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venerdì 13 maggio 2022

Card. Francesco Montenegro: «Se riesci a guardare negli occhi quell’uomo, quella donna o quel bambino capisci che è uguale a te, che è tuo fratello. In quell’istante cadono tutte le distinzioni»

Card. Francesco Montenegro:
«Se riesci a guardare negli occhi quell’uomo, quella donna o quel bambino capisci che è uguale a te, che è tuo fratello.
In quell’istante cadono tutte le distinzioni» 


Intervento del card. Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento e membro del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, alla conferenza stampa di presentazione del Messaggio di Papa Francesco per la 108ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che sarà celebrata domenica 25 settembre 2022.

Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Anche quest’anno accogliamo il messaggio che il Santo Padre ha indirizzato alla Chiesa per la prossima giornata mondiale del migrante e del rifugiato che sarà celebrata il 25 settembre. Al centro vi è il tema dell’impegno a costruire il futuro con i migranti, i rifugiati e quanti abitano le periferie esistenziali.

Il Papa ci invita a riflettere sul legame profondo che c’è tra la dimensione della vita eterna verso la quale ci muoviamo e il presente della storia che appare così confuso e preoccupante a motivo di quello che sta succedendo (guerre, emarginazioni, disuguaglianze). Sembra ci sia una distanza abissale tra l’annuncio della Dimora celeste affidato alla chiesa, carico di speranza, e la storia abitata dagli uomini.

Il futuro di cui parla il Papa nel messaggio non è un generico “domani” ma è la certezza che appartiene al credente il quale sa di camminare verso l’eternità; così come il presente non lo si può inquadrare in un confuso insieme di fatti che nulla hanno a che vedere con il progetto di Dio. La comunità cristiana ha la responsabilità di vivere l’oggi cercando di realizzare il progetto di Dio attraverso la giustizia, la pace, il rispetto della dignità di ogni persona. In questo modo, mentre cammina nel tempo in obbedienza alla volontà di Dio, prepara il futuro – potremmo dire – anticipa l’eternità.

Questa visione della storia della salvezza impone una logica inclusiva: tutti siamo chiamati ad entrare nella Dimora eterna. Da qui il titolo della giornata: “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Il Papa ci invita di passare dalla logica della semplice accoglienza a quella evangelica della fraternità universale in cui l’altro – e in particolare il povero – è il fratello col quale sono chiamato a camminare. Non ci sono alcuni che accolgono e altri che vengono accolti ma fratelli che dobbiamo amarci, imparando a fare della diversità culturale, religiosa o sociale una grande opportunità di crescita per tutti.

L’esperienza che ho fatto come Vescovo di Agrigento mi permette di confermare questi principi che animano il messaggio di Papa Francesco. Tutto ciò che avveniva a Lampedusa con il continuo arrivo di migranti ha scosso non solo quella comunità parrocchiale e la diocesi agrigentina ma, mi sento di dire, il mondo intero. Cosa fare di fronte a migliaia di persone che ogni giorno arrivano con mezzi di fortuna? Cosa fare quando – come nel 2013 – diverse centinaia di loro affondarono a pochi metri dalla costa perdendo la vita? Quando ti trovi di fronte a questi fatti ti accorgi che solo il principio della fraternità ti può aiutare. Se riesci a guardare negli occhi quell’uomo, quella donna o quel bambino capisci che è uguale a te, che è tuo fratello. In quell’istante cadono tutte le distinzioni, le diatribe politiche, le logiche dei numeri o le normative di questo o di quel paese. Quegli occhi ti dicono la dignità di quella persona prima e più della sua appartenenza a un paese “X” o a una religione “Y”. Costruire il futuro richiede questo sguardo sull’altro libero da ogni pregiudizio e da ogni privilegio. Il Papa insiste molto sul fatto che questa prospettiva può rivelarsi una opportunità di crescita per tutti. La storia ci insegna che laddove il futuro lo si è costruito in una logica inclusiva, alla fine, ci hanno guadagnato tutti, non solo in termini di rispetto ma anche economicamente e culturalmente.

Il Papa rivolge l’appello a tutti e in particolare ai giovani. In effetti sono quelli meglio predisposti a entrare in questa visione. Tante realtà associative, cattoliche e non, si accostano al migrante e al rifugiato proprio con lo spirito auspicato da Papa Francesco. Ai giovani viene spontaneo abbattere le barriere. Sentono il futuro come la loro casa e credo che dobbiamo fidarci di più del loro istinto per costruire percorsi di integrazione fra tutti i popoli della terra.

Siamo certi che il messaggio incontrerà l’accoglienza delle comunità cristiane e di tante persone di buona volontà desiderose di abitare in mondo segnato di giustizia, fraternità e pace. Molto bella la preghiera che chiude il testo. Riprendo la parte centrale:

“Signore, rendici costruttori del tuo Regno
insieme con i migranti e i rifugiati
e con tutti gli abitanti delle periferie”

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domenica 7 novembre 2021

Il cardinale Montenegro: Impariamo a guardare il mondo con gli occhi dei poveri. I poveri non sono una appendicite per la Chiesa, ma la sua ricchezza.

Montenegro: guardiamo il mondo 
con gli occhi dei poveri



“Ripartire dagli ultimi nello stile del Vangelo. Aggiustare il mondo praticando l’amore”. È questo il tema del convegno organizzato dalla Caritas Ambrosiana in programma nella giornata di sabato 6 novembre. Il convegno precede la Giornata diocesana Caritas, che le oltre mille parrocchie della diocesi di Milano celebreranno domenica 7 novembre.

Gli ultimi e la pandemia

Al centro dell’appuntamento le ragioni dell’impegno della Caritas a favore degli ultimi in un contesto come quello attuale, in cui la crisi seguita alla pandemia ha precipitato nella povertà persone che non avevano mai richiesto aiuto. Il prolungato blocco delle attività economiche, resosi necessario per contenere i contagi, ha fatto emergere molte debolezze del modello di sviluppo anche di una delle regioni più ricche del Paese: salari bassi, contratti precari, un sistema di aiuti pubblici insufficiente. Per questa ragione molte persone, pur avendo un impiego, non sono più riuscite a far quadrare i bilanci familiari. La conseguenza è stata un’esplosione di richieste di aiuti alimentari, una corsa a indebitarsi, anche ricorrendo al prestito usuraio, per soddisfare esigenze di base o tenere in vita attività economiche. Ad oltre un anno e mezzo dalla crisi – come emerso dall’ultimo Rapporto sulle povertà - il 41% delle persone impoverite non sono riuscite a risollevarsi.

Il programma del convegno

L’incontro riunisce ogni anno i volontari e gli operatori della Caritas Ambrosiana. Il convegno, in diretta streaming, si apre con l’intervento dell’arcivescovo emerito di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro. Il programma prevede poi una tavola rotonda con il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, il segretario generale Fim-Cisl Roberto Benaglia, il presidente del Consorzio Goel, Vincenzo Linarello. Nella terza e ultima parte è in programma l’intervento di Luciano Manicardi, priore di Bose. Il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti e il presidente monsignor Luca Bressan introducono e concludono i lavori.

Sulla via degli ultimi

È la prospettiva degli ultimi quella che si deve seguire perché i poveri sanno vedere ciò che è essenziale. Lo sottolinea a Vatican News il cardinale Francesco Montenegro aggiungendo che si deve “imparare a guardare come i poveri vedono il mondo”.

Ascolta l'intervista con il cardinale Francesco Montenegro

Parliamo di questo convegno organizzato dalla Caritas ambrosiana. Al centro di questo appuntamento, ci sono le ragioni dell’impegno della Caritas in favore degli ultimi

Gli ultimi in fondo sono i primi. Papa Francesco ce lo sta dicendo. Se vogliamo restaurare questo mondo e cambiarlo, tornando alle origini della Chiesa primitiva, abbiamo bisogno di ridare il posto giusto agli ultimi. D’altra parte, gli ultimi sono anche il sacramento di Cristo. Così come non possiamo vivere la fede senza l'Eucaristia, non possiamo vivere la fede senza i poveri. Non possiamo farci sostituire da un altro per andare all’Eucaristia, non possiamo delegare un altro ad amare i poveri. Dobbiamo allora prendere coscienza che, come cristiani, dobbiamo incontrarci con questo sacramento. È scomodo ma il Signore ce lo ha dato come testamento. Nel testamento si lasciano le cose migliori alle persone che si amano. Noi, come ha detto il Papa, guardiamo i poveri ma dobbiamo imparare a guardare come i poveri vedono il mondo.

Guardando come i poveri, si può in qualche modo aggiustare il mondo? Può essere questa la via per risolvere i problemi?

Porto l’esempio della parabola del Buon Samaritano. Se dal balcone dovessi vedere quella scena, direi che sono passate due persone e sono andati oltre. È passata poi una terza persona e si è fermata. Faccio una cronaca, faccio quindi la mia statistica. Se invece mi metto al posto dell’uomo ferito, vedo che l’uomo ferito viene percosso due volte. La prima volta dai briganti. La seconda volta dai due che passano. L’uomo ferito ha la sua delusione. Devo allora scoprire quali sono, in fondo, le delusioni e le speranze dei poveri. L’uomo ferito sgrana gli occhi quando vede che un nemico si ferma. È una prospettiva diversa che mi viene data. Non è quella di una persona che si ferma o non si ferma. Si incomincia invece a vedere chi è quella persona. Si devono guardare le cose dei poveri, ai quali il Signore ha lasciato la Buona Notizia. Si deve andare alla loro scuola per rivedere il mondo e il progetto che Dio ha. D’altra parte, i poveri nella Chiesa e nel mondo sono la maggioranza.

Quello visto dai poveri potrebbe quindi essere un mondo che segue le logiche indicate da Papa Francesco, quelle dell’ecologia integrale. Sarebbe un mondo molto più attento alle creature e al creato…

Senz’altro perché i poveri sanno guardare l’essenziale, sanno guardare ciò che conta. Il povero se ha freddo vuole una maglietta. Se noi abbiamo freddo vogliamo la maglietta firmata. Ma non è la firma che riscalda. È invece la lana che riscalda. Siamo preoccupati, però, per la firma. Il povero è preoccupato di coprirsi. Lui sa andare all’essenziale. Una cosa che noi con difficoltà riusciamo a fare. Ci siamo accorti con il Covid che improvvisamente ci siamo visti poveri: poveri di relazioni. E la vita è cambiata. La via del povero è quella via che il Papa ci ha indicato nell’incontro con la Caritas per il 50.mo di fondazione. La via degli ultimi è importante, ma non guardandola dal balcone. Ma mettendomi accanto e lasciandomi guidare da loro. Questa non è poesia. È Vangelo.

Il convegno precede la Giornata diocesana Caritas 2021 che le oltre 1000 parrocchie della diocesi di Milano celebrano domenica…

La Caritas è la Chiesa che serve. Una Chiesa che non serve, che non si mette al servizio, non serve a niente. Basta guardare la lavanda dei piedi. Gesù raccoglie in quel gesto tutta la vita fatta di dono. Quello delle Caritas parrocchiali è il convegno di una Chiesa che apre gli occhi sui poveri e sul servizio che deve prestare. L’amore non può essere programmato in anticipo. Deve essere una risposta ad un bisogno che viene presentato. Una Chiesa che è attenta al grido dei poveri, come Dio è stato attento a quello di Israele, cerca di dare quelle cose che i bisognosi chiedono.

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Il cardinale Montenegro: 
«I poveri non sono una appendicite per la Chiesa, ma la sua ricchezza»

Mons. Francesco Montenegro.
... Il dibattito è stato preceduto dall’intervento del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento. «I poveri non sono una appendicite per la Chiesa ma sono la sua ricchezza perché una Chiesa lontana dai poveri è una chiesa senza Dio – ha sottolineato Montenegro -. Dal giorno in cui il Signore ha scelto di nascere in una baracca, Dio va cercato tra la gente che soffre negli ospedali, tra i detenuti nelle carceri, tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. Soccorrere i poveri vale quanto spezzare il pane durante la eucarestia».

Alle parole del cardinale Montenegro hanno fatto eco quelle del priore di Bose, Luciano Manicardi, intervenuto a conclusione dell’incontro: «Oggi più che aiutare i poveri ci si difende da loro. I cristiani possono fare la differenza se davvero iniziano a vedere i poveri non come nemici ma nemmeno come casi sociali, piuttosto come fratelli cui offrire amicizia».



giovedì 28 gennaio 2021

Licata disabili derisi e picchiati: Lettera dei vescovi Montenegro e Damiano: “quanto accaduto non si ripeta mai più” - Cronaca dei fatti e video

Licata disabili derisi e picchiati: 
Lettera dei vescovi Montenegro e Damiano:
quanto accaduto non si ripeta mai più”

In merito ai tristi fatti di Licata di disabili picchiati e derisi sui social l’Arcivescovo di Agrigento, Card. Francesco Montenegro e l’Arcivescovo Coadiutore, mons. Alessandro Damiano, hanno indirizzato, in data 27 gennaio, una lettera alla Comunità di Licata che pubblichiamo di seguito. La lettera sarà letta domenica 31 gennaio 2021 al termine di tutte le Messe nelle parrocchie di Licata.

Gli arcivescovi mons. Alessandro Damiano - Card. Francesco Montenegro

“Un’ombra di tristezza copre il cielo luminoso di Licata e della nostra Diocesi. Interrogativi profondi interpellano le nostre coscienze.

I fatti sono ormai noti: un branco di tre giovani-adulti, tre padri di famiglia, ha sequestrato e torturato persone disabili, fragili, incapaci di difendersi. Il tutto è accaduto, sotto lo sguardo indifferente e il passo veloce di decine e decine di nostri concittadini.

Come definiremmo quanto accaduto? Vigliaccheria, malvagità, delinquenza, follia …

Probabilmente qualcuno la derubricherà a una «bravata di pessimo gusto»: d’altronde non è la prima volta che i forti schiacciano i deboli; né sarà l’ultima, purtroppo; così va la vita. È una scena che si ripete da secoli, anche in città ricche di cultura e di gente straordinaria.

La scena riprodotta dai social – badate bene, ad opera degli stessi torturatori che, con spavalderia e arroganza hanno ritenuto di doversi gloriare della loro bestialità – è agghiacciante: riprende vittime, carnefici, passanti indifferenti. Quelle immagini ci sbattono in faccia una triste realtà, quella dell’anestesia delle nostre coscienze. Ormai nulla più ci scuote: né i morti in mare, né i derelitti che vivono per strada, né le tragedie che si consumano nelle case accanto alle nostre, né la violenza perpetrata sotto gli occhi di tutti. Siamo davvero diventati come Caino (Gn 4,9) e quel suo «Sono forse io custode di mio fratello» è diventato purtroppo anche il nostro. È vero, potremmo dire: «Non siamo stati noi ad alzare la mano contro le vittime, non ne sapevamo nulla, non passavamo di là (anche se parecchia gente – a quanto rivelano le immagini – è passata e ha visto)» … eppure ciò non ci libera purtroppo dal peso morale di quanto accaduto. Il silenzio e l’omertà sono peccati dinanzi a Dio. Ci sentiamo chiamati in causa e chiediamo a Dio perdono per una colpa condivisa.

Questa esperienza, oltre a colpirci emotivamente, deve però spingerci al cambiamento, perché quanto accaduto non si ripeta mai più; deve convincerci che – come uomini e come cristiani – siamo realmente chiamati ad essere «custodi» gli uni degli altri, soprattutto dei più fragili e indifesi. Come comunità cattolica dobbiamo sentirci fortemente interpellati dal quel grido di aiuto rimasto inascoltato: le nostre parrocchie devono sempre più mettere al centro della propria attenzione pastorale le persone vulnerabili e quanti in questa società vivono l’esperienza della marginalità sociale.

Nei giorni in cui facciamo memoria dell’Olocausto e dell’annientamento di milioni di vite umane sotto gli occhi indifferenti di una civilissima Europa, questa triste storia recente ci richiama alla vigilanza e al risveglio della coscienza. In questi giorni di tristezza, Licata è la Diocesi intera: quanto accaduto qui avrebbe potuto accadere in tanti altri centri dell’agrigentino.

Alla comunità ecclesiale licatese chiediamo di essere per tutti noi «faro di civiltà», esempio di vita buona secondo il Vangelo, vita di inclusione, voce profetica degli ultimi.

Con amarezza e tristezza ci rivolgiamo a tutti i Licatesi, credenti e no. Se si resta indifferenti dinanzi a fatti così gravi, quale futuro consegneremo ai nostri ragazzi? E noi credenti, che forse ci siamo limitati a leggere i fatti e a fare spallucce sentendoci a posto con la coscienza, in quanto “certe cose” non le facciamo, pensiamo che l’indifferenza è già violenza e il perbenismo non è fede, anzi? C’è un’ultima grave domanda: se apparteniamo alla categoria dei borghesi e degli indifferenti, che senso ha la nostra Eucaristia domenicale? Purtroppo, noi la consideriamo un dovere, ma la Bibbia ci dice che già ora è giudizio di condanna. Con Dio non si può giocare!

Invitiamo i presbiteri a leggere questa lettera alla fine di ogni S. Messa domenica prossima e tutti preghiamo per la conversione del nostro cuore”.
(fonte: Diocesi di Agrigento 28/01/2021)

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La cronaca dei fatti

Licata, tre disabili vittima di un violento pestaggio: tre fermi per tortura e sequestro

Tre persone sono state fermate dai carabinieri la notte scorsa a Licata, in provincia di Agrigento, con l'accusa di tortura, sequestro di persona e violazione di domicilio. I tre avrebbero picchiato altri tre giovani disabili, già umiliati in altre occasioni. Una delle vittime sarebbe stata pestata con un bastone, legata con del nastro adesivo e abbandonata per strada fino a quando una donna di passaggio non l'ha liberata. I fermi di indiziato di delitto sono stati firmati dal procuratore Luigi Patronaggio e dal pm Gianluca Caputo a carico di A. C., 26 anni, G. S., 23 anni, e A. M. S., 36 anni. Entro 48 ore i pm chiederanno la convalida del fermo per i tre indagati e sarà fissata l'udienza davanti al gip.

I precedenti

A quanto emerso in precedenza le tre vittime erano state prese di mira ripetutamente e derise sui social. Erano state legate a una sedia con un secchio in testa e prese a calci e pugni, minacciate di morte, bloccate con del nastro adesivo e fatte ruzzolare in mezzo alla strada, imbrattate con della vernice sul viso. Le violenze venivano poi sempre filmate con gli smartphone e diffuse sui social con titoli di derisione. 

Secondo i pm non si può escludere che la banda si sia resa protagonista di altri episodi oltre a quelli finiti al centro dell'inchiesta e gli accertamenti sono ancora in corso.

Il commento del comandante provinciale dei carabinieri

"Per strada passavano decine e decine di persone, ma nessuno s'è fermato a prestare aiuto alle vittime, portatori di handicap o incapaci di intendere e di volere - ha evidenziato il comandante provinciale dell'Arma, il colonnello Vittorio Stingo -. Non c'è stata nessuna collaborazione e questa indifferenza collettiva per la sofferenza altrui ci ha colpito. Il branco era costituito da giovani, sposati e padri di figli, che riprendevano le loro violenze con i cellulari per poi diffondere i video sui social - ha spiegato - per schernire questi soggetti deboli. Social che da mezzi di comunicazione diventano strumento di diffusione di violenza".

"Ci siamo ritrovati davanti alla 'banalità del male' perché gli indagati ridevano della sofferenza di queste persone che hanno una difesa molto più bassa trattandosi di invalidi civili e di gente che ha problemi fisici o psichici - ha detto il comandante della compagnia di Licata, il capitano Francesco Lucarelli -. E' emersa anche la cultura, come direbbe Papa Francesco, dello 'scarto'. Le vittime sono state considerate alla stregua di oggetto inutile con il quale potersi dilettare".

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Guarda il video
(servizio di Tele Studio 98)

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giovedì 7 maggio 2020

Il cardinale Montenegro: “L’emergenza migranti cresce di nuovo, l’Europa non ci aiuta”


Il cardinale Montenegro: 
“L’emergenza migranti cresce di nuovo, l’Europa non ci aiuta”

Intervista con l’Arcivescovo di Agrigento, che comprende Lampedusa: «All’Ue non interessa risolvere la questione immigrazione. Ha messo al centro il denaro, non l’uomo»



«Gli auguro di scoprire un territorio che è ricco di problemi, ma anche di beni, una terra difficile ma anche da amare. Una terra che, purtroppo, è alla fine dell'Europa ma che potrebbe essere sempre una terra di novità se ci fosse l'impegno di tutti per diventare forza». È con queste parole che il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, ha presentato, seppur virtualmente, la sua terra al nominato vescovo coadiutore monsignor Alessandro Damiano. «Sono stato io a parlare con il Papa», ha rivelato il porporato che il 22 maggio compirà 74 anni: dunque mancano poco più di 365 giorni alle dimissioni che ogni vescovo presenta al Papa al compimento del 75° anno. «Riducendosi la mia presenza ad Agrigento, per evitare che si creino dei mesi di vuoto perché il vescovo dovrà andar via e ne dovrà arrivare un altro e quindi la vita pastorale ne risentirà, ho chiesto di poter avere un coadiutore per poter vivere insieme questi mesi. Alla mia scadenza io andrò via e lui continuerà». Montenegro avrà «la gioia di condividere l'ultimo pezzettino del cammino insieme a lui». Questo è don Franco, come gli piace essere chiamato.

Essere Arcivescovo di Agrigento, che comprende Lampedusa, significa convivere ogni giorno con l’emergenza immigrazione. Nella quale l’Europa «ci sta lasciando soli», denuncia senza mezzi termini Montenegro. «All’Unione europea non interessa risolvere la questione. Ha messo al centro il denaro, non l’uomo».

Eminenza, com’è la situazione degli sbarchi, dei soccorsi e dell’accoglienza?

«Sull’argomento migranti non è che si sia trovata la soluzione. La provvisorietà che c’era prima continua a essere tale. Un po’ l’inverno ci ha sempre aiutati perché col freddo diminuiscono gli arrivi dei disperati del mare, ma ora che torna la bella stagione i numeri crescono di nuovo. È sempre così. Per esempio a Lampedusa negli ultimi giorni ne sono arrivati circa 130».

Come sono stati sistemati?

«Sistemati è una parola ottimista. La prima notte hanno dormito al porto, all’addiaccio, all’aperto. Poi abbiamo messo a disposizione un locale della parrocchia, e la stessa cosa ha fatto la prefettura, per cui in qualche modo la gente è stata riparata. Ma l’organizzazione è sempre precaria se non assente».

E l’Europa?

«Fa finta che non ci sia il problema. D’altronde, perché dovrebbe porselo se tanto lo può evitare? L’Ue non ha messo al centro l’uomo, ma il denaro. È impostata male, e se dovesse continuare su questa linea, segnata dall’assenza di solidarietà, si sfascerà». 

Che cosa Le fa più male?

«Al prossimo naufragio ci saranno le stesse reazioni indignate di circostanza, e poi nel giro di 24 si tradurranno in indifferenza. Vedere morire gli uomini solo perché vogliono vivere, venire a morire sulle nostre sponde: se siamo persone civili, se siamo cristiani, dovrebbe esserci solo tristezza che porta a reazioni pratiche per evitare davvero queste tragedie e aiutare veramente chi è nel bisogno drammatico. Servono scelte concrete diverse».

La politica quale ruolo deve avere in queste scelte diverse?

«Deve essere più determinata e determinante, perché sono i governanti che fanno le leggi, sono loro che davanti ai problemi della società civile devono essere allertati e capaci di provvedere. Il mondo è gravemente squilibrato, perché ci sono tanti uomini più deboli e più fragili: la politica non può accettare questo. Ma l’impressione è che non voglia affrontare questo tema. È troppo scomodo e poco redditizio in termini di consenso. È perdente. Eppure, il fenomeno immigrazione è decisivo. È la chiave di lettura per la nuova società».

Il Pontefice teme quel «prima noi» che evoca dittature del secolo scorso: continua a incidere questo messaggio?

«Sì, vuole dividere la società in due». 

In che senso?

«Il mondo prima lo abbiamo globalizzato, lottando perché diventasse villaggio globale, ora lo stiamo dividendo, in noi e negli altri. Il comportamento che stiamo avendo con donne e uomini che arrivano dall’altro continente alimenta la divisione tra ricchi e poveri. Se vogliamo costruire un futuro diverso per i nostri ragazzi non possiamo continuare ad alzare muri».

Però come si coniuga l’apertura con sicurezza e prudenza?

«Sicurezza non può essere il titolo del piano da studiare e svolgere. Accoglienza, deve essere la parola chiave. La sicurezza deve essere parte della convivenza civile a prescindere, non diminuisce con l’arrivo dei migranti. In Sicilia c’è la mafia, altro che i migranti. Gli amministratori che sanno guardare avanti, pensando al bene comune, devono governare in modo che ogni cittadino possa vivere in tranquillità, italiano o straniero che sia». 

I cristiani stanno facendo la loro parte?

«Moltissimi sì. Ma troppi sono stati coinvolti nel sentimento di chiusura nei confronti del diverso. Stanno lasciando prevalere la paura, spesso strumentalizzata, alimentata artificiosamente ed enfatizzata da certa parte politica. Noi cristiani dobbiamo ricordare sempre che il nostro riferimento è il Vangelo. Scegliere la via dell’individualismo e dell’egoismo vuol dire strappare alcune pagine del Vangelo. E scollare Gesù dalla nostra vita. Non possiamo prendere solo il Gesù che ci conforta. Gesù ci guida nell’intero percorso della nostra esistenza, apre la strada su cui incontriamo ogni giorno il prossimo nel dolore e nell’angoscia, gente che ci chiede aiuto direttamente o indirettamente. Alla fine della nostra vita troveremo alle porte del Paradiso queste persone sofferenti, che ci diranno “entra” o “resta fuori”».

(fonte: La Stampa, articolo di Domenico Agasso jr 05/05/2020)


martedì 21 aprile 2020

“Il virus stravolge la Chiesa. L’Europa? Basta egoismi” intervista a Francesco Montenegro a cura di Carlo Tecce

“Il virus stravolge la Chiesa. 
L’Europa? Basta egoismi” 
intervista a don Francesco Montenegro,
 cardinale 
 a cura di Carlo Tecce 

Testo parziale tratto da il "Fatto Quotidiano”
 del 20 aprile 2020


...
"Io credo in un Dio presente, vicino all’uomo in qualsiasi situazione, però devo rispettare le indicazioni dello Stato, valutare il contesto e proteggere i più fragili. Ciò non significare diventare succubi. Io sono un cristiano e sono un cittadino. La fede non è una bacchetta magica che fa scomparire il buio, è la luce che ci spinge a camminare nel tunnel.

Qualcuno suggeriva le messe per Pasqua. 
La nostra fede ha un aspetto comunitario e sacramentale. Ho consigliato ai parrocchiani di mettere il Vangelo al centro della casa come noi in chiesa abbiamo il tabernacolo. Non serve praticare la fede dei gesti, andare a messa con il sentimento di chi paga le tasse, spolverare la coscienza e sentirsi buoni cristiani oppure illusi di aver strappato un pezzettino di Paradiso. Questa pandemia è un’esperienza devastante, si ammassano le macerie attorno a noi, domani saremo chiamati a ricostruire – scriva con la maiuscola, per favore – una nuova Chiesa, una nuova Società, una nuova Europa. 

In ordine: una nuova Chiesa. 
Il nostro perimetro va allargato, non ristretto. I poveri sono i grandi assenti. Papa Francesco ha spalancato le finestre, a volte patisce la solitudine. Non possiamo tollerare i cristiani che disprezzano gli immigrati, non possiamo accettare la fede dal divano o dai palazzi. Il virus ci ha spinti a lanciare scialuppe di salvataggio, si sono creati legami solidi seppur a distanza, c’è un movimento che si è riacceso. Non sprechiamo un’occasione, non alziamo steccati. 

Una nuova Società.
Rimuoviamo la logica del più forte. Abbattiamo i muri, dentro e fuori. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi, dormire sereni mentre migliaia di uomini muoiono affogati in acqua e milioni di africani vivono con qualche dollaro in capanne di fango. Ci riguarda da vicino, è una nostra responsabilità. Non possiamo osannare la ricchezza e scordarci la sanità pubblica. Non possiamo escludere gli anziani, i nullatenenti, i disabili. Negli ospedali, dopo stagioni di tagli alle risorse, si è dovuto scegliere chi curare. I vincoli economici hanno sfasciato la sanità universale. Il mondo che ci siamo allestiti, che ha dimenticato la natura e l’essenziale, ci sta cadendo addosso per un virus. Ci sentivamo padroni, ci siamo ritrovati schiavi. Francesco cita l’ecologia integrata, cerchiamo di avere uno sguardo ampio, non di soffermarci sui nostri piedi, ma di muoverli. Quale nazione oggi può avere l’arroganza di gridare “basto a me stessa”? 

Una nuova Europa.
Mi sono occupato di migranti per la Cei e sono stato presidente della Caritas, spesso ho dialogato con i funzionari di Bruxelles, sono stato al Parlamento e pure a un Consiglio europeo e mi spiace conservare pessimi ricordi. L’Unione ha sempre seguito la bussola del rigore contabile, non della prosperità sociale. Non ha ridotto le distanze tra nord e sud. Io ho paura che l’acronimo Ue diventi “unione egoismi” e perda la sua utilità e il suo ruolo nella storia. Io chiedo all’Europa di avere coraggio, di essere solidale, di investire nel futuro. L’Europa del denaro è a breve scadenza. La pandemia ci offre la possibilità di rimediare agli errori e va sfruttata con intelligenza. Ho letto che hanno supplicato scusa all’Italia perché abbandonata, il perdono non va negato, ma adesso impediscano che l’Italia vada in frantumi. Sotto l’emergenza sanitaria cova una emergenza sociale di proporzioni immani e io già lo percepisco. Sarà difficile resistere ancora a lungo sigillati in casa. Vedo una vecchia povertà. 
...


domenica 5 aprile 2020

“Entriamo nella Settimana Santa con quella passione che non è soltanto sofferenza ma è, soprattutto, amore più grande, amore che vince la morte, amore che tutto sopporta" Omelia don Franco Montenegro, cardinale

“Entriamo nella Settimana Santa 
 con quella passione 
che non è soltanto sofferenza 
ma è, soprattutto, 
amore più grande, 
amore che vince la morte, 
amore che tutto sopporta"
Omelia don Franco Montenegro, cardinale




“Quest’anno il racconto della passione di Gesù si lega strettamente a quanto stiamo vivendo… 
Mi sembra  che la passione di Gesù sia attuale nella via crucis di queste ultime settimane e nel calvario di tante persone e famiglie che, improvvisamente si sono trovate a guardare negli occhi la malattia e, spesso, anche la morte. Più degli altri anni, quest’anno si è creato un intreccio stretto tra la passione di Gesù e la nostra, fino al punto che possiamo leggere la sua dentro la nostra e la nostra sofferenza dentro quella di Gesù… Tutto questo genera in noi lo stesso stato d’animo di Gesù nel Getsemani e sulla croce: “L’anima mia è triste fine alla morte…Dio mio, Dio perché mi hai abbandonato?” Si, siamo spaventati, non ci sentiamo più al sicuro. Ci assalgono domande piene di paura perché potrebbe capitare a ciascuno di noi, ci sentiamo mancare il terreno sotto i piedi e diciamo con forza: “Padre, passi da me questo calice…lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.

E poi c’è la solitudine. Gesù resta solo; gli amici lo abbandonano; il suo corpo passa da una mano all’altra come fosse un oggetto. Viene spogliato delle vesti; gli viene posta una corona di spine e poi appeso, quasi nudo, a una croce. La solitudine di Gesù mi fa pensare alla solitudine causata dal virus; ci è stato chiesto di rimanere a casa; l’unica arma contro questo nemico invisibile è di evitare i contatti. È la solitudine della sofferenza che precede, accompagna e segue la morte. Gesù, abbandonato a una solitudine estrema, mi fa pensare a coloro che hanno contratto il contagio.
 I loro corpi sfiniti, all’interno di reparti di terapie intensive, senza contatto con l’esterno, soprattutto coi familiari. 

Al posto della corona di spine c’è un virus che drammaticamente porta lo stesso nome e che toglie anche il respirare. Si, così come la croce ha messo a dura prova il respiro di Gesù fino a causarne la morte. Nel cammino doloroso Gesù incontra il Cireneo, che lo aiuta perchè arrivi fino alla fine. Quanti Cirenei stiamo conoscendo in questi giorni! Medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine, personale delle case di riposo, cappellani degli ospedali, sacerdoti, tanti che nel silenzio rischiano la loro vita per aiutare qualcuno a portare la croce. Questo slancio di bene non risolve il problema, così come il gesto del Cireneo non ha risparmiato a Gesù la morte, ma lo ha fatto sentire meno solo. La storia della passione di Gesù  è abitata dalla speranza. Gli eventi che ci stanno travolgendo soffiano sulla fiaccola della speranza quasi volessero spegnarla.  ...
Mettiamoci in questa settimana in ascolto di Gesù; impariamo da Lui come mettere insieme sofferenza e forza… entriamo perciò nella Settimana Santa con l’intento di prendere da Gesù la speranza che ci manca, di imparare da Lui come la passione può trasformarsi in pazienza, in attesa che Dio intervenga e ci faccia anche comprendere non solo il “perché” di questo virus ma cosa significa questa triste pagina della nostra storia… 
Noi cosa stiamo imparando da questa pandemia? Speriamo di imparare qualcosa affinché appena tutto sarà finito possiamo ripartire mettendo al centro ciò che davvero vale”. 

.. Penso ai nostri e ai tanti giovani; a loro che sono la nostra speranza ma anche il nostro presente; sentiamoli come il sorriso di Dio per il nostro “oggi”; da loro, in questi giorni stiamo avendo grandi lezioni di generosità. ” 

“Entriamo nella Settimana Santa  con quella passione che non è soltanto sofferenza ma è, soprattutto, amore più grande, amore che vince la morte, amore che tutto sopporta. Ci aiuti in questo cammino la Vergine addolorata, ci prenda per mano e ci aiuti a rialzare il capo per arrivare preparati alla Pasqua di risurrezione”.

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Omelia integrale



Video per GMG Diocesana: “GIOVANE, DICO A TE, ALZATI!” - Lc 7,14 -
pubblicato su Istagram della Pastorale Giovanile

"Voi siete il raggio di Dio nel mondo.
Alzatevi !! Significa oggi non perdete la speranza, la generosità.
In questo tempo particolare approfittatene per guardate il mondo così come è fatto e mettetevi in gioco, perché avete il compito di portare l’odore della Risurrezione, l’odore della Pasqua. Voi siete il raggio di Dio nel mondo.
La vita non vale per cio che si ha, ma per cio che si è ..."


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Messaggio ai giovani



giovedì 26 marzo 2020

Mons. Montenegro alla 'sua' Messina: "Contro il Coronavirus serve speranza"


Mons. Montenegro alla 'sua' Messina:
"Contro il Coronavirus serve speranza"


«Chi spera ha sempre le scarpe sporche e lo sguardo rivolto verso la luce del sole»: in questa prova atroce che l'umanità sta vivendo, «solo guardando a Gesù potremo alimentare il serbatoio della speranza». 
Avevamo chiesto al cardinale Francesco Montenegro la possibilità di condividere una riflessione “controcorrente” sugli effetti che la pandemia da Coronavirus sta generando nell'uomo e lui, con la pacatezza del cuore che gli è propria e l'affetto incommensurato per la sua Messina, ha subito accolto la richiesta, con la preghiera però di rivolgerci a don Franco, sacerdote e uomo e non al cardinale.

L'arrivo “inaspettato” della pandemia con la conseguente sospensione delle celebrazioni religiose, la fame di Pane, il senso di smarrimento, ci hanno fatto scoprire una fragilità che non pensavamo di avere.

«È una lezione che avremmo preferito non apprendere, è come se i nostri calcoli fossero saltati. In questo tempo è fondamentale resettare la fede riscoprendo Dio in noi attraverso la preghiera, che non è una mera richiesta di aiuto, consapevoli della sua paterna e costante vicinanza. Questo è un tempo favorevole per ritrovare il gusto dell'Eucarestia “ridotta” a precetto, cibandoci di Gesù attraverso il Vangelo nel tabernacolo della famiglia piccola chiesa domestica».

Sentiamo la mancanza delle relazioni sociali, degli abbracci, dell'altro come scambio e complemento di umanità, ci sentiamo abbandonati da Dio.

«Solo adesso ci accorgiamo quanto la vicinanza dell'altro sia indispensabile, la stessa che spesso ci infastidisce a tal punto da non riuscire a guardare negli occhi chi abbiamo di fronte. Il bisogno di calarci nell'anonimato ha rarefatto il senso della solidarietà, quella luce che ci faceva vedere la sofferenza del fratello vicino, ammalato, solo, senza un tetto; eppure, questa pandemia non ci sta togliendo Qualcuno, Dio è rimasto con noi».

Secondo quanto stabilito dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti i riti della Settimana Santa saranno in parte omessi e comunque celebrati dai sacerdoti a porte chiuse. Per molti dunque non sarà Pasqua senza le tradizioni.

«La Pasqua già c'è, la celebriamo ogni volta che partecipiamo alla messa, le tradizioni non servono. La ricorrenza annuale è solo una memoria della Risurrezione, essenza del nostro essere cristiani: la fede non è emozione, ma consapevolezza che il Signore è presente nella nostra vita.

In questi giorni si parla molto del sacrificio di medici e operatori sanitari, volontari e commercianti, ma poco dei sacerdoti: ne sono morti circa 50 ad oggi a causa della pandemia e il Santo Padre ha esaltato il loro “essere in mezzo alla gente sofferente”.

«Il sacerdote, purtroppo, spesso è visto come mero esecutore di riti senza che ne vengano apprezzate le sue doti umane, eppure è il solo capace di parlare di speranza, facendosi ponte di Dio fra cielo e terra».

Qualche settimana fa da una radio nazionale abbiamo sentito un sacerdote parlare di questa pandemia in termini di nemesi divina contro le malefatte dell'uomo: è così?

«Come possiamo parlare di maledizione divina se nel Vangelo è scritto che Dio è quel pastore che cerca la sua pecorella smarrita, quel padre che aspetta il ritorno del figlio che lo aveva abbandonato, che ha gettato i nostri peccati in fondo al mare? Lui non ci ha mai chiesto di amarlo, ha dato a noi l'impegno di amare gli altri».

Come spiegherebbe questo virus a un bambino?

«È come una galleria, che sembra nascondere la bellezza del panorama (la vita), lasciandoci col fiato sospeso per farci riscoprire, al termine, la bellezza di quei colori che l'oscurità aveva celato».



sabato 7 marzo 2020

Emergenza Coronavirus - Il messaggio del card. Montenegro: "Chiediamoci come affrontare cristianamente questo momento... Abbiamo bisogno di pregare e di pregare tanto. Sosteniamoci tutti con la preghiera. Sentiamoci una sola famiglia e facciamo circolare tutto il bene possibile che Dio ha messo nel nostro cuore."

Emergenza Coronavirus - Il messaggio del card. Montenegro: 
"Chiediamoci come affrontare cristianamente questo momento... 
Abbiamo bisogno di pregare e di pregare tanto... 
Sosteniamoci tutti con la preghiera. Sentiamoci una sola famiglia e facciamo circolare tutto il bene possibile che Dio ha messo nel nostro cuore."

Pubblichiamo il messaggio dell’Arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro, all’Arcidiocesi, in merito all’emergenza Coronavirus.


In questo momento in cui tutti ci sentiamo preoccupati e forse un pò smarriti per via della diffusione del coronavirus sento il bisogno di raggiungervi, per manifestare a tutti e a ciascuno vicinanza e per rafforzare quel senso di famiglia che diventa più necessario soprattutto nelle situazioni difficili.

L’epidemia in corso ci ha colto tutti di sorpresa; sapevamo di fenomeni simili nella storia ma, probabilmente, pensavamo che ne saremmo rimasti estranei. Ci poniamo tante domande: come è potuto succedere? Quando si troverà un rimedio? Cosa dobbiamo e possiamo fare? Le autorità civili ci stanno dando delle indicazioni alle quali ci atteniamo perché sono pensate per il nostro bene; le ringraziamo per quanto stanno facendo e cerchiamo di essere responsabili osservando tutto ciò che è utile per salvaguardare la salute propria e quella degli altri. La gratitudine va anche agli operatori sanitari che con dedizione e professionalità stanno accanto a quanti sono colpiti dalla malattia.

Come sapete, qualche giorno fa anch’io ho pubblicato delle disposizioni alle quali vi chiedo di dare la debita attenzione. Ma insieme a tutto ciò che potrebbe rientrare nelle indicazioni di buon senso chiediamoci come affrontare cristianamente questo momento.

Passata l’emozione di panico o di paura legata alle tante informazioni che ci arrivano rimane l’interrogativo: cosa ci sta chiedendo il Signore? Vi confesso che da giorni mi porto dentro questa e altre domande, rispetto alle quali non so darmi risposte. Mi viene però da pensare che in un tempo in cui tutti ci sentivamo sicuri per il progresso scientifico e tecnologico, all’improvviso ci siamo trovati a fare i conti con un grande senso di precarietà.

Il virus – realtà infinitamente piccola tanto da essere invisibile all’occhio umano – d’improvviso si è messo davanti a tutte le nostre conquiste, mettendole in crisi. A ragione ci sentiamo vulnerabili; e di fatto lo siamo. Forse, con più evidenza, ci stiamo accorgendo di non essere onnipotenti, di non riuscire a dominare tutto, di non essere i padroni del mondo. Stiamo toccando con mano quello che dice Gesù nel Vangelo: “anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” (Lc 12,15). La precarietà ci ricorda – adesso più che mai – che siamo nelle mani di Dio, che siamo povere e deboli creature, con la mano tesa verso il Creatore, chiamate a superare tutte le coniugazioni del verbo “avere” per vivere meglio quelle del verbo “amare”. Usciremo più forti da questa vicenda se la affronteremo con umiