Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 10 dicembre 2019

Un paese in crisi di Giuseppe Savagnone - 53° Rapporto Censis (video e versione digitale)


Un paese in crisi
di Giuseppe Savagnone*

Uno specchio dell’ansia

La pubblicazione, in questi giorni, del 53esimo Rapporto annuale del Censis, intitolato «La società italiana al 2019», costituisce per il nostro Paese uno specchio in cui guardarsi. E va detto subito con franchezza che non c’è molto di cui rallegrarci.

A preoccupare soprattutto è il clima di ansia che, secondo il 69% della popolazione, caratterizza il popolo italiano. Sta di fatto che, nel giro di tre anni (2015-2018), il consumo di ansiolitici e sedativi è aumentato del 23% e a farne uso sono ormai 4,4 milioni di italiani (800.000 di più di tre anni fa).

Incertezza e diffidenza

Alla radice c’è il sentimento che, secondo il Censis, è oggi dominante nel nostro Paese, che è l’incertezza. È ormai il terzo anno che lo stato d’animo diffuso viene sintetizzato con un termine a dir poco inquietante.

Nel 2017 la parola chiave della fotografia dell’Italia emergente nel Rapporto era «rancore» e nel 2018 «cattiveria». L’insicurezza si collega a questi atteggiamenti precedenti come loro effetto. Se si è risentiti e arrabbiati, si tende a dubitare di tutto e di tutti.

Non stupisce, allora, che secondo il Censis il 75% delle persone non si fidi degli altri, visti più una minaccia che come una risorsa e una possibilità di relazione umana. E il 49% degli intervistati riferisce di aver subìto nel corso dell’ultimo anno, in luoghi pubblici, insulti, spintoni e altri atti di prepotenza; il 44% si sente insicuro quando cammina nelle vie che frequenta abitualmente; il 26% racconta di avere litigato con qualcuno per strada.

Il timore di essere declassati

Ci sono certamente, in questo quadro allarmante, componenti di ordine materiale che giocano pesantemente. La forbice tra ricchi e poveri si allarga ogni giorno e chi stava in mezzo teme di essere risucchiato dalla parte sbagliata. Così, secondo il Rapporto, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme un declassamento. Più in generale, la stagnazione dell’economia viene percepita come un destino pressoché ineluttabile dal 74% degli intervistati. E sono i più ottimisti, perché il 26% prevede una nuova recessione.

Foto di Fabien Monteil da Pixabay
L’illusorio aumento dei posti di lavoro

Si potrebbe obiettare che un segno di speranza viene dal fatto che, rispetto al 2007, nel 2018 ci sono stati 321.000 occupati in più: +1,4%, e che anche nei primi sei mesi di quest’anno si registra aumento dello 0,5%. Ma è un motivo di consolazione illusorio, perché questo scarto positivo è, in realtà, il risultato di una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e del concomitante aumento di 1 milione e 200.000 occupati a part time.

E proprio il part time, nel periodo 2007-2018, è aumentato del 38%. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a tempo parziale. E quello involontario, che nel 2007 riguardava il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%, con un aumento, tra i giovani del 71,6%.

Denatalità ed esodo

Da qui anche la poca voglia o la poca possibilità di fare figli. Dal 2015 i cittadini italiani sono diminuiti di 436.066 unità, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 le nascite sono state 18.404 in meno rispetto al 2017.

Ma sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.

Per non parlare della Pubblica Amministrazione, che riscuote la fiducia solo del 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) sono peggio di noi solo Grecia e Croazia.

Non possono non tornare alla mente, davanti a questo quadro, le altisonanti promesse dei leader politici che hanno inaugurato la Seconda Repubblica, e ora la Terza, in sprezzante contrapposizione alla Prima….

La sfiducia (motivata, purtroppo) nella democrazia

Ma la nota più allarmante del Rapporto è quella che riguarda gli atteggiamenti di fondo a cui questa situazione di incertezza diffusa dà luogo. E’ significativo che il 76% degli italiani non abbia fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati) e il 48% ritenga che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Una sfiducia nella democrazia che trova purtroppo conferma nello squallido scenario di partiti al governo che sembrano misconoscere la più elementare grammatica della gestione della cosa pubblica – ma anche della semplice correttezza istituzionale – e passano il tempo a fare campagna elettorale, litigando tra loro.

Come del resto aveva fatto il più consistente di quelli ora all’opposizione, quando era al potere. È del tutto assente l’idea che la politica ha come obiettivo il perseguimento del bene comune e non una continua spettacolarizzazione finalizzata all’accrescimento dei consensi per la propria fazione.

Diritti senza responsabilità

Se poi dal discorso strettamente politico passiamo a quello dei valori sottostanti, la situazione è ancora più drammatica. La “sinistra”, orfana del marxismo e del suo impegno nel sociale, da tempo si è concentrata sulla difesa indiscriminata dei diritti degli individui, a prescindere dai doveri e dalle responsabilità che questi diritti dovrebbero comportare in una dimensione comunitaria.

Ricordiamo tutti la senatrice del Pd Cirinnà, notissima per aver promosso la legge oggi in vigore sulle unioni civili, che l’8 marzo scorso, per rivendicare i diritti delle donne, in polemica col convegno di Verona sulla famiglia, si è fatta fotografare mentre brandiva un cartello con la scritta: «Dio – patria – famiglia: che vita de merda!».

Una dissacrazione offensiva. E suicida

Il riferimento dissacrante alla religione, peraltro, continua ad essere una nota distintiva della cultura “di sinistra”. Proprio in questi giorni una festa, organizzata, in opposizione a Salvini, da vari collettivi studenteschi dell’Università di Bologna due giorni prima della festività cattolica dell’Immacolata concezione, si intitolava «Immacolata Con(trac)cezione» e veniva propagandata con una locandina blasfema in cui era rappresentata la Madonna contornata, invece che da angeli, da preservativi.

Al pari della Cirinnà, anche questi ingegnosi e lungimiranti oppositori della Lega, assicurano che la loro è stata solo una «provocazione».

Qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare loro che non solo offendere la sensibilità e la coscienza di altre persone è una parodia della libertà, ma anche che non c’è favore più grande per la “destra” che quello di spingere con gesti simili l’elettorato cattolico – o comunque affezionato alla tradizione cattolica – nelle sue braccia.

La strumentalizzazione della fede

A questo elettorato, infatti, Salvini fin dall’inizio ha cercato – con successo – di presentarsi come il rappresentante dei valori cristiani, di fatto ampiamente traditi dalla sua linea politica, ma sbandierati con l’esibizione reiterata di simboli religiosi e con l’appello a tutti i santi del Paradiso.

Alla ricerca dell’anima

Qui quello che sembra venuto meno non è solo la sicurezza psicologica, l’aumento del Pil, il lavoro: è l’anima del nostro Paese, che non deve certo essere necessariamente cattolica – anche se lo è stata per secoli, fino agli anni recenti del secondo dopoguerra – , ma che non può certo venire espressa da questa perversa oscillazione tra due forme opposte di violenza, quali sono quella della dissacrazione e quella della strumentalizzazione.

L’Italia è dunque destinata, nel vuoto di valori autentici, all’alternativa tra l’ascesa al potere di un «uomo forte», l’affermazione della sicurezza senza rispetto delle persone, l’esibizione dell’apparenza della religiosità, e il caos in cui gli individui perseguono senza limiti i loro pretesi “diritti”?

Segni di speranza, malgrado tutto

No. Personalmente non perdo la fiducia che ci siano nel nostro Paese tante risorse culturali, etiche, politiche in grado di uscire dalla terribile strettoia che il Rapporto del Censis e le cronache di ogni giorno sembrerebbero prospettare. Lo stesso Rapporto ne fornisce degli spunti significativi, quando sottolinea che molti italiani suppliscono al quadro deficitario dell’Italia di questi giorni. «Fino ad oggi», vi si dice, «ha vinto il furore di vivere degli italiani che hanno messo in campo stratagemmi individuali per la difesa del futuro», stratagemmi che il Rapporto definisce «muretti a secco», barriere modeste ma solide di contenimento della caduta del Paese.

E del resto, nota il Censis, gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni. Esistono ancora delle riserve di generosità, di fiducia negli altri, di speranza, che devono però riversarsi nella politica invece di restare confinate nel sociale.

Il movimento delle “Sardine” potrebbe forse costituire un segnale in questa direzione. E noi possiamo e dobbiamo fin da ora rimboccarci le maniche perché il prossimo Rapporto del Censis ci offra un’immagine del nostro Paese meno deprimente.

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.Scrittore ed Editorialista.
(fonte: TUTTAVIA - I Chiaroscuri 06/12/2019)


Presentazione del 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2019

lunedì 9 dicembre 2019

Liliana Segre ricorda Piero Terracina: “Ci legava una fratellanza silenziosa” - "Il rischio di scordare la Shoah"

Liliana Segre* ricorda Piero Terracina


*Senatrice a vita

“Ci legava una fratellanza silenziosa”


“Con Piero Terracina ci legava una fratellanza silenziosa, tra noi non servivano parole. E ora che non c’è più mi sento ancora più sola”. Con tenerezza e dolore la senatrice a vita Liliana Segre ricorda il legame con Piero Terracina, sopravvissuto come lei ad Auschwitz e scomparso in queste ore all’età di 91 anni. “Noi ci conoscevamo da reduci. Lui era stato nel Lager degli uomini e io in quelle delle donne ovviamente. Però ogni volta che ci siamo incontrati, le tante volte che ci siamo incontrati, sentivamo proprio una fratellanza, qualcosa che ci univa. Tra me e lui, come con tanti altri come noi, non c’era bisogno di parlare. Noi dovevamo parlare agli altri ma tra di noi non c’era bisogno di farlo”, il ricordo di Segre a Pagine Ebraiche. “La sua scomparsa mi colpisce molto. So che lui era molto amato e diceva sempre: ‘io non ho avuto una famiglia ma ho avuto così tante persone che mi hanno voluto bene, che mi sono state vicine, di amici, che è andata bene così. Non c’era stato bisogno di avere moglie e figli, per lui era stata stupenda l’amicizia di cui aveva goduto”. “Ora mi sento più vecchia e più sola”, le parole di Segre che, anche nel segno dell’amico Piero Terracina, ribadisce il suo impegno “a continuare a parlare d’amore. Questa è la cosa migliore, quella che mi sento”.

Il rischio di scordare la Shoah


La morte di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz come me, è stata la prima notizia che mi è stata comunicata ieri mattina appena sveglia, ed è stato come se si sgretolasse un altro pezzo della nostra storia. Perdonerete se sono così pessimista, mi spiace soprattutto per i giovani che mi scrivono lettere meravigliose e per tutte le persone dolcissime che mi applaudono o mi fermano per strada, ma io credo che si coltivi troppo poco la memoria e che, con la nostra scomparsa, tutto finirà. Senza Piero, io oggi mi sento più sola. Ai tempi della nostra deportazione e io e Piero non ci conoscevamo, lui era di Roma, io di Milano e i campi di sterminio erano divisi tra uomini e donne, impossibile incrociarsi. Ci siamo incontrati solo dopo tanti anni, entrambi sulla stessa barricata della testimonianza. Così abbiamo iniziato a condividere le assemblee con gli studenti, i convegni ai memoriali, scoprendoci molto affettuosamente vicini. Lui purtroppo non ha avuto come me il conforto nella vita di una famiglia che gli trasmettesse lo stesso calore umano che ho avuto io, ma è stato circondato fino all'ultimo secondo da amici e persone che gli volevano bene, perché Piero era un uomo dolcissimo, dallo sguardo mansueto e sereno. Tutta la sua persona ispirava una calda simpatia, impossibile non volergli bene. Così, quando mi hanno detto che era scomparso, un'ondata di tristezza mi ha pervaso perché mano a mano che i sopravvissuti se ne vanno, per chi resta è sempre più difficile. Vedete, io penso che quando saremo morti tutti, intendo sia noi vittime che i nostri carnefici, tutto ciò che è stato rischia di andare perduto. Parlo anche dei carnefici perché so che qualcuno di loro è ancora vivo e ha scritto memorie oscene - uno dei questi libri s'intitola "Bei tempi" e potete ben immaginare a che razza di tempi si riferisse - ma paradossali visto che alla fine confermano ciò che i negazionisti, appunto, negano. Ciò nonostante, quando non ci saremo più, nel giro di pochi anni i fatti di quella tragedia del Novecento che fu la Shoah, appariranno sempre più lontani, si ridurranno prima a un capitolo sui libri di storia, poi a una riga, infine neppure quello. Lo so, da me forse ci si aspetterebbe una parola di conforto, ma io, con quello che accade in questi anni dopo tutto il tempo che è passato, non riesco a essere ottimista. Si dice che chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla, io preferisco usare le parole di Primo Levi: "Comprendere è impossibile, ma conoscere è necessario". E la conoscenza è l'unica luce che ci può dare speranza in questo mondo di ignoranza sempre più diffusa. — 
(fonte: “La Stampa” 9/12/2019)

GUARDA IL VIDEO
TV2000





Papa Francesco a Maria Immacolata: "Quanto bisogno abbiamo di essere liberati dalla corruzione del cuore, che è il pericolo più grave!... Per questo, o Vergine Maria, oggi io ti affido tutti coloro che, in questa città e nel mondo intero, sono oppressi dalla sfiducia..." (cronaca, foto, testo e video)



ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA IN PIAZZA DI SPAGNA

Domenica, 8 dicembre 2019



Nella solennità dell'Immacolata, Papa Francesco si è recato, come fa ogni anno, a Piazza di Spagna per rendere omaggio alla Vergine Maria. 
Un gesto “che esprime la devozione filiale alla nostra Madre celeste”, così aveva detto Papa Francesco annunciando oggi ai fedeli in Piazza san Pietro, dopo la preghiera dell’Angelus, la sua intenzione di recarsi nel pomeriggio a Piazza di Spagna per il tradizionale omaggio all’Immacolata. Un gesto preceduto da un momento di preghiera a Maria, nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Quindi l’arrivo alle 15.40 circa, nella piazza dove lo attendevano numerosi romani e turisti in questi giorni a Roma. La città è rappresentata dal sindaco, Virginia Raggi. Ad accogliere il Papa è il cardinale vicario Angelo De Donatis.
Dopo aver deposto una composizione di rose bianche ai piedi della statua dedicata all’Immacolata, si cantano le litanie. Poi Francesco recita una preghiera alla Vergine in cui cita la corruzione del cuore come "il pericolo più grave", Le affida tutti coloro che sono oppressi dalla sfiducia e rende grazie a Dio per averci donato una madre, piena di grazia, che ci ricorda la vittoria di Cristo sul male.

Guarda il video













PREGHIERA DI PAPA FRANCESCO
A MARIA IMMACOLATA

O Maria Immacolata,
ci raduniamo ancora una volta intorno a te.
Più andiamo avanti nella vita
e più aumenta la nostra gratitudine a Dio
per aver dato come madre a noi, che siamo peccatori,
Te, che sei l’Immacolata.
Tra tutti gli esseri umani, tu sei l’unica
preservata dal peccato, in quanto madre di Gesù
Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Ma questo tuo singolare privilegio
ti è stato dato per il bene di tutti noi, tuoi figli.
Infatti, guardando te, noi vediamo la vittoria di Cristo,
la vittoria dell’amore di Dio sul male:
dove abbondava il peccato, cioè nel cuore umano,
ha sovrabbondato la grazia,
per la mite potenza del Sangue di Gesù.
Tu, Madre, ci ricordi che noi siamo peccatori,
ma non siamo più schiavi del peccato!
Il tuo Figlio, con il suo Sacrificio,
ha spezzato il dominio del male, ha vinto il mondo.
Questo narra a tutte le generazioni il tuo cuore
terso come cielo dove il vento ha dissolto ogni nube.
E così tu ci rammenti che non è la stessa cosa
essere peccatori ed essere corrotti: è ben diverso.
Una cosa è cadere, ma poi, pentiti,
rialzarsi con l’aiuto della misericordia di Dio.
Altra cosa è la connivenza ipocrita col male,
la corruzione del cuore, che fuori si mostra impeccabile,
ma dentro è pieno di cattive intenzioni ed egoismi meschini.
La tua purezza limpida ci richiama alla sincerità,
alla trasparenza, alla semplicità.
Quanto bisogno abbiamo di essere liberati
dalla corruzione del cuore, che è il pericolo più grave!
Questo ci sembra impossibile, tanto siamo assuefatti,
e invece è a portata di mano. Basta alzare lo sguardo
al tuo sorriso di Madre, alla tua bellezza incontaminata,
per sentire nuovamente che non siamo fatti per il male,
ma per il bene, per l’amore, per Dio!
Per questo, o Vergine Maria,
oggi io ti affido tutti coloro che, in questa città
e nel mondo intero, sono oppressi dalla sfiducia,
dallo scoraggiamento a causa del peccato;
quanti pensano che per loro non c’è più speranza,
che le loro colpe sono troppe e troppo grandi,
e che Dio non ha certo tempo da perdere con loro.
Li affido a te, perché tu non solo sei madre
e come tale non smetti mai di amare i tuoi figli,
ma sei anche l’Immacolata, la piena di grazia,
e puoi riflettere fin dentro le tenebre più fitte
un raggio della luce di Cristo Risorto.
Lui, e Lui solo, spezza le catene del male,
libera dalle dipendenze più accanite,
scioglie dai legami più criminosi,
intenerisce i cuori più induriti.
E se questo avviene dentro le persone,
come cambia il volto della città!
Nei piccoli gesti e nelle grandi scelte,
i circoli viziosi si fanno a poco a poco virtuosi,
la qualità della vita diventa migliore
e il clima sociale più respirabile.
Ti ringraziamo, Madre Immacolata,
di ricordarci che, per l’amore di Gesù Cristo,
noi non siamo più schiavi del peccato,
ma liberi, liberi di amare, di volerci bene,
di aiutarci come fratelli, pur se diversi tra noi
– grazie a Dio diversi tra noi!
Grazie perché, col tuo candore, ci incoraggi
a non vergognarci del bene, ma del male;
ci aiuti a tenere lontano da noi il maligno,
che con l’inganno ci attira a sé, dentro spire di morte;
ci doni la dolce memoria che siamo figli di Dio,
Padre d’immensa bontà,
eterna fonte di vita, di bellezza e di amore. 
Amen

Guarda il video integrale


«La disponibilità verso Dio si riscontra nella disponibilità a farsi carico dei bisogni del prossimo.» Papa Francesco, Angelus 8 dicembre 2019 (Testo e video)

SOLENNITÀ DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE
DELLA BEATA VERGINE MARIA
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 8 dicembre 2019


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi celebriamo la solennità di Maria Immacolata, che si colloca nel contesto dell’Avvento, tempo di attesa: Dio compirà ciò che ha promesso. Ma nell’odierna festa ci è annunciato che qualcosa è già compiuto, nella persona e nella vita della Vergine Maria. Di questo compimento noi oggi consideriamo l’inizio, che è ancora prima della nascita della Madre del Signore. Infatti, la sua immacolata concezione ci porta a quel preciso momento in cui la vita di Maria cominciò a palpitare nel grembo di sua madre: già lì era presente l’amore santificante di Dio, preservandola dal contagio del male che è comune eredità della famiglia umana.

Nel Vangelo di oggi risuona il saluto dell’Angelo a Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Dio l’ha pensata e voluta da sempre, nel suo imperscrutabile disegno, come una creatura piena di grazia, cioè ricolma del suo amore. Ma per essere colmati occorre fare spazio, svuotarsi, farsi da parte. Proprio come ha fatto Maria, che ha saputo mettersi in ascolto della Parola di Dio e fidarsi totalmente della sua volontà, accogliendola senza riserve nella propria vita. Tanto che in lei la Parola si è fatta carne. Questo è stato possibile grazie al suo “sì”. All’Angelo che le chiede la disponibilità a diventare la madre di Gesù, Maria risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38).

Maria non si perde in tanti ragionamenti, non frappone ostacoli al Signore, ma con prontezza si affida e lascia spazio all’azione dello Spirito Santo. Mette subito a disposizione di Dio tutto il suo essere e la sua storia personale, perché siano la Parola e la volontà di Dio a plasmarli e portarli a compimento. Così, corrispondendo perfettamente al progetto di Dio su di lei, Maria diventa la “tutta bella”, la “tutta santa”, ma senza la minima ombra di autocompiacimento. È umile. Lei è un capolavoro, ma rimanendo umile, piccola, povera. In lei si rispecchia la bellezza di Dio che è tutta amore, grazia, dono di sé.

Mi piace anche sottolineare la parola con cui Maria si definisce nel suo consegnarsi a Dio: si professa «la serva del Signore». Il “sì” di Maria a Dio assume fin dall’inizio l’atteggiamento del servizio, dell’attenzione alle necessità altrui. Lo testimonia concretamente il fatto della visita ad Elisabetta, che segue immediatamente l’Annunciazione. La disponibilità verso Dio si riscontra nella disponibilità a farsi carico dei bisogni del prossimo. Tutto questo senza clamori e ostentazioni, senza cercare posti d’onore, senza pubblicità, perché la carità e le opere di misericordia non hanno bisogno di essere esibite come un trofeo. Le opere di misericordia si fanno in silenzio, di nascosto, senza vantarsi di farle. Anche nelle nostre comunità, siamo chiamati a seguire l’esempio di Maria, praticando lo stile della discrezione e del nascondimento.

La festa della nostra Madre ci aiuti a fare di tutta la nostra vita un “sì” a Dio, un “sì” fatto di adorazione a Lui e di gesti quotidiani di amore e di servizio.


Dopo l'Angelus


Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Huehuetenango, in Guatemala, è stato beatificato Giacomo Miller, religioso dei Fratelli delle Scuole Cristiane, ucciso in odio alla fede nel 1982, nel contesto della guerra civile. Il martirio di questo esemplare educatore di giovani, che ha pagato con la vita il suo servizio al popolo e alla Chiesa guatemalteca, rafforzi in quella cara Nazione percorsi di giustizia, di pace e di solidarietà. Un applauso al nuovo Beato!

Domani si svolgerà a Parigi un incontro dei Presidenti di Ucraina, Russia e Francia e della Cancelliere Federale della Germania – noto come “Formato Normandia” – per cercare soluzioni al doloroso conflitto in corso ormai da anni nell’Ucraina orientale. Accompagno l’incontro con la preghiera, una preghiera intensa, perché lì ci vuole la pace, e vi invito a fare altrettanto, affinché tale iniziativa di dialogo politico contribuisca a portare frutti di pace nella giustizia a quel territorio e alla sua popolazione.

Saluto con affetto tutti voi, pellegrini dell’Italia e di vari Paesi, in particolare i fedeli polacchi di Varsavia e Lublino, i poliziotti irlandesi e i giovani di Sorbara (Modena). Un saluto speciale va alle Figlie della Croce, recentemente riconosciute come Associazione Pubblica dal Cardinale Vicario.

In questa festa dell’Immacolata, nelle parrocchie italiane si rinnova l’adesione all’Azione Cattolica. Auguro a tutti i soci e i gruppi un buon cammino di formazione, di servizio e di testimonianza.

Benedico i fedeli di Rocca di Papa e la fiaccola con cui accenderanno la grande stella sulla Fortezza della cittadina, in onore di Maria Immacolata. E il mio pensiero va anche al Santuario di Loreto, dove oggi sarà aperta la Porta Santa per il Giubileo Lauretano: che sia ricco di grazia per i pellegrini della Santa Casa.

