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martedì 12 luglio 2022

Giuseppe Savagnone - L’aumento dei prezzi è davvero effetto della guerra?

Giuseppe Savagnone
L’aumento dei prezzi è davvero effetto della guerra?


La guerra e il prezzo della pasta

Assistiamo in queste settimane – e non solo nel nostro Paese – a un aumento incontrollato dei prezzi dei generi alimentari, i più necessari alla pura e semplice sopravvivenza fisica, di cui anche i poveri non possono fare a meno, per quanto frugalmente vivano. I dati Istat hanno messo in luce la crescita del prezzo del pane e della pasta: il primo è aumentato del 5,8% mentre il secondo del 13%.

La motivazione spesso ripetuta è la guerra d’Ucraina, che avrebbe ridotto le quantità di prodotti agricoli sul mercato e quindi determinato uno squilibrio tra la domanda e l’offerta. In realtà le cose non sembrano stare esattamente così. A far riflettere è il fatto che – come faceva notare, in una intervista, il ministro delle politiche agricole Patuanelli – il grano venduto adesso sul mercato è quello raccolto l’anno scorso, quando ancora non c’erano le restrizioni di esportazione dall’Ucraina.

Ma ancora più sorprendente è il balzo del prezzo di un genere alimentare come la pasta, piatto fondamentale per molti italiani, perché la si fa col grano duro, che noi non abbiamo mai importato né dall’Ucraina né dalla Russia. Senza dire che anche le importazioni da questi due Paesi di grano tenero, usato per pane, pizze e dolci, copre la percentuale di appena il 3% del fabbisogno nazionale.

Che i problemi esistano oggettivamente non c’è dubbio. È il loro modo di ripercuotersi sui mercati che lascia molto perplessi. Il dubbio inevitabile è che la speculazione approfitti di eventi come quello della guerra per anticipare a proprio vantaggio i loro effetti negativi sull’andamento dei prezzi.

Fu davvero effetto del Covid?

È già avvenuto con la diffusione del Covid. Anche allora, a livello mondiale, i prezzi dei prodotti agricoli ebbero una impennata che fu attribuita alle conseguenze della pandemia. Ma, nell’agosto 2021, riferendosi a questa diffusa spiegazione, uno storico dei fenomeni economici, Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, faceva presente che l’aumento dei prezzi agricoli era piuttosto legato alla decisione del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, di puntare in futuro, per sostituire gradualmente la benzina, sui biocarburanti, biodiesel e bioetanolo, ricavati da fonti vegetali.

In seguito alla speculazione seguita a questa decisione, il prezzo del mais è cresciuto, dal settembre 2020 al giugno 2021, del 60%; quello del grano tenero del 37%; quello dell’olio di palma del 53%; quello dello zucchero del 44%; quello della soia addirittura dell’80%.

«Il dato paradossale», osservava lo studioso, davanti a questi dati impressionanti da lui riportati, «è che la domanda “reale” di tali beni è rimasta pressoché inalterata (…) e i prezzi sono schizzati in alto per le scommesse al rialzo. Le conseguenze di ciò sono pessime perché generano un’inflazione drogata e, soprattutto, mettono in ginocchio i Paesi, in genere poveri, importatori di tali beni che dovranno pagarli a prezzi ben più alti del reale».

Siamo davanti a considerazioni che possono applicarsi all’attuale aumento di prezzo di molti prodotti nei nostri supermercati. E che appaiono particolarmente appropriate, adesso, di fronte allo sfruttamento capitalistico della nuova catastrofe della guerra: «Dire che la speculazione affama gran parte del Pianeta», affermava allora Volpi, «non è un’eresia. E sostenere che fenomeni come questi abbiano a che fare con il mercato, il cui compito consiste nello scambiare e valorizzare, è una follia». Possiamo far nostre queste affermazioni nel nuovo contesto determinato dalla guerra in Ucraina.

Economia di mercato non significa capitalismo

La distinzione drastica tra speculazione capitalistica e mercato costituisce, non da ora, un nodo centrale del nostro attuale sistema economico. Nella sua enciclica Centesimus annus, scritta nel 1991 all’indomani del crollo del muro di Berlino, Giovanni Paolo II si chiedeva: «Si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?»

E rispondeva: «Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”.

Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa».

Infine il pontefice concludeva: «La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento (…). Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell’affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli. C’è anzi il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all’insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato» (Centesimus annus, n.42).

Spesso si è accusato papa Francesco di essere “comunista” per le sue critiche al primato capitalista della finanza sull’economia e dell’economia sulla politica (cfr. l’enciclica Laudato si’, n.189). Questa eloquente pagina del suo predecessore – unanimemente considerato uno degli artefici del crollo del comunismo – evidenzia che il rifiuto del sistema capitalistico fa parte della dottrina sociale della Chiesa e non si riduce alle pretese posizioni ideologiche di questo o quel papa.

Per una economia sociale

La crisi attuale ha sicuramente delle basi reali nelle vicende prima della pandemia, poi della guerra, due flagelli che da tempi antichissimi l’umanità ha imparato a temere e che – pur non costituendo una reale novità (altrove c’erano anche prima) – si sono inaspettatamente ripresentati in questi ultimi tre anni alla coscienza del mondo occidentale in tutta la loro drammaticità.

Ma questa crisi mette anche alla prova un mondo che, con la globalizzazione, aveva impostato sulle logiche del capitalismo la sua unificazione e che ora ricorre ad esse per fronteggiare la nuova situazione che si è creata. Ad essere direttamente interpellate sono le nazioni più avanzate sia dal punto di vista democratico che da quello finanziario ed economico. Esse si stanno giustamente battendo contro un regime totalitario che pretende di imporsi con la forza su un popolo libero. Le conseguenze di questa guerra sull’economia mondiale sono innegabili.

Ma non possiamo chiudere gli occhi sul fatto che esse rischiano di essere gestite secondo logiche che favoriscono l’arricchimento indiscriminato di alcuni a danno della maggior parte della popolazione e soprattutto dei più poveri. Sia per quanto riguarda il nostro Paese, sia a livello planetario, bisogna smascherare queste logiche.

In prospettiva, il vero problema è di operare una seria revisione del meccanismo economico strutturale, trovando alternative serie alla sua versione capitalistica e al dominio della finanza. Ci sono economisti di valore – penso a Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti – che lavorano da anni all’elaborazione di una “economia sociale” basata sul mercato ma libera dal dominio indiscriminato del profitto.

Sulla scorta di questi studi, ultimamente il Vaticano si è fatto promotore della importante iniziativa “Economy of Francesco”, per cui è previsto un incontro ad Assisi, con la presenza del papa, dal 22 al 24 settembre prossimi. Ma intanto bisogna fare qualcosa per fermare l’attuale deriva. In Italia esiste un Garante per la sorveglianza dei prezzi, detto anche “ Mister Prezzi ”, che ha funzione di controllo e verifica, su segnalazione dei cittadini, per arginare i fenomeni speculativi. Forse è il momento di aprire gli occhi su quello che sta accadendo.
(fonte: Tuttavia 08/07/2022)

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Per approfondire vedi anche:

giovedì 26 maggio 2022

Con la pandemia 573 nuovi miliardari e ogni 33 ore un milione di poveri in più

Con la pandemia 573 nuovi miliardari
e ogni 33 ore un milione di poveri in più


573 NUOVI MILIARDARI IN TEMPO DI PANDEMIA


Negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e energetico hanno visto aumentare le proprie fortune al ritmo di 1 miliardo ogni 2 giorni, mentre 1 milione di persone ogni 33 ore rischia di sprofondare in povertà estrema nel 2022
Oggi la ricchezza dei miliardari è pari al 13,9% del Pil mondiale, oltre 3 volte la quota del 2000. I 20 individui più ricchi del pianeta hanno patrimoni che valgono più dell’intero PIL dell’Africa subsahariana
In apertura del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, la fotografia delle crescenti disuguaglianze globali

Mentre aumentano vertiginosamente i prezzi al consumo dei prodotti alimentari e dei beni energetici e la spirale della povertà estrema rischia di inghiottire 1 milione di persone ogni giorno e mezzo nel 2022, i super ricchi che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e dell’energia continuano ad accrescere le proprie fortune, aumentate dall’inizio della pandemia di 453 miliardi di dollari, al ritmo di 1 miliardo di dollari ogni due giorni.

