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martedì 6 ottobre 2026

Tonio Dell'Olio: Forse abbiamo perso la memoria

Tonio Dell'Olio
 
Forse abbiamo perso la memoria
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 ottobre 2026


Il 3 ottobre è passato. Quanto spazio gli abbiamo fatto nella nostra coscienza? Dal 2016 è la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione: ricorda le 368 persone morte nel naufragio di Lampedusa del 2013. Donne, uomini, bambini. Nomi, desideri, legami. Non un numero da archiviare.

Qualcuno ha custodito il ricordo: i superstiti, le famiglie, le associazioni, chi continua a soccorrere. Ma la memoria pubblica sembra consumarsi in fretta, mentre il mare continua a restituire cadaveri o a nasconderli per sempre. 

Secondo UNHCR, OIM e UNICEF, dal 2014 le vittime documentate nel Mediterraneo centrale sono quasi 27 mila. Una strage di Lampedusa ogni due mesi, per tredici anni. 
C’è, strisciante, l’ipocrisia delle commemorazioni senza un cambiamento delle politiche. 

La domanda ci riguarda tutti: possiamo piangere i morti e chiudere ai vivi le vie della salvezza? 

Gli accordi che delegano le frontiere a Paesi insicuri e gli ostacoli ai soccorsi interrogano la nostra responsabilità. Non basta deporre una corona. Servono ingressi regolari, corridoi umanitari, soccorsi tempestivi e un’accoglienza degna. 

Il mare non decide le nostre leggi. Noi sì. Forse abbiamo perso la memoria perché ricordare davvero obbligherebbe a cambiare. E quei 368 ci chiedono ancora di riconoscere e rispettare la dignità di ogni persona.


sabato 26 settembre 2026

Tonio Dell'Olio: Anche uno solo

Tonio Dell'Olio
 
Anche uno solo
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  24 settembre 2026


“Anche uno solo di questi bambini”: il tema scelto per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre) possiede la forza disarmante del Vangelo. Sottrae i minori migranti all’anonimato dei numeri e li restituisce alla loro irriducibile unicità. Uno solo basta a interpellare la nostra coscienza, a mettere sotto accusa politiche costruite sulla paura, a impedire che la frontiera diventi il confine dell’umanità.

Papa Leone XIV ha ricordato le “sofferenze indicibili” patite da bambini e adolescenti lungo le rotte migratorie: violenze, torture, sfruttamento, traumi e, non di rado, la morte. E il viaggio non termina sempre con l’approdo. Spesso ad aspettarli da questa parte del mare c’è rifiuto, isolamento, diffidenza, rimpatri che aggiungono trauma al trauma. 

Sono vite costrette troppo presto a conoscere il vocabolario crudele degli adulti: guerra, fame, tratta, respingimento. 

Nel 2025 sono arrivati in Europa più di 35.300 minori; nei primi mesi del 2026 uno su cinque tra migranti e rifugiati era un bambino. Ma i numeri, per quanto impressionanti, rischiano di proteggerci dalla responsabilità. Il Papa chiede invece che ciascuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi. 

Tutelare la vita di un minore non è un moto spontaneo di generosità, ma giustizia. Anche uno solo vale quanto il mondo intero. E nessuna frontiera può renderlo meno figlio, meno fratello, meno umano.

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venerdì 18 settembre 2026

CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso


CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso

(Foto di Andrea Mancuso)

La valutazione di non idoneità al trattenimento si fonda su dati clinici e risponde al giuramento di Ippocrate e alle evidenze sull’impatto patogeno dei CPR. No alle visite frettolose per esigenze di governo, all’ampliamento del sistema detentivo dei CPR e alle campagne denigratorie contro chi tiene fermo il rispetto dei diritti fondamentali.

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – ASGI – esprime grave preoccupazione per quanto accaduto nelle ultime ore a diversi medici e mediche in varie città italiane.

Nella notte del 16 settembre sono state effettuate, su disposizione della Procura della Repubblica di Ravenna, perquisizioni domiciliari, sequestri di cellulari e computer a carico di 23 medici e mediche, allo stato non indagati, nell’ambito di indagini finalizzate ad accertare eventuali responsabilità nel rilascio di certificati di non idoneità sanitaria al trattenimento di persone straniere nei CPR o nei luoghi idonei destinati al rimpatrio.

