Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 24 ottobre 2021

"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 51/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:




Il brano conclude il tema della sequela, introducendo finalmente il lettore all'ultimo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme, l'ultima salita l'Aliya di Pasqua, che vedrà terminare il suo servizio agli uomini nel dono totale della sua vita. Gesù raggiunge e attraversa la città Gerico, situata in una depressione (circa 300 mt. sotto il livello del mare), simbolo di tutte le depressioni dell'uomo e che Gesù attraversa, dove avviene l'incontro con il cieco Bar-Timeo. Seduto immobile sul ciglio della strada che sale a Gerusalemme, il cieco è figura di coloro che sono animati dallo spirito di questo mondo che più volte Gesù ha stigmatizzato, simbolo del rifiuto di ogni comunità e di ogni credente alla proposta di vita di Gesù e del suo Vangelo. Veramente ciechi e mendicanti siamo noi che ci diciamo discepoli. Anche se affermiamo di seguire il Maestro, in realtà siamo ancora fermi, seduti a bordo strada, paralizzati e irretiti da quello spirito del potere che, con ostinazione, perseguiamo, ma che, invece di darci vita, ci scaraventa inesorabilmente fra le braccia della morte. Di fronte allo scandalo di un Messia sconfitto e crocifisso, anche noi siamo chiamati a fare nostra l'invocazione di Bar-Timeo«Rabbì, che io veda!», perché possano cadere dai nostri occhi le dure scaglie che ci impediscono di contemplare la Gloria di Dio nel corpo martoriato e senza vita del Crocifisso. 


sabato 23 ottobre 2021

MENDICANDO LUCE - Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere. - XXX T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

MENDICANDO LUCE
 

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta,
dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

 

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». (...) E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato» (...). Marco 10, 46-52


per i social

MENDICANDO LUCE

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.


Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce seduti ai bordi della strada, mentre la vita ci scorre a fianco. Seduti, perché tanto ogni strada si equivale, e molte non portano da nessuna parte.

Un mendicante cieco. Cosa c'è di più perduto e inutile alla storia, di più naufrago nella vita?

Un ritratto tracciato con tre drammatiche pennellate: cieco, mendicante, solo. Con la folla a fare muro sul suo grido: taci! Il tuo dolore è fuori luogo!

Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia inopportuna, che il grido sia una nota stonata.

La folla lo sgrida, perché i poveri disturbano, sempre: ci fanno un po' paura, sono là dove noi non vorremmo mai essere, sono il lato doloroso della vita, ciò che temiamo di più come una malattia.

Ma è proprio sulla povertà dell'uomo che si posa sempre il primo sguardo di Gesù; non sulla moralità di una persona, ma sul suo dolore che quindi grida ancora di più.

Solo e al buio, grida la sua disperata speranza. Un grido viscerale, che sale da ciò che ognuno ha di più profondo e carnale. Il grido è più che parola, ha dentro corpo, ener­gia, dolore, bisogno. È del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore.

Finché c'è un grido, la speranza ha la sua casa.

Ed ecco dalla folla sorgere tre paro­le: coraggio, alzati, ti chiama. E tutto sembra eccessivo, esagerato. Coraggio! Il Bartimeo guarito si fa irruente e balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama, guidato, stregato da quella Parola che ancora vibra nell'aria. E come lui anche noi ci orientiamo al buio, andiamo avanti senza certezze assolute fidandoci solo della sua Voce, captata con ansia e finezza di cuore.

Che cosa vuoi che io ti faccia? Signore, che io veda!

E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vuole una strada.

La fede è questo: un eccesso, un di più illogico e meravigliosamente bello, una strada costellata di luce nel buio della notte.

Bartimeo vede l'uomo Gesù, vede il suo Vangelo che sarà per lui come «Un sole che sorge dall'alto» (Luca 1, 78), una via cui affidarsi. E guarisce come uomo, prima che come cieco. Guarisce nella voce che lo accarezza. Qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo ama e lo tocca con la voce, e lui esce grondante e felice dal suo naufragio umano.

L'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, e la sua vita si riaccende perché è l’amore a chiamarlo.

Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro a una parola di Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, la vita seduta, le vecchie strade e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.


per Avvenire

Siamo tutti mendicanti di amore e di luce  (...)

Leggi su Avvenire


“LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”: LA FRATERNITÀ TRADITA - Tindaro Bellinvia (VIDEO)

“LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”:
LA FRATERNITÀ TRADITA
Riflessioni sulla Fratelli tutti, cap. 1
Tindaro Bellinvia
(Video)



Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 20ottobre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco




1. Unioni e divisioni
Nella complessità dell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, il primo capitolo rappresenta l’affresco generale sulle criticità del mondo contemporaneo. Il titolo del capitolo “Le ombre di un mondo chiuso” già dà il segno inequivocabile della forte preoccupazione di Papa Francesco verso un mondo tendente alla chiusura e per questo produttore di ombre che impediscono alla luce di penetrare e illuminare la vita delle persone. Ombre obnubilanti per molti popoli e comunità che vivono forti divisioni ed egoismi collettivi e individuali. I tempi del Concilio Vaticano II sembrano davvero lontanissimi quando si gioiva dei chiarori di un’aurora promettente dopo gli orrori della II guerra mondiale.

«Per decenni è sembrato che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti e si dirigesse lentamente verso varie forme di integrazione. Per esempio, si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita»».
(Francesco, Fratelli tutti, n. 10.)

Papa Francesco mette in risalto come negli anni immediatamente dopo la II guerra mondiale si avesse fiducia nel futuro, poiché dopo i milioni di morti, gli eccidi, l’olocausto di ebrei e rom e la distruzione di intere città, lavorare per costruire percorsi di pace diventava un imperativo. Forte speranza nonostante tutte le contraddizioni del secondo dopoguerra mondiale, come sottolineato negli scritti di un uomo di fede e di impegno sociale e politico come Giuseppe Dossetti, che rimarcò i rischi del persistere di profonde ingiustizie con la costituzione di blocchi contrapposti all’interno della stessa Europa che secondo la sua visione avrebbe dovuto invece essere unita ed indipendente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica (Cf. Giuseppe Dossetti, Scritti politici 1942-1951, a cura di Giuseppe Trotta, Marietti, Genova 1995, p. 159).

Nonostante tutti i limiti del nuovo ordine mondiale, è indubitabile che nei decenni successivi almeno in Europa si diede vita a processi di integrazione tra Stati e popoli per esorcizzare il ritorno a nazionalismi esasperati, già produttori di persecuzioni di minoranze interne e di guerre tra Stati. L’utopia di un’Europa Unita – immaginata e tratteggiata attraverso il “Manifesto per un’Europa Libera e Unita” da oppositori del regime fascista al confine nell’isola di Ventotene come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni – non è rimasta irrealizzata. Oggi l’Europa non è una vera federazione di Stati ma certamente un’Unione di Stati che potrebbe accrescere ulteriormente la sua coesione interna se a impedirla non fossero i risorti nazionalismi mascherati da sovranismi.

