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giovedì 8 ottobre 2026

“Scelgo di non odiare”, le parole di pace e perdono di padre Maccalli

“Scelgo di non odiare”,
le parole di pace e perdono di padre Maccalli

Il terzo libro del missionario della Società Missioni Africane è “un’enciclica dal basso a favore della pace e da cui ripartire – scrive – per uscire dal vicolo cieco della guerra”. Ai media vaticani padre Gigi racconta il peso dell’esperienza che lo ha marchiato a fuoco e del perdono offerto, unica strada per “una pace disarmata e disarmante” come invoca sempre Papa Leone. “Questo libro è il mio squarcio di cielo, a seguito di una sventura che mi ha spogliato e mi ha provato"

La copertina del libro: "Scelgo di non odiare"

Guarire il cuore dalla tentazione della violenza, amare i nemici anche se questa “è una parola amara al pari di una medicina”, ribadire che la guerra è incompatibile con il Vangelo, restare sempre umani. A prima vista potrebbero sembrare solo una lista di temi anche slegati tra loro e invece sono incarnati nella vita e nella storia di padre Pier Luigi Maccalli, il missionario della Società Missioni Africane, che tante volte Radio Vaticana ha raccontato. Proprio l’emittente pontificia ha avuto uno spazio, o meglio ha offerto un momento di respiro, nel lungo sequestro del missionario, durato due anni, dal 2018 al 2020 iniziato in Niger e conclusosi in Mali. Attraverso una piccola radio data dai rapitori e nel pieno del deserto del Sahel, padre Gigi aveva ascoltato la Messa di Pentecoste celebrata da Papa Francesco. Una carezza, un appiglio, il segno che Dio gli parlava anche se tante volte lo aveva sentito lontano e distante.

“Ho visto l’abisso del male”

Il rientro in Italia ha segnato anche l’inizio di un’avventura letteraria. Il silenzio, le prevaricazioni, le catene hanno portato il missionario a ripensare durante la prigionia alla sua vocazione e alla sua testimonianza di fede. Ne è nato un primo libro “Catene di libertà” a cui è seguito “Liberate la pace”. Da quest’ultima pubblicazione è stato realizzato, proprio con Radio Vaticana – Vatican News, un podcast dal titolo: “La pace in ostaggio”. A giugno è andato alle stampe “Scelgo di non odiare”, pubblicato da EMI, Editrice Missionaria Italiana. Padre Gigi Maccalli è tornato negli studi di Palazzo Pio per rilanciare ancora una volta parole di pace e di perdono.

Qual è la genesi di questo nuovo libro e perché tanta passione per la pace?

Il libro che ho scritto ha un contesto immediato ma ne ha un secondo forse più personale. 
Il contesto più immediato sono state le immagini di guerra e le parole armate ascoltate nei tanti notiziari televisivi e radiofonici che mi hanno spinto a scrivere questo libro, perché la maggior parte dei commenti che ascolto sulle guerre in corso sono intonati al riarmo, alla risposta armata, all'aumento della spesa militare. In me è nato come un bisogno di dire: "No! C'è un'altra strada". Questo libro è un grido di dissenso, un no deciso a tutte le guerre e al tempo stesso una proposta alternativa a sostegno della pace in sintonia con l'unica voce discordante in questo concerto di guerrafondai: quella di Papa Leone che predica la pace e la pace disarmata. 
C’è poi un contesto più personale. Ho visto da dentro, il volto cattivo e disumano della guerra. Sono stato prigioniero per oltre due anni, trattenuto come ostaggio, incatenato da miliziani jihadisti in una guerra tutt’ora in corso nel Sahel africano e come vittima innocente desidero parlare e dare voce alle tante vittime di guerra per dire: no alle armi, no alla violenza. Io scelgo la pace e la pace è possibile, ma non come la dà il mondo con bombe e strage di innocenti. A distanza di sei anni da quel rapimento, posso dire che ho raggiunto la consapevolezza che le sventure servono ad evitarci il peggio. Sono parole che trovo in una scrittrice francese, Christiane Singer: il peggio è aver passato tutta la vita rimanendo alla superficie delle cose, non essere stati scaraventati in un'altra dimensione. C’è anche una bella immagine e riguarda l'autunno che, spogliando gli alberi dalle loro foglie, lascia vedere il cielo. Questo libro è il mio squarcio di cielo a seguito di una sventura che mi ha spogliato, mi ha provato, mi ha riprogettato in profondità, oltre quella superficialità e quella superficie nella quale noi spesso viviamo e nella quale ci fermiamo. Questo libro è il frutto di questo sguardo verso un cielo diverso, altro.

Hai detto due no imprescindibili: non uccidere, non rispondere al malvagio con la violenza. Sei un uomo di fede, ma questo può essere valido anche per chi non crede?