Particolarmente preoccupante risulta essere la notizia della contestazione di associazione per delinquere, finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri, mossa all’unico medico perquisito chiamato a rispondere come indagato.

Come richiamato in numerosi appelli, l’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno; le valutazioni condotte dai medici per accertare l’idoneità delle persone straniere al trattenimento non sono “arbitrarie”, ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei CPR, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’estrema gravità della contestazione mossa fa temere che dietro la notizia di tali accuse e dietro la campagna politica e mediatica scatenata contro i medici coinvolti nelle indagini vi sia un tentativo di azione esemplare per sedare il dissenso di quella parte della classe medica che, in ottemperanza al giuramento di Ippocrate, ritiene prevalente il proprio obbligo di una valutazione medica oggettiva, senza cedere a pressioni che in nome dell’efficienza del sistema, vorrebbero il medico un mero burocrate che dia il via libera alle detenzioni, senza alcun approfondimento.

In questo contesto, tutti coloro che non si lasciano intimidire da questa deriva autoritaria e tengono fermo il rispetto dell’ordinamento giuridico e dei diritti fondamentali sono e diventano bersaglio di campagne denigratorie. È toccato a magistrati, a singoli attivisti, ad associazioni e organizzazioni che prestano attività di ricerca e soccorso in mare e ora accade ai medici.

Richiamando il comunicato del Comitato Centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEeO), si osserva che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. L’autonomia e l’indipendenza della professione medica costituiscono garanzie poste a tutela di tutti e non possono essere sottoposte a pressioni politiche o ideologiche.

ASGI esprime la propria solidarietà ai medici e alle mediche che, per svolgere con scrupolo il proprio lavoro e senza accettare frettolose valutazioni per quieto vivere, sono oggi vittime di attacchi e di veri e propri tentativi di intimidazione.

L’Associazione manifesta profonda preoccupazione per l’incremento di azioni di polizia e la strumentalizzazione giornalistica di meri atti di indagine che, per modalità e tempistiche, paiono attacchi repressivi a ogni forma di dissenso.

È in gioco la tenuta dello Stato di diritto e il rispetto della Costituzione: è chiaro il tentativo di fare del fenomeno migratorio il cavallo di Troia per disegnare un modello di società in cui i diritti fondamentali sono negati o fortemente compromessi.
(fonte: Pressenza - ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione 17.09.26)

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CPR, Medici indagati: MSF chiede alla Procura di Ravenna di acquisire il Giuramento di Ippocrate

MSF ha deciso di rivolgersi alla Procura di Ravenna per chiedere che il Giuramento di Ippocrate venga acquisito agli atti dell’inchiesta, a richiamo dei principi di indipendenza e responsabilità che guidano la professione medica.

MSF: “Medici liberi di curare, senza condizionamenti”

La nostra organizzazione segue e denuncia da anni le condizioni delle persone trattenute nei CPR in Italia.

Nel 2025, insieme alle organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione, abbiamo visitato diversi CPR sul territorio nazionale, osservando le condizioni di vita e di salute delle persone trattenute. Da questo lavoro è nato un rapporto che documenta le criticità del sistema e l’impatto della detenzione sulla salute.

Abbiamo inoltre sottoscritto l’appello promosso dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni sul ruolo e sull’autonomia dei medici nei CPR.

Questa esperienza si inserisce nel lavoro che portiamo avanti da oltre 20 anni anche in altri paesi, da Malta alla Grecia, dalla Libia a Nauru, dove abbiamo documentato le gravi conseguenze della detenzione amministrativa delle persone migranti sulla salute fisica e mentale.

Con questo gesto simbolico esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi e colleghe indagati e ribadiamo che un medico debba sempre agire secondo scienza e coscienza, nell’interesse esclusivo della salute delle persone “Primum non nocere”, prima di tutto non nuocere, è il principio cardine della pratica medica. I CPR sono luoghi in cui il diritto alla salute è sistematicamente compromesso e rappresentano un sistema patogeno, dove le persone si ammalano, si suicidano e i diritti vengono sistematicamente calpestati. È indispensabile che ai medici venga riconosciuta la libertà di svolgere il proprio ruolo senza condizionamenti, curando e tutelando ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione, mettendo la salute al centro di ogni decisione clinica”.

Chiara Montaldo
infettivologa e responsabile medica di MSF
(fonte: Medici senza frontiere 17/09/2026)


giovedì 10 settembre 2026

112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 27/09/2026 - Messaggio di papa Leone XIV: "Anche uno solo di questi bambini" - Mons. Corrado Lorefice: Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV
PER LA 112ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

(27 settembre 2026)


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Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37). 

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Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

LEONE PP. XIV


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Mons. Corrado Lorefice
Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo 

In un tempo abituato a contare i morti e a considerare un nulla la vita di ogni creatura, il tema scelto da papa Leone XIV per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2026 ricorda a tutti che ogni esistenza brilla agli occhi di Dio. 

È incredibile la critica mossa alla comunità cristiana, accusata di «buonismo» e di «fare politica» quando parla di accoglienza. 
La Chiesa non anima sentimentalismi e non fa politica: fa Vangelo. 
E da qui una visione di polis, di città umana e umanizzante. Alla fine della vita, infatti, saremo giudicati non sul potere, non sul successo, ma sull’amore. Questo vuol dire che di fronte al povero, al sofferente, al bambino, non ha senso cercare spiegazioni o retropensieri. Vanno accolti, e basta. Non come si accoglie un “poveraccio”, ma come chi ha qualcosa da dirti e da darti. 

Quando capiremo che l’altro è quell’oltre che ci porta a pienezza? 
Quando capiremo che solo stando accanto ai deboli si scopre la dolcezza dell’anima e del corpo di cui parla Francesco d’Assisi nel suo Testamento? 

Il Padre misericordioso non chiede al figlio «perché sei tornato»: sei tornato, sei venuto, sei un figlio, un fratello. Altro non serve. 

Oggi i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo. Dio si ricorda di loro. Esistenze irripetibili, volti presenti singolarmente alla memoria del Padre, che giungono a ribaltare le nostre idee religiose e a metterci di fronte a uno scandalo mai sopito: sono loro il volto di Dio, perché con loro si è identificato il Figlio di Dio. 

Il modo in cui li trattiamo è la cartina di tornasole della veridicità del nostro rapporto con Dio. Dirsi cristiani e non accogliere è una contraddizione assoluta. D’altronde, Gesù è fuggito in Egitto per insegnarci che Dio non conosce frontiere. La famiglia di Nazareth che varca il confine benedice tutti gli attraversamenti di frontiera. 
Fuggire dagli Erodi che non guardano negli occhi i bambini è, a volte, l’unico modo per dare un futuro ai propri figli. 
La storia è nata e rinata da un bambino a Betlemme, così la storia dell’umanità rinasce ogni volta che un bambino viene custodito. Custodire i bambini è forse, oggi, il compito più urgente che ci sia dato. 

«Una madre a Gaza non dorme… Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno / […] per cullare i suoi bambini. / E dopo che tutti si sono addormentati, / si erge come uno scudo di fronte alla morte» (Ni’ma Hassan). 
Una madre a Gaza. Una madre in tutti i teatri di guerra del mondo. 
In questa veglia senza sonno si condensa tutto il senso di questa nostra Giornata: perché anche un solo bambino, un solo volto, una sola vita, vale come il mondo intero agli occhi di Dio e, se vogliamo davvero dirci suoi discepoli, anche ai nostri.

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“Migranti Press”, in uscita lo speciale
per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

È integralmente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre 2026), come di consueto ogni anno, il numero doppio speciale di Migranti Press in uscita, eccezionalmente in distribuzione presso tutte le parrocchie italiane.

Il tema della Giornata (in breve, GMMR), indicato da papa Leone – “Anche uno solo di questi bambini” – è il filo conduttore dei contributi pubblicati sulla rivista, a partire dall’editoriale del presidente della Fondazione Migrantes, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, che ricorda che i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo e che la Chiesa che li tutela e li accoglie «fa Vangelo».

Il numero si struttura in due sezioni. ...



martedì 1 settembre 2026

O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana.

