Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta NONVIOLENZA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NONVIOLENZA. Mostra tutti i post

giovedì 4 giugno 2026

DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


martedì 2 giugno 2026

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

***************

Vedi anche i nostri post precedenti:

venerdì 29 maggio 2026

Cappellani militari alla parata del 2 giugno??? Ma anche NO!

Cappellani militari alla parata del 2 giugno???
Ma anche NO!


“… Ai preti-soldato è richiesta la divisa di ordinanza: veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri, come si legge nella comunicazione interna inviata da monsignor Siddi, vicario generale della diocesi castrense, che ha i gradi e il salario di generale di divisione…”

Il Consiglio nazionale di Pax Christi, sconcertato e indignato dalla recente disposizione dell’ordinariato militare che ha comunicato la presenza in grande spolvero dei cappellani militari alla parata del prossimo 2 giugno, condivide a fa propria l’ Opinione di don Tonio Dell’Olio del 29 maggio, sulle pagine on line di Mosaico di Pace, rivista promossa dallo stesso Movimento:

Cappellani militari alla parata? Ma anche no!

Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra.

Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra.

Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e).

La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
(fonte: Pax Christi 29/05/2026)

*************

Vedi anche i nostri post precedenti:

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace: fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace:
fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza


Da Verona a Firenze, da Roma a Monte Sole: la società civile per un’Italia che ripudia la guerra celebra gli 80 anni della Repubblica e rilancia la campagna “Un’altra difesa è possibile”

Di fronte alla corsa al riarmo che sta travolgendo l’Europa, la società civile italiana alza la voce e si mobilita. Lo fa rivendicando i capisaldi della Costituzione e ricordando che la sicurezza non si misura in miliardi di spesa militare, che la dignità dei popoli non si difende con le bombe, che la pace non è assenza di guerra ma costruzione quotidiana di giustizia e diritti. Lo fa ricordando che fin dall’inizio chi ha fondato la Repubblica italiana ha scelto di ripudiare la guerra, e che quella scelta vale ancora oggi. 

Una grande mobilitazione, in risposta all’appello lanciato da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci per celebrare gli 80 anni della Repubblica con iniziative civili, pacifiste e nonviolente, in tutta Italia si sono moltiplicate fiaccolate, biciclettate, convegni e presidi. Un calendario fitto, che parte stasera da Verona e culmina il 2 giugno in più città italiane. Obiettivo comune: restituire alla Festa della Repubblica il suo autentico carattere costituzionale, quello di una Repubblica che ripudia la guerra, sottraendola alle parate militari e al clima di riarmo che domina il dibattito pubblico europeo.

Il nostro appello ha mosso l’Italia. Perché la risposta è stata straordinaria: decine di realtà (associazioni, reti locali, comunità ecclesiali, sindacati, scuole) hanno aderito e organizzato proprie iniziative, animate da un filo conduttore: l’articolo 11 della Costituzione non è retorica, è un impegno concreto che oggi, di fronte alla corsa al riarmo europeo, va rivendicato con forza. ...



mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

*****************

Guarda il video


martedì 26 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La Magnifica humanitas della pace - Laura Tussi: “Restiamo umani”: Papa Leone XIV e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni

Tonio Dell'Olio
 
La Magnifica humanitas della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 maggio 2026

Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.

Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”. 

La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”. 

È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”. 

Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. 

E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.

************

Vedi anche il post precedente:

************

“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni


Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.

“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone. 

Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)

Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.

È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.

Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.

Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.

Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.

“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.

Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)

************

Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:

mercoledì 20 maggio 2026

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

venerdì 24 aprile 2026

Global Sumud Flotilla, Dichiarazione di Bruxelles


Global Sumud Flotilla, Dichiarazione di Bruxelles

(Foto di https://www.facebook.com/ada.colau)


Le barche della Global Sumud Flotilla arrivano in Sicilia, una dopo l’altra, prima ad Augusta e poi a Siracusa, lungo la costa orientale dell’isola. È la conclusione di una settimana di mobilitazioni dentro e fuori dall’Italia. Eventi pubblici, appuntamenti per la stampa, incontri istituzionali, iniziative culturali ad Augusta, Catania, Castellammare del Golfo, Siracusa e Roma, oltre che a Bruxelles. 
A ogni passo, nuove barche e nuovi partecipanti da tutto il mondo si sono uniti alla missione. 
La Flotilla si prepara a lasciare l’Italia, partendo da Siracusa alla volta di Gaza, “con l’intento di rompere l’assedio e creare un canale umanitario permanente”.

Martedì si è svolto il congresso inaugurale della Global Sumuod Flotilla incentrato sulla Dichiarazione di Bruxelles: al centro c’è l’appello a istituire un corridoio marittimo umanitario riconosciuto dalle Nazioni Unite e fondato sul diritto internazionale. La dichiarazione di Bruxelles è basata su tre principi:
  • Diritto di accesso: il diritto del popolo palestinese di accedere liberamente alle proprie acque e al proprio territorio e di ricevere “continuamente e senza ostacoli” i beni di prima necessità;
  • Diritto all’autodeterminazione, ossia il diritto del popolo palestinese a guidare la propria ricostruzione e la ricerca della giustizia, “libero dall’imposizione di forze esterne”;
  • Rifiuto dell’impunità: il rifiuto del sopruso della forza militare, secondo cui “i governi possono agire impunemente”, con l’invito ad applicare gli ordini di cattura nei confronti dei politici e militari israeliani riconosciuti responsabili del genocidio.
(fonte: Pressenza 23/04/2026)

mercoledì 18 marzo 2026

Europa a un bivio decisivo

Gerardo Femina*
Europa a un bivio decisivo

 
(Foto di Gerardo Femina)

Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta decisiva. Gli Stati Uniti vogliono coinvolgere gli “alleati” nella guerra sciagurata contro l’Iran. Una guerra che molti analisti giudicano insensata: senza obiettivi chiari, senza una strategia e probabilmente già persa in partenza. Un conflitto che, oltre a far scorrere un fiume di sangue in Medio Oriente, colpisce la stessa Europa. Una guerra che distrugge intenzionalmente ogni principio del diritto internazionale, spingendo il mondo verso il caos.

L’Europa deve scegliere: appoggiare questa guerra — aprendo la strada a un conflitto mondiale — o prendere una posizione netta contro questo attacco e distanziarsi dagli Stati Uniti e da Israele. I Paesi europei dovrebbero seguire l’esempio del premier spagnolo Pedro Sánchez: uscire dal ruolo di subordinazione politica e scegliere finalmente una politica estera autonoma, orientata al bene delle proprie popolazioni.

In questa scelta si gioca non solo il futuro dell’Europa, ma anche quello del pianeta.

Nel 2022 molti hanno giustamente criticato l’invasione russa dell’Ucraina. Non hanno però visto un’altra faccia della realtà storica: quella guerra era stata preparata da anni da una crescente tensione geopolitica alimentata soprattutto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Ma oggi è impossibile non vedere con chiarezza che ci troviamo di fronte a un attacco guidato solo dalla logica del dominio e della supremazia.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa si trovò davanti a una scelta: mediare o sostenere l’escalation. Di fatto scelse la seconda strada.
Lo stesso è avvenuto con la tragedia di Gaza, che diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno definito un genocidio. Molti governi europei hanno appoggiato, direttamente o indirettamente, l’azione di Israele.

È molto difficile che oggi i governi riescano a liberarsi dalla sudditanza verso gli Stati Uniti e dall’influenza enorme dell’industria delle armi. Non solo per mancanza di statura morale e di visione del futuro, ma anche perché i nostri politici sono spesso corrotti o ricattati, subendo pressioni politiche ed economiche enormi. Hanno chiaramente paura e mancano del coraggio per fare le scelte che sanno essere giuste.

Per questo la voce della gente, la nostra voce, è decisiva. Non c’è dubbio che, se si tenesse oggi un referendum in Europa, la grande maggioranza delle persone voterebbe per non appoggiare nessuna guerra e per prendere le distanze da una politica internazionale folle e dominata dalla logica della violenza e della brutalità.

Nel 2007 noi umanisti avevamo visto chiaramente la situazione in cui il mondo sarebbe arrivato. Nella dichiarazione Europa per la Pace scrivevamo: “L’Europa non deve appoggiare alcuna politica che trascini il pianeta verso la catastrofe: qui è in gioco la vita di milioni di persone, è in gioco il futuro stesso dell’umanità. Le armi nucleari vanno smantellate oggi, prima di usarle; dopo sarebbe troppo tardi. Che i politici siano all’altezza della situazione o si facciano da parte!”

Oggi quella scelta torna davanti a noi con tutta la sua urgenza.
Una scelta che riguarda tutti noi: sfuggire alla logica della polarizzazione e condannare la violenza e la disumanità da qualsiasi parte provengano.

Europa per la Pace

Gerardo Femina, studioso della nonviolenza attiva, attivista e promotore della campagna Europe for peace.
(fonte: Pressenza 17/03/2026)


martedì 17 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Un’altra difesa è possibile

Tonio Dell'Olio
 
Un’altra difesa è possibile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  17 Marzo 2026


Con l’aria che tira sembrava un controsenso, un’iniziativa anacronistica, un paradosso… Questo è il tempo della retorica bellica in cui, come dice Papa Leone, “la guerra torna di moda”.

Eppure c’è una proposta che prova a cambiare prospettiva: non negare la difesa, ma ridefinirla affiancando quella armata. 

Ieri le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in Cassazione la proposta di legge per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta. 
Il cuore del progetto è chiaro: riconoscere la difesa civile come componente del sistema nazionale, dotarla di un dipartimento dedicato e di risorse proprie, anche attraverso un innovativo meccanismo di partecipazione come il 6xmille.

Non si tratta di un’utopia, ma di un valore cucito a ricamo nel dettato costituzionale: l’articolo 11 ripudia la guerra, mentre l’articolo 52 affida a tutti i cittadini la difesa della patria. 

La proposta si inserisce in un percorso lungo oltre un decennio, fatto di raccolte firme, mobilitazioni e interlocuzioni istituzionali mai interrotte. Oggi – si capisce! – torna con rinnovata urgenza. E proprio per questo acquista valore: perché indica una via alternativa, fondata sulla prevenzione, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti. In nome delle vittime di tutte le guerre.

******************




giovedì 29 gennaio 2026

Un appello umanista in tempi di crisi


Un appello umanista in tempi di crisi
 
Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco


Con una potente dichiarazione che esorta alla difesa dei diritti umani, alla democratizzazione reale e alla nonviolenza attiva come metodo di azione e stile di vita, si è conclusa domenica (25) la Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale.

Durante la seconda giornata della Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale, gli attivisti hanno lavorato al consolidamento delle proposte e alla pianificazione di azioni concrete in diciassette aree tematiche, con l’impegno di amplificare e articolare le voci delle maggioranze che chiedono e desiderano una trasformazione globale radicale.

La diagnosi elaborata durante la prima giornata è stata chiara e incisiva. Esiste un divario crescente tra le aspirazioni dei popoli e le decisioni dei leader politici ed economici. L’incoerenza della leadership, i deficit democratici, la disuguaglianza, la crisi climatica, l’autoritarismo e la disinformazione stanno intensificando l’instabilità globale.

Come ha affermato con estrema chiarezza uno dei partecipanti: «Il sistema ci sta uccidendo». E non era una frase retorica. La fame e la miseria, la corsa sfrenata agli armamenti, il razzismo e la discriminazione, la violenza contro le donne e i bambini, l’espansione della criminalità e del crimine organizzato, la proliferazione dell’incitamento all’odio, le catastrofi ambientali, tra gli altri indicatori, mostrano la brutale inefficacia del sistema e dei suoi promotori nel fornire una vita migliore alle persone nella società attuale.

Ciononostante, l’analisi collettiva ha sottolineato che le iniziative della società civile e delle associazioni umaniste in tutto il mondo dimostrano alternative costruttive e offrono motivi di speranza. Sta emergendo un mondo nuovo e sono questi i segnali che devono essere resi visibili e rafforzati.

La posizione e l’atteggiamento del Forum Umanista Mondiale di fronte all’attuale crisi globale

I partecipanti al convegno hanno sottolineato l’importanza di affermare i diritti umani come base per approfondire le relazioni umane, come garanzia di sopravvivenza e orizzonte rivoluzionario per politiche pubbliche che assicurino in modo equo ed efficace la qualità della vita per tutte le persone.

Insieme a ciò, hanno valutato la necessità di modificare i modelli oggi prevalenti, residui dell’ascesa della borghesia dei secoli precedenti, a favore di un’organizzazione politica decentralizzata in cui la democrazia e il pluralismo siano reali e provengano dalla base sociale stessa, includendo sistemi di governance inclusivi, trasparenti e responsabili.

Hanno posto al centro delle deliberazioni l’urgenza di affrontare sfide globali urgenti, come il cambiamento climatico attraverso misure immediate e la responsabilità ambientale a lungo termine, e di lasciarsi alle spalle le disuguaglianze, la repressione, i conflitti e le catastrofi attraverso la solidarietà e la cooperazione globale.

Nulla deve ostacolare il raggiungimento della pace, con riferimento alla mentalità distruttiva evidenziata oggi dalla crescita degli arsenali bellici e dall’aggressività manifesta della potenza in declino. Tuttavia, per raggiungere una pace vera e duratura, sarà necessario che i popoli adottino la non violenza come stile di vita quotidiano.

Un’altra delle priorità sottolineate da questa Quarta Assemblea è lo sforzo di emancipare i gruppi emarginati, dando priorità alle donne, alle minoranze e alle comunità LGBTQ+. Allo stesso tempo, in un’ottica di processo più ampio, è stata sottolineata l’importanza di porre un forte accento sull’istruzione come strumento di emancipazione, giustizia e trasformazione.

L’umanesimo, presente con nomi e modalità diverse in culture diverse in epoche diverse, è per sua natura inclusivo e universale, e il suo significato deve superare ogni divisione identitaria, basandosi sulla dignità umana condivisa.

Inoltre, è stato sottolineato che l’umanesimo non un semplice ideale astratto, ma una pratica di vita che promuove l’istruzione, la solidarietà e l’azione comunitaria.

Azione strategica

Oggi è necessario rinnovare le forme organizzative e le modalità di azione collettiva. Un’azione globale coordinata richiede l’articolazione con molteplici organizzazioni e l’adattamento al vertiginoso progresso tecnologico. Tuttavia, la chiave sta nel promuovere l’approccio comunitario dalla base sociale e valorizzare i giovani come principali agenti di cambiamento. È fondamentale creare spazi accoglienti che generino fiducia, affetto, inclusione e speranza.

Per gli umanisti, le alleanze, il lavoro in rete e la collaborazione reciproca con altre organizzazioni sono aspetti molto importanti, ma ciò non significa diluire le proprie proposte. Al contrario, il momento richiede immagini traccianti, innovative ed esempi dimostrativi che aiutino a superare l’indecisione e lo sconforto. Costruire l’utopia partendo da un “noi” è oggi la strada da seguire.

La forza dei popoli e delle civiltà è sempre scaturita dai loro miti fondatori. Miti che si trovano nel profondo della coscienza umana. Pertanto, le migliori aspirazioni si realizzeranno se gli attivisti riusciranno a connettersi con questa fonte e, da lì, a raggiungere le comunità con un mito sociale rinnovato.

Dal dialogo all’azione

Tra le principali azioni proposte in questa Quarta Assemblea vi è in primo luogo la partecipazione e la generazione di azioni a livello sociale, sostenendo e lavorando con i settori discriminati e generando soluzioni in tutti i campi “dal basso”, dal particolare e dal locale al generale.

Allo stesso modo, la costruzione di reti di comunità e alleanze nonviolente, insieme allo sviluppo di alleanze per l’accesso all’istruzione e l’azione a favore della cura del pianeta e il sostegno a nuovi modelli di democrazia, sono tra le priorità concordate.

Rifiutare la militarizzazione, promuovere la decolonizzazione e contribuire attivamente alla Settimana della Nonviolenza e alla 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza sono altre delle prossime linee guida d’azione. Allo stesso modo, promuovere iniziative di solidarietà internazionale e aderire alla convocazione di un’Assemblea Mondiale dei Cittadini nel quadro di una riorganizzazione democratica delle Nazioni Unite, sono state altre delle azioni menzionate in questa Assemblea.

Infine, continuare a rafforzare il tessuto interno del Forum Umanista Mondiale attraverso l’ampliamento e la costituzione di nuovi tavoli tematici, insieme ad aumentare la visibilità del Forum attraverso i media e i social network, sono priorità affinché questo ambito ampliasse il suo carattere di riferimento nell’ambito sociale.

La Quarta Assemblea si è conclusa con un’emozionante dichiarazione che riportiamo integralmente di seguito.

Un appello umanista in tempi di crisi

Viviamo in un mondo in cui le speranze dei popoli sono sempre più ignorate da chi detiene il potere. Le disuguaglianze si aggravano, la democrazia si indebolisce, il pianeta è minacciato e la paura viene spesso utilizzata per dividerci. Tuttavia, ovunque le persone si organizzano, si prendono cura, resistono e creano nuove possibilità.

Il Forum Umanista Mondiale difende un umanesimo che include tutti e tutte. Al di là delle identità, dei confini e delle credenze, affermiamo la dignità di ogni essere umano. L’umanesimo non è una filosofia astratta: è ciò che viviamo, ciò che costruiamo insieme e il modo in cui ci trattiamo.

Crediamo nella nonviolenza attiva come stile di vita e forza di trasformazione. Difendiamo i diritti umani come fondamento della libertà, della giustizia e della sopravvivenza. Scommettiamo su una democrazia capace di ascoltare, un’istruzione che responsabilizza e la scienza e il pensiero critico come guide per le nostre decisioni.

Proteggere il pianeta non è facoltativo: è essenziale per la nostra sopravvivenza. L’azione per il clima, la cura della natura e la solidarietà con coloro che soffrono maggiormente le crisi sono imperativi morali. Rifiutiamo la militarizzazione e l’autoritarismo e scegliamo la cooperazione, l’empatia e il coraggio.

Il cambiamento inizia vicino a casa: nelle nostre comunità, negli spazi condivisi, nelle piccole azioni collettive che crescono fino a diventare movimenti. I giovani non sono il futuro: sono il presente. Insieme, dalla base, possiamo passare dalla necessità alla libertà, dall’isolamento a un “noi” condiviso.

Un altro mondo non solo è possibile: sta già emergendo.

Il Forum Umanista Mondiale invita tutte le persone che credono nel potere dell’umanità a costruirlo collettivamente.
(fonte: Pressenza IPA 26.01.26)

venerdì 23 gennaio 2026

Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili

Pasquale Pugliese*
 
Violenza genera violenza:
per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili


La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento.
Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli USA, gli esempi sono infiniti).

Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”.

Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale.

La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti.

Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale.
Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale.

L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse.

Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali.

Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza.

[Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano]

*Pasquale Pugliese, nato a Tropea, vive e lavora a Reggio Emilia. Di formazione filosofica, si occupa di educazione, formazione e politiche giovanili. Impegnato per il disarmo, militare e culturale, è stato segretario nazionale del Movimento Nonviolento fino al 2019. Cura diversi blog ed è autore di “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” e "Disarmare il virus della violenza" (entrambi per le edizioni goWare, ordinabili in libreria oppure acquistabili sulle piattaforme on line).
(fonte: Pressenza 20/01/2026)

mercoledì 21 gennaio 2026

I vescovi italiani e la guerra Intervista a don Bruno Bignami

I vescovi italiani e la guerra
Intervista a don Bruno Bignami

Dialogo di approfondimento con il direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei a proposito di alcuni punti della dettagliata Nota pastorale della Cei su Educare a una pace disarmata e disarmante

Immagine dalla parata militare per la Festa della Repubblica Roma, 02 giugno 2024. ANSA/ANGELO CARCONI

Viviamo una congiuntura straordinaria in cui in diversi Paesi europei è stata reintrodotta la leva obbligatoria. Occorre preparare le famiglie «a mandare i loro figli e le loro figlie in guerra contro la Russia», ha affermato senza troppi giri di parole il capo di Stato maggiore della Difesa britannico, Richard Knighton.

In Italia si prevede un piano straordinario di assunzioni nelle forze armate in linea con la politica di riarmo dettata dalla Commissione Ue che invita a «trasformare l’economia in assetto di guerra», per essere preparati ad uno scontro bellico in Europa non più relegato alle ipotesi remote.

È in questo scenario che occorre leggere con attenzione la recente Nota pastorale sull’educazione della pace della Cei. Un testo molto dettagliato che non resta sul piano astratto. Cerchiamo di entrare nel merito di alcuni temi con questa intervista a don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei.

Che ruolo ha un documento di carattere pastorale così dettagliato sulla pace? A chi si rivolge e in che maniera dovrebbe essere accolto nelle comunità cristiane per portare frutto?

In un tempo in cui il comando prevalente e condiviso è: «Armatevi!», la comunità cristiana sente il bisogno di depotenziarlo in «Amatevi!». Il clima culturale che spinge alla folle corsa agli armamenti e a rafforzare l’idea del nemico, la scelta di arruolare i più giovani, hanno il sapore di un clamoroso autogol. È psicosi bellica. Tutti sappiamo infatti che le guerre sono ibride, combattute con droni e missili, minacciate con potenti dispositivi nucleari: la leva obbligatoria non risponde più alle guerre in trincea del secolo scorso. E allora, perché arruolare sempre più gente? Forse serve a giustificare una mentalità bellica, per farla diventare logica condivisa. Se tutti si preparano alla guerra, la guerra verrà!

I cristiani non ci stanno. La Nota è preziosa per dire che l’urgenza è preparare la pace. Si tratta di mettere in campo una grande attività educativa per aiutare le persone ad aver cura delle relazioni e della propria umanità. La guerra disumanizza. Paolo VI nell’ottobre 1965 all’ONU lo aveva detto senza mezzi termini: «Le armi ancora prima che produrre vittime, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia del popoli». Occorre agire ora per formare coscienze, rendere consapevoli le comunità. Del resto, Leone XIV ai vescovi italiani nel giugno scorso ha chiesto di trasformare ogni comunità in «casa della pace». Alla pace ci si allena quotidianamente. Non è una scelta saltuaria, quando ci si trova al bivio tra usare un’arma o deporla. La pace si vive in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, nella politica, nei condomini, nelle città, nelle parrocchie… e poi sarà pace anche tra i popoli!

Nella Nota troviamo citazioni di molti autori tra i quali in maniera particolare la figura di don Primo Mazzolari, considerato troppo in anticipo ai suoi tempi tanto da non poter firmare il suo testo fondamentale Tu non uccidere, che ora è indicato nella Nota come punto di riferimento per discernere nel nostro tempo. Da dove nasce l’interesse verso l’insegnamento di un prete di periferia spesso incompreso nella sua Chiesa?

Trovo che un pregio della Nota sia anche quello di presentare una varietà di testimoni di pace. Una scelta quanto mai opportuna perché fa comprendere che non siamo all’anno zero. Ci sono molte persone che hanno vissuto la nonviolenza. Ci sono credenti che hanno annunciato il Vangelo attraverso la beatitudine di essere costruttori di pace. Ci sono laici che hanno mostrato un cuore disarmato. Ci sono cristiani che hanno preferito morire piuttosto che uccidere. Camminiamo portati sulle spalle di giganti a cui dobbiamo la fede e il coraggio che proviene dal messaggio di Cristo. Uno di questi è don Primo Mazzolari, prete «pacifista», autore di pagine memorabili sulla necessità del disarmo e di superare la teoria della guerra giusta. Tu non uccidere è un quadro che rappresenta il Vangelo della pace. La testimonianza di don Primo è ancora attuale per la capacità di leggere i cambiamenti della storia e di dare risposte adeguate. Il parroco di Bozzolo ha attraversato le due guerre mondiali del Novecento ed è giunto alla conversione alla pace e alla nonviolenza. Purtroppo, pagano le guerre soprattutto le popolazioni civili: bambini, donne, anziani e persone innocenti.

Nella Nota si invita a formare alla nonviolenza, citando figure come M.L. King e Gandhi che rimandano a forme di disobbedienza civile. Solitamente, tuttavia, si afferma che occorre distinguere la libera scelta nonviolenta personale dal realismo politico di chi è investito di responsabilità istituzionali. Ma nel messaggio per la giornata della pace del 2017, papa Francesco invitò a praticare una politica della nonviolenza attiva. Si tratta di una tensione utopica o esistono esempi e pratiche da seguire e sostenere?

La nonviolenza attecchisce solo in un contesto di dialogo vissuto. Non si improvvisa. Se ci pensiamo, la violenza diventa consuetudine quando ci neghiamo alle relazioni. Il Messaggio di papa Francesco del 1° gennaio 2017 proponeva come modello Madre Teresa di Calcutta. La santa era convinta che abbiamo bisogno di imparare a stare insieme, più che di produrre armi. La forza degli ordigni, infatti, è ingannevole: è anticipata dalla costruzione del nemico e vede come unica soluzione l’eliminazione dell’altro e la sua distruzione. La nonviolenza abita invece il conflitto trasformandolo in nuova possibilità. Scriveva Francesco: «La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto». Le differenze portano attriti, ma se le si affronta senza violenza, è giocoforza che prenderà il sopravvento la creatività umana. Le relazioni generano capolavori. Esperienze che si fondano su questi principi le vediamo presenti nel Sermig di Torino, a Rondine Cittadella della Pace presso Arezzo, nelle recenti attività di Arena di pace. Nel quotidiano molti credenti vivono queste dimensioni in ambito sociale e le fanno diventare opzioni politiche. La nonviolenza attiva, nel momento in cui chiude lo spazio all’uso delle armi, diventa il campo aperto della fantasia umana. Fa intendere che il perdono non è una bestemmia, non è la scelta dei deboli, ma il piccone che apre sentieri di futuro.

La nostra epoca è simile, secondo molti, al periodo precedente il primo conflitto mondiale (quello definito dei «sonnambuli» diretti al mattatoio secondo lo storico Clarke) in cui sembrano riproporsi nella comunità ecclesiale le stesse lacerazioni tra interventisti nazionalisti o democratici e neutralisti assoluti o condizionati all’obbedienza all’autorità legittima. In che modo la Nota pastorale può essere un contributo al dialogo intra ed extra ecclesiale?

Rispetto al 1914-18 siamo in un contesto molto differente. La globalizzazione ha reso il mondo un unico villaggio e le armi disponibili adesso sono infinitamente più pericolose e distruttive. Di simile c’è però un clima culturale che rischia di accettare la guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Ecco la ragione della Nota che vuole contribuire al dialogo tra le parti. C’è bisogno di esercizi di riconciliazione all’interno della Chiesa, tra le comunità ecclesiali, tra le fedi religiose e con tutti. L’ecumenismo non è più solo esigenza per un rapporto non conflittuale con le altre Chiese cristiane, ma è uno stato di coscienza permanente che va coltivato. Quando c’è un conflitto la prima cosa a cui pensare non è come prevalere generando sospetti e angosce, ma come parlare, spiegarsi e tenere aperti canali di dialogo. Quando ciò avviene, cambia tutto.