Sì, io ho perdonato chi mi ha incatenato, chi mi ha rubato due anni di libertà e ho sentito e provato in me una grande pace. Ma questa pace non è acquisita una volta per sempre, va gestita, va governata, anche con dei no. Ci sono due no fondamentali che fanno argine al fluire di questo fiume che è l'umanità. Io la immagino così l’umanità come un grande fiume che ha bisogno di argini per poter scorrere pacificata. Il primo argine è non uccidere, il secondo argine non rispondere al malvagio con la violenza. Il quinto comandamento è la regola d'oro che è presente anche in tante tradizioni religiose non cristiane. Tra queste due sponde scorre il fiume di un'umanità pacificata, ma quando uno di questi argini si rompe, il fiume deborda in disumanità e fa disastri. L'essenziale dimenticato che questo libro vuole richiamare sono questi due versetti del discorso della montagna di Gesù. In Matteo 5,39 avete sentito dire: “Occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico, non opponetevi al malvagio”. E poi il 5,44: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Questi due no fondamentali hanno ispirato in me un metodo che propongo anche in questo libro, è “il metodo del doppio rifiuto”: dire no alle parole e agli atteggiamenti negativi, non odiare, non usare violenza, non picchiare. Rompere questi argini è rischiare un'esondazione pericolosa, è un'azione di disumanità.

C’è una parte del tuo libro in cui parli della pedagogia della pace, dell’importanza anche per i bambini più piccoli di non giocare con le armi, che non abbiano la possibilità di relazionarsi con la violenza, ma di contrastare quel linguaggio bellico spesso sinonimo di grandezza. Un fronte su cui lavorare…

L'ultimo capitolo è proprio improntato all’educazione alla pace, che deve cominciare fin da piccoli. Io lancio questa provocazione: disarmare i giocattoli dei nostri bambini. Io stesso ho giocato facendo la guerra, giocando a guardia e ladri e così via, ma educare fin da piccoli ad una logica del rispetto dell'altro, della persona, penso sia molto importante. Disarmare le nostre parole, disarmare i nostri atteggiamenti, disarmare anche l'educazione che deve spingere sempre verso il rispetto di ogni persona. E nelle scuole oggi credo sia importante fare un discorso di educazione alla pace e alla non-violenza.

Padre Pier Luigi Maccalli negli studi di Radio Vaticana - Vatican News (@VaticanNews)

C'è in questo libro la richiesta di una moratoria per la guerra come crimine inammissibile. È una richiesta che coinvolge anche i liturgisti.

Sì, io propongo in maniera forte di abolire tutte le guerre. Lo dico non per fare un raffronto sul passato, ma lo dico in rapporto alle guerre di oggi, che sono dominate dalle tecnologie. L'Intelligenza artificiale adesso gestisce azioni e interventi che causano delle stragi ancora più forti. E non c'è bunker, non c'è luogo di difesa possibile, perché le bombe specie quelle atomiche distruggono tutto. La stessa terra, l'aria, l'acqua saranno inquinate e non permetteranno la sopravvivenza anche di un ipotetico superstite in una guerra. Io sono convinto che un giorno le guerre saranno abolite. È una profezia che non è mia, l'hanno fatta tanti altri, mi ispiro in tal senso a don Primo Mazzolari, profeta di pace. Guardo la storia e vedo che la schiavitù è stata abolita anche se ci sono voluti secoli perché questa acquisizione diventasse patrimonio di tutta l'umanità. Credo sia importante pensare di arrivare un giorno ad abolire tutte le guerre che non sono altro che un crimine contro l'umanità, ma tutto questo va preparato. Il mio libro può essere uno spunto. La provocazione che lancio anche ai miei confratelli liturgisti è quello di disarmare la preghiera. È vero, nella Bibbia ci sono passaggi molto forti, molto violenti, che vanno contestualizzati. È un linguaggio che va compreso nel suo ambiente storico ma dico anche che, con l'avvento di Gesù, ci è stato rivelato il volto di Dio Padre misericordioso. La preghiera deve essere espressione di un Dio che ci ama, che è solo amore. Io penso che disarmare certe espressioni intonate al Dio degli eserciti, al Dio onnipotente che sistema tutto e tutti, siano un avanzare in una relazione nuova che Gesù ci ha rivelato. Dio è onnipotente nell'amore. Gesù è la rivoluzione della tenerezza e della non violenza. Sinceramente lo dico a partire da me stesso. Ho avuto le catene ai piedi, hanno usato espressioni di insulti, di disprezzo nei miei confronti. Non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto. Non lo auguro nemmeno a mio peggior nemico. Perché dovrei ora pregare un Salmo che inneggia le catene, che inneggia la vendetta? Sto chiedendo che le parole siano purificate, che siano espressioni di un cuore che ama, un cuore che perdona, un cuore che non arriva alla violenza.

Tutto questo prepara il terreno alla teologia per la pace, che “indica la dimensione attraverso la quale scandagliare tutto il mistero di Dio, di Cristo e della Chiesa, finalizzato all'annuncio del Regno di Dio, che ha nello shalom messianico il suo cuore”...

Sì, una teologia per la pace vuol dire mettere al centro il Regno di Dio, verso cui camminiamo tutti, anche in comunione con le diverse confessioni religiose. E qui il centro è Cristo e il suo annuncio centrato sul Regno di Dio che lui propone con parabole e con gesti. La teologia per la pace non ha confini da difendere, ma ha un orizzonte verso cui camminare tutti insieme. Qui, penso, possiamo trovare un elemento forte di ecumenismo, di impegno che ci deve accomunare anche con le diverse confessioni religiose.

Hai scritto: “Pace e dialogo sono i due piedi su cui cammina il mio impegno missionario”...

Sì, io sono un testimone, sono un missionario che crede nella Magnifica humanitas, in questa umanità magnifica che Dio ha creato, che Dio ha voluto e che ama. Credo che oggi siamo chiamati, come umanità, a un cambio di passo, a un cambio di parole disarmate, a costruire ponti di fraternità, a scegliere di non odiare. Il dialogo e la pace sono le grandi sfide alle quali siamo chiamati nell'attualità e nella missione oggi.

C’è un proverbio africano che citi in “Scelgo di non odiare” e che recita: “Quando gli elefanti combattono è sempre l'erba a rimanere calpestata”.

Ho ammirato come missionario in Africa la cultura del proverbio che viene sempre a sigillo di una palabra, di una discussione anche animata, quasi a dare una parola di saggezza come soluzione finale. E questo proverbio dice bene quanto le guerre dei potenti distruggono e fanno soffrire la gente semplice, i piccoli, i fragili, i vecchi come i bambini. Dopo ogni guerra ci troviamo senza futuro e senza memoria. Con la guerra tutto si distrugge. Prendere a cuore questa saggezza che viene dai proverbi ci può aiutare a intravedere questa nuova strada che è fatta di pace, di perdono e di non violenza.

“Ho visto l'abisso del male nel cuore della guerra e mi dissocio da ogni politica di riarmo. Io scelgo la non violenza e l'amore del nemico per accendere la sua pace”. Parli di non violenza, non violenza attiva, sottolinei più volte l’importanza di amare del nemico. Il nemico – scrivi - è colui che richiede l'ascolto anche da parte di chi subisce la violenza. È una rivoluzione veramente molto impegnativa, però è l'unica strada...

Sì, e la prendo da Gesù, dal discorso della montagna. Io penso che i capitoli 5, 6, 7 andrebbero messi proprio al centro di una riflessione sulla non violenza attiva e sulla pace. È “La profezia della non violenza”, il secondo capitolo, un ampio commentario di questo senso profondo delle parole di Gesù che propone di porgere l'altra guancia, che non è remissività, non è passività, ma è un richiamo a un plus di umanità, al rispetto della dignità umana. È una proposta anche all'aggressore per svegliarsi da questo sonno di violenza nel quale è caduto; uscire da questa logica di azione-reazione perché Gesù propone una terza via, la non violenza attiva, che ha ispirato tante persone, da Martin Luther King, a Gandhi, a Mandela, tanti non violenti. Noi come cristiani dobbiamo essere i primi portatori di questo messaggio, perché il cristiano è per vocazione un non violento. E abbiamo tanti modi di dire e di fare per esprimere il nostro dissenso attraverso l'obiezione di coscienza, il boicottaggio, le azioni creative e simboliche di sostegno anche a chi ha subito un sopruso, ma anche come proposta all'aggressore di conversione. In fondo, la non violenza propone di invitare il nemico a diventare amico. Mi piace citare il Salmo 85: “Giustizia e pace si baceranno”. La pace è un abbraccio con questo nemico diventato amico. La proposta di Gesù è rivoluzionaria, è nel cassetto di tutti i cristiani, dimenticata. È da riscoprire, ridarle forza e metterla al centro della nostra riflessione e del nostro impegno.

Padre Gigi, com'è la tua vita a sei anni dal rilascio, un tempo nel quale hai avuto modo di rielaborare tutta la tua esperienza, di ripensare anche la tua missionarietà. Sei tornato in Africa: com'è stato anche tornare in quelle terre che senti come casa tua?

Sì, ho avuto la gioia di ritornare nel settembre del 2024 in Niger, a Niamey, proprio il 17 settembre, quasi a chiudere una parentesi. Tutto infatti era cominciato quel 17 settembre 2018. Poter tornare su quella terra, poter abbracciare tante persone che con me hanno sofferto questo rapimento, è stato un momento di grande gioia misto a tristezza, a lacrime, perché abbracciare queste persone che hanno un volto, hanno una carne, una storia condivisa, è stato per me bello perché sono libero. Ho detto loro “grazie” ma al tempo stesso oggi sono triste perché loro sono ancora in una situazione di grande insicurezza. Mi hanno detto: “Il Signore ha liberato te, libererà anche noi”. È stato uno scambio di profonda umanità, di aiuto reciproco, non dimenticherò e io spero un giorno di poter ritornare anche al villaggio. Questo mio desiderio lo metto nelle mani del Signore e glielo affido come intenzione, come desiderio, perché un giorno possa celebrare con loro il mio “grazie” per quanto mi hanno dato e per quanto hanno sostenuto la speranza in una mia liberazione.

Senti il mal d'Africa stando qui?

Mi sento oggi impegnato a testimoniare, a dare parole di pace, di perdono, perché vedo un gran bisogno anche nella nostra società. Penso che ciò che ho ricevuto dalla missione, dall'Africa, oggi sia mio impegno poterlo condividere con le comunità cristiane qui in Italia. La missione è ovunque. Questo mal d'Africa non è semplicemente qualcosa che mi porta nostalgia ma mi sprona ad essere oggi testimone di una fede che ha bisogno di incarnarsi, di rinnovarsi anche nelle nostre comunità. Rifare il vocabolario della fede, mettere al centro la pace, mettere al centro il dialogo, il rispetto dalle persone è un compito importante per le scuole, per la società e per le nostre comunità cristiane.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 07/10/2026)

Padre Pier Luigi Maccalli racconta il suo libro "Scelgo di non odiare"


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Per approfondire vedi anche il nostro post (all'interno i link a quelli precedenti):



mercoledì 23 settembre 2026

Cento sacerdoti davanti alla Leonardo: “Non possiamo tacere mentre Gaza muore” - I nomi dei bimbi morti e le kefie, a Roma la marcia dei "Preti contro il genocidio"


Cento sacerdoti davanti alla Leonardo:
“Non possiamo tacere mentre Gaza muore”


‌Oggi la rete internazionale “Preti contro il Genocidio” conclude a piazza Monte Grappa una marcia di preghiera e testimonianza. Un sudario con i nomi di oltre trecento bambini uccisi diventa il simbolo di un appello alla coscienza dell’umanità.

Non una manifestazione di partito, ma una processione civile e cristiana. Non slogan di odio, ma preghiere, silenzio e i nomi dei bambini. È con questo spirito che circa cento sacerdoti provenienti da otto Paesi hanno attraversato oggi le vie di Roma per denunciare la tragedia di Gaza, concludendo il loro cammino davanti alla sede della Leonardo in piazza Monte Grappa, uno dei principali gruppi europei dell’industria della difesa.

L’iniziativa è stata promossa dalla rete Preti contro il Genocidio, nata un anno fa e oggi composta da oltre 2.500 sacerdoti, religiosi, vescovi e cardinali di 67 Paesi. Per i promotori, la scelta della sede di Leonardo non è casuale: rappresenta il desiderio di interrogare l’industria degli armamenti e di chiedere che la politica internazionale imbocchi finalmente la strada del disarmo e della pace.

Un sudario con i nomi dei bambini

L’immagine più intensa della giornata è stata il grande sudario bianco portato a mano dai sacerdoti lungo tutto il percorso. Su quel tessuto erano scritti, uno ad uno, i nomi di oltre trecento bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo gli annunci dei cessate il fuoco: un gesto volutamente liturgico, quasi una lunga preghiera cucita nella stoffa.

“Un numero si dimentica, un nome no”, hanno spiegato gli organizzizzatori, sottolineando che ogni bambino restituito al proprio nome viene sottratto all’anonimato delle statistiche e riconosciuto nella sua irripetibile dignità umana.

La marcia è partita dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia dopo un momento di raccoglimento, ha attraversato via della Conciliazione, ha sostato davanti alle rappresentanze diplomatiche di Palestina e Libano e si è conclusa nel giardino Simonetta Cesaroni, di fronte al quartier generale di Leonardo.

“Davanti all’orrore non possiamo restare neutrali”

Il documento diffuso dalla rete contiene parole di straordinaria durezza morale. I sacerdoti affermano che, davanti a ciò che definiscono il genocidio del popolo palestinese, il silenzio sarebbe incompatibile con il ministero evangelico.

“Davanti all’orrore del genocidio che sta colpendo Gaza e il popolo palestinese, come pastori non possiamo tacere. Dobbiamo richiamare le parole di Papa Francesco: “La guerra è sempre una sconfitta”, e ancor prima quelle di Paolo VI alle Nazioni Unite: “Mai più la guerra! È la pace che deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità”.”

L’appello non si limita alla denuncia delle violenze. I sacerdoti chiedono il pieno rispetto del diritto internazionale, il sostegno alle comunità cristiane di Palestina, indagini indipendenti su tutti i crimini commessi dal 7 ottobre 2023 in poi e una cultura della riconciliazione fondata sull’uguaglianza e sulla giustizia.

La scelta di Leonardo interpella l’Europa

Concludere la manifestazione davanti alla Leonardo significa rivolgere una domanda che va oltre l’Italia. L’azienda è uno dei maggiori protagonisti europei della produzione aerospaziale e militare, e la sua sede romana diventa oggi il luogo simbolico in cui la coscienza religiosa incontra il tema della responsabilità economica e politica.

I sacerdoti non hanno indicato soluzioni semplicistiche, ma hanno voluto ricordare che ogni investimento nelle armi pone inevitabilmente una questione etica quando il mondo continua a essere attraversato da guerre che colpiscono soprattutto i civili e i bambini.

Una Chiesa che cammina con le vittime

La nascita della rete “Preti contro il Genocidio” rappresenta uno dei fenomeni più significativi del cattolicesimo contemporaneo. Sorta spontaneamente nel settembre 2025, senza strutture gerarchiche né appartenenze politiche, essa si definisce una realtà profondamente sinodale: sacerdoti che scelgono di camminare insieme per dare voce alle vittime e richiamare la Chiesa e la comunità internazionale alla responsabilità evangelica.

A piazza Monte Grappa, il corteo ha previsto una preghiera per i bambini di Gaza e del Libano. Nessun trionfalismo, soltanto il silenzio di uomini di Chiesa che hanno affidato alla memoria quei nomi scritti sul sudario, perché – come hanno ricordato – la pace comincia sempre dal riconoscimento del volto dell’altro.

Le voci dei sacerdoti: “Il Vangelo ci impedisce di essere complici del silenzio”

Don Pietro Rossini, tra i promotori della rete internazionale, ha spiegato il senso della mobilitazione: “Davanti all’orrore del genocidio che sta colpendo Gaza e il popolo palestinese, come pastori non possiamo tacere. Il nostro compito non è schierarci con una parte, ma stare dalla parte delle vittime e difendere la sacralità di ogni vita umana. “Il sacerdote ha poi indicato il grande sudario portato in processione, sul quale erano scritti a mano i nomi di trecento bambini palestinesi e libanesi: “Un numero si dimentica, un nome no. Restituire un nome a questi bambini significa restituire loro la dignità che la guerra vorrebbe cancellare. Ogni nome è una preghiera, ogni nome è un’accusa contro l’indifferenza.

Tra i partecipanti anche don Magloire Nkounga Tagne, parroco abruzzese e membro attivo del comitato organizzatore, che ha sottolineato come la testimonianza cristiana non possa fermarsi alle parole: “Siamo venuti da Paesi diversi perché il dolore di Gaza non appartiene a un solo popolo. La fede ci chiede di costruire ponti di fraternità e di chiedere con coraggio che cessino le bombe e prevalga finalmente la giustizia.”
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 22/09/2026)

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I nomi dei bimbi morti e le kefie,
a Roma la marcia dei "Preti contro il genocidio" 


'Governanti, abbandonate i progetti di morte' Intonando l'invocazione "Donaci la pace oh Signore" ed esponendo un sudario con scritti sopra i nomi di 330 bambini morti a Gaza e in Libano pur dopo le dichirazioni di "cessate il fuoco", ha preso il via a Roma da Borgo Santo Spirito la marcia di un centinaio di membri della Rete "Preti contro il Genocidio". Composto da sacerdoti provenienti dal Sudafrica, dalla Danimarca, dalla Spagna, dall'Italia e da altri Paesi del mondo, il corteo ha preso l'avvio dopo un intenso momento di preghiera in chiesa ed è diretto dopo il passaggio in via della Conciliazione fin sotto la sede di Leonardo. 

I preti sfilano con ramoscelli d'ulivo in mano, qualcuno ha una kefiah a scacchi neri e bianchi al collo, tutti indossano un bagde con i colori della bandiera palestinese. Altri mostrano cartelli con la scritta "Cristo è morto a Gaza". 

Alla testa della simbolica 'processione' due vescovi, monsignor Giovanni Ricchiuti e Monsignor Christian Carlassare. 
"Offriamo questa preghiera - si sente dall'altoparlante che accompagna la marcia - per tutti i bambini morti dopo il cessate il fuoco", "no alla paura, la giustizia illumini i leader delle nazioni perché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte". 
(fonte: Stefano Chianese/alanews)

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Vedi anche il post precedente (all'interno link ad altri post):

martedì 22 settembre 2026

Tonio Dell'Olio - Un sudario sulle coscienze

Tonio Dell'Olio
 
Un sudario sulle coscienze
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 settembre 2026


Sono ormai circa 2.500, in 67 Paesi, i preti che aderiscono alla rete internazionale “Preti contro il genocidio”. Tra loro anche cardinali e vescovi. Il coordinamento, nato quasi spontaneamente dall’appello di suor Giovanna della comunità di Dossetti e cresciuto attraverso il passaparola, fece la sua prima uscita pubblica il 22 settembre dello scorso anno: oltre cento preti a Roma.