O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana. 
Padre Alex Zanotelli commenta il magistero di Leone XIV sui migranti


Non possiamo abituarci a contare i morti, la dignità umana non ha passaporto e non perde dignità quando attraversa una frontiera”. Queste le sferzanti parole di Papa Leone XIV durante la sua visita il 5 luglio a Lampedusa, preferendo cosi l’isola dove arrivano i migranti, alla festa dell’indipendenza degli USA, dove era stato ufficialmente invitato a partecipare il 4 luglio. Il Pontefice manda così un forte messaggio al suo paese di origine che si sta sempre più chiudendo su se stesso, con le razziste e criminali leggi di Trump, con le retate dei migranti ad opera degli agenti dell’ICE e con il tentativo di abolire lo Jus soli.”

Papa Leone ha voluto ricordare al popolo americano che sono stati i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione. E al popolo italiano invece ha rammentato che non ci devono essere due Lampedusa. Non ci può essere una spiaggia per i turisti e una dove vengono relegate le persone che arrivano con i barconi.

Papa Leone è stato pungente anche con lUnione Europea che da poco ha votato il famigerato Migration Pact (Il Patto delle Migrazioni). È scandaloso che dopo aver votato questo Patto, i parlamentari della UE abbiano salutato l’approvazione del nuovo regolamento cantando: “Mandateli a casa!

A questa Europa, il Papa ricorda: I morti di questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate. Il Mediterraneo è diventato Cimiterium Nostrum, come ripeteva Papa Francesco, dove sono sepolti circa centomila migranti!

E anche in questi giorni di agosto i migranti continuano ad annegare nel Mediterraneo, sempre per le politiche criminali della UE e del governo Meloni. Papa Leone a Rimini ha detto: “ Prima dei confini ci sono le persone. Il presidente del Consiglio mondiale delle Chiese, il vescovo luterano Bedfort Strohm ha rincarato la dose: “La querelle attuale è vergognosa perché per alcuni politici sembra contare solo quante persone hanno espulso. Dovrebbe valere l’opposto: il successo della politica dovrebbe essere quello di garantire a più persone possibili una vita dignitosa. Ciò a cui stiamo assistendo non ha nulla a che vedere con il cristianesimo.

O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana.

Contro queste politiche disumane e razziste, si terrà il Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti il 9 settembre , a Roma, in via di San Nicola de Cesarini (Largo Argentina) dalle ore 17.

Padre Alex Zanotelli a nome del Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti

(fonte: Faro di Roma 31/08/2026)

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mercoledì 5 agosto 2026

Ceuta: là dove muore un sogno

Ceuta: là dove muore un sogno


Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

***

Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

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Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

***

A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)


giovedì 2 luglio 2026

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. L’omaggio ai migranti morti in mare - Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”


Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa.
L’omaggio ai migranti morti in mare

Secondo i dati dell’Oim oltre 1200 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi mesi del 2026. Il molo dell’isola sarà intitolato a papa Francesco

Sulla costa di Lampedusa l’opera “Porta d’Europa”, di Mimmo Paladino, installata nel 2008
 in memoria dei migranti deceduti e dispersi in mare nel tentativo di raggiungere la terra. 
ANSA/CIRO FUSCO

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. Non negli Stati Uniti. Il pontefice visiterà la piccola isola agrigentina, estremo lembo meridionale d’Italia, situata più a sud della Tunisia.

In quella stessa data, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, firmata a Philadelphia avvenuta nel 1776: è la data che si considera quella della nascita della nazione americana. Donald Trump aveva invitato negli Usa il primo pontefice americano (anzi pan-americano) della storia.

Ma il pontefice nato e cresciuto a Chicago ha rifiutato l’invito. Rifiuto, probabilmente, ribadito anche al vicepresidente statunitense James David Vance che lo scorso 19 maggio si è recato in visita in Vaticano. Vance è cattolico (si è convertito e battezzato nel 2019) studiando i testi di Sant’Agostino e dandone un’interpretazione originale.

Papa Leone non andrà negli States, almeno nel 2026. E in quella stessa data, emblematicamente, sarà invece a Lampedusa. Certamente una coincidenza ma che in qualche modo non è passata inosservata. Leone avrebbe potuto recarsi a Lampedusa una settimana prima o dopo. Ma la data prescelta è quella del Freedom 250. Mentre il suo Paese di nascita celebra l’importante anniversario, papa Leone sarà nell’isola, terra di frontiera, simbolo di accoglienza e solidarietà, per rendere omaggio ai migranti morti in mare.