Oggi pomeriggio mi recherò a Santa Maria Maggiore a pregare la Madonna, e quindi in Piazza di Spagna per il tradizionale atto di omaggio ai piedi del monumento all’Immacolata. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo gesto, che esprime la devozione filiale alla nostra Madre celeste.

A tutti auguro buona festa e buon cammino di Avvento verso il Natale, con la guida della Vergine Maria. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


Quei facili lamenti sul silenzio di Dio di Enzo Bianchi

Quei facili lamenti sul silenzio di Dio 
di Enzo Bianchi

Jesus
 - La Bisaccia del mendicante - 
novembre 2019



Nella mia bisaccia depongo sovente riflessioni sul silenzio, perché è un tema intrigante, che va sempre esplorato in vista della qualità della nostra convivenza umana. Tra le numerose accezioni del silenzio stesso ve n’è una che ai nostri giorni è chiamata in causa con eccessiva facilità: il silenzio di Dio. Quante volte si ascoltano lamentele che paiono accuse scagliate verso il cielo: “Dio non mi parla, non mi dice nulla!”… Parole pronunciate spesso non da grandi figure spirituali, avanzate negli anni, la cui lunga esperienza di preghiera può aver conosciuto anche la “notte oscura” dell’assenza di Dio, bensì da giovani o da comuni credenti che paiono quasi giustificare così la loro mancanza di fede. È diventato un vezzo chiedersi “dov’è Dio?” ogni volta che siamo scossi da qualche evento, oppure imputargli un silenzio colpevole nel dipanarsi della storia, così come nelle nostre vicende personali.

In realtà, il “silenzio di Dio” è un’espressione biblica che le Scritture mettono in bocca a uomini e donne in preghiera. Questo suggerisce che il Dio silente non è tanto un argomento di discussione, quanto piuttosto l’interrogativo che sorge al culmine di un cammino di sofferenza: quando si è colti dal dolore, dall’oppressione, dall’ingiustizia che uccide, e non vi è nessun essere umano che ascolti o venga in aiuto, allora il credente chiama Dio e, se nulla cambia, lo supplica accoratamente: “O Dio, non restare muto, non startene in silenzio!” (Sal 83,2); “Dio della mia lode, esci dal silenzio!” (Sal 109,1); “Se tu resti muto, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1).

Chi prega così non pretende di forzare Dio, ma supplica che qualcosa cambi nella propria situazione, che vi sia un mutamento nella realtà circostante e un cambiamento in sé: si può anche vivere un cammino di sofferenza e non denunciare il silenzio di Dio, ma questo è possibile solo se si giunge a capire che quella via ha un senso. Lo stesso Gesù nella sua estrema derelizione sulla croce si è rivolto a Dio chiedendogli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, intonando così il salmo 22, il canto del giusto perseguitato a morte. Ma proprio in quel salmo, dopo il lamento, quando tutto sembra finito, la voce dell’orante si leva ad esclamare: “Tu mi hai risposto!” (Sal 22,22).

Ora, queste invocazioni dei salmisti, queste suppliche a Dio perché cessi di starsene in silenzio vanno comprese con intelligenza:è Dio che fa silenzio o non piuttosto il credente, l’orante, il popolo che non ascolta? Non siamo forse noi a essere incapaci di cogliere la parola di Dio, pronunciata magari in altro modo, attraverso eventi e vicende inattese? E perché non cogliere che Dio può parlare anche nel silenzio, attraverso la sua “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12)? Il silenzio può infatti essere una modalità altra del suo linguaggio, accanto a quella della parola pronunciata e della parola-evento che si realizza. Non dovremmo dimenticare un testo biblico molto illuminante al riguardo, che un tempo risuonava come antifona d’introito nella messa della notte di Natale: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose … dall’alto dei cieli la tua parola onnipotente si lanciò dal trono regale” (Sap 18,14-15). Mistero di parola e silenzio in Dio…

Sì, Dio è in verità silenzio e parola: non silenzio muto e sordo, ma silenzio che è un modo di comunicare altro rispetto alla parola, un modo che in determinate circostanze può rivelarsi più eloquente di qualsiasi discorso. La parola di Dio resta inscritta nel suo grande silenzio e in esso trova la propria origine e leggibilità: da parte nostra, dobbiamo ascoltare l’uno e l’altra, perché entrambi sono presenza di Dio, di quel Dio che non può non essere presenza, perché come tale si è sempre manifestato. Sappiamo che la tentazione dell’ateismo, della “nientità” è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per i contemplativi che vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio. Ma proprio essi ci testimoniano che non per questo la presenza “elusiva” di Dio (cf. Is 45,15) viene meno: Dio è sempre presente all’essere umano, da lui creato a propria immagine (cf. Gen 1,26-27) e da lui amato fino all’estremo (cf. Es 34,6; Gv 13,1).

Quando dunque incolpiamo Dio di mutismo, quando attribuiamo a lui il vuoto del nostro cuore, è perché in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo, perché pretendiamo da lui una parola che sia a nostra immagine e somiglianza.

Pubblicato su: Jesus


domenica 8 dicembre 2019

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 2/2019-2020 (A) di Santino Coppolino


"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino






Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

(II domenica di Avvento anno A)
Solennità  Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Vangelo:


Il mistero dell'incarnazione è l'incontro tanto atteso che Dio ha voluto da tutta l'eternità, l'evento in vista del quale il tempo ha avuto inizio e tutto è stato creato, la gioia dello Sposo che finalmente trova la sposa, il coronamento del sogno d'amore di Dio per l'uomo. Questo «» è il fine per cui Dio stesso è entrato nella storia, che è quello di accogliere e generare la Sua Parola, da cui tutto ha principio. La Parola ineffabile ora può essere pronunciata perché il Dio Altissimo lascia i cieli dei cieli e si rende visibile nella carne di un bambino, senza più abbandonarci. La scena precedente (1,5-25) si svolge nella sacralità del tempio, ma Zaccaria rimane muto perché sordo alla promessa del Signore, adesso, invece, nella casa di Maria, perché in lei Dio ha trovato la casa di cui il tempio è figura. Attraverso il  «» di Maria non è più l'uomo che edifica una casa a Dio, ma è Dio che diventa la casa di quanti lo accolgono. La nostra umanità diventa la «Dimora di Dio e Dio diventa la nostra Dimora» (cit.). Maria è figura di ogni uomo che, nella Fede, accoglie in sé la Salvezza umanamente inconcepibile (Jehoshua = Dio è Salvezza): il Dio-con-noi! 
Anche noi allora insieme a Maria, siamo chiamati e inviati a raggiungere ogni fratello «fino gli estremi confini della terra» fino a quando il mistero d'amore e di misericordia che si è compiuto in lei sia compiuto in tutti gli uomini. 