Fu importante che una voce sorgesse dal basso nella Chiesa, libera da calcoli diplomatici e capace di definire genocidio lo sterminio di Gaza. Perché, quando la vita viene annientata, l’ambiguità diventa complicità e anche il silenzio finisce per benedire le armi. Martedì 22 settembre, a un anno di distanza, saremo un centinaio di sacerdoti a ritrovarci a Roma. Non sarà una manifestazione, ma una testimonianza che toccherà luoghi simbolici delle responsabilità religiose, politiche ed economiche nel conflitto mediorientale. Alle 15 la preghiera nella chiesa di Santo Spirito in Sassia; poi il cammino lungo via della Conciliazione, piazza Pio XII e Porta Angelica, fino alla sede di Leonardo. Porteremo un sudario con i nomi di trecento bambini palestinesi e libanesi uccisi persino dopo i proclamati cessate il fuoco. Quei nomi attraverseranno Roma come una domanda rivolta alle Chiese, ai governi e all’industria delle armi. Perché la pace disarmata e disarmante comincia quando qualcuno rompe il silenzio e accetta di esporsi.

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mercoledì 16 settembre 2026

“Un’altra difesa è possibile”: cosa significano quelle 50mila firme

“Un’altra difesa è possibile”:
cosa significano quelle 50mila firme


È un «traguardo storico» quello raggiunto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” con il superamento della soglia delle 50mila firme necessarie per depositare in Parlamento il testo di una Proposta di Legge (PdL) d’iniziativa popolare sulla Difesa civile non armata e nonviolenta, in attuazione degli artt. 11 e 52 della Costituzione. Nonostante il disinteresse dei media mainstream e le difficoltà iniziali, la mobilitazione di movimenti della società civile e degli enti locali ha impresso una svolta insperata alla mobilitazione. La raccolta prosegue fino al 18 settembre per rafforzare il mandato politico in vista del dibattito parlamentare e lanciare un segnale chiaro alle forze politiche per il 2027. La PdL – che chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – sarà consegnata in nei prossimi giorni in Senato, dove ci si augura possa iniziare al più presto il suo iter parlamentare.

Con lo sguardo puntato sulle elezioni del 2027, i promotori della Campagna ritengono di aver fornito «un banco di prova su cui chiamare a pronunciarsi le forze politiche: destinare risorse alla prevenzione dei conflitti, alla mediazione e alla cooperazione, invece che alla sola crescita della spesa militare, è una scelta di campo che riguarda il futuro del Paese».

«L’obiettivo è portare sul tavolo della politica e nel dibattito nazionale il tema di un’altra difesa possibile», spiega Mao Valpiana (presidente del Movimento nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile”), «spostando fondi pubblici dalla preparazione della guerra alla costruzione della pace».

Questo importante obiettivo è «il segnale di una sensibilità diffusa nel nostro Paese contro la guerra e le spese militari. Ci aspettiamo ora che il Parlamento, invece di altre misure per il riarmo, discuta la proposta di legge e risponda alla domanda che sale dai cittadini e dalle cittadine», aggiunge anche Giulio Marcon (co-portavoce di Sbilanciamoci!).

Sulla stessa lunghezza d’onda Laura Milani (presidente della CNESC): «In questo momento storico, in cui si tende a normalizzare la guerra, a militarizzare la società e a far passare la corsa al riarmo come l’unica via per garantire la sicurezza, è un segnale straordinario che così tante persone abbiano voluto firmare per questa legge di iniziativa popolare. È un invito forte a un cambiamento di prospettiva sul modo di intendere la difesa e su come costruire vere politiche di pace».

«Siamo pronti ad affrontare il confronto con il Parlamento e con l’opinione pubblica sul modello di difesa necessario per il nostro Paese», afferma infine Alfio Nicotra (coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace Disarmo). La nostra proposta «arriva alle Camere prima della tanto annunciata “riforma Crosetto” dello strumento militare nazionale. Mentre il militarismo mostra su tutti i fronti il proprio fallimento, incapace di risolvere i conflitti e di dare sicurezza ai popoli, il movimento per la pace propone una difesa reale della nostra società e della nostra democrazia, fedele ai principi sanciti dagli articoli 11 e 52 della Costituzione. Questo schieramento vasto e unitario, che ha fatto della nonviolenza e del disarmo il proprio manifesto politico, rappresenta una risorsa importante per la nostra democrazia. In tempi in cui il riarmo viene spacciato come unica soluzione alla guerra mondiale a pezzi, non era facile scrivere una pagina diversa. Invece l’abbiamo scritta, ed è per noi il primo passo nella direzione giusta».