Papa Leone sulle orme di Francesco, che per il suo primo viaggio pastorale dopo l’elezione a pontefice scelse proprio Lampedusa. In tutti è ancora vivo il ricordo dell’8 luglio 2013, dell’omaggio alla Porta d’Europa, della messa celebrata su un altare allestito su un’imbarcazione naufragata, delle parole vibranti del nuovo papa.

Leone XIV atterrerà a Lampedusa alle 9, dopo la partenza da Ciampino alle 7.15. La visita durerà per tutta la mattina e ripartirà alle 13.15. Il papa visiterà i luoghi simbolo dell’isola. La prima tappa è al cimitero, con l’omaggio ai migranti defunti. Poi il papa si recherà alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti morti in mare nella parte meridionale dell’isola, opera d’arte di Domenico Paladino. Al Molo Favaloro dove il papa benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco. Qui potrà salutare personalmente alcuni migranti e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle 10.30 è prevista la celebrazione della Santa Messa. Accanto all’altare ci sarà l’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti. Leone XIV saluterà poi i rappresentanti delle istituzioni (è stata annunciata la presenza del presidente della Regione, Renato Schifani), i volontari impegnati nell’accoglienza e i bambini ammalati. A fine mattina il decollo da Lampedusa verso Ciampino.

Leone XIV ha voluto dare continuità al messaggio di papa Francesco in un momento in cui i riflettori sono sempre accesi sul Mediterraneo che, solo nei primi sei mesi del 2026, ha visto morire più di 1200 persone. Lo scorso anno erano state 700. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

«Esistono mostri che si aggirano in questi mari», ha detto appena 20 giorni fa durante la visita alle Canarie. Era l’11 giugno e il pontefice stava concludendo la visita in Spagna toccando anche le otto isole dell’arcipelago dell’Atlantico. Il pontefice aveva reso omaggio ai migranti, inchinandosi emblematicamente davanti a loro. «Non siete numeri – disse Leone nel suo discorso – né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».

Ora, il papa che nel suo primo anno di pontificato ha già toccato molti Paesi, nelle diverse latitudini, sarà a Lampedusa. Ad accoglierlo ci saranno l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino. Ci saranno i 6500 lampedusani, tutti concentrati nell’unico comune e nelle strutture turistiche lungo la costa, oltre che nell’isola di Linosa (500 abitanti). Ci saranno anche i turisti, presenti in gran numero nell’isola.

Lampedusa per un giorno sarà al centro della storia per raccontare a tutti il dramma dei migranti e la storia di un’isola che parla il linguaggio dell’accoglienza. In passato non sono mancati (e non mancano ancora oggi) manifestazioni di protesta e di intolleranza razziale. Ma l’isola ha un’identità e un secondo nome: si chiama “accoglienza”. Porta aperta dell’Europa che tra mille difficoltà e incertezze continua a ricevere i flussi migratori dal Nord Africa e non solo.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Francesca Cabibbo 01/07/2026)

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Papa a Lampedusa. 
Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera 
capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”

Il viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama il Vangelo e il diritto alla mobilità. Mons. Lorefice invita a superare l’emergenza, riconoscere la dignità dei migranti e ritrovare il senso comunitario per evitare nuove tragedie nel Mediterraneo

Agorà Spazio Migrante(S)

Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.

Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?

Mons. Corrado Lorefice
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.

Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…

“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.

Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…

“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.

Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?

“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.

Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?

“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
(fonte: SIR 30/06/2026)

sabato 20 giugno 2026

Giornata Mondiale del Rifugiato: oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Giornata Mondiale del Rifugiato:
oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Secondo il rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni 70 abitanti del pianeta. Il messaggio di Leone XIV: i migranti non sono problemi ma persone portatrici di dignità e speranza

Migranti in attesa di papa Leone XIV a Tenerife, il 12 giugno. ANSA

Oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato ci invita a fermarci per guardare una delle grandi questioni del nostro tempo: milioni di persone costrette a lasciare la propria casa per sfuggire a guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani.

È una ricorrenza che rischia di trasformarsi in un rito formale, scandito da statistiche e dichiarazioni di circostanza. Eppure, dietro ogni cifra si nasconde una storia: una famiglia separata, un bambino che interrompe gli studi, una madre che attraversa confini sconosciuti, un padre che perde il lavoro, la casa e spesso la speranza.

Secondo il più recente rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni settanta abitanti del pianeta. Una cifra enorme, spaventosa, anche se in lieve calo rispetto all’anno precedente, la prima dopo oltre un decennio di crescita quasi continua. (UNHCR)

I rifugiati nel mondo sono oggi 41,6 milioni, mentre altri 68,7 milioni vivono sfollati all'interno dei propri Paesi e circa 9 milioni attendono ancora una decisione sulla propria domanda d'asilo. (UNHCR)

Come interpretare questo calo complessivo? I dati raccontano una realtà complessa. Nel 2025 quasi 14,7 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree di origine, tra cui 4,4 milioni di rifugiati. Molti di questi ritorni hanno riguardato Afghanistan, Siria e Sudan. Tuttavia, come sottolinea l’UNHCR, numerosi rientri sono avvenuti in condizioni estremamente fragili, in territori ancora segnati da instabilità, povertà e insicurezza. Tornare a casa non significa necessariamente aver ritrovato una vita dignitosa.

Esiste poi un dato particolarmente significativo: sette rifugiati su dieci vivono in situazioni di esilio prolungato. Per milioni di persone la fuga non è più una parentesi temporanea, ma una condizione permanente. Anni trascorsi in campi profughi, in periferie urbane o in Paesi che li accolgono senza poter offrire reali prospettive di integrazione.

Questa constatazione obbliga a una riflessione più profonda. Troppo spesso il dibattito pubblico riduce il tema dei rifugiati a una questione di numeri, quote, confini e controlli. Sono aspetti che hanno un riflesso sulla vita delle società, certamente, ma non possono essere gli unici criteri di valutazione. Il vero interrogativo riguarda il futuro delle persone che hanno perso tutto. Come costruire opportunità di studio, lavoro e autonomia? Come evitare che intere generazioni crescano dipendendo esclusivamente dagli aiuti umanitari?

L'UNHCR ha scelto di concentrare l'attenzione proprio su questo punto, lanciando una strategia che punta a ridurre drasticamente entro il 2035 il numero di rifugiati intrappolati in condizioni di dipendenza prolungata dall'assistenza. L'obiettivo non è soltanto garantire protezione, ma creare le condizioni affinché chi è stato costretto a fuggire possa tornare a essere protagonista della propria vita.

Anche alcuni luoghi comuni meritano di essere superati. La maggior parte dei rifugiati non raggiunge infatti i Paesi più ricchi del mondo. Circa il 65% trova protezione in Stati confinanti con il proprio Paese d'origine, spesso nazioni a basso o medio reddito che sopportano il peso maggiore dell'accoglienza. Sono comunità che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a offrire rifugio a milioni di persone.

La Giornata Mondiale del Rifugiato arriva inoltre in un momento delicato per il sistema umanitario internazionale. Le esigenze crescono, mentre i finanziamenti diminuiscono. Lo stesso UNHCR ha segnalato nel 2025 una significativa riduzione delle risorse disponibili, con inevitabili conseguenze sui servizi essenziali destinati alle popolazioni più vulnerabili.

Per questo il 20 giugno non dovrebbe essere soltanto un'occasione per esprimere solidarietà. Dovrebbe diventare un momento di responsabilità collettiva. In un'epoca segnata da conflitti persistenti, tensioni geopolitiche e crisi climatiche sempre più frequenti, il destino dei rifugiati non riguarda soltanto chi fugge. Riguarda il modello di società che intendiamo costruire.

Difendere il diritto d'asilo, promuovere l'inclusione e contrastare l’indifferenza non sono gesti di generosità sono scelte che definiscono la qualità morale e democratica delle nostre comunità.

Perché, in fondo, la storia dei rifugiati ci ricorda una verità semplice e universale: nessuno sceglie di diventare rifugiato. Ma tutti possiamo scegliere come guardare chi è stato costretto a fuggire.

Un gesto di tenerezza di Leone XIX con alcuni migranti a Tenerife, lo scorso 12 giugno. (ANSA)

Papa Leone XIV ha scelto come tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato la frase «Anche uno solo di questi bambini», richiamando il Vangelo di Matteo («Chi accoglie uno solo di questi bambini accoglie me»). Con questa scelta ha voluto attirare l’attenzione sui minori migranti e rifugiati, considerati tra le persone più vulnerabili nei percorsi di fuga e di migrazione.