«Si accendono conflitti anacronistici – scrive Papa Francesco – che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali».
(Francesco, Fratelli tutti, n. 11.)

Se in Europa la situazione è a forte rischio di crescenti nazionalismi, soprattutto nei paesi dell’ex blocco socialista, in Africa purtroppo non mancano i casi di leader e gruppi politici pronti a costruire le loro fortune fomentando odio contro gruppi di popolazioni non uniformi alla maggioranza.
...

4. Le mafie oggi

«La solitudine, le paure e l’insicurezza di tante persone, che si sentono abbandonate dal sistema, fanno sì che si vada creando un terreno fertile per le mafie. Queste infatti si impongono presentandosi come “protettrici” dei dimenticati, spesso mediante vari tipi di aiuto, mentre perseguono i loro interessi criminali. C’è una pedagogia tipicamente mafiosa che, con un falso spirito comunitario, crea legami di dipendenza e di subordinazione dai quali è molto difficile liberarsi»
(Francesco, Fratelli tutti, n. 27.)

Papa Francesco non perde occasione di attenzionare con preoccupazione la questione delle mafie, che sfruttando le insicurezze e paure del momento potrebbero diventare strumento di dominio sulla società. Parlando di “dipendenza e subordinazione” il Pontefice tocca il tema preoccupante dello “Stato sociale” alternativo offerto dalle mafie nei riguardi della popolazione sprovvista di tutela istituzionale. La fortificazione dello Stato Sociale diventa dunque la via per sottrarre alle mafie la manovalanza dell’organizzazione, la cui carenza impedirebbe alle borghesie mafiose di espandersi.
...

GUARDA IL VIDEO
Relazione integrale


Leggi anche:

Insieme a Papa Francesco di Enzo Bianchi

Insieme a Papa Francesco 
di Enzo Bianchi


La Repubblica - 18 ottobre 2021

In maniera sommessa, senza attirare molto l’attenzione dei media, ieri è iniziato un cammino nuovo nelle diverse chiese locali cattoliche sparse su tutta la terra: un percorso inedito, mai praticato in venti secoli di cristianesimo, anzi osteggiato soprattutto in occidente nel secondo millennio. Può darsi, e lo vedremo tra qualche anno, che si sia dato inizio all’evento ecclesiale più importante e più capace di dare un nuovo volto alla chiesa dopo il concilio Vaticano II. Scrivo “può darsi”, perché nulla è assicurato: il cammino è tutto da fare e percorrendolo occorre pensare ed emanare indicazioni che precisino i termini della sinodalità e definiscano le procedure per il sinodo che sarà celebrato nell’ottobre del 2023. Perché sinodo (syn-hodós in greco) significa cammino fatto insieme da tutti i battezzati, da tutte le componenti della chiesa, da tutti i fedeli, i pastori, i vescovi e il Papa, “insieme”.

Questa è una procedura nuova e da inventare perché il sinodo non è un parlamento, non è una convention, non è un convegno, ma è innanzitutto uno stile nel vivere e nell’agire, e quindi anche un’istituzione nella quale “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato” come recita il principio forgiato nella tradizione cristiana.

Non si tratta di immettere nell’ambito ecclesiale la “democrazia” e la logica delle maggioranze e delle minoranze, ma di rendere possibile il concorso di tutti i battezzati alla formulazione di scelte e decisioni necessarie a una chiesa che sta nella storia e nella compagnia degli uomini.

Così, Papa Francesco ancora una volta ha sorpreso tutti camminando davanti al popolo e indicando che occorre uscire dai recinti, assumere la dinamica dell’andare avanti senza paura perché “camminando si apre cammino!”. Ecco allora soprattutto due parole che diventano martellanti nelle coscienze che sono contro vento nell’attuale nostra società: responsabilità e partecipazione.

Il forte e perentorio richiamo alla responsabilità nasce dalla consapevolezza della dignità di essere cristiani e si manifesta in una soggettività matura, in una fede pensata, in una vera responsabilità nella chiesa e della chiesa di cui si è membri. In questo senso non ci devono più essere cristiani che ascoltano soltanto le parole dei pastori e non si fanno ascoltare, non ci devono essere cristiani passivi che lasciano al clericalismo accentratore e verticalista l’opportunità di essere la chiesa.

E perciò occorre la partecipazione concreta di ciascuno e di ciascuna, altrimenti comunione e missione restano temi astratti, pie intenzioni, auguri sempre rinnovati che non permettono un vero coinvolgimento nella vita della chiesa. La responsabilità è faticosa, è facile fuggirla, ma ora Papa Francesco svela l’ipocrisia e la menzogna di tanta passività. Il Papa ha fiducia nel popolo di Dio, come se vedesse l’invisibile, assicura che esso ha un fiuto, un senso della fede infallibile, dunque può, deve impegnarsi nell’edificare la chiesa con una presenza che non sia solo ancillare e di collaborazione subordinata. Proprio perché la partecipazione non va meritata ma semplicemente esercitata con libertà e fortezza è possibile che la pietra scartata diventi pietra di fondamento, che i lontani diventino vicini, che i poveri siano innalzati, che gli ultimi diventino primi.

Papa Francesco afferma che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalle chiese del III millennio”. È una sfida, questa, che solo un profeta può annunciare. Ma sappiamo che proprio a causa della parola detta il profeta segna anche il proprio tragitto e il proprio esito tra incomprensioni e non certo tra gli applausi mondani.
(fonte: Blog dell'autore)

venerdì 22 ottobre 2021

Papa Francesco alla Settimana Sociale, i tre cartelli della strada della speranza

Papa Francesco alla Settimana Sociale,
i tre cartelli della strada della speranza

In un videomessaggio inviato alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Papa Francesco delinea tre strade per la speranza

foto SIR/Marco Calvarese

Sono tre i cartelli della strada verso la speranza, secondo la visione di Papa Francesco. E il loro senso e significato li ha dipanati in un videomessaggio inviato alla 49° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che inizia oggi a Taranto e che ha come tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso”. Un tema, sottolinea il Papa, che porta con sé “un anelito di giustizia”.

Dopo il discorso ai movimenti popolari, con la sua lista di richieste “sociali” ai grandi della terra, Papa Francesco continua a spiegare la sua visione in un messaggio che include diversi dei temi del pontificato, in particolare in riferimento all’ecologia. Anzi, su quel fronte, Papa Francesco chiede, sì, una conversione ecologica, ma che venga solo dopo “una conversione comunitaria”.

Nel videomessaggio, Papa Francesco ribadisce che per uscire dalla pandemia “un di più di coraggio”, senza “rassegnarsi a stare alla finestra e guardare”, assumendoci “responsabilità verso gli altri e verso la società”, ricordando che “la pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo”.

Cosa fare per rialzarsi? “Convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, prima fra tutti il creato”, dice Papa Francesco. E poi entra nel cuore del discorso, nella necessità di avere una Settimana Sociale “sinodale”, che sappia “ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado”.

Per Papa Francesco, la speranza è una strada con tre cartelli.

Il primo cartello, spiega, è “l’attenzione agli attraversamenti”, perché “troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione”, dai giovani costretti ad emigrare o precari a donne che sono costrette a scegliere tra maternità e professione, fino agli anziani soli, le famiglie vittima dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione, gli imprenditori minacciati dalla Mafia, nonché le persone ammalate, gli operai costretti a lavori usuranti e immorali.

Il cahier des doleances di Papa Francesco è lungo ed esemplificativo, ma serve al Papa a mostrare “i volti e le storie” che ci interpellano, perché “questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione”, e allora non si deve “lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino”.

Il secondo cartello è quello del “divieto di sosta”, rappresentato dal Papa da “diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi”.

Il Papa invita dunque a seguire l’amore di Dio che “non è mai statico e rinunciatario” e a non “sostare nelle sacrestie”, né a formare “gruppi elitari che si isolano e si chiudono”, perché “la speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio”.

Papa Francesco lancia anche l’idea di “creare reti di riscatto” nei territori “maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado”, superando “la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale”. Esorta Papa Francesco: “Non abbiamo paura di denunciare e contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!”

Il terzo cartello è l’obbligo di svolta, invocato, secondo Papa Francesco, dal “grido dei poveri e quello della Terra”.

Per questo “ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore”, sapendo che “la svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni”.

Si tratta, spiega Papa Francesco, di una “conversione volta ad una ecologia sociale”, la quale può alimentare il tempo di “transizione ecologica” in cui “le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali”.

È il cambiamento di epoca che viviamo che “esige un obbligo si volta”, magari – dice Papa Francesco – guardando “a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone”.

Conclude Papa Francesco: “Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

In un videomessaggio diffuso poi, Papa Francesco ha sottolineato che "il pianeta che speriamo" esige "una conversione" diretta alla speranza, che chiede "stili di vita rinnovati", in cui ambiente, lavoro e futuro "siano in piena armonia".

Papa Francesco invia un "Pensiero particolare e incoraggiamento" ai giovani, chiedendo loro di "insegnare a custodire il creato", a non sentirsi "mai ai margini", e auspicando che "i loro sogni siano i sogni di tutti".

Il Papa manda una carezza a tutti i papà di Taranto che "hanno perso i figli".


*********************

Per approfondire vedi anche i testi integrali di:



giovedì 21 ottobre 2021

«Fratelli tutti. Davvero». Uomini e donne in dialogo con il cardinale Zuppi - La buona politica (anticipazione)

«Fratelli tutti. Davvero». 
Uomini e donne in dialogo con il cardinale Zuppi

L'iniziativa editoriale è di Corrado Caiano e Nicoletta Ulivi. La prefazione è del campione di basket Marco Belinelli. La vendita del libro servirà a finanziare progetti solidali


Dodici persone in dialogo con il cardinale Matteo Maria Zuppi sulla «Fratelli tutti» di papa Francesco. L’idea è di Corrado Caiano e Nicoletta Ulivi che hanno proposto all’arcivescovo di Bologna di confrontarsi sulla fraternità, l’amicizia sociale e le altre tematiche dell’enciclica con un ragazzo, una coppia di sposi, un formatore, un medico, due suore, un missionario, una giornalista, due giovani e un sacerdote. Il libro, edito da Effatà, intitolato «Fratelli tutti. Davvero», è fresca pubblicazione (da oggi è disponibile in libreria) e siamo sicuri che susciterà interesse e anche curiosità. La prefazione infatti è stata affidata a Marco Belinelli, uno dei giocatori di basket più noti e forti d’Italia, con un lungo trascorso nell’Nba americana. «Nel libro Belinelli racconta dell’udienza privata che ha avuto con papa Francesco insieme ad altri giocatori del basket americano sostenitori del movimento contro il razzismo black lives matter – dice Corrado Caiano – e condivide con noi l’incoraggiamento ricevuto dal Pontefice con la richiesta fatta loro di essere d’esempio per i giovani e di agire come fratelli». La postfazione invece è a cura del vaticanista del quotidiano La Stampa Domenico Agasso.

Il progetto è stato pensato per celebrare il primo anniversario di uscita della «Fratelli tutti», pubblicata il 4 ottobre dello scorso anno nel giorno di San Francesco. «Con grande semplicità abbiamo chiesto al cardinale Zuppi la disponibilità a tenere questi dialoghi con persone diverse in vista di una pubblicazione e lui ha accettato», dice ancora Corrado Caiano, cooperatore salesiano e responsabile con la moglie Sara dell’oratorio cittadino di Sant’Anna, mentre Nicoletta Ulivi lavora da vent’anni nel terzo settore ed è impegnata nell’Opera Santa Rita.

Gli incontri si sono svolti durante i mesi della cosiddetta «zona rossa» e si sono tenuti online, ogni persona coinvolta ha studiato un capitolo dell’enciclica, ci ha riflettuto sopra e poi ne ha parlato per una mezz’ora con il Cardinale. «Io ho registrato e poi sbobinato tutto – dice ancora Corrado – ne sono nati dei dialoghi davvero interessanti, come la chiacchierata tra Zuppi e Mattia, un quindicenne sulla sedia a rotelle che fa l’animatore in oratorio». Ne è venuto fuori un libro agile – di circa un centinaio di pagine – che può essere molto utile dal punto di vista del «rinnovamento pastorale» e come «percorso di riflessione sulla vita di tutti i giorni per ogni uomo e ogni donna di buona volontà», come si legge nelle note di copertina del libro. D’altra parte «la fraternità è di tutti, la fraternità è per tutti».

... I proventi delle vendite serviranno a finanziare un progetto solidale delle Misericordie d’Italia e l’oratorio salesiano a Vallecrosia, al confine tra Liguria e Francia, luogo di passaggio e di accoglienza per tantissimi migranti. ...


******************

MATTEO MARIA ZUPPI
La buona politica

Pubblichiamo un capitolo del libro di Matteo Zuppi, in uscita oggi, intitolato «Fratelli tutti. Davvero». A cura di Caiano e Ulivi, con prefazione di Marco Belinelli e postfazione di Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa (Effatà Editrice)

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna

Nel capitolo quinto della “Fratelli tutti” c’è un bel riferimento alla differenza tra «populismo» e «popolare». Pare chiaro che, oggi, sono finite le ideologie cui eravamo abituati negli anni del fascismo, del nazismo o del comunismo, negli anni dei cosiddetti totalitarismi. Oggi ne rimangono dei surrogati e delle scorciatoie, come una bella schermata del computer che presenta un po’ di riferimenti generali, tanto per darsi una veste. Ma le ideologie sono un’altra cosa: esse avevano una forza attrattiva e una capacità di coinvolgimento umano al di là di ogni immaginazione, fino l’annullamento dello stesso «io» in favore dell’ideale. Abbiamo chiari davanti agli occhi alcuni avvenimenti e fatti, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, che avevano alle spalle un significato personale e collettivo straordinario. Oggi esistono solo dei riferimenti annacquati, con tutti i rischi che questo comporta, in primo luogo quello di creare delle identità a poco prezzo, con l’illusione di risolvere i problemi della gente, ma, spesso, con un grave impoverimento della politica stessa, usata per fini personali.

Nei paragrafi dell’Enciclica, nei quali si parla di populismo, si sottolinea la tentazione, presente sia nei progetti individuali sia in quelli di gruppo, di assorbire e di far proprie le paure della gente, alla ricerca di risposte facili e identitarie, che mettono in seria discussione la democrazia stessa. Papa Francesco indica la necessità di una politica alta, che viva la sua missione come atto di carità, e arriva fino a parlare di amore politico. Deve esistere. Se in politica non c’è l’amore, significa che prevarrà il calcolo o l’interesse. Per un gruppo o una categoria, è soltanto l’amore che fa andare oltre al proprio piccolo interesse. Solo chi porta avanti una politica disinteressata ha un vero amore politico e questo vale per tutti, non solo per il cristiano. Io penso che solo chi ha un amore disinteressato fa davvero anche il suo interesse! Chi fa politica davvero, anche con motivazioni e appartenenze diverse, viene provocato da Papa Francesco affinché viva il suo impegno come atto di amore, con grande senso di responsabilità e di attenzione al prossimo, nel tentativo di riuscire a dare delle indicazioni che valgano per tutti e sulle quali tutti possano ritrovarsi.

Abbiamo bisogno dei movimenti popolari e della loro spinta alla risoluzione concreta dei problemi. Essi sono proprio quel punto di passaggio tra il dare da mangiare e il trovare un lavoro che permetta di mangiare, tra l’aiutare ad attraversare un fiume e il costruire un ponte perché il fiume sia sempre attraversabile. I movimenti popolari spingono a trovare delle soluzioni concrete. Sono l’espressione della solidarietà disinteressata e, in genere, sono il tentativo dei poveri di dare risposta alle proprie povertà e di cambiare la propria situazione. Essi sono «poeti sociali», perché sono strettamente collegati ai temi della solidarietà e della gratuità. Nella politica c’è sempre una dimensione di calcolo che, se è in giuste proporzioni, è indispensabile, altrimenti ogni politico è destinato a non durare. In politica è necessario calcolare, così come nella vita, ma occorre stare attenti a rimanere nella giusta proporzione. Se tutto diventa calcolo, allora la politica si trasforma in convenienza e perde le sue motivazioni più profonde. I movimenti popolari, invece, non calcolano, sono «romantici», ma non in maniera astratta e inutile, perché arrivano ad avviare delle esperienze concrete per arrivare alla soluzione dei problemi reali della gente.

[Zuppi poi risponde a una domanda sul confronto tra i movimenti popolari e quello delle Sardine a Bologna, ndr]. Forse il paragone non è proprio corretto. I «poeti sociali», infatti, sono più legati a situazioni concrete di povertà, di esclusione, di ingiustizia, e si impegnano, proprio in quei contesti, a trovare le soluzioni. Mi riferisco, per esempio, alla questione dei minatori boliviani oppure ai cartoneros, coloro che raccoglievano il cartone nelle città dell’America Latina, e anche a Buenos Aires. Questa è l’idea di movimento popolare.

Noi abbiamo tanto bisogno di una politica che vada oltre al contingente, che sappia guardare al futuro con una visione ampia, che non sia sottomessa all’economia, che non sia vittima dell’efficientismo burocratico. Anche la politica ha bisogno di questo, altrimenti diventa una caricatura! Necessitiamo di una politica che abbia degli orizzonti grandi e aperti, che risponda alle necessità delle persone, che non riduca il bene comune ad un contenuto vuoto perché, in realtà, l’agire per il bene comune è veramente impegnativo.

A livello mondiale, invece, il Papa insiste sulla difesa degli organismi internazionali, e dell’Onu in particolare. A riguardo, la Chiesa ha sempre avuto un’attenzione straordinaria verso l’Onu. Il viaggio di Paolo VI nel 1964 alle Nazioni Unite e il discorso che tenne furono dei momenti altissimi per la Santa Sede. Tutti i Papi, poi, non hanno mancato di fare una visita all’Onu, come azione concreta per rilanciare l’organizzazione e per sottolineare che è lo strumento più alto che abbiamo per porre fine ai conflitti e aiutare a costruire un ordine mondiale. Papa Francesco desidera che l’Onu sia uno strumento forte, capace di risolvere i problemi perché è consapevole che senza un foro dove comporre pacificamente i problemi finirebbe per vincere la logica del più forte.

******************

Vedi anche la scheda del libro FRATELLI TUTTI. DAVVERO dal sito della Casa editrice EFFATA' 

"Casa comune" di Tonio dell'Olio


Casa comune
di Tonio dell'Olio 
Pubblicato in Mosaico dei Giorni il 21 ottobre 2021


Abitiamo una "casa comune", ci ha ricordato Papa Francesco più di sei anni fa con l'Enciclica Laudato Si' e, per quanto vogliamo opporre resistenza o illuderci che non siamo coinquilini, di fatto abitiamo la stessa casa.

Potremmo persino pensare a un condominio in cui coesistono diversi "appartamenti" il cui lessico indica la volontà di sottrarsi a contaminazioni di ogni tipo, ma pur sempre insieme abitiamo! L'esperienza quotidiana ce lo dice: ci sono elementi come i rumori, gli odori, la qualità dell'aria, il pianerottolo e le scale, il terrazzo o il tetto che sono comuni. A nulla serve dire che non sono tuoi se dovessero versare in cattivo stato e condizionarti la vita. Averne cura è interesse di tutte e tutti, considerarli un bene comune conviene a tutte e tutti. Per questo, di fronte alla pandemia o all'inquinamento, alle scelte del nucleare e alla defossilizzazione dell'energia… è illusorio, ipocrita, miope e persino da cretini rivendicare una sovranità nazionale di carta velina. Che ne siano convinti i rappresentanti degli Stati che parteciperanno alla Cop26 di Glasgow tra qualche giorno e ne prendano coscienza tutti i cittadini, anzi: tutti i condòmini di questo mondo.


Per approfondire:


A Calais lo sciopero della fame in chiesa per i diritti dei migranti. Il gesto di tre attivisti per smuovere le coscienze

A Calais lo sciopero della fame in chiesa per i diritti dei migranti.
Il gesto di tre attivisti per smuovere le coscienze

Nella chiesa di San Pietro a Calais, tre attivisti hanno deciso di smettere di mangiare per protestare contro l’aumento delle violenze della polizia verso i migranti. Esasperati dal totale silenzio dello Stato, Ludo, Anaïs et don Philippe hanno deciso la forma di protesta più radicale per ottenere tre cose: sospendere gli sgomberi quotidiani e lo smantellamento dei campi durante il periodo invernale; fermare la confisca delle tende e degli effetti personali dei migranti; aprire un dialogo tra autorità pubbliche e associazioni sull'apertura di punti di distribuzione ben localizzati per i beni necessari. Il Sir ha raggiunto telefonicamente don Louis-Emmanuel Meyer, parroco della chiesa di San Pietro.

(Foto ANSA/SIR)

È il decimo giorno di sciopero della fame per Ludo, Anaïs e don Philippe, sacerdote di 72 anni cappellano del Sécours Catholique. Accolti nella chiesa di San Pietro a Calais, i tre attivisti hanno deciso di smettere di mangiare per protestare contro l’aumento delle violenze della polizia verso i migranti. Nel solo mese di settembre, la polizia ha smantellato e distrutto almeno 379 tende e teloni, 46 borse, 17 biciclette, 14 materassi e 52 sacchi a pelo, dicono con precisione i dati riportati da “Faim aux frontières”. Gli effetti personali (borse, telefoni, documenti d’identità, caricabatterie, passeggini) vengono trafugati dalla polizia, e il recupero è reso impossibile per gli immigrati. Questo avviene ormai da mesi, ma con l’arrivo dell’inverno queste confische mettono in pericolo la vita delle persone. 

Esasperati dal totale silenzio dello Stato, Ludo, Anaïs et don Philippe hanno deciso la forma di protesta più radicale per ottenere tre cose: 

sospendere gli sgomberi quotidiani e lo smantellamento dei campi durante il periodo invernale;
fermare la confisca delle tende e degli effetti personali dei migranti; 
aprire un dialogo tra autorità pubbliche e associazioni sull’apertura di punti di distribuzione ben localizzati per i beni necessari. 
“Il buon senso”, dice il manifesto che accompagna lo sciopero, “esigerebbe che in una Repubblica che predica la fraternità queste richieste trovassero subito risposta”. E ancora:

la fraternità “che noi pratichiamo con queste persone ogni giorno non si fonda su identità date da documenti, ma sull’evidenza che apparteniamo alla stessa umanità,

così come condividiamo una comunità di destini sul nostro pianeta”. 

Il Sir ha raggiunto telefonicamente don Louis-Emmanuel Meyer, parroco della chiesa di San Pietro.

Perché li avete accolti nella chiesa?

Vogliamo che sia una manifestazione pubblica, che possa essere conosciuta. Bisognava proteggerli da una possibile espulsione: se fossero stati in un luogo pubblico avrebbero rischiato di essere cacciati.

Come stanno Ludo, Anaïs e don Philippe?

Sono in piedi, mi sembra stiano bene, anche se un po’ indeboliti. C’è un medico che li segue e non ci sono pericoli immediati.

Dove stanno fisicamente?

Nella chiesa ci sono diverse cappelle e loro sono in una cappella vicino all’ingresso, che non impedisce l’accesso alla Chiesa dove tutto continua normalmente. Ci sono le celebrazioni e le iniziative già programmate, come concerti o cose del genere. C’è un’ottima coabitazione.

E che cosa fanno tutto il giorno?

Ricevono tante visite, da persone normali che vogliono incontrarli, tanti giornalisti. Ma organizzano anche momenti di scambio o tavole rotonde.

La protesta ha suscitato qualche risposta da parte della comunità politica?

La sotto-prefetto è passata lunedì e ha discusso con loro. Sulle tre rivendicazioni non ha dato risposta.

Quante persone sono a Calais e sono di fatto coinvolte nelle azioni della polizia?

Lo Stato stima che a Calais ci siano tra 800 e 1000 migranti e rifugiati, ma in realtà le associazioni che, su richiesta dello Stato stesso, distribuiscono il cibo dicono che servono più di 1000 pasti al giorno. Alcuni parrocchiani che ricaricano i cellulari per loro ci hanno detto che in un giorno hanno ricaricato 1300 telefoni.

Dove stanno tutte queste persone?

Il punto è questo: fanno fatica a sopravvivere perché tutte le mattine o ogni due giorni la polizia arriva e li fa sgombrare, li fa scappare e distruggere le tende, ruba gli effetti personali.

Perché non si vuole vedere la migrazione a Calais. Ma le persone ci sono.

Di notte cercano di spostarsi in Inghilterra, e sperano di risposarsi di giorno, ma è reso loro impossibile. C’è un vero problema umanitario: il diritto al sonno, condizioni di vita umane, il nutrimento, il ripararsi dal freddo sono loro negate.

Lei ha ricevuto anche delle proteste contro questo suo gesto di accoglienza. Che ne pensa?

Non credo si debba dare troppa importanza.

Si tratta certamente di una persona sola, non è la reazione dei parrocchiani, 
che sono con noi in questa iniziativa, in modo molto unanime.

Il nostro approccio al problema non è politico, è umanitario: ci sono persone che hanno bisogno.

Ci sono solo cristiani coinvolti nella battaglia?

No, questa protesta è sostenuta dai cristiani ma anche molte associazioni a-confessionali.

Quello che le associazioni fanno di giorno, lo Stato lo distrugge la notte e 
non sappiamo più come fare per fermare questi maltrattamenti.

Siamo sostenuti anche dal vescovo, che è venuto a trovare i tre attivisti. C’è un sacco di sostegno.

Fino a quando continueranno?

Fino a quando avranno almeno una risposta. Sono vent’anni che a Calais ci sono persone migranti. Ma la nostra richiesta adesso è davvero semplice: che durante l’inverno si lascino stare le tende. Certo c’è un livello politico che riguarda la questione migratoria, ma qui a Calais adesso, siamo su un piano umanitario, che ne è la conseguenza, e

la priorità è nutrire, vestire, soccorrere.

(fonte: Sir articolo di Sarah Numico 20/10/2021)



mercoledì 20 ottobre 2021

«La nostra libertà nasce dall’amore di Dio e cresce nella carità.» Papa Francesco Udienza Generale 20/10/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 20 ottobre 2021


Un piccolo fuori programma nell'Aula Paolo VI all'inizio dell'Udienza Generale. 
Lo speaker in tedesco stava leggendo la lettura dei Galati, al centro della catechesi del Papa durante l'udienza generale, quando il piccolo Paolo jr, dieci anni, affetto da un ritardo cognitivo, venuto a Roma con la sua famiglia da San Ferdinando di Puglia,  è salito tranquillamente sulle scale dell’Aula Paolo VI ed ha raggiunto Papa Francesco che con affetto gli ha rivolto qualche parola, chiedendo al reggente della Prefettura della Casa Pontificia, monsignor Leonardo Sapienza, la cortesia di cedergli la sedia di fianco a lui e così il bimbo si è accomodato nella poltrona accanto al Papa. Il bambino ha parlato con Francesco e poi ha chiesto allo speaker in portoghese di poter avere la papalina del Pontefice...









 Ma  il piccolo Paolo jr non si è arreso fino a quando ha raggiunto il suo obiettivo e soddisfatto ha ottenuto l'aspirato zucchetto del Papa ...






***********************

Catechesi sulla Lettera ai Galati: 12. La libertà si realizza nella carità

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questi giorni stiamo parlando della libertà della fede, ascoltando la Lettera ai Galati. Ma mi è venuto in mente quello che Gesù diceva sulla spontaneità e la libertà dei bambini, quando questo bambino ha avuto la libertà di avvicinarsi e muoversi come se fosse a casa sua … E Gesù ci dice: “Anche voi, se non vi fate come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli”. Il coraggio di avvicinarsi al Signore, di essere aperti al Signore, di non avere paura del Signore: io ringrazio questo bambino per la lezione che ha dato a tutti noi. E che il Signore lo aiuti nella sua limitazione, nella sua crescita perché ha dato questa testimonianza che gli è venuta dal cuore. I bambini non hanno un traduttore automatico dal cuore alla vita: il cuore va avanti.

L’Apostolo Paolo, con la sua Lettera ai Galati, poco alla volta ci introduce nella grande novità della fede, lentamente. È davvero una grande novità, perché non rinnova solo qualche aspetto della vita, ma ci porta dentro quella “vita nuova” che abbiamo ricevuto con il Battesimo. Lì si è riversato su di noi il dono più grande, quello di essere figli di Dio. Rinati in Cristo, siamo passati da una religiosità fatta di precetti alla fede viva, che ha il suo centro nella comunione con Dio e con i fratelli, cioè nella carità. Siamo passati dalla schiavitù della paura e del peccato alla libertà dei figli di Dio. Un’altra volta la parola libertà.

Cerchiamo oggi di capire meglio qual è per l’Apostolo il cuore di questa libertà. Paolo afferma che essa è tutt’altro che «un pretesto per la carne» (Gal 5,13): la libertà, cioè, non è un vivere libertino, secondo la carne ovvero secondo l’istinto, le voglie individuali e le proprie pulsioni egoistiche; al contrario, la libertà di Gesù ci conduce a essere – scrive l’Apostolo – «a servizio gli uni degli altri» (ibid.). Ma questo è schiavitù? Eh sì, la libertà in Cristo ha qualche “schiavitù”, qualche dimensione che ci porta al servizio, a vivere per gli altri. La vera libertà, in altre parole, si esprime pienamente nella carità. Ancora una volta ci troviamo davanti al paradosso del Vangelo: siamo liberi nel servire, non nel fare quello che vogliamo. Siamo liberi nel servire, e lì viene la libertà; ci troviamo pienamente nella misura in cui ci doniamo. Ci troviamo pienamente noi nella misura in cui ci doniamo, abbiamo il coraggio di donarci; possediamo la vita se la perdiamo (cfr Mc 8,35). Questo è Vangelo puro.

Ma come si spiega questo paradosso? La risposta dell’Apostolo è tanto semplice quanto impegnativa: «mediante l’amore» (Gal 5,13). Non c’è libertà senza amore. La libertà egoistica del fare quello che voglio non è libertà, perché torna su se stessa, non è feconda. È l’amore di Cristo che ci ha liberati ed è ancora l’amore che ci libera dalla schiavitù peggiore, quella del nostro io; perciò la libertà cresce con l’amore. Ma attenzione: non con l’amore intimistico, con l’amore da telenovela, non con la passione che ricerca semplicemente quello che ci va e ci piace, ma con l’amore che vediamo in Cristo, la carità: questo è l’amore veramente libero e liberante. È l’amore che risplende nel servizio gratuito, modellato su quello di Gesù, che lava i piedi ai suoi discepoli e dice: «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Servire gli uni gli altri.

Per Paolo dunque la libertà non è “fare quello che pare e piace”. Questo tipo di libertà, senza un fine e senza riferimenti, sarebbe una libertà vuota, una libertà da circo: non va. E infatti lascia il vuoto dentro: quante volte, dopo aver seguito solo l’istinto, ci accorgiamo di restare con un grande vuoto dentro e di aver usato male il tesoro della nostra libertà, la bellezza di poter scegliere il vero bene per noi e per gli altri. Solo questa libertà è piena, concreta, e ci inserisce nella vita reale di ogni giorno. La vera libertà ci libera sempre, invece quando ricerchiamo quella libertà di “quello che mi piace e non mi piace”, alla fine rimaniamo vuoti.

In un’altra lettera, la prima ai Corinzi, l’Apostolo risponde a chi sostiene un’idea sbagliata di libertà. «Tutto è lecito!», dicono questi. «Sì, ma non tutto giova», risponde Paolo. «Tutto è lecito, ma non tutto edifica», ribatte l’Apostolo. Il quale poi aggiunge: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1 Cor 10,23-24). Questa è la regola per smascherare qualsiasi libertà egoistica. Anche, a chi è tentato di ridurre la libertà solo ai propri gusti, Paolo pone dinanzi l’esigenza dell’amore. La libertà guidata dall’amore è l’unica che rende liberi gli altri e noi stessi, che sa ascoltare senza imporre, che sa voler bene senza costringere, che edifica e non distrugge, che non sfrutta gli altri per i propri comodi e fa loro del bene senza ricercare il proprio utile. Insomma, se la libertà non è a servizio – questo è il test – se la libertà non è a servizio del bene rischia di essere sterile e non portare frutto. Invece, la libertà animata dall’amore conduce verso i poveri, riconoscendo nei loro volti quello di Cristo. Perciò il servizio degli uni verso gli altri permette a Paolo, scrivendo ai Galati, di fare una sottolineatura niente affatto secondaria: così, parlando della libertà che gli altri Apostoli gli diedero di evangelizzare, sottolinea che gli raccomandarono solo una cosa: di ricordarsi dei poveri (cfr Gal 2,10). Interessante questo. Quando dopo quella lotta ideologica tra Paolo e gli Apostoli si sono messi d’accordo, cosa gli hanno detto gli Apostoli: “Vai avanti, vai avanti e non dimenticarti dei poveri”, cioè che la tua libertà di predicatore sia una libertà al servizio degli altri, non per te stesso, di fare quello che ti piace.

