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venerdì 6 settembre 2024

La coppia e il bene possibile alla luce di Amoris laetitia

La coppia e il bene possibile alla luce di Amoris laetitia


La maggior parte degli uomini cerca la propria gioia personale nel matrimonio e nella famiglia. Matrimonio e famiglia sono la cellula fondamentale della società umana. Tuttavia ai drammatici cambiamenti radicali del nostro tempo appartiene pure il fatto che numerosi matrimoni entrano in crisi e che i divorzi sono notevolmente aumentati.

La difficile situazione umana dei separati, dei divorziati e dei risposati civilmente dopo il divorzio pone alla Chiesa un problema di fondo. Occorre accompagnare, discernere ed integrare verso il bene possibile questi nostri fratelli e sorelle, come compagni di viaggio, alla luce della esortazione apostolica Amoris laetitia. È quanto tenta di offrire il reverendo Emanuele Tupputi in questo breve sussidio, per accostarsi con sapienza ad ogni persona.

Obiettivo del testo è fare un po’ di chiarezza e indicare i possibili passi da compiere nell’azione pastorale per tanti fratelli e sorelle che vivono esperienze matrimoniali complesse e/o “irregolari”.
Questi passi possibili, però, non posso prescindere l’attenzione da dare alla coscienza del fedele (cfr. AL 37) e alla verifica canonica, mediante un discernimento giudiziale, per un eventuale iter di dichiarazione di nullità matrimoniale, come auspicato dallo stesso Papa Francesco.

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A tal riguardo il Santo Padre, nell’allocuzione alla Rota Romana del 25 gennaio 2024, ha precisato come il discernimento giudiziale sulla nullità «possiede un valore pastorale insostituibile e si inserisce armonicamente nell’insieme della cura pastorale dovuta alle famiglie […] L’oggettività del discernimento giudiziale richiede poi di essere liberi da ogni pregiudizio, sia a favore sia contro la dichiarazione di nullità. Ciò implica di liberarsi sia dal rigorismo di chi pretenderebbe una certezza assoluta sia da un atteggiamento ispirato alla falsa convinzione che la risposta migliore sia sempre la nullità, quello che San Giovanni Paolo II chiamò il “rischio di una malintesa compassione […], solo apparentemente pastorale”. In realtà – proseguiva il Papa – “le vie che si discostano dalla giustizia e dalla verità finiscono col contribuire ad allontanare le persone da Dio, ottenendo il risultato opposto a quello che in buona fede si cercava” ». Inoltre, il Pontefice precisa ancora come: «Il discernimento sulla validità del vincolo è un’operazione complessa, rispetto alla quale non dobbiamo dimenticare che l’interpretazione della legge ecclesiastica va fatta alla luce della verità sul matrimonio indissolubile, che la Chiesa custodisce e diffonde nella sua predicazione e nella sua missione» (Papa Francesco, Discorso alla Rota Romana, 25 gennaio 2024).

Il sussidio suddiviso in 4 paragrafi cerca di rispondere ad una domanda: Come comportarsi nei confronti dei divorziati risposati e dei matrimoni irreversibilmente falliti? Occorre un discernimento personale e pastorale. Di grande aiuto è la nota 351 di Amoris laetitia: In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Don Emanuele evidenzia che “Non si tratta […] di un “permesso” da accordare a chiunque, ma di un “percorso” da ritagliare su misura per ogni singolo fedele: e l’esito potrebbe anche non portare a vivere di nuovo i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia” (§ n. 3).

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Pertanto, il lavoro del discernimento dovrebbe essere un itinerario per aiutare i fedeli a scoprire la volontà di Dio nelle circostanze in cui si trovano e a cercare di assecondarla. Non è (e non dovrebbe essere) soltanto un espediente con delle tappe o dei compiti da svolgere per ottenere la riammissione ai sacramenti. «(…) l’essere ammessi alla comunione non è per niente un dato immediato o tanto meno scontato. Non solo è un’eventualità ristretta a casi specifici, ma suppone un itinerario strutturato di maturazione, comprensivo del coinvolgimento in foro interno da mettere a confronto con i pastori della Chiesa, così da sottrarlo al mero soggettivismo o condurre a pensare a una doppia morale nella Chiesa»[1]. In questo si comprende quanto sia importante da parte dei pastori e degli operatori pastorali proporre un percorso di accompagnamento e discernimento che possa aiutare le coscienze dei fedeli, che vivono situazioni coniugali difficili, complesse e “irregolari”, ad affrontare e a valutare la propria storia alla luce del bene possibile e secondo il grado di responsabilità, al fine di una maggiore integrazione nella comunità cristiana. In questo cammino tutto deve mirare ad un ritorno pieno alla vita della Chiesa, per cui, senza far riferimento alla Comunione, il papa parla della possibilità di un’integrazione piena, alla fine di un cammino di accompagnamento e di discernimento, non vissuto in modo generico, ma caso per caso[2].

Pertanto, nel percorso di accompagnamento e discernimento personale e pastorale non va dimenticato che per i matrimoni irreversibilmente falliti si dovrà verificare l’eventuale nullità del matrimonio, tramite il Servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati[3] o un perito in diritto canonico o presso lo stesso Tribunale ecclesiastico. Tale verifica giudiziale, dunque, risulta necessaria prima di compiere un’integrazione piena dei fedeli separati e in nuova unione nella vita ecclesiale della comunità cristiana. Si tratta di fare un cammino di discernimento tale per cui questi fedeli si dispongano a comprendere l’indissolubilità del matrimonio non come un “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (cfr. AL 62). In questa prospettiva si coglie come il discernere «della e nella Chiesa abbraccia la cura della verità della singola coscienza assieme al bene della verità del matrimonio come bene prezioso cui nulla preferire»[4]. Da parte di chi accompagna sarà necessario con sapienza, umiltà e pazienza aiutare il fedele mediante un attento discernimento a prendere coscienza del passato, a vivere il presente per rilanciare il futuro al fine di un’autentica integrazione ecclesiale.

Ringraziamo don Emanuele per questo sussidio e tutti coloro che si occupano dell’accompagnamento pastorale dei separati, dei divorziati e dei divorziati risposati. La fedeltà e la misericordia di Dio valgono per ogni uomo in ogni situazione, se egli è disposto a convertirsi e ad aprire nuovamente il suo cuore a Dio. P. Lorenzo Lorusso è ordinario di Diritto Canonico presso la Facoltà Teologica Pugliese.
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[1] C. Rocchetta, Una Chiesa della tenerezza. Le coordinate teologiche dell’Amoris laetitia, EDB, Bologna, p. 219.
[2] «Distinguere «caso da caso» vuol dire distinguere “da persona a persona”. Non si penserà, dunque alla casuistica morale, poiché le persone non sono «casi»! Nessuna persona lo è proprio perché l’«altro» è quella “terra sacra” davanti alla quale, come ha scritto Francesco, occorre togliersi i sandali (cfr. Evangelii gaudium, 169). Ancor meno si tratta di relativismo […] Si tratta di quel «compito “artigianale”, da persona a persona”, cui Francesco accenna a proposito della famiglia e che è pure espressione dell’Ecclesia mater, da cui assume la prima forma quella pratica della fede che è l’agire pastorale»: M. Semeraro, Il discernimento in Amoris laetita. Prolusione per l’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2019 del TERP, 9 febbraio 2019, p. 3-4, il cui testo integrale è edito nel sito ufficiale della diocesi di Albano (www.diocesidialbano.it).
[3] Per un approfondimento sull’utilità di questo servizio ecclesiale, auspicato da Papa Francesco, ma per molte diocesi sconsciuto, si rinvia a: E. Tupputi, Il Servizio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati nell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie alla luce del m. p. Mitis Iudex Dominus Iesus, «Monitor Ecclesiasticus» 134 (2019/2), pp. 457-491.
[4] G. Zannoni, Francesco e “i dottori della legge”. Discernere, oltre la casistica, Marcianum Press, Venezia 2021, p. 148.

(fonte: Settimana News, articolo di Lorenzo Lorusso 04/09/2024)

lunedì 27 dicembre 2021

Papa Francesco scrive agli sposi: "Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino." (testo integrale)

Papa Francesco scrive agli sposi: 
Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. 
Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. 
I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. 


Era il 27 dicembre 2020, giorno della Festa della Santa Famiglia, quando Francesco all'Angelus annunciò l’Anno della Famiglia Amoris laetitia e propose un cammino pensato per le famiglie che si concluderà il prossimo 26 giugno con il X Incontro mondiale delle famiglie a Roma. Nella ricorrenza della stessa festa, a un anno di distanza, il Pontefice ha voluto scrivere una lettera agli sposi per esprimere alle coppie tutto il suo affetto e la sua vicinanza in questo tempo segnato dalla pandemia. Di seguito ne riproponiamo il testo integrale.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AGLI SPOSI
IN OCCASIONE DELL’ANNO “FAMIGLIA AMORIS LAETITIA

Cari sposi e spose di tutto il mondo!

