro il suo simbolo.

Una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta.

Occhi nuovi

La storia da scrivere, invece, è quella di occhi nuovi, capaci di riconoscere il valore del germoglio che cresce anche nel dolore.

Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.

Il valore della piccolezza, Leone XIV lo riconosce anzitutto nelle famiglie, per poi allargarlo alle scuole cristiane, alle parrocchie, alle congregazioni, ai movimenti, ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici. Per tutti loro sale la preghiera di Gesù: “Ti rendiamo lode, o Padre!”.

La Messa celebrata dal Papa al Beirut Waterfront (ANSA)

“Dio ha pensato la nostra vita”

Dire grazie, però, non è una consolazione “intimistica e illusoria”: la gratitudine deve trasformare il cuore, convertirlo alla vita, ricordando che, alla luce della fede, “Dio ha pensato la nostra vita”.

E, perciò, tutti noi siamo chiamati a coltivare questi virgulti, a non scoraggiarci, a non cedere alla logica della violenza e all’idolatria del denaro, a non rassegnarci dinanzi al male che dilaga.

Disarmare i cuori

Per farlo esiste solo un modo: disarmare i cuori.

Facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco.

“Libano, rialzati!”

La ripartenza può e deve avvenire dal Libano, dove l’auspicio del Papa è che tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle. È un sogno affidato al suo popolo.

Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!

Il saluto del Patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti

Ad ulteriore riprova della ricchezza culturale del Libano, le intenzioni della preghiera dei fedeli vengono lette in svariate lingue: greco, inglese, siriaco, armeno, francese, arabo. La messa è introdotta da un saluto di benvenuto del Patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti, Youssef Absi, che esprime a sua volta gratitudine per l’impegno dimostrato dal Pontefice nel “preservare e sostenere” le Chiese orientali. Il suo primo viaggio apostolico è stato motivo di conforto per tutti gli abitanti del Medio Oriente, “ansiosi e smarriti”, i quali ripongono piena fiducia in uno sforzo costante affinché la pace possa finalmente giungere nella regione. Durante le sue visite — dal santuario di San Charbel ai degenti dell'ospedale De la Croix — Leone XIV ha mostrato “l’essenziale”: la preghiera e la cura per quanti soffrono. Un segno che diventa per tutti fonte di profonda gioia e di quella pace “che nulla e nessuno potrà toglierci, perché sono la promessa del Signore”.

Il ringraziamento del Patriarca di Antiochia dei Maroniti

Al termine della celebrazione prende la parola il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, che esprime la comune riconoscenza e la gioia per la presenza del Papa. Una visita che ravviva la determinazione del popolo libanese a operare per la pace nella regione. Ricordando la missione affidata da Leone XIV a ogni fedele — “costruire ponti” e incoraggiare l’umanità — il porporato sottolinea come il messaggio di comunione tra tutte le componenti della società libanese “sia un faro che illumina la nostra uscita dalle prove e guida i nostri cuori verso la vita ritrovata”. In conclusione, il Papa dona un calice al cardinale.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 02/12/2025)

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CERIMONIA DI CONGEDO  

Aeroporto Internazionale Rafiq Hariri (Beirut) 
Martedì, 2 dicembre 2025

Lasciato il Beirut Waterfront, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Beirut, per la Cerimonia di Congedo dal Libano.

Al suo arrivo, alle ore 12.20 (ora locale), il Papa è stato accolto dal Presidente della Repubblica libanese.

Dopo il saluto delle rispettive Delegazioni, la Guardia d’Onore e il discorso del Presidente, Papa Leone XIV ha pronunciato il suo discorso.

