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mercoledì 23 ottobre 2019

«La Chiesa è “in uscita” o non è Chiesa» Papa Francesco Udienza Generale 23/10/2019 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 23 ottobre 2019 


Il Papa ha fatto il suo ingresso oggi in piazza San Pietro intorno alle 9 e subito ha fatto fermare la jeep bianca scoperta per far salire a bordo cinque bambini, che durante il percorso tra i vari settori della piazza hanno salutato anche loro la folla, con l’entusiasmo di chi ha avuto la fortuna di fare un “viaggio” speciale e indimenticabile. Protagonisti, come di consueto, i bambini, che Francesco – apparso sorridente e rilassato – ha baciato e accarezzato, grazie all’aiuto dei solerti uomini della Gendarmeria Vaticana. Migliaia i pellegrini presenti in questa ennesima giornata di sole dell'”ottobrata romana”: tra le bandiere che sventolano, anche quelle bianche e azzurre dell’Argentina. Moltissimi i palloncini di colore arancione tenuti in alto dai bambini delle scuole, che hanno fatto da coreografia all’udienza. Prima di percorrere a piedi, come avviene ogni mercoledì, il tratto che lo separa dalla sua postazione al centro del sagrato, il Santo Padre si è congedato dai suoi piccoli ospiti salutandoli uno per uno, prima di farli scendere dalla papamobile.
















Catechesi sugli Atti degli Apostoli - 13. «Dio ha aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27). La missione di Paolo e Barnaba e il concilio di Gerusalemme

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il libro degli Atti degli Apostoli narra che San Paolo, dopo quell’incontro trasformante con Gesù, viene accolto dalla Chiesa di Gerusalemme grazie alla mediazione di Barnaba e inizia ad annunciare Cristo. Però, a causa dell’ostilità di alcuni, è costretto a trasferirsi a Tarso, la sua città natale, dove Barnaba lo raggiunge per coinvolgerlo nel lungo viaggio della Parola di Dio. Il Libro degli Atti degli Apostoli, che stiamo commentando in queste catechesi, si può dire è il libro del lungo viaggio della Parola di Dio: la Parola di Dio va annunciata, e annunciata dappertutto. Questo viaggio comincia in seguito a una forte persecuzione (cfr At 11,19); ma questa, invece di provocare una battuta d’arresto per l’evangelizzazione, diventa un’opportunità per allargare il campo dove spargere il buon seme della Parola. I cristiani non si spaventano. Devono fuggire, ma fuggono con la Parola, e spargono la Parola un po’ dappertutto.

Paolo e Barnaba arrivano dapprima ad Antiochia di Siria, dove si fermano un anno intero per insegnare e aiutare la comunità a mettere radici (cfr At 11,26). Annunziavano alla comunità ebraica, ai giudei. Antiochia diventa così il centro di propulsione missionaria, grazie alla predicazione con cui i due evangelizzatori – Paolo e Barnaba – incidono sui cuori dei credenti, che qui, ad Antiochia, vengono chiamati per la prima volta «cristiani» (cfr At 11,26).

Emerge dal Libro degli Atti la natura della Chiesa, che non è una roccaforte, ma una tenda capace di allargare il suo spazio (cfr Is 54,2) e di dare accesso a tutti. La Chiesa è “in uscita” o non è Chiesa, o è in cammino allargando sempre il suo spazio affinché tutti possano entrare, o non è Chiesa. «Una Chiesa con le porte aperte» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 46), sempre con le porte aperte. Quando vedo qualche chiesetta qui, in questa città, o quando la vedevo nell’altra diocesi da dove vengo, con le porte chiuse, questo è un segnale brutto. Le chiese devono avere sempre le porte aperte perché questo è il simbolo di cosa è una chiesa: sempre aperta. La Chiesa è «chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. [...] Così che, se qualcuno vuole seguire una mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa» (ibid., 47).

Però questa novità delle porte aperte a chi?. Ai pagani, perché gli Apostoli predicavano ai giudei, ma sono venuti anche a bussare alla porta della Chiesa i pagani; e questa novità delle porte aperte ai pagani scatena una controversia molto animata. Alcuni giudei affermano la necessità di farsi giudei mediante la circoncisione per salvarsi, e poi ricevere il battesimo. Dicono: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati» (At 15,1), cioè non potete ricevere in seguito il battesimo. Prima il rito giudaico e poi il battesimo: questa era la posizione loro. E per dirimere la questione, Paolo e Barnaba consultano il consiglio degli Apostoli e degli anziani a Gerusalemme, e ha luogo quello che è ritenuto il primo concilio della storia della Chiesa, il concilio o assemblea di Gerusalemme, cui fa riferimento Paolo nella Lettera ai Galati (2,1-10).

Viene affrontata una questione teologica, spirituale e disciplinare molto delicata: cioè il rapporto tra la fede in Cristo e l’osservanza della Legge di Mosè. Decisivi nel corso dell’assemblea sono i discorsi di Pietro e Giacomo, «colonne» della Chiesa-madre (cfr At 15,7-21; Gal 2,9). Essi invitano a non imporre la circoncisione ai pagani, ma a chiedere loro soltanto di rigettare l’idolatria e tutte le sue espressioni. Dalla discussione viene la strada comune, e tale decisione, ratificata con la cosiddetta lettera apostolica inviata ad Antiochia.

L’assemblea di Gerusalemme ci offre una luce importante sulle modalità con cui affrontare le divergenze e ricercare la «verità nella carità» (Ef 4,15). Ci ricorda che il metodo ecclesiale per la risoluzione dei conflitti si basa sul dialogo fatto di ascolto attento e paziente e sul discernimento compiuto alla luce dello Spirito. È lo Spirito, infatti, che aiuta a superare le chiusure e le tensioni e lavora nei cuori perché giungano, nella verità e nel bene, perché giungano all’unità. Questo testo ci aiuta a comprendere la sinodalità. È interessante come scrivono la Lettera: incominciano, gli Apostoli, dicendo: “Lo Spirito Santo e noi pensiamo che …”. È proprio della sinodalità, la presenza dello Spirito Santo, altrimenti non è sinodalità, è parlatorio, parlamento, altra cosa …

Chiediamo al Signore di rafforzare in tutti i cristiani, specialmente nei vescovi e nei presbiteri, il desiderio e la responsabilità della comunione. Ci aiuti a vivere il dialogo, l’ascolto e l’incontro con i fratelli nella fede e con i lontani, per gustare e manifestare la fecondità della Chiesa, chiamata ad essere in ogni tempo «madre gioiosa» di molti figli (cfr Sal 113,9).

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...


APPELLO PER IL CILE

Seguo con preoccupazione quanto sta accadendo in Cile. Mi auguro che, ponendo fine alle violente manifestazioni, attraverso il dialogo ci si adoperi per trovare soluzioni alla crisi e far fronte alle difficoltà che l’hanno generata, per il bene dell’intera popolazione.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II; imitiamolo questo maestro di fede e di vita evangelica, esempio di amore a Cristo e all’uomo.

Guarda il video integrale



A sostegno di papa Francesco AMORE IN AZIONE


A sostegno di papa Francesco
AMORE IN AZIONE

Un appello a favore di un impegno corale in difesa di papa Francesco fatto oggetto di attacchi continui da lobby e media reazionari e da gruppi di potere dentro e fuori la Chiesa è stato lanciato dal Premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel non solo ai cattolici ma a quanti condividono valori di umanità e di pace. 

Adolfo Pérez Esquivel, il premio Nobel per la pace argentino, lancia un appello a sostegno di Papa Francesco, del suo impegno per l’ambiente, la giustizia, la pace, per una Chiesa chinata sui poveri. Di fronte agli attacchi portati avanti da gruppi conservatori e reazionari, appoggiati anche da lobby della comunicazione, il premio Nobel ritiene che sia arrivato il momento di «alzare la voce» e di convertire simpatia e affetto nei confronti del Pontefice in un impegno concreto. La campagna, denominata “Amore in azione”, viene lanciata in queste ore sulla piattaforma secure.avaaz.orged è rivolta a tutti. A quel «pregate per me» che Papa Francesco chiede alla fine di ogni suo discorso, sottolinea Pérez Esquivel, possono rispondere non solo i cattolici. Ma anche tutti coloro che hanno senso di umanità e condividono i valori della solidarietà e del dialogo che dal 2013 Bergoglio va riaffermando sfidando gruppi di potere che, dentro e fuori della Chiesa, non sono disposti a rinunciare a privilegi e pretese di dominio sugli altri.


Tornare alla fonte del Vangelo con Papa Francesco

Papa Francesco segna un cammino chiaro e preciso: tornare alla fonte del Vangelo, alla spiritualità, all’impegno con i poveri e a porre l’“Amore in azione”. Ci chiede “pregate per me”, perché conosce la responsabilità dell’essere il successore di Pietro, sa quali sono le sfide e sa che è necessario cercare il dialogo e l’unità nella diversità. La Chiesa cammina per il mondo tra luci e ombre, angosce e speranze (Gaudium et Spes del Concilio,1). Sappiamo che è sottomessa a conflitti e interessi politici, sociali ed economici di gruppi di potere che sono dentro e fuori del Vaticano. Questi gruppi non sono disposti a perdere privilegi e spazi di potere e per questo portano avanti un’intensa campagna contro Papa Francesco. Papa Francesco ha assunto il proprio ruolo per affrontare e risolvere questi numerosi conflitti che vive la Chiesa nell’attualità.
• Francesco si è mosso con fermezza e anche con dolore contro l’occultamento di crimini, come la pedofilia, commessi da parte di settori del clero e messi a tacere per secoli grazie alla complicità e alle paure. Lui li affronta per cercare Verità e Giustizia.
• Ci invita a risvegliare la spiritualità e a impegnarci con i poveri per rafforzare il cammino della Chiesa come popolo di Dio.
• Di fronte al neoliberalismo, la recessione e il conformismo, Francesco non predica la rassegnazione. Disegna invece cammini di trasformazione spirituale, sociale, culturale e politica alla luce del Vangelo.
• Di fronte agli interessi economici e politici dei governi e delle imprese che negano il cambio climatico mettendo a rischio il pianeta e la vita, con l’Enciclica Laudato Si egli chiede a tutti di ristabilire l’equilibrio dell’opera della Creazione, tra i bisogni dell’umanità e il rispetto per la Madre Terra. Una sfida necessaria che i popoli devono assumere per proteggere la Casa Comune.
• Rifiuta la violenza sociale e strutturale sui tanti popoli sottomessi per fame, marginalità e povertà; denuncia le guerre e i muri che dividono l’umanità; esorta i governi ad aprire le menti e i cuori alla solidarietà per costruire una “Cultura dell’Incontro”.
• Papa Francesco chiede ai Paesi ricchi di ricevere le migliaia di rifugiati che fuggono dalle proprie terre rase al suolo dai conflitti armati, dalla fame e dalla disperazione per trovare nuovi orizzonti di vita. Viaggia e sostiene solidalmente gli sfollati nelle isole di Lampedusa in Italia e di Lesbos in Grecia. Chiede soluzioni umanitarie per far sì che il Mediterraneo non sia più la fossa comune di migliaia di disperati.
• Convoca le grandi Potenze per far sì che le armi nucleari vengano messe al bando e vengano fatti accordi per costruire la Pace.
• Di fronte alle molteplici divisioni su questioni religiose, apre le proprie braccia per guidare un dialogo interreligioso che promuova l’unità nella diversità.
• Di fronte a tanta disperazione si appella ai giovani perché diventino protagonisti delle proprie vite e della storia.
• Di fronte allo sviluppo e alla creazione di piattaforme tecnologiche , Papa Francesco ci esorta a non scegliere un “internet dell’indifferenza” ma “un internet della solidarietà”. Ci esorta a rammentare che “siamo membra gli uni degli altri” (Lettera agli Efesini, 4,25) e ci ricorda che “Dio non è indifferente”, che a “Dio interessa l’umanità e non l’abbandona”. Ci invita a comprendere che la social network commuity non è sinonimo di comunità e ci spinge a evitare che “ciò che dovrebbe essere una finestra aperta al mondo (la comunità in rete) diventi una vetrina per esibire il proprio narcisismo”.
• Francesco apre cammini guidati dalla forza del Vangelo e ricorda che durante il Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII diceva che la Chiesa doveva aprire le porte e le finestre per far entrare la luce e togliere la polvere accumulata nei secoli. E’ necessario ricordare queste parole per illuminare il presente.
• Vincolati allo spirito del Concilio Vaticano II e al Patto delle Catacombe con i poveri, ci preoccupano le cospirazioni contro Papa Francesco di chi mantiene il silenzio complice per coprire le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani e dei popoli dentro e fuori la Chiesa. Dimenticano che il Vangelo ci invita a seguire gli insegnamenti e la vita di Gesù per camminare e incontrare la grande famiglia umana e costruire la Pace. Ignorano il Pontefice che – in linea con il Concilio Vaticano II – ci invita a camminare insieme per comprendere i segni dei tempi in un’esperienza di Chiesa Sinodale per incontrarci attraverso la volontà di Dio. I sottoscritti si uniscono, con le proprie idee e il proprio credo a Papa Francesco per porre “l’Amore in Azione”.