In occasione dell’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, mi rivolgo a voi per esprimervi tutto il mio affetto e la mia vicinanza in questo tempo così speciale che stiamo vivendo. Sempre ho tenuto presenti le famiglie nelle mie preghiere, ma ancora di più durante la pandemia, che ha messo tutti a dura prova, specialmente i più vulnerabili. Il momento che stiamo attraversando mi porta ad accostarmi con umiltà, affetto e accoglienza ad ogni persona, ad ogni coppia di sposi e ad ogni famiglia nelle situazioni che ciascuno sta sperimentando.

Il contesto particolare ci invita a vivere le parole con cui il Signore chiama Abramo a uscire dalla sua terra e dalla casa di suo padre verso una terra sconosciuta che Lui stesso gli mostrerà (cfr Gen 12,1). Anche noi abbiamo vissuto più che mai l’incertezza, la solitudine, la perdita di persone care e siamo stati spinti a uscire dalle nostre sicurezze, dai nostri spazi di “controllo”, dai nostri modi di fare le cose, dalle nostre ambizioni, per interessarci non solo al bene della nostra famiglia, ma anche a quello della società, che pure dipende dai nostri comportamenti personali.

La relazione con Dio ci plasma, ci accompagna e ci mette in movimento come persone e, in ultima istanza, ci aiuta a “uscire dalla nostra terra”, in molti casi con un certo timore e persino con la paura dell’ignoto, ma grazie alla nostra fede cristiana sappiamo che non siamo soli perché Dio è in noi, con noi e in mezzo a noi: nella famiglia, nel quartiere, nel luogo di lavoro o di studio, nella città dove abitiamo.

Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve. Così, già il fidanzamento implica l’uscire dalla propria terra, poiché richiede di percorrere insieme la strada che conduce al matrimonio. Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!». [1] I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia. Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia. La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Certo, educare i figli non è per niente facile. Ma non dimentichiamo che anche loro ci educano. Il primo ambiente educativo rimane sempre la famiglia, nei piccoli gesti che sono più eloquenti delle parole. Educare è anzitutto accompagnare i processi di crescita, essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento. L’educatore è una persona che “genera” in senso spirituale e, soprattutto, che “si mette in gioco” ponendosi in relazione. Come padri e madri è importante relazionarsi con i figli a partire da un’autorità ottenuta giorno per giorno. Essi hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia in voi, nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada.

D’altra parte, come ho già avuto modo di osservare, la coscienza dell’identità e della missione dei laici nella Chiesa e nella società è cresciuta. Avete la missione di trasformare la società con la vostra presenza nel mondo del lavoro e di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie.

Anche i coniugi devono prendere l’iniziativa ( primerear) [2] all’interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale; in particolare, quella degli «sposi accanto ai pastori, per camminare con altre famiglie, per aiutare chi è più debole, per annunciare che, anche nelle difficoltà, Cristo si rende presente». [3]

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». [4] Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando «salì sulla barca con loro […] il vento cessò» (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza (cfr 2 Cor 12,9). È stato proprio in mezzo a una tempesta che gli apostoli sono giunti a riconoscere la regalità e la divinità di Gesù e hanno imparato a confidare in Lui.

Alla luce di questi riferimenti biblici, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. Vi ricordo quello che ho scritto in Amoris laetitia (cfr nn. 90-119) riprendendo l’inno paolino alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13). Chiedete questo dono con insistenza alla Santa Famiglia; rileggete l’elogio della carità perché sia essa a ispirare le vostre decisioni e le vostre azioni (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

In questo modo, stare insieme non sarà una penitenza bensì un rifugio in mezzo alle tempeste. Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione. Custodite nel cuore il consiglio che ho dato agli sposi con le tre parole: «permesso, grazie, scusa». [5] E quando sorge un conflitto, «mai finire la giornata senza fare la pace». [6] Non vergognatevi di inginocchiarvi insieme davanti a Gesù nell’Eucaristia per trovare momenti di pace e uno sguardo reciproco fatto di tenerezza e di bontà. O di prendere la mano dell’altro, quando è un po’ arrabbiato, per strappargli un sorriso complice. Magari recitare insieme una breve preghiera, ad alta voce, la sera prima di addormentarsi, con Gesù presente tra voi.

È pur vero che, per alcune coppie, la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile. I problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili. Tanti hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare. Anche a queste persone desidero esprimere la mia vicinanza e il mio affetto.

La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino, e nella comunità una «casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47).

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo “abita” nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24).

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché «sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere» (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Prima di concludere, desidero inviare un saluto speciale ai nonni e alle nonne che nel periodo di isolamento si sono trovati nell’impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro; alle persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine. La famiglia non può fare a meno dei nonni, essi sono la memoria vivente dell’umanità, «questa memoria può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente». [7]

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Vi saluto con affetto esortandovi ad andare avanti nel vivere la missione che Gesù ci ha affidato, perseverando nella preghiera e «nello spezzare il pane» (At 2,42).

E per favore, non dimenticatevi di pregare per me; io lo faccio tutti i giorni per voi.

Fraternamente,

Francesco

Roma, San Giovanni in Laterano, 26 dicembre 2021, Festa della Santa Famiglia.

[2] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24.
[4] Ibid.



martedì 9 novembre 2021

PAPA FRANCESCO: "LA CRISI PER UNA COPPIA PUÒ ESSERE UN'OPPORTUNITÀ" (Testo e video)

PAPA FRANCESCO:
"LA CRISI PER UNA COPPIA
PUÒ ESSERE UN'OPPORTUNITÀ"

6 novembre 2021
Discorso ai membri dell'associazione "Retrouvaille"




Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio Mons. Dal Cin e i coniugi per le parole di saluto e di introduzione. Sono contento che durante questo “Anno della Famiglia Amoris laetitia” ci sia anche questo incontro, dedicato ai coniugi che vivono una crisi, una crisi seria nella loro relazione. Questo è molto importante, non dobbiamo spaventarci della crisi. La crisi ci aiuta a crescere, e quello di cui dobbiamo avere cura è non cadere nel conflitto, perché quando tu cadi nel conflitto chiudi il cuore e non c’è soluzione del conflitto o difficilmente. Invece la crisi ti fa “ballare” un po’, ti fa sentire le cose brutte a volte, ma dalla crisi si può uscire, a patto che si esca migliori. Non si può uscire uguali: o usciamo migliori o peggiori. Questo è importante. E dalla crisi difficilmente si può uscire da soli, dobbiamo uscire sempre tutti in crisi. Questo mi piace. Non avere paura della crisi, avere paura del conflitto!

La prima parola che vorrei condividere con voi è proprio crisi. Su questa parola ci siamo fermati a riflettere tante volte in questo periodo di pandemia (cfr Discorso alla Curia, 21 dicembre 2020). E io mi ritrovo nella vostra esperienza, che invita a considerare la crisi come opportunità, sì, un’opportunità dolorosa ma un’opportunità, in questo caso opportunità di fare un salto di qualità nella relazione. Nell’Esortazione Amoris laetitia c’è una parte dedicata alle crisi familiari (cfr 232-238). E qui vorrei subito aggiungere un’altra parola: ferite. Perché le crisi delle persone producono ferite, producono piaghe nel cuore e nella carne. “Ferite” è una parola-chiave per voi, fa parte del vocabolario quotidiano di Retrouvaille. Fa parte della vostra storia: infatti, voi siete coppie ferite che siete passate attraverso la crisi e siete guarite; e proprio per questo siete in grado di aiutare altre coppie ferite. Non siete andati fuori, non vi siete allontanati nella crisi – “questo non va… torno da mamma” –; avete preso in mano la crisi e cercato la soluzione.

Questo è il vostro dono, l’esperienza che avete vissuto e mettete al servizio degli altri. Vi ringrazio tanto per questo. È un dono prezioso sia sul piano personale sia sul piano ecclesiale. Oggi c’è tanto bisogno di persone, di coniugi che sappiano testimoniare che la crisi non è una maledizione, fa parte del cammino, e costituisce un’opportunità. E anche noi, preti e vescovi, dobbiamo andare su questa strada, far vedere che la crisi è un’opportunità. Altrimenti saremmo preti o vescovi chiusi in noi stessi, senza un dialogo reale con le altre persone. Sempre c’è la crisi nel dialogo reale. Ma per essere credibili bisogna averlo sperimentato. Non può essere un discorso teorico, una “pia esortazione”; non sarebbe credibile. Invece voi portate una testimonianza di vita. Siete stati in crisi, siete stati feriti; grazie a Dio e con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle siete guariti; e avete deciso di condividere questa vostra esperienza, di metterla al servizio di altri. Grazie di questo perché è un gesto che fa crescere, fa maturare le altre coppie.