venerdì 11 settembre 2026

Genocidio a Gaza, il silenzio è complice: preti, vescovi e cardinali per la pace


Genocidio a Gaza, il silenzio è complice:
preti, vescovi e cardinali per la pace

Il 22 settembre 2026 a Roma la rete Preti contro il genocidio di Gaza organizza una marcia di preghiera a sostegno del popolo palestinese. A un anno dalla sua fondazione, la rete di sacerdoti torna a chiedere la fine di ogni genocidio e la costruzione della pace.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da "Preti contro il genocidio", Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono riuniti a Roma con la convinzione che «davanti a un genocidio non esiste la neutralità». Nacque allora la rete Preti contro il genocidio – perpetrato a Gaza da Israele secondo quanto affermato da una specifica commissione dell’Onu e su cui sta indagando la Corte penale internazionale -, che oggi conta oltre 2.500 aderenti tra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi di cinque continenti.

Nel corso di quest’anno la rete si è espansa, guidata da documenti fondativi, come il Kairos Palestine 2. La fede in tempo di genocidio, ed ha portato avanti azioni concrete di sensibilizzazione e protesta, nelle singole comunità parrocchiali e nel dialogo con la politica, con la società civile e la gerarchia della Chiesa Cattolica.

La giornata del 22 settembre 2026 a Roma si aprirà con una mattinata di confronto e preghiera tra i sacerdoti aderenti, in cui verrà anche raccontato quanto visto e sperimentato durante il Pellegrinaggio di Giustizia organizzato con Pax Christi che si terrà nei prossimi giorni in Terra Santa. I membri discuteranno dell’anno passato e, dopo un pranzo conviviale, si recheranno alla chiesa di Santo Spirito dove pregheranno la coroncina alla Divina Misericordia. Da lì si terrà una marcia di preghiera verso via della Conciliazione e altri luoghi significativi dal punto di vista spirituale e politico di Roma. Tra gli altri saranno presenti don Nandino Capovilla, già trattenuto a Tel Aviv dal governo israeliano nell’agosto 2025, la giornalista Nicoletta Dentico, che ha contribuito ai commenti del Kairos 2, monsignor Jamal Daibes, vescovo palestinese della Diocesi di Gibuti, e i rappresentanti dei nodi nazionali della rete.

L’oggetto simbolo della giornata sarà il sudario che verrà portato in processione. Su di esso verranno scritti a mano dai sacerdoti della rete i nomi dei 309 bambini uccisi da quando è stato emesso formalmente il “cessate il fuoco” a Gaza. La scelta di scrivere i nomi e non i numeri è motivata così: «Un numero si dimentica, un nome no. Quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo».

In questo primo anniversario la rete si dà un obiettivo preciso: arrivare a 4.000 adesioni, numero che corrisponde a circa l’1% del clero cattolico mondiale. Nello statement (dichiarazione) di apertura della conferenza stampa del 2 settembre 2026, padre Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della rete, ha usato l’immagine evangelica del lievito, in minore quantità rispetto alla pasta ma capace di farla cambiare, per descrivere l’ambizione della rete.

Lo statement è netto nel giudicare gli ultimi dodici mesi, in cui non c’è mai stato un cessate il fuoco reale, e bombardamenti e fame non si sono fermati. Una «tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua», ma «una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte».

Ritracciando brevemente la storia di Preti contro il genocidio, tutto è cominciato con un gesto liturgico. Nel giugno 2025, don Rito Maresca, a Piano di Sorrento, ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando paramenti dei colori della bandiera palestinese e nell’omelia ha collegato il sacramento del “pane spezzato” ai corpi spezzati sotto le bombe a Gaza

A un anno di distanza, tra gli aderenti della rete figurano tre cardinali — Stephen Brislin (Sudafrica), Cristóbal López Romero (Marocco) e Álvaro Leonel Ramazzini Imeri (Guatemala) — nove arcivescovi e diciannove vescovi.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da ‘’Preti contro il genocidio’’, Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Negli ultimi mesi la rete ha partecipato alle manifestazioni della società civile e ha scritto lettere aperte ai governi. Le sezioni nazionali hanno scritto ai vescovi spagnoli e italiani chiedendo un pronunciamento evangelico più netto su Gaza; hanno sollecitato la Segreteria di Stato vaticana e la presidenza della Banca Mondiale a prendere posizione contro il Board of Peace promosso dagli Stati Uniti. Hanno indirizzato lettere aperte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Conferenza episcopale statunitense e a quella italiana. In Irlanda, la sezione locale ha chiesto al governo di Dublino di bloccare il trasferimento del prospetto 2026 degli Israel Bonds, mentre nel Regno Unito ha scritto al primo ministro britannico Andy Burnham e prossimamente incontrerà alcuni membri parlamentari simpatizzanti verso la rete. «Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità».