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Il Papa saluta il Libano:
cessino attacchi e ostilità, scegliamo il dialogo e la pace

Leone XIV si congeda dal Paese dei cedri dove è stato accolto da un "popolo che non ama l'isolamento, ma l'incontro". Rassicura che il distacco prepara a procedere "insieme" in uno spirito di fraternità per tutto il Medio Oriente. Il pensiero va alle regioni che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqaa, Tiro, Sidone, i luoghi biblici, il sud, che vive una situazione di conflitto e incertezza. L'appello: "le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano"


“Non ci lasciamo”

Le parole con le quali all'aeroporto internazionale di Beirut, dopo la Messa presieduta al Waterfront della capitale, il Pontefice si congeda dal Paese dei cedri e con cui termina il suo primo viaggio apostolico, tanto desiderato e preparato dal predecessore Francesco, sono parole di grande dolcezza, speranza, ringraziamento per aver vissuto incontri che gli hanno trasmesso una forte energia interiore. Il suo è un abbraccio che si estende a tutto il popolo, in particolare alle regioni dove imperversa il conflitto e l'instabilità. Ad accoglierlo prima decollare e far rientro a Roma, il presidente della Repubblica Joseph Aoun e i rappresentanti istituzionali civili e religiosi. Alberi di ulivo adornano l'area allestita per i saluti delle delegazioni e i riti della guardia d'onore.

La cerimonia di congedo (@Vatican Media)

Aoun si fa portavoce della volontà di impegnarsi sulla via della pace. "Abbiamo percepito la profondità del suo amore per il Libano e il suo popolo - sottolinea il capo di Stato -, e la sincerità del suo desiderio di vedere una nazione di missione, dialogo, apertura, libertà e dignità per ogni essere umano". Esalta la fedeltà di questo popolo che, afferma, merita la vita, ne è degno. Il grazie a Leone XIV dell'ascolto e della speranza e del conforto che qui ha portato.

Impegno per la pace in tutto il Medio Oriente

La pace, parola che ha attraversato l'intera permanenza del Papa in queste terre tra Oriente e Occidente, è quella che invita a coltivare nel futuro. E mentre nel suo discorso finale non nasconde che "partire è più difficile che arrivare" e che porterà nel cuore questa cultura in cui è entrato "con delicatezza", Leone rassicura: "essendoci incontrati andremo avanti insieme". E aggiunge:

Speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico.

Il pensiero va poi a Papa Francesco che "cammina con noi insieme a tanti altri testimoni del Vangelo". Sottolinea il particolare legame con chi ci precede nel segno della fede d cui ereditiamo l'amore che ha animato la loro vita.

Il saluto alle regioni che non è stato possibile visitare

Non è estranea al Papa la sofferenza della gente del sud del Libano, tanto che la ricorda in modo esplicito, ricorda le terre che "non è stato possibile visitare": Tripoli e il nord, la Beqaa e il sud del Paese, Tiro, Sidone, i luoghi biblici, tutte le zone e in particolare il sud, che attualmente vivono una situazione di conflitto e incertezza. Anche alle popolazioni di quest'area va l'affetto del Pontefice. A tutti l'auspicio di restare "forti come cedri". A tutti l'abbraccio unito alla raccomandazione: "Cessino gli attacchi e le ostitlità", affinché, conclude, il Libano possa davvero incarnare quel messaggio di convivenza che già cinquant'anni fa San Giovanni Paolo II aveva attribuito al Paese. La benedizione apostolica si fonde con il ringraziamento pronunciato anche in arabo.

A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace. E anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta!

Portare con sé il dolore e la sete di verità e giustizia

Il Successore di Pietro accenna ai momenti significativi che hanno caratterizzato il contatto con le radici spirituali della nazione e che gli hanno permesso di apprezzare la venerazione, condivisa anche con i musulmani, della Vergine Maria. Così come ricorda la breve ma profondamente toccante visita al porto di Beirut, dove l'esplosione di cinque anni fa "ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite".

Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 02/12/2025)

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martedì 4 novembre 2025

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI SANTA MESSA AL CIMITERO DEL VERANO 02/11/2025 - Papa Leone XIV: “La carità vince la morte” (cronaca/commento, foto, testo e video)


COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI
SANTA MESSA
Cimitero del Verano, Roma
Domenica, 2 novembre 2025


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Papa Leone XIV: “La carità vince la morte”

Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Papa Leone XIV durante la Celebrazione di oggi | Credit Vatican Media

E' la prima Santa Messa per la Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti che papa Leone XIV celebra oggi. E' al Cimitero monumentale del Verano.

Il pontefice arriva un poco prima della Celebrazione cominciata alle 16,05 e depone, in maniera simbolica, presso un'anonima tomba un mazzo di rose bianche, raccolte in una carta semplice, bianca anch'essa. Il cielo è bigio. Il palco per la Celebrazione è posto all'interno del cimitero poco dopo l'ingresso principale del Verano: crisantemi bianchi e gialli, e qualche sterlizia color arancio, adornano il palco-altare. C'è molto silenzio tra i fedeli che attendono la Celebrazione. Un silenzio interrotto soltanto dal suono di alcune campane che suonano “a morto”.

La Liturgia è quella del giorno: La Prima Lettura è tratta dal libro del profeta Isaìa. Il salmo è il 24. La Seconda, dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,14-23). Il Vangelo è quello secondo Matteo (Mt 25,31-46): “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.


 Il piazzale dell'ingresso del Cimitero monumentale del Verano | Il piazzale dell'ingresso del Cimitero monumentale del Verano | Credit Vatican Media

"Ci siamo radunati in questo luogo per celebrare la commemorazione di tutti i fedeli defunti, in particolare di quanti sono qui sepolti e, con speciale affetto, dei nostri cari. Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva": queste le parole d'esordio dell'omelia che papa Leone XIV ha tenuto dopo il Vangelo di oggi.

Entra nella psicologia del ricordo, il pontefice: "Spesso c'è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo" continua papa Leone XIV. L'attenzione, poi, si sposta sulla fede cristiana, “fondata sulla Pasqua di Cristo” che ci aiuta “a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una futura speranza” afferma il papa. E precisa che tutto ciò “non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”. In questo “luogo”, lì, papa Leone XIV avrà “il Signore Risorto” assieme “ai nostri cari” e “gusteremo la gioia del banchetto eterno”.

Fa riferimento, quindi, alla lettura della Liturgia di oggi, quella del Profeta Isaia: "In quel giorno preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. [...] Eliminerà la morte per sempre". E' questa la speranza cristiana: "non è un'illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. È la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha vinto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita" ricorda il pontefice.

Con forza, papa Leone XIV ribadisce che nella fede cristiana il “Risorto garantisce l'approdo, ci conduce a casa, dove siamo attesi, amati, salvati”. Sarà un incontro d'amore, per il pontefice, perché “per amore Dio ci ha creati, nell'amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell'amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre”. E ancora di amore parla: “Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell'amore e pratichiamo l'amore gli uni verso gli altri, in particolar verso i più fragili ei più poveri”. Ed è a questo punto che l'attenzione dell'omelia si concentra tutta sulla carità che "vince la morte" in quanto " nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell'attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell'eternità".

Il Signore - ricorda papa Leone XIV - ci attende nella sua Luce: "Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioieremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 02/11/2025)

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OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

ci siamo radunati in questo luogo per celebrare la commemorazione di tutti i fedeli defunti, in particolare di quanti sono qui sepolti e, con speciale affetto, dei nostri cari. Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo.

Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende. Là, attorno al Signore Risorto e ai nostri cari, gusteremo la gioia del banchetto eterno: «In quel giorno – abbiamo ascoltato nella Lettura del profeta Isaia – preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. […] Eliminerà la morte per sempre» (Is 25,6.8).

Questa “speranza futura” anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. È la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita. Egli – come ricordavo in una recente catechesi – è «il punto di arrivo del nostro andare. Senza il suo amore, il viaggio della vita diventerebbe un errare senza meta, un tragico errore con una destinazione mancata. […] Il Risorto garantisce l’approdo, ci conduce a casa, dove siamo attesi, amati, salvati» (Udienza generale, 15 ottobre 2025).

E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri. Gesù ci invita infatti con queste parole: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità.

Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude (Rm 5,5); guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna – cioè facendo Pasqua – nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo.

Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioieremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno.

Guarda il video integrale della celebrazione


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La preghiera dell'Eterno Riposo conclude la celebrazione, quando già il buio cala sui cipressi del Verano. Il Papa benedice tutti i presenti: chi inchinato; chi in piedi a immortalare il momento sullo smartphone; chi, con i fiori in mano, pronto a recarsi alle tombe dei propri cari.

Guarda il video

Rientrato in Vaticano, Leone XIV si è recato nelle Grotte della Basilica vaticana per un momento di preghiera privata per i Pontefici defunti.




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