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lunedì 23 marzo 2026

Don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"

"Abbiamo sete di verità e giustizia"
Don Luigi Ciotti

21.03.2026 - Grande partecipazione, in cinquantamila, per la XXXI Giornata della memoria e dell'impegno, organizzata da Libera a Torino.
Dopo la lettura dei nomi delle 1117 vittime innocenti delle mafie, il discorso di don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"



La nostra Memoria, quella che oggi ci dà appuntamento qui, è una memoria viva e la memoria vera ha un costo. Costa fatica, inquietudine. Perché la memoria onesta chiede cambiamento, ci provoca, ci converte, ci mette in discussione. La memoria ci chiede di risarcire il dolore innocente, di dare corpo alla giustizia negata, di portare alla luce le verità nascoste per decenni.

Oggi noi soffriamo di una emorragia di Memoria. E quando perdiamo memoria perdiamo noi stessi, perdiamo l’anima. Ecco perché torniamo a dirlo forte, oggi, proprio oggi: abbiamo fame di verità.

Le mani pulite da sole non bastano. Possiamo avere le mani pulite e tenerle in tasca. Possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Non basta. Perché se abbiamo le mani pulite ma le teniamo in tasca siamo complici. Siamo complici dell’indifferenza. Siamo complici dell’ingiustizia che avanza. E colpisce duro, come sempre, i più deboli, i meno tutelati.

Abbiamo letto dei nomi. Uno per uno. Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono volti. Sono storie. Sono madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni, bambini. Sono persone a cui è stata strappata la vita perché hanno avuto il coraggio di dire no o perché hanno fatto il loro dovere. Noi diciamo a loro, e diciamo a noi stessi: non vi dimenticheremo. Non permetteremo che la vostra morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta.

E allora, amici miei, rigeneriamo i legami. È questo il nostro compito. È questa la nostra missione. Rigenerare i legami. Ricostruire relazioni autentiche. Prenderci cura gli uni degli altri. Perché la mafia, la corruzione, l’indifferenza, vincono quando siamo soli. Quando ciascuno pensa per sé. Quando il «noi» si dissolve in una polvere di individui spaventati.

Noi invece crediamo in un «noi» più grande. Crediamo in una comunità che si sostiene, che si aiuta, che non lascia indietro nessuno. Che non scarica i suoi problemi sui più deboli, ma li affronta insieme. E per questo saremo sempre un po’ sovversivi. Sì, lo ammetto senza pudore. Forse è per questo che i potenti, da sempre, non si fidano di me, non si fidano di noi. Perché siamo ostinatamente fedeli a un sogno. Il sogno che la nostra Costituzione non resti scritta solo sulla carta, ma diventi carne. Carne viva. Pane quotidiano. Dignità e rispetto per tutti. Lavoro. Casa. Futuro. Salute. Istruzione. Cultura. Tutela del Creato. La nostra Casa Comune.

Questo è il nostro sovversivismo pacifico. Questa è la nostra rivoluzione gentile. E allora, andiamo. Con le mani pulite, per costruire. Con gli occhi limpidi, per vedere chi ha bisogno. Con il cuore puro, per non smettere mai di sperare. Grazie Piemonte, Torino. Grazie, ragazze e ragazzi. Grazie, donne e uomini di libertà. Che il 21 marzo non finisca qui. Che la nostra fame non si spenga con questo giorno. La fame di verità e giustizia diventi il pane di ogni nostro giorno. Sempre. Insieme. LIBERI.

(Fonte: sito di Libera)

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Servizio del TG3 RAI

lunedì 12 gennaio 2026

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini, figlio di un'Italia che crede nella pace"

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini,
figlio di un'Italia che crede nella pace"
'Una gioia indescrivibile saperti libero'

Luigi Ciotti, Alessandra Ballerini, Armanda Trentini, Paola Regeni, Claudio Regeni (ANSA)

Bentornato, carissimo Alberto! E' una gioia indescrivibile saperti libero e pronto a rientrare in Italia, dalla tua famiglia e dai tuoi amici.

Ti siamo stati famiglia in tanti, in questo periodo di ingiusta e durissima detenzione.

Tu forse non l'hai saputo, ma abbiamo condiviso coi tuoi genitori Armanda ed Ezio, e con la brava avvocata Alessandra Ballerini, preoccupazione, impegno e speranza. Non li abbiamo lasciati mai soli, non abbiamo lasciato che si spegnesse l'attenzione su di te, prigioniero senza colpe di un sistema di interessi che usa i diritti delle persone come merce di scambio". Così don Luigi Ciotti si rivolge a Alberto Trentini nel giorno della sua liberazione.

"Non avevamo il potere di riportarti a casa, ma sentivamo il dovere morale di sollecitare ogni giorno, a gran voce, chiunque fosse in grado di intervenire- afferma don Ciotti- Ognuno l'ha fatto secondo la propria sensibilità: chi attraverso gli appelli, chi con le manifestazioni, con la preghiera o con il digiuno. Il tuo nome, il tuo sorriso, la tua forza nel sopportare una prigionia senza motivo, ci hanno accompagnati in quest'anno di attesa sempre più febbrile. L'attesa è finita e adesso non ci stanchiamo di ripeterlo: bentornato, Alberto! Bentornato a te giovane uomo generoso, figlio di un'Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani. E che naturalmente si rallegra anche per gli altri detenuti restituiti oggi ai propri Paesi e alle proprie famiglie!".

"In questi lunghi mesi abbiamo fatto di tutto per sentirti vicino, anche mettere un po' della tua passione civile nel nostro impegno quotidiano. Grazie perché, anche senza poterci parlare, ci hai insegnato qualcosa. Oggi la felicità di saperti libero supera qualsiasi riflessione su come la tua liberazione sia infine arrivata. Ma un pensiero va al popolo del Venezuela e in particolare ai suoi abitanti più poveri e fragili, ai quali tu volevi portare aiuto e che oggi affrontano nuove prove. La speranza è - conclude- che anche per loro si costruiscano nel tempo quei diritti e quella giustizia sociale che dovrebbero essere garantiti a ogni comunità umana".
(fonte: ANSA 12/01/2026)

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Il caso di Alberto Trentini, detenuto 423 giorni
Dall'arresto alla liberazione, le tappe della vicenda



La detenzione di Alberto Trentini in Venezuela è cominciata il 15 novembre 2024.

L'operatore umanitario veneziano, 46 anni, si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della Ong 'Humanity & Inclusion', impegnata nell'assistenza alle persone con disabilità.

Trentini, che era arrivato a Caracas il 17 ottobre, è stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali. Quando è stato arrestato non aveva con sé le medicine di cui ha bisogno. Ha trascorso 423 giorni in un carcere di massima sicurezza alle porte della capitale venezuelana.

Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione. Per oltre due mesi le autorità non hanno fornito notizie né hanno permesso alcun contatto con lui. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano "attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva" garantendo "massima attenzione fin dall'inizio".

Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante dal carcere di Caracas ha parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì "un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica".

Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull'impegno delle istituzioni, garantendo che "il governo è al lavoro per riportarlo a casa".

Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante la donna, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l'esecutivo. "Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano - ha detto - E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita".

Una linea che si è poi ammorbidita. "La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza" hanno affermato proprio mercoledì i genitori di Alberto: "Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione".

Infine oggi 12 gennaio 2026 la notizia tanto attesa, quella della liberazione, annunciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, con la soddisfazione espressa dalla premier Giorgia Meloni. Sollievo e gioia per la famiglia di Alberto Trentini.
(fonte: ANSA 12/01/2026)

giovedì 6 novembre 2025

Don Luigi Ciotti: "Non combatteremo la vostra guerra"

Don Luigi Ciotti:
"Non combatteremo la vostra guerra"

Chi ci governa presenta il riarmo come una scelta obbligata, da perseguire anche a spese del welfare. Serve contrattaccare sul piano morale, alzare la voce: se vuoi la pace, prepara la pace


Fin dall’antichità i potenti provano a convincerci che "se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la guerra". E anche se il mondo è radicalmente cambiato negli ultimi decenni, dopo la tragedia delle guerre mondiali, questa massima continua a dettare la linea. Secoli di progresso scientifico e tecnologico, filosofico, politico e sociale non sono bastati a ribaltare la prospettiva. Denunciamo gli orrori delle guerre lontane – sempre meno! – da noi, ma nulla facciamo per prevenire quelle che potrebbero travolgerci a breve. Invece di ripudiare l’ipotesi di nuove guerre, come vorrebbe la Costituzione, pensiamo a farci "trovare pronti". Pronti a combattere, s’intende.

Senza se e senza ma

La scelta di riarmo che l’Europa porta avanti compatta si spiega prima di tutto col rifiuto di abbandonare questa logica arcaica. Si compilano pagine e pagine di analisi, si organizzano convegni e incontri istituzionali di alto profilo per capire quando e quanto investire in nuovi armamenti, in una discussione senza se e senza ma: le classi dirigenti sembrano dare la guerra per scontata.

Non sono un esperto di geopolitica, e non mi permetto di confutare le previsioni degli analisti che da anni studiano le mosse dei vari Paesi, europei e non. Eppure mi sembra che se qualcosa dovrebbe caratterizzarci, come democratici, è l’apertura all’imprevisto e al cambiamento. L’idea che la volontà dei popoli possa evolvere ed esprimersi in una direzione diversa dal passato. Lo abbiamo visto accadere: da ottant’anni le nazioni europee, che si erano dilaniate senza sosta per secoli, riescono a convivere in pace. E quando la pace è stata interrotta, come è accaduto durante il conflitto nei Balcani, abbiamo sentito quella violenza come una ferita nel corpo vivo del Continente. Questa pace ha portato benessere, diritti e il rafforzamento dei meccanismi di governo sovranazionali, ha contagiato le nazioni vicine. La gente ama la pace! Qualsiasi sondaggio d’opinione lo dimostra. E persino l’affermazione elettorale di alcune forze politiche sovraniste sembrerebbe poggiare – anche – sull’idea che un maggiore isolamento internazionale significhi un minore rischio di conflitto sul proprio territorio.

Le altre armi spuntate

A dispetto di questo, l’Europa sceglie la strada della deterrenza armata. Ci viene detto che è una scelta obbligata, dettata dalle mosse minacciose dei nostri "nemici", primo fra tutti la Russia di Putin con altre dittature sue alleate. Non voglio certo difendere quel tipo di personaggio e i suoi metodi aggressivi, sciagurati in politica interna prima ancora che fuori dai confini.

Eppure mi chiedo: davvero dobbiamo ingaggiare con quella parte di mondo un confronto sul piano della forza? Se ci teniamo a difendere la nostra libertà, e le specificità del nostro modello di vita e di governo, non dovremmo piuttosto spostare il confronto sul piano dell’etica? Non possiamo provare a vincere con le armi della pace? Con la verità, la giustizia, il dialogo, il progresso economico e sociale? Forse non lo facciamo perché in fondo siamo consapevoli che, anche nel nostro decantato mondo occidentale, si tratta di armi spuntate, rese deboli dal prevalere di interessi assai meno nobili, che non hanno nulla di collettivo né di pacifico.

Ha detto Papa Leone XIV: "Come è possibile che ci sia pace in un mondo che si affida alla legge del più forte e del più ricco, a scapito del diritto internazionale?". Mi pare che questo richiamo sia ugualmente valido per l’Oriente e l’Occidente, il capitalismo nelle sue varianti socialista o liberista, le dittature e le democrature, chi punta ad ampliare militarmente i propri confini e chi invece li difende facendo la guerra al più derelitto degli “eserciti”: quello delle persone migranti in cerca di dignità.

Alziamo la voce

La pace è l’arte del compromesso, cioè del promettersi insieme qualcosa che ci fa contenti a metà per salvarci da una distruzione completa. Una promessa fatta con le armi in pugno però non vale nulla, come vediamo bene con la fragilissima e ambigua tregua firmata di recente in Palestina, dove chi avallava le distruzioni ha deciso che adesso è più lucroso ricostruire.

Secondo gli ultimi dati, sono in corso 59 guerre nel mondo. Hanno radici storiche, economiche e sociali diversissime, ma tutte si legano a quella vecchia e ormai logora idea: per avere la pace, devi preparare la guerra. Devi armarti e aspettare il minimo pretesto per attaccare. Questo ha portato nel 2024 a un record nella spesa militare globale, che ha toccato i 2.718 miliardi di dollari. I nuovi obiettivi della Nato prevedono inoltre di portare al 5 per cento del pil gli investimenti bellici entro il 2035, che per l’Italia vorrebbe dire spendere 100 miliardi di euro in più, le stesse che non si trovano per il welfare, l’istruzione, la salute, i diritti di base!

Come ha detto bene Papa Francesco, è il momento di "scardinare tale logica e procedere sulla via di un disarmo integrale, poiché nessuna pace è possibile laddove dilagano strumenti di morte". I giovani che hanno riempito le piazze in Italia e non solo in difesa di un popolo inerme massacrato mi danno la speranza che sia finalmente arrivato il tempo di contrattaccare, sul piano ideologico e morale. Se vuoi la pace, prepara la pace! Armati di santa pazienza, studia la lingua del tuo vicino, pratica la nonviolenza a partire dai rapporti più intimi, familiari e sociali. Usa parole disarmate e disarmanti. E alza la voce, se serve. Ma soltanto per dire: no grazie, io quell’arma non la prendo, io la tua guerra non la combatto.

(fonte: lavialibera 01/11/2025)


martedì 21 ottobre 2025

“La verità non si imbavaglia”: l’appello di don Ciotti dopo l'attentato a Ranucci

“La verità non si imbavaglia”:
l’appello di don Ciotti dopo l'attentato a Ranucci

La solidarietà di don Luigi Ciotti al giornalista di Report: «Difendere chi cerca la verità è difendere la democrazia»


Due auto che bruciano nella notte sotto casa del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. La sua e quella della figlia. È l’ultima, inquietante minaccia contro chi fa informazione libera e senza compromessi.
Un episodio che ha scosso il Paese, suscitando una vasta ondata di solidarietà dal mondo politico, civile ed ecclesiale. Tra le voci più forti e lucide, quella di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera del Gruppo Abele, da sempre in prima linea per la giustizia sociale e la tutela di chi cerca e racconta la verità.

«L'attentato a Sigfrido Ranucci è un fatto grave prima di tutto perché ha messo a rischio la sua vita e quella della figlia. La preoccupazione per la loro incolumità è il tema centrale. Ma il secondo tema ci riguarda tutti da vicino.

Vediamo un'intimidazione violenta nei confronti di un giornalista con la schiena dritta, abituato a cercare la verità fuori da qualsiasi condizionamento. Questo tipo di giornalismo svolge un servizio enorme nei confronti della democrazia. Un'informazione seria, approfondita e indipendente è infatti l'unica in grado di assicurare ai cittadini e alle cittadine quegli strumenti di consapevolezza che possono orientarli nella partecipazione alla vita pubblica, dal voto alle piccole e grandi scelte quotidiane in ambito economico, sociale ecc.

Ecco perché dico che chi colpisce Ranucci, sta colpendo tutti noi. Tutti dobbiamo sentirci in pericolo, perché minacciare l'informazione, cercare di metterle un bavaglio, significa attentare alla nostra capacità di capire e decidere.

Le doti professionali di Sigfrido Ranucci, e del prezioso staff che lo affianca, non sono in discussione. Eppure non è per la bravura che hanno voluto colpirlo. È per l'etica. Per la fedeltà a un'idea di giornalismo che non si piega alle convenienze, ai conflitti di interesse, al desiderio di "piacere a tutti".

L'etica nell'informazione è garanzia di un racconto onesto dei fatti e di una ricerca sempre coraggiosa della verità.

Questa verità Sigfrido e i suoi colleghi e colleghe hanno continuato a cercarla anche quando diventava scomoda, perché li metteva in difficoltà di fronte a certi poteri, o li esponeva a ritorsioni sul piano politico e giudiziario.

Oggi siamo noi che dobbiamo metterci "scomodi" e interrogarci, come comunità di lettori, telespettatori e fruitori dell'informazione. Questo atto violento è un terribile campanello d'allarme: deve farci sentire più responsabili nei confronti di chi ogni giorno si spende per offrirci strumenti di lettura della realtà non viziati da interessi di parte, sensazionalismi o obiettivi di mero guadagno.

Siamo ancora in grado di riconoscere e sostenere le iniziative editoriali di valore, di investirci attenzioni, fiducia e risorse?

La qualità del giornalismo ha un costo. E questo costo non lo possono pagare i giornalisti sulla propria pelle, come accade purtroppo spesso nelle zone di guerra, o come è accaduto in Italia ad alcuni bravi cronisti che studiavano il crimine organizzato. A quarant'anni esatti dalla morte di Giancarlo Siani, quella storia torna di stretta attualità. Ma vogliamo che abbia un finale diverso», conclude don Luigi Ciotti.

Le parole del fondatore di Libera suonano come un richiamo collettivo. L’attacco a Sigfrido Ranucci non riguarda solo un uomo o una redazione: riguarda il diritto di tutti a conoscere la verità. Difendere chi fa informazione libera e coraggiosa significa difendere la democrazia stessa.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Luca Cereda 18/10/2025)

martedì 26 novembre 2024

Auguri a mons. Luigi Bettazzi: «Uomo innamorato di Dio, vescovo credibile, testimone del Concilio, profeta della pace e della giustizia.» Il ricordo di Don Ciotti e del Gruppo Abele

Auguri a mons. Luigi Bettazzi 
«Uomo innamorato di Dio, vescovo credibile, testimone del Concilio, profeta della pace e della giustizia.»
(26 novembre 1923 – 16 luglio 2023)


La ricerca di verità, oltre le convenienze

Il nostro saluto a Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea e a lungo Presidente di Pax Christi, scomparso il 16 luglio 2023. La sua voce profetica ha spesso illuminato anche il nostro cammino

L’amicizia del Gruppo Abele con Luigi Bettazzi arriva da lontano. Un’amicizia fondata sul suo stretto legame personale con Luigi Ciotti, ma anche su una comune lettura del mondo e dei suoi problemi, in particolare rispetto al tema della pace da costruire attraverso la giustizia.
La sua è stata fino all’ultimo una voce lucida, profetica, rispettosa della verità e mai delle convenienze. Come da sempre siamo stati abituati ad ascoltarla.

Ricordiamo i suoi interventi ai primi corsi dell’Università della Strada, quando aveva sede sulla collina di Murisengo proprio accanto alla comunità di Cascina Abele. E poi tanti altri momenti di condivisione, anche su temi scomodi. Perché Luigi Bettazzi non si sottraeva mai al dialogo ed era capace di tenere sempre al centro della riflessione la persona e i suoi bisogni, non la dottrina con le sue rigidità. Fu così ad esempio quando nacque Davide e Gionata, l’associazione creata per interrogare la Chiesa sul rapporto fra omosessualità e fede: un percorso non semplice, che insieme a noi scelse di accompagnare.
Ricordiamo la sua presenza accanto a un altro grande amico, don Tonino Bello, che gli successe alla guida di Pax Christi con altrettanta profondità e autorevolezza, purtroppo per un tempo breve.

Oggi salutiamo Monsignor Bettazzi rievocando le sue preziose parole in occasione dell’ultimo incontro in cui ci ha fatto dono della sua saggezza, un corso di Casacomune del maggio 2019 presso la Certosa 1515 di Avigliana.

(…) Rispetto all’insieme del mondo, io sono ottimista. Se il buon Dio alla fine lo ha fatto, credo ne valesse la pena. Impegnarci è sempre positivo: magari ci sembrerà di fare poco, che valga poco, ma col tempo qualcosa succederà. Se siamo al mondo è per contribuire a lasciarlo migliore di quando siamo nati.”
(fonte: Gruppo Abele)

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Don Ciotti ricorda Luigi Bettazzi: «Uomo di pace e di giustizia»


Parlare e ricordare nella sua città un personaggio dello spessore storico, morale, intellettuale come monsignor Luigi Bettazzi non è semplice. Il religioso, per 33 anni (dal 26 novembre 1966 al 20 febbraio 1999) vescovo di Ivrea, scomparso lo scorso luglio, è infatti nel dna degli eporediesi, nel loro cuore e nel loro animo. Una sola frase, parola, aggettivo banale o fuori luogo o un’affermazione mal interpretata potrebbero indebolire o banalizzarne lo sforzo descrittivo. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, sotto scorta per le sue battaglie contro la mafia, intervistato dal giornalista Lodovico Poletto (nato in Canavese, dove conserva profonde radici familiari e professionali), è riuscito a tratteggiare il “mito” di Bettazzi, aggiungendo e non togliendo brillantezza alla figura e alla storia di una personalità prestigiosa, amata, quasi venerata a Ivrea.

«È stato un uomo innamorato di Dio e della giustizia, un vescovo credibile» è stato il passaggio finale di don Ciotti, accompagnato dagli applausi della sala.

«Noi oggi siamo qui a parlarne col piglio degli storici, ma lui era proiettato nel futuro» ha catturato così l’attenzione del pubblico don Ciotti, che di Bettazzi era amico fraterno e con lui ha sostenuto battaglie per la giustizia sociale e civile.

E poi via con un album di ricordi che andrebbe trascritto in un libro. O meglio, in un saggio «perché Bettazzi - ha confidato don Ciotti - era un brillante pensatore, un fine teologo, un intellettuale che aveva l’ardore di andare controcorrente: aveva il coraggio di avere coraggio». Così ha ripercorso anni e anni di battaglie per la pace, quella vera, «quella che la diplomazia non cerca più, frenata dagli interessi di parte», stigmatizza il fondatore di Libera.

«Bettazzi, e lo dico con forza, è stato profeta della pace e della giustizia. Lo è stato con le sue parole, con il suo esempio, con i suoi scritti. Sempre lucido. Sempre pungente» ha detto don Ciotti. «Era il paladino dei poveri in una Chiesa povera, e questo gli ha attirato non poche antipatie».

«Un vescovo rosso, un prete comunista. Così lo avevano definito», lo ha provocato Lodovico Poletto.

«Un sacerdote che stava sempre e comunque dalla parte degli operai, ma che sapeva parlare, e lo sapeva fare bene, anche con gli imprenditori, i finanzieri, gli industriali» ha ricordato don Ciotti. «Era un uomo libero che amava navigare in mare aperto. Lo ha fatto sino alla soglia del secolo di vita. Per i suoi cento anni eravamo pronti ad arrivare a Ivrea e festeggiarli con lui. Si è spento quattro mesi prima». E don Ciotti, sceso dal palco, tra gli applausi, ha guardato verso il grande schermo dove era proiettata una bellissima immagine di lui con Bettazzi. In mezzo alla gente.
(fonte: La Sentinella del Canavese, articolo di Mauro Giubellini 15 Novembre 2024)

sabato 21 settembre 2024

Don Luigi Ciotti: "Ogni volta che le leggi sono figlie della paura, e non ancelle della speranza, sta ai cittadini ribellarsi e chiedere leggi migliori"


Referendum cittadinanza

Don Luigi Ciotti:
"Ogni volta che le leggi sono figlie della paura, e non ancelle della speranza, sta ai cittadini ribellarsi e chiedere leggi migliori"


La democrazia diretta è l’ultimo strumento nelle mani dei cittadini di fronte all’inerzia della politica. E sul tema della cittadinanza buona parte della politica è inerte da troppo tempo, vittima di rigidità ideologiche difficili da comprendere.

Agevolare oppure ostacolare l’accesso alla cittadinanza per le persone di origine straniera è vista come una questione di principio: il frutto di un ragionamento astratto su cosa sia meglio per l’Italia. Il referendum vuole invece mettere l’accento sulle ricadute concrete di questa scelta, cioè sui suoi vantaggi per tutti gli italiani: sia coloro che lo sono già, sia quelli che desiderano diventarlo.

Accorciare i tempi di accesso alla cittadinanza significa accorciare le distanze fra le persone e i loro diritti di base. Significa, sopratutto nel caso dei più giovani, far crescere il senso di appartenenza a una comunità e di conseguenza il sentimento di adesione alle sue regole. È dal godimento dei diritti che nasce la consapevolezza dei doveri, non il contrario! Se mi sento accolto e riconosciuto dalla collettività, messo in condizione di dare un contributo al suo sviluppo attraverso i miei talenti, non mi tirerò indietro. Se invece mi vedo trattato diversamente dagli altri, sottoposto a lunghe attese e mille ostacoli per raggiungere i medesimi traguardi, come si potranno pretendere da me la stessa lealtà e lo stesso impegno?

Lo so anche per averlo vissuto sulla mia pelle, da piccolo figlio di emigrati veneti a Torino: quando vedono una disparità di trattamento da parte degli adulti, fra i bambini scattano le discriminazioni e i conflitti, c’è chi si sente superiore e chi soffre perché invece viene messo da parte.

Ecco perché per anni abbiamo chiesto una riforma normativa nel senso dello ius soli – l’attribuzione della cittadinanza a chiunque nasca sul suolo italiano, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori – o dello ius scholae – la cittadinanza legata alla frequenza delle scuole nel nostro Paese. Continuiamo ad auspicare che questo tipo di riforma diventi presto realtà! Ma nel frattempo ci sono centinaia di migliaia di vite che non possono restare ostaggio delle divisioni e delle arretratezze culturali di certa politica. Perciò è importante che chi ha davvero a cuore l’inclusione e l’universalità dei diritti firmi subito la proposta di referendum e si spenda per farla conoscere.
La Costituzione italiana ha quattro pilastri: libertà, giustizia, uguaglianza, rispetto della dignità della persona. Ma siamo noi i mattoni che tengono quei pilastri in piedi. A ciascuno di noi è affidata la robustezza dell’edificio costituzionale e dunque la solidità della democrazia. Aggiungere nuovi mattoni significa dare forza alla Repubblica! Ce lo dimostrano tutti quei cittadini e cittadine arrivati da lontano che ogni giorno studiano, lavorano, ingaggiano battaglie civili e pagano le tasse nel nostro Paese. L’altro, gli altri, sono il termometro della nostra umanità. Non può essere la disumanità a ispirare le leggi, ed è nostro dovere fermare la deriva etica di quel pezzo di mondo che abbandona alla deriva l’umanità più povera e fragile.

La ricerca dell’armonia nella nostra società non può allora prescindere dall’unico conflitto che ha sempre senso sostenere: il conflitto delle coscienze. Guardiamoci attorno e poi guardiamoci dentro, apriamo un dialogo anche acceso con la nostra coscienza. Perché la cosa peggiore è avere una coscienza pacificata e inerte, pronta a lasciarsi suggestionare dalle letture “di comodo”. Non cediamo alla propaganda di chi, per puro tornaconto elettorale, enfatizza i crimini commessi da una minoranza di persone straniere, per avvalorare l’idea che vadano tenute fuori dalla nostra comunità. Apriamo invece gli occhi sull’inadeguatezza delle politiche migratorie di cui spesso quei crimini sono frutto: politiche che speculano sulla disperazione delle persone migranti e ne mortificano la dignità.

Ogni volta che le leggi sono figlie della paura, e non ancelle della speranza, sta ai cittadini ribellarsi e chiedere leggi migliori. Ogni volta che il “diritto” calpesta i diritti servono cittadini con la coscienza vigile, pronti ad accorgersene e insieme agire per un cambio di rotta. Non fermiamoci allora alla questione di principio, ma teniamo ben presente il fine di questo referendum: ampliare la platea dei cittadini veri, svegli, consapevoli, capaci di assumersi gli impegni che questo ruolo richiede. Per avere un’Italia più giusta, più responsabile e dunque anche più sicura. 
Luigi Ciotti

E' possibile sottoscrivere il referendum sulla cittadinanza entro il 30 settembre accedendo a referendumcittadinanza.it

(fonte: Libera 19/09/2024)


giovedì 7 marzo 2024

Don Luigi Ciotti: Ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale e una responsabilità civile.

Don Luigi Ciotti
 
Ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale e una responsabilità civile.
 
Preti minacciati. Tutti insieme ai costruttori di giustizia*

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Nelle ultime settimane abbiamo saputo di nuove minacce contro alcuni sacerdoti, da parte di ambienti mafiosi. E c’è chi, anche con intenti lodevoli, ha parlato di “preti antimafia”, “preti di frontiera”. Queste definizioni però non aiutano, lo dico come qualcuno che se le è viste attribuire a sua volta. Non sono d’aiuto perché fanno passare l’idea che l’opposizione al crimine organizzato sia un’opzione facoltativa, e non una necessità ovvia per chi predica il Vangelo. Noi siamo sacerdoti come gli altri, coi nostri limiti, le nostre fatiche, ma anche con la gioia di spendere la vita per dare vita. Sappiamo che testimonianza cristiana e responsabilità civile devono saldarsi, per offrire un esempio coerente di servizio alle persone. La Parola di Dio è spesso scomoda, provocante, “urticante”, come diceva don Milani, ma è parola di vita e speranza. Aveva ragione il cardinale Carlo Maria Martini nell’osservare che “missione della Chiesa è essere coscienza della società in cui vive e voce propositiva dei valori più alti e spirituali”.
Senza dimenticare, secondo l’insegnamento continuo di papa Francesco, che la Chiesa deve abitare la storia, non può rimanere ai margini della lotta per la libertà, la dignità, l’uguaglianza, il rispetto dell’ambiente: tutti i cristiani sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Anche se, come ha detto sempre il Papa, ad alcuni “dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia”. Noi sacerdoti abbiamo il compito di tradurre quella Parola in ogni contesto, dunque anche di “sporcarci le mani” nelle grandi questioni sociali. Ecco perché dico che dobbiamo rifiutare certe etichette, e l’idea che esistano delle “specializzazioni” nel nostro ruolo. Sono immagini stereotipate che non rispettano la ricchezza della missione che abbiamo scelto, quella di saldare la Terra con il Cielo. Ognuno ha la sua vocazione, nella Chiesa come nella vita. A me fu affidata, da padre Michele Pellegrino, una parrocchia inusuale: la strada. Ma qualsiasi parrocchia ha le sue specificità e difficoltà, anzi, possiamo dire che non esista una realtà più complessa: lì accompagni la vita delle persone, dalla nascita alla morte, ti trovi ad ascoltare e consolare, a misurarti con le situazioni più delicate. Tocchi davvero con mano le preoccupazioni e il sentire della gente. Ed è per questo che ai bravi preti di alcuni territori, che ce la mettono tutta per costruire spirito di comunità e usano parole ferme rispetto al male, la mafia risponde.
Facciamo un passo indietro di una trentina d’anni: un momento cruciale. Dopo l’accorato discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento, il 9 maggio 1993, la mafia è “stizzita”. Il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia fa una dichiarazione che ci aiuta a capire cosa accadrà di lì a poco: “Gli uomini d’onore mandano a dire ai sacerdoti di non interferire”. Ecco la parola chiave, “interferire”. I boss si sentono toccati e destabilizzati dall’autorevolezza del Papa, dalle sue parole cristalline contro il crimine. Così il 27 luglio 1993 due attentati con esplosivo colpiranno San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma. È una risposta alle “interferenze”. Altre più tragiche verranno: gli omicidi di don Puglisi e don Diana.
A trent’anni di distanza da quei fatti, e di fronte e nuove minacce più o meno esplicite, non possiamo voltarci dall’altra parte. Vogliamo che la gente veda che viviamo il Vangelo senza compromessi, senza timidezze, senza paura. Per questo i sacerdoti minacciati non vanno lasciati soli. Devono sentire che la comunità cristiana cammina compatta insieme a loro. In questa come in altre circostanze, dobbiamo ribadire che c’è una totale convergenza tra la servitù al Signore e il servizio per il bene comune.
È ovvio che siamo contro l’illegalità, la corruzione, le mafie, ma il nostro impegno dev’essere soprattutto per.
Siamo chiamati a costruire quelle opportunità in positivo che sono la prima forma di prevenzione del malaffare: educazione, diritti, giustizia. Percorsi che diano libertà, dignità e speranza alle persone. Tanti vorrebbero che ci limitassimo a predicare e “curare la salute delle anime”. Ma noi abbiamo il dovere di pensare al benessere dei nostri fratelli e sorelle già qui sulla terra, di curare la salute dei rapporti sociali e aprire delle brecce persino dove sembra impensabile. Il nostro obiettivo è collaborare per la conversione anche di chi ha commesso dei reati terribili. Non dobbiamo demordere, bisogna sempre sperare che sia possibile! Oggi vediamo minacciati sacerdoti giovani che vanno a ogni costo incoraggiati. È normale che attraversino questo momento di prova con smarrimento, e chi ha più anni, con grande umiltà e rispetto, li deve sostenere. A volte bastano piccoli segni di affetto per restituire fiducia. E molto conta l’esempio. Noi con loro, dobbiamo sempre più vivere il Vangelo nella sua essenzialità spirituale, nella sua intransigenza etica e anche nel suo intrinseco significato politico. Ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale e una responsabilità civile. Facciamo qualche bella “telefonata” al Padreterno – non si paga neanche la bolletta – perché ci dia una spinta per andare avanti, e la dia soprattutto ai quei sacerdoti e a quei laici impegnati nei territori più difficili. La luce del Signore possa illuminare il loro cammino e schiarire le menti di chi è loro ostile.

*Articolo: "Preti minacciati. Tutti insieme ai costruttori di giustizia" pubblicato su Avvenire
(fonte SIR 06/03/2024)




venerdì 2 febbraio 2024

Don Luigi Ciotti: Solidarietà a Ilaria Salis

Don Luigi Ciotti
Solidarietà a Ilaria Salis 

Le parole di Luigi Ciotti sul caso di Ilaria Salis, detenuta in Ungheria in condizioni che ledono la sua dignità  


Ci sono situazioni in cui tacere è una colpa, mentre parlare è un obbligo morale e una responsabilità civile.
Penso a Ilaria Salis, che tutti abbiamo visto umiliata e incatenata in tribunale, in occasione del processo che la vede coinvolta in Ungheria. La giustizia, in qualsiasi Paese, prevede che si debbano pagare eventuali reati, e proprio a questo dovrebbe servire un processo: appurare se il reato sussiste, e di quale entità. Ma la pena consiste in una temporanea privazione della libertà personale, non della dignità umana che è un bene inalienabile.

Vediamo Ilaria doppiamente ferita: nell’attesa lunghissima di un processo per fare chiarezza sui fatti di cui la si accusa, e nelle condizioni vergognose della detenzione che subisce. Calpestare intenzionalmente la dignità delle persone non significa fare giustizia, ma cercare vendetta. È possibile che nella “civile” Europa si tollerino atteggiamenti simili, da parte delle istituzioni di un Paese che si dice democratico?

Oggi molti sono portati a pensare che uno stato “forte” sia uno stato giusto, dove però quella forza non è intesa in termini di autorevolezza degli organi di governo, e tenuta delle istituzioni democratiche, ma come prepotenza nei confronti dei cittadini inermi.
Dobbiamo uscire da questo equivoco, se vogliamo garantire i diritti di Ilaria Salis e non solo. La sua situazione, che sentiamo vicina perché riguarda una cittadina italiana in terra straniera, ci obbliga ad aprire gli occhi anche sulle ingiustizie che colpiscono altri: i detenuti sottoposti a trattamenti simili, in Ungheria come altrove, o le persone di origine straniera che in Europa sono spesso alla mercé di leggi punitive e di una burocrazia ostile.

Chiediamo che ci sia un sussulto da parte della politica e di tutti gli organi competenti, affinché si arrivi al più presto a ripristinare condizioni di detenzione accettabili per Ilaria, e la giustizia faccia velocemente il suo corso. È fondamentale che non debba scontare neppure un giorno in eccesso di una pena che ancora neppure sappiamo se abbia fondamento.
(fonte: Gruppo Abele)


martedì 3 ottobre 2023

Don Luigi Ciotti: "Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!..."

Don Luigi Ciotti: "Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!..."


Don Luigi Ciotti intervistato da Diego Bianchi a Propaganda Live venerdì 29 settembre

Problema migranti

"... Il problema dei migranti, che ci poniamo spesso, sono delle deportazioni indotte. Hanno il diritto, come ci ricorda Papa Francesco, di restare nella loro terra, se ci sono le condizioni ... l'Africa sarebbe ricca se noi non gli portassimo via i suoi patrimoni, adesso però li respingiamo sempre e questo credo che sia una grande vergogna e questo è mortificante... 
Da 40 anni il gruppo in cui io vivo è in Africa, in Costa d'Avorio, che viene considerato Paese sicuro, ma guarda caso ho visto bambini morire di fame, di sete, perché non hanno l'accesso ai farmaci, che qui sarebbero facili da trovare... c'è la disperazione e noi li chiamiamo Paesi sicuri, andiamo a offrirgli quattro soldi perché si riprendano i migranti. È questo il modo di affrontare i problemi dell'umanità? Grida vendetta vedere tutto questo ... non fa onore al nostro Paese. 

Fa onore sentire che vogliono lottare contro i mandanti dei grandi traffici, su questo siamo d'accordo tutti, ma creiamo i flussi regolari perché le persone che sono nel bisogno possano essere accolte, accompagnate, rispettate, riconosciute. È stata la storia anche di milioni di italiani ... 

È mortificante vedere che si mandino le navi, le ong nel porto più lontano; lo si fa sulla pelle della disperazione e della sofferenza della gente, e di fronte a questo non si può stare zitti! Non dobbiamo stare zitti nessuno perché la malattia più terribile è sempre delegare qualcuno che dica delle cose, dobbiamo sentire il dovere di parlare e fare emergere questa ingiustizia; abbiamo questa responsabilità...

Il prezzo della libertà da un cpr è più o meno di 5000 euro... prezzo fissato dal Governo.
... Usiamo la nostra testa, la nostra intelligenza rischiamo di avere nel nostro Paese una cosa che non va bene, perché rischiamo che emerga sempre di più la politica della forza e non la forza della politica ...

Sui ragazzi minori che non riescono a dimostrare l'età... la maggior parte non riesce perché in alcuni Paesi non hanno neanche il registro delle nascite... I ragazzi cercano di diminuire l'età, ma le ragazze di aumentarla, perché qualcuno gli ordina di fare questo ... è il circuito della prostituzione.

Il problema sono anche gli italiani, ci vuole una rivoluzione delle coscienze che parte da qua (dal cuore) perché non è possibile accettare queste modalità questi linguaggi e queste politiche.

 Problema mafia

"... Non possiamo dimenticarci che l'ultima mafia è sempre la penultima perché possono scomparire alcuni personaggi, ma l'ultima mafia è sempre la penultima, perché nel codice genetico dei mafiosi c'è sempre un imperativo: il rigenerarsi; è la storia che ci ha consegnato questo.

E noi non possiamo continuare a tagliare la mala erba solo in superfice, quello che viene fatto da 150 anni, dobbiamo estirpare il male alla radice... è veramente una grande sfida culturale, educativa, sociale. Lotta alla mafia vuol dire casa, lavoro, cultura, scuola, sanità che funziona, vuol dire le politiche sociali. Continuiamo solo a rincorrere i sintomi, ma dobbiamo estirpare il male alla radice, non dimenticandoci che oggi le mafie restano uguali sempre alla loro sostanza, ma hanno cambiato la modalità, strategie, usando anche le nuove tecnologie, hanno aperto fronti diversi e quindi ci vuole ancora uno scatto in più, ma la risposta oggi deve essere una risposta collettiva, ci vuole anche qui una rivolta delle coscienze... 

Non possiamo da 150 anni continuare a parlare di mafia, se solo affidiamo questo compito, e lo dico con rispetto e gratitudine, a chi dà una risposta giudiziaria e fa quelle inchieste, e non affrontiamo l'altro nodo... L'Italia è all'ultimo posto in Europa per la povertà educativa. ... 

Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!...".


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martedì 29 agosto 2023

Don Luigi Ciotti: Contro le mafie. Il Vangelo è strumento di giustizia

L’intervento di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera - Associazione contro le mafie, a Castel Gandolfo in occasione dell’Incontro delle presidenze diocesane dell'Azione Cattolica

Contro le mafie.
Il Vangelo è strumento di giustizia


Sono molto grato all’Ac, sono emigrato dal veneto a Torino, la mia famiglia era molto povera. Credo che mi abbia salvato la parrocchia, e credo che mi abbia salvato nell’adolescenza essere in Ac – cosi don Luigi Ciotti, presidente di Libera – Associazione contro le mafie, intervenendo all’Incontro delle presidenze diocesane di Azione cattolica. Credo che mi abbia insegnato molto nell’adolescenza, mi ha dato il desiderio di lasciarmi mangiare dai poveri. Ho imparato grazie a dei punti di riferimento che ho trovato in quegli anni in quella parrocchia, nell’associazione dove sono cresciuto, e oggi nel sacerdozio, che non siamo noi che salviamo e convertiamo, è Dio che fissa gli appuntamenti con la gente. A Dio chiedo di aiutarci a fissare questi appuntamenti. Io credo che Dio ci chieda questo. È per questo che con il Gruppo Abele noi siamo al servizio della gente. Qui sono nati molti Noi, tra cui Libera.

Oggi le mafie sono ancora più forti

Libera è associazione di associazione e l’Ac fin dalla prima ora ne ha fatto parte. Oggi sono 1600 le associazioni che ne fanno parte e l’Ac ne fa parte dalla prima ora. Tante associazioni diverse, perché c’è bisogno di mettere insieme tutte le nostre forze per diventare una forza. Il problema delle mafie si è globalizzato. Oggi le mafie sono più forti di prima, e sono più forti di ieri nel nostro Paese; ma l’immaginario della gente si è fermato a Capaci. Grazie al sacrificio della gente molte cose sono cambiate, c’è meno sangue, c’è meno avvertimento di violenza, ma loro sono ancora più forti.

Nel nostro Paese a fare la differenza è l’indifferenza

Oggi nel nostro Paese a fare differenza è l’indifferenza. Siamo passati dal crimine organizzato al crimine normalizzato, perché nella testa degli italiani è diventato uno dei tanti problemi, ed è inquietante perché le mafie si alimentano della droga, che cattura fasce di giovani, nuove sostanze, poteri forti. Lo scandalo di leggi inadeguate, furbe, di parte come quelle sul gioco d’azzardo che mina la vita di tanti.

Le mafie sono forti in tante forme, dove annusano che possono investire, loro ci sono. Sono più forti perché ormai viaggiano sul piano dell’alta finanza. Nel nostro Paese siamo fermi a 31 anni fa, siamo andati indietro, loro sono più forti, li troviamo ovunque, in Italia le troviamo fortissime al Nord; restano le forme tradizionali, i grandi boss sono diventati manager, imprenditori, c’è una grande commistione tra la massoneria, i poteri politici e mafia.

L’idolatria del denaro e le mafie impoveriscono tutti

Allora capite che questa idolatria del denaro, che è molto forte nel nostro Paese, che ci impoverisce tutti, che chiede a tutti uno scatto in più, perché non si uccide solo con le armi. Si uccide bloccando una serie di politiche e servizi di opportunità per le persone. Non possiamo dimenticarci che finché non ci sarà una presa di coscienza collettiva delle gravi ricadute della peste corruttiva sulla vita di ciascuno non si faranno veri pasi avanti. Deve esserci uno scatto da parte di tutti, ognuno per la propria parte, che comincia dalla voglia di conoscenza, della consapevolezza, della corresponsabilità.

Le persone più pericolose sono i neutrali

Ma le persone più pericolose sono i neutrali. Aveva ragione don Tonino Bello quando diceva: “Non mi serve sapere chi sia Dio, mi basta sapere da che parte sta!” Questo è un tempo difficile, ma a Dio nulla è impossibile. Noi dobbiamo estirpare il male alla radice, noi tagliamo l’erba in superficie. La missione della Chiesa è essere coscienza critica e voce propositiva di valori più alti e vitali. Noi dobbiamo essere coscienza critica di questi valori e voce propositiva.

Contro le mafie dobbiamo sentirci con-sorti

Il Vangelo è strumento di giustizia. Vi sono momenti in cui tacere è una colpa e parlare è un obbligo, un imperativo categorico al quale non possiamo sottrarci, perché la nostra libertà è figlia della giustizia che sapremo conquistare. Dobbiamo sentirci con-sorti. Dobbiamo impegnarci tutti. Non basta delegare. Facciamolo di più insieme.
Quando è necessario non si può tacere, impegniamoci perché la politica si riappropri della speranza, perché è nata per dare dignità alle persone. Intendiamo la politica come servizio, perché vinca la forza della legge.

Parlano di ponti ma costruiscono muri

Anche se da noi – diciamolo – certe leggi che abbiamo calpestano le persone. Come quella sui migranti che è davanti agli occhi di tutti. Come le ONG che sono costrette a portarli lontani. Mentre qualcuno vuole fare ponti, ma in realtà costruiscono muri, stanno respingendo. Dobbiamo dirlo, perché tocca anche a noi vigilare, alzare la voce.
È pericoloso quello che sta avvenendo sull’autonomia differenziata. Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie differenziate, non può esserlo perché la libertà è un bene comune, perché le libertà devono essere uguali per tutti secondo la nostra Costituzione.

Vigiliamo perché la politica non sia ambizione e poltrone

Dobbiamo vigilare perché la politica non resti ambizione e poltrone. Ci sono persone non degne di rappresentare la sacralità delle istituzioni. Dobbiamo rendere visibile il nostro amore per Dio nelle scelte quotidiane, amore richiede umiltà e sacrificio, responsabilità e impegno. Un mondo in cui l’amore sia inseparabile dalla volontà di giustizia. Non è vero che i giovani non ci sono. Ci sono e hanno bisogno di esser ascoltati e riconosciuti. Vanno ascoltati e riconosciuti. Bisogna dotarli degli strumenti necessari per realizzare le loro capacità. Hanno bisogno di politiche che valorizzino, che gli diano strumenti. Dalla scuola al lavoro, che sono priorità di una società aperta al futuro. La domanda forte è quella di essere ascoltati, chiedono, hanno il bisogno di autenticità, di credibilità, di giustizia. Hanno fame di relazioni autentiche, hanno bisogno di luoghi di incontro, confronto, opportunità. Hanno bisogno di un dialogo intergenerazionale, devono sentirsi presi sul serio. E noi dobbiamo aiutarli a resistere, a non perdersi di animo.
(fonte: Azione Cattolica Italiana 27/08/2023)

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mercoledì 2 agosto 2023

GMG Lisbona - Don Ciotti e il card. Zuppi alla Festa degli italiani per incontrare i ragazzi che cambieranno il futuro

GMG Lisbona.
 
Don Ciotti e il card. Zuppi alla Festa degli italiani
per incontrare i ragazzi che cambieranno il futuro


“Ansiosi, disorientati e carichi di domande, sono così i 65.000 ragazzi arrivati qui in Portogallo e a cui parlerò alla Festa degli italiani. Desiderano la nostra attenzione e soprattutto di accogliere le loro fragilità”. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, è stato accolto – riferisce Agenpress – da un coro da stadio al suo ingresso a Casa Italia. Ogni anno il sacerdote torinese va nelle scuole e in giro per il mondo dove si sono sviluppati progetti e aperte strutture, incontrando migliaia di ragazzi che hanno tuti una richiesta comune “chiedono ad adulti che siano credibili e veri il diritto di poter essere imperfetti e sono disponibili a giocare la partita della vita, insieme a noi”, spiega Ciotti.

Intanto il fondatore di Libera ha risposto agli attacchi sconsiderati di Salvini e dei media a lui fedeli. “Il mio intervento era una riflessione più ampia di valorizzazione di quella terra”. Don Luigi Ciotti, ospite in collegamento a In Onda su La7, replica alle polemiche sollevate dal ministro Matteo Salvini dopo le dichiarazioni sul Ponte sullo Stretto di Messina. “Non unirà solo due coste, ma certamente due cosche”, aveva detto Don Ciotti, scatenando l’ira del ministro che aveva replicato parlando di “cattivo gusto”, “vergogna” e consigliando di “espatriare” a chi dipinge l’Italia “come mafia, pizza e mandolino”. Ieri sera, quindi, l’intervento del fondatore di Libera in tv: “Il mio intervento – ha chiarito – era una riflessione più ampia di valorizzazione di quella terra. Volevo dire che sarebbe bene che gli investimenti di denaro ci fossero per far ritornare migliaia di giovani nella loro terra, per combattere la povertà assoluta, l’abbandono scolastico. La mia frase? Era mettere al centro le priorità, non dire se è opportuno o meno fare il Ponte. Era come dire con grande rispetto ‘attenzione’, che la storia ci ha già insegnato che non è solo unire due coste, ma certamente ci sono degli interessi, degli affari che rischiano di vedere la penetrazione di giochi criminali. Anni fa ci furono già delle indagini su tentativi di infiltrazioni nei progetti. Era un grido detto con questo spirito, questo rispetto, questa attenzione”.

Molti i temi vicini al vissuto delle nuove generazioni che verranno affrontati alla Festa degli italiani: amore, futuro, sogni, poca fiducia nelle istituzioni, relazioni sbagliate, indifferenza, famiglia, grazie appunto a testimoni significativi, voci del mondo musicale e dello spettacolo vicine ai ragazzi. Non esiste un «percorso netto» nella vita, ogni grande storia è costruita anche su molti fallimenti, errori, ferite, spesso più preziosi anche dei successi. L’importante, in questa incredibile avventura, è esserne sempre «protagonisti», trovare la propria via. E sarà proprio questo il messaggio forte che verrà lanciato ai 65 mila pellegrini tricolore che domani 2 agosto si riuniranno a Lisbona per la tradizionale Festa degli italiani.

A dare la parola a don Luigi Ciotti e al card. Matto Maria Zuppi, padrone di casa in quanto presidente della Cei, sarano i conduttori Carolina di Domenico e Gabriele Vagnato, sul palco con l’attrice Giusy Buscemi, l’insegnante e scrittore Enrico Galiano, la pallavolista della nazionale Cristina Chirichella, l’operatore umanitario Gennaro Giudetti. Si esibiranno LDA, Fiat 131, Carlo Amleto (comico e cantautore, nuova scoperta di Zelig e Bar Stella), Dany Cabras e Mr Pallotta con il loro dj set.
Saranno presenti numerosi vescovi, tra i quali il segretario della Cei, Giuseppe Salvatore Baturi, e, per la diocesi di Lisbona, il vescovo ausiliare Américo Aguiar, che il 30 settembre riceverà la porpora dal Papa.
(fonte: Faro di Roma 02/08/2023)


mercoledì 10 maggio 2023

Due cortei partiti da Bergamo e da Brescia per chiedere la pace. Don Ciotti: Non si tratta di vivere in Pace, ma di vivere per la Pace.

Due cortei partiti da Bergamo e da Brescia per chiedere la pace.







 




Domenica 7 Maggio ha avuto luogo la marcia per la pace, nata nell'ambito delle manifestazioni Bergamo e Brescia capitale della cultura 2023, e vi hanno aderito oltre 120 associazioni.

Due cortei uno da Bergamo e l’altro da Brescia sono partiti domenica mattina per ritrovarsi e unirsi simbolicamente a metà strada, a Palazzolo, lungo entrambi i percorsi, di oltre venti chilometri ciascuno, l’accoglienza calorosa dei bambini e dei cittadini dei Comuni attraversati dalla marcia; a Palazzolo sull’Oglio il corteo bresciano si è unito con quello bergamasco e la marea arcobaleno ha attraversato, insieme, il ponte dove amministratori e cittadini, preti e famiglie si sono abbracciati in una cornice di musica e colori.

Sono le 15.09 quando i due cortei si sono incontrati. In tutto 12 mila persone partite sei ore prima da Bergamo e Brescia. Tante bandiere arcobaleno, musica, magliette che dicono basta alla guerra. E decine di sindaci bresciani e bergamaschi. Abbraccio, saluti, sventolio di bandiere e striscioni. Poi tutti al vicino Parco Metelli per parole e musica.

I manifestanti sono arrivati alla meta stanchi ma soddisfatti perché consapevoli, per dirlo con le parole di Camilla Bianchi, presidente del Coordinamento degli enti locali per la pace e la cooperazione internazionale, che «la pace si costruisce con fatica, grazie alle tante diversità rappresentate dalle tante realtà che hanno reso possibile questo cammino».

Al parco Metelli di Palazzolo gli interventi degli organizzatori della marcia e quelli di don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, don Fabio Corazzina, il sacerdote bresciano in prima linea per la non violenza, Cecilia Strada, ex presidente di Emergency; Martina Pignatti Morano dell’associazione «Un ponte per», Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, i rappresentanti delle numerose amministrazioni presenti e molti altri protagonisti della marcia.

Don Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele con il suo atteso intervento ha scosso le anime e le coscienze di tutti.
(fonte: notizie e foto dal web)

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Marcia della Pace Bergamo-Brescia - arrivo a Palazzolo sull'Oglio (BS)

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Don Ciotti alla marcia Bergamo-Brescia:
“Non si tratta di vivere in Pace, ma di vivere per la Pace.”

La Pace non è solo assenza di guerra, ma viene dalla dignità, dalla libertà e dal diritto di ciascuno a vivere in condizioni che creano tutto questo. E la Pace viene dall’inquietudine dei cuori e delle coscienze.
Non si tratta di vivere in Pace, ma di vivere per la Pace. Sono troppi coloro che vogliono vivere in Pace. E non lottano per creare le condizioni della Pace. E aveva ragione Gandhi. Gandhi il profeta che diceva: “Non c’è una strada che porta alla Pace, ma la Pace è la strada”.
E aveva ragione anche Papa Francesco, lo ricordate sull’aereo. Era da pochi mesi che era Papa, tornando dalla Turchia. Qualcuno giudicò subito quelle parole quando sull’aereo disse: “E’ in atto sulla faccia della Terra, una Terza Guerra Mondiale a pezzi”.
Oggi possiamo dire che c’è la Terza Guerra Mondiale a pezzi. Sono 60 le nazioni che sono in guerra: non c’è solo a casa nostra. Delle altre 59 guerre, qualcuno se ne ricorda solo in qualche momento di questa carneficina, perché è una carneficina che si compie sulla faccia del nostro Pianeta.
Ma la guerra nasce sempre dalla follia di individui che si identificano con se stessi, che negano l’altro, dentro e fuori di sé. Individui che si credono autosufficienti e usano gli altri per il proprio vantaggio oppure li uccidono, li mettono in carcere.
E noi a volte, con alcuni di questi dittatori, per interessi vari collaboriamo. Il caso di Giulio Regeni ad esempio. Migliaia di persone nelle carceri. La vergogna d’Europa che dà miliardi alla Turchia perchè ci tenga alcuni migliaia di persone che cercano la loro libertà e la loro dignità.
Allora amici e amiche dobbiamo decidere se di fronte al male vogliamo solo e sempre occuparci del sintomo o andare in profondità, estirpando il male alla radice. Ed estirpare il male alla radice significa garantire a ogni latitudine giustizia sociale e giustizia ambientale.
E voi lo sapete benissimo che gli antidoti alla guerra, alle guerre sono i Diritti fondamentali dell’essere umano: ovvero quei diritti che permettono ad ogni essere umano di condurre una vita libera e dignitosa, diritti per tutti e tutte sulla faccia del nostro pianeta Terra.
Il pericolo più grave per l’Umanità, lo diceva con parole chiare un grande vescovo brasiliano, Helder Camara, che viveva nelle palafitte in mezzo ai poveri, e noi lo ripetiamo qui oggi: “il pericolo più grave per l’Umanità non è rappresentato dalla bomba atomica, dalla bomba H, ma è rappresentato dalla bomba M: la miseria, la povertà della gente”, questa è la bomba che esplode sulla faccia del pianeta e non si fa quello che si deve fare. E’ una bomba che può esplodere sempre da un momento all’altro e voi lo sapete benissimo che la povertà è fonte di guerre e la povertà è frutto delle guerre.
E allora la guerra peggiora le sofferenze dei poveri e crea nuovi poveri. E allora in questo senso oggi mentre ci sono le guerre, crescono i guadagni: ricchi sempre più ricchi, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere.
Non possiamo dimenticare però che non c’è solo la violenza delle armi. Alle guerre fatte con scontri armati sia aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese. Allora per forza la guerra è una ventura senza ritorno, è il declino dell’umanità e non potrà mai risolvere i conflitti.
A guadagnarci sono i mercanti di morte che guarda caso, proprio in questo momento tutti i dati ci consegnano che loro hanno fatto affari d’oro: 2113 miliardi di dollari , 2.113.000.000.000 di dollari per le spese militari, è una cifra mai raggiunta prima d’ora sulla faccia del pianeta. E 100 principali aziende costruttrici e venditrici di armi hanno totalizzato guadagnato 532 miliardi di dollari, mentre l’economia globale si è contratta, mentre la vendita delle armi è aumentata.
Ma 9 stati dispongono oggi di 12.705 armi nucleari, quelle ufficiali e si stima e col grido, che 9500 armi nucleari sono prontissime all’uso. Per non parlare delle armi chimiche, climatiche e batteriologiche. Mentre molte nazioni avevano già firmato un Patto per la riduzione delle armi atomiche, dall’altra parte, guarda caso hanno in corso oggi programmi estesi e costosi per sostituire, modernizzare le loro testate nucleari. Dall’altra parte si continua ad armarsi a migliorare ad investire.
Come è una vergogna, in questo scenario questo mondo di muri. Quando il muro di Berlino è stato abbattuto, il respiro che si era respirato sulla faccia della Terra e poi dopo il muro di Berlino, il muro di Gorizia, che spaccava la città in due. Sembrava la fine dei muri e i fili spinati.
Ma voi lo sapete che ad oggi sono 77 i muri sul pianeta: oltre 50.000 km che coprirebbero di più dell’intera circonferenza terrestre *[40.076 km]. E allora di che cosa parliamo: l’Europa casa dei diritti? Che si chiude per paura, per egoismo fuori dai diritti, paura per chi giunge da lontano. Rifugiati, migranti, poveri della terra, bussano a porte e a porti chiusi.
Questa è l’Europa: culla della civiltà? Questa è l’Italia, culla della civiltà? E oggi Bergamo e Brescia aprono le porte a questa iniziativa per unirsi. Abbracciarsi attraversando il Ponte sull’Oglio su acque che si riversano poi nel mare. Mare di acque generatrici di vita ma dove, non posso non pensare, hanno creato un muro marittimo e soprattutto un grande cimitero nel Mediterraneo.
Amici e amiche, la Pace ci fa dire con forza che la speranza non è un reato, l’immigrazione non è un reato perchè essi sperano, cercano una terra promessa. E noi li respingiamo. Non può essere reato la speranza di cambiare le proprie condizioni di vita. Senza speranza non c’è vita. Eppure vi prego, c’è chi pretende di sapere chi ha diritto di sperare e chi no, chi ha diritto di vivere e chi no. Com’è possibile? Che sia possibile tutto questo? E allora forza! Dobbiamo alzarci per costruire la Pace cominciando da casa nostra, nei nostri rapporti, nei nostri territori. E la Pace si costruisce nel pensiero, nel linguaggio, nella pratica.
E nel pensiero occorre pensare alla Pace. Vi prego: PENSARLA POSSIBILE! Dobbiamo fare spazio alla Pace qui dentro di noi. La Pace è un cammino, oggi più che mai faticoso, che ha bisogno veramente del contributo di tutti e di tutte. Dobbiamo costruire la Pace nel linguaggio.
Oggi c’è troppa aggressività già nel parlare: si semplifica, ci si polarizza e ci si accapiglia. Servono parole chiare, MA MITI. E’ importante certo esprimersi, ma bisogna studiare.
E la pace ha anche bisogno di silenzio e per un cristiano, la Pace, chiede anche riflessioni, preghiera.
E non dimentichiamo che Dio non è cattolico. Dio ama tutti e tutte ed è Dio di tutti e tutte. E allora la Pace ha bisogno che diventiamo capaci di abbracciare veramente tutti e tutte.
E la Pace si costruisce anche nelle pratiche, nelle azioni, nella concretezza. Amici amiche, voi lo sapete molto bene che i pacifisti vengono spesso accusati di essere parolai incapaci di proporre soluzioni concrete e praticabili. Voi lo sapete, che molti accuseranno anche queste due realtà che si sono incontrate sul Ponte di Palazzolo sull’Oglio, di essere persone che predicano bene, soltanto per uscire pulite dal dibattito.
No! I veri pacifisti sono costruttori di Pace che concretamente si sporcano le mani per realizzare i diritti e la giustizia, la libertà e la dignità. Sono quelle ONG che nei nostri mari salvano le vite. Sono quei medici, quelle associazioni che sono impegnate sulla faccia della Terra. Siete voi qui oggi che siete venuti qui insieme. Sono quei missionari che vivono accanto agli umili della Terra in paesi pericolosi. Questi sono i pacifisti, quelli che si sporcano concretamente le mani tutti i giorni.
Sono fondamentali tre parole per costruire la Pace: VERITA’, ONESTA’, RESPONSABILITA’.

LA VERITA’: non ci può essere pace senza la ricerca della verità, senza la trasparenza del potere e della politica. La legalità si fonda sull’uguaglianza. Non è possibile non ricordare quella nave che arrivò in Italia oltre 20 anni fa, sulle coste della Puglia, con 20.000 albanesi. Ricordate certamente la grande generosità del popolo della Puglia che accolse. Ma ricordate benissimo che ci fu una risposta inquietante da cui sono nate delle leggi emarginanti verso tanti fratelli e sorelle perché lì nacque la Legge Bossi-Fini e con essa un meccanismo vergognoso che se un migrante commetteva un reato, aveva una maggiorazione di pena.
Ci sono voluti due anni e la Corte Costituzionale, la Corte Europea a dire che non era possibile. Mentre non c’è legalità senza uguaglianza. Perché abbiamo avuto leggi ad personam , nella storia del nostro Paese, fatte per tutelare gli interessi e i poteri di qualcuno. Allora abbiamo bisogno di verità. Ci sono potenti che godono di impunità, mentre noi facciamo pagare sempre e di corsa i costi ai più deboli e i più fragili.

La seconda parola accanto alla verità è L’ONESTA’. Abbiamo un gravissimo problema di corruzione, di furto di bene pubblico, le Mafie. Oggi la differenza la fa l’indifferenza. Oggi le mafie sono più forti di prima e sono più forti nel Nord del nostro Paese e voi capite che invece nella testa di troppe persone si passa a crimine organizzato mafioso a crimine normalizzato: mafia, droga, usura, gioco d’azzardo, le ecomafie, i vari traffici, sono diventati uno dei tanti problemi e invece non sono uno dei tanti problemi. E se la politica non affronta il problema della cultura, dell’istruzione e della scuola, delle politiche sociali, la politica diventa CRI-MI-NOGE-NA! Diventa criminogena perché permette questa situazione.
E’ da 150 anni che noi parliamo di mafie nonostante il coraggio, il sacrificio e l’impegno di molti, i risultati che tocchiamo con mano, i miglioramenti. Ma qui ci vuole più chiarezza, più forza più determinazione perchè mafie e criminalità sono dei parassiti che uccidono dal di dentro la nostra società. Non si può rimanere indifferenti. E’ una parola, la voglio dire agli amministratori. Amici e amiche difendiamo tutti, vi prego, la sacralità delle istituzioni. Dobbiamo diventare capaci di far emergere le cose belle. Primo: sempre. Di far emergere le cose belle, positive, importanti che ci sono nelle nostre realtà, nel nostro Paese. Abbiamo questa responsabilità da trasmettere alle nostre coscienze, ai più giovani: sapere cogliere le cose belle, importanti e positive. Molte non fanno chiasso, non fanno notizia, non fanno rumore, ma voi le conoscete nei vostri territori, ci sono! E sono meravigliose. Ma, la seconda cosa: bisogna distinguere tra la sacralità istituzioni e chi le governa. E la stragrande maggioranza delle persone che governano le istituzioni sono uomini e donne del nostro Paese, sono delle belle persone. Ma poi c’è una minoranza che fa più chiasso, più rumore che non è degna di rappresentare le istituzioni. E noi la conosciamo. Guardate, è un problema di trasversalità. Perchè trovate uomini e donne oneste, in forme diverse, in modo trasversale. Ci sono tante persone nel nostro Paese, che sono più preoccupate della loro estetica che dell’etica. E allora forza. Noi dobbiamo batterci per l’onestà.

E poi per l’ultima parola, lasciatemela dire è proprio LA RESPONSABILITA’, e il cambiamento deve avvenire a partire da noi, dalla nostra coerenza e allora il primo gesto di Pace, la prima concreta azione di Pace è guardare noi stessi. Forza! Se siamo qui è perché ci crediamo, ci impegniamo.
Ma anche per noi, anche per noi che ci impegniamo è necessario oggi, più che mai, un sussulto di più. Il coraggio tutti insieme di avere più coraggio.
Don Luigi Ciotti
Palazzolo Sull’Oglio 7 Maggio 2023 

(trascrizione dell’intervento di Ilaria Tomasi)