Come emerso dalla conferenza stampa del 2 settembre, i sacerdoti della rete riconoscono che nel corso dell’anno sono maturati la sensibilità e il supporto delle comunità, ma permane l’ostacolo dell’islamofobia e dell’errata sovrapposizione tra la Palestina e l’islam, che caratterizzano i commenti negativi e l’hatespeech sui social. A questo punto padre Pietro Rossini risponde così: «Non stiamo qui a dare voce a una religione piuttosto che a un’altra, come preti non possiamo essere indifferenti davanti al male perpetrato a danno degli innocenti. Per noi Cristo si identifica con chi muore ingiustamente e chi viene ucciso ingiustamente».

Tra gli impegni per il futuro, mettere più forze ed energie nelle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), per «tagliare alla radice qualsiasi conflitto». Dal 18 al 20 novembre Preti contro il genocidio parteciperà infatti al convegno europeo BDS, mentre sul piano pastorale si impegna a portare avanti un dialogo con i fedeli che tratti anche la morale economica.

Lo spirito della rete rimane fortemente sinodale e, pur richiedendo prese di posizione più nette, si riconosce la delicatezza e la lentezza necessarie alla diplomazia ufficiale. In particolare, è forte l’urgenza avvertita dai membri statunitensi della rete, per i quali la complicità economica e politica è inconciliabile con il compito morale di predicare la verità e la giustizia. «Il silenzio è complice», afferma don Jacek Orzechowski da Albany, sottolineando nuovamente la necessità di una presa di posizione da parte dei vescovi statunitensi. In attesa di un pronunciamento sinodale ufficiale, la rete vuole essere testimone del fatto che già la Chiesa inizia ad affermare con chiarezza questi principi: «Siamo voce di Chiesa anche noi».

Chiude la conferenza don Rito Maresca con un invito: «Ciascuno di noi ha una sfera di influenza, che sia quella di un pastore o di un giornalista, e qualcuno grazie alle nostre parole può cambiare idea».
(fonte: Città Nuova, articolo di Flavia Cecchini 03/09/2026)

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giovedì 4 giugno 2026

DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


martedì 2 giugno 2026

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

venerdì 29 maggio 2026

Cappellani militari alla parata del 2 giugno??? Ma anche NO!

Cappellani militari alla parata del 2 giugno???
Ma anche NO!


“… Ai preti-soldato è richiesta la divisa di ordinanza: veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri, come si legge nella comunicazione interna inviata da monsignor Siddi, vicario generale della diocesi castrense, che ha i gradi e il salario di generale di divisione…”

Il Consiglio nazionale di Pax Christi, sconcertato e indignato dalla recente disposizione dell’ordinariato militare che ha comunicato la presenza in grande spolvero dei cappellani militari alla parata del prossimo 2 giugno, condivide a fa propria l’ Opinione di don Tonio Dell’Olio del 29 maggio, sulle pagine on line di Mosaico di Pace, rivista promossa dallo stesso Movimento:

Cappellani militari alla parata? Ma anche no!

Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra.

Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra.

Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e).

La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
(fonte: Pax Christi 29/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace: fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace:
fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza


Da Verona a Firenze, da Roma a Monte Sole: la società civile per un’Italia che ripudia la guerra celebra gli 80 anni della Repubblica e rilancia la campagna “Un’altra difesa è possibile”

Di fronte alla corsa al riarmo che sta travolgendo l’Europa, la società civile italiana alza la voce e si mobilita. Lo fa rivendicando i capisaldi della Costituzione e ricordando che la sicurezza non si misura in miliardi di spesa militare, che la dignità dei popoli non si difende con le bombe, che la pace non è assenza di guerra ma costruzione quotidiana di giustizia e diritti. Lo fa ricordando che fin dall’inizio chi ha fondato la Repubblica italiana ha scelto di ripudiare la guerra, e che quella scelta vale ancora oggi. 

Una grande mobilitazione, in risposta all’appello lanciato da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci per celebrare gli 80 anni della Repubblica con iniziative civili, pacifiste e nonviolente, in tutta Italia si sono moltiplicate fiaccolate, biciclettate, convegni e presidi. Un calendario fitto, che parte stasera da Verona e culmina il 2 giugno in più città italiane. Obiettivo comune: restituire alla Festa della Repubblica il suo autentico carattere costituzionale, quello di una Repubblica che ripudia la guerra, sottraendola alle parate militari e al clima di riarmo che domina il dibattito pubblico europeo.

Il nostro appello ha mosso l’Italia. Perché la risposta è stata straordinaria: decine di realtà (associazioni, reti locali, comunità ecclesiali, sindacati, scuole) hanno aderito e organizzato proprie iniziative, animate da un filo conduttore: l’articolo 11 della Costituzione non è retorica, è un impegno concreto che oggi, di fronte alla corsa al riarmo europeo, va rivendicato con forza. ...



mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

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