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martedì 31 ottobre 2023

Intenzione di preghiera per il mese di Novembre 2023 Preghiamo per il Papa (commento, testo e video)

Intenzione di preghiera per il mese di Novembre 2023 
Preghiamo per il Papa

Preghiamo per il Papa, perché nell’esercizio della sua missione continui ad accompagnare nella fede il gregge a lui affidato, con l’aiuto dello Spirito Santo.


Nell’edizione di novembre del Video del Papa, Francesco spalanca il suo cuore e confessa di avere bisogno delle preghiere dei fedeli per portare avanti la sua missione. “Chiedete al Signore che mi benedica“, dice il Vescovo di Roma, prima di rivelare: “Le vostre preghiere mi danno forza e mi aiutano a discernere e ad accompagnare la Chiesa ascoltando lo Spirito Santo”.

Il videomessaggio, appena pubblicato su iniziativa della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ha in questa occasione un tono intimo, in linea con l’intenzione di preghiera di questo mese: “Per il Papa“. E hanno un tono intimo anche le immagini a corredo delle parole del Santo Padre: una sorta di racconto del suo Pontificato attraverso le emozioni. Accanto ai momenti più noti, come i primi attimi dopo l’elezione, ce ne sono dunque altri quasi inediti, fatti di abbracci e di preghiere in varie parti del mondo. Li unisce, appunto, la grande umanità contagiosa di Francesco, confermata ancora una volta dalla scelta dell’intenzione di preghiera per questo mese e dal messaggio che la accompagna.

Un Papa “non perde la sua umanità”

Lasciando spazio alle confidenze, Francesco osserva che “essere Papa non significa perdere la propria umanità. Al contrario, la mia umanità cresce ogni giorno di più con il popolo santo e fedele di Dio”. Riconosce infatti: “essere Papa è anche un processo. Si prende coscienza di ciò che significa essere un pastore. E in questo processo si impara ad essere più caritatevoli, più misericordiosi e, soprattutto, più pazienti, come il nostro padre Dio, che è così paziente”.

L’attuale successore dell’apostolo Pietro dice di “immaginare che tutti i Papi, all’inizio del loro pontificato, abbiano avuto quella sensazione di paura, di vertigine, di chi sa che sarà giudicato duramente. Perché il Signore chiederà a noi Vescovi di rendere seriamente conto del nostro operato”.

Il Papa chiede di essere giudicato “con benevolenza”.

Il Papa si rivolge a tutte le persone che vedranno e ascolteranno il suo messaggio per chiedere loro di giudicare il suo operato “con benevolenza. E di pregare perché il Papa – chiunque sia (…) riceva l’aiuto dello Spirito Santo, sia docile a questo aiuto”.

Secondo la tradizione dell’Apostolato della Preghiera (il vecchio nome della Rete Mondiale di Preghiera del Papa), dal 1879 i Papi affidano ogni mese un’intenzione di preghiera alla Chiesa attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa. Questo mese l’intenzione è la seguente: “Preghiamo per il Papa, perché nell’esercizio della sua missione continui ad accompagnare nella fede il gregge a lui affidato da Gesù, sempre con l’aiuto dello Spirito Santo”. Dopo averla ricordata, Francesco conclude il video con un tocco di umorismo: “E pregate per me! A favore!”


Fin dal primo giorno di questo pontificato

Padre Frédéric Fornos S.J., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, sottolinea che il videomessaggio di Francesco è significativo perché fin dal primo giorno, in questi dieci anni, il suo pontificato è stato caratterizzato da una richiesta ininterrotta a tutti di pregare per lui.

Ricorda quell’indimenticabile 13 marzo 2013, quando – dopo essere stato eletto Papa ed essersi affacciato al balcone della facciata della Basilica Vaticana – Francesco, prima di impartire la benedizione ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro, chiese al popolo di pregare. “Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica”, disse Francesco. Dopo aver sottolineato l’importanza della “preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo”, il nuovo Papa diede spazio a un momento di profondo silenzio, affinché i presenti potessero pregare per lui.

Fin dall’inizio, Francesco ha dato grande importanza alla preghiera, chiedendo di pregare per lui, ma anche per le sfide dell’umanità e della missione della Chiesa. È Francesco che ha promosso la ricreazione dell’Apostolato della Preghiera come Rete Mondiale di Preghiera del Papa, facendone un’Opera Pontificia, una Fondazione Vaticana. È il Santo Padre stesso che, dal 2016, realizza ogni mese Il Video del Papa per parlare al cuore di tanti e invitarli alla preghiera. Ed è lui che ha fatto di Click To Pray la sua piattaforma di preghiera, aprendovi nel 2019 il suo profilo personale.

Un mese per sentire con la Chiesa

Fornos sottolinea che novembre, essendo dedicato quest’anno alla preghiera per il Papa, diventa “un mese per sentire con la Chiesa”, come dicono gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio. “Questo sentire invita a una benevolenza a priori, ad accogliere il discernimento del Vescovo di Roma, che presiede la comunione di tutte le Chiese, e nel suo sguardo universale ci aiuta a riconoscere l’azione dello Spirito del Signore”, conclude.

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Guarda il video


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Chiedete al Signore che mi benedica.

Le vostre preghiere mi danno forza e mi aiutano a discernere e ad accompagnare la Chiesa ascoltando lo Spirito Santo.

Essere Papa non significa perdere la propria umanità. Al contrario, la mia umanità cresce ogni giorno di più con il popolo santo e fedele di Dio.

Perché essere Papa è anche un processo. Si prende coscienza di ciò che significa essere un pastore.

E in questo processo si impara ad essere più caritatevoli, più misericordiosi e, soprattutto, più pazienti, come il nostro padre Dio, che è così paziente.

Posso immaginare che tutti i Papi, all’inizio del loro pontificato, abbiano avuto quella sensazione di paura, di vertigine, di chi sa che sarà giudicato duramente.

Perché il Signore chiederà a noi Vescovi di rendere seriamente conto del nostro operato.

Per favore, vi chiedo di giudicare con benevolenza. E di pregare perché il Papa – chiunque sia, oggi è il mio turno – riceva l’aiuto dello Spirito Santo, sia docile a questo aiuto.

Preghiamo per il Papa, perché nell’esercizio della sua missione continui ad accompagnare nella fede il gregge a lui affidato da Gesù, sempre con l’aiuto dello Spirito Santo.

Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
E pregate per me!. A favore!

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Anche nel mese di Novembre l'intenzione di preghiera del Papa è stata resa nota il giorno prima con un tweet



Halloween a scuola, sì o no?

Halloween a scuola, sì o no?
 
“Halloween non fa parte della nostra tradizione? Allora cancelliamo anche Babbo Natale”. “Pensiamo più alle nostre feste”. “Un’altra scusa per non fare scuola”. I commenti sui social dei nostri lettori


Halloween a scuola, sì o no? Si tratta di uno dei grandi dibattiti che contraddistinguono ogni anno scolastico in questo periodo. Il festeggiare negli istituti italiani una festa tradizionale che non appartiene alla nostra cultura, scatena infatti un “chiacchiericcio” sui social che spesso arriva a surriscaldare gli animi.

E la pagina Facebook di Orizzonte Scuola non fa eccezione. Tantissimi i commenti di utenti che hanno espresso il proprio punto di vista, mostrando comunque un’elevata interazione segno proprio dell’interesse che suscita.

Abbiamo raccolto alcuni commenti per evidenziare quali sono le posizioni più frequenti sul tema.

C’è chi è decisamente contrario: “Noooooo, non fa parte della nostra tradizione“; “Considerando le origini e l’oggetto di culto, direi che è meglio cancellarla completamente e direi pure che c’è da preoccuparsi per chi ancora celebra queste oscenità“;

“Hanno stravolto la tradizione celtica simile a quella cristiana.. l’ho sempre boicottata per come è diventata… I dolci dei morti e la luce delle zucche che vincono le tenebre hanno valore il resto no“.

C’è chi prova a riflettere proprio sulle origini della festa: “è l’antica festa celtica di ognissanti che poi è stata cristianizzata dopo l’invasione.. bisognerebbe documentarsi prima di parlare. Siamo insegnanti..”

E c’è chi si pone in modo più costruttivo: “Parlarne, senza enfasi, come di un fatto culturale del mondo anglosassone con radici antichissime e, contemporaneamente, parlare delle nostre tradizioni. In Sicilia, per esempio, la notte tra l’1 e il 2 di novembre offre spunti in parallelo… Camilleri docet“.

D’altronde, “Halloween è imparare una cultura diversa. Quindi non vedo il problema si studiano le lingue a scuola è bene anche viversi le culture di altri popoli….. Dovrebbero dire no a scuola ai cellulari e ai social“.

In molti invitano a non essere così rigidi e di prenderla solo come una festa: “I bambini festeggiano si divertono nel travestirsi nel girare a chiedendo dolcetto o scherzetto che c’è di male. E come siete pesanti“;

Ironicamente alcuni, rispondendo a chi vuole abolire Halloween perchè non ricalca la tradizione del nostro Paese, a maggioranza cristiana cattolica, scrivono: “Allora aboliamo anche Babbo Natale!”

C’è chi poi riflette su come si tratti essenzialmente di un altro periodo di vacanza e di chiusura delle scuole: “Infatti molte scuole chiudono il 30 e 31 fregandosene altamente della commemorazione dei defunti…na vabbè oramai…“.

Insomma, se in modo più evidente emergono il fronte del SI e del NO per Halloween a scuola, in mezzo in realtà ci sono tante riflessioni che gli utenti di Orizzonte Scuola si pongono.


Stop per Halloween

Per studenti e docenti è in arrivo una breve pausa delle lezioni prima del Ponte dell’Immacolata e delle vacanze di Natale. Non tutte le Regioni hanno deliberato la mini vacanza. Il 1° novembre niente lezioni per tutti, sarà festa nazionale.

Il 2 novembre, per il giorno dedicato ai defunti, niente lezione in Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Molise, Sardegna, Sicilia e Umbria.

Nelle Marche non si farà lezione neanche il 3 novembre, un venerdì, così per coloro che attuano la settimana corta il rientro a scuola è programmato direttamente per il 6 novembre.

Nella provincia di Bolzano pausa ancora più lunga: il ponte inizierà dal 30 ottobre e finirà il 3 novembre compreso, un venerdì, prospettando un rientro a scuola lunedì 6 novembre.
(fonte: Orizzonte Scuola, articolo di Fabrizio De Angelis 26/10/2023)


Halloween e la banalizzazione dell’orrore

Halloween e la banalizzazione dell’orrore

(Foto AFP/SIR)

L’ondata di massacri che sta inondando con fiumi di sangue il mondo, ultimamente in particolare dall’Ucraina alla striscia di Gaza (cioè mezzo mondo), ha fatto interrogare più di un quotidiano circa l’opportunità o meno di festeggiare Halloween quest’anno: sentiamo davvero così tanto la necessità di orrori fittizi che stemperino quelli reali?

Molto opportunamente se lo chiede, ad esempio, Stefano Massini su La Repubblica in un articolo del 29 ottobre intitolato “La prevalenza di Halloween nell’epoca della morte-show”; ripensando alle feste dei morti di quando era bambino scrive: “L’eccezionalità stava nel fatto che in quella vigilia di Ognissanti si osava sorridere sul commiato, concedendosi l’azzardo liberatorio di giocarvi sopra per una notte, consapevoli che all’alba del giorno dopo la licenza sarebbe rientrata, lasciando il posto alla realtà e ai suoi perimetri… Mi spieghi quindi qualcuno che senso ha adesso Halloween, se tutto intorno la morte è un cabaret”.

Una finzione di orrori che può facilmente scivolare nel ritenere quelli veri, di orrori, quasi una finzione, filtrati come sono, come sempre, dall’incantesimo degli schermi luminosi, dei numeri astratti, e del sospetto crescente (bella novità dell’ultimo periodo) che tutto quello che vediamo non sia in effetti come sembra, ma sia stato ritoccato (o creato) dall’intelligenza artificiale – solo che a volte è vero, a volte no, e come si fa a sapere?

Così alla fine si sdogana tutto, e ti ritrovi, scorrendo col ditino un post dopo l’altro, massacri veri che si alternano a massacri finti, foto tratte da film dell’orrore che seguono e precedono foto di orrori che scambi per film, in una costante e crescente banalizzazione del visibile che ci rende indifferenti e privi di empatia: metti una faccina triste sotto la foto di bambini bombardati, se sei particolarmente eroico e impegnato nel sociale addirittura condividi il post, e poi via, la vita è un’altra cosa – la tua vita è un’altra cosa. Per ora…

Purtroppo la banalizzazione della morte e dei morti non è un problema di una sola notte all’anno, ma corre di pari passo a quella del sesso dovuta alla sovraesposizione pornografica: stiamo ammazzando eros e thanatos, amore e morte, le due forze fondamentali che guidano la realtà, e il risultato siamo noi, l’umanità apatica del dopo-Covid, che parla solo di dove andare a mangiare e delle serie che vale la pena vedere, costantemente alla periferia di se stessa fino a quando la prossima tragedia non sarà abbastanza vicina (non solo virtualmente) da produrre un temporaneo risveglio.

Ma sì, forse Halloween un po’ si capisce, perché descrive non un giorno all’anno speciale solo per i nerd e i fattucchieri, bensì la vita di ogni giorno, in cui un’umanità celata dalle brutte maschere dei suoi fantasmi interiori si aggira nella notte del mondo, rivendicando un po’ di dolcezza che alla fine la stomacherà.

Per fortuna il 31 è anche una vigilia, e questo significa che racchiude in sé il germe di una possibilità diversa: è possibile vivere senza maschere, aprire gli occhi, farsi ferire il cuore dalla morte e dall’amore, e iniziare a essere davvero umani. Che tutto questo sia possibile ce lo dimostrano la vita e la morte di ogni singolo Santo, e domani ce lo ricorderanno tutti insieme, in un coro di tifo e di speranza per noi che la nostra vera fisionomia non l’abbiamo ancora raggiunta.
(fonte: Sir, articolo di Alessandro Di Medio 31/10/2023)

«Bisogna fermare questo orrore» un appello per il cessate il fuoco in Medio Oriente

«Bisogna fermare questo orrore»
un appello per il cessate il fuoco in Medio Oriente

Pubblichiamo di seguito un appello per il cessate il fuoco in Medio Oriente, firmato dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (CDC), ambasciatori a/r, generali, ex parlamentari europei, giornalisti e intellettuali, per soccorsi umanitari e sanitari immediati alla popolazione di Gaza.

L'appello, datato 31 ottobre, è sottoscritto da: Elena Basile, Fausto Bertinotti, Mauro Beschi, Mario Boffo, Mario Bova, Rocco Cangelosi, Giuseppe Cassini, Roberto Di Leo, Anna Falcone, Eleonora Forenza, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Giovanni Germano, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Silvia Manderino, Roberto Mazzotta, Gian Giacomo Migone, Luisa Morgantini, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Michelangelo Pipan, Roberto Savoia, Giulia Venia, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Zani.

L’appello è stato inviato anche ai parlamentari europei eletti in Italia.


Immagine di Hosny Salah da Pixabay

Da più di due settimane, dopo l’incursione sanguinosa di Hamas contro la popolazione civile israeliana, si susseguono raid devastanti dell’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza. Condanniamo fermamente l’eccidio di vittime innocenti perpetrato dall’attacco di Hamas, ma questo non può giustificare azioni di ritorsione e di vendetta che mettono a repentaglio l’intera popolazione di Gaza. Israele ha posto sotto assedio una popolazione di oltre due milioni di abitanti privandola del cibo, dell’acqua, dell’energia elettrica e del carburante, indispensabile per far funzionare i generatori degli ospedali. I bombardamenti hanno distrutto il 42% delle abitazioni e hanno provocato, ad oggi, la morte di 5.300 persone, fra cui oltre 2.360 bambini, e 18.000 feriti; non hanno risparmiato ospedali, moschee, chiese cristiane, scuole dell’UNRWA (provocando la morte di 37 dipendenti dell’Agenzia ONU) ed altri luoghi di rifugio per la popolazione. Finora è stata rimandata, ma potrebbe scattare da un momento all’altro, un’offensiva di terra che provocherebbe ulteriori sofferenze alla popolazione stremata di Gaza e ulteriori lutti ad entrambe le parti. Il proseguimento del conflitto ed ogni eventuale escalation rischia di portare ad interventi militari da parte di altri paesi dell’area con effetti incontrollabili.

Per questo è stato assolutamente irresponsabile respingere la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva il cessate il fuoco ed il rilascio degli ostaggi. L’inconcepibile aggressione da parte del Ministro degli esteri di Israele nei confronti del Segretario Generale dell’ONU Guterres, reo di aver chiesto un cessate il fuoco umanitario e di aver ricordato che esiste la questione palestinese, è sintomatico della volontà di Israele di portare avanti la sua offensiva militare, che si risolve in una punizione collettiva di Gaza, sino alle estreme conseguenze, incurante del rischio di estensione del conflitto e dei limiti che il diritto umanitario pone a tutti i belligeranti, a tutela dell’umanità in quanto tale. Il ciclo delle vendette deve essere bloccato, nell’interesse di Israele come di tutte le altre parti, se si vuole spegnere l’incendio ed aprire la strada per il processo di pace in quanto, più estese e più profonde sono le atrocità reciproche commesse dai belligeranti, e più sarà difficile trovare una soluzione politica che assicuri la convivenza pacifica fra il popolo israeliano ed il popolo palestinese.

Bisogna fermare questo orrore immediatamente.

Chiediamo

che le autorità politiche, il Parlamento italiano ed il Parlamento europeo si pronuncino per l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di trattative di pace sotto l’egida dell’ONU, assicurando, in via d’urgenza, la liberazione degli ostaggi e la disponibilità di acqua, energia, cibo e medicinali alla popolazione di Gaza. Gli ultimi drammatici eventi dimostrano che non si possono lasciare irrisolti i fattori di crisi se si vuole garantire un assetto pacifico delle relazioni internazionali. Riteniamo che, in una auspicata Conferenza di pace, qualsiasi soluzione del problema mediorientale non possa prescindere dal diritto alla rappresentanza statuale dei Palestinesi, a Gaza come in Cisgiordania, ripetutamente sancita da risoluzioni dell’ONU e dal diritto internazionale.
31/10/2023

Giuseppe Savagnone: Siamo tutti ebrei e tutti palestinesi

Giuseppe Savagnone

Siamo tutti ebrei e tutti palestinesi

Foto di Davi Mendes su Unsplash

Uno scontro senza precedenti

Ha suscitato un’ondata di violentissime polemiche l’intervento, al Consiglio di sicurezza, del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, a proposito della drammatica crisi esplosa il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas ad Israele.

L’ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan ha immediatamente reagito con estrema durezza al discorso di Guterres, definendolo «completamente disconnesso dalla realtà della nostra regione» e chiedendo le sue immediate dimissioni: «Il segretario generale dell’ONU, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’ONU. Lo invito a dimettersi immediatamente».

Gli ha fatto eco il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, anche lui presente alla riunione: «Signor segretario generale, in che mondo vive? Sicuramente non nel nostro». L’ONU, ha aggiunto il ministro israeliano, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele «e dalla parte dei principi fondamentali dell’umanità descritti nella Carta dell’ONU».

Su questa linea, un comunicato il Forum delle famiglie dei dispersi e dei rapiti nell’attacco di Hamas ha definito «scandalose» le dichiarazioni di Guterres. Secondo il Forum, il segretario dell’ONU «ignora vergognosamente il fatto che sabato 7 ottobre è stato perpetrato un genocidio contro il popolo ebraico e ha trovato un modo indiretto per giustificare gli orrori che sono stati commessi contro gli ebrei».

La clamorosa rottura ha avuto anche degli effetti pratici. Continuando la sua aspra polemica con Gutierres, Erdan ha detto, parlando alla Radio militare: «Viste le sue parole, negheremo il rilascio dei visti ai rappresentanti dell’ONU. Del resto abbiamo già rifiutato il visto al sottosegretario per gli affari umanitari Martin Griffiths. È arrivato il tempo di dare loro una lezione».

È stata questa la posizione anche di molti giornali italiani. «Repubblica», con un titolo di scatola in prima pagina, dava così la notizia: «L’ONU attacca Israele. “Hamas ha le sue ragioni”». (A dire il vero, è stato notato che la frase “Hamas ha le sue ragioni” attribuita a Guterres e virgolettata, come una citazione testuale, in realtà il segretario dell’ONU non l’ha mai pronunziata)

Anche secondo l’ANSA Guterres «accusa» Israele, provocando uno «scontro» alle Nazioni Unite.

E uno dei più autorevoli opinionisti italiani, Paolo Mieli, sul «Corriere della sera», ha commentato: «Il segretario generale Antonio Guterres, dopo parole di condanna all’attacco del 7 ottobre che potevano apparire insincere, ha ricondotto la responsabilità dell’accaduto a “cinquantasei anni di soffocante occupazione israeliana”. Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista».

«L’atto originario dell’attuale conflitto», continua Mieli nel suo editoriale – significativamente intitolato «Il mondo alla rovescia» – , «gli oltre mille abitanti di Israele sgozzati, bruciati vivi e in parte rapiti, quell’atto è pressoché scomparso dall’universo della comunicazione. Ha dovuto cedere il passo al “genocidio” perpetrato contro la popolazione di Gaza cui allude il segretario dell’ONU». E definisce «impressionante» questo modo di guardare «il mondo alla rovescia».

Il discorso di Guterres

Ma che cosa ha detto effettivamente il segretario generale dell’ONU? Riporto di seguito la traduzione testuale delle parti più significative del suo intervento:

«Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni».

Al tempo stesso, però, ha continuato, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite».

Poi ha aggiunto: «Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

E che una simile “punizione” sia in atto, secondo Guterres, è innegabile: «L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano ad aumentare e sono profondamente allarmanti.

Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA [l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati] – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane (…).

Proteggere i civili non significa ordinare a più di un milione di persone di evacuare verso sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso. Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario».

Quanto al “dopo”, rimane valida la linea indicata dall’ONU nel 1947, che costituisce ancora oggi, secondo Guterres, «l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti».

Una strage senza cause?

Ho voluto riportare per intero i brani più discussi del discorso di Guterres, perché mi sembra che la prima considerazione da fare riguardi le interpretazioni che ne sono state date. In cui a me pare evidente che si siano attribuite al segretario dell’ONU – nel caso di «Repubblica» addirittura con un falso – una «comprensione» (Erdan), anzi addirittura «una giustificazione» (Cohen) della strage compiuta da Hamas, che nel suo discorso sono non solo assenti, ma esplicitamente escluse.

Guterres ha detto chiarissime parole di condanna all’attacco del 7 ottobre – perché mai dovrebbero «apparire insincere» (Mieli)? – e non ha affatto minimizzato quelli che definito «gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas».

Ha solo aggiunto – ed è questo che ha fatto infuriare i rappresentanti di Israele – una ovvietà, e cioè che «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla». Non c’è bisogno di uno storico di professione per sapere che ogni evento, anche il più spaventoso, ha le sue spiegazioni.

E, in questo caso, la spiegazione – che non significa giustificazione – è che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». «Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista», ha commentato Mieli.

Ma neppure la giusta indignazione per la ferocia dimostrata dagli uomini di Hamas può far dimenticare che in questi ultimi cinquant’anni Israele ha sistematicamente ignorato e violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di rispettare i diritti dei palestinesi.

Un atteggiamento abituale di aperto disprezzo delle indicazioni di questo organismo – che raccoglie 193 Stati di tutto il pianeta e costituisce ancora, malgrado la sua attuale debolezza, l’unica autorità a livello internazionale – che ora si manifesta nella pretesa di farne dimettere il segretario perché non è in linea con la politica della Stato ebraico (addirittura, l’ONU, secondo Cohen, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele») e nella scelta di «dargli una lezione», negando il visto di entrata ai suoi rappresentanti.

È difficile non avere l’impressione di una seria difficoltà di auto-critica, da parte di Israele (come del resto da parte di Hamas), che purtroppo esclude ogni possibilità di un futuro di pace.

Se non si accetta di mettere in relazione ciò che accaduto con l’occupazione da parte israeliana del territorio che l’ONU, con la risoluzione del 1947, aveva assegnato al popolo palestinese; con la costruzione del muro che lo ha spaccato in due; con la illegale proclamazione di Gerusalemme – la città santa degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani (che per questo, sempre secondo la decisone dell’ONU, avrebbe dovuto rimanere internazionale) – nella capitale dello Stato ebraico; con il moltiplicarsi degli insediamenti illegali di coloni israeliani sulle residue terre rimaste in mano agli antichi abitanti palestinesi; con la recentissima scelta del governo di Netaniahu di promuoverne altri e di presentare un progetto in cui lo Stato palestinese non figura affatto; se non si accetta, insomma, che «gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla», come ha detto Guterres, la sola risposta possibile ad essi è una violenza assolutamente simmetrica, che sta uccidendo donne e bambini palestinesi per vendicare quelli ebrei massacrati il 7 ottobre.

Una causa, a dire il vero, è stata indicata nei riferimenti dei rappresentanti e delle famiglie israeliani alla «campagna di sterminio di massa» e al «genocidio». Si evoca l’ombra della Shoah e dell’antisemitismo e c’è davvero una frangia dell’opinione pubblica mondiale che, nelle manifestazioni di questi giorni, è sembrata animata dall’odio verso gli ebrei come tali.