Rivolgiamo un appello a tutti i popoli per sostenere nostro fratello Papa Francesco. Alziamo le nostre voci contro gli attacchi dei gruppi conservatori e reazionari che stanno portando avanti una battaglia contro di lui, anche grazie all’appoggio dei gruppi egemonici di comunicazione. Ci appelliamo alle comunità religiose, alle comunità ecclesiali di base, ai movimenti laici, alle organizzazioni sociali, sindacali, politiche e intellettuali e a tutte le e persone e gruppi che hanno senso umanitario per sostenere Papa Francesco nel suo impegno di proteggere il pianeta, creare un mondo più giusto e solidale e costruire la Pace.

Per firmare la petizione:



martedì 22 ottobre 2019

L'inedito di Papa Francesco - La vita nuova · Il percorso cristiano dal battesimo alla morte · (dall'Osservatore Romano)

La vita nuova

· Il percorso cristiano dal battesimo alla morte ·


Il battesimo è l’inizio della vita nuova. Ma cosa vuol dire vita nuova? La vita nuova del battesimo non è nuova come quando cambiamo lavoro o ci trasferiamo in un’altra città e diciamo: ho cominciato una nuova vita. In questi casi, certo, la vita cambia, magari anche molto, è diversa da quella precedente: migliore o peggiore, più interessante o faticosa, a seconda dei casi. Le condizioni, il contesto, i colleghi, le conoscenze, forse perfino le amicizie, la casa, lo stipendio sono diversi. Ma non è una vita nuova, è la stessa la vita che continua.

La vita nuova del battesimo è diversa anche dal vivere un cambiamento radicale dei nostri sentimenti per un innamoramento o una delusione, una malattia, un imprevisto importante.

Cose del genere possono accaderci come un terremoto, interiore ed esteriore: possono cambiare i valori, le scelte di fondo: affetti, lavoro, salute, servizio agli altri... Prima magari si pensava alla carriera e poi si comincia a fare del volontariato, anzi perfino a fare della propria vita un dono per gli altri! Prima non si pensava a costruire una famiglia, poi si sperimenta la bellezza dell’amore coniugale e familiare.

Anche questi, che sono cambiamenti grandi, straordinari, sono ancora “solo” delle trasformazioni. Sono modifiche che ci portano a una vita più bella e dinamica, o più difficile e faticosa. Non è un caso che — quando li raccontiamo — usiamo sempre il più e il meno. Diciamo che hanno reso la nostra esistenza più bella, più gioiosa, appassionante. È perché stiamo facendo ancora paragoni tra cose più o meno simili. È come se misurassimo le cose su una scala di valori. La vita prima era gioia 5, ora è gioia 7; la salute prima era 9, ora è 4. Cambiano i numeri, ma non la sostanza della vita!

Ma la vita nuova del battesimo non è nuova solo rispetto al passato, alla vita precedente, alla vita di prima. Nuova non vuol dire recente, non vuole significare che c’è stata una modifica, un cambiamento. (...)

Il simbolo del corpo

Ci sono nel corpo umano alcune funzioni essenziali come il battito del cuore e il respiro.

Mi piace immaginare che la preghiera personale e comunitaria di noi cristiani sia il respiro, il battito cardiaco della Chiesa, che infonde la propria forza nel servizio di chi lavora, di chi studia, di chi insegna; che rende feconda la conoscenza delle persone istruite e l’umiltà delle persone semplici; che dà speranza alla tenacia di chi combatte l’ingiustizia.

La preghiera è il nostro dire sì al Signore, al suo amore che ci raggiunge; è accogliere lo Spirito Santo che, senza mai stancarsi, riversa amore e vita su tutti.

Diceva san Serafino di Sarov, un grande maestro spirituale della Chiesa russa: «Acquisire lo Spirito di Dio è dunque il vero fine della nostra vita cristiana, al punto che la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in Nome di Cristo non sono che dei mezzi per questo fine». Non sempre si è coscienti di respirare, ma non si può smettere di respirare.

La preghiera e le preghiere

Il respiro, poi, non è sempre uguale: a volte è calmo, a volte affannoso, a volte accelerato, a volte perfino ci manca il respiro; a volte invece — soprattutto in luoghi incontaminati di montagna o di mare — respirare è proprio un piacere. Quante volte un po’ di aria pulita ci rimette in sesto, da tanti punti di vista!

In ogni caso, la cosa più importante è che noi non respiriamo ogni tanto, una volta a settimana o alcune ore al giorno, ma sempre! E questa costanza del respiro mi ricorda quanto ci dice san Paolo: «Pregate ininterrottamente» (1 Tessalonicesi, 5, 17).

Nella storia si è cercato di mettere in pratica questa indicazione di san Paolo In vari modi: c’erano alcune comunità monastiche in cui si facevano i turni, affinché giorno e notte, senza interruzione, salisse la lode a Dio dai monasteri.

I grandi maestri della preghiera cristiana, tuttavia, sia in Oriente che in Occidente, ci hanno insegnato che la preghiera incessante è un invito a vivere sempre alla presenza del Signore, in dialogo con Lui nel proprio cuore, nella propria mente. «Preghiera incessante vuol dire avere la mente rivolta a Dio con grande fervore e amore, rimanere sempre sospesi alla speranza che abbiamo in Lui, qualunque cosa facciamo e qualunque cosa accada».

È chiaro: come nel caso del respiro, in alcuni momenti siamo ben coscienti di questo dialogo — sono i momenti di preghiera: liturgica, comunitaria o personale nel segreto della propria stanza (cfr Matteo 6, 6). Eppure questi momenti non sono la preghiera, ma delle occasioni speciali nelle 24 ore con il Signore, perché sempre respiriamo. In fondo, come dice sempre san Paolo, il paradiso è essere per sempre con il Signore (cfr 1 Tessalonicesi 4, 17). E, con la risurrezione di Gesù e il nostro battesimo, nel Paradiso ci siamo già entrati, perché siamo i figli del Padre: sempre davanti a Lui, perché Lui mai si allontana da noi: il suo amore è grande e fedele!

Non sempre con parole ma sempre un incontro

Pregare sempre non vuol dire dunque recitare in continuazione preghiere, giaculatorie, invocazioni per vivere alla presenza del Signore. A volte ci mancano le parole e le nostre preghiere diventano come «gemiti inesprimibili» (Romani 8, 26) suscitati dallo Spirito Santo, che è il Maestro della preghiera. Pregando, a volte piangiamo, a volte sorridiamo. Qualche volta la preghiera è una lode, a volte una supplica; a volte è un ringraziamento, a volte una richiesta di perdono: a volte chiediamo luce per un dubbio e per un’incertezza, a volte perseveranza nelle difficoltà.

Come nelle relazioni tra le persone, la preghiera non è sempre fatta di parole, ma è sempre un vero incontro, in cui stiamo alla presenza del Signore, che è sempre con noi (cfr Matteo 28, 20) e ci dona sempre amore, misericordia, speranza, anche quando ci rimprovera e fa rimordere la nostra coscienza per stimolarci alla conversione. Anche il Suo silenzio è prezioso, perché anche qui c’è sempre un dono, una grazia — magari nascosta — dello Spirito, che ci unisce a Lui e agli altri. L’amore si esprime anche nel silenzio. L’amore riempie il silenzio. L’amore ha bisogno di momenti di silenzio.

Nel ritmo della Pasqua di Gesù

Quando la preghiera è il respiro della vita nuova, ci mette in relazione con il Padre. Quando la preghiera è vera, diventiamo più disponibili allo Spirito Santo che, come un grande artista, restaura in ciascuno di noi la somiglianza con Gesù, nostro Fratello universale — come diceva il beato Charles de Foucauld.

Ovviamente lo Spirito Santo non ci fa somigliare fisicamente a Gesù, ma — come dice ancora san Paolo — fa maturare in noi «gli stessi sentimenti» (Filippesi 2, 5), la mentalità e lo sguardo di Gesù.

Per Gesù la vita è un dono accolto e donato: questo è il senso della sua Pasqua di passione e morte che — per la fedeltà del Padre — si è compiuta nella risurrezione.

La preghiera alimenta in noi la vocazione a seguire Gesù Cristo in questo cammino pasquale: consegnarsi e affidarsi totalmente sono sempre una morte, ma insieme a Gesù diventano il penultimo passo verso la risurrezione, verso la vita.

Per vedere se la nostra preghiera ci unisce al Signore, come ci insegna sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali, bisogna verificare se in noi sta crescendo questa mentalità pasquale. Se la Pasqua di Gesù per noi non è più soltanto un fatto che Gli è capitato, ma diventa il nostro modo di guardare a noi stessi, alle persone che ci circondano e al mondo in cui viviamo, allora con l’aiuto dello Spirito Santo possiamo dire insieme al Signore: La vita «nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Giovanni 10, 18). Questa è la mentalità della Chiesa, del santo Popolo fedele di Dio, questa la logica dei santi, anche di quelli «della porta accanto» (cfr Gaudete et exsultate, 6-9).

La vita nuova diventa concreta in noi quando cominciamo a vivere come Dio, donando noi stessi. E questo non è frutto delle nostre virtù o qualità (perché le nostre virtù sono sempre poche e instabili) ma del fatto che piano piano accogliamo il Suo amore. Si tratta di un amore attivo, potente, che dall’interno ci rinnova, ci unisce a Cristo e così gli assomigliamo sempre più: nei pensieri, nei sentimenti, negli ideali, nell’amore!

Questo cammino di coinvolgimento con il Signore a volte ci porta anche alla rinuncia a noi stessi: ecco la nostra morte diluita nei gesti di attenzione agli altri, di rinuncia alle nostre pretese, al nostro egoismo nascosto dietro tanti bei pensieri e belle intenzioni. E nell’ultimo respiro nella fede vivremo l’ultima consegna al Padre!

Un dono che ci è affidato

Queste piccole/grandi morti all’affermazione di noi stessi sono il nostro allenamento per far crescere la vita nuova, che ci è veramente donata ma è anche affidata alla nostra cura. Piano piano facciamo esperienza nella Chiesa, nella comunione con i pastori e i fratelli, che grazie a Gesù morto e risorto le morti e la morte sono proprio l’opportunità per fare un dono di noi stessi, per vivere nella comunione e nell’unità, non perché siamo bravi, ma perché siamo le membra di un Corpo che è Cristo e la Chiesa. Questa vita è davvero nuova, perché anche la morte nella Pasqua è nuova, è un’altra cosa. Non è più la fine, ma il momento decisivo della fiducia nel Padre che ha cura di noi (cfr 1 Pietro 5, 7). Anche se non capiamo sempre, Lui ci guida al suo Regno, alla comunione, servendosi spesso delle mani di chi ci è accanto. E non sempre sono mani d’oro, come neanche le nostre mani lo sono, nei loro confronti: siamo tutti un po’ santi e un po’ peccatori, un po’ generosi e un po’ egoisti.

Tutto è rinnovato

Mi viene un’ultima immagine. La nostra vita assomiglia a una clessidra. Nella parte in alto c’è la nostra vita di ogni giorno: quando facciamo un atto di amore o quando rinunciamo per amore alle nostre pretese un granello della nostra vita si sposta nella parte inferiore della clessidra, che è la vita eterna, l’unità con il Signore e i fratelli. Un po’ alla volta, allora, tutto ciò che noi siamo può passare dall’altra parte. Gli anni passano, tante cose cambiano, fisicamente ci consumiamo, eppure il nostro spenderci per amore, non è svanito nel nulla, ma si è come trasferito nel Signore. Infatti, ciò che passa attraverso la strettoia della morte — come attraverso la strettoia della clessidra — in unione con Cristo non sparisce, non è annullato, ma è accolto, rinnovato e vivo nel Signore.

Ma attenzione: il Signore non è un banchiere a cui affidiamo le cose preziose per ridarcele con gli interessi nell’altro mondo. La nostra vita vissuta nell’amore il Signore non la trattiene per sé, ma ce la riconsegna in ogni santa Messa, che è la nostra massima partecipazione alla Pasqua di Gesù. Sperimentiamo infatti che la parte più vera di noi, quella che ha vissuto nell’amore e nel perdono, «è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi 3, 3), perché la legge dell’amicizia è proprio il cammino della Chiesa.

E l’Eucaristia è davvero il sacramento della Chiesa, la rivelazione che siamo già una cosa sola nel Signore. Lo diceva già sant’Agostino: «Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: “Amen” e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo”, e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo “Amen” ».