sabato 7 dicembre 2019

"L’annunciazione è l’estasi della storia" Commento al Vangelo della Solennità dell'IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA a cura di P. Ermes Ronchi

L’annunciazione è l’estasi della storia

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo» (…). Luca 1, 26-38

per i social

Non temere, Maria, se l’Altissimo non prende la strada della grandezza, se si nasconde in un piccolo embrione umano. Non temere le sue vie, lontanissime dalla scena e dalle luci.

L’annunciazione è l’estasi della storia: viene ciò che l’umanità da sola non può darsi. La storia esce da se stessa e si illumina di un altro sole.

L’angelo entrò nella sua casa: un annuncio ad una ragazza immersa nei suoi pensieri e nelle sue faccende. È nella casa che Dio ti tocca, nella gioia o nel tempo delle lacrime, quando dici a chi ami le parole più belle che sai. È così bello pensare che non ti sfiora solo nelle cattedrali solenni ma si infila nelle piccole cose, e ti mostra come fargli spazio nella vita.

Tre volte parla l’angelo: una parola di gioia, kaire; una contro la paura, non temere; un’ultima parola per la vita, lo Spirito ti farà madre. Parole che angeli e profeti ripetono dentro tutta la Scrittura per chi non voglia che di lui sia detto ciò che dicevano di Elisabetta: “E’ sterile!”.

Gioisci, Maria, sii felice perché, lo sai, la felicità viene dai volti; anche il volto di Giuseppe ti fa felice, ma ora è qui colui che è il volto dei volti e ha posto in te il suo cuore; gli altri sono solo frammenti di quel volto, solo gocce di quella luce.

Il Signore è con te. L’angelo fa eco all’antica parola: sono stato con te ovunque sei andato. Parole di un Dio innamorato, che nessuna creatura potrà mai dirti, per quanto ti ami. Nessuno sarà mai con me ovunque io andrò. Nessuno è stato con me nei passi che ho compiuto, che ho perduto, che ho ritrovato. Dio solo.

Non temere, Maria, se l’Altissimo non prende la strada della grandezza, se si nasconde in un piccolo embrione umano. Non temere le sue vie, lontanissime dalla scena e dalle luci. Non temere questo bambino che vivrà solo se tu lo amerai.

A quelle parole Maria rimase turbata. Un attimo che, per noi, può durare anni. E se pure hai detto “sì” una volta, non ne sei mai al riparo, mai. Ma: non temere! Dio entra nei nostri dubbi e storie confuse, ma forse ci porta nuove stelle polari proprio per questo: non temere la tua debolezza, perché su questo gli uomini non si dicono mai pronti. Non temere l’amore. Dio salva.

Oggi l’angelo ripete a noi: non temere, verrà il Signore e ti riempirà la vita. Solo le donne, le madri conoscono l’attesa. Si attende non per mancanza ma per pienezza, non per assenza ma per una sovrabbondanza di vita che già urge.

Come avverrà? Maria chiede di capire, stando davanti al Signore con tutta la dignità di persona umana. E appare lo stile di Dio: ti coprirà con la sua ombra. La potenza si fa ombra. Non lo troverai negli abbagli delle visioni, ma nella vita che è un’anfora di ombre, di buio.

Eccomi sono la serva del Signore. Serva: parola biblica che non è passiva, non è sottomissione; serva del re è la prima dopo il re, è colei che collabora, la prediletta. E l’angelo partì da lei.

Dio cerca madri, e noi, come frammenti di cosmo ospitali, ci prenderemo cura, come madri, della sua Parola, e dei suoi sogni.

per Avvenire

L’angelo Gabriele, lo stesso che «stava ritto alla destra dell’altare del profumo» (…)




“Benvenuto futuro!” Discorso alla Città dell'Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini

“Benvenuto futuro!” 
mons. Mario Delpini,
Arcivescovo di Milano
DISCORSO ALLA CITTA'
6  dicembre 2019


"Io non sono ottimista, io sono fiducioso. Sono uomo di speranza, perché mi affido alla promessa di Dio e ho buone ragioni per aver stima degli uomini e delle donne che abitano questa terra .. Non è il futuro il principio della speranza; credo piuttosto che sia la speranza il principio del futuroLo . cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggianti per partito presto, piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza. 





Benvenuto futuro! - Benvenuti, bambini! - Benvenuti, ragazzi e ragazze! - Benvenuta, famiglia! - Benvenuto, lavoro! - Benvenuta, società plurale! - Benvenuta, cura per la casa comune!

... Il futuro sono i ragazzi e i giovani che oggi vivono, crescono, studiano, sognano. Gli adolescenti attraversano una stagione burrascosa, entusiasmante ed esasperante della vita. L’adolescenza è tempo di scelte, di responsabilità iniziali, di definizione della personalità di ciascuno. Gli adulti hanno il compito di accompagnare questa età con sapienza e pazienza, promuovendo lo sviluppo della libertà che si decida di fronte a proposte promettenti. Gli adulti si sentono talora inadeguati e smarriti quando hanno responsabilità educative in famiglia, a scuola, nell’ambito sportivo, ecclesiale, sociale.

Gli adolescenti vivono in un mondo che sembra desiderare un distacco da tutto quello che è adulto, che propone valori del passato, che non parla la loro stessa lingua. 