Sappiamo invece che una delle concezioni moderne più diffuse sulla libertà è questa: “la mia libertà finisce dove comincia la tua”. Ma qui manca la relazione, il rapporto! È una visione individualistica. Invece, chi ha ricevuto il dono della liberazione operata da Gesù non può pensare che la libertà consista nello stare lontano dagli altri, sentendoli come fastidi, non può vedere l’essere umano arroccato in se stesso, ma sempre inserito in una comunità. La dimensione sociale è fondamentale per i cristiani, e consente loro di guardare al bene comune e non all’interesse privato.

Soprattutto in questo momento storico, abbiamo bisogno di riscoprire la dimensione comunitaria, non individualista, della libertà: la pandemia ci ha insegnato che abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma non basta saperlo, occorre sceglierlo ogni giorno concretamente, decidere su quella strada. Diciamo e crediamo che gli altri non sono un ostacolo alla mia libertà, ma sono la possibilità per realizzarla pienamente. Perché la nostra libertà nasce dall’amore di Dio e cresce nella carità.

Guarda il video della catechesi

Saluti
...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le Capitolari delle Serve di Maria Ministre degli Infermi ed auspico per l’intera Congregazione un rinnovato e generoso impegno di testimonianza evangelica. Saluto poi i fedeli delle parrocchie di San Pellegrino in Reggio Emilia e quelli di Santa Maria Assunta in Scigliano. Vi auguro che il soggiorno romano contribuisca a far crescere nell’animo di ciascuno l’amore e la fedeltà a Cristo.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. In questo mese di ottobre la Chiesa esorta a pregare per le missioni e ad accogliere l’invito di Cristo ad essere suoi attivi collaboratori. Date al Signore la vostra generosa disponibilità e offrite le vostre sofferenze perché si compia il disegno salvifico del Padre celeste.

A tutti la mia benedizione.


Guarda il video integrale


#UN IDIOTA RICCO di Gianfranco Ravasi

#UN IDIOTA RICCO
di Gianfranco Ravasi



Un idiota povero è un idiota. Un idiota ricco è un ricco. 
Personaggio eclettico, Paul Laffitte (1864-1949), lo si trova quasi sempre associato a questa battuta che è tratta da un suo saggio dal titolo un po’ stravagante, Geroboamo o la finanza senza meningite (1920). Sta di fatto che è difficile dargli torto. Certo, il termine «idiota» ha una diversa accezione nella tradizione spirituale russa dove paradossalmente definisce la persona dotata di una fede candida nei confronti di Dio e del prossimo, una creatura generosa e mistica: è il caso del folle principe Myškin, protagonista del celebre romanzo L’idiota che Dostoevskij compose nel 1868-69. Qui, invece, il significato è quello offensivo e scontato e rimanda alla persona stupida e stolta.

Ma – fa notare Laffitte – c’è una sorpresa. Se l’imbecille è ricco, ecco che appare subito la differenza rispetto al cretino che è povero. A lui si riserva sempre un trattamento di favore a causa della forza del suo denaro. È, questa, una triste legge a cui tutti ci adattiamo: quante volte si è pronti a incensare, a dar ragione, persino a esaltare il ricco o il potente di turno, anche se quelle che emette sono solo idiozie e insulsaggini. Il mitico ragionier Fantozzi, che striscia di fronte al padrone anche quando gli prospetta un’assurdità, alberga – sia pure in minima parte – un po’ in tutti noi. Bisognerebbe avere il coraggio dell’uomo veramente libero che non esita a denunciare la vacuità e la banalità di chi gestisce beni e potere: qualità impegnativa e costosa.

(Fonte: "Breviario - Il Sole24Ore Domenica" del  5 settembre 2021)


martedì 19 ottobre 2021

"Gesù non chiama i sani, ma i malati. Non si circonda di perfetti per dimostrare la sua forza, ma di peccatori ... Gesù insegna agli uomini ad amare facendolo per primo." don Matteo Zuppi (Testo e video)

Apertura Cammino sinodale in diocesi e ricordo Lercaro
"Gesù non chiama i sani, ma i malati. 
Non si circonda di perfetti 
per dimostrare la sua forza, ma di peccatori ... 
Gesù insegna agli uomini
ad amare facendolo per primo." 
don Matteo Zuppi,
Cardinale

Bologna, Cattedrale  - 17/10/2021



Gesù non chiama i sani, ma i malati. Non si circonda di perfetti per dimostrare la sua forza, ma di peccatori, di persone che discutono tra loro, che devono imparare ad amarsi e stimarsi, che si scandalizzano della debolezza e salvano se stessi, non Gesù. Gesù insegna agli uomini ad amare facendolo per primo. Lui ci fa capire come la nostra vita è preziosa, sempre, servendola come se fossimo noi i re. Si è fatto servo, lo è stato, fino alla fine perché anche noi troviamo la nostra gioia, la beatitudine, facendolo noi e facendolo perché Lui ci ama e lo ha fatto per primo. I sani credono, al contrario, che sia proprio Gesù a metterli in pericolo, perché frequenta i malati, i peccatori, i lebbrosi senza condizioni e precauzioni e quindi rischiando di contaminarli.

I sani, come gli intelligenti e i sapienti, giudicano Gesù e spiegano loro a Lui la verità. Essi guardano da lontano il prossimo perché sanno già chi è, senza ascoltarlo, e sono preoccupati non di come aiutarlo quanto piuttosto di come possono loro restare sani. I sani e i sapienti e gli intelligenti non hanno compassione o amano comunque di più se stessi e i propri giudizi. Essi restano da soli, tra di loro, non conoscono il prossimo perché lo giudicano e pensano già di sapere tutto.

La Chiesa è sempre una comunità di peccatori, resi puri dal suo amore che ci perdona e ci rende più forti dei serpenti e dei veleni, che ci fa trovare le parole che non abbiamo tanto che possiamo non preoccuparci o affannarci per cosa mangeremo e berremo perché la nostra vita vale molto, anzi, vale tutto. Dio muore per noi, non fa finta! Quando il discepolo di Gesù cerca una perfezione diversa dalla misericordia di Dio diventa terribile verso gli altri, impietoso e disumano. “I governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così”. Ecco, la Chiesa non domina, è libera dalla forza del mondo che rovina il mondo perché i grandi non sanno aiutare e farsi aiutare, cercano l’io ma senza il prossimo, posseggono invece di amare. “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. È questa la scelta del Signore che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Ecco cosa è la Chiesa, sacramento della comunione e della fraternità, comunione che si rivela pienamente attorno alla sua mensa dove viene spezzato il pane della Parola e quel pane di amore, nutrimento che ci unisce pienamente con Lui e tra di noi.

Quanto è facile, però, anche seguendo Gesù, cercare sicurezza e vincere la paura del futuro salvandosi da soli, senza gli altri, anzi contro gli altri. Giacomo e Giovanni credono di stare bene pensando a sé, esigendo (quanto facilmente dimentichiamo che tutto è grazia, dono senza merito, impadronendoci dell’amore che ci viene regalato!) un futuro individuale, distinguendosi dai fratelli. Come spesso avviene, quando vince la mentalità del “si salvi chi può” si finisce a “tutti contro tutti”.

I discepoli, infatti, si mettono a discutere tra di loro. La comunione è sempre molto delicata, si ferisce con poco. Quando è debole cresce la divisione in maniera sottile o manifesta, tanto che la comunità non cammina più perché presa dalle discussioni infinite e molto coinvolgenti (se ci appassionassimo così per discutere come rendere grandi i piccoli e forti i deboli e ricchi i poveri, come cambierebbe il mondo!), discussioni peraltro infinite e estenuanti, precedute e seguite da gelosie, silenzi, antipatie, radici di amarezza, calcoli, convenienze, confronti. Nella comunione tutto è nostro, tutto è mio perché tutto è donato agli altri. Gesù ci invita ad essere grandi, ma per davvero e insieme, non senza gli altri o sopra gli altri, ma servendosi cioè legandosi l’uno all’altro.

Oggi inizia il Sinodo generale della Chiesa cattolica e il Cammino Sinodale per la Chiesa in Italia e per la nostra Chiesa di Bologna. E questo è un dono di comunione. Vogliamo camminare tra tanti soggetti diversi, – quanta ricchezza! – per affrontare le tante sfide. Tutti siamo coinvolti, perché siamo tutti affidati alla stessa madre, ricordando che questa è affidata a ciascuno di noi. È nostra. Se è finita la cristianità, certo non è finito il cristianesimo. Abbiamo difficoltà, ma è vero ancora di più oggi che “siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati”.

Camminiamo assieme perché non vogliamo restare fermi, nell’immobilismo impaurito e vuoto, nel formalismo dell’accontentarsi della facciata, nell’intellettualismo delle “classificazioni ideologiche e partitiche e staccandoci dalla realtà del Popolo santo di Dio”. Non ci è chiesto un rilievo sociologico o di compiere qualche facile esercitazione interpretativa a poco prezzo! Ascoltare significa prendere sul serio, perché dopo dobbiamo cercare assieme le risposte. Ascoltiamo per crescere nella fraternità tra di noi e verso tutti, per capire il tesoro nei nostri vasi di creta e la grande sofferenza della folla che cerca proprio quel tesoro che portiamo con noi. Quante volte, invece, ci sembra di non esser presi sul serio oppure pensiamo che abbiamo ragione noi parlando sopra gli altri, rendendo il Vangelo lontano e troppo difficile. Il Vangelo è esigente, ma è possibile, giogo dolce e leggero, per i piccoli!

Cerchiamo ognuno di noi tante occasioni di ascolto del prossimo, chiunque esso sia, ovunque, perché tutto ci riguarda, perché “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E quante la pandemia ce ne ha mostrate. È la Chiesa di sempre che vive nel tempo, eredità affidata dal Signore e sempre umana, verticale e orizzontale, popolo di Dio perché solo in esso si comprende il servizio alla comunione della gerarchia.

Oggi, anniversario della morte, ricordiamo il Cardinale Lercaro, e con lui tutti i nostri pastori e i tanti fratelli e sorelle che si sono succeduti e che hanno dato la vita per la nostra Chiesa, cammino che viene da lontano e nel quale vogliamo inserirci con speranza. Lercaro andava nelle periferie della città per costruire le chiese: occorre andar lì per trovare futuro. Scriveva proprio in quegli anni: “Il Concilio è il desiderio, l’ansia della Chiesa di andare incontro al mondo perché è sentita l’urgenza di non restare su posizioni negative e di difesa, e piuttosto che pronunciare condanne e anche di definire nuovi dogmi, cercare in un linguaggio più persuasivo per gli uomini d’oggi, onde comunicare efficacemente a tutti la parola del Vangelo”.

Iniziamo con la sobria ebbrezza del Concilio, come disse Papa Benedetto, il nostro cammino sinodale. Camminare per andare in quelle periferie umane, dei tanti che secondo il mondo non hanno valore, e qualche volta anche noi finiamo per crederlo! Camminare ci farà ritrovare la consapevolezza di quello che siamo, la gioia di essere comunità, ci insegnerà a riscoprire la bellezza della relazione gratuita con tutti i fratelli, e ascoltando troveremo le risposte necessarie, non viceversa. Il vero atteggiamento da cui iniziare è la preghiera, perché è solo lo Spirito che tesse la comunione e rende nuovo ciò che è vecchio. Lo Spirito ci libera dalla paura e dalla presunzione e ci dona la vera forza e il santo timore.

All’inizio di questo cammino chiediamo perdono per i tanti tradimenti dell’amore che il Signore ci ha affidato, per le resistenze e gli atteggiamenti superiori, da grandi secondo il mondo e non da servi come richiesto. Ci siamo indignati tra di noi invece di indignarci per tanta sofferenza e per i frutti del male! Per camminare assieme non dobbiamo essere uguali, ma saperci aspettare e muovere insieme. Per camminare dobbiamo essere in comunione e liberarci quindi dall’inquinamento del divisore per cui “il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra. Lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù”. Se non c’è lo Spirito non ci sarà Sinodo e Nicodemo resterà vecchio. Camminiamo sempre con gioia e fiducia, con la semplicità del Vangelo e con la bellezza di questa famiglia madre accogliente, che serve e ci ricorda quanto ciascuno di noi serve.

Spirito Santo, Tu che susciti lingue nuove e metti sulle labbra parole di vita, preservaci dal diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire. Vieni tra noi, perché nell’esperienza sinodale non ci lasciamo sopraffare dal disincanto, non annacquiamo la profezia, non finiamo per ridurre tutto a discussioni sterili. Vieni, Spirito Santo d’amore, apri i nostri cuori all’ascolto. Vieni, Spirito di santità, rinnova il santo Popolo fedele di Dio. Vieni, Spirito creatore, fai nuova la faccia della terra. Amen.

GUARDA IL VIDEO
Omelia integrale