In apertura del meeting annuale del World Economic Forum in presenza a Davos Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, rilascia nuovi allarmanti dati che fotografano scandalose iniquità a livello globale.

“I miliardari a Davos potranno brindare all’incredibile impulso che le loro fortune hanno ricevuto grazie alla pandemia e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia, – ha detto Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – ma allo stesso tempo decenni di progressi nella lotta alla povertà estrema rischiano di essere vanificati con milioni di persone lasciati senza mezzi per poter semplicemente sopravvivere”.

NEL 2022 UN MILIONE DI PERSONE OGNI 33 ORE A RISCHIO DI POVERTÁ ESTREMA

La pandemia ha prodotto 573 nuovi miliardari, uno ogni 30 ore, mentre, quest’anno, un milione di persone ogni 33 ore potrebbe finire in condizione di povertà estrema, vale a dire 263 milioni.

La ricchezza dei miliardari è aumentata, in termini reali, più in 24 mesi di COVID-19 che nei primi 23 anni delle rilevazioni di Forbes ed è ora equivalente al 13,9% del PIL mondiale, una quota più che triplicata dal 4,4% del 2000.

“La marcata concentrazione della ricchezza – e di potere economico – nelle mani di pochi è il risultato di politiche di lungo corso, di decenni di liberalizzazioni e deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di anni in cui le regole del gioco sono state fortemente condizionate da interessi particolari a detrimento della maggioranza dei cittadini. – ha aggiunto Bucher – Privatizzazioni, emersione di nuovi monopoli, ricorso ai paradisi fiscali e sfrenato arricchimento per pochi; insicurezza, sfruttamento, assenza di diritti e sforzi scarsamente riconosciuti e ricompensati per troppi altri. La pandemia ha esacerbato le disuguaglianze e ridotto sul lastrico molte persone. Milioni oggi non hanno sufficiente cibo o soldi per riscaldarsi. In Africa orientale, una persona rischia di morire di fame ogni minuto. Siamo di fronte a una disuguaglianza paradossale, tossica che rischia di spezzare i legami che tengono insieme la nostra società”.

PER LE 5 BIG DELL’ENERGIA OLTRE 2.600 DOLLARI DI PROFITTI AL SECONDO

Le imprese nei settori energetico, alimentare e farmaceutico – caratterizzati da situazioni di forte monopolio – registrano profitti da record, mentre i salari rimangono stagnanti e i lavoratori sono esposti a un aumento esorbitante, se paragonato agli ultimi decenni, del costo della vita. Cinque delle più grandi multinazionali energetiche (BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron) fanno 2.600 dollari di profitto al secondo.

PROFITTI RECORD PER I MONOPOLISTI DEL CIBO

La pandemia ha prodotto 62 nuovi miliardari nel settore alimentare.
Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo globale, e ha realizzato l’anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto), record che potrebbe essere battuto nel 2022. La sola famiglia Cargill conta ora 12 miliardari, rispetto agli 8 di prima della pandemia.

Dallo Sri Lanka al Sudan, i prezzi alle stelle dei prodotti alimentari innescano dissesti sociali e politici: il 60% dei paesi a basso reddito è sull’orlo della crisi a causa del debito; l’inflazione è in aumento ovunque con conseguenze durissime per i lavoratori con basso salario. Rispetto ai paesi più ricchi, in quelli in via di sviluppo si spende più del doppio del reddito per il cibo.

RICCHEZZA E REDDITI SEMPRE PIU CONCENTRATI

  • Oggi, 2.668 miliardari – 573 in più rispetto al 2020 – possiedono una ricchezza netta pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari.
  • I 20 miliardari più ricchi del mondo hanno patrimoni che valgono più dell’intero PIL dell’Africa subsahariana.
  • Su scala globale, un lavoratore che si trova nel 50% degli occupati con retribuzioni più basse dovrebbe lavorare per 112 anni per guadagnare quello che un lavoratore nel top 1% guadagna in media in un solo anno.
  • L’elevata informalità dell’economia e i sovraccarichi del lavoro cura hanno tenuto fuori dalla forza lavoro 4 milioni di donne in America Latina e nei Caraibi.

VACCINI A 24 VOLTE IL COSTO DI PRODUZIONE MA L’87% DEL MONDO POVERO NON E’ VACCINATO

La pandemia ha prodotto 40 nuovi miliardari anche nel settore farmaceutico che ha registrato negli ultimi due anni profitti da capogiro. Imprese come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitto al secondo grazie al solo vaccino COVID-19 e, nonostante abbiano usufruito di ingenti risorse pubbliche per il suo sviluppo, fanno pagare ai governi le dosi fino a 24 volte in più rispetto al costo di produzione stimato, anteponendo gli utili alla tutela della salute globale in un mondo in cui l’87% dei cittadini nei paesi a basso reddito non ha ancora completato il ciclo vaccinale.

“È scandaloso che alcuni abbiano accumulato ricchezze, negando a miliardi di persone l’accesso ai vaccini o approfittando dell’aumento dei prezzi alimentari ed energetici. – conclude Bucher – A due anni dall’inizio della pandemia, con più di 20 milioni di morti stimate dovute al COVID-19 e una crisi economica drammatica, i leader dei governi hanno il dovere morale di promuovere misure nell’interesse dei più, soprattutto delle persone più vulnerabili, e non dei pochi”.

LE RICHIESTE DI OXFAM

Oxfam raccomanda ai governi di: 
  • porre fine all’apartheid vaccinale sospendendo i brevetti, favorendo la condivisione di know-how e tecnologia sui vaccini COVID-19, investendo in centri di produzione di vaccini nel Sud del mondo, redistribuendo immediatamente ed equamente le dosi esistenti e mantenendo le promesse di donazione fatte, secondo un calendario concordato che consenta l’implementazione di un’efficace campagna vaccinale nei Paesi a basso reddito;
  • riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (DSP), assicurando la fruibilità senza condizionalità di tali risorse da parte dei Paesi beneficiari, riconoscendone la natura concessionale e il carattere addizionale rispetto ad altri impegni finanziari;
  • introdurre imposte straordinarie sugli extra-profitti pandemici (e sugli extra-profitti delle compagnie energetiche) per finanziare trasferimenti pubblici alle famiglie in difficoltà; accanto a simili interventi solidaristici va inoltre assicurato un serio riequilibrio dei carichi fiscali con un marcato spostamento del carico impositivo dai redditi da lavoro a quelli da capitale, rafforzata la funzione redistributiva dei sistemi fiscali e perseguito il rispetto del principio di equità orizzontale.
(fonte: OXFAM 23/05/2022)


mercoledì 19 gennaio 2022

LA PANDEMIA DELLA DISUGUAGLIANZA

LA PANDEMIA DELLA DISUGUAGLIANZA

“Ricchezza e povertà nei tempi moderni” – Foto di Antonio Manidi

I 10 uomini più ricchi del mondo raddoppiano le proprie fortune, mentre nel mondo si stima che 163 milioni di persone in più sono cadute in povertà, in Italia 1 milione di poveri in più nel solo 2020. I 10 super-paperoni detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, ovvero di 3,1 miliardi di persone. Ogni 4 secondi nel mondo 1 persona muore per fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza come mancanza di accesso alle cure, fame, crisi climatica e violenza di genere. A fine 2020, il top-10% degli italiani più ricchi possedeva oltre sei volte la ricchezza netta della metà più povera della popolazione.

Le analisi La pandemia della disuguaglianza e DisuguItalia, diffuse in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale.


Nei primi 2 anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia.

“Già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. – ha detto Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale”.

È quanto emerge da “La pandemia della disuguaglianza”, il nuovo rapporto pubblicato oggi (17/01/2022) da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale.

Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021. Il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale.

È il virus della disuguaglianza, non solo la pandemia, a devastare così tante vite. Ogni 4 secondi 1 persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza.

Le donne che hanno subito gli impatti economici più duri della pandemia, hanno perso complessivamente 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020, un ammontare superiore al PIL combinato di 98 Paesi, e stanno affrontando un aumento significativo del lavoro di cura non retribuito, che ancora oggi ricade prevalentemente su di loro. Mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.


“Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario. – ha aggiunto Bucher – Alcuni settori hanno beneficiato della crisi con conseguenze avverse per troppi, come nel caso del settore farmaceutico, fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti e alla condivisione di know how e tecnologie necessarie per aumentare la produzione di vaccini Covid e salvare vite anche nei contesti più vulnerabili del pianeta”.

Mentre i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili per 1.000 dollari al secondo e creare 5 nuovi miliardari, meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito. La percentuale di persone con COVID-19 che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre ad oggi nei Paesi a basso reddito è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione.

“La disuguaglianza non è una fatalità ma il risultato di precise scelte politiche. – continua Bucher – Non solo i nostri sistemi economici ci hanno reso meno sicuri di fronte a questa pandemia, ma consentono a chi è estremamente ricco di beneficiare della crisi. Non è mai stato così importante intervenire sulle sempre più marcate ingiustizie e iniquità. Per questo servono coraggio e visione per affrancarsi da paradigmi di sviluppo che hanno mostrato il fallimento negli ultimi decenni”.

DISUGUITALIA

La pandemia ha aggravato le condizioni economiche delle famiglie italiane e rischia di ampliare a breve e medio termine i divari economici e sociali preesistenti. Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

L’inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021 con le famiglie più povere incapaci di intercettare la significativa crescita del risparmio registrata durante la pandemia. Alla riduzione delle spese per consumi è corrisposto nel 2020 un significativo aumento dell’incidenza della povertà assoluta. Oltre 1 milione di individui e 400.000 famiglie sono sprofondati nella povertà, sebbene su questo disastro sociale possa aver inciso maggiormente – a differenza della precedente recessione – il cambiamento pandemico delle abitudini di consumo rispetto alla perdita di potere d’acquisto, pur significativa, delle famiglie.

“Il quadro sociale avrebbe potuto essere ancor più grave, se il Governo non avesse potenziato le misure di tutela esistenti e messo in campo strumenti emergenziali nuovi di supporto al reddito – ha dichiarato Elisa Bacciotti, responsabile Campagne di Oxfam Italia – I massicci trasferimenti hanno anche attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. In primis, per quanto riguarda il nostro mercato del lavoro profondamente disuguale e che genera, in modo strutturale, povertà da decenni”.

La ripresa occupazionale del 2021 non è trainata da lavoro stabile e rischia di riproiettarci nel mondo pre-pandemico, che ha visto crescere la quota dei working poor di oltre 6 punti percentuali dall’inizio degli anni ‘90.

Sono diversi i motivi, non rimossi dalla pandemia, che rendono oggi il lavoro insufficiente a condurre una vita dignitosa per tante persone: l’espansione di lungo corso di occupazioni in settori a bassa produttività e con salari insufficienti, la prevalenza nel tessuto produttivo di piccole e micro imprese con propensione all’innovazione mediamente molto debole e sottoutilizzo del capitale umano, le strategie competitive delle imprese italiane basate sulla compressione del costo del lavoro, la deregulation contrattuale, la diffusione del part-time in prevalenza involontario”, ha proseguito Bacciotti.

Il contrasto alle disuguaglianze e in particolare la portata redistributiva di alcuni interventi strutturali messi in campo nel 2021 dal Governo Draghi sconta le difficili convergenze di una maggioranza disomogenea e la prevalenza di pulsioni conservatrici.

“Crediamo che la razionalizzazione delle misure di sostegno alle famiglie con figli intrapresa dall’attuale Governo sia largamente apprezzabile, così come l’azione sul riordino degli ammortizzatori sociali, anche se ancora incompleta. Le scelte in materia di riforma del sistema fiscale ci appaiono invece discutibili, dimenticando l’obiettivo di garantire maggiore equità orizzontale in favore di una crescita quantitativa, che offusca la dimensione sociale dello sviluppo. L’intervento effettuato sul reddito di cittadinanza nella legge di bilancio è inoltre fortemente deludente, mancando di recepire quasi tutte le indicazioni di riforma per rendere questo strumento più equo ed efficiente nel contrasto alla povertà”, conclude Bacciotti.

UN’AGENDA POLITICA PER L’EQUITA’

Sul fronte nazionale, coerentemente e limitatamente ai focus del rapporto, Oxfam raccomanda al Governo italiano di intervenire nei seguenti ambiti:
  • ammodernamento dei sistemi di protezione dei redditi, prevedendo l’ulteriore estensione delle tutele ai lavoratori autonomi e requisiti contributivi meno stringenti, per quanto concerne l’accesso a indennità in mancanza di rapporto di lavoro, per i disoccupati under-35;
  • ridare potere al lavoro con interventi pre-distributivi che limitino la svalutazione del fattore lavoro e escludano il ricorso a forme contrattuali atipiche e poco remunerate anche attraverso l’innalzamento dei salari minimi. Va inoltre rafforzata la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese;
  • sistemi fiscali equi e progressivi: in assenza di uno spazio politico che recuperi i vulnus dell’impostazione della riforma fiscale, non resta che auspicare nel contesto attuale quantomeno di realizzare la riforma del catasto, di non ridurre significativamente il prelievo sui redditi da capitale e di non conservare l’aberrante regime forfetario;
  • trasferimenti per il supporto delle famiglie con figli e reddito di cittadinanza: per quanto concerne l’assegno unico suggeriamo di valutare in itinere la riduzione della componente patrimoniale dell’ISEE nella determinazione dell’importo dell’assegno e di estendere per almeno il biennio 2023-2024 la clausola di salvaguardia oltre i 25.000 euro di ISEE, per garantire che nessun nucleo familiare riceva un supporto inferiore ai trasferimenti previgenti. Per il reddito di cittadinanza auspichiamo che si possa ancora trovare spazio per rivedere almeno i criteri di accesso e il calcolo dell’importo per non penalizzare le famiglie numerose e con minori e per ridurre l’aliquota minima effettiva per i beneficiari della misura che inizino un’attività lavorativa;
  • valorizzazione del capitale umano e accesso alla conoscenza: la creazione di posti di lavoro qualificato passa anche per processi di innovazione da incentivare e accompagnare con un supporto pubblico al trasferimento tecnologico alle piccole e medie imprese italiane, fortemente limitate nell’accesso alla conoscenza.
Inoltre, per contribuire alla riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi, Oxfam chiede al Governo italiano di agire sullo scacchiere internazionale per:
  • porre fine all’apartheid vaccinale sospendendo i brevetti, favorendo la condivisione di know-how e tecnologia sui vaccini COVID-19, investendo in centri di produzione vaccinale nel Sud del mondo, redistribuendo immediatamente ed equamente i vaccini esistenti e mantenendo le promesse fatte di donare 45 milioni di dosi ai Paesi in via di sviluppo;
  • riallocare, a favore dei Paesi vulnerabili, una generosa quota dei diritti speciali di prelievo (DSP), assicurando la fruibilità senza condizionalità di tali risorse da parte dei Paesi beneficiari, riconoscendone la natura concessionale e il carattere addizionale rispetto ad altri impegni finanziari;
  • riportarsi sulla traiettoria del rispetto dell’impegno a destinare entro il 2030 lo 0,7% del reddito nazionale lordo all’aiuto pubblico allo sviluppo;
  • supportare la creazione di un organismo internazionale autonomo con mandato di sovrintendere alle sospensioni temporanee e occuparsi della sostenibilità nel lungo periodo delle esposizioni debitorie, e vagliare i necessari interventi di riduzione/ristrutturazione del debito.
(fonte: OXFAM Italia 17 Gennaio 2022)

mercoledì 12 gennaio 2022

Covid - Effetto IV ondata: ospedali occupati per lo più da novax e personale sanitario esasperato... prima considerati eroi ora insultati e minacciati

Covid - Effetto IV ondata: 
ospedali occupati per lo più da novax
e personale sanitario esasperato...
prima considerati eroi ora insultati e minacciati

Ospedali occupati da persone non vaccinate. Pazienti che rifiutano le cure e minacciano i medici. Siamo andati negli ospedali di Rivoli, Brescia e Bologna per capire meglio la situazione. 
Servizio di Emanuela Pala (Rai3 Carta Bianca 11/01/2022)

Guarda il video

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"Al risveglio i pazienti ci insultano per essere stati intubati e i parenti ci minacciano",
lo sfogo del primario Michele Grio
Poi mostra la TAC dei polmoni di un novax

Michele Grio a Cartabianca

Ospedali occupati da persone non vaccinate e pazienti che non solo rifiutano le cure, ma che minacciano anche il personale sanitario. Le telecamere di La7 (L’Aria che tira) e Rai3 (Cartabianca) ieri hanno mostrato cosa succede negli ospedali italiani e in quello di Rivoli dove opera Michele Grio (direttore della struttura di anestesia e rianimazione).

La giornalista di Cartabianca è entrata nel reparto di terapia intensiva dove quasi tutti i pazienti non sono vaccinati (circa l’95%). Riguardo una paziente, il direttore della struttura di anestesia e rianimazione dice: “Abbiamo provato a convincerla a essere intubata per almeno due settimane poi non ce l’ha fatta più e ha chiesto lei di essere intubata. Ora è qui con noi in rianimazione con un quadro di malattia molto, molto grave”. Morirà? Gli chiede la giornalista. “Probabilmente sì”, risponde il dottor Grio.

“Molti di loro resistono nelle loro perplessità e si lasciano intubare da noi solo quando non riescono più a respirare, ma al risveglio continuano ad essere fermi novax facendo notare che siamo noi, secondo loro, ad avere fatto danni sui loro polmoni, non il covid. Noi veniamo minacciati in vari gradi di intensità, anche minacce pesanti a livello personale che ovviamente abbiamo provveduto a denunciare alla digos”. Insulti e minacce che arrivano dai pazienti “che accettano di essere intubati solo quando non ce la fanno proprio più, successivamente dai parenti”, spiega Grio.

Grio sulla rabbia sociale

“Grio, perché è cosi arrabbiato?” chiede Myrta Merlino che conduce ‘L’aria che tira’ e che ha altri ospiti in collegamento tra cui Ugo Mattei. La giornalista chiede spiegazioni su un post facebook del medico torinese: "Il riferimento non è solo per quello che vive e vede dentro gli ospedali, ma anche per la manifestazione torinese di cui è stato uno dei promotori Ugo Mattei", spiega Myrta Merlino.

“Io sono arrabbiato perché questa quarta ondata ha un aggravio che appesantisce ulteriormente la nostra situazione, che è la rabbia sociale - risponde Grio -. In una situazione come quella che ha aggredito i pazienti che sono qui e per i quali stiamo facendo dei turni massacranti, avrei preferito assistere ad una richiesta di istituire un comitato di liberazione nazionale dal covid, quindi riportando l’attenzione sull’aspetto sanitario rispetto a queste fantasie politiche che in questo momento non dovrebbero esserci”.

Che succede coi novax nel suo reparto? Ci racconta? "La regola è diventata che il paziente non vaccinato si ammala, si fa una polmonite, si aggrava sempre più rapidamente, rifiuta il trattamento invasivo per poi ripensarci quando sente di morire soffocato e a quel punto ci consente, insultandoci, di intubarlo. Se si risveglia quel livore lo rimanifesta contro tutto il personale", afferma Michele Grio. Le dinamiche non sono cambiate nel corso del tempo, il primario aveva fatto la stessa denuncia anche un mese fa.

Poi Grio mostra la TAC dei polmoni di un novax: "È come se una colata di cemento riempisse le vie aeree e il polmone diventa un mattone e la consistenza è quella di un muro. La percentuale dei sopravvissuti che hanno questa tac è purtroppo molto bassa. Negare che questo sia un problema mi disturba enormemente perché sono due anni che combattiamo con questa roba, sono due anni che la gente muore e che discutiamo che la quarta ondata è peggio della prima, perché è peggio. Qualcuno, durante la prima ondata, l'abbiamo tirato fuori, adesso la percentuale dei sopravvissuti delle persone che hanno questa tac è purtroppo molto bassa. Quindi questa situazione francamente ci ha profondamente stufati, aggiungiamo il fatto che veniamo insultati e inseriti in un complotto che non ci porta nessun vantaggio e non ha alcun punto fermo, questa è una situazione che francamente alla quarta ondata non tolleriamo più".

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Vedi anche il post precedente:
A proposito di Covid ...


lunedì 10 gennaio 2022

A proposito di Covid ...


Tiziana Panella e il Covid: 
«Sono stata tanto male e ho pianto di paura.
Non è un raffreddore»

Tiziana Panella, giornalista televisiva di Tagadà su La7, racconta la malattia: «La cena del 24 dicembre ci ha colpito. Strike, focolaio familiare»

Tiziana Panella

Non è un raffreddore! Ho cominciato a stare male il giorno di Natale. Ma male male, all’improvviso. Dopo due anni, sono tornata con mia figlia a Caserta dai miei genitori. Insomma, ciclo completo di vaccinazioni, booster, tampone negativo... si può fare. Tasso di euforia alla partenza altissimo, mia figlia felice.

Il 24 a cena, c’è una specie di cappa. Il figlio di mio fratello è positivo, mio fratello non c’è. In compenso arriva Babbo Natale che, causa Covid, fa un giretto veloce e poi riparte con le renne.

Mi sveglio ed è Natale e sto male e resisto. Il 26 sono a Roma. I sintomi non li riconosco, forse è un’influenza, una intossicazione. Intanto, mi metto in isolamento, aspetto, mi sembra di stare meglio, poi di nuovo male.

La cena del 24 ha colpito, arriva la notizia del primo positivo, il secondo, il terzo, io sarò la quarta. Strike, focolaio familiare. Tutto come da manuale, sembra una puntata di Tagadà. C’è anche il soggetto fragile, sono io.

D’accordo con i medici che mi seguono, continuo la mia terapia abituale che dovrebbe aiutarmi anche contro il Covid. Non basta, sto male. Alziamo il dosaggio. Spio i rumori di mia figlia dentro casa, mi manca. La mia camera da letto affaccia sul giardino, mia figlia mi saluta attraverso il vetro. Lei è negativa. Siamo appiccicose noi due e lei è negativa. Sono contenta e sono anche scontenta. Vorrei aprire la porta e farla salire sul letto, vorrei mangiare tutto il cioccolato che abbiamo sotto l’albero e vedere un film brutto insieme, che lei si addormenta e io non riesco a spegnere.

Arriva il 31 dicembre. C’è Mattarella e mi parla. D’accordo parla alla Nazione e io dovrei impegnarmi ad interpretare ogni pausa, ogni parola detta e anche quelle non dette, soprattutto quelle... Ma sono distratta, vedo un uomo solo, in piedi in una stanza vuota, che pesa le parole, le soffre. Quasi subito arriva il maledetto Covid.

Parla Mattarella di questa infinita giornata buia, dei medici, della disperazione, delle bare. Comincio a piangere. Piango di paura, di sofferenza fisica, di solitudine. La solitudine può essere una buona compagna di viaggio. Supremazia assoluta sul telecomando, pigrizia senza sensi di colpa, nessuno da strattonare nel sonno perché russa, l’ultima maschera assurda e inutile che mi hanno regalato, sembro una strega ma domani sarò bellissima. Conosco la solitudine del cuore e della pelle e lo considero un buon affare, prezzo congruo. Ma la solitudine della malattia è un’altra storia. Sento il sangue che pompa sotto la pelle e la pelle brucia, mi fa male tutto dai reni alle dita delle mani. La gola è piena di spilli, sullo sterno mi hanno piazzato una pietra, la testa è una trottola che gira e pesa. Ho paura.

Mia figlia ha organizzato una super cena sushi. Io in camera, lei in giardino, in mezzo la porta di vetro. Si è vestita per me ed è bellissima. Fa freddo fuori e quindi si cambia. Pigiama e piumino, è perfetta. Non mi reggo in piedi, mi rimetto a letto e aspetto concentrata la mezzanotte. Non devo piangere e infatti non piango. Lei stappa una bottiglia mignon che una amica-sorella ci ha portato, ci strusciamo spalle a spalle in giardino e dietro le mascherine urliamo: vaffanculo 2021.

Videochiamata ai Panella quarantenati e sono libera. Voglio dormire, ma non c’è modo di fermare le lacrime. Sono sopraffatta. Guardo la mia camera accogliente e so che se non fossi vaccinata sarei in terapia intensiva. Sento la solitudine di chi ha lottato in altre stanze, magari voleva urlare mentre non aveva aria per respirare. È disperante, per chi è nella stanza, per chi è oltre il vetro. Sono morti così, da soli, in tanti, troppi. Le ho raccontate in trasmissione le bare di Bergamo e non trovavo le parole. Adesso quelle storie, quelle vite, quelle solitudini mi feriscono senza rimedio. Mentre scrivo sto meglio, i farmaci stanno facendo il loro lavoro, il corpo risponde. Piano piano recupero le forze. Mi era già successo in passato di sentirmi vicina, vicinissima, al burrone. Guardare giù è terrorizzante, ma il burrone sa blandire. Promette pace, è un imbroglio. Sarà per un’altra volta. Felice anno nuovo, abbiate cura di voi.
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Quei figli dei no vax costretti a veder morire 
i genitori che non vogliono curarsi

Il caso di Alessandro Mores che ha rifiutato di farsi intubare nonostante i disperati appelli dei figli. L’Occidente ha una grandiosa allegoria della responsabilità: Enea in fuga da Troia con il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio per mano. La pandemia sta capovolgendo anche questo archetipo. Adesso sono i figli che tengono per mano i genitori facendo loro coraggio e cercando di salvarli


In questa pandemia dove ogni giorno contiamo decine di morti quello di Alessandro Mores (nella foto in alto tratta da Facebook), 48 anni, di Vicenza, non è solo l’ennesimo decesso, purtroppo, di un «no Vax convinto», come l’hanno definito i suoi familiari.

L’uomo, padre di tre figli, di 21, 16 e 10 anni, di professione agente di commercio, rifiutava di vaccinarsi e, quando a metà dicembre ha contratto il Covid che gli ha tolto il respiro, ha rifiutato anche di farsi intubare. Era arrivato martedì scorso in condizioni disperate nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Bortolo di Vicenza. Non voleva neanche ricoverarsi, l’ha fatto quand’era già troppo tardi. Solo il giorno prima, sul suo profilo Facebook, aveva postato una notizia, anzi una bufala, in cui si leggeva che in Sudafrica hanno abolito tutte le restrizioni perché la variante Omicron «non è pericolosa».

A chiamare il 118 era stato il figlio maggiore. Mores però è sempre rimasto fermo sulle sue convinzioni e avrebbe chiesto di firmare per non essere intubato. «Tanto guarisco lo stesso», avrebbe detto ai medici. La situazione è degenerata in un paio d’ore. La dottoressa che lo stava trattando, che è stata chiara fin da subito sul rischio che stava correndo, ha anche contattato i familiari. Ma nemmeno loro sono riusciti a convincerlo a farsi intubare. Gli appelli disperati, in lacrime, durante una videochiamata dei figli, sono rimasti inascoltati.

È questo il dettaglio che inquieta e fa rabbrividire. Nessun uomo è un’isola, scriveva il poeta John Donne. A maggior ragione se ha figli adolescenti, quindi non ancora adulti, da educare e portare avanti. Ogni relazione con l'altro - a cominciare dai propri figli - implica un'etica del dovere e della responsabilità, a cominciare da quella di fare tutto quanto possibile per non lasciarli soli per il resto della loro vita.

Al netto delle convinzioni, dell’ideologia, dell’ostinazione, della caparbietà, anche della paura – sentimento del tutto umano e comprensibile – può un padre ignorare l’appello disperato di un figlio a salvare se stesso? Non pensa, quel padre, che privare i suoi figli della sua figura, del suo amore, della sua guida valga la pena di correre il rischio – mettendosi nell’ottica di chi ha paura – di fare un vaccino e non negare l’evidenza di una pandemia che può anche essere gestita dai governi dei Paesi del mondo bene o male, a seconda dei punti di vista, ma innegabilmente uccide?

Nell’umano, lo sappiamo, non c’è nulla di scontato. E questo, come tanti altri casi analoghi, è una conferma. Che, però, sconvolge perché ha qualcosa d’innaturale, di enormemente imponderabile, di assurdo. Se neppure l’implorazione del proprio figlio è in grado di vincere la paura del vaccino e l’ideologia di chi afferma che è tutto un complotto, cosa serve di più?

Davvero possiamo illuderci che basti la corretta informazione (c’è già), mettere in fila i numeri (fior di analisti li danno ogni giorno), additare gli esempi di chi è morto perché non ha voluto né curarsi né vaccinarsi (la cronaca è piena)?

Federico Barocci, Fuga di Enea da Troia, 1598, Galleria Borghese, Roma
L’Occidente ha una grandiosa allegoria della responsabilità: l’eroico Enea che fugge da Troia in fiamme con il padre Anchise caricato sulle spalle e il figlioletto Ascanio tenuto per mano. Quell’uomo, sia pure nel fiore degli anni e del vigore, arranca perché con un braccio deve reggere il padre infermo e con l’altro sorreggere il bimbo. È l’immagine di una società che non scarta gli anziani e prende per mano i bambini.

La pandemia sta capovolgendo anche questo archetipo. Adesso sono i figli – come dimostrano tanti casi di ragazzi che chiedono ai genitori No vax di vaccinarsi per sé stessi e gli altri – che prendono per mano il padre e cercano di incoraggiarlo e salvarlo. O, come in questo caso, cercano di convincere i genitori a farsi prestare tutte le cure possibili per non morire di Covid.

Perché i figli hanno bisogno dei genitori, li amano, vogliono loro bene, non vorrebbero perderli. Anche quando si è colpiti da qualsiasi altra malattia che non dà scampo, i figli cercano sempre di fare tutto il possibile, fino all'estremo, per salvare la propria madre o il padre, in un'alleanza virtuosa, in un reciproco lottare. Ma se chi è malato non vuole curarsi e nega persino la malattia che lo sta uccidendo? Anche l’amore di un figlio a quel punto deve dolorosamente fermarsi in una presa d’atto disumana.

«Queste persone», ha commentato il primario di rianimazione dell’ospedale di Vicenza, Vinicio Danzi, «non credono più al sistema sanitario, alla medicina, ci vedono come nemici e hanno una visione distorta della realtà. Restano a casa fino a quando sono in condizioni disperate e si lasciano morire, ma perderli così no, questo no».
Almeno speriamo che la morte di Alessandro Mores e di tanti altri come lui serva a qualcosa e risparmi ad altri figli la crudeltà di vedere il loro appello a curarsi cadere nel vuoto. Non basta che l’esperienza della pandemia offra degli insegnamenti per accoglierli. Occorre decidersi a dare ascolto alla propria esperienza.

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Marina Corradi
L'ostinato rifiuto delle cure anti-Covid. 
Questa letale ansia di guerra


«C’è qualcosa, in questa pandemia, che lascia senza parole noi medici: il rifiuto alle cure da parte di no-vax che stanno morendo di Covid». Sono parole che continuano a segnare le testimonianze di medici e infermieri. E colpiscono come sferzate. Spesso le persone esitano davanti a una terapia dura, ma poi la voglia di vivere prevale, istintiva, atavica. Questa volta, no. Una citazione per tutte: «Mai – ha scritto lo pneumologo Sergio Harari sul 'Corsera' – ho assistito a un diniego così netto, oppositivo e ideologico come con i novax che da soli si condannano a morte certa e, purtroppo, anche angosciosa come solo la mancanza di fiato può causare».

Che succede, nell’inverno della cosiddetta quarta ondata, nel cuore e nei pensieri di alcuni italiani?
...
Ma, anche restando fuori dal circuito più 'dark' delle elucubrazioni no-vax, come accade che persone finora come le altre, lavoratori, padri, scendano in questa china di ostilità assoluta a ogni cura?

Sembra quasi che, dopo 77 anni di pace, in qualcuno vivesse come il bisogno, l’attesa di una guerra. L’urgenza di schierarsi, di scegliere da che parte stare, di combattere. La guerra, purtroppo, è arrivata davvero. Ma, chi è il nemico? Il virus di cui dicono i media, davvero? O non siamo, invece, dentro a un immenso complotto in cui tutti, tutti, governanti, giornalisti, medici, sono coinvolti e corrotti?

I no-vax percorrono il deep web alla ricerca di crepe nella menzogna globale, e trovano profeti che li confortano nella verità di cui già sono certi: il vaccino non salva, anzi ci cambia il Dna, opera in noi una metamorfosi. È una visione in fondo paranoide del mondo: tutti mentono, tutti sono nemici. E si nega persino l’evidenza: grazie ai vaccini si muore assai di meno, no-vax ovviamente a parte.
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Ma, anche restando fuori dal circuito più 'dark' delle elucubrazioni no-vax, come accade che persone finora come le altre, lavoratori, padri, scendano in questa china di ostilità assoluta a ogni cura?

Sembra quasi che, dopo 77 anni di pace, in qualcuno vivesse come il bisogno, l’attesa di una guerra. L’urgenza di schierarsi, di scegliere da che parte stare, di combattere. La guerra, purtroppo, è arrivata davvero. Ma, chi è il nemico? Il virus di cui dicono i media, davvero? O non siamo, invece, dentro a un immenso complotto in cui tutti, tutti, governanti, giornalisti, medici, sono coinvolti e corrotti?

I no-vax percorrono il deep web alla ricerca di crepe nella menzogna globale, e trovano profeti che li confortano nella verità di cui già sono certi: il vaccino non salva, anzi ci cambia il Dna, opera in noi una metamorfosi. È una visione in fondo paranoide del mondo: tutti mentono, tutti sono nemici. E si nega persino l’evidenza: grazie ai vaccini si muore assai di meno, no-vax ovviamente a parte.

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Medico di Torino smonta punto per punto 
le obiezioni al vaccino anti Covid-19



Ottavio Davini, medico con 40 anni di esperienza, ultimo incarico all’Azienda ospedaliero-universitaria San Giovanni Battista di Torino e autore di alcuni libri di divulgazione sanitaria (“Nella bolla del virus”, Neos Edizioni – “Il prezzo della salute”, Nutrimenti Edizioni), ha spiegato in maniera approfondita e dettagliata perchè bisogna fidarsi del vaccino contro il coronavirus Covid-19, smontando punto per punto le obiezioni di chi per varie ragioni teme la campagna di vaccinazione appena cominciata.
Leggi tutto l'articolo da QuotidianoPiemontese

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Leggi anche: 

giovedì 18 novembre 2021

«QUALE PSICOPANDEMIA. HO VISTO GENTE MORIRE E MEDICI AMMALARSI PER CURARE GLI ALTRI»

«QUALE PSICOPANDEMIA.
HO VISTO GENTE MORIRE E MEDICI AMMALARSI
PER CURARE GLI ALTRI»
La risposta del cappellano della clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo, don Claudio del Monte, alle parole dell’ex nunzio negli Stati Uniti mons. Carlo Maria Viganò che ha accusato i medici di uccidere deliberatamente i pazienti per imporre lockdown e mascherine: «Ho visto coi miei occhi quello che è accaduto e sono inorridito. La fede cristiana non è per creduloni, né appella al disimpegno ma alla responsabilità, al servizio, all’amore, da incarnare nella storia. Di fronte a queste dichiarazioni deliranti la gente onesta resta attonita. E pure la Chiesa e, credo, anche il Signore»

L'ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti,
mons. Carlo Maria Viganò
Nei giorni scorsi, in un video trasmesso da Di martedì su La7 l'ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti, mons. Carlo Maria Viganò, ha negato l'esistenza del Covid parlando di «psico-pandemia». «I media di regime», secondo l'arcivescovo, «tacciono sistematicamente» sul fatto che «ci hanno ingannato per quasi due anni raccontandoci cose che non corrispondevano alla realtà» e arrivando a dire che «uccidevano deliberatamente i contagiati per farci accettare mascherine, lockdown, coprifuoco». E quindi fa bene la gente a protestare, anzi «ci siamo svegliati un po' tardi», ha detto Viganò concludendo il suo videomessaggio con una benedizione.

Ecco la riflessione, che pubblichiamo integralmente, di don Claudio Del Monte che da cappellano della clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo è entrato tutti i giorni, nella primavera del 2020, nei reparti per confortare i malati e i medici che li assistevano e pregare per i defunti: «Queste righe», spiega don Claudio, «le ho condivise con un amico medico, conosciuto in terapia intensiva a Bergamo nel mese di marzo 2020. Beppe, questo è il suo nome, chiama il “dito di Dio” la cicatrice della tracheostomia che gli hanno fatto per salvarlo dalla terribile crisi respiratoria indotta dal Covid. Lui ce l’ha fatta. Altri suoi colleghi medici, purtroppo no».

Le parole di mons. Carlo Maria Viganò in un recente video divenuto “virale”, hanno suscitato in me profonda amarezza. A Bergamo, durante la terribile pandemia Covid di marzo-maggio 2020, ho visto centinaia di ammalati. Tantissimi di questi sono morti. La clinica Humanitas Gavazzeni, presso la quale ho svolto il mio servizio di cappellano, nelle settimane più critiche aveva giornalmente dai quindici ai venti decessi (un giorno persino ventisette).

Nei periodi ordinari i decessi sono un paio alla settimana. Nel video citato, la pandemia Covid è relegata a “psicopandemia”. No. La pandemia non è questione “psichica”. Il Covid ha realmente mietuto tante vittime e ritengo abbia avuto come denominatore comune la solitudine.

Solitudine delle famiglie, rinchiuse nelle loro abitazioni.

Solitudine dei malati, molti dei quali ricoverati nei reparti ospedalieri e spesso con forti problemi di natura respiratoria.

Solitudine dei defunti, rinchiusi frettolosamente nelle bare, senza alcuna prossimità famigliare, senza cordoglio, senza funerale.

Solitudine del personale sanitario

-nelle corsie. I dispositivi anticontagio erano così invasivi da impedire il reciproco riconoscimento. Occorreva un pennarello per apporre il proprio nominativo sulle tute bianche che trasformavano il personale, fortemente provato, in una sorta di astronauti in mezzo ad un universo di dolore: i reparti erano infatti pieni come non mai e il personale era ridotto per la pandemia in atto.

-Nelle proprie case. Per paura di contagiare i propri famigliari, spesso medici, infermieri e Oss mangiavano e dormivano in luoghi appartati, riducendo al minimo indispensabile i contatti con i propri cari.

-In ambito professionale. Ci si trovava a combattere un virus privi di un’articolata letteratura scientifica e dunque di validi e codificati protocolli comportamentali. La comunicazione con le famiglie dei degenti era esposta a grossi rischi: talora infatti i parametri vitali inducevano ad un cauto ottimismo, ma improvvise, imprevedibili e letali crisi respiratorie rettificavano tutto, vanificando qualsiasi percorso terapeutico.

Avendo visto coi miei occhi tutto questo, io inorridisco quando nel video menzionato, sento dire che negli ospedali erano pianificati omicidi di massa per il mero scopo di imporre al popolo lockdown e mascherine. Mi chiedo: da dove viene questa malafede? Perché vedere ovunque e sempre inganni e complotti?

La solitudine che il Covid ci imponeva, oggi è superata grazie alla campagna vaccinale. Diversamente da quanto accadde mesi fa, oggi frequentiamo amici, usciamo a cena, abbiamo scuole e uffici aperti, visitiamo i nostri cari, celebriamo comunitariamente la liturgia e la catechesi, aiutiamo i ragazzi nel doposcuola. Vaccinarsi è allora realmente atto d’amore, perché consentendo la prossimità tra le persone, interrompe l’isolamento indotto dal virus e perché oggi gli ospedali non sono più sotto pressione e possono prendersi cura di malati con altre patologie.

Lo scopo del vaccino non è curare il singolo ma curare tutta la società, consentendole di superare l’atroce dubbio che nelle relazioni tra persone, l’altro possa essere un pericoloso nemico da cui guardarsi bene. Il vaccino ci aiuta pertanto a curare la diffidenza degli uni verso gli altri.

La foto simbolo della lotta al coronavirus scattata da un medico dell'ospedale di Cremona e postata su Twitter il 10 marzo 2020 (Ansa)

La primavera scorsa siamo stati tutti, giustamente, scossi dalla tragedia della funivia sul Mottarone. Ci furono 14 decessi. Il dramma è stato collettivo. Per il Covid i decessi giornalieri sono ben più numerosi: come se ogni 48 o 72 ore precipitasse un aereo. E qualcuno si ostina a chiamarla “psicopandemia”, ascrivendola a comune influenza quando il tasso di mortalità è almeno dieci volte maggiore.

Nel video più volte citato, mons. Viganò ha sullo sfondo una “Pietà”: nel volto della Madre che tiene sulle ginocchia il Figlio morto, rivedo personalmente il dramma vissuto nelle famiglie, nella nostra società e nella Chiesa. Ma parlando in questo modo e lanciando queste accuse, la Pietà non solo resta sullo sfondo, ma alla Pietà realmente si volge le spalle, non intercettando il dolore vissuto da tantissime famiglie.

La colonna di camion dell'Esercito carichi di bare lascia la città di Bergamo il 19 marzo 2020

Presumere che quanto divulgato dalla comunità democratica sia per forza fasullo e ingannevole e appellare a Internet per dare credito a una presunta verità che non ha né riscontro scientifico né fattuale, non solo costituisce un danno alla collettività, ma anche alla Chiesa. Farlo poi in abiti talari confonde il popolo di Dio.

Il passo di Isaia 11,3 – lo proclameremo più volte nel tempo di Avvento ormai prossimo – dice che il servo di Dio “non giudicherà secondo le apparenze, né prenderà decisioni per sentito dire”. Attenersi a fonti affidabili, a riscontri scientifici, a dati ufficiali di uno Stato democratico è segno di quella sapienza e di intelligenza che ci attendiamo da un vescovo, portatore della pienezza del sacramento dell’Ordine.

La fede cristiana non è per creduloni, né appella al disimpegno. Essa invece appella alla responsabilità, al servizio, all’amore, da incarnare nella storia.

Stiamo concludendo l’anno in onore di San Giuseppe: questo uomo giusto, interpellato da Dio nella notte, poteva rigirarsi tra le coperte, nella presunzione che Dio avrebbe salvato il bimbo dalla tracotanza di Erode attraverso l’intervento di intere legioni angeliche, pronte a scendere dal cielo... Non ha fatto così. San Giuseppe sveglia subito Maria e Gesù e a notte fonda, senza nemmeno attendere l’alba, parte in gran fretta per l’Egitto.

La fede sollecita dunque il nostro agire responsabile. Non legittima né al disimpegno, né alla violenza sulla base di presunte congetture. E per discernere quale agire responsabile, è decisivo leggere la realtà nella sua concretezza, avvalendosi pure – e in questo caso davvero occorrono – dei parametri scientifici.

Un giorno il vaccino anti Covid scomparirà. Ciò avverrà quando avrà esaurito il suo compito. Così è stato anche per il vaccino del vaiolo.

Quando ciò accadrà, quanti non avranno potuto vaccinarsi in questi mesi, ringrazieranno tutti gli altri che, per un gesto di amore e di prossimità, lo avranno fatto anche a nome loro.

Un’ultima considerazione sul video più volte citato: mi dispiace vedere una triplice benedizione al termine di un video così maldestro. È fuori luogo. La gente onesta resta attonita. E pure la comunità ecclesiale. E, credo, anche il Signore.

Don Claudio Del Monte prima di entrare nella Clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo nella primavera 2020

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Per completezza di informazione riportiamo il link del video con le dichiarazioni di mons. Carlo Maria Viganò trasmesso da Di martedì su La7 il 9/11/2021


mercoledì 27 ottobre 2021

Alberto Pellai COSA HANNO IMPARATO I PAPÀ CON LO SMART WORKING

Alberto Pellai
COSA HANNO IMPARATO I PAPÀ
CON LO SMART WORKING

Col rallentare dell'emergenza è venuto il tempo di rientrare a lavorare in presenza. ma qual è il bilancio per i genitori che hanno goduto e subito questa esperienza? I padri in particolare hanno compreso quanto sia importante imparare a raggiungere un equilibrio tra lavoro e famiglia


La fine dello smart working e il rientro al lavoro: molte famiglie stanno attraversando questo passaggio. È un segnale definitivo del ritorno ad una normalità che il tempo del covid ci aveva fatto dimenticare. Dobbiamo cancellare tutto quello che l’emergenza ha messo nelle nostre vite, senza che nessuno di noi lo avesse chiesto? Forse no. Anzi, quasi certamente, no.

È interessante sentire che cosa dicono molti padri a proposito del loro rientro al lavoro in presenza. Uscire dallo spazio protetto della casa e tornare a lavorare nel mondo fuori comporta ogni mattina rimettere in gioco i riti di separazione dai figli. Per chi ha figli piccoli, questo non è da dare per scontato. Ai bambini piaceva sapere che un genitore era sempre lì, a casa. Anche se coinvolto nello smartworking e magari chiuso in una stanza impegnato in videoconferenze, percepire la presenza e la voce dell’adulto di cui ti fidi che è lì, nel tuo territorio di vita, dà un senso di famiglia e di appartenenza cui i nostri figli non erano abituati nel tempo prima del covid. L’emergenza covid in effetti ci ha fatto ritornare ad uno stile famigliare tipico delle famiglie italiane degli anni ’60 e ’70. I pasti in famiglia, un adulto di riferimento sempre disponibile, un risveglio più rallentato e non soffocato dalla fretta di dover uscire e di doversi precipitare tutti dentro vite frenetiche. Aver goduto per molti mesi della certezza che quando torni a casa da scuola, lì c’è qualcuno che ti aspetta deve aver fatto bene a molti tra i nostri figli.

E deve aver fatto bene anche a molti, tra noi genitori. In effetti, non ho mai sentito i padri parlare di “paternità”, educazione, genitorialità, sfide evolutive come in questi mesi. Probabilmente la convivenza “forzata” con i propri figli ha generato una tensione più forte nel voler conciliare meglio la dimensione professionale con quella privata e famigliare. È una grandissima rivoluzione, questa, per noi uomini. Perché per anni abbiamo sentito parlare di conciliazione solo in relazione al lavoro femminile. Ora invece sentiamo che questo tema appartiene anche alle nostre vite. Anche noi padri, nel tempo del covid, abbiamo compreso quanto sia importante imparare a raggiungere un equilibrio che ci permetta di tenere insieme il lavoro che facciamo con la famiglia alla quale apparteniamo. È una questione che ci sfida a generare un nuovo modo di muoverci nel nostro ambito famigliare per tutelare il nostro diritto ad essere padri presenti ed efficaci nella vita dei nostri figli. Il dibattito non ha ricadute solo educative e personali. Ma obbligherà il mondo del lavoro a capire come gestire il tema dei congedi parentali, dei permessi, del lavoro part-time, della possibilità di negoziare le trasferte di lavoro anche in relazione ai propri dipendenti uomini.

Nel frattempo i nostri figli hanno fatto un’indigestione di famiglia, di presenza genitoriale. Forse preadolescenti e adolescenti non hanno apprezzato del tutto: loro detestano sentire il fiato di mamma e papà sul collo. Eppure niente è più rassicurante e dà serenità che accorgersi che, quando torni a casa da scuola, dietro la porta c’è qualcuno che ti aspetta. E che quindi non sei solo. Perché è proprio la solitudine, la mancanza di sguardi sulla tua crescita la cosa che - forse - i nati nel terzo millennio hanno patito di più. Non dimentichiamocene ora che si torna a correre da mattina a sera, nello spazio fuori casa. Non scordiamoci che, anche se ci danno dei rompiscatole, i nostri figli amano terribilmente sperimentare – nel ritorno a casa – che dietro la porta ci sia qualcuno ad aspettarli.


martedì 28 settembre 2021

NON LASCIAMO SOLI I NOSTRI ANZIANI

NON LASCIAMO SOLI I NOSTRI ANZIANI

L’impatto della pandemia sulla terza età, anche in termini di isolamento, ha messo in luce l'importanza di un'assistenza capace di mettere al centro la persona per dargli voglia e forza di vivere e lottare


Chi, nel proprio percorso di vita, ha avuto la fortuna di trascorrere un po’ di tempo con un nonno o una nonna lo sa: le persone anziane rappresentano una miniera di ricordi, storie, emozioni. Tuttavia, si registra un forte problema legato alla solitudine delle persone anziane in epoca Covid. Dai dati Istat scopriamo che il 30% degli anziani che vivono soli soffre di negazione degli stimoli e di mancanza di coinvolgimento sociale. Un problema non solo italiano, basti pensare che a partire dal 2018 in Inghilterra, per affrontare questa emergenza, hanno istituito il Ministero della solitudine: uno specifico apparato ai massimi livelli statali che possa affrontare la problematica da tutti i suoi punti di vista.

Partiamo da un dato concreto: il 22,8 % della popolazione italiana ha un’età superiore ai 65 anni (fonte: Istat), quota destinata ad aumentare nei prossimi decenni. L’emergenza Covid-19 ha messo le fasce più fragili in uno stato di precarietà, sia dal punto di vista sanitario, che dal punto di vista sociale ed economico.

Il ruolo dell’anziano troppo spesso viene lasciato ai margini della società, come figura su cui non vale più la pena investire tempo e risorse. C’è un vuoto informativo che lascia soli familiari e caregiver, privi di una guida, di un supporto nella gestione delle attività legate all’assistenza, incluse quelle relative alla scelta e all’uso corretto dei dispositivi assorbenti.

Perché se è vero che i virus sono democratici e colpiscono tutti, è altrettanto vero che gli anziani e le fasce deboli in questa pandemia sono le categorie più colpite. A partire dai cambiamenti dello stile di vita e dall’impatto negativo sullo stato di salute fisica e psicologica che ne consegue.

Il ruolo dell’anziano deve tornare alla dignità che merita: non possiamo lasciarli soli. La domiciliarità dell’assistenza è il futuro: bisogna investire e sensibilizzare su questo tema.

Il solo fatto di essere costretto in casa, può esporre l’anziano a un declino cognitivo, e la mancanza di movimento rischia di renderlo più vulnerabile da un punto di vista fisico, aumentandone la fragilità. Lo stato di insicurezza, emarginazione, talvolta depressione che ne derivano ci spingono a porci una domanda fondamentale: cosa possiamo fare per arginare il problema della solitudine delle persone anziane?

Mettere al centro la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti, può essere il primo passo, nonché la prima espressione di un Paese che vuole dirsi civile. Perché la singolarità di ogni storia non può essere trascurata, così come le sue relazioni attuali e passate, il suo bagaglio di vita, la sua famiglia di appartenenza.

Per individuare nuove prospettive assistenziali personalizzate, suggeriamo di partire dalla persona e dalle sue esigenze. Da qui l’ipotesi, che vogliamo condividere in un dibattito aperto e costruttivo, di formare figure professionali affettivamente ‘vicine’ all’anziano solo, che sappiano ascoltare la sua storia e ricordare il suo vissuto, mantenendone viva la traccia. Figure in grado di comprenderne le priorità, in possesso di tutti gli strumenti psicologici per aiutarlo e sostenerlo.