Ma non si può ricondurre automaticamente a questo antisemitismo ogni critica alla politica dello Stato ebraico, specialmente quando questo, a sua volta, dà l’impressione di violare negli altri quei diritti umani elementari di cui in passato è stato privato e di trasformarsi, da vittima, in carnefice.

Di fronte all’antisemitismo, noi siamo tutti ebrei. Ma nessuno può criminalizzare il fato che – di fronte a ciò che sta accadendo in questi giorni a Gaza – siamo anche tutti palestinesi.
(fonte: Tuttavia 27/10/2023)


lunedì 30 ottobre 2023

«La Vergine Maria ci aiuti a vivere nel quotidiano il grande comandamento dell’amore: amare e lasciarci amare da Dio e amare i fratelli.» Papa Francesco omelia 29/10/2023 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 29 ottobre 2023


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo oggi ci parla del più grande dei comandamenti (cfr Mt 22,34-40). Un dottore della legge interroga Gesù in proposito e Lui risponde con il “grande comandamento dell’amore”: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente [… e] il tuo prossimo come te stesso» (vv. 37.39). Amore di Dio e del prossimo, inseparabili l’uno dall’altro. Fermiamoci un po’ a riflettere su questo.

Il primo: il fatto che l’amore per il Signore viene prima ci ricorda che Dio sempre ci precede, ci anticipa con la sua tenerezza infinita (cfr Gv 4,19), con la sua vicinanza, con la sua misericordia, perché Lui sempre è vicino, tenero e misericordioso. Un bambino impara ad amare sulle ginocchia della mamma e del papà, e noi lo facciamo tra le braccia di Dio. Dice il Salmo: «Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre» (131,2), così noi dobbiamo sentirci tra le braccia di Dio. E lì assorbiamo l’affetto del Signore, lì incontriamo l’amore che ci spinge a donarci con generosità. Lo ricorda San Paolo, quando dice che la carità di Cristo ha in sé una forza che spinge ad amare (cfr 2 Cor 5,14). E tutto parte da Lui. Tu non puoi amare sul serio gli altri se non hai questa radice che è l’amore di Dio, l’amore di Gesù.

E ora il secondo aspetto che traspare dal comandamento dell’amore. Esso lega l’amore per Dio a quello per il prossimo: significa che, amando i fratelli, noi riflettiamo, come specchi, l’amore del Padre. Riflettere l’amore di Dio, ecco il punto; amare Lui, che non vediamo, attraverso il fratello che vediamo (cfr 1 Gv 4,20). Un giorno Santa Teresa di Calcutta, a un giornalista che le chiedeva se, con quello che faceva, si illudesse di cambiare il mondo, rispose: «Io non ho mai pensato di poter cambiare il mondo! Ho cercato soltanto di essere una goccia di acqua pulita, nella quale potesse brillare l’amore di Dio» (Incontro con i giornalisti dopo il conferimento del Premio Nobel per la Pace, Roma, 1979). Ecco come lei, tanto piccola, ha potuto fare un bene così grande: riflettendo come una goccia l’amore di Dio. E se a volte, guardando lei e altri santi, ci venisse da pensare che siano degli eroi inimitabili, ripensiamo a questa piccola goccia: l’amore è una goccia che può cambiare tante cose. E come si fa, questo? Facendo il primo passo, sempre. A volte non è facile fare il primo passo, dimenticare cose…, fare il primo passo. Facciamolo! Questa è la goccia: fare il primo passo.

Allora, cari fratelli e sorelle, pensando all’amore di Dio che sempre ci precede, possiamo chiederci: io sono grato al Signore, che mi ama per primo? Sento l’amore di Dio e sono grato a Lui? E cerco di riflettere il suo amore? Mi impegno ad amare i fratelli, a fare questo secondo passo?

La Vergine Maria ci aiuti a vivere nel quotidiano il grande comandamento dell’amore: amare e lasciarci amare da Dio e amare i fratelli.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio tutti quanti – in tanti luoghi e in diversi modi – si sono uniti alla giornata di digiuno, preghiera e penitenza che abbiamo vissuto venerdì scorso implorando la pace nel mondo. Non desistiamo. Continuiamo a pregare per l’Ucraina e anche per la grave situazione in Palestina e in Israele e per le altre regioni in guerra. A Gaza, in particolare, si lascino spazi per garantire gli aiuti umanitari e siano liberati subito gli ostaggi. Che nessuno abbandoni la possibilità di fermare le armi. Cessi il fuoco! Padre Ibrahim Faltas – l’ho ascoltato poco fa nel programma “A Sua Immagine” – padre Ibrahim diceva: “Cessate il fuoco! Cessate il fuoco!”. Lui è il vicario di Terra Santa. Anche noi, con padre Ibrahim, diciamo: cessate il fuoco! Fermatevi, fratelli e sorelle! La guerra sempre è una sconfitta, sempre!

Sono vicino alla popolazione della zona di Acapulco, in Messico, colpita da un fortissimo uragano. Prego per le vittime, per i loro familiari e per quanti hanno subito gravi danni. La Vergine Guadalupana sostenga i suoi figli nella prova.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo. Saluto, in particolare, i genitori di “figli in Cielo” di Torano Nuovo, i fedeli di Campana, il gruppo vocazionale “Talità kum” della parrocchia romana di San Giovanni dei Fiorentini, i ragazzi della Cresima venuti dalla Slovenia e quelli di Gandosso, come pure il pellegrinaggio delle Figlie di San Camillo e dei Ministri degli Infermi.

A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Papa Francesco «Vorrei fare un augurio a tutti noi: che possiamo crescere nell’adorazione di Dio e nel servizio al prossimo. Adorare e servire. Il Signore ci accompagni. E avanti, con gioia!» Omelia 29/10/2023 (foto, testo e video)

CONCLUSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

Basilica di San Pietro
XXX domenica del Tempo Ordinario  - Domenica, 29 ottobre 2023


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Papa Francesco celebra a San Pietro la Messa per la chiusura della XVI Assemblea generale del Sinodo sulla sinodalità che ha visto riunirsi in Vaticano dal 4 ottobre cardinali, vescovi, laici e laiche, religiosi e religiose, esperti e fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane. Tutti sono riuniti intorno al Papa nella Basilica vaticana gremita da circa 5 mila fedeli, per celebrare la chiusura di un cammino lungo quattro settimane. Il Papa ha consegnato alle madri e ai padri sinodali, in vista del cammino del prossimo anno, la sua idea di Chiesa, al cui centro non ci sono “tante belle idee”, ma due verbi: “Vi propongo due verbi, due movimenti del cuore su cui vorrei riflettere: adorare e servire. Amare Dio si fa con l’adorazione e con il servizio ... Magari abbiamo davvero tante belle idee per riformare la Chiesa, ma ricordiamo: adorare Dio e amare i fratelli col suo amore, questa è la grande e perenne riforma. Essere Chiesa adoratrice e Chiesa del servizio, che lava i piedi all’umanità ferita, accompagna il cammino dei fragili, dei deboli e degli scartati, va con tenerezza incontro ai più poveri”.