Nel suo recente viaggio nelle Isole Canarie, uno dei principali punti di approdo delle rotte migratorie verso l'Europa, Leone XIV ha affermato che «tutti noi siamo migranti», invitando a guardare ai rifugiati non come a un problema ma come a persone portatrici di dignità, storia e speranza. Ha chiesto maggiore solidarietà, integrazione e percorsi legali e sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà. Inoltre ha denunciato la «normalizzazione» delle morti lungo le rotte migratorie, affermando che la storia giudicherà severamente chi resta indifferente davanti a queste tragedie.
(fonte: famiglia Cristiana, articolo di Paolo Perazzolo 20/06/2026)


Mons. Mariano Crociata: Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

Mons. Mariano Crociata
Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha pubblicato una dichiarazione del suo Presidente, mons. Mariano Crociata, in risposta alla votazione tenutasi mercoledì 17 giugno 2026 al Parlamento europeo sul nuovo regolamento in materia di rimpatrio, che integra il Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore (cf. qui).


La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) prende atto del voto odierno del Parlamento europeo che approva il nuovo Regolamento sui rimpatri, a complemento del Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore.

Pur riconoscendo la legittima responsabilità delle autorità pubbliche di gestire i flussi migratori, garantire l’integrità delle frontiere e contrastare la tratta di esseri umani, la COMECE rimane profondamente preoccupata per alcuni aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire la tutela effettiva dei diritti fondamentali e della dignità delle persone più vulnerabili.

In particolare, l’ampliamento del ricorso alla detenzione, le limitazioni ai ricorsi e ai rimedi effettivi, nonché la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi sollevano serie questioni etiche e umanitarie.

La migrazione non è soltanto una questione di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani: donne, uomini e bambini, ciascuno portatore di una dignità inviolabile che deve rimanere al centro di ogni decisione politica.

Durante la sua recente visita alle Isole Canarie, Papa Leone XIV ha ricordato all’Europa e al mondo che non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanti perdono la vita in mare, cadono vittime della tratta di esseri umani o sono costretti a fuggire da guerre, violenze, persecuzioni, fame o degrado ambientale. Come ha affermato il Santo Padre, i migranti non sono «una categoria o una statistica», ma persone che «potrebbero far parte della nostra stessa famiglia». Parole che interpellano la nostra coscienza e ci invitano a guardare oltre la paura e le convenienze politiche.

L’Unione europea è stata fondata sulla convinzione che la dignità umana sia inviolabile e che la solidarietà tra i popoli non rappresenti un ideale facoltativo, bensì una responsabilità fondamentale. L’Europa non può pretendere di difendere questi valori mentre si abitua al fatto che il Mediterraneo e l’Atlantico diventino silenziosi cimiteri per coloro che cercano sicurezza e un futuro per le proprie famiglie.

La COMECE rinnova pertanto il proprio appello affinché le politiche in materia di migrazione e asilo restino saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, del diritto di chiedere asilo, della tutela dell’unità familiare e di una particolare attenzione verso le persone più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi contrapposti: devono procedere insieme.

Allo stesso tempo, facciamo nostro l’appello di Papa Leone XIV alla comunità internazionale. I Paesi di origine, di transito e di destinazione condividono la responsabilità di affrontare le cause profonde che costringono le persone a migrare e di proteggere coloro che sono in movimento.

Ogni persona ha non solo il diritto di cercare protezione quando la propria vita è minacciata, ma anche il diritto di non essere costretta a lasciare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni, povertà, corruzione o collasso ambientale.

Il voto odierno riguarda molto più della politica migratoria. Esso solleva una questione più ampia sul tipo di Europa che desideriamo costruire. In questo momento decisivo, l’Europa è chiamata non a ritirarsi dai propri valori fondativi, ma a riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità.

Mercoledì 17 giugno 2026

Mons. Mariano Crociata,
Presidente della COMECE
(fonte: Settimana News 19/06/2026)

giovedì 18 giugno 2026

Migranti e insicurezza: una verità capovolta.


Migranti e insicurezza: una verità capovolta.

Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara

foto da FB

Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.

Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?

Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.

I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).

In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).

Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.

L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.

Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.

La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.

Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.

Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.

Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.

Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.

Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.

La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.

Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”