...
È necessario che si costruiscano alleanze tra tutte le istituzioni educative, scolastiche, sportive, le forze dell’ordine, le amministrazioni locali perché la sola repressione non è mai efficace. Sempre è necessario offrire motivazioni, accompagnamenti attenti e pazienti, sostegno nelle fragilità e nelle frustrazioni che la vita non risparmia a nessuno, interventi tempestivi, affettuosi e forti. Siamo tutti chiamati a essere protagonisti nell’impresa di edificare una comunità che sappia anticipare e suggerire il senso promettente e sorprendente della vita e proporre una narrativa generazionale che custodisca i verbi del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del lasciar partire. La comunità cristiana si dichiara pronta a offrire il suo contributo ed entra volentieri in questa alleanza con tutte le istituzioni e la società civile, per ribadire sempre: benvenuto, futuro! 


Benvenuta, società plurale!
Il fenomeno migratorio è estremamente complesso e ha una risonanza emotiva profonda, anche se talora deformata da un’enfasi sproporzionata per alcuni aspetti. Una certa comunicazione sbrigativa e partigiana tende a ridurre il fenomeno delle migrazioni alla situazione drammatica dei rifugiati, gente che sfugge a situazioni di povertà estrema, di ingiustizia insopportabile, di persecuzione violenta e attraversa pericoli, sfruttamenti, violenze, schiavitù per inseguire una speranza di vita migliore che non raramente si rivela illusoria.
... La concentrazione sul tema dei rifugiati sovraccarica la considerazione del fenomeno migratorio di risonanze emotive, rivela l’inadeguatezza delle normative, la carenza di organizzazione, la scarsa lungimiranza della comunità europea e del nostro Paese e divide le nostre comunità in fazioni contrapposte, tra chi vuole accogliere e chi vuole respingere
.. Credo che sarebbe più sapiente affrontare il fenomeno migratorio nel suo complesso, creare occasioni di confronto con tutti i Paesi che necessitano di elaborare una visione di quello che sta succedendo e di capire quale speranza si possa condividere per vivere il nostro tempo con coraggio e serenità.
... Dobbiamo liberarci dalla logica del puro pronto soccorso, dispendioso e inconcludente. Dobbiamo andare oltre le pratiche assistenzialistiche mortificanti per chi le offre e per chi le riceve, anche oltre un’interpretazione che intenda “integrazione” come “omologazione”. Si tratta di dare volto, voce e parola alla convivialità delle differenze, passando dalla logica del misconoscimento alla profezia del riconoscimento. Siamo chiamati a guardare con fiducia alla possibilità di dare volto a una società plurale in cui i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente, capace di diventare un cantico».

Leggi tutto:
Il discorso integrale


GUARDA IL VIDEO 
Discorso integrale


"La radice umana della crisi ecologica: Laudato si’ cap. III" di Raffaella Campo (VIDEO INTEGRALE)

"La radice umana della crisi ecologica: 
Laudato si’ cap. III" 
di Raffaella Campo
(VIDEO INTEGRALE)


Relazione tenuta il 6 novembre 2019
nell'ambito dei

Mercoledì della Spiritualità 2019
PER AMORE DI NOSTRA MADRE TERRA 
- Lettura della Laudato si’ di papa Francesco.
Proposta di una ecologia integrale - 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

        Nel capitolo terzo dell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco analizza la radice umana della crisi ecologica riallacciandosi direttamente ad un’affermazione contenuta nel paragrafo 53: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Il pontefice promuove una coraggiosa rivoluzione culturale invitando a riflettere sulle contraddizioni insite nell’attuale modello di sviluppo economico e sociale.
... 
È di fondamentale importanza – sostiene Bergoglio – comprendere che «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». 
Bisogna comprendere che “Tutto è connesso” e che il rapporto uomo-mondo deve basarsi su altri e alti valori umani quali la conoscenza, la volontà, la libertà e la responsabilità. 
Può forse in questa sede essere utile ricordare che l’etica della responsabilità è al centro di un celebre saggio del filosofo tedesco Hans Jonas, intitolato “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. Alla fine degli anni ’70 Jonas, partendo dalla constatazione che l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, pose il problema non solo della sopravvivenza, ma anche dell’unità della specie e della dignità della sua esistenza. Tra il “principio di speranza” di Ernst Bloch e il “principio di disperazione” di Gunther Anders, Jonas proponeva il principio di responsabilità, della responsabilità nei confronti di chi è presente e di chi verrà dopo di noi; il filosofo sottolinea come esista un dovere dell’umanità a esserci che non va confuso con i dovere di esistere del singolo, un dovere verso l’esistenza deve essere una priorità in tutti i campi della vita umana. 
Il fatto che la riflessione di Jonas risulti attuale significa che la meta è ancora lontana, che i progressi e i rimedi sono stati finora troppo lenti e insufficienti.

... le parole del Pontefice possono rappresentare oggi un autentico faro nella notte, capace di guidare gli uomini verso la formazione di una nuova coscienza ecologica condivisa, in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano nelle migliori condizioni possibili, attraverso un tipo di progresso più sano, più sociale, più integrale.

Matrimonio civile e benedizione degli anelli. 
Una lettera reale e una risposta possibile
di Andrea Grillo

Ricevo questa lettera, che pone una questione importante. La riproduco con alcuni omissis per ragioni di riservatezza. E poi provo a rispondere, secondo scienza e coscienza.


Salve, riprendendo da un suo scritto (Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018, pp. 104-106 ) circa la benedizione delle fedi, le chiediamo un parere. Con il parroco (dopo una formazione diocesana sulle coppie ferite) in parrocchia seguiamo in particolare una coppia (lei nubile, lui divorziato perché la moglie lo ha tradito con l’attuale compagno). Tra poco si sposeranno civilmente, hanno chiesto la benedizione degli anelli. Il parroco dopo il dovuto discernimento, dove ha valutato la possibilità di un eventuale annullamento ha palesato il dubbio sulla possibilità. Ci è sembrato chiarificatore il suo scritto: non un sacramento, ma atto liturgico . Da parte dei parroci c’è condivisione sulla sua interpretazione, ma c’è preoccupazione per la confusione che si potrebbe creare e dunque evitano con intento pedagogico. Ci illumini per scardinare questo timore, eventualmente con altri rimandi bibliografici. Cordiali saluti

Mi sembra che qui ci troviamo di fronte a un caso classico di contrasto tra il bene civile e il bene ecclesiale. Per ragionare con serenità su questo punto, e aiutare ad assumere la decisione più saggia e più giusta, mi sembra che si debba considerare un elemento della questione che normalmente sfugge alla considerazione pastorale. E non è un caso che chi scrive abbia trovato qualche aiuto in un libro dedicato al “tempo”. Perché la variabile temporale deve essere assunta in modo nuovo dalla Chiesa, senza fissarsi in modo ostinato sui “tempi giuridici”, che, come è noto, possono essere sterminati. Mi spiego meglio. E’ evidente che il discernimento dei pastori deve riguardare la situazione concreta. E, come si è soliti fare, si inizia dal considerare la “solidità” del vincolo, e quindi la possibilità di procedere ad una causa per chiedere il riconoscimento della sua nullità. Salvo i rari casi di “processo breve” – che non sembrano riguardare la fattispecie considerata – si tratta comunque di procedimenti lunghi e con una imprevedibilità di tempi che confligge profondamente con le scelte esistenziali dei soggetti. Questo vale sia per il caso in cui si giudichi che sussista qualche motivo di nullità, sia per il caso in cui si constati la inesistenza di un fondato motivo. Anche in questo caso il pastore non ha esaurito le proprie possibilità di discernimento. Perché si apre, proprio in tal caso, lo spazio di una valutazione che, senza intaccare la validità del vincolo preesistente, riconosca le circostanze soggettive particolari e rilevi una effettiva esperienza di fallimento del vincolo. Questo, evidentemente, non può essere il caso soltanto per situazioni acquisite – ossia per coppie che già si trovino nella condizione di aver contratto vincolo civile, e che possano essere riammesse alla comunione ecclesiale. Ciò vale anche per chi si trova in una condizione di “passaggio” e abbia optato per dare alla nuova unione l’unica forma giuridica possibile, ossia quella civile. In alcuni casi, come sembra essere quello qui descritto, il pastore può giudicare che la unione matrimoniale di diritto civile è “il bene possibile” per la nuova coppia. In tal caso, e solo in questo caso, non vi sarebbe grande difficoltà ad ammettere che, se si tratta di un “bene”, tale bene possa essere “benedetto” anche ecclesialmente, nonostante il fatto che non si tratta del sacramento del matrimonio, ma soltanto del matrimonio civile. Non è impossibile, infatti, che la Chiesa, in determinate circostanze, possa riconoscere che il matrimonio civile, quando è l’unica via possibile, rappresenti di per sé un bene per la coppia.

Per uscire da questo dissidio, a me pare, occorre valorizzare la chiara affermazione con cui Amoris Laetitia supera il principio ottocentesco per cui, in materia matrimoniale, la forma oggettiva legale tende ad identificare il bene del soggetto e così pure la volontà di Dio. In quella mentalità, della quale spesso risentiamo ancor oggi, del tutto in buona fede, porre un qualsiasi gesto di “assenso” al matrimonio civile – da parte di un ministro della Chiesa – appare come motivo di scandalo e di disorientamento per il popolo di Dio. A ciò si deve aggiungere un altro fattore, che incide con forza sulle nostre reazioni. Ed è la perdita del “senso della misura”: una coppia che chiede la “benedizione degli anelli”, se lo fa con senso del limite, con modestia e con pacatezza, non chiede un “sacramento clandestino”, non vuole “farla franca”, non vuole “aggirare la legge”, ma desidera veder riconosciuto e partecipato quel bene – quel poco o tanto di bene – che si accinge a vivere. A benedire gli anelli non è chiamato il “pubblico ufficiale ecclesiastico”, ma quel presbitero che resta sempre, oltre che sacerdote e re, anche un profeta. Ci vuole un profeta per riconoscere il bene, lì dove si presenta, anche quando non ha tutti profili “regolari” e i timbri di garanzia. Lì dove un uomo e una donna, con alle spalle una storia complessa, giungono alla decisione di sposarsi civilmente, questo è un evento che, a determinate condizioni, la Chiesa può riconoscere, con il quale può gioire e del quale può rallegrarsi. Nel momento in cui sia chiaro che il sacramento del matrimonio e la benedizione degli anelli sono due “forme liturgiche” diverse, nessun parroco può essere costretto alla benedizione, ma nessun parroco deve sentirsi impedito ad ammetterla, nel momento in cui si sia convinto che il bene in gioco è superiore a quella parte di fragilità e di male che ha segnato la storia di uno dei due sposi o anche di entrambi.

Il principio dello scandalo non è detto che stia solo nella disinvolta “benedizione” di ogni realtà, ma forse ancor più si rivela nella nostra incapacità di dar voce, parola e forma a quelle piccole o grandi “porzioni di bene” che riscattano e rilanciano le esistenze di donne e uomini. Nuovi inizi sono reali. Che la Chiesa non li subordini semplicemente ad un astruso regime giuridico, ma li incontri direttamente e schiettamente, come realtà inaggirabili, non è un limite dei nostri tempi. Rispettare i tempi della vita degli uomini e delle donne spesso implica accettare che la Chiesa parli anzitutto con i linguaggi semplici del lodare, del rendere grazie e del benedire. La Chiesa sa che può parlare il linguaggio eucaristico quando vive nel cuore della sua intimità con il Signore. Ma può parlare tutte le lingue della benedizione, della lode e della grazia, quando incontra i soggetti che si collocano non al centro, ma lungo il cammino, o anche ai margini o alla periferia. La benedizione è un classico linguaggio della periferia ecclesiale. La Chiesa non solo può, ma deve utilizzarlo proprio per riconoscere che, anche in assenza del bene massimo, un piccolo bene possibile, quando è riconosciuto con benevolenza, può aprire varchi e riconciliare corpi. Così potrebbero fare i non rari profeti di vita futura, incompresi dai non pochi profeti di certa sventura.