La notizia che ha fatto più scalpore è l’avvio del processo di cambiamento della funzione dei cappellani militari reintrodotti in Italia con la circolare Cadorna del 1915. Lei che ha scritto un testo importante in materia, come ritiene che sia maturata l’assistenza spirituale dei militari? In che modo è un servizio alla pace?

La presenza dei cappellani nella cosiddetta pastorale d’ambiente è un dono prezioso. Vale per le caserme, ma anche per gli ospedali, i porti, le stazioni, gli aeroporti. La vicinanza cristiana nei luoghi di vita è una forma di evangelizzazione da custodire. Nella Prima guerra mondiale è successo qualcosa di unico. Dopo che per anni i cappellani militari erano stati accantonati, il generale Luigi Cadorna li ha reintrodotti con una circolare del 12 aprile 1915, riassegnandoli ai vari corpi dell’esercito. La vicenda dell’unità d’Italia aveva diffuso sospetti circa la fedeltà del clero allo Stato italiano: la Grande guerra è diventata la prova del nove. E Cadorna aveva capito che i preti avrebbero rafforzato nei soldati il senso del dovere. Infatti, un criterio di reclutamento tra i preti era la solidità dei sentimenti patriottici, tanto che il barnabita Giovanni Semeria, cappellano presso il Comando supremo di Cadorna, aveva affermato: «Non potevamo, noi sacerdoti cattolici, permettere che altri, a guerra finita, ci lanciassero l’insulto di imboscati». Più chiaro di così! Perciò, durante l’«inutile strage» sono stati arruolati oltre 24.000 ecclesiastici militari, 15.000 dei quali preti. Oggi la situazione è cambiata: i cappellani non sono così numerosi e le ragioni del servizio sono evangeliche e non nazionalistiche. Tuttavia, la Nota della CEI invoca uno sforzo di testimonianza ancora più alto: si chiede se le forme di presenza della Chiesa nei contesti militari non debbano essere meno legate a un’appartenenza alla struttura militare. Se così fosse, consentirebbero maggiore libertà di testimonianza e annuncio di pace, e collocherebbero i preti esclusivamente a livello di evangelizzazione.

Nel documento si cita il progressivo allargamento della partecipazione di associazioni e movimenti alla Marcia della pace di fine anno, introdotta dal 1968 nella Chiesa per merito di Pax Christi come segno di testimonianza controcorrente. In che modo tale intuizione originale si declinerà nell’imminente marcia in programma a Catania per dare, dal centro del Mediterraneo, un messaggio al nostro Paese e al mondo in uno scenario segnato dalla inevitabilità della guerra?

Ogni anno la Marcia della pace è un appuntamento sentito. L’iniziativa, che inizialmente era di Pax Christi, ha poi ricevuto il sostegno della CEI con la partecipazione della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro e Caritas italiana, ma ha anche conosciuto il successivo supporto di Azione Cattolica, Agesci, Movimento Focolari, Acli e Libera. Quest’anno saremo a Catania, in Sicilia, nel cuore del Mediterraneo. Ci guiderà nel cammino il Messaggio di Leone XIV: «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante». C’è grande vicinanza di temi tra la Nota e il Messaggio papale, soprattutto per quanto riguarda l’educazione alla nonviolenza e al disarmo integrale. A Catania rifletteremo sulla pace come inclusione sociale, dialogo interreligioso e accoglienza dei migranti. I porti, infatti, andrebbero chiusi alle armi e aperti alle persone. Parlare di pace disarmante in Sicilia, significa raccogliere la stupenda eredità di Danilo Dolci e di don Pino Puglisi. Mentre calpestiamo la loro terra, vogliamo respirare le loro idee. La pace è un cammino.

Qui dove scaricare il testo della Nota della Cei
(fonte: Città Nuova, articolo di Carlo Cefaloni 19/12/2025)