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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


È proprio un pretesto quello con cui un dottore della Legge si presenta a Gesù, e solo per metterlo alla prova. Tuttavia, la sua è una domanda importante, una domanda sempre attuale, che a volte si fa strada nel nostro cuore e nella vita della Chiesa: «Qual è il grande comandamento?» (Mt 22,36). Anche noi, immersi nel fiume vivo della Tradizione, ci chiediamo: qual è la cosa più importante? Qual è il centro propulsore? Che cosa conta di più, tanto da essere il principio ispiratore di tutto? E la risposta di Gesù è chiara: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,37-39).

Fratelli Cardinali, confratelli Vescovi e sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli, a conclusione di questo tratto di cammino che abbiamo percorso, è importante guardare al “principio e fondamento” da cui tutto comincia e ricomincia: amare. Amare Dio con tutta la vita e amare il prossimo come se stessi. Non le nostre strategie, non i calcoli umani, non le mode del mondo, ma amare Dio e il prossimo: ecco il cuore di tutto. Ma come tradurre tale slancio di amore? Vi propongo due verbi, due movimenti del cuore su cui vorrei riflettere: adorare e servire. Amare Dio si fa con l’adorazione e con il servizio.

Il primo verbo, adorare. Amare è adorare. L’adorazione è la prima risposta che possiamo offrire all’amore gratuito, all’amore sorprendente di Dio. Lo stupore dell’adorazione è essenziale nella Chiesa, soprattutto in questo momento in cui abbiamo perso l’abitudine dell’adorazione. Adorare, infatti, significa riconoscere nella fede che solo Dio è il Signore e che dalla tenerezza del suo amore dipendono le nostre vite, il cammino della Chiesa, le sorti della storia. Lui è il senso del vivere.

Adorando Lui ci riscopriamo liberi noi. Per questo l’amore al Signore nella Scrittura è spesso associato alla lotta contro ogni idolatria. Chi adora Dio rifiuta gli idoli perché, mentre Dio libera, gli idoli rendono schiavi. Ci ingannano e non realizzano mai ciò che promettono, perché sono «opera delle mani dell’uomo. La Scrittura è severa contro l’idolatria perché gli idoli sono opera dell’uomo e da lui sono manipolati, mentre Dio è sempre il Vivente, che è qui e oltre, «che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo. La riprova che non sempre abbiamo la giusta idea di Dio è che talvolta siamo delusi: mi aspettavo questo, mi immaginavo che Dio si comportasse così, e invece mi sono sbagliato. In tal modo ripercorriamo il sentiero dell’idolatria, volendo che il Signore agisca secondo l’immagine che ci siamo fatta di lui» (C.M. Martini, I grandi della Bibbia. Esercizi spirituali con l’Antico Testamento, Firenze 2022, 826-827). E questo è un rischio che possiamo correre sempre: pensare di “controllare Dio”, di rinchiudere il suo amore nei nostri schemi. Invece, il suo agire è sempre imprevedibile, va oltre, e perciò questo agire di Dio domanda stupore e adorazione. Lo stupore, è tanto importante!

Sempre dobbiamo lottare contro le idolatrie; quelle mondane, che spesso derivano dalla vanagloria personale, come la brama del successo, l’affermazione di sé ad ogni costo, l’avidità di denaro – il diavolo entra dalle tasche, non dimentichiamolo –, il fascino del carrierismo; ma anche quelle idolatrie camuffate di spiritualità: la mia spiritualità, le mie idee religiose, la mia bravura pastorale... Vigiliamo, perché non ci succeda di mettere al centro noi invece che Lui. E torniamo all’adorazione. Che sia centrale per noi pastori: dedichiamo tempo ogni giorno all’intimità con Gesù buon Pastore davanti al tabernacolo. Adorare. La Chiesa sia adoratrice: in ogni diocesi, in ogni parrocchia, in ogni comunità si adori il Signore! Perché solo così ci rivolgeremo a Gesù e non a noi stessi; perché solo attraverso il silenzio adorante la Parola di Dio abiterà le nostre parole; perché solo davanti a Lui saremo purificati, trasformati e rinnovati dal fuoco del suo Spirito. Fratelli e sorelle, adoriamo il Signore Gesù!

Il secondo verbo è servire. Amare è servire. Nel grande comandamento Cristo lega Dio e il prossimo, perché non siano mai disgiunti. Non esiste un’esperienza religiosa che sia sorda al grido del mondo, una vera esperienza religiosa. Non c’è amore di Dio senza coinvolgimento nella cura del prossimo, altrimenti si rischia il fariseismo. Magari abbiamo davvero tante belle idee per riformare la Chiesa, ma ricordiamo: adorare Dio e amare i fratelli col suo amore, questa è la grande e perenne riforma. Essere Chiesa adoratrice e Chiesa del servizio, che lava i piedi all’umanità ferita, accompagna il cammino dei fragili, dei deboli e degli scartati, va con tenerezza incontro ai più poveri. Dio lo ha comandato, l’abbiamo sentito, nella prima Lettura.

Fratelli e sorelle, penso a quanti sono vittime delle atrocità della guerra; alle sofferenze dei migranti, al dolore nascosto di chi si trova da solo e in condizioni di povertà; a chi è schiacciato dai pesi della vita; a chi non ha più lacrime, a chi non ha voce. E penso a quante volte, dietro belle parole e suadenti promesse, vengono favorite forme di sfruttamento o non si fa nulla per impedirle. È un peccato grave sfruttare i più deboli, un peccato grave che corrode la fraternità e devasta la società. Noi, discepoli di Gesù, vogliamo portare nel mondo un altro lievito, quello del Vangelo: Dio al primo posto e insieme a Lui coloro che Lui predilige, i poveri e i deboli.