Nulla di noi si perde, nulla è indifferente o insignificante. Al contrario tutto di noi (storia, gesti, sogni, affetti, difetti, doni...) entrando nell’amore, passa per la strada della Pasqua di Gesù, oltrepassa la morte ed entra nella risurrezione della comunione: e questa è davvero vita nuova!

di Francesco



CHIESA POVERA PER I POVERI, IL NUOVO PATTO DELLE CATACOMBE

CHIESA POVERA PER I POVERI, IL NUOVO PATTO DELLE CATACOMBE


Stesso luogo, stesso spirito. Numerosi vescovi, a Roma per il Sinodo sull'Amazzonia, hanno rinnovato l’impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II: chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio degli ultimi


La Chiesa ha rinnovato, nello stesso luogo e con il medesimo spirito, l'impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II. È quello il giorno in cui quarantadue padri conciliari celebrarono Messa nelle Catacombe di Domitilla, a Roma, per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio dei poveri. Dopo 54 anni, domenica 20 ottobre l'eredità dei padri conciliari, come riferisce vaticannews.va, è stata raccolta da un gruppo di partecipanti al Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica. Padri sinodali e diversi laici hanno partecipato alla celebrazione e sottoscritto un documento intitolato: “Patto delle catacombe per la casa comune. Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana”.

A presiedere la Messa, il cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo per l'Amazzonia. Nell’omelia, Hummes ha ricordato che le Catacombe erano antichi cimiteri dove i cristiani seppellivano i loro martiri: «Questa - ha detto - è veramente terra santa». Questo luogo, ha aggiunto, ci ricorda i primi tempi della Chiesa: tempi difficili, segnati da persecuzioni ma anche da molta fede. La Chiesa, ha sottolineato il cardinale Hummes, «deve sempre ritornare alle proprie radici che sono qui e a Gerusalemme». Il Sinodo, ha poi affermato il porporato, è un frutto del Concilio Vaticano II. Si cercano nuove vie per svolgere la missione di proclamare la Parola. I grandi mali del mondo, ha poi sottolineato, sono dovuti al denaro che alimenta corruzione, conflitti, menzogne. La Chiesa, ha concluso il cardinale Hummes, deve essere sempre "orante".

Nel documento firmato, i partecipanti al Sinodo sull’Amazzonia ricordano che condividono la gioia di vivere in mezzo a numerose popolazioni indigene, ad abitanti delle rive dei fiumi, a migranti e a comunità delle periferie. Con loro, hanno sperimentato «la forza del Vangelo che opera nei più piccoli». «L’incontro con questi popoli - si legge nel documento - ci interpella e ci invita ad una vita più semplice di condivisione e gratuità». I firmatari del documento si impegnano a «rinnovare l’opzione preferenziale per i poveri», ad abbandonare «ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale», ad annunciare «la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo».

Altri impegni indicati nel “Patto delle catacombe per la casa comune" sono quelli di «camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane» e di «assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio». I padri firmatari si impegnano anche a riconoscere «i ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità» e a cercare «nuovi percorsi di azione pastorale». «Consapevoli delle nostre fragilità, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e gravi - si legge infine nel documento - ci affidiamo alla preghiera della Chiesa». 

La giornata ieri, dunque, è stata legata a quella del 16 novembre del 1965 e al “Patto delle catacombe”, che contiene un’esortazione rivolta ai “fratelli nell’episcopato” per condurre una “vita di povertà”, per essere una Chiesa “serva e povera”, conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII. I firmatari si impegnano inoltre a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. L'impegno è anche quello di condividere, "nella carità pastorale", la vita con i fratelli in Cristo perché il "ministero costituisca un vero servizio". Due mesi prima della firma del "Patto per una Chiesa serva e povera", Papa Paolo VI si era recato nelle Catacombe di Domitilla e aveva affermato: «Qui il cristianesimo affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza d’ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica. Qui il primato dello spirito, di cui ci parla il Vangelo, ebbe la sua oscura, quasi misteriosa, ma invitta affermazione, la sua testimonianza incomparabile, il suo martirio».

L’impegno assunto dai padri conciliari nel 1965 è stato anche uno dei primi auspici espressi da Papa Francesco subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. È il 16 marzo del 2013; ricevendo i rappresentanti dei media, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre afferma: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». In una lettera inviata nel 2016 a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il Pontefice invoca un ritorno alle radici: «In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore».




Messa nelle Catacombe Domitilla presieduta dal cardinale Claudio Hummes
Guarda il video di Vatican News


lunedì 21 ottobre 2019

«I credenti sono chiamati a portare ovunque, con nuovo slancio, la buona notizia che in Gesù la misericordia vince il peccato, la speranza vince la paura, la fraternità vince l’ostilità.» Papa Francesco, Angelus del 20 ottobre 2019 (Testo e video)



ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 20 ottobre 2019
 







Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La seconda Lettura della liturgia di oggi ci propone l’esortazione che l’apostolo Paolo rivolge al suo fedele collaboratore Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento» (2Tm 4,2). Il tono è accorato: Timoteo deve sentirsi responsabile dell’annuncio della Parola.

La Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra oggi, è un’occasione propizia affinché ogni battezzato prenda più viva coscienza della necessità di cooperare all’annuncio della Parola, all’annuncio del Regno di Dio mediante un impegno rinnovato. Il Papa Benedetto XV, cento anni orsono, per dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di tutta la Chiesa promulgò la Lettera apostolica Maximum illud. Egli avvertì la necessità di riqualificare evangelicamente la missione nel mondo, perché fosse purificata da qualsiasi incrostazione coloniale e libera dai condizionamenti delle politiche espansionistiche delle Nazioni europee.

Nel mutato contesto odierno, il messaggio di Benedetto XV è ancora attuale e stimola a superare la tentazione di ogni chiusura autoreferenziale e ogni forma di pessimismo pastorale, per aprirci alla novità gioiosa del Vangelo. In questo nostro tempo, segnato da una globalizzazione che dovrebbe essere solidale e rispettosa della particolarità dei popoli, e invece soffre ancora della omologazione e dei vecchi conflitti di potere che alimentano guerre e rovinano il pianeta, i credenti sono chiamati a portare ovunque, con nuovo slancio, la buona notizia che in Gesù la misericordia vince il peccato, la speranza vince la paura, la fraternità vince l’ostilità. Cristo è la nostra pace e in Lui ogni divisione è superata, in Lui solo c’è la salvezza di ogni uomo e di ogni popolo.

Per vivere in pienezza la missione c’è una condizione indispensabile: la preghiera, una preghiera fervorosa e incessante, secondo l’insegnamento di Gesù proclamato anche nel Vangelo di oggi, in cui Egli racconta una parabola «sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). La preghiera è il primo sostegno del popolo di Dio per i missionari, ricca di affetto e di gratitudine per il loro difficile compito di annunciare e donare la luce e la grazia del Vangelo a coloro che ancora non l’hanno ricevuta. È anche una bella occasione oggi per domandarci: io prego per i missionari? Prego per coloro che vanno lontano per portare la Parola di Dio con la testimonianza? Pensiamoci.

Maria, Madre di tutte le genti, accompagni e protegga ogni giorno i missionari del Vangelo.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Crema, è stato proclamato Beato il martire Don Alfredo Cremonesi, sacerdote missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere. Ucciso in Birmania nel 1953, fu infaticabile apostolo di pace e zelante testimone del Vangelo, sino all’effusione del sangue. Il suo esempio ci spinga ad essere operatori di fraternità e missionari coraggiosi in ogni ambiente; la sua intercessione sostenga quanti faticano oggi per seminare il Vangelo nel mondo. Facciamo tutti insieme un applauso al Beato Alfredo!

E ora rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la venerata Immagine del Señor de los Milagros – ¡conserven siempre la fe y las tradiciones de su pueblo! –; le Suore Infermiere dell’Addolorata che hanno celebrato il loro Capitolo Generale;
i partecipanti alla marcia “Restiamo umani”, che negli ultimi mesi ha percorso città e territori dell’Italia per promuovere un confronto costruttivo sui temi dell’inclusione e dell’accoglienza. Grazie per questa bella iniziativa!

Un pensiero speciale rivolgo ai ragazzi dell’Azione Cattolica, venuti con i loro educatori da tutte le diocesi italiane, in occasione dei 50 anni dell’ACR. Cari ragazzi e ragazze, voi siete protagonisti nell’evangelizzazione, specialmente tra i vostri coetanei. La Chiesa ha fiducia in voi; andate avanti con gioia e generosità!

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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S. Messa Giornata Mondiale Missionaria - Papa Francesco omelia: «L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio... Ecco la missione: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti.» (foto, testo, video)

SANTA MESSA PER LA GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA
CAPPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
XXIX Domenica del Tempo Ordinario, 20 ottobre 2019










Dalle Letture ascoltate vorrei cogliere tre parole: un sostantivo, un verbo e un aggettivo. Il sostantivo è il monte: ne parla Isaia, profetizzando di un monte del Signore, alto sopra i colli, a cui affluiranno tutte le genti (cfr Is 2,2). Il monte ritorna nel Vangelo, dato che Gesù, dopo la sua risurrezione, indica ai discepoli come luogo di ritrovo un monte della Galilea, proprio quella Galilea popolata da molte genti diverse, la «Galilea delle genti» (cfr Mt 4,15). Sembra, insomma, che il monte sia il luogo dove Dio ami dare appuntamento all’umanità intera. È il luogo dell’incontro con noi, come mostra la Bibbia dal Sinai al Carmelo fino a Gesù, che proclamò le Beatitudini sulla montagna, si trasfigurò sul monte Tabor, diede la vita sul Calvario e ascese al cielo dal Monte degli Ulivi. Il monte, luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo, è anche il posto dove Gesù trascorse ore e ore in preghiera (cfr Mc 6,46), a unire terra e Cielo, noi suoi fratelli al Padre.

Che cosa dice a noi il monte? Che siamo chiamati ad avvicinarci a Dio e agli altri: a Dio, l’Altissimo, nel silenzio, nella preghiera, prendendo le distanze dalle chiacchiere e dai pettegolezzi che inquinano. Ma anche agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti: dall’alto gli altri si vedono nell’insieme e si scopre che l’armonia della bellezza è data solo dall’insieme. Il monte ci ricorda che i fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane: Dio e i fratelli. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta. Al cuore di questo mese missionario chiediamoci: che cosa conta per me nella vita? Quali sono le vette a cui punto?

Un verbo accompagna il sostantivo monte: salire. Isaia ci esorta: «Venite, saliamo sul monte del Signore» (2,3). Non siamo nati per stare a terra, per accontentarci di cose piatte, siamo nati per raggiungere le altezze, per incontrare Dio e i fratelli. Ma per questo bisogna salire: bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità dell’egoismo, compiere un esodo dal proprio io. Salire, perciò, costa fatica, ma è l’unico modo per vedere tutto meglio, come quando si va in montagna e solo in cima si scorge il panorama più bello e si capisce che non lo si poteva conquistare se non per quel sentiero sempre in salita.

E come in montagna non si può salire bene se si è appesantiti di cose, così nella vita bisogna alleggerirsi di ciò che non serve. È anche il segreto della missione: per partire bisogna lasciare, per annunciare bisogna rinunciare. L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio, che sa rinunciare a tante cose materiali che rimpiccioliscono il cuore, rendono indifferenti e chiudono in se stessi; una vita che si stacca dalle inutilità che ingolfano il cuore e trova tempo per Dio e per gli altri. Possiamo chiederci: come va la mia salita? So rinunciare ai bagagli pesanti e inutili delle mondanità per salire sul monte del Signore? La mia strada è in salita o in “arrampicamento”?

Se il monte ci ricorda ciò che conta – Dio e i fratelli –, e il verbo salire come arrivarci, una terza parola risuona oggi come la più forte. È l’aggettivo tutti, che prevale nelle Letture: «tutte le genti», diceva Isaia (2,2); «tutti i popoli», abbiamo ripetuto nel Salmo; Dio vuole «che tutti gli uomini siano salvati», scrive Paolo (1 Tm 2,4); «andate e fate discepoli tutti i popoli», chiede Gesù nel Vangelo (Mt 28,19). Il Signore è ostinato nel ripetere questo tutti. Sa che noi siamo testardi nel ripetere “mio” e “nostro”: le mie cose, la nostra gente, la nostra comunità…, e Lui non si stanca di ripetere: “tutti”. Tutti, perché nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua salvezza; tutti, perché il nostro cuore vada oltre le dogane umane, oltre i particolarismi fondati sugli egoismi che non piacciono a Dio. Tutti, perché ciascuno è un tesoro prezioso e il senso della vita è donare agli altri questo tesoro. Ecco la missione: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti.

Salire e scendere: il cristiano, dunque, è sempre in movimento, in uscita. Andate è infatti l’imperativo di Gesù nel Vangelo. Tutti i giorni incrociamo tante persone, ma – possiamo chiederci – andiamo incontro alle persone che troviamo? Facciamo nostro l’invito di Gesù o ce ne stiamo per i fatti nostri? Tutti si aspettano cose dagli altri, il cristiano va verso gli altri. Il testimone di Gesù non è mai in credito di riconoscimento dagli altri, ma in debito di amore verso chi non conosce il Signore. Il testimone di Gesù va incontro a tutti, non solo ai suoi, nel suo gruppetto. Gesù dice anche a te: “Va’, non perdere l’occasione di testimoniare!”. Fratello, sorella, il Signore si aspetta da te quella testimonianza che nessuno può donare al tuo posto. «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita, […] così la tua preziosa missione non andrà perduta» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 24).

Quali istruzioni ci dà il Signore per andare verso tutti? Una sola, molto semplice: fate discepoli. Ma, attenzione: discepoli suoi, non nostri. La Chiesa annuncia bene solo se vive da discepola. E il discepolo segue ogni giorno il Maestro e condivide con gli altri la gioia del discepolato. Non conquistando, obbligando, facendo proseliti, ma testimoniando, mettendosi allo stesso livello, discepoli coi discepoli, offrendo con amore quell’amore che abbiamo ricevuto. Questa è la missione: donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell’inquinamento del mondo; portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno.

Cari fratelli e sorelle, ciascuno di noi ha, ciascuno di noi “è una missione su questa terra” (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium,, 273). Siamo qui per testimoniare, benedire, consolare, rialzare, trasmettere la bellezza di Gesù. Coraggio, Lui si aspetta tanto da te! Il Signore ha una sorta di ansia per quelli che non sanno ancora di essere figli amati dal Padre, fratelli per i quali ha dato la vita e lo Spirito Santo. Vuoi placare l’ansia di Gesù? Vai con amore verso tutti, perché la tua vita è una missione preziosa: non è un peso da subire, ma un dono da offrire. Coraggio, senza paura: andiamo verso tutti!

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Gli occhi del bambino e le ragioni dei potenti di Giuseppe Savagnone


Gli occhi del bambino 
e le ragioni dei potenti 

di Giuseppe Savagnone




Bambini bruciati dalle bombe

Ha fatto il giro del mondo l’immagine del bambino curdo ricoverato nell’ospedale di Hasakah, in Siria, i cui grandi occhi spalancati sono l’unico elemento intatto di un volto sfigurato. La pelle è stata portata via, cancellata da uno dei bombardamenti turchi sulla cittadina di Rais al-Ayn.

I medici dicono che queste ustioni sono state probabilmente causate da bombe al napalm, quelle vietate dalla convenzioni internazionali che, secondo i curdi, sono state usate dalle truppe di Ankara nella loro offensiva.

Erdogan lo nega. Ma quel che conta, al di là degli ordigni utilizzati, è che a essere stati colpiti sono dei bambini. Nell’ospedale di Hasakak ce ne sono ricoverati altri, anch’essi marchiati, in tutte le parti del corpo, dal fuoco scatenato dai turchi, piccole creature – dicono gli inviati che li hanno visti – adagiati in grandi letti dalle lenzuola azzurre, di cui il personale sanitario cerca di lenire con ogni mezzo le sofferenze atroci e che resteranno probabilmente segnati per sempre nella carne da ciò che è accaduto loro, improvvisamente, in un giorno d’autunno del 2019, senza che essi possano comprenderne la ragione.

Una telefonata fra Trump ed Edogan

Noi sì, la conosciamo. Ma se anche potessimo, non avremmo il coraggio di spiegare a quel bambino che la sua vita è stata distrutta, insieme a quella di migliaia di altri esseri umani, perché un giorno, improvvisamente – cogliendo di sorpresa i suoi stessi collaboratori – il presidente degli Stati Uniti Trump ha comunicato per telefono al presidente turco Erdogan che i soldati americani sarebbero stati ritirati dal confine tra Siria e Turchia, dove erano arrivati con l’aiuto dei curdi nella loro lotta contro l’Isis.

Con questa mossa si apriva la possibilità per i turchi di scatenare un’offensiva per superare quel confine. Ma pare che Trump, in quella telefonata, abbia fatto anche di più, incoraggiando addirittura il suo collega turco con un atteggiamento di particolare benevolenza e promettendo di superare i dissapori che si erano creati dopo il recente acquisto da parte di Ankara di una partita di missili prodotti dalla Russia.

Un cinico marchingegno diplomatico

Un modo, insomma, per restituire calore a un legame diplomatico tra Usa e Turchia che si era parecchio raffreddato, ma anche, dicono molti osservatori, per impegnare i turchi in un’impresa in cui avrebbero potuto impantanarsi e distrarsi da altri obiettivi. Insomma, un marchingegno diplomatico.

Particolarmente cinico, perché gli Stati Uniti avevano avuto dai combattenti curdi un aiuto decisivo nella lotta contro l’Isis e sapevano che, abbandonandoli, avrebbero esposti loro e le loro famiglie a un massacro da parte delle preponderanti forze turche.

In realtà, una catastrofe politica…

Un marchingegno, però, “alla Trump”, quindi dissennato. Il risultato di questa furbata, infatti, è stato disastroso innanzi tutto per gli Stati Uniti, perché i curdi sono stati costretti a lasciarsi sostenere dal nemico contro cui fino a ieri avevano combattuto, insieme agli americani, il premier siriano Assad, il quale a sua volta è sostenuto dai russi. Cosicché proprio i soldati di Mosca hanno potuto riempire i vuoti lasciati dal ritiro di quelli statunitensi.

Inoltre, le migliaia di prigionieri dell’Isis che erano sorvegliati dai curdi sono stati messi in condizione, dalla loro ritirata, di tornare in libertà, resuscitando il fantasma dello Stato islamico appena sconfitto.

E un boomerang per il presidente americano

Ma la mossa di Trump è anche ricaduta, come un boomerang, sulla sua persona, perché in America il tradimento nei confronti dei curdi è stato preso malissimo dall’opinione pubblica e ha suscitato le vivaci proteste di diversi senatori del partito repubblicano – quello che sostiene il presidente –, particolarmente allarmanti per quest’ultimo in un momento in cui da parte dei democratici è stato proposto un procedimento di impeachment nei suoi confronti e ogni voto in Senato può essere decisivo.

Il mancato aiuto dei curdi in Normandia

Da qui prima le maldestre precisazioni volte a sminuire la portata del ritiro annunciato, poi l’annuncio dei paletti posti all’operazione turca, poi le reiterate minacce di sanzioni economiche se l’operazione non fosse stata fermata. Una penosa e confusa marcia indietro che non ha potuto impedire le conseguenze politiche disastrose di cui si parlava prima. Peggio di così…

Senza parlare delle ancora più maldestre argomentazioni portate al presidente americano per sostenere che non c’era stato da parte sua alcun vero “tradimento” di un alleato, per il semplice fatto che i curdi non possono essere considerati, a suo avviso, degli “alleati”.

È vero che sono stati valorosi combattenti a fianco degli americani e più di loro nelle recenti battaglie contro l’Isis, però, ha notato Trump – lasciando di sasso amici e avversari – «i curdi non ci aiutarono nella Seconda Guerra mondiale, non ci aiutarono in Normandia, per esempio».

Qualcosa di peggio

In realtà, qualcosa di peggio dei disastri politici e delle pessime figure il marchingegno di Trump lo ha provocato. Ne troviamo il segno nei corpi martoriati dei bambini curdi bruciati dalle bombe dell’esercito turco. È stato il massacro o la fuga di migliaia e migliaia di civili (250.000 gli sfollati), i cui villaggi sono stati investiti dall’offensiva voluta da Erdogan contro quelli che lui da sempre definisce “terroristi”.

Un popolo senza Stato

È vero che alcuni atti di terrorismo i curdi in questi anni li hanno compiuti. E il terrorismo non può essere mai giustificato per alcun motivo, perché uccide sempre degli innocenti. Però, nel condannarlo senza “se” e senza “ma”, è giusto fare lo stesso con i comportamenti violenti di chi lo provoca. E, nel caso dei curdi, questi comportamenti sono di una gravità eccezionale.

Perché questo popolo è tra gli ultimi gruppi etnici rimasti nell’attuale contesto geopolitico a non vedersi riconosciuto l’identità di Stato, perché il territorio – il Kurdistan – su esso si trova stanziato è in realtà distribuito sotto la sovranità di quattro Stati – Turchia, Siria, Iran e Iraq, nessuno dei quali intende rinunziarvi.

C’è dunque un popolo, stimato tra i 25 e i 30 milioni di persone, che non ha una espressione politica e che da decenni cerca disperatamente ottenerla, lottando contro l’ostilità dei Paesi che dovrebbero concederla e contro l’indifferenza di tutti gli altri – le responsabilità dell’Europa sono gravissime – , che preferiscono mantener i buoni rapporti con quei Paesi. Salvo a sfruttare il coraggio e il valore militare dei curdi quando ce n’è bisogno.

Le “ragioni” di Erdogan

È in questo quadro che va letta l’offensiva di Erdogan. Essa, secondo gli osservatori, è stata lanciata anche per motivi di prestigio personale, perché una guerra sovranista ottiene sempre un largo margine di consenso, e il presidente turco, reduce dalla recente sconfitta nelle elezioni del sindaco di Istanbul, ne aveva bisogno.

Ma il suo scopo era anche di impedire che la creazione di un’area autonomamente gestita dai curdi nel nord della Siria potesse costituire un’attrattiva per quelli sottoposti allo Stato turco, col conseguente rafforzamento delle spinte separatista caldeggiate dal partito filo-curdo. Nella fascia di territorio strappata ai curdi in questi giorni, il presidente turco conta di trasferire le centinaia di miglia di rifugiati siriani attualmente stanziati nei confini della Turchia, col duplice vantaggio di liberarsene e di far stanziare, sulla terra dei curdi, gente che non ha nessuna rivendicazione da avanzare. Insomma, una vera e propria “pulizia etnica”.

Non possiamo raccontare questa storia

“Ciliegina sulla torta” di questa assurda guerra è la finta tregua, proclamata con enfasi ai media, ma ignorata di fatto dai turchi, che hanno continuato imperterriti a colpire e ad avanzare. L’unico che ha mostrato di crederci e ha esultato per questo immaginario successo del proprio ruolo di pacificatore è stato Trump: «È un risultato fantastico, ringrazio la Turchia, ringrazio i curdi, milioni di vite sono salve».

Tornano alla mente gli occhi del bambino senza nome ricoverato nell’ospedale di Hasakah. No, non avremmo, anche potendo, il coraggio di raccontargli questa storia, per spiegargli perché il suo volto è stato sfigurato e non ritornerà mai più ad essere quello di prima. Perché dovremmo, come uomini, prima ancora che come occidentali, vergognarci.


domenica 20 ottobre 2019

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)








Preghiera dei Fedeli

XXIX Domenica T. O. / Anno C

20 ottobre 2019 


Colui che presiede

Fratelli e sorelle, il Signore, nel Vangelo di oggi, ci ha invitati a pregare sempre, mantenendo aperto il nostro dialogo con Lui. Con la fiducia e la libertà dei figli innalziamo al Padre le nostre intenzioni di preghiera ed insieme diciamo:

R/ Ascoltaci, Signore

Lettore

- Non distogliere, o Padre, il tuo sguardo dalla tua Chiesa e da tutte le comunità disperse in mezzo ai popoli. Sorreggi la fede di ognuna di esse e soprattutto di quelle che si ritrovano in situazione di persecuzione o di impossibilità di manifestare la propria fede. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, per le tante situazioni di guerra e di violenza presenti in varie parti della terra. Salga a Te il grido dei poveri, delle donne e dei bambini, ai quali spesso è negata la loro dignità di creature umane. Spezza il cuore indurito di tanti grandi della terra, che non riescono ad uscire dalla logica dell’accumulo e dell’interesse individuale. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di questa Italia, che nasconde nel suo seno tante presenze virtuose, ma che pubblicamente appare come un paese smarrito e senza orientamento. Abbi pietà dei tanti giovani, che si ritrovano immersi nel pantano della droga e della criminalità. Sii vicino ai giovani, che per darsi un futuro scelgono la via dell’emigrazione, e a quelli che decidono di restare dona coraggio e immaginazione per accogliere un futuro diverso. Preghiamo.

- A Te, o Padre, vogliamo affidare i sogni, le attese ed anche le delusioni dei tanti e tante giovani immigrati, che sono riusciti in vario modo ad entrare nel nostro paese. Aiutaci a costruire con loro una convivenza, che ci faccia crescere umanamente ed economicamente. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ricordiamo nella preghiera i nostri parenti e amici defunti; ricordiamo gli immigrati, adulti e bambini, morti nel Mar Mediterraneo, le numerose vittime della guerra in Afghanistan e in Siria. A tutti concedi di riposare nella tua pace. Preghiamo.

Colui che presiede

Ascolta, o Padre, la voce della tua Chiesa in preghiera. Fa’ che le nostre suppliche e intercessioni siano conformi alla tua volontà e ai tuoi progetti di bene e di pace. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. 
AMEN