Mi ha colpito – nel vostro “bagaglio” esperienziale – l’accostamento tra i due testi biblici: quello del Buon Samaritano e quello di Gesù risorto che mostra le sue piaghe ai discepoli (Lc 10,25-37; Gv 20,19-29). Vi ringrazio perché mi ha aiutato a vedere meglio il legame che c’è tra il Buon Samaritano e Cristo Risorto; e a vedere che questo legame passa attraverso le ferite, le piaghe. Nel personaggio del Buon Samaritano, sempre è stato riconosciuto Gesù, fin dagli scritti dei Padri della Chiesa. La vostra esperienza aiuta a vedere che quel Samaritano è Cristo Risorto, che conserva nel proprio corpo glorioso le piaghe e proprio per questo – come dice la Lettera agli Ebrei (cfr 5,2) – sente compassione per quell’uomo ferito abbandonato lungo la strada, per le ferite di tutti noi.

Dopo il binomio “crisi-ferite”, vorrei condividere un’altra parola, che è “chiave” nella pastorale familiare: accompagnare. È stata una delle parole più importanti nel processo sinodale sulla famiglia del 2014-2015, da cui è uscita l’Esortazione Amoris laetitia (cfr cfr 217; 223; 232-246). Accompagnare. Questo riguarda naturalmente i pastori, fa parte del loro ministero; ma coinvolge in prima persona anche i coniugi, come protagonisti di una comunità che “accompagna”. La vostra esperienza ne dà una testimonianza specifica. Un’esperienza che è nata “dal basso”, come spesso succede quando lo Spirito Santo suscita nella Chiesa realtà nuove che rispondono a esigenze nuove. Così è stato per “Retrouvaille”. Di fronte alla realtà di tante coppie in difficoltà o già divise, la risposta è prima di tutto accompagnare.

E qui ci aiuta un’altra icona biblica: Gesù risorto con i discepoli di Emmaus. Gesù non appare dall’alto, dal cielo, per dire con voce tonante: “Voi due, dove andate? Tornate indietro!”. No. Si mette a camminare al loro fianco lungo la strada, senza farsi riconoscere. Ascolta la loro crisi. Li invita a raccontare, a esprimersi. E poi li riscuote dalla loro stoltezza, li sorprende svelando a loro una prospettiva diversa, che già c’era, era già scritta, ma loro non l’avevano compresa: non avevano compreso che il Cristo doveva soffrire e morire sulla croce, che la crisi fa parte della storia della salvezza… Questo è importante: la crisi fa parte della storia della salvezza. E la vita umana non è una vita di laboratorio o una vita asettica… come immersa nell’alcol perché non ci siano cose strane… La vita umana è una vita in crisi, una vita con tutti i problemi che vengono tutti i giorni. E poi quell’uomo, che era Gesù, quel Viandante si ferma a mangiare con loro, rimane con loro: perde tempo con loro. Per accompagnare, perdere tempo e non continuare a guardare l’orologio. Accompagnare vuol dire “perdere tempo” per stare vicino alle situazioni di crisi. E spesso ci vuole molto tempo, ci vuole pazienza, rispetto, ci vuole disponibilità… Tutto questo è accompagnare. E voi lo sapete bene.

Cari amici, vi ringrazio per il vostro impegno e vi incoraggio a portarlo avanti. Lo affido alla protezione della Vergine Maria e di San Giuseppe. Benedico tutti voi, le vostre famiglie e prego per le coppie che accompagnate. E anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

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mercoledì 9 giugno 2021

Il videomessaggio di Papa Francesco dà il via al forum per i delegati di pastorale familiare “A che punto siamo con l’applicazione di Amoris Laetitia?” (9/12 giugno)

Il videomessaggio di Papa Francesco 
dà il via al forum per i delegati di pastorale familiare
“A che punto siamo con l’applicazione di Amoris Laetitia?” 
(9/12/giugno)


Amoris Laetitia: strategie per l’applicazione pastorale

Con un momento di preghiera e con l’introduzione del cardinale Kevin Farrell si è aperto il forum online rivolto ai responsabili della pastorale familiare. La Chiesa, ha affermato il porporato, è “al servizio della famiglia"

“A che punto siamo con Amoris Laetitia? Strategie per l’applicazione pastorale dell’Esortazione di Papa Francesco”. Sono questi il tema e l’interrogativo che orientano l’incontro, online e in programma fino al 12 giugno, per delegati di pastorale familiare. L’iniziativa, promossa dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, si inserisce nell’ambito dell’Anno “Famiglia Amoris Laetitia” come momento di dialogo in stile sinodale sulle esperienze e le prospettive di attuazione dell’esortazione apostolica.


Mettersi in ascolto delle famiglie

Nel videomessaggio rivolto ai partecipanti al webinar, Papa Francesco sottolinea che "occorre mettere da parte ogni annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone, così come l’idea che l’evangelizzazione sia riservata a una élite pastorale" "Ogni battezzato - spiega il Papa - è soggetto attivo di evangelizzazione". Il Pontefice ricorda anche quanto sia importante, per i giovani, "vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi".

Cardinale Farrell: la Chiesa è al servizio della famiglia

Aprendo l'incontro il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha ricordato che l’applicazione pastorale di Amoris Laetitia è “particolarmente vicina al cuore del Papa”. L’esortazione apostolica, ha affermato il porporato, deve essere intesa come “un ampio discorso sulla famiglia e, allo stesso tempo, come un “resoconto dettagliato di molti aspetti della vita familiare”. Il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha poi sottolineato che è stato necessario un lungo periodo per assimilare i più importanti documenti della Chiesa. A cinque anni dalla pubblicazione dell'esortazione apostolica Amoris Laetitia, ha detto il cardinale Farrell, ci troviamo ora nella fase in cui dobbiamo rileggere il documento nella sua totalità, “avendo a cuore tutto il suo prezioso contenuto e cercando di tradurlo in esperienze pastorali concrete”. Le famiglie che hanno avuto l’opportunità di leggere anche piccole parti del documento, ha sottolineato il porporato, ne sono state colpite in modo molto positivo per la concretezza dei suggerimenti offerti e per la vicinanza alle situazioni tangibili della vita familiare. La Chiesa, ha quindi affermato il cardinale Farrell, è “al servizio della famiglia”. Come scrive Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, “la Chiesa è un bene per la famiglia" e "la famiglia è un bene per la Chiesa”. Riferendosi ai temi del webinar, tra i quali la preparazione al matrimonio e la formazione degli accompagnatori, il porporato ha sottolineato infine che mettere in pratica i suggerimenti di Amoris Laetitia “sarà di grande beneficio per molte famiglie”.

“Davanti alle famiglie e in mezzo ad esse deve sempre nuovamente risuonare il primo annuncio, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario, e deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice. (Papa Francesco, Amoris Laetitia)”

Accompagnare le famiglie

Il forum ha dunque una finalità: supportare l’applicazione di Amoris Laetitia in chiave pastorale e missionaria. Si articola in diverse sessioni, a partire dalle esperienze messe in atto nelle diverse realtà ecclesiali da coppie, famiglie e sacerdoti. Il webinar affronta molteplici e cruciali temi tra cui quelli legati alla preparazione al matrimonio, alla formazione degli accompagnatori, all'educazione dei figli, alla spiritualità coniugale e alla missionarietà familiare. Durante il forum, vengono anche presi in esame i percorsi pastorali per accompagnare e discernere le fragilità. Si sono iscritti all’incontro, in modalità, online circa 350 delegati di ogni parte del mondo, in rappresentanza di 70 Conferenze episcopali, 30 associazioni e movimenti internazionali.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 09/06/2021)

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Videomessaggio di Francesco ai partecipanti al webinar promosso dal Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, dal titolo "A che punto siamo con l'applicazione di Amoris laetitia?"



sabato 10 aprile 2021

AMORIS LAETIZIA - Papa Francesco "È necessario uno sguardo nuovo sulla famiglia da parte della Chiesa" - Inizio dell’Anno della Famiglia Amoris laetitia (Testo e video)

AMORIS LAETIZIA
L’Anno della famiglia e le sfide dell’ascolto e dell’accoglienza
All’Istituto Giovanni Paolo II il convegno inaugurale,
 a 5 anni dalla Amoris Laetitia. 
Il messaggio di  Papa Francesco:
 "Mettersi al servizio della felicità delle persone"

Venerdì 19 marzo 2021 si é tenuto un webinar dal titolo: “Il nostro amore quotidiano” organizzato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, la diocesi di Roma e il Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II”.
L’evento è stato suddiviso in due incontri online aperti a tutti, uno alle 15 e l’altro alle 16.30 trasmessi in diretta streaming sulle piattaforme dei tre enti promotori. 
Il primo incontro, ha avuto  il suo culmine in un messaggio di Papa Francesco, e ha visto la partecipazione del card. Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, del card. Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, e dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo I”I, con gli interventi di Pierangelo Sequeri, preside dell’Istituto, e della coppia di coniugi Giuseppina De Simone e Franco Miano, che hanno partecipato ai Sinodi della famiglia.
La seconda parte ha avuto avrà un carattere maggiormente accademico e ha accolto le relazioni – coordinate dal teologo Giovanni Cesare Pagazzi e di Nuria Calduch-Benages dell’Università Gregoriana, Antonio Pitta dell’Università Lateranense, Vincenzo Rosito dell’Istituto “Giovanni Paolo I”I e del vescovo Dario Gervasi, ausiliare di Roma e delegato per la pastorale familiare.




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO ON-LINE “IL NOSTRO AMORE QUOTIDIANO”
PER L'APERTURA DELL'ANNO "FAMIGLIA AMORIS LAETITIA"


Cari fratelli e sorelle!

Saluto tutti voi che partecipate al Convegno di studi sul tema “Il nostro amore quotidiano”. Il mio pensiero va in particolare al Cardinale Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, al Cardinale Angelo De Donatis, Vicario per la Diocesi di Roma, e a Monsignor Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere dell’Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia.

Cinque anni fa è stata promulgata l’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia sulla bellezza e la gioia dell’amore coniugale e familiare. In questa ricorrenza ho invitato a vivere un anno di rilettura del Documento e di riflessione sul tema, fino alla celebrazione della X Giornata Mondiale delle Famiglie che, a Dio piacendo, avrà luogo a Roma il 26 giugno 2022. Vi sono grato per le iniziative che avete intrapreso a tale scopo e per il contributo che ognuno di voi offre nel proprio ambito di lavoro.

In questo quinquennio, Amoris laetitia ha tracciato l’inizio di un cammino cercando di incoraggiare un nuovo approccio pastorale nei confronti della realtà familiare. L’intenzione principale del Documento è quella di comunicare, in un tempo e in una cultura profondamente mutati, che oggi è necessario uno sguardo nuovo sulla famiglia da parte della Chiesa: non basta ribadire il valore e l’importanza della dottrina, se non diventiamo custodi della bellezza della famiglia e se non ci prendiamo cura con compassione delle sue fragilità e delle sue ferite.

Questi due aspetti sono il cuore di ogni pastorale familiare: la franchezza dell’annuncio evangelico e la tenerezza dell’accompagnamento.

Da una parte, infatti, annunciamo alle coppie, ai coniugi e alle famiglie una Parola che li aiuti a cogliere il senso autentico della loro unione e del loro amore, segno e immagine dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. È la Parola sempre nuova del Vangelo da cui ogni dottrina, anche quella sulla famiglia, può prendere forma. Ed è una Parola esigente, che vuole liberare le relazioni umane dalle schiavitù che spesso ne deturpano il volto e le rendono instabili: la dittatura delle emozioni, l’esaltazione del provvisorio che scoraggia gli impegni per tutta la vita, il predominio dell’individualismo, la paura del futuro. Dinanzi a queste difficoltà, la Chesa ribadisce agli sposi cristiani il valore del matrimonio come progetto di Dio, come frutto della sua Grazia e come chiamata da vivere con totalità, fedeltà e gratuità. Questa è la via perché le relazioni, pur attraverso un cammino segnato da fallimenti, cadute e cambiamenti, si aprano alla pienezza della gioia e della realizzazione umana e diventino lievito di fraternità e di amore nella società.

Dall’altra parte, questo annuncio non può e non deve mai essere dato dall’alto e dall’esterno. La Chiesa è incarnata nella realtà storica come lo è stato il suo Maestro, e anche quando annuncia il Vangelo della famiglia lo fa immergendosi nella vita reale, conoscendo da vicino le fatiche quotidiane degli sposi e dei genitori, i loro problemi, le loro sofferenze, tutte quelle piccole e grandi situazioni che appesantiscono e, talvolta, ostacolano il loro cammino. Questo è il contesto concreto in cui si vive l’amore quotidiano. Avete intitolato così il vostro Convegno: “Il nostro amore quotidiano”. È una scelta significativa. Si tratta dell’amore generato dalla semplicità e dall’opera silenziosa della vita di coppia, da quell’impegno giornaliero e a volte faticoso portato avanti dagli sposi, dalle mamme, dai papà, dai figli. Un Vangelo che si proponesse come dottrina calata dall’alto e non entrasse nella “carne” di questa quotidianità, rischierebbe di restare una bella teoria e, talvolta, di essere vissuto come un obbligo morale. Siamo chiamati ad accompagnare, ad ascoltare, a benedire il cammino delle famiglie; non solo a tracciare la direzione, ma a fare il cammino con loro; a entrare nelle case con discrezione e con amore, per dire ai coniugi: la Chiesa è con voi, il Signore vi è vicino, vogliamo aiutarvi a custodire il dono che avete ricevuto.

Annunciare il Vangelo accompagnando le persone e mettendosi al servizio della loro felicità: in questo modo, possiamo aiutare le famiglie a camminare in maniera rispondente alla loro vocazione e missione, consapevoli della bellezza dei legami e del loro fondamento nell’amore di Dio Padre e Figlio e Spirito Santo.

Quando la famiglia vive nel segno di questa Comunione divina, che ho voluto esplicitare nei suoi aspetti anche esistenziali in Amoris laetitia, allora diventa una parola vivente del Dio Amore, pronunciata al mondo e per il mondo. Infatti, la grammatica delle relazioni familiari – cioè della coniugalità, maternità, paternità, filialità e fraternità – è la via attraverso la quale si trasmette il linguaggio dell’amore, che dà senso alla vita e qualità umana ad ogni relazione. Si tratta di un linguaggio fatto non solo di parole, ma anche di modi di essere, di come parliamo, degli sguardi, dei gesti, dei tempi e degli spazi del nostro rapportarci con gli altri. Gli sposi lo sanno bene, i genitori e i figli lo imparano quotidianamente a questa scuola dell’amore che è la famiglia. E in tale ambito avviene anche la trasmissione della fede tra le generazioni: essa passa proprio attraverso il linguaggio delle buone e sane relazioni che si vivono in famiglia ogni giorno, specialmente affrontando insieme i conflitti e le difficoltà.

In questo tempo di pandemia, tra tanti disagi di ordine psicologico, oltre che economico e sanitario, tutto ciò è diventato evidente: i legami familiari sono stati e sono ancora duramente provati, ma rimangono nello stesso tempo il punto di riferimento più saldo, il sostegno più forte, il presidio insostituibile per la tenuta dell’intera comunità umana e sociale.

Sosteniamo, dunque, la famiglia! Difendiamola da ciò che ne compromette la bellezza. Accostiamoci a questo mistero d’amore con stupore, con discrezione e tenerezza. E impegniamoci a custodire i suoi preziosi e delicati legami: figli, genitori, nonni… C’è bisogno di questi legami per vivere e per vivere bene, per rendere l’umanità più fraterna.

Pertanto, l’anno dedicato alla famiglia, che oggi inizia, sarà un tempo propizio per portare avanti la riflessione su Amoris laetitia. E per questo vi ringrazio di cuore, sapendo che l’Istituto Giovanni Paolo II può contribuire in molti modi, nel dialogo con le altre istituzioni accademiche e pastorali, allo sviluppo dell’attenzione umana, spirituale e pastorale a sostegno della famiglia. Alla Santa Famiglia di Nazareth affido voi e il vostro lavoro; e vi chiedo di fare altrettanto per me e il mio ministero.


Roma, San Giovanni in Laterano, 19 marzo 2021
Solennità di San Giuseppe, inizio dell’Anno della Famiglia Amoris laetitia


GUARDA IL VIDEO
Evento integrale
 

venerdì 16 ottobre 2020

L’ETICA DI PAPA FRANCESCO di Giannino Piana

L’ETICA DI PAPA FRANCESCO
di Giannino Piana 


Tra i molti interventi che hanno caratterizzato questi anni di pontificato di papa Francesco non sono mancate prese di posizione nei confronti di alcune questioni morali di particolare attualità riguardanti sia la vita personale che sociale. E questo non soltanto in documenti di particolare rilevanza dottrinale e pastorale – è sufficiente ricordare a tale proposito l’esortazione apostolica Amoris laetitia e l’enciclica Laudato si’ – ma anche attraverso momenti informali come le omelie di Santa Marta o le interviste rilasciate ai giornalisti in occasione dei numerosi viaggi in varie parti del mondo.

Quale modello?
Al di là dei contenuti dei singoli interventi, una particolare attenzione merita il modello etico al quale egli fa riferimento e che costituisce la chiave interpretativa dell’intero suo magistero. La preoccupazione da cui muove è di natura squisitamente pastorale e ha come criterio fondamentale la mediazione tra ideale e realtà. Papa Francesco non rinuncia a presentare (come avviene peraltro anche in altri ambiti del suo magistero) l’ideale evangelico in tutta la sua radicalità. Egli insiste infatti sulla bellezza del messaggio contenuto nel discorso della montagna – dalle “beatitudini” ai “ma io vi dico” – che ripropone con frequenza come il motivo ispiratore della condotta del cristiano, e ne rende trasparente la forza rivoluzionaria anche attraverso la propria testimonianza personale.

Ma, accanto al costante annuncio di questo ideale, che ha espressione compiuta nella sequela di Gesù, egli prende in seria considerazione le difficoltà che si incontrano nell’aderire al progetto evangelico e la distanza che sempre sussiste tra l’altezza della meta cui si è chiamati e la scarsa corrispondenza dei risultati raggiunti. Questo spinge il papa a fare proprio l’annuncio (peraltro anch’esso pienamente evangelico) della misericordia; di un Dio che nella persona di Gesù si è piegato sul peccato dell’uomo, riscattandolo con il perdono e offrendogli la possibilità del cambiamento.

A caratterizzare la proposta di papa Francesco è dunque un modello di “etica del compromesso”, la quale si misura costantemente con la realtà senza rinunciare alla tensione verso l’ideale di perfezione; un modello etico che conferisce all’esistenza cristiana il carattere di un cammino di permanente conversione. La gioia per il perdono ricevuto sottrae il credente a uno stato di colpevolizzazione paralizzante e diviene stimolo a rinnovare la propria condotta per renderla conforme al disegno divino.

Nel cuore della vita familiare
Questa prospettiva rende anzitutto ragione del significato che rivestono gli orientamenti di papa Francesco nei confronti di importanti questioni riguardanti la vita familiare e, più in generale, l’esercizio della sessualità. L’esortazione apostolica Amoris laetitia con la quale egli è intervenuto a conclusione dei due Sinodi sulla famiglia mentre illustra la grandezza della vocazione matrimoniale, non manca nello stesso tempo di rilevare la complessità delle situazioni in cui l’esperienza familiare si sviluppa e a mettere in luce gli ostacoli che i coniugi incontrano per mantenersi nella fedeltà all’ideale evangelico.

Con questo spirito il papa affronta dunque alcune situazioni “irregolari” come quelle legate alla separazione e al divorzio, offrendo importanti criteri di discernimento dei vari casi (non del tutto omologabili) che esigono trattamenti diversi e mettendo in discussione lo stato permanente di peccato dei divorziati risposati, nonché aprendo alla possibilità, sia pure ad alcune precise condizioni, che essi possano accedere ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Questa presa di posizione ha provocato, accanto a manifestazioni di plauso da parte della maggioranza dei fedeli, l’insorgenza di vivaci reazioni di dissenso di gruppi minoritari, i quali sono giunti fino ad accusarlo di avere stravolto la dottrina tradizionale della Chiesa.

Diverse (e meno significative) sono le posizioni assunte dal papa nei confronti dell’omosessualità e della contraccezione. Nel primo caso, al di là di affermazioni, pur assai rilevanti, come la famosa “chi sono io per giudicare?” e di una particolare premura pastorale, non è tuttavia presente un serio approccio ai nodi critici emergenti, primo fra tutti quello del riconoscimento della autenticità della relazione interpersonale. Nel secondo – quello della contraccezione – non si va oltre il silenzio nei confronti della affermazione solennemente ribadita dall’Humanae vitae di Paolo VI della sola possibilità di ricorso ai metodi naturali.

La questione ambientale
Ma l’interesse di Papa Francesco si è soprattutto rivolto alle questioni dell’etica sociale. Un posto privilegiato occupa a tale riguardo l’enciclica Laudato si’. Il concetto di “ecologia integrale”, che sta alla base di tale documento e che pone in stretta relazione cura dell’ambiente e giustizia sociale, viene declinato in modo efficace in una serie di riflessioni di carattere teologico-etico e socio-politico, le quali forniscono i presupposti per l’avvio di una vera rivoluzione culturale e sociale.

Il papa non manca di sviluppare anzitutto una riflessione di fondo sul rapporto uomo-natura, risalendo in particolare ai racconti della creazione (Gen 1-3), dove rispetto del mondo naturale e impegno trasformativo trovano il loro punto di equilibro – come la Laudato si’ suggerisce in modo suggestivo – nell’impegno a “custodire il giardino”, a preservarne cioè l’identità e insieme a coltivarlo perché diventi sempre più lussureggiante.

Questa prospettiva, che conduce al superamento tanto del riduzionismo culturale, per il quale non vi è limite all’intervento dell’uomo sulla natura, quanto a una forma di radicale naturalismo, da cui discende la sua sacralizzazione incondizionata, definisce con precisione il senso dell’attività umana e il progetto di società cui occorre dare vita.

Il modello di sviluppo
La stretta connessione tra deturpazione dell’ambiente, consumazione abnorme delle risorse naturali (molte delle quali non rinnovabili) e crescita delle diseguaglianze sociali esige che ci si impegni a promuovere un modello di sviluppo ecocompatibile ed equicompatibile. La critica serrata di papa Francesco al sistema neoliberista e all’ideologia tecnocratica per gli effetti devastanti prodotti sul piano ambientale e sociale impone che si mettano in atto interventi di radicale inversione di rotta.

Ma questo non basta. La possibilità di attivare un sistema economico-sociale alternativo è legata, da un lato, alla presenza di un’azione politica lungimirante e autorevole e, dall’altro, all’adozione di stili di vita ispirati a criteri di sobrietà, di riduzione dei consumi e di rivalutazione delle relazioni interumane e con la natura. Solo dall’adempimento di queste ultime condizioni è possibile procedere a una reale inversione di rotta in grado di restituire piena dignità ad ogni uomo, reagendo all’odierna cultura dell’indifferenza e dello scarto e trasmettendo alle future generazioni un mondo abitabile.

Una riflessione a vasto raggio dunque quella offerta da papa Francesco sulle questioni etiche. Pur con i limiti ricordati non si può negare che il suo magistero presenti, anche in questo campo aspetti di autentica novità, e rappresenti la pietra miliare di un cammino destinato ad aprire piste feconde per il futuro.

Giannino Piana
Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.
Socio fondatore e membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti.
(fonte: Viandanti)



martedì 12 febbraio 2019

Il “manifesto per la fede” di Muller ed il “fronte conservatore” di Giuseppe Savagnone

Il “manifesto per la fede” di Muller 
ed il “fronte conservatore”
di Giuseppe Savagnone


La pubblicazione, in questi giorni, di un “Manifesto della fede”, firmato dal cardinale Gehrard Muller, ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, non è un gesto casuale.

Non lo è innanzi tutto per il momento scelto – la vigilia dell’anniversario della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato.

Non lo è per il luogo della pubblicazione – il sito conservatore americano Lifesitenews, lo stesso che lo scorso agosto ha rilanciato con grande enfasi la richiesta di dimissioni chieste a Francesco da parte dell’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò.

Non lo è, soprattutto, per l’intento dichiarato dello scritto, volto a denunciare «la crescente confusione sulla dottrina della fede», una denuncia che, senza mai citare direttamente papa Francesco, coinvolge però evidentemente la sua linea dottrinale e pastorale.

Contro l’Amoris Laetitia

Non per nulla nel “Manifesto” si prende una chiara posizione, contraria a quella dell’Amoris laetitia, sull’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati.

Il fondamento di questa posizione è la stessa ripetuta all’infinito, in questi mesi, dai contestatori dell’atteggiamento possibilista – di prudente apertura – che il papa ha indicato nella sua Esortazione apostolica: sarebbe in gioco, qui la fede cattolica sia nel sacramento del matrimonio che in quello dell’eucaristia.

Riferendosi a quest’ultimo il “Manifesto” dice: «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza».

Pastorale e dogma

Siamo davanti, ancora una volta, al rifiuto di prendere atto della distinzione – che non è una separazione! – tra la dimensione dogmatica del cristianesimo e quella pastorale.

Ciò che nell’Amoris laetitia si dice non mette minimamente in discussione il valore del matrimonio cristiano né quello dell’eucaristia, ma invita soltanto la Chiesa ad accompagnare, sul piano pastorale, coloro che si trovano in una situazione sbagliata, in un percorso penitenziale che, senza potere riparare il male commesso (come non lo può riparare l’assassino: e anche un matrimonio può esser stato “ucciso” in modo irreparabile), li porti però a scoprire la misericordia di Dio come una prospettiva capace di riattivare la vita di fede e la partecipazione alla comunità cristiana.

È difficile capire come su un punto che avrebbe dovuto, nella peggiore delle ipotesi, suggerire il dubbio di un’eccessiva apertura pastorale, si sia scatenata una battaglia che mira a mettere in discussione l’ortodossia di papa Francesco.

Tanto più, visto che una simile polemica non si è mai attivata contro l’ammissione ai sacramenti di personaggi corrotti, o in aperta contraddizione col vangelo sia per la loro vita che per le loro scelte culturali e politiche.

Il rispetto del sacramento matrimoniale

Quanto al rispetto del sacramento del matrimonio, forse il vero sacrilegio non è quello di avere misericordia verso chi si trova a viverne la crisi – a volte senza alcuna colpa –, ma quello di permettere che si sposino sacramentalmente persone che in realtà non hanno alcuna idea del significato di ciò che stanno facendo e scontano poi, nella loro esperienza matrimoniale, questa radicale irresponsabilità.

La reazione contro la catechesi di Francesco

Resta la sorpresa di fronte all’opposizione nei confronti di questo papa da parte di settori consistenti della Chiesa, con uno stile che non può non richiamare quello del populismo, basato sulla virulenza dei social. Una contestazione dal basso, anche se pilotata da qualche alto prelato, che mai si era verificata, in età contemporanea, e per cui bisogna risalire alla fine del medio evo.

Ma forse la sorpresa si attenua quando si scopre che ai motivi dottrinali – veramente inconsistenti – se ne associano altri, collegati all’ondata di un altro populismo, quello xenofobo, che sta devastando il mondo occidentale, un tempo depositario della civiltà cristiana.

Il Vaticano e i migranti

In un articolo dello scorso dicembre Antonio Socci uno dei più noti e rumorosi esponenti di questo fronte anti-Francesco, attaccava sotto questo profilo l’adesione del Vaticano al Global Compact sull’immigrazione, che sia gli Stati Uniti che l’Italia hanno rifiutato di firmare, definendo una «dichiarazione sconcertante» quella del cardinale Parolin, segretario di Stato, secondo cui «poter migrare è un diritto», con la conseguente condanna della chiusura delle frontiere e dei porti «Un’idea del genere», osservava Socci «grottesca fino al ridicolo (oltreché inquietante), di per sé distrugge la sovranità di qualunque Stato, perché se uno Stato non può controllare le sue frontiere ed è costretto a subire qualsiasi emigrazione di massa, non esiste più come Stato. Basti pensare all’Italia che dovrebbe rassegnarsi, senza poter fare nulla, alla potenziale emigrazione sul suo territorio di centinaia di milioni di persone dall’Africa. Sarebbe davvero un’invasione e con effetti apocalittici».

Anche su questo fronte sarebbe forse inutile spiegare a Socci – nonché ai tanti che si sono scagliati in questi mesi contro il papa e i «vescovoni», come li ha irrisoriamente chiamati Salvini – che il principio dell’apertura non esclude affatto misure opportune per calibrare accoglienza e integrazione (come del resto lo stesso Francesco ha esplicitamente sottolineato), in attesa che si riesca a mettere in atto la soluzione di fondo su cui tutti concordano – eliminare le cause dell’emigrazione dai paesi poveri e in guerra.

Come sarebbe inutile far notare che il dramma che l’Occidente sta vivendo non è la sua difficoltà pratica nel gestire il fenomeno migratorio, ma il dilagare della cultura della paura, del disprezzo e dell’odio dei “diversi”, che ha fatto diventare ossessivo e indiscriminato il rifiuto.

La violenza della contestazione

Sta di fatto che oggi assistiamo a una alleanza strettissima, all’interno della Chiesa, tra gli ambienti che combattono il papa per le sue posizioni teologico-pastorali e quelli che lo avversano per i suoi incessanti richiami.

In entrambi i casi quello che colpisce non è l’esistenza di un dibattito interno alle comunità cristiane – che sarebbe, se garbato e rispettoso, espressione di un legittimo pluralismo –, ma la violenza inaudita, l’arroganza e la presunzione con cui ci si impanca a giudici del pontefice, dall’uno o dall’altro punto di vista, sopperendo alla propria incompetenza e alla propria mancanza di informazione con la forza del numero e con l’esasperazione dei toni.

Accade così che un papa, che ha cercato come pochi altri – forse il solo esempio paragonabile è Giovanni XXIII – di venire incontro alla gente con la sua umanità, viene oggi attaccato come nessun altro papa dai suoi stessi fedeli e da una parte dello stesso clero.

Le conseguenze a lungo termine

Nel “Manifesto” del cardinale Müller viene evocata l’oscura minaccia dell’Anticristo, che in questo tempo rischia di travolgere la Chiesa.

Non sono sicuro che si possa chiamare così, ma qualcosa di nuovo e di grave sta minacciando la comunità dei discepoli di Gesù.

Non so se il cardinale e Socci, o tutti coloro che seguono con tanta sicurezza le loro orme, si siano mai chiesti che cosa accadrà quando, per l’inevitabile corso della natura, papa Francesco ci lascerà e subentrerà un suo successore.

Se, cioè, abbiano mai sospettato che, dopo avere screditato e delegittimato un pontefice di cui non si condividevano le scelte, non potranno meravigliarsi se altri, da punti di vista magari opposti, faranno lo stesso nei confronti del nuovo papa. Chi sega un ramo dovrebbe chiedersi se non sia quello su cui lui stesso è seduto.
(Fonte: Rubrica "I Chiaroscuri")




martedì 25 settembre 2018

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN LITUANIA, LETTONIA ED ESTONIA - TALLINN - Incontro Autorità: "Il benessere non è sempre sinonimo di vivere bene." - Incontro Ecumenico con i giovani: "Accogliamo insieme quella novità che Dio porta nella nostra vita... Il Signore ci sorprende perché la vita ci sorprende sempre. Andiamo avanti, incontro a queste sorprese." (cronaca, foto, testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN LITUANIA, LETTONIA ED ESTONIA
22-25 SETTEMBRE 2018


Martedì, 25 settembre 2018
VILNIUS - TALLINN
8:15 Cerimonia di congedo nell’Aeroporto internazionale di Vilnius
8:30 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Vilnius per Tallinn
9:50 Arrivo all’Aeroporto internazionale di Tallinn
Accoglienza ufficiale
10:15 Cerimonia di benvenuto nel piazzale antistante il Palazzo Presidenziale
10:30 Visita di cortesia al Presidente nel Palazzo Presidenziale
11:00 Incontro con le Autorità civili, la Società civile e il Corpo Diplomatico nel Giardino delle Rose del Palazzo Presidenziale
11:50 Incontro ecumenico con i giovani nella Kaarli Lutheran Church


 





Questa mattina prima di lasciare la nunziatura di Vilnius il Papa ha voluto donare alla rappresentanza pontificia, una scultura in legno del “Cristo pensoso” realizzata dallo scultore lituano Andriaus Kaziukonio, un’opera che appartiene alla classica iconografia della devozione popolare baltica. All’aeroporto di Vilnius c’è stata la cerimonia di congedo dalla Lituania.

Sull’aereo che lo stava portando in Estonia, ultima tappa del suo viaggio apostolico nei Paesi Baltici, il Papa ha inviato due telegrammi ai Presidente di Lituania e Lettonia nei quali ha assicurato ai due Paesi ogni benedizione di Dio di pace e di gioia.

Lasciata Vilnius, capitale della Lituania all’80% cattolica, è volato a Tallinn, capitale dello Stato meno religioso della regione, con oltre il 70% di non credenti, che ospita la più piccola comunità cattolica dei Paesi visitati dal Papa. Appena 6000 anime. Anche per questo ad accoglierlo non ci sono state le folle trovate anche in Lettonia. Ma nella città, battuta dal vento freddo del Baltico, si registra attesa e curiosità per l’illustre ospite venuto da Roma.

All’Aeroporto internazionale di Tallinn Francesco è stato accolto dalla Presidente Dalia Grybauskaité nell’area riservata al cerimoniale dove è stata allestita la sala per un incontro di alcuni minuti. Erano comunque presenti circa 200 volontari che hanno eseguito un canto. Due di loro hanno regalato al Papa un dono commemorativo della visita. 

Il messaggio di Papa Francesco sul libro d’onore nel palazzo presidenziale di Tallinn in Estonia



INCONTRO CON LE AUTORITÀ CIVILI, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO
Giardino delle Rose del Palazzo Presidenziale a Tallinn (Estonia) 

Per prima prende la parola la presidente della Repubblica di Estonia, Kersti Kaljulaid. “Con la sua autorità morale e politica, la Santa Sede è stata una fonte di potere spirituale per le nazioni europee tenute ostaggio del comunismo”, ha sottolineato nel suo intervento. “Ha dato loro ispirazione, affinché potessero rimpadronirsi della loro libertà, e ha richiamato le parole dell’Apostolo Paolo ai Romani: 'Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene'”.

Il capo dello Stato estone ha ricordato lo uno scambio che avvenne in Vaticano circa cento anni fa, durante la Guerra di Indipendenza dell’Estonia: “mentre il Paese faceva pressione sulla comunità internazionale per ottenere il riconoscimento, il diplomatico estone Kaarel Robert Pusta ebbe un incontro con il cardinale segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Gasparri, il quale, tra le altre cose, volle sapere dei rapporti Chiesa – Stato. Di fronte alla risposta di Pusta, che vi era una totale libertà religiosa nella nuova Repubblica, il cardinale replicò cordialmente: ‘Allora dobbiamo essere amici’”. Un’amicizia che “è durata resistendo alle prove anche dei periodi più difficili. La Santa Sede non ha mai riconosciuto l’occupazione dell’Estonia”. E oggi che l’Estonia è libera ed è rimasta fedele alla democrazia, la presidente sottolinea che è importante ricordare un verso di un poema di Giovanni Paolo II che si recò in visita in Estonia 25 anni fa: “La libertà deve essere continuamente conquistata, non si può meramente possedere. Viene come un dono, ma può essere mantenuta solo mediante la battaglia”. Centrale quindi per la presidente, l'"essere attenti a salvaguardare la nostra libertà e i diritti umani. Se non lo siamo - avvisa - potremmo ottenere qualche giorno di lieve spensieratezza, ma erediteremo un futuro carico di preoccupazioni".

Il testo integrale del discorso del Papa

Signora Presidente,
Membri del Governo e Autorità,
Distinti Membri del Corpo Diplomatico,
Eccellenze, Signore e Signori,

Sono molto felice di essere tra voi, qui a Tallinn, la capitale più settentrionale che il Signore mi ha dato di visitare. La ringrazio, Signora Presidente, per le Sue parole di benvenuto e per l’opportunità di incontrare i rappresentanti di questo popolo dell’Estonia. So che tra voi c’è anche una delegazione dei settori della società civile e del mondo della cultura che mi permette di esprimere la mia intenzione di conoscere un po’ di più la vostra cultura, specialmente quella capacità di resilienza che vi ha permesso di ricominciare di fronte a tante situazioni di avversità.

Da secoli queste terre sono chiamate “Terra di Maria”, Maarjamaa. Un nome che non solo appartiene alla vostra storia, ma fa parte della vostra cultura. Pensare a Maria evoca in me due parole: memoria e fecondità. Lei è la donna della memoria, che custodisce tutto ciò che vive, come un tesoro, nel suo cuore (Lc 2,19); ed è la madre feconda che genera la vita di suo Figlio. Ecco perché mi piacerebbe pensare all’Estonia come terra di memoria e di fecondità.

Terra di memoria

Il vostro popolo ha dovuto sopportare in diversi periodi storici duri momenti di sofferenza e tribolazione. Lotte per la libertà e l’indipendenza, che sono sempre state messe in discussione o minacciate. Tuttavia, negli ultimi poco più di 25 anni – in cui siete rientrati a pieno titolo nella famiglia delle nazioni – la società estone ha compiuto “passi da gigante” e il vostro Paese, pur essendo piccolo, si trova tra i primi per l’indice di sviluppo umano, per la sua capacità di innovazione, oltre a dimostrare un alto livello riguardo a libertà di stampa, democrazia e libertà politica. Inoltre avete rafforzato i legami di cooperazione e amicizia con diversi Paesi. Considerando il vostro passato e il vostro presente, troviamo motivi per guardare al futuro con speranza di fronte alle nuove sfide che vi si presentano. Essere terra della memoria significa saper ricordare che il posto che avete raggiunto oggi è dovuto allo sforzo, al lavoro, allo spirito e alla fede dei vostri padri. Coltivare la memoria riconoscente permette di identificare tutti i risultati di cui oggi godete con una storia di uomini e donne che hanno combattuto per rendere possibile questa libertà, e che a sua volta vi chiama a rendere loro omaggio aprendo strade per coloro che verranno dopo.

Terra di fecondità

Come ho sottolineato all’inizio del mio ministero di Vescovo di Roma, «l’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone» (Esort. ap, Evangelii gaudium, 52); tuttavia, occorre sempre ricordare che il benessere non è sempre sinonimo di vivere bene.

Uno dei fenomeni che possiamo osservare nelle nostre società tecnocratiche è la perdita del senso della vita, della gioia di vivere e, quindi, uno spegnersi lento e silenzioso della capacità di meraviglia, che spesso immerge la gente in una fatica esistenziale. La consapevolezza di appartenere e di lottare per gli altri, di essere radicati in un popolo, in una cultura, in una famiglia può andare perduta a poco a poco privando, soprattutto i più giovani, di radici a partire dalle quali costruire il proprio presente e il proprio futuro, perché li si priva della capacità di sognare, di rischiare, di creare. Mettere tutta la fiducia nel progresso tecnologico come unica via possibile di sviluppo può causare la perdita della capacità di creare legami interpersonali, intergenerazionali e interculturali, vale a dire di quel tessuto vitale così importante per sentirci parte l’uno dell’altro e partecipi di un progetto comune nel senso più ampio del termine. Di conseguenza, una delle responsabilità più rilevanti che abbiamo quanti assumiamo un incarico sociale, politico, educativo, religioso sta proprio nel modo in cui diventiamo artigiani di legami.

Una terra feconda richiede scenari a partire dai quali radicare e creare una rete vitale in grado di far sì che i membri delle comunità si sentano “a casa”. Non c’è peggior alienazione che sperimentare di non avere radici, di non appartenere a nessuno. Una terra sarà feconda, un popolo darà frutti e sarà in grado di generare futuro solo nella misura in cui dà vita a relazioni di appartenenza tra i suoi membri, nella misura in cui crea legami di integrazione tra le generazioni e le diverse comunità che lo compongono; e anche nella misura in cui rompe le spirali che annebbiano i sensi, allontanandoci sempre gli uni dagli altri. In questo sforzo, cari amici, voglio assicurarvi che potete sempre contare sul sostegno e sull’aiuto della Chiesa Cattolica, una piccola comunità tra di voi, ma con tanta voglia di contribuire alla fecondità di questa terra.

Signora Presidente, Signore e Signori, vi ringrazio ancora per l’accoglienza e l’ospitalità. Il Signore benedica voi e l’amato popolo estone. In modo speciale, benedica gli anziani e i giovani affinché, conservando la memoria e facendosi carico di essa, facciano di questa terra un modello di fecondità. Grazie.
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INCONTRO ECUMENICO CON I GIOVANI
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Kaarli Lutheran Church a Tallinn (Estonia) 









Il Papa è arrivato nella Kaarli Lutheran Church di Tallin per l’incontro ecumenico con i giovani. Al suo arrivo in auto, è stato accolto nel piazzale antistante dall’arcivescovo evangelico Urmaas Viilma che gli dà il benvenuto. Sono presenti anche il vescovo francese Philippe Jourdan, l’amministratore apostolico nel Paese, e altri rappresentanti delle diverse confessioni del Paese.

Nell’atrio un gruppo di bambini di diverse scuole cristiane hanno offerto dei fiori ed altri doni al Papa mentre eseguivano un canto. Poi Francesco è entrato in processione insieme all’arcivescovo luterano, al pastore della Chiesa di San Carlo e all’amministratore apostolico di Tallinn. 
I ragazzi che affollavano la chiesa, muniti degli immancabili telefonini per i selfie, lo hanno accolto con un fragoroso e prolungato abbraccio. 

Dopo le parole di benvenuto di due ragazzi, uno cattolico e uno luterano, l’esecuzione di canti, un indirizzo di saluto dell’arcivescovo luterano e alcune brevi testimonianze di un rappresentante luterano, di un ortodosso estone e di un cattolico, Francesco pronuncia il suo discorso. 

Al termine dell’incontro, dopo il canto finale, il breve saluto del presidente del Consiglio delle Chiese dell’Estonia e le parole di ringraziamento dell’amministratore apostolico di Tallinn, il Papa si congeda dai 10 leader religiosi presenti, saluta i membri del comitato organizzatore e si trasferisce in auto al convento delle suore brigidine a Pirita, per il pranzo con i membri del seguito papale.

Il testo integrale del discorso di Papa Francesco

Cari giovani,

grazie per la vostra calorosa accoglienza, per i vostri canti e per le testimonianze di Lisbel, Tauri e Mirko. Sono grato per le gentili e fraterne parole dell’Arcivescovo della Chiesa Evangelica Luterana di Estonia, Urmas Viilma, come pure per la presenza del Presidente del Consiglio delle Chiese dell’Estonia, l’Arcivescovo Andres Põder, del Vescovo Philippe Jourdan, Amministratore Apostolico in Estonia, e degli altri rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti nel Paese. Sono grato anche della presenza della Signora Presidente della Repubblica.

È sempre bello riunirci, condividere testimonianze di vita, esprimere quello che pensiamo e vogliamo; ed è molto bello stare insieme, noi che crediamo in Gesù Cristo. Questi incontri realizzano il sogno di Gesù nell’Ultima Cena: «Che tutti siano una sola cosa, […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). Se ci sforziamo di vederci come pellegrini che fanno il cammino insieme, impareremo ad aprire il cuore con fiducia al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, guardando solo a ciò che realmente cerchiamo: la pace davanti al volto dell’unico Dio. E siccome la pace è artigianale, aver fiducia negli altri è pure qualcosa di artigianale, è fonte di felicità: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). E questa strada, questo cammino non lo facciamo solo con i credenti, ma con tutti. Tutti hanno qualcosa da dirci. A tutti abbiamo qualcosa da dire.

Il grande dipinto che si trova nell’abside di questa chiesa contiene una frase del Vangelo di San Matteo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Voi, giovani cristiani, potete identificarvi con alcuni elementi di questo brano del Vangelo.

Nelle narrazioni che precedono, Matteo ci dice che Gesù sta accumulando delusioni. Prima si lamenta perché sembra che a quelli a cui si rivolge non vada bene niente (cfr Mt 11,16-19). A voi giovani capita spesso che gli adulti intorno a voi non sanno quello che vogliono o si aspettano da voi; o a volte, quando vi vedono molto felici, diffidano; e se vi vedono angosciati, relativizzano quello che vi succede. Nella consultazione prima del Sinodo, che celebreremo a breve e in cui rifletteremo sui giovani, molti di voi chiedono che qualcuno vi accompagni e vi capisca senza giudicare e sappia ascoltarvi, come pure rispondere ai vostri interrogativi (cfr Sinodo dedicato ai giovani, Instrumentum laboris, 132). Le nostre Chiese cristiane – e oserei dire ogni processo religioso strutturato istituzionalmente – a volte si portano dietro atteggiamenti nei quali è stato più facile per noi parlare, consigliare, proporre dalla nostra esperienza, piuttosto che ascoltare, piuttosto che lasciarsi interrogare e illuminare da ciò che voi vivete. Tante volte le comunità cristiane si chiudono, senza accorgersene, e non ascoltano le vostre inquietudini. Sappiamo che voi volete e vi aspettate «di essere accompagnati non da un giudice inflessibile, né da un genitore timoroso e iperprotettivo che genera dipendenza, ma da qualcuno che non ha timore della propria debolezza e sa far risplendere il tesoro che, come vaso di creta, custodisce al proprio interno (cfr 2 Cor 4,7)» (ibid., 142). Oggi qui voglio dirvi che vogliamo piangere con voi se state piangendo, accompagnare con i nostri applausi e le nostre risate le vostre gioie, aiutarvi a vivere la sequela del Signore. Voi, ragazzi e ragazze, giovani, sappiate questo: quando una comunità cristiana è veramente cristiana non fa proselitismo. Soltanto ascolta, accoglie, accompagna e cammina; ma non impone niente.

Gesù si lamenta anche delle città che ha visitato, compiendo in esse più miracoli e riservando ad esse maggiori gesti di tenerezza e vicinanza, e deplora la loro mancanza di fiuto nel rendersi conto che il cambiamento che era venuto a proporre loro era urgente, non poteva aspettare. Arriva perfino a dire che sono più testarde e accecate di Sodoma (cfr Mt 11,20-24). E quando noi adulti ci chiudiamo a una realtà che è già un fatto, ci dite con franchezza: “Non lo vedete?”. E alcuni più coraggiosi hanno il coraggio di dire: “Non vi accorgete che nessuno vi ascolta più, né vi crede?”. Abbiamo davvero bisogno di convertirci, di scoprire che per essere al vostro fianco dobbiamo rovesciare tante situazioni che sono, in definitiva, quelle che vi allontanano.

Sappiamo – come ci avete detto – che molti giovani non ci chiedono nulla perché non ci ritengono interlocutori significativi per la loro esistenza. È brutto questo, quando una Chiesa, una comunità, si comporta in modo tale che i giovani pensano: “Questi non mi diranno nulla che serva alla mia vita”. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante. E questo è vero. Li indignano gli scandali sessuali ed economici di fronte ai quali non vedono una condanna netta; il non saper interpretare adeguatamente la vita e la sensibilità dei giovani per mancanza di preparazione; o semplicemente il ruolo passivo che assegniamo loro (cfr Sinodo dedicato ai giovani, Instrumentum laboris, 66). Queste sono alcune delle vostre richieste. Vogliamo rispondere a loro, vogliamo, come voi stessi dite, essere una «comunità trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva» (ibid., 67), cioè una comunità senza paura. Le paure ci chiudono. Le paure ci spingono a essere proselitisti. E la fratellanza è un’altra cosa: il cuore aperto e l’abbraccio fraterno.

Prima di arrivare al testo evangelico che sovrasta questo tempio, Gesù inizia elevando una lode al Padre. Lo fa perché si rende conto che coloro che hanno compreso, quelli che capiscono il centro del suo messaggio e della sua persona, sono i piccoli, coloro che hanno l’anima semplice, aperta. E vedendovi così, riuniti, a cantare, mi unisco alla voce di Gesù e resto ammirato, perché voi, nonostante la nostra mancanza di testimonianza, continuate a scoprire Gesù in seno alle nostre comunità. Perché sappiamo che dove c’è Gesù c’è sempre rinnovamento, c’è sempre l’opportunità della conversione, di lasciarsi alle spalle tutto ciò che ci separa da Lui e dai nostri fratelli. Dove c’è Gesù, la vita ha sempre sapore di Spirito Santo. Voi, qui oggi, siete l’attualizzazione di quella meraviglia di Gesù.

Allora sì, diciamo di nuovo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Ma lo diciamo convinti che, al di là dei nostri limiti, delle nostre divisioni, Gesù continua ad essere il motivo per essere qui. Sappiamo che non c’è sollievo più grande che lasciare che Gesù porti le nostre oppressioni. Sappiamo anche che ci sono molti che ancora non lo conoscono e vivono nella tristezza e nello smarrimento. Una vostra famosa cantante, circa dieci anni fa, diceva in una delle sue canzoni: «L’amore è morto, l’amore se n’è andato, l’amore non vive più qui» (Kerli Kõiv, L’amore è morto). No, per favore! Facciamo sì che l’amore sia vivo, e tutti noi dobbiamo fare questo! E sono tanti quelli che fanno questa esperienza: vedono che finisce l’amore dei loro genitori, che si dissolve l’amore di coppie appena sposate; sperimentano un intimo dolore quando a nessuno importa che debbano emigrare per cercare lavoro o quando li si guarda con sospetto perché sono stranieri. Sembrerebbe che l’amore sia morto, come diceva Kerli Kõiv, ma sappiamo che non è così, e abbiamo una parola da dire, qualcosa da annunciare, con pochi discorsi e molti gesti. Perché voi siete la generazione dell’immagine, la generazione dell’azione al di sopra della speculazione, della teoria.

E così piace a Gesù; perché Lui passò facendo il bene, e quando è morto ha preferito alle parole il gesto forte della croce. Noi siamo uniti dalla fede in Gesù, ed è Lui che attende che lo portiamo a tutti i giovani che hanno perso il senso della loro vita. E il rischio è, anche per noi credenti, di perdere il senso della vita. E questo succede quando noi credenti siamo incoerenti. Accogliamo insieme quella novità che Dio porta nella nostra vita; quella novità che ci spinge a partire sempre di nuovo, per andare là dove si trova l’umanità più ferita. Dove gli uomini, al di là dell’apparenza di superficialità e conformismo, continuano a cercare una risposta alla domanda sul senso della loro vita. Ma non andremo mai da soli: Dio viene con noi; Lui non ha paura, non ha paura delle periferie, anzi, Lui stesso si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Se abbiamo il coraggio di uscire da noi stessi, dai nostri egoismi, dalle nostre idee chiuse, e andare nelle periferie, là lo troveremo, perché Gesù ci precede nella vita del fratello che soffre ed è scartato. Egli è già là (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 135).

Ragazzi e ragazze, l’amore non è morto, ci chiama e ci invia. Chiede solo di aprire il cuore. Chiediamo la forza apostolica di portare il Vangelo agli altri – ma offrirlo, non imporlo – e di rinunciare a fare della nostra vita cristiana un museo di ricordi. La vita cristiana è vita, è futuro, è speranza! Non è un museo. Lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto, così la Chiesa, così le nostre Chiese saranno in grado di andare avanti accogliendo in sé le sorprese del Signore (cfr ibid.., 139), recuperando la propria giovinezza, la gioia e la bellezza della quale parlava Mirko, della sposa che va incontro al Signore. Le sorprese del Signore. Il Signore ci sorprende perché la vita ci sorprende sempre. Andiamo avanti, incontro a queste sorprese. Grazie!

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