È questa, fratelli e sorelle, la Chiesa che siamo chiamati a sognare: una Chiesa serva di tutti, serva degli ultimi. Una Chiesa che non esige mai una pagella di “buona condotta”, ma accoglie, serve, ama, perdona. Una Chiesa dalle porte aperte che sia porto di misericordia. «L’uomo misericordioso – disse il Crisostomo – è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni, o siano come siano […], il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5).

Fratelli e sorelle, si conclude l’Assemblea Sinodale. In questa “conversazione dello Spirito” abbiamo potuto sperimentare la tenera presenza del Signore e scoprire la bellezza della fraternità. Ci siamo ascoltati reciprocamente e soprattutto, nella ricca varietà delle nostre storie e delle nostre sensibilità, ci siamo messi in ascolto dello Spirito Santo. Oggi non vediamo il frutto completo di questo processo, ma con lungimiranza possiamo guardare all’orizzonte che si apre davanti a noi: il Signore ci guiderà e ci aiuterà ad essere Chiesa più sinodale e più missionaria, che adora Dio e serve le donne e gli uomini del nostro tempo, uscendo a portare a tutti la consolante gioia del Vangelo.

Fratelli e sorelle, per tutto questo che avete fatto nel Sinodo e che continuate a fare vi dico grazie! Grazie per il cammino fatto insieme, per l’ascolto e per il dialogo. E nel ringraziarvi vorrei fare un augurio a tutti noi: che possiamo crescere nell’adorazione di Dio e nel servizio al prossimo. Adorare e servire. Il Signore ci accompagni. E avanti, con gioia!

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Per approfondire leggi anche la Relazione di Sintesi della prima Sessione del Sinodo



Andrea Tornielli - La piccola luce del sinodo nell’ora buia del mondo

Andrea Tornielli
 
La piccola luce del sinodo
nell’ora buia del mondo

Per l’umanità sull’orlo dell’abisso quanto accaduto nelle ultime quattro settimane a Roma rappresenta un segno di speranza. E indica la strada per una Chiesa missionaria che applicando finalmente il Concilio Vaticano II non ha paura delle novità suggerite dallo Spirito Santo


In un mondo che si sta incendiando, ed è sull’orlo dell’abisso di un nuovo conflitto mondiale; in un mondo segnato dall’incapacità di ascolto e dall’odio che fomenta guerre e violenze riflettendosi anche nel continente digitale, che quattrocento persone si siano riunite per un mese lontane da casa per pregare, ascoltarsi, discutere è certamente una notizia. La Chiesa sinodale su cui insiste Papa Francesco rappresenta oggi un piccolo seme di speranza: è ancora possibile dialogare, accogliersi a vicenda, mettendo da parte il protagonismo del proprio ego per superare le polarizzazioni per arrivare a un consenso ampiamente condiviso. Viviamo un’ora buia, un tempo in cui guerre e terrorismi, che massacrano i civili e fanno strage di bambini, si sostengono con il puntello della violenza verbale e del pensiero unico. Un’ora buia in cui persino “pace”, “dialogo”, “negoziato” e “cessate il fuoco” sono diventate parole impronunciabili. Un’ora buia segnata dalla mancanza a tutti i livelli – a partire dai governi e dalle classi dirigenti – di coraggio, di lungimiranza e di creatività diplomatica. C’è davvero da aggrapparsi alla preghiera. C’è davvero da sostenere e seguire una voce profetica capace di levarsi e di elevarsi al di sopra degli interessi, delle ideologie e delle partigianerie: quella del Vescovo di Roma. Nel mondo in fiamme, il sinodo celebrato in questo mese di ottobre rappresenta un piccolo seme, che ci auguriamo gravido di conseguenze per il futuro della Chiesa e dell’umanità intera.

Guardando alla Chiesa e alla sua missione, se si analizza il documento di sintesi di questa prima sessione dell’unico sinodo che avrà il suo epilogo fra un anno – testo votato con un’altissima percentuale di consensi - si scoprono non poche novità. Innanzitutto una ulteriore presa di coscienza della necessità di applicare gli insegnamenti dell’ultimo concilio, a proposito dell’unica chiamata che ci coinvolge tutti in quanto battezzati. In ogni pagina del Vangelo Gesù, che avvicinava tutti e parlava con tutti, viene osteggiato e combattuto dalle caste. I chierici dell’epoca, abituati a mettere pesanti fardelli sulle spalle degli altri, gli scribi, i dottori della legge, i maestri di dottrina. C’è bisogno di guardare al Nazareno per recuperare nella Chiesa, a tutti i livelli, dalla curia romana alla più piccola delle parrocchie, la consapevolezza che ogni ministero è servizio e non potere, e “serve” davvero se avvicina, unisce, rende corresponsabili, crea fraternità, testimonia la misericordia di Dio, non se allontana, non se si arrocca nei privilegi, non se traccia linee di separazione tra chi è ordinato e chi non lo è, non se considera (magari più con i fatti che con le parole) il laico un battezzato di serie B. Allo stesso tempo c’è da evitare anche da parte dei battezzati non chiamati alla vocazione al sacerdozio ma ad altre forme di testimonianza e di servizio nell’unico sacerdozio battesimale, il rischio di volersi clericalizzare e di lasciarsi clericalizzare, per andare oltre alle piccole caste dei “laici impegnati”. Il sinodo sulla sinodalità sarà seme di speranza se il tempo di grazia vissuto dagli uomini (maggioranza, e in maggioranza vescovi) e dalle donne riuniti a Roma verrà testimoniato come metodo da applicare con pazienza in ogni espressione della vita delle comunità cristiane. Non sarà seme di speranza se sarà ridotto a adempimento burocratico, magari mettendolo nel frullatore del linguaggio “ecclesialese” e autoreferenziale un mix di vecchie categorie clericali. Quelle di una Chiesa che a parole dice di volere applicare il concilio ma poi agisce con le categorie preconciliari attraverso prassi consolidate, con i vescovi e i preti che decidono e gli altri battezzati che devono limitarsi a mettere in pratica le loro decisioni.

La relazione di sintesi appena pubblicata parla poi della necessità condivisa di dare maggior spazio alle donne, al genio femminile, al principio mariano così importante nella Chiesa. Anche in questo caso, basterebbe avere il coraggio di guardare di più al Vangelo e di fidarsi maggiormente di Gesù. Sotto la croce, quando apostoli e discepoli (tranne Giovanni) se l’erano data a gambe, c’erano le donne. Mentre Lui moriva, loro sono rimaste. E si deve alla loro intuizione e al loro coraggio di lasciare il cenacolo, il primo annuncio della resurrezione. Alla tomba vuota c’erano per prime donne, non uomini, non gli apostoli impauriti rimasti chiusi in casa. Il primo annuncio della novità più sconvolgente della storia dell’umanità – quella del Dio che si fa uomo, muore per noi e poi risorge facendoci parte di questo destino – è stato fatto da donne, non da uomini. Loro testimoniano ciò che hanno visto, la tomba vuota, loro dicono per prime che Gesù è vivo. Loro fanno la prima omelia sul kerygma, sull’essenziale della nostra fede, agli apostoli e ai discepoli ancora atterriti per quanto accaduto il Venerdì Santo. Basterebbe partire da qui per essere tutti coscienti che le donne vanno valorizzate molto di più ad ogni livello nella Chiesa, vincendo la piaga del clericalismo, malattia purtroppo ancora radicatissima e ripetutamente denunciata dal Successore di Pietro. C’è da sperare che il documento di sintesi del sinodo rappresenti un punto di non ritorno nel recupero delle origini evangeliche anche in questo campo.

Un altro elemento che emerge dal testo votato dai membri del sinodo è quello sull’accoglienza delle persone ferite. Accoglienza dei poveri – la vicinanza a loro e la scelta preferenziale per loro è insegnamento di Gesù Cristo e della tradizione dei Padri della Chiesa, non categoria sociologica o scoperta delle teologie della liberazione – e accoglienza dei migranti nei quali il cristiano non può non vedere rispecchiati i volti della santa famiglia di Nazaret in fuga. Ma anche accoglienza di coloro che sono “irregolari”, che sono distanti, che sono “impresentabili”. Ancora una volta, bisogna tornare al Vangelo e a quella efficacissima sintesi contenuta nelle parole che il Vescovo di Roma ha affidato ai giovani della GMG di Lisbona, ripetendo che nella Chiesa c’è posto davvero per tutti, “todos, todos, todos”. In ogni pagina evangelica vediamo il Nazareno rompere tabù e tradizioni consolidate, scardinare il perbenismo e l’ipocrisia, per abbracciare il peccatore, chi è ferito, chi è scartato, chi non è in regola, chi è corrotto, chi è lontano, chi non è “dei nostri”. A tutti farà bene ritornare alla dinamica di quanto accadde a Gerico nel marzo dell’anno 30, pochi giorni prima della passione, morte e resurrezione di Gesù, quando il Maestro passando sotto il sicomoro alza lo sguardo e chiama il piccolo pubblicano corrotto e odiatissimo da tutti, autoinvitandosi a casa sua. Zaccheo accoglie il Nazareno, riconosce il suo peccato, si converte. Ma questa conversione è la conseguenza per essere stato prima guardato con amore, accolto e inondato di misericordia. Non è un necessario prerequisito. C’è bisogno di una Chiesa capace di guardare così, con lo stesso sguardo di Gesù, ogni donna e ogni uomo, con le loro miserie, con il loro peccato, per farli sentire accolti e accompagnarli con pazienza e tenerezza confidando nell’opera della grazia e del suo agire con i tempi e nei modi di Dio nel cuore delle persone e nelle loro storie.

Infine, come non citare, en passant, i punti in cui la sintesi del sinodo chiede di rivedere il diritto canonico, di proseguire con maggiore convinzione e concretezza sulla via dell’ecumenismo, di valorizzare maggiormente le strutture sinodali già esistenti. E anche di imboccare la via indicata invano da san Giovanni Paolo II fin dal 1995 a proposito del ministero del Papa, quella “di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” (Ut unum sint).

(fonte: Editoriale Vatican News 29/10/2023)

domenica 29 ottobre 2023

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


 XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

29 Ottobre 2023 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la Parola, che il Signore Gesù ci ha rivolta, è luce e guida per il nostro cammino di vita. Con animo lieto e riconoscente innalziamo a Lui, Volto dell’amore e della fedeltà di Dio, le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Ascoltaci, Signore Gesù

 

Lettore

- Tu, o Gesù, hai voluto fare di noi la tua Chiesa, il tuo Corpo, il tuo Popolo, ma noi non sappiamo vivere della tua Parola. Siamo divisi in tante confessioni di fedi, non riusciamo a fare del tuo comando di amore l’unica ragione della nostra vita. Rinnovaci e riversa con abbondanza su tutti i cristiani il tuo Spirito di amore per essere fedeli testimoni del tuo amore. Preghiamo

- Ti affidiamo e ti preghiamo, o Gesù, per il Sinodo dei vescovi, che si sta celebrando in Vaticano. Il tuo Spirito e la tua grazia accompagnino questi giorni di riflessione e di discussione, perché si possa camminare più speditamente sulla via del rinnovamento e della diversa presenza delle donne nelle varie realtà ecclesiali. Preghiamo.

- Converti ed illumina, o Gesù, i governanti del popolo di Israele ed i responsabili dei vari paesi occidentali, che non vogliono ascoltare il grido di dolore, che da 70 anni si leva dal popolo palestinese, privato di una propria autonomia e spinto ad abitare nei campi profughi del Libano e della Giordania. Pietà e sgomento per l’eccidio perpetrato dal gruppo terroristico di Hamas, ma dolore e confusione per vedere la città di Gaza rasa al suolo e ridotta alla fame ed alla sete. Preghiamo.

- Sii vicino, o Gesù, al cammino di tutti gli sposi cristiani. Dona loro di comprendere sempre più profondamente il tuo comandamento dell’amore. Amarsi l’un l’altro è molto di più che provare un sentimento: è decisione ferma di uscire da se stessi e dal proprio egoismo, per accogliere l’altro come parte di sé. O Gesù, aiutaci a comprendere che il primo ministero della famiglia, chiesa domestica, è di testimoniare questo tuo amore gratuito e fedele in un mondo lacerato dall’odio e dal primato dell’autoreferenzialità. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della violenza nelle famiglie e nei quartieri delle città. Accogli tutti nella tua misericordia. Preghiamo.

Per chi presiede

Signore Gesù, donaci la forza del tuo Spirito, affinché prendiamo le distanze da ogni forma di idolatria e volgiamo il nostro guardo verso Dio, amandolo con tutto il nostro essere e amando il prossimo allo stesso modo di come Tu ami noi stessi e tutta l’umanità. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Signore, nei secoli dei secoli. AMEN.