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giovedì 2 luglio 2026

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. L’omaggio ai migranti morti in mare - Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”


Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa.
L’omaggio ai migranti morti in mare

Secondo i dati dell’Oim oltre 1200 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi mesi del 2026. Il molo dell’isola sarà intitolato a papa Francesco

Sulla costa di Lampedusa l’opera “Porta d’Europa”, di Mimmo Paladino, installata nel 2008
 in memoria dei migranti deceduti e dispersi in mare nel tentativo di raggiungere la terra. 
ANSA/CIRO FUSCO

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. Non negli Stati Uniti. Il pontefice visiterà la piccola isola agrigentina, estremo lembo meridionale d’Italia, situata più a sud della Tunisia.

In quella stessa data, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, firmata a Philadelphia avvenuta nel 1776: è la data che si considera quella della nascita della nazione americana. Donald Trump aveva invitato negli Usa il primo pontefice americano (anzi pan-americano) della storia.

Ma il pontefice nato e cresciuto a Chicago ha rifiutato l’invito. Rifiuto, probabilmente, ribadito anche al vicepresidente statunitense James David Vance che lo scorso 19 maggio si è recato in visita in Vaticano. Vance è cattolico (si è convertito e battezzato nel 2019) studiando i testi di Sant’Agostino e dandone un’interpretazione originale.

Papa Leone non andrà negli States, almeno nel 2026. E in quella stessa data, emblematicamente, sarà invece a Lampedusa. Certamente una coincidenza ma che in qualche modo non è passata inosservata. Leone avrebbe potuto recarsi a Lampedusa una settimana prima o dopo. Ma la data prescelta è quella del Freedom 250. Mentre il suo Paese di nascita celebra l’importante anniversario, papa Leone sarà nell’isola, terra di frontiera, simbolo di accoglienza e solidarietà, per rendere omaggio ai migranti morti in mare.

Papa Leone sulle orme di Francesco, che per il suo primo viaggio pastorale dopo l’elezione a pontefice scelse proprio Lampedusa. In tutti è ancora vivo il ricordo dell’8 luglio 2013, dell’omaggio alla Porta d’Europa, della messa celebrata su un altare allestito su un’imbarcazione naufragata, delle parole vibranti del nuovo papa.

Leone XIV atterrerà a Lampedusa alle 9, dopo la partenza da Ciampino alle 7.15. La visita durerà per tutta la mattina e ripartirà alle 13.15. Il papa visiterà i luoghi simbolo dell’isola. La prima tappa è al cimitero, con l’omaggio ai migranti defunti. Poi il papa si recherà alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti morti in mare nella parte meridionale dell’isola, opera d’arte di Domenico Paladino. Al Molo Favaloro dove il papa benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco. Qui potrà salutare personalmente alcuni migranti e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle 10.30 è prevista la celebrazione della Santa Messa. Accanto all’altare ci sarà l’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti. Leone XIV saluterà poi i rappresentanti delle istituzioni (è stata annunciata la presenza del presidente della Regione, Renato Schifani), i volontari impegnati nell’accoglienza e i bambini ammalati. A fine mattina il decollo da Lampedusa verso Ciampino.

Leone XIV ha voluto dare continuità al messaggio di papa Francesco in un momento in cui i riflettori sono sempre accesi sul Mediterraneo che, solo nei primi sei mesi del 2026, ha visto morire più di 1200 persone. Lo scorso anno erano state 700. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

«Esistono mostri che si aggirano in questi mari», ha detto appena 20 giorni fa durante la visita alle Canarie. Era l’11 giugno e il pontefice stava concludendo la visita in Spagna toccando anche le otto isole dell’arcipelago dell’Atlantico. Il pontefice aveva reso omaggio ai migranti, inchinandosi emblematicamente davanti a loro. «Non siete numeri – disse Leone nel suo discorso – né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».

Ora, il papa che nel suo primo anno di pontificato ha già toccato molti Paesi, nelle diverse latitudini, sarà a Lampedusa. Ad accoglierlo ci saranno l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino. Ci saranno i 6500 lampedusani, tutti concentrati nell’unico comune e nelle strutture turistiche lungo la costa, oltre che nell’isola di Linosa (500 abitanti). Ci saranno anche i turisti, presenti in gran numero nell’isola.

Lampedusa per un giorno sarà al centro della storia per raccontare a tutti il dramma dei migranti e la storia di un’isola che parla il linguaggio dell’accoglienza. In passato non sono mancati (e non mancano ancora oggi) manifestazioni di protesta e di intolleranza razziale. Ma l’isola ha un’identità e un secondo nome: si chiama “accoglienza”. Porta aperta dell’Europa che tra mille difficoltà e incertezze continua a ricevere i flussi migratori dal Nord Africa e non solo.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Francesca Cabibbo 01/07/2026)

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Papa a Lampedusa. 
Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera 
capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”

Il viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama il Vangelo e il diritto alla mobilità. Mons. Lorefice invita a superare l’emergenza, riconoscere la dignità dei migranti e ritrovare il senso comunitario per evitare nuove tragedie nel Mediterraneo

Agorà Spazio Migrante(S)

Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.

Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?

Mons. Corrado Lorefice
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.

Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…

“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.

Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…

“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.

Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?

“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.

Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?

“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
(fonte: SIR 30/06/2026)

sabato 20 giugno 2026

Giornata Mondiale del Rifugiato: oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Giornata Mondiale del Rifugiato:
oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Secondo il rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni 70 abitanti del pianeta. Il messaggio di Leone XIV: i migranti non sono problemi ma persone portatrici di dignità e speranza

Migranti in attesa di papa Leone XIV a Tenerife, il 12 giugno. ANSA

Oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato ci invita a fermarci per guardare una delle grandi questioni del nostro tempo: milioni di persone costrette a lasciare la propria casa per sfuggire a guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani.

È una ricorrenza che rischia di trasformarsi in un rito formale, scandito da statistiche e dichiarazioni di circostanza. Eppure, dietro ogni cifra si nasconde una storia: una famiglia separata, un bambino che interrompe gli studi, una madre che attraversa confini sconosciuti, un padre che perde il lavoro, la casa e spesso la speranza.

Secondo il più recente rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni settanta abitanti del pianeta. Una cifra enorme, spaventosa, anche se in lieve calo rispetto all’anno precedente, la prima dopo oltre un decennio di crescita quasi continua. (UNHCR)

I rifugiati nel mondo sono oggi 41,6 milioni, mentre altri 68,7 milioni vivono sfollati all'interno dei propri Paesi e circa 9 milioni attendono ancora una decisione sulla propria domanda d'asilo. (UNHCR)

Come interpretare questo calo complessivo? I dati raccontano una realtà complessa. Nel 2025 quasi 14,7 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree di origine, tra cui 4,4 milioni di rifugiati. Molti di questi ritorni hanno riguardato Afghanistan, Siria e Sudan. Tuttavia, come sottolinea l’UNHCR, numerosi rientri sono avvenuti in condizioni estremamente fragili, in territori ancora segnati da instabilità, povertà e insicurezza. Tornare a casa non significa necessariamente aver ritrovato una vita dignitosa.

Esiste poi un dato particolarmente significativo: sette rifugiati su dieci vivono in situazioni di esilio prolungato. Per milioni di persone la fuga non è più una parentesi temporanea, ma una condizione permanente. Anni trascorsi in campi profughi, in periferie urbane o in Paesi che li accolgono senza poter offrire reali prospettive di integrazione.

Questa constatazione obbliga a una riflessione più profonda. Troppo spesso il dibattito pubblico riduce il tema dei rifugiati a una questione di numeri, quote, confini e controlli. Sono aspetti che hanno un riflesso sulla vita delle società, certamente, ma non possono essere gli unici criteri di valutazione. Il vero interrogativo riguarda il futuro delle persone che hanno perso tutto. Come costruire opportunità di studio, lavoro e autonomia? Come evitare che intere generazioni crescano dipendendo esclusivamente dagli aiuti umanitari?

L'UNHCR ha scelto di concentrare l'attenzione proprio su questo punto, lanciando una strategia che punta a ridurre drasticamente entro il 2035 il numero di rifugiati intrappolati in condizioni di dipendenza prolungata dall'assistenza. L'obiettivo non è soltanto garantire protezione, ma creare le condizioni affinché chi è stato costretto a fuggire possa tornare a essere protagonista della propria vita.

Anche alcuni luoghi comuni meritano di essere superati. La maggior parte dei rifugiati non raggiunge infatti i Paesi più ricchi del mondo. Circa il 65% trova protezione in Stati confinanti con il proprio Paese d'origine, spesso nazioni a basso o medio reddito che sopportano il peso maggiore dell'accoglienza. Sono comunità che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a offrire rifugio a milioni di persone.

La Giornata Mondiale del Rifugiato arriva inoltre in un momento delicato per il sistema umanitario internazionale. Le esigenze crescono, mentre i finanziamenti diminuiscono. Lo stesso UNHCR ha segnalato nel 2025 una significativa riduzione delle risorse disponibili, con inevitabili conseguenze sui servizi essenziali destinati alle popolazioni più vulnerabili.

Per questo il 20 giugno non dovrebbe essere soltanto un'occasione per esprimere solidarietà. Dovrebbe diventare un momento di responsabilità collettiva. In un'epoca segnata da conflitti persistenti, tensioni geopolitiche e crisi climatiche sempre più frequenti, il destino dei rifugiati non riguarda soltanto chi fugge. Riguarda il modello di società che intendiamo costruire.

Difendere il diritto d'asilo, promuovere l'inclusione e contrastare l’indifferenza non sono gesti di generosità sono scelte che definiscono la qualità morale e democratica delle nostre comunità.

Perché, in fondo, la storia dei rifugiati ci ricorda una verità semplice e universale: nessuno sceglie di diventare rifugiato. Ma tutti possiamo scegliere come guardare chi è stato costretto a fuggire.

Un gesto di tenerezza di Leone XIX con alcuni migranti a Tenerife, lo scorso 12 giugno. (ANSA)

Papa Leone XIV ha scelto come tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato la frase «Anche uno solo di questi bambini», richiamando il Vangelo di Matteo («Chi accoglie uno solo di questi bambini accoglie me»). Con questa scelta ha voluto attirare l’attenzione sui minori migranti e rifugiati, considerati tra le persone più vulnerabili nei percorsi di fuga e di migrazione.

Nel suo recente viaggio nelle Isole Canarie, uno dei principali punti di approdo delle rotte migratorie verso l'Europa, Leone XIV ha affermato che «tutti noi siamo migranti», invitando a guardare ai rifugiati non come a un problema ma come a persone portatrici di dignità, storia e speranza. Ha chiesto maggiore solidarietà, integrazione e percorsi legali e sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà. Inoltre ha denunciato la «normalizzazione» delle morti lungo le rotte migratorie, affermando che la storia giudicherà severamente chi resta indifferente davanti a queste tragedie.
(fonte: famiglia Cristiana, articolo di Paolo Perazzolo 20/06/2026)


Mons. Mariano Crociata: Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

Mons. Mariano Crociata
Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha pubblicato una dichiarazione del suo Presidente, mons. Mariano Crociata, in risposta alla votazione tenutasi mercoledì 17 giugno 2026 al Parlamento europeo sul nuovo regolamento in materia di rimpatrio, che integra il Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore (cf. qui).


La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) prende atto del voto odierno del Parlamento europeo che approva il nuovo Regolamento sui rimpatri, a complemento del Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore.

Pur riconoscendo la legittima responsabilità delle autorità pubbliche di gestire i flussi migratori, garantire l’integrità delle frontiere e contrastare la tratta di esseri umani, la COMECE rimane profondamente preoccupata per alcuni aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire la tutela effettiva dei diritti fondamentali e della dignità delle persone più vulnerabili.

In particolare, l’ampliamento del ricorso alla detenzione, le limitazioni ai ricorsi e ai rimedi effettivi, nonché la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi sollevano serie questioni etiche e umanitarie.

La migrazione non è soltanto una questione di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani: donne, uomini e bambini, ciascuno portatore di una dignità inviolabile che deve rimanere al centro di ogni decisione politica.

Durante la sua recente visita alle Isole Canarie, Papa Leone XIV ha ricordato all’Europa e al mondo che non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanti perdono la vita in mare, cadono vittime della tratta di esseri umani o sono costretti a fuggire da guerre, violenze, persecuzioni, fame o degrado ambientale. Come ha affermato il Santo Padre, i migranti non sono «una categoria o una statistica», ma persone che «potrebbero far parte della nostra stessa famiglia». Parole che interpellano la nostra coscienza e ci invitano a guardare oltre la paura e le convenienze politiche.

L’Unione europea è stata fondata sulla convinzione che la dignità umana sia inviolabile e che la solidarietà tra i popoli non rappresenti un ideale facoltativo, bensì una responsabilità fondamentale. L’Europa non può pretendere di difendere questi valori mentre si abitua al fatto che il Mediterraneo e l’Atlantico diventino silenziosi cimiteri per coloro che cercano sicurezza e un futuro per le proprie famiglie.

La COMECE rinnova pertanto il proprio appello affinché le politiche in materia di migrazione e asilo restino saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, del diritto di chiedere asilo, della tutela dell’unità familiare e di una particolare attenzione verso le persone più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi contrapposti: devono procedere insieme.

Allo stesso tempo, facciamo nostro l’appello di Papa Leone XIV alla comunità internazionale. I Paesi di origine, di transito e di destinazione condividono la responsabilità di affrontare le cause profonde che costringono le persone a migrare e di proteggere coloro che sono in movimento.

Ogni persona ha non solo il diritto di cercare protezione quando la propria vita è minacciata, ma anche il diritto di non essere costretta a lasciare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni, povertà, corruzione o collasso ambientale.

Il voto odierno riguarda molto più della politica migratoria. Esso solleva una questione più ampia sul tipo di Europa che desideriamo costruire. In questo momento decisivo, l’Europa è chiamata non a ritirarsi dai propri valori fondativi, ma a riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità.

Mercoledì 17 giugno 2026

Mons. Mariano Crociata,
Presidente della COMECE
(fonte: Settimana News 19/06/2026)

giovedì 18 giugno 2026

Migranti e insicurezza: una verità capovolta.


Migranti e insicurezza: una verità capovolta.

Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara

foto da FB

Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.

Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?

Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.

I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).

In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).

Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.

L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.

Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.

La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.

Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.

Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.

Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.

Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.

Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.

La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.

Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”

mercoledì 10 giugno 2026

La migrazione è un diritto umano

La migrazione è un diritto umano


L’orrenda uccisione di Waseem, Amin, Ullah e Safi, lavoratori immigrati e sfruttati in Italia, rimette sotto la luce dei riflettori il dramma del mondo del lavoro che coinvolge i lavoratori stranieri.

Sono ormai decine le persone che sono state punite con la morte perché reclamavano i propri diritti.
Sono molte anche le persone che sono state uccise solamente perché straniere.

Di fronte a questa drammatica situazione che mette sotto accusa direttamente lo Stato Italiano, incapace ormai da decenni di dare delle risposte alle modalità di regolarizzazione delle persone che entrano in Italia, sta crescendo una pericolosissima politica razzista e xenofoba, strumentalmente usata dalla peggior destra per facili campagne elettorali.

Dalla legge Bossi Fini, si sono succeduti governi di centro, di destra e di sinistra affrontando sempre la questione migrante in termini securitari, delegando la questione al Ministero dell’Interno ed alla repressione.
Il collegamento tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, consegna la sorte di migliaia di persone all’accettazione senza alcun diritto di qualsiasi lavoro offerto.

Qui si annida lo sfruttamento generalizzato, il caporalato, le agenzie interinali, i contratti al ribasso, gli appalti e i subappalti etc, etc.

Invece di contrastare lo sfruttamento lavorativo, si preferisce alimentare una politica tesa a individuare come colpevoli tutti gli immigrati sbandierando una proposta di legge sulla remigrazione

L’Unione Sindacale di Base risponde al crescente imbarbarimento della società e del mondo del lavoro lanciando una giornata nazionale:

13 GIUGNO CONTRO LA REMIGRAZIONE,
PER LA REGOLARIZZAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI STRANIERI!

(fonte: Pressenza 07/06/2026)

venerdì 5 giugno 2026

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere


Quattro braccianti bruciati vivi in provincia di Cosenza. Di fronte al fatto tragico si deve ricordare che questi sfruttati non sono degli “invisibili”. Siamo noi che decidiamo di non vedere

La pace come esposizione, non come ordine

La pace non è un equilibrio garantito dalla forza, né un ordine imposto dall’alto. È un modo di stare al mondo: esporsi all’altro, riconoscere che la nostra esistenza è intrecciata alla sua, accettare che la convivenza non nasce dalla separazione ma dal contatto.

La sostenibilità, allo stesso modo, non è un protocollo tecnico: è la consapevolezza che viviamo dentro una trama di relazioni materiali e simboliche che non controlliamo, ma da cui dipendiamo. Pace e sostenibilità sono due nomi per la stessa esperienza: non siamo padroni del mondo, ma parte di esso.

Italia ed Europa: sicurezza armata, sostenibilità rinviata

Il governo italiano parla di sicurezza mentre rafforza la deterrenza, come se la convivenza potesse essere garantita da un arsenale. Tratta la transizione ecologica come un’imposizione esterna, non come un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la terra. L’Unione Europea alterna ambizioni climatiche a continui arretramenti, irrigidisce le frontiere, gestisce la mobilità umana come un rischio.

Valori universali proclamati, spazi di esclusione costruiti. È un’Europa che parla di diritti ma accetta che interi segmenti della propria economia si reggano su lavoro sfruttato, precarizzato, sacrificabile.

I quattro migranti bruciati: non invisibili, ma rimossi

I quattro migranti carbonizzati in un distributore di carburante non sono un incidente: sono un’esposizione brutale della nostra dipendenza da vite che definiamo “invisibili”. Ma invisibili non lo sono affatto. Sono visibilissimi: nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle cucine, nelle serre. Li vediamo ogni giorno. Sappiamo che si spaccano la schiena per salari minimi, che vivono in condizioni indegne, che tengono in piedi interi settori dell’economia.

Dire “invisibili” è una scorciatoia linguistica che ci alleggerisce la coscienza. È un favore che facciamo a noi stessi e a chi li sfrutta. Non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere.

E il nostro governo, invece di contrastare questa rimozione, la asseconda: ci rassicura dicendo che “il problema è altrove”, e così li sposta altrove, li racchiude in Albania, li allontana dal nostro campo visivo. Non è una soluzione: è un modo per confermare il nostro ritrarci, il nostro chiudere gli occhi.

Fantasmi burocratici: come li produciamo

La maggior parte di queste persone arriva in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi.
Arrivano con un permesso, con un nome, con un datore di lavoro che li ha richiesti.
Ma quando mettono piede in Italia, spesso trovano un’altra realtà: procedure burocratiche lente e contraddittorie; arrivi tardivi rispetto ai tempi agricoli; aziende che nel frattempo non hanno più bisogno di loro, contratti promessi e poi ritirati.

E così accade l’assurdo: entrano regolarmente, ma cadono nel vuoto. Diventano “fantasmi burocratici”: presenti, ma senza i documenti necessari per lavorare; regolari, ma senza tutele; qui, ma senza diritti. Non perché abbiano sbagliato qualcosa: perché il sistema li produce così.

E quando il sistema produce fantasmi, lo sfruttamento trova terreno fertile. È in questo spazio grigio che si annidano caporalato, ricatti, violenze. È qui che si muore bruciati in un distributore di benzina.

Pace e sostenibilità non sopravvivono alla schiavitù

Non c’è pace dove alcuni vivono sotto minaccia costante. Non c’è sostenibilità dove il lavoro umano viene consumato come una risorsa sacrificabile. La violenza non è solo quella delle armi: è quella delle economie che sfruttano, delle politiche che respingono, delle istituzioni che tollerano zone d’ombra in cui la vita perde valore.

Ogni morte in schiavitù incrina la nostra idea di comunità. Ogni territorio devastato restringe la nostra idea di futuro. Ogni volta che accettiamo che qualcuno viva e muoia ai margini, accettiamo che la pace sia un privilegio e non un diritto.

La comunità come contatto, non come identità

Non esistiamo da soli. Non esiste un “noi” che possa salvarsi separandosi dagli altri.
La comunità non è un’identità da difendere, ma un contatto da attraversare: la consapevolezza che la nostra vulnerabilità è intrecciata a quella di chi arriva, di chi lavora nei campi, di chi fugge da guerre che spesso alimentiamo.

Questa esposizione ci obbliga: non moralmente, ma umanamente. La pace è un gesto, la sostenibilità una forma di attenzione.

Guardare ciò che brucia

Parlare oggi di pace e sviluppo sostenibile significa rifiutare l’idea che alcune vite possano essere bruciate senza che il mondo cambi. Significa dire che la sicurezza nasce dalla giustizia, non dalla forza; che il futuro si costruisce aprendo possibilità, non chiudendo confini. Significa riconoscere che non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere. E che il governo, invece di aprire gli occhi, li chiude insieme a noi.

In fondo, pace e sostenibilità ci chiedono la stessa cosa: riconoscere che la vita dell’altro è già dentro la nostra. E che ogni volta che la lasciamo bruciare, bruciamo anche una parte di noi.
(fonte: La barca e il mare, articolo di Savino Pezzotta 04/06/2026)

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Vedi anche il post precedente:


mercoledì 3 giugno 2026

Le parole forti e chiare di mons. Francesco Savino: Quattro corpi, un silenzio che grida, una coscienza in cenere. Ma quella cenere ora parla e ci consegna una sola parola: basta.


Quattro Corpi, un silenzio che grida


Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?

Le notizie che giungono sono ancora frammentarie, le indagini in corso. Ma quello che già sappiamo basta a ferire la coscienza: sarebbero cittadini pakistani, migranti da tempo presenti sul territorio, persone che avevano attraversato il Mediterraneo portando sulle spalle la speranza di una vita degna. Sono morti in una mattina qualunque, in un distributore di carburante, tra le fiamme di un rogo che gli investigatori ritengono difficilmente accidentale. Quattro nomi che ancora non sappiamo. Quattro famiglie che da qualche parte nel mondo aspettano una telefonata che non arriverà mai.

Non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione.

Viviamo in un tempo in cui il corpo del migrante è diventato merce di scambio, strumento di sfruttamento, oggetto di paura politica. Le nostre coste sono il confine tra due mondi che non riescono a parlarsi, e spesso quel confine è segnato dal dolore. Queste quattro persone erano arrivate fin qui. Avevano attraversato il mare. Avevano trovato un posto in cui vivere. Eppure non è bastato per salvarle.

Chiedo alle autorità competenti di fare luce su questa vicenda con la massima determinazione e senza indugi. Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza.

Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di se stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità.

Prego per queste quattro persone. Prego per chi li amava e ancora non sa. Prego perché la verità venga a galla, integra, senza compromessi. E prego, con dolore e con speranza insieme, perché questa terra torni a essere terra di accoglienza e non di morte.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. E illumini le coscienze di chi ha ancora la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre.

Cassano all’Jonio, 01/06/2026

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI


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Quattro corpi nel fuoco, una coscienza in cenere


Quattro uomini hanno trovato la morte tra le fiamme. Quattro vite sono state consegnate al rogo sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza finiscono troppo spesso per diventare un’unica ferita aperta.

Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca.

Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta.

Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione.

Oggi, davanti a quattro corpi ridotti in cenere, non possiamo rifugiarci nel linguaggio neutro della cronaca. Non possiamo lasciare che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto ad Amendolara non è soltanto un evento terribile da chiarire fino in fondo: è una ferita morale, sociale, spirituale. È una lama piantata nella coscienza di questa terra. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini.

Non possiamo continuare a fingere di non sapere. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto.

E troppo spesso questi meccanismi non camminano da soli. Crescono nelle zone grigie. Si alimentano di omertà minute, connivenze opache, silenzi interessati. Si allargano dove la legge arriva tardi, dove il controllo sociale è debole, dove il timore chiude le bocche, dove poteri criminali o paracriminali lasciano fare, orientano, tollerano, proteggono, lucrano. La violenza non è sempre un urlo: a volte è una rete muta. Non sempre spara. Non sempre minaccia a volto scoperto. Talvolta organizza il bisogno, amministra il ricatto, distribuisce permessi invisibili, decide chi può lavorare, chi deve tacere, chi può restare ai margini.

Io dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità.

Questi uomini non erano esistenze sacrificabili. Non erano manodopera anonima. Non erano ombre passate per caso sulla nostra terra. Erano figli, fratelli, forse padri. Avevano un nome, una lingua, una memoria, una casa lontana, una madre che li ha attesi, qualcuno che forse ancora spera in una telefonata. La loro morte ci impedisce ogni neutralità. Perché quando un essere umano viene ridotto in cenere, l’umanità intera viene offesa. E quando questo accade qui, quella polvere resta anche sulle nostre mani.

Chiedo con fermezza che si faccia piena luce. Una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo.

Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore.

Per questo invoco una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto.

Da questa tragedia deve nascere un soprassalto pubblico. Chi sfrutta va fermato. Chi copre va smascherato. Chi sa e tace deve interrogare la propria coscienza. Chi ha responsabilità istituzionali, sociali, economiche, pastorali non può più limitarsi a presidiare il lutto: deve abitare i luoghi dove l’ingiustizia viene prodotta, dove il lavoro diventa ricatto, dove la povertà viene reclutata, dove la paura tiene gli uomini in ginocchio.

Non lasciamo che questo strazio si consumi nella cronaca. Da ciò che resta di quelle vite deve nascere un patto nuovo per la dignità del lavoro, per la tutela dei migranti, per la liberazione dei territori da ogni forma di dominio criminale, di sfruttamento e di intimidazione. Perché una comunità che non protegge i più fragili diventa essa stessa vulnerabile; e una terra che accetta lo sfruttamento come destino tradisce la propria anima.

Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.

«Ero forestiero e mi avete accolto»: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. È una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?

In questa ora di dolore sento anche di chiedere a tutti un passo in più: non basta accogliere, occorre integrare. L’integrazione è un cammino concreto e quotidiano che riguarda le nostre scuole, le parrocchie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le famiglie. Non possiamo limitarci a offrire un letto o un contratto precario, mentre manteniamo questi fratelli ai margini della nostra vita sociale, culturale e spirituale. L’integrazione chiede che chi arriva da lontano possa imparare la lingua, avere accesso ai servizi, conoscere e rispettare le leggi, ma anche sentirsi riconosciuto e valorizzato, non tollerato come un peso necessario. Significa creare luoghi di incontro, percorsi formativi, alleanze educative in cui italiani e stranieri possano camminare insieme, superando paure e diffidenze. Significa che i bambini dei migranti siedano accanto ai nostri figli nelle aule, che le comunità cristiane aprano i loro spazi e il loro tempo, che le amministrazioni locali non si limitino alla gestione dell’emergenza ma promuovano politiche lungimiranti di inclusione. Senza integrazione, l’accoglienza resta un gesto incompiuto, una porta socchiusa che non si apre davvero alla possibilità di diventare un solo popolo, pur nella diversità delle culture e delle provenienze.

Alla Calabria dico: rialzati. Ma non nella retorica dell’orgoglio ferito. Rialzati nella rivolta morale delle coscienze. Rialzati contro la rassegnazione, contro l’omertà, contro la normalizzazione dell’illegalità, contro quella cultura malata per cui tutto si sa e nulla si dice. Rialzati perché nessuna terra è condannata per sempre, ma ogni comunità si perde quando smette di vergognarsi del male e di combatterlo.

Quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Nessuno potrà dire: sono soltanto stranieri. Quelle fiamme hanno parlato a tutti. Hanno divorato quattro uomini, ma hanno illuminato una verità che troppi preferivano lasciare al buio.

Prego per questi quattro fratelli. Prego per le loro famiglie lontane. Prego perché la verità venga fuori intera, senza sconti, senza protezioni, senza zone d’ombra. Ma pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa disturbare. Significa gridare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità.

Quattro corpi sono stati ridotti in cenere. Ma quella cenere ora parla. Parla a noi. Parla alla Calabria. Parla alla Chiesa. Parla allo Stato.

E ci consegna una sola parola: basta.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. Illumini le coscienze di chi cerca la verità. Sostenga chi serve la giustizia. Scuota chi tace. Converta chi sfrutta. E renda questa terra finalmente capace di scegliere la vita contro la morte, la luce contro le tenebre, la dignità contro ogni forma di disumanizzazione.

Cassano all’Jonio, 02/06/2026

✠ Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI
(fonte: Diocesi di Cassano all'Jonio)


giovedì 28 maggio 2026

A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes, arcivescovo Corrado Lorefice: Rispondere ai muri con il diritto alla mobilità


A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes,
arcivescovo Corrado Lorefice

Rispondere ai muri
con il diritto alla mobilità


Salvaguardare il diritto alla mobilità degli esseri umani e rispondere alla tendenza all’innalzamento di muri e confini che umiliano e schiavizzano. Sono le sfide e priorità che accompagneranno l’incarico del nuovo presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes, monsignor Corrado Lorefice, eletto nel corso della 82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Nato nel 1962 a Ispica, in provincia di Ragusa, Lorefice è arcivescovo metropolita di Palermo dal 2015 e subentra alla guida della Commissione e della Fondazione a monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.

Da Palermo, posizione privilegiata, Lorefice ha sempre vissuto la necessità per il Mediterraneo di rispondere alla vocazione di essere luogo di scambio di culture. Un mare, indica l’arcivescovo ai media vaticani, «che non è chiamato ad essere cimitero o luogo di respingimenti», ma divenuto tale a causa di «scelte nefaste che stiamo facendo nel mondo, in Europa e purtroppo anche in Italia», scelte che portano a «pescare uomini, visto che ancora non si riesce a farli passare con tutti gli altri», esseri umani che «non possono esser né rigettati in mare, né riportati nei lager che sono sotto i nostri occhi».

Ormai «non si ragiona più in termini di casa comune, ma si pensa ad innalzare muri», una tendenza alla quale occorre rispondere, perché «chi vuole avere il diritto alla mobilità rischia di essere umiliato, schiavizzato, riportato con la forza lì nei confini che noi uomini abbiamo costituito, invalicabili».

«Ci sono pietre scartate – indica Lorefice citando l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas – che invece debbono diventare testata d'angolo, perché il mondo riparte solo dall'accoglienza, dalla solidarietà».

Grande fiducia per la nomina di monsignor Lorefice è stata espressa da Fondazione Migrantes, «conoscendo bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni a Palermo e in una regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti». Al presidente uscente, monsignor Perego, va poi il ringraziamento di Migrantes, «per i tanti anni spesi al servizio delle persone che sono al centro della nostra missione». Il suo, viene indicato, «è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile».

La nomina di Lorefice è stata accolta con gioia dalla Chiesa di Palermo che, nel garantire al suo pastore pieno supporto, indica come, «per la Chiesa italiana», quello di monsignor Lorefice «a favore delle donne, degli uomini e dei bambini che migrano – attraverso le rotte del Mediterraneo, in mare e via terra – fuggendo da condizioni di povertà estrema ma anche da persecuzioni e che desiderano essere accolti nel pieno rispetto della loro dignità, sia un impegno prezioso portato avanti alla luce dell’annuncio del Vangelo e del rispetto degli elementari diritti di ogni essere umano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Francesca Sabatinelli 28/05/2026)


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Vedi anche il post precedente:



mercoledì 27 maggio 2026

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes. Auguri a don Corrado per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
Auguri a don Corrado 
per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana.


Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è stato eletto dall’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio, Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione, sarà anche il presidente della Migrantes.

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Nel febbraio scorso, quando con Mediterranea Saving Humans abbiamo scoperto che le persone disperse in mare nei giorni del ciclone Harry erano probabilmente più di 1.000 e davanti al dolore dei loro familiari e amici riuniti impotenti, insieme a Luca Casarini e ad altre persone che camminano con noi abbiamo avuto questa ispirazione: andare in mare con la barca a vela e lì celebrare l’Eucarestia, memoriale perenne della Pasqua di Cristo. La Pasqua di Cristo é il fulcro della storia, in cui tutto culmina. Nella Sua Pasqua, Cristo ci dona l’amore che tutto assume, tutto riscatta e tutto salva. Quell’amore che opera nella storia attraverso tutte le persone di buona volontà, scardina le ingiustizie, costruisce solidarietà e fraternità. É con quell’amore che portiamo avanti la nostra missione.

La S. Messa che abbiamo celebrato in mare é stata davvero in comunione con tutte le Chiese del Mediterraneo, sia sul piano spirituale sia su quello dei tanti messaggi ricevuti. In particolare, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice ci ha mandato un messaggio impregnato di Vangelo e di profezia, che é stato reso pubblico dalla Arcidiocesi di Palermo. 

In seguito a quell’episodio, sui social si è scatenata una bufera di odio contro di lui, magari con qualche regia e qualche strumento tecnologico.
Lorefice, che come i giusti del Vangelo non si fa intimidire, ha ricevuto una solidarietà enorme da tutti: Santa Sede, ordini religiosi, associazioni, movimenti…. é difficile quantificare l’ondata di solidarietà che è arrivata.

Ieri, poi i vescovi italiani riuniti in assemblea generale hanno eletto proprio lui come nuovo Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
É molto significativo, perché quello che fa don Corrado è seguire Gesù con coraggio e passione. Si conferma così che la Chiesa é unita intorno al Vangelo, intorno a Cristo. “In illo uno unum”, come recita il motto di Papa Leone XIV.
(fonte: bacheca fb di don Mattia Ferrari 27/05/2026)


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UNA GIOIA GRANDE PER LA CHIESA
E PER IL MONDO DELLA MOBILITÀ UMANA


Con il cuore ricolmo di gioia e gratitudine, l'Ufficio Diocesano Migrantes esprime le più vive congratulazioni a Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, per la sua nomina a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMi) della CEI e della Fondazione Migrantes.
Per tutti noi che operiamo quotidianamente nella pastorale delle migrazioni, questa scelta non è solo un motivo di immenso orgoglio, ma rappresenta un vero e proprio faro di speranza e una spinta profetica a fare sempre di più e meglio.
Mons. Lorefice è da sempre una voce limpida, coraggiosa e profondamente evangelica nel panorama italiano. Una guida che non parla di flussi o di cifre, ma di volti, di storie e di carne fraterna. La sua attenzione profetica verso gli ultimi e il mondo della mobilità umana è incarnata nelle sue stesse parole, che oggi risuonano come un mandato per tutti noi:
"L'accoglienza non è un'opzione o un'emergenza da gestire, ma la dimensione costitutiva del cristiano e dell'essere umani. Sulle rotte dei migranti si gioca la nostra stessa umanità: o ci salviamo insieme, riconoscendoci fratelli, o naufraghiamo tutti nel mare dell'indifferenza."
Sotto la sua guida illuminata, la Fondazione Migrantes nazionale saprà tracciare percorsi di autentica inclusione, giustizia e prossimità.
A Mons. Corrado assicuriamo sin da ora la nostra preghiera, la nostra totale comunione e il massimo impegno sul territorio diocesano e regionale, pronti a camminare insieme a lui a servizio dei fratelli e delle sorelle migranti.
Buon cammino e buon ministero, Don Corrado!
(fonte: bacheca fb di Ufficio Migrantes Messina 27/05/2026)


sabato 16 maggio 2026

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

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