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martedì 3 dicembre 2024

Il papa e la speranza

Il papa e la speranza


Ho desiderato acquistare il volume che papa Francesco ha scritto per il Giubileo e curato da Hernàn Reyes Alcalde, per via del titolo: La speranza non delude mai. Davvero oggi l’idea di sperare può ispirare questa certezza? Il punto è stato da subito coinvolgente, e non certo perché non sappia che per la Chiesa e quindi certamente per Francesco, fede, speranza e carità siano le tre virtù teologali.

Ma allora il titolo poteva essere «la fede non delude mai», oppure «la carità non delude mai». E questi due titoli mi sarebbero apparsi più semplici, più logici, più grammaticalmente vicini al mio modo di sentire di cittadino dell’oggi. Basta guardarsi intorno, basta avvicinarsi a un qualsiasi argomento per poter sentire o temere che sperare deluderà: non altrettanto potrei immaginare della fede, o della carità.

I tempi di Dio

Dunque questo titolo mi ha obbligato a cercare di capire cosa voglia dirci Francesco alla vigilia di un Giubileo, che è messo alla prova nel suo senso profondo e nelle sue intenzioni da un paradigma vessatorio; il meccanismo economico-finanziario che nessuno oggi vuole scalfire potrebbe rendere questo tempo doloroso proprio per i poveri a Roma. Affitti brevi, ma cifre molto lunghe per ottenerli, per un tempo sempre più breve, affitto mordi e fuggi, quindi sempre più caro ma in piccole dosi, quindi per chi le paga pesanti ma possibili.

È solo un esempio molto banale che indica però l’enormità di un titolo che dovevo indagare, comprendere. Di certo infatti il papa ha scritto una potentissima lettera agli istituti religiosi romani chiedendo loro di offrire abitazioni ai poveri, dimostrando probabilmente che lo scetticismo serve a poco o niente. E come questa lettera, convince anche il suo libro sulla speranza, soprattutto in un tempo in cui il manicheismo sta sfidando ogni possibilità di reciproca comprensione. Provo a dire dal mio punto di vista perché.

Il libro di Francesco rende viva la speranza e non tanto perché lui parte ovviamente dalla speranza cristiana: «È la sicurezza di qualcosa che già esiste, cioè la nostra salvezza». Questo affascina, ma non può riguardare chi si trovi in una diversa condizione umana data. Ma Francesco sa immaginare anche questo e avverte i poco avvertiti che la speranza non va confusa con l’ottimismo, quello che ci vendono a ogni angolo di strada, con una pillola che ci farà certamente smettere di ingrassare o un sistema per diventare ricchi, di sicuro.

L’ottimismo è una cosa, la speranza è un’altra. E quale? Francesco dice che «è la certezza che andremo avanti». Perché certezza? Scrive: «speriamo in qualcosa che ci è già stato dato, non in qualcosa che vorremmo che accadesse». Citando i vescovi europei ci ricorda che dissero che “condannata all’insignificanza”, la vita senza speranza “diventerebbe insopportabile”. È così. E non può che essere così se pensiamo a chi sta sotto le bombe, o in un campo profughi, o in carcere, o su un barcone in fuga da ciò che nessuno sull’altra sponda può immaginare.

La forza del discorso però non passa solo da idee, parole, immagini, in Francesco c’è sempre l’esempio, la realtà. E lui ci dice di aver avuto momenti bui, «in cui ho dovuto fare sforzi per confidare in Dio. In momenti cupi di quel genere si è tentati di “aggrapparsi” a ciò che è a portata di mano, ma bisogna stare attenti. Se ci si attacca male, ci si attacca a cose che non aiutano, che tolgono la grandezza dello sperare». La speranza, sottolinea citando San Pietro, «sostiene il cammino della nostra vita anche quando si presenta tortuoso e faticoso: apre davanti a noi strade di futuro quando la rassegnazione e il pessimismo vorrebbero tenerci prigionieri».

Più avanti questo testo di San Pietro afferma una cosa decisiva per capire: la speranza «ci fa sognare una nuova umanità e ci rende coraggiosi» … Francesco così ci esorta ad aspettare i tempi di Dio. Si può capire che non sono questi, ma il papa soggiunge: «la speranza si dà nel tempo». Non c’è dunque nessuna rassegnazione, al contrario, c’è la … «speranza», che allora non tradirebbe mai.

Respiro di fraternità

Ma noi abbiamo fretta, tutti abbiamo fretta. Si può capire la fretta di chi vive sotto le bombe, che molto spesso ne ha meno di noi, si può capire la fretta di chi è incarcerato, che molto spesso ne ha meno di noi, si può capire la fretta di chi è internato, o “interrato” direi, in un campo profughi, e che anche lui molto spesso ne ha meno di noi. Ma noi abbiamo fretta, una fretta tremenda: «La pazienza è messa in fuga dalla fretta, recando un grave danno alle persone. La pazienza, che proviene dallo Spirito Santo, tiene viva la speranza e la consolida come virtù e stile di vita. La pazienza non è sopportare, ma saper soffrire bene».

Questo è enorme. Dunque non è che «finché c’è vita c’è speranza», il papa mi appare più dirci che «la speranza protegge, custodisce e fa crescere la vita». Questa è la tesi che ogni credente come chiunque altro, secondo me, può capire e condividere, ma ogni credente, come chiunque altro, può fallire la sfida e non sperare, per fretta, o angustia del proprio orizzonte.

Leggere sveglia da una rinuncia a sperare per l’enormità di ciò che leggiamo, vediamo, sentiamo. Poco più avanti conclude così il Prologo: «Perché la speranza “non delude”, penso ai nostri giovani, ai tanti migranti costretti ad abbandonare le loro terre, alle persone private della libertà, a quanti soffrono le conseguenze delle guerre, ai milioni di poveri in tutto il mondo che faticano a sopravvivere, alle donne che ancora lottano dappertutto per la vera uguaglianza. A tutte le persone che, lungi dall’essere statistiche, sono per noi volti reali su cui irradiare la speranza. Sono loro che mi hanno ispirato».

Può non riguardarci in un tempo che vuole archiviare ogni universalismo? Mi è parso di no e così dal Prologo passo all’Introduzione dove papa Francesco fissa questa scaletta impressionante:

«A volte è difficile che nel popolo di Dio possa esserci speranza, quando così spesso siamo stati proprio noi nella Chiesa a cospirare contro la crescita di quel lievito. Con i nostri peccati abbiamo negato semi che, come i granelli di senape di cui parla la Bibbia, erano destinati a far germogliare un nuovo orizzonte per i nostri fratelli e sorelle. Ma possiamo ancora ricorrere al perdono per tornare a dare speranza. Poiché abbiamo bisogno di speranza, voglio ribadire che provo ancora dolore e vergogna per i danni irreparabili causati ai bambini, alle bambine e agli adulti che sono stati vittime di abusi sessuali, di coscienza e di potere da parte del clero in tutto il mondo. Poiché abbiamo bisogno di speranza voglio chiedere perdono per i peccati commessi da migliaia di cristiani in tutto il mondo contro i popoli indigeni. Poiché abbiamo bisogno di speranza voglio chiedere perdono a tutti i poveri e gli indifesi del mondo per ogni volta che un cristiano ha voltato lo sguardo dall’altra parte. Poiché abbiamo bisogno di speranza voglio chiedere perdono per ogni volta che un membro della Chiesa è caduto nella corruzione e ha tradito la fiducia dei nostri fratelli e sorelle. Poiché abbiamo bisogno di speranza voglio chiedere perdono per le persecuzioni che in ogni epoca sono state compiute nel nome di Dio. Chiedere perdono è necessario, ma non basta».

Chiedere perdono non è sempre la stessa cosa. In questo tempo di manicheismo è un’azione autenticamente rivoluzionaria. E infatti a mio avviso non lo si capisce se non si tiene conto del punto di arrivo che chiude l’Introduzione: «La speranza cristiana non ha respiro solo personale o individuale, ma anche comunitario o ecclesiale. Tutti noi speriamo: tutti abbiamo speranza, per questo un cammino di speranza esige una cultura dell’incontro, del dialogo, che superi i contrasti e il confronto sterile».

Organizzare la speranza

Le donne, gli anziani, i poveri, le guerre e i migranti sono gli argomenti attorno ai quali il papa si sofferma in questo libro, ripercorrendo le tappe dei pronunciamenti suoi e della Chiesa al riguardo. Non ci entreremo qui, perché è la conclusione quella che porta a compimento questo tentativo di lettura solo del titolo del volume: «La speranza ha sempre un volto umano».

Vi si parla di «crisi integrale», nell’interconnessione dei fattori economici, sociali, politici e migratori. È la denuncia del «paradigma socioeconomico costruito sull’avidità e la cupidigia», che ha anche depredato la Terra per sostenere consumi e sprechi. I mutamenti sono irreversibili, per la «pretesa di esercitare un dominio incondizionato», come si scriveva nel Compendio della Dottrina Sociale già nel 2004. È il paradigma tecnocratico.

Giovanni Paolo II lo coglieva nel 1997. Dunque? Dunque per Francesco servono pellegrini di speranza decisi a costruire un’alternativa alla mentalità «utilitaristica, immediatista e manipolatoria», e più avanti ci avverte che già si parla di pensiero ibrido, fusione delle capacità cognitive dell’uomo e della macchina. È l’idea di un essere umano senza limiti. Ma il progresso non doveva essere al servizio dell’essere umano? Dunque le novità hanno o certamente avrebbero il potenziale per creare un enorme sviluppo, o una tragedia senza limiti. Per questo il Giubileo viene presentato per quello che era all’origine della sua storia, anno di riposo dal lavoro abituale.

Riscoperta del limite? A me sembra che sia questa l’indicazione: «Siamo chiamati a adottare stili di vita equi e sostenibili». Rendere allora le nuove tecnologie non incompatibili con un mondo di fraternità e di speranza, è questo il pellegrinaggio giubilare? Lo capisco così e me lo conferma come Giubileo della fratellanza la scelta che chiude il volume, la citazione di Martin Luther King: «Noi esseri umani siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare come pesci, ma non a vivere come fratelli». Questa è la speranza per la quale è inevitabile sentir risuonare la richiesta, citata, di don Tonino Bello: «Non possiamo limitarci ad aspettare, dobbiamo organizzare la speranza». Un dovere che riguarda tutti e che allora si scopre che non può deludere.

Che lo si accetti o no, è questa, cioè la fratellanza, la forza profondamente evangelica, di questo pontificato, che poi ha tanti risvolti che possono piacere o non piacere, ma è qui l’impossibilità di resistergli. La forza del primo papa che si è chiamato Francesco, in fin dei conti, è nel titolo della sua enciclica, nello stile con cui pone la necessità di questa imprescindibile speranza: «Fratelli tutti».
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 24/11/2024)

mercoledì 6 dicembre 2023

La fraternità spegne le fiamme del mondo

La fraternità spegne le fiamme del mondo



«The world is on fire». Il mondo è in fiamme, «tutti noi lo sappiamo e oggi stiamo vivendo il tempo “migliore”, più urgente, per cercare la pace. Sono convinta che tutte le religioni debbano unirsi per invocare e costruire la pace». È la testimonianza di Maria Ressa, giornalista filippina naturalizzata statunitense, insignita del Nobel per la Pace nel 2021, che stamani ha incontrato Papa Francesco durante l’udienza generale.

La donna, presente in Aula Paolo VI insieme con l’attivista yemenita Tawakkul Karman — Premio Nobel per la Pace 2011 — e con l’italiano Giorgio Parisi, insignito per la Fisica 2021, ha consegnato al Pontefice la Dichiarazione sulla Fraternità umana redatta, lo scorso giugno, proprio da oltre 30 Premi Nobel in occasione dell’evento #NotAlone - World Meeting on Human Fraternity, organizzato dalla Fondazione “Fratelli tutti”. Il documento è stato firmato anche dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Ad accompagnare la delegazione il cardinale Mauro Gambetti, in qualità di presidente della Fondazione.

Il gesto simbolico di questa mattina, spiegano i responsabili dell’istituzione ispirata all’ultima enciclica di Francesco, rappresenta una prima tappa che darà il via alla presentazione del documento in altre aree del pianeta.

«Sono stata onorata di incontrare il Papa a nome degli altri premi Nobel — ha affermato Maria Ressa — per farmi loro messaggera di un appello contro tutti i conflitti, in particolare in Israele e Palestina e in Ucraina, con la volontà di unire la nostra voce a quella del Santo Padre per la fraternità».

È particolarmente importante «presentare a Francesco la nostra Dichiarazione in un momento storico in cui la povertà è sempre più connessa con la guerra» le fa eco Tawakkul Karman. Ponendo l’attenzione sulla necessità di «combattere le ingiustizie a partire da ciascuno di noi, proponendo un patto educativo globale».

Il documento — racconta Enzo Cursio, referente presso la Fao come coordinatore dell’Alleanza dei Premi Nobel per la pace — «si apre con queste parole: “Ogni uomo è mio fratello, ogni donna è mia sorella, sempre” ed esprime la necessità di vivere relazioni basate sulla fraternità, che è alimentata dal dialogo e dal perdono». Ripudiando guerra, migrazioni forzate, pulizia etnica, dittature, corruzione e schiavitù. E incoraggiando, invece, «i Paesi a promuovere sforzi congiunti per creare società di pace».

Giorgio Parisi, da parte sua, ha messo in evidenza quanto poco si sia fatto negli ultimi anni per la pace. Nell’antichità «i romani dicevano “se vuoi la pace, prepara la guerra”; in realtà siamo stati manchevoli nel preparare adeguatamente la pace» ha affermato, facendo presente l’importanza di «creare momenti di riflessione e movimenti che pongano la pace in primo piano».

Sempre in tema di promozione della pace, particolarmente significativa la presenza all’udienza generale di una folta delegazione proveniente dalla Polonia, tra cui un gruppo di oltre 30 artisti che si esibiranno, questa sera, all’Auditorium della Conciliazione, nel concerto “Salmi di pace e di ringraziamento”. Il pellegrinaggio a Roma è guidato da monsignor Stanisław Jamrozek, vescovo ausiliare e vicario generale dell’arcidiocesi di Przemyśl dei Latini, nel sud est della Polonia, proprio al confine con l’Ucraina, in prima linea nell’accoglienza dei profughi provenienti dal Paese in guerra. Ed è stato promosso dalla Fondazione “Famiglia Ulma - Soar” in ricordo di Józef Ulma, di sua moglie Wiktoria e dei loro sette figli (uno ancora nel grembo materno) tutti giustiziati dai nazisti il 24 marzo 1944 per aver offerto rifugio a otto ebrei. La delegazione ha donato al Papa un ritratto su tela della famiglia Ulma, beatificata il 10 settembre scorso a Markowa dal cardinale Semeraro in rappresentanza di Papa Franecsco.

Alcuni rappresentanti della Fondazione Teletón México sono venuti a presentare al Pontefice la tradizionale maratona televisiva che a dicembre, da quasi 20 anni, raccoglie fondi per costruire centri di riabilitazione per ragazze e ragazzi con disabilità.

Tra i doni più significativi presentati al Papa, la Natività artigianale maltese realizzata dall’Associazione di presepisti dell’isola di Gozo. L’8 dicembre verrà inaugurata a Sant’Andrea della Valle la mostra “Il presepio maltese. Arte, fede e tradizione”.

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Fabrizio Peloni 06/12/2023)

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domenica 11 giugno 2023

MEETING MONDIALE SULLA FRATERNITÀ UMANA #NOTALONE Papa Francesco: "Facciamo in modo che quanto vissuto oggi sia il primo passo di un cammino e possa avviare un processo di fraternità ... diventi impegno di vita. E profezia di speranza." (testo e video)

MEETING MONDIALE SULLA FRATERNITÀ UMANA “NOT ALONE” (#NOTALONE)

Piazza San Pietro
Sabato, 10 giugno 2023


Al Meeting Mondiale sulla Fraternità Umana, con migliaia di persone riunite in Piazza San Pietro, non è mancata la "presenza" di Papa Francesco. Il suo discorso preparato per l'occasione è stato letto dal cardinale Gambetti, vicario del Papa per la Città del Vaticano e presidente della Fondazione Fratelli tutti. 
"Facciamo in modo che quanto vissuto oggi sia il primo passo di un cammino e possa avviare un processo di fraternità ... diventi impegno di vita. E profezia di speranza."
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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 


Care sorelle e cari fratelli, buon pomeriggio!

Anche se non posso accogliervi di persona, vorrei darvi il mio benvenuto e ringraziarvi di cuore per essere venuti. Sono contento di affermare insieme a voi il desiderio di fraternità e di pace per la vita del mondo. Uno scrittore ha posto sulle labbra di Francesco di Assisi queste parole: «Il Signore è là dove sono i tuoi fratelli» (E. Leclerc, La sapienza di un povero). Davvero, il Cielo che sta sopra di noi ci invita a camminare sulla terra insieme, a riscoprirci fratelli e a credere nella fraternità come dinamica fondamentale del nostro peregrinare.

Nell’Enciclica Fratelli tutti ho scritto che «la fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (n. 103), perché chi vede un fratello vede nell’altro un volto, non un numero: è sempre “qualcuno” che ha dignità e merita rispetto, non “qualcosa” da utilizzare, sfruttare o scartare. Nel nostro mondo, dilaniato dalla violenza e dalla guerra, non bastano ritocchi e aggiustamenti: solo una grande alleanza spirituale e sociale che nasca dai cuori e ruoti attorno alla fraternità può riportare al centro delle relazioni la sacralità e l’inviolabilità della dignità umana.

Per questo la fraternità non ha bisogno di teorie, ma di gesti concreti e di scelte condivise che la rendano cultura di pace. La domanda da porci non è dunque che cosa la società e il mondo possono darmi, ma che cosa posso dare io ai miei fratelli e alle mie sorelle. Tornando a casa, pensiamo a quale gesto concreto di fraternità fare: riconciliarci in famiglia, con gli amici o con i vicini, pregare per chi ci ha ferito, riconoscere e aiutare chi è nel bisogno, portare una parola di pace a scuola, in università o nella vita sociale, ungere di prossimità qualcuno che si sente solo...

Sentiamoci chiamati ad applicare il balsamo della tenerezza all’interno delle relazioni che si sono incancrenite, tra le persone come tra i popoli. Non stanchiamoci di gridare “no alla guerra”, in nome di Dio o nel nome di ogni uomo e di ogni donna che aspira alla pace. Mi vengono alla mente quei versi di Giuseppe Ungaretti che, nel cuore della guerra, sentì il bisogno di parlare proprio dei fratelli come «Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata». La fraternità è bene fragile e prezioso. I fratelli sono l’ancora di verità nel mare in tempesta dei conflitti che seminano menzogna. Evocare i fratelli è ricordare a chi sta combattendo, e a tutti noi, che il sentimento di fraternità che ci unisce è più forte dell’odio e della violenza, anzi accomuna tutti nello stesso dolore. È da qui che si parte e si riparte, dal senso del “sentire insieme”, scintilla che può riaccendere la luce per fermare la notte dei conflitti.

Credere che l’altro sia fratello, dire all’altro “fratello” non è una parola vuota, ma la cosa più concreta che ciascuno di noi può fare. Significa infatti emanciparsi dalla povertà di credersi al mondo come figli unici. Significa, al tempo stesso, scegliere di superare la logica dei soci, che stanno insieme solo per interesse, sapendo anche andare oltre i limiti dei vincoli di sangue o etnici, che riconoscono solo il simile e negano il diverso. Penso alla parabola del Samaritano (cfr Lc 10,25-37), che si ferma con compassione davanti al giudeo bisognoso di aiuto. Le loro culture erano nemiche, le loro storie diverse, le loro regioni ostili l’una all’altra, ma per quell’uomo la persona trovata per strada e il suo bisogno vengono prima di tutto.

Quando gli uomini e le società scelgono la fraternità anche le politiche cambiano: la persona torna a prevalere sul profitto, la casa che tutti abitiamo sull’ambiente da sfruttare per i propri interessi, il lavoro viene pagato con il giusto salario, l’accoglienza diventa ricchezza, la vita speranza, la giustizia apre alla riparazione e la memoria del male procurato viene risanata nell’incontro tra vittime e rei.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per aver organizzato questo incontro e per aver dato vita alla “Dichiarazione sulla fraternità umana”, elaborata stamani dagli illustri Premi Nobel presenti. Credo che essa ci offra “una grammatica della fraternità” e sia una guida efficace per viverla e a testimoniarla ogni giorno in modo concreto. Avete lavorato bene insieme e vi ringrazio tanto! Facciamo in modo che quanto vissuto oggi sia il primo passo di un cammino e possa avviare un processo di fraternità: le piazze collegate da varie città del mondo, che saluto con gratitudine e affetto, testimoniano sia la ricchezza della diversità, sia la possibilità di essere fratelli anche quando non siamo vicini, com’è capitato a me. Andate avanti!

Vorrei salutarvi lasciandovi un’immagine, quella dell’abbraccio. Di questo pomeriggio trascorso insieme vi auguro di custodire nel cuore e nella memoria il desiderio di abbracciare le donne e gli uomini di tutto il mondo per costruire insieme una cultura di pace. La pace, infatti, ha bisogno di fraternità e la fraternità ha bisogno di incontro. L’abbraccio dato e ricevuto oggi, simboleggiato dalla piazza nella quale vi state incontrando, diventi impegno di vita. E profezia di speranza. Io stesso vi abbraccio e, mentre vi ripeto il mio grazie, di cuore vi dico: sono con voi!

Guarda il video


venerdì 28 gennaio 2022

"Volti di fraternità e sororità nella fede biblica" - I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2022 - Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2022
"Volti di fraternità e sororità 
nella fede biblica" 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) 

Dal 2 Febbraio al 23 Marzo 
Chiesa-Santuario e in streaming 
dalle h. 20.00 alle h. 21.00



MERCOLEDÌ 2 FEBBRAIO 
Caino e Abele: una fraternità soffocata 
(Gregorio Battaglia) 

MERCOLEDÌ 9 FEBBRAIO 
Abramo, lo sradicato e il forestiero, divenuto “tenda” ospitale e segno di benedizione 
(Aurelio Antista)

MERCOLEDÌ 16 FEBBRAIO 
Noè: rifondare in Dio i vincoli della fraternità umana 
(Carmelo Russo)

MERCOLEDÌ 23 FEBBRAIO 
Giacobbe ed Esaù: dal conflitto al riconoscimento del volto dell’altro 
(Francesco Ciaccia)

MERCOLEDÌ 9 MARZO 
Giuseppe e i suoi fratelli: la fraternità ritrovata
(Alberto Neglia)

MERCOLEDÌ 16 MARZO 
Lia e Rachele: una sororità sofferta 
(Cettina Militello)

MERCOLEDÌ 23 MARZO 
Gesù, il Messia Figlio di Dio che non si vergogna di chiamarci fratelli 
(Egidio Palumbo)

 Per informazioni: 
Chiesa del Carmine – Tel. 0909762800

P.S.: Per seguire la diretta streaming aprire il seguente link:
         https://m.youtube.com/user/QdV100/live

venerdì 3 dicembre 2021

“Le religioni al servizio della fraternità umana nel mondo”. Riflessione sul cap. 8 di Fratelli tutti a cura di Egidio Palumbo, Carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

“Le religioni al servizio 
della fraternità umana nel mondo”
Riflessione sul cap. 8 di Fratelli tutti
a cura di Egidio Palumbo,
Carmelitano
(VIDEO INTEGRALE)

Ottavo e ultimo dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 1 dicembre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco




1. Un proposta impegnativa
   Il capitolo VIII è l’ultimo dell’enciclica sociale Fratelli tutti. È un capitolo breve, composto da quindici paragrafi (nn. 271-285), a cui ne seguono due brevi (nn. 286-287) come conclusione a tutta l’enciclica. La brevità non sminuisce la portata impegnativa di questo capitolo, dove tutte le religioni, compresa quella cristiana, sono chiamate a dialogare e a collaborare tra di loro – nel segno dell’amicizia, della pace, dell’armonia e della condivisione di valori e di esperienze morali e spirituali «in uno spirito di verità e di amore» (n. 271) – per offrire il loro contributo alla costruzione della fraternità e alla difesa della giustizia nella società.
...
      Nella lettura del cap. VIII – testo molto chiaro e comprensibile – mi limito soltanto a qualche sottolineatura e annotazione.

    a) Per impegnarci in tale dialogo amicale e operativo, il papa pone un presupposto: il «riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiama ad essere figlio o figlia di Dio» (n. 271).

   b) Poi indica il fondamento ultimo, trascendente della fraternità universale (nn. 272-279): il riconoscimento della paternità universale di Dio (n. 272) che ci rende figli e figlie e perciò fratelli e sorelle tra di noi. È su questa esperienza fondante che si radica la fraternità universale. Ogni religione, compresa la cristiana, questo lo sa: l’amico o l’amica lo/la si sceglie, il fratello o la sorella lo/la si riceve e accoglie come dono dei genitori e di Dio Padre/Madre fonte e amante della vita.

    Le religioni, che sono vie di fede, di sapienza e di spiritualità, sono chiamate ad entrare nel dibattito pubblico – con mitezza e non con arroganza – per aiutare a riflettere che la ricerca di Dio Padre di tutti è un bene per le nostre società, perché ci libera dall’idolatria di noi stessi, dalla ricerca dei propri interessi di parte, dalla eccentricità del proprio ego, e ci aiuta a riscoprire il vero Senso della vita. Ecco: le religioni – compresa la religione cristiana che professa Gesù nostro Signore e nostro Fratello (cf. Eb 2,11-14; Mt 23,8; 12,46-50) – sono chiamate a far riscoprire agli uomini e alle donne del nostro tempo il Senso vero della vita, e di conseguenza il valore profetico della fraternità e della sororità.

    c) Infine papa Francesco nei nn. 281-284 tocca un “nervo scoperto” presente in tutte le religioni: la violenza, la tentazione di ricorrere alla “guerra santa” in nome di Dio, o meglio strumentalizzando – perché di questo si tratta – il nome santo di Dio; ma anche la violenza verbale che demonizza l’altro, che lo ferisce moralmente, che lo emargina. Nella storia tutto questo è successo: basti pensare alle guerre di religione, anche all’interno di una stessa confessione di fede, come quella cristiana, avvenute nel nostro occidente che si vanta di avere “radici” cristiane…

     E tutto questo accade anche oggi: c’è il fondamentalismo islamico di matrice terroristica, che non ha nulla a che vedere con l’islam religioso, pacifico e tollerante; c’è anche il fondamentalismo cristiano, intollerante, aggressivo e violento, tradizionalista (ma non ancorato alla vera Tradizione della Chiesa) e nostalgico del passato, incapace di dialogo e sempre propenso a strumentalizzare, per fini di consenso sociale e politico, i simboli cristiani del presepe e del crocifisso, senza però comprenderne il senso cristiano ed evangelico autentico, poiché non gli interessa confessare Cristo Gesù così come ce lo narrano i Vangeli (che sono normativi per la fede cristiana), gli interessa solo mostrarsi fanatico della tradizione cattolica, manipolata a proprio uso e consumo…

     Le religioni sono chiamate a prendere le distanze da tutto questo. Confessare nel culto e nella vita Dio Padre di tutti – e per i cristiani il Dio Padre di Gesù Cristo e nostro Padre – significa, rispettare la sacralità della vita, la dignità e la libertà degli altri e impegnarsi con amore per il benessere di tutti e per la pace tra i popoli (cf. n. 283), affinché si possa edificare una vera fraternità universale e un’autentica amicizia sociale.

GUARDA IL VIDEO
Intervento integrale


Guarda anche il video dei precedenti Mercoledì
- "ADAMO, DOVE SEI? SIAMO FRATELLI IN UMANITÀ"
Riflessione biblica introduttiva - don Carmelo Russo (VIDEO)


- “LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”: LA FRATERNITÀ TRADITA
Riflessioni sulla Fratelli tutti, cap. 1 - Tindaro Bellinvia (VIDEO)


- Gesù, Buon Samaritano, ci rivela la vera umanità. Riflessione sul cap. 2 di Fratelli tutti - Alberto Neglia, ocarm (VIDEO)

- Valori che “aprono” il mondo. Riflessione sui capitoli 3-4 di Fratelli tutti (Vittorio Rocca)

- “La politica di cui c’è bisogno”. Riflessione sul cap. 5 di Fratelli tutti - Prof.ssa Maria Grazia Recupero

- “Una nuova cultura dell’incontro”. Riflessione sul cap. 6 di Fratelli tutti (Marcello Badalamenti) - VIDEO INTEGRALE 

- Perdono e nonviolenza: affrontare i conflitti - Riflessione sul cap. 7 di Fratelli tutti - Gregorio Battaglia, ocarm (VIDEO INTEGRALE)

sabato 27 novembre 2021

Perdono e nonviolenza: affrontare i conflitti - Riflessione sul cap. 7 di Fratelli tutti - Gregorio Battaglia, ocarm (VIDEO INTEGRALE)

Perdono e nonviolenza: 
affrontare i conflitti 
Riflessione sul cap. 7 di Fratelli tutti 
Gregorio Battaglia, ocarm

(VIDEO INTEGRALE)

Settimo dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 24 novembre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco


1. Si richiedono “artigiani di pace”

    Per poter tracciare questi percorsi, che conducono ad un nuovo modo di incontrarsi nella pace, dice l’inizio del cap. VII: «c’è bisogno di artigiani di pace, disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (n. 225). L’attenzione del Papa è rivolta in modo particolare a tutte quelle situazioni di contrasti violenti e distruttivi, che hanno reso impossibile una pur labile condizione di convivenza. Egli, però, è ben fiducioso nella capacità umana di saper uscire dalle catastrofi, se ci sono uomini e donne ben disposti a saper proporre veri processi di pace nella giustizia e nella verità.

     La follia della violenza mette in moto una spirale, che risucchia sempre più in basso, perché violenza chiama altra violenza. Da questo corto circuito si può uscire soltanto se si ha il coraggio di abbandonare il piano dei risentimenti, del ricorso alla forza distruttiva per sollevarsi a quello dell’incontro e del dialogo con l’altro. Afferma la Fratelli Tutti: «Il processo di pace è un impegno che dura nel tempo. E’ un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, ad una speranza comune, più forte della vendetta» (n. 226). In un altro passaggio è detto: «la pace sociale è laboriosa, artigianale. (…) Quello che conta è avviare processi di incontro, processi che possono costruire un popolo capace di raccogliere le differenze» (n. 217).

    Per spezzare l’assurda spirale della violenza e della vendetta si richiedono persone capaci di lavorare con arte sul terreno della pace. Gesù nella proclamazione delle otto beatitudini parla dei “poeti” della pace, perché essa richiede l’invenzione creativa, la disponibilità a lasciarsi guidare ed ispirare dal soffio dello Spirito.

  Questa insistenza, da parte di papa Francesco, sull’aspetto “artigianale” della pace ci porta a concludere che non è sufficiente il semplice desiderio della pace, ma essa presuppone una vera conversione del cuore, che consenta uno sguardo diverso sull’altro, anche se nemico o semplice oppositore. In conseguenza di questo cambio di sguardo dovrebbe mettersi in moto un vero percorso di apprendistato per poter proporre con sapienza e tenacia vie nuove, che permettano di affrontare e superare conflitti o di risanare ferite traumatiche.

   Si può ben dire che l’incipit di questo capitolo VII sembra dirci che non siamo alla semplice conclusione di una lunga riflessione sulla fraternità, ma ci troviamo di fronte all’apertura di un vero cantiere della pace, dal quale nessuno può sentirsi esonerato. La fraternità, se da una parte richiede la presa di coscienza di una comune appartenenza, dall’altra necessita di una volontà di imparare a gestire e superare i conflitti, rifuggendo da qualsiasi tentativo di dominare l’altro o di escluderlo da qualsiasi possibilità di relazione e, quindi, di incontro.
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Riflessione biblica introduttiva - don Carmelo Russo (VIDEO)


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Riflessioni sulla Fratelli tutti, cap. 1 - Tindaro Bellinvia (VIDEO)


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- “Una nuova cultura dell’incontro”. Riflessione sul cap. 6 di Fratelli tutti (Marcello Badalamenti) - VIDEO INTEGRALE

sabato 20 novembre 2021

“Una nuova cultura dell’incontro”. Riflessione sul cap. 6 di Fratelli tutti (Marcello Badalamenti) - VIDEO INTEGRALE

“Una nuova cultura dell’incontro”.
Riflessione sul cap. 6 di Fratelli tutti
Marcello Badalamenti ofm

VIDEO INTEGRALE


Sesto dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 17 novembre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco



Ringrazio sempre con affetto padre Alberto e la fraternità dei frati Carmelitani per la carità che mi fanno di invitarmi a dettare una riflessone a questi appuntamenti così significativi come sono i “mercoledì della spiritualità”. Saluto i presenti e coloro che ci seguono via social e auguro a tutti che si possa crescere interiormente, in coscienza, verso quella fraternità, luogo dell’incontro con Dio e tra noi.

Quest’anno difatti l’oculata scelta di approfondire l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti (= FT)[1] diviene motivo, per ciascuno di noi, di interrogarci sul magistero odierno di papa Bergoglio, per ringraziare il Signore della chiarezza di risposte in questi tempi difficili e, per alcuni versi, oscuri, come nel primo capitolo dell’enciclica ci veniva ricordato ma, ricchi di quella luce divina che, nel discernimento e nella preghiera, ogni buon cristiano (cf. Mt 13,52) deve poter ritrovare e seguire.

A noi credenti in Cristo, guidati dal Vangelo che diviene farò che illumina il nostro cammino e ci indica, nella carità verso l’altro, il fine della propria risposta di fede, come si evince dalla lettura del secondo capitolo dell’enciclica; Vangelo che «ci stimola ad un rinnovato slancio d’amore, che sia capace di compassione, di tenerezza, di attenzione, di perdono, e che generi fraternità, spalancando il cuore alle esigenze del Vangelo»[2].

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La cultura dell’incontro

Se siamo chiamati ad incontrarci significa che dobbiamo, per forza di cose, imparare a dialogare, è sarà proprio il dialogo l’atteggiamento da riscoprire come vero impegno affinché lo stare insieme, il pensare ad una nuova “cultura dell’incontro”, come la chiama il papa, ribadisca che l’ “amicizia sociale” è possibile; essa, non è un utopia ma, invece, è Vangelo in atto. Significativamente, Zuppi, parlando di questo capitolo, lo intitola: Un viaggio da eroi!

Il Vangelo difatti, ricordiamocelo, è una cosa seria che ci chiama a fare sul serio. Se già nell’esortazione Evangelii gaudium (= EG), papa Francesco, aveva espressamente parlato della necessità di “mettere in evidenza e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo” (cf. EG 37-37; Amoris Laetitia, 311), leggendo la FT si rimane, direi, affascinati, come uomini e donne di fede, nel leggere che, la verità, la ricerca della verità, il desiderio di farla propria, passa sempre dall’altro.

«Ogni essere umano possiede una dignità inalienabile è una verità corrispondente alla natura umana al di là di qualsiasi cambiamento culturale» (FT 213).

La “cultura dell’incontro”, dunque, esige «la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso» (FT 218). Proprio questa ‘capacità abituale’, non è per nulla scontata, anzi molte volte si è smarrita nei meandri di un individualismo che si erge a padrone, nella reale indifferenza che ha, come risultato la «pigrizia di ricercare i valori più alti, che vadano al di là dei bisogni momentanei» (FT 209).

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giovedì 21 ottobre 2021

«Fratelli tutti. Davvero». Uomini e donne in dialogo con il cardinale Zuppi - La buona politica (anticipazione)

«Fratelli tutti. Davvero». 
Uomini e donne in dialogo con il cardinale Zuppi

L'iniziativa editoriale è di Corrado Caiano e Nicoletta Ulivi. La prefazione è del campione di basket Marco Belinelli. La vendita del libro servirà a finanziare progetti solidali


Dodici persone in dialogo con il cardinale Matteo Maria Zuppi sulla «Fratelli tutti» di papa Francesco. L’idea è di Corrado Caiano e Nicoletta Ulivi che hanno proposto all’arcivescovo di Bologna di confrontarsi sulla fraternità, l’amicizia sociale e le altre tematiche dell’enciclica con un ragazzo, una coppia di sposi, un formatore, un medico, due suore, un missionario, una giornalista, due giovani e un sacerdote. Il libro, edito da Effatà, intitolato «Fratelli tutti. Davvero», è fresca pubblicazione (da oggi è disponibile in libreria) e siamo sicuri che susciterà interesse e anche curiosità. La prefazione infatti è stata affidata a Marco Belinelli, uno dei giocatori di basket più noti e forti d’Italia, con un lungo trascorso nell’Nba americana. «Nel libro Belinelli racconta dell’udienza privata che ha avuto con papa Francesco insieme ad altri giocatori del basket americano sostenitori del movimento contro il razzismo black lives matter – dice Corrado Caiano – e condivide con noi l’incoraggiamento ricevuto dal Pontefice con la richiesta fatta loro di essere d’esempio per i giovani e di agire come fratelli». La postfazione invece è a cura del vaticanista del quotidiano La Stampa Domenico Agasso.

Il progetto è stato pensato per celebrare il primo anniversario di uscita della «Fratelli tutti», pubblicata il 4 ottobre dello scorso anno nel giorno di San Francesco. «Con grande semplicità abbiamo chiesto al cardinale Zuppi la disponibilità a tenere questi dialoghi con persone diverse in vista di una pubblicazione e lui ha accettato», dice ancora Corrado Caiano, cooperatore salesiano e responsabile con la moglie Sara dell’oratorio cittadino di Sant’Anna, mentre Nicoletta Ulivi lavora da vent’anni nel terzo settore ed è impegnata nell’Opera Santa Rita.

Gli incontri si sono svolti durante i mesi della cosiddetta «zona rossa» e si sono tenuti online, ogni persona coinvolta ha studiato un capitolo dell’enciclica, ci ha riflettuto sopra e poi ne ha parlato per una mezz’ora con il Cardinale. «Io ho registrato e poi sbobinato tutto – dice ancora Corrado – ne sono nati dei dialoghi davvero interessanti, come la chiacchierata tra Zuppi e Mattia, un quindicenne sulla sedia a rotelle che fa l’animatore in oratorio». Ne è venuto fuori un libro agile – di circa un centinaio di pagine – che può essere molto utile dal punto di vista del «rinnovamento pastorale» e come «percorso di riflessione sulla vita di tutti i giorni per ogni uomo e ogni donna di buona volontà», come si legge nelle note di copertina del libro. D’altra parte «la fraternità è di tutti, la fraternità è per tutti».

... I proventi delle vendite serviranno a finanziare un progetto solidale delle Misericordie d’Italia e l’oratorio salesiano a Vallecrosia, al confine tra Liguria e Francia, luogo di passaggio e di accoglienza per tantissimi migranti. ...


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MATTEO MARIA ZUPPI
La buona politica

Pubblichiamo un capitolo del libro di Matteo Zuppi, in uscita oggi, intitolato «Fratelli tutti. Davvero». A cura di Caiano e Ulivi, con prefazione di Marco Belinelli e postfazione di Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa (Effatà Editrice)

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna

Nel capitolo quinto della “Fratelli tutti” c’è un bel riferimento alla differenza tra «populismo» e «popolare». Pare chiaro che, oggi, sono finite le ideologie cui eravamo abituati negli anni del fascismo, del nazismo o del comunismo, negli anni dei cosiddetti totalitarismi. Oggi ne rimangono dei surrogati e delle scorciatoie, come una bella schermata del computer che presenta un po’ di riferimenti generali, tanto per darsi una veste. Ma le ideologie sono un’altra cosa: esse avevano una forza attrattiva e una capacità di coinvolgimento umano al di là di ogni immaginazione, fino l’annullamento dello stesso «io» in favore dell’ideale. Abbiamo chiari davanti agli occhi alcuni avvenimenti e fatti, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, che avevano alle spalle un significato personale e collettivo straordinario. Oggi esistono solo dei riferimenti annacquati, con tutti i rischi che questo comporta, in primo luogo quello di creare delle identità a poco prezzo, con l’illusione di risolvere i problemi della gente, ma, spesso, con un grave impoverimento della politica stessa, usata per fini personali.

Nei paragrafi dell’Enciclica, nei quali si parla di populismo, si sottolinea la tentazione, presente sia nei progetti individuali sia in quelli di gruppo, di assorbire e di far proprie le paure della gente, alla ricerca di risposte facili e identitarie, che mettono in seria discussione la democrazia stessa. Papa Francesco indica la necessità di una politica alta, che viva la sua missione come atto di carità, e arriva fino a parlare di amore politico. Deve esistere. Se in politica non c’è l’amore, significa che prevarrà il calcolo o l’interesse. Per un gruppo o una categoria, è soltanto l’amore che fa andare oltre al proprio piccolo interesse. Solo chi porta avanti una politica disinteressata ha un vero amore politico e questo vale per tutti, non solo per il cristiano. Io penso che solo chi ha un amore disinteressato fa davvero anche il suo interesse! Chi fa politica davvero, anche con motivazioni e appartenenze diverse, viene provocato da Papa Francesco affinché viva il suo impegno come atto di amore, con grande senso di responsabilità e di attenzione al prossimo, nel tentativo di riuscire a dare delle indicazioni che valgano per tutti e sulle quali tutti possano ritrovarsi.

Abbiamo bisogno dei movimenti popolari e della loro spinta alla risoluzione concreta dei problemi. Essi sono proprio quel punto di passaggio tra il dare da mangiare e il trovare un lavoro che permetta di mangiare, tra l’aiutare ad attraversare un fiume e il costruire un ponte perché il fiume sia sempre attraversabile. I movimenti popolari spingono a trovare delle soluzioni concrete. Sono l’espressione della solidarietà disinteressata e, in genere, sono il tentativo dei poveri di dare risposta alle proprie povertà e di cambiare la propria situazione. Essi sono «poeti sociali», perché sono strettamente collegati ai temi della solidarietà e della gratuità. Nella politica c’è sempre una dimensione di calcolo che, se è in giuste proporzioni, è indispensabile, altrimenti ogni politico è destinato a non durare. In politica è necessario calcolare, così come nella vita, ma occorre stare attenti a rimanere nella giusta proporzione. Se tutto diventa calcolo, allora la politica si trasforma in convenienza e perde le sue motivazioni più profonde. I movimenti popolari, invece, non calcolano, sono «romantici», ma non in maniera astratta e inutile, perché arrivano ad avviare delle esperienze concrete per arrivare alla soluzione dei problemi reali della gente.

[Zuppi poi risponde a una domanda sul confronto tra i movimenti popolari e quello delle Sardine a Bologna, ndr]. Forse il paragone non è proprio corretto. I «poeti sociali», infatti, sono più legati a situazioni concrete di povertà, di esclusione, di ingiustizia, e si impegnano, proprio in quei contesti, a trovare le soluzioni. Mi riferisco, per esempio, alla questione dei minatori boliviani oppure ai cartoneros, coloro che raccoglievano il cartone nelle città dell’America Latina, e anche a Buenos Aires. Questa è l’idea di movimento popolare.

Noi abbiamo tanto bisogno di una politica che vada oltre al contingente, che sappia guardare al futuro con una visione ampia, che non sia sottomessa all’economia, che non sia vittima dell’efficientismo burocratico. Anche la politica ha bisogno di questo, altrimenti diventa una caricatura! Necessitiamo di una politica che abbia degli orizzonti grandi e aperti, che risponda alle necessità delle persone, che non riduca il bene comune ad un contenuto vuoto perché, in realtà, l’agire per il bene comune è veramente impegnativo.

A livello mondiale, invece, il Papa insiste sulla difesa degli organismi internazionali, e dell’Onu in particolare. A riguardo, la Chiesa ha sempre avuto un’attenzione straordinaria verso l’Onu. Il viaggio di Paolo VI nel 1964 alle Nazioni Unite e il discorso che tenne furono dei momenti altissimi per la Santa Sede. Tutti i Papi, poi, non hanno mancato di fare una visita all’Onu, come azione concreta per rilanciare l’organizzazione e per sottolineare che è lo strumento più alto che abbiamo per porre fine ai conflitti e aiutare a costruire un ordine mondiale. Papa Francesco desidera che l’Onu sia uno strumento forte, capace di risolvere i problemi perché è consapevole che senza un foro dove comporre pacificamente i problemi finirebbe per vincere la logica del più forte.

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Vedi anche la scheda del libro FRATELLI TUTTI. DAVVERO dal sito della Casa editrice EFFATA' 

martedì 5 ottobre 2021

L'Appello di scienziati e leader religiosi: azioni rapide per guarire la casa comune ferita

L'Appello di scienziati e leader religiosi:
azioni rapide per guarire la casa comune ferita

Il documento firmato da Papa Francesco e dalle altre autorità durante l’incontro “Fede e Scienza. Verso Cop26” chiede che nel mondo si raggiungano al più presto emissioni nette di carbonio pari a zero, si riducano le emissioni proprie e si finanzi la riduzione di quelle delle nazioni povere


La  firma dell'Appello congiunto di leader religiosi con Papa Francesco

“Abbiamo ereditato un giardino: non dobbiamo lasciare un deserto ai nostri figli”. L’immagine è simbolica, ma l’impegno è concreto. E scienziati e leader religiosi di diverse culture e Paesi l’hanno sottoscritto questa mattina (4/10/2021) firmando un Appello congiunto insieme al Papa nella Sala della Benedizione, per sugellare l’incontro “Fede e Scienza” convocato dal Pontefice in vista della Cop26 di Glasgow. “La conoscenza delle scienze e la saggezza delle religioni” si uniscono quindi per chiedere alla comunità internazionale, che dal 31 ottobre al 12 novembre sarà rappresentata in Scozia all’evento Onu, di “intraprendere un’azione rapida, responsabile e condivisa per salvaguardare, ripristinare e guarire la nostra umanità ferita e la casa affidata alla nostra custodia”. Che nel concreto si traduce nel “raggiungere al più presto emissioni nette di carbonio pari a zero, assumendo l’iniziativa di ridurre le proprie emissioni e di finanziare la riduzione delle emissioni delle nazioni più povere” 

Tutti i governi devono adottare una traiettoria che limiti l’aumento della temperatura media globale a 1,5°C sopra i livelli preindustriali.

Un'azione trasformativa

Lo sguardo è al futuro - alle nuove generazioni che “non ci perdoneranno mai se perdiamo l’opportunità di proteggere la nostra casa comune” - ma bisogna agire nel presente: “Ora è il momento di intraprendere un’azione trasformativa come risposta comune”, si legge nel documento. Troppo urgenti, infatti, le “sfide senza precedenti che minacciano la nostra bella casa comune”, tutte legate “a una crisi di valori, etica e spirituale”.

Le nostre fedi e spiritualità insegnano il dovere di prendersi cura della famiglia umana e dell’ambiente in cui vive. Siamo profondamente interdipendenti tra di noi e con il mondo naturale. Non siamo padroni illimitati del nostro pianeta e delle sue risorse.

Il cambiamento climatico è una grave minaccia

È dunque un “obbligo morale” cooperare alla guarigione del pianeta e farsi “custodi dell’ambiente naturale con la vocazione di curarlo”. Bisogna farlo lavorando “a lungo termine” e in “un quadro di speranza e di coraggio”, e al contempo cambiando “la narrazione dello sviluppo”. “Il cambiamento climatico è una grave minaccia”, affermano i firmatari dell’Appello, e implorano le nazioni con maggiori responsabilità e capacità a “fornire un sostegno finanziario sostanziale ai Paesi vulnerabili e concordare nuovi obiettivi che permettano loro di diventare resistenti al clima e di adattarsi al cambiamento climatico e di affrontarlo”.

I diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali devono ricevere un’attenzione speciale.

Stili di vita e modelli di consumo e produzione sostenibili

Sempre ai governi va l’appello affinché adottino “pratiche di utilizzo della terra sostenibili e rispettose delle culture locali per promuovere stili di vita e modelli di consumo e produzione sostenibili”. “Deve essere data piena considerazione agli effetti sulla forza lavoro di questa transizione”, si legge nel documento, che chiede a istituzioni finanziarie, banche e investitori di “adottare un finanziamento responsabile” e alle organizzazioni della società civile di “affrontare queste sfide in uno spirito di collaborazione”.

Un cambiamento di cuore

Da qui, la promessa di un impegno congiunto da parte delle diverse religioni ad “approfondire i nostri sforzi per portare un cambiamento di cuore tra i membri delle nostre tradizioni nel modo in cui ci relazioniamo con la Terra e con le altre persone”, come pure a “incoraggiare le nostre istituzioni educative e culturali a rafforzare e dare priorità all’educazione ecologica integrale”, partecipando “attivamente” al discorso pubblico sulle questioni ambientali e impegnando congregazioni e istituzioni a “costruire comunità sostenibili, resilienti e giuste”.

L'ulivo che sarà piantato nei Giardini Vaticani a ricordo dell'evento di oggi

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PAPA FRANCESCO: La COP26 di Glasgow è chiamata con urgenza a offrire risposte efficaci alla crisi ecologica senza precedenti e alla crisi di valori in cui viviamo, e così a offrire concreta speranza alle generazioni future (Testo e video)

INCONTRO "FEDE E SCIENZA VERSO COP26"
PAPA FRANCESCO: La COP26 di Glasgow è chiamata con urgenza 
a offrire risposte efficaci alla crisi ecologica senza precedenti 
e alla crisi di valori in cui viviamo, 
e così a offrire concreta speranza alle generazioni future
(Testo e video)

04.10.2021. Francesco riunisce in Vaticano scienziati, esperti e leader religiosi per l'incontro "Fede e Scienza", durante il quale viene firmato un Appello congiunto in vista dell'evento di Glasgow. Il Pontefice consegna ai partecipanti il suo discorso scritto, nel quale lancia un appello ad adottare comportamenti e azioni modellate sulla “interdipendenza” e “corresponsabilità” per contrastare i “semi dei conflitti” che provocano ferite nell'ambiente e nella persona umana



Capi e Rappresentanti religiosi,
Eccellenze,
cari fratelli e sorelle!

Grazie a tutti per esservi qui radunati, mettendo in luce il desiderio di un dialogo approfondito tra di noi e con gli esperti di scienza. Mi permetto di offrire tre concetti per riflettere su questa collaborazione: lo sguardo dell’interdipendenza e della condivisione, il motore dell’amore e la vocazione al rispetto.

Voi avete la trascrizione di questo che io devo dire adesso e per non usare del tempo che è necessario perché tutti parlino, lascio nelle vostre le mani le trascrizioni, voi potete leggerle, e così andiamo avanti in questa celebrazione. Grazie.

1. Tutto è collegato, nel mondo tutto è intimamente connesso. Non solo la scienza, ma anche le nostre fedi e le nostre tradizioni spirituali mettono in luce questa connessione esistente tra tutti noi e con il resto del creato. Riconosciamo i segni dell’armonia divina presente nel mondo naturale: nessuna creatura basta a sé stessa; ognuna esiste solo in dipendenza dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio l’una dell’altra. [1] Potremmo quasi dire l’una donata dal Creatore alle altre, perché nella relazione di amore e di rispetto possano crescere e realizzarsi in pienezza. Piante, acque, esseri animati sono guidati da una legge impressa da Dio in essi per il bene di tutto il creato.

Riconoscere che il mondo è interconnesso significa non solo comprendere le conseguenze dannose delle nostre azioni, ma anche individuare comportamenti e soluzioni che devono essere adottati con sguardo aperto all’interdipendenza e alla condivisione. Non si può agire da soli, è fondamentale l’impegno di ciascuno per la cura degli altri e dell’ambiente, impegno che porti al cambio di rotta così urgente e che va alimentato anche dalla propria fede e spiritualità. Per i cristiani, lo sguardo dell’interdipendenza sgorga dal mistero stesso del Dio Trino: «La persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione». [2]

L’incontro di oggi, che unisce tante culture e spiritualità in uno spirito di fraternità, non fa che rafforzare la consapevolezza che siamo membri di un’unica famiglia umana: abbiamo ciascuno la propria fede e tradizione spirituale, ma non ci sono frontiere e barriere culturali, politiche o sociali che permettano di isolarci. Per dare luce a questo sguardo vogliamo impegnarci per un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità.

2. Questo impegno va sollecitato continuamente dal motore dell’amore: «Dall’intimo di ogni cuore, l’amore crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro». [3] Tuttavia, la forza propulsiva dell’amore non viene “messa in moto” una volta per sempre, ma va ravvivata giorno per giorno; questo è uno dei grandi contributi che le nostre fedi e tradizioni spirituali possono offrire nel facilitare questo cambio di rotta di cui abbiamo tanto bisogno.

L’amore è specchio di una vita spirituale vissuta intensamente. Un amore che si estende a tutti, oltre le frontiere culturali, politiche e sociali; un amore che integra, anche e soprattutto a beneficio degli ultimi, i quali spesso sono coloro che ci insegnano a superare le barriere dell’egoismo e a infrangere le pareti dell’io.

È questa una sfida che si pone di fronte alla necessità di contrastare quella cultura dello scarto, che sembra prevalere nella nostra società e che si sedimenta su quelli che il nostro Appello congiunto chiama i “semi dei conflitti: avidità, indifferenza, ignoranza, paura, ingiustizia, insicurezza e violenza”. Sono questi stessi semi di conflitto che provocano le gravi ferite che infliggiamo all’ambiente come i cambiamenti climatici, la desertificazione, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, portando alla rottura di «quell’ alleanza tra essere umano e ambiente che dev’essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino». [4]

Tale sfida a favore di una cultura della cura della nostra casa comune e anche di noi stessi ha il sapore della speranza, poiché non c’è dubbio che l’umanità non ha mai avuto tanti mezzi per raggiungere tale obiettivo quanti ne ha oggi. Questa stessa sfida si può affrontare su vari piani; in particolare ne vorrei sottolinearne due: quello dell’esempio e dell’azione, e quello dell’educazione. In entrambi i piani, noi, ispirati dalle nostre fedi e tradizioni spirituali, possiamo offrire importanti contributi. Sono tante le possibilità che emergono, come d’altronde mette in evidenza l’Appello congiunto, in cui si illustrano anche vari percorsi educativi e formativi che possiamo sviluppare a favore della cura della nostra casa comune.

3. Questa cura è anche una vocazione al rispetto: rispetto del creato, rispetto del prossimo, rispetto di sé stessi e rispetto nei confronti del Creatore. Ma anche rispetto reciproco tra fede e scienza, per «entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità». [5]

Un rispetto che non è mero riconoscimento astratto e passivo dell’altro, ma vissuto in maniera empatica e attiva nel voler conoscere l’altro ed entrare in dialogo con lui per camminare insieme in questo viaggio comune, sapendo bene che, come ancora indicato nell’Appello, «ciò che possiamo ottenere dipende non solo dalle opportunità e dalle risorse, ma anche dalla speranza, dal coraggio e dalla buona volontà».

Lo sguardo dell’interdipendenza e della condivisione, il motore dell’amore e la vocazione al rispetto. Ecco tre chiavi di lettura che mi sembrano illuminare il nostro lavoro per la cura della casa comune. La COP26 di Glasgow è chiamata con urgenza a offrire risposte efficaci alla crisi ecologica senza precedenti e alla crisi di valori in cui viviamo, e così a offrire concreta speranza alle generazioni future: desideriamo accompagnarla con il nostro impegno e con la nostra vicinanza spirituale.

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[1] Cfr Cfr Lett. Enc. Laudato si’, 86.

[2] Ibid., 240.

[3] Lett. Enc. Fratelli tutti, 88.

[4] Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 50.

[5] Lett. Enc. Laudato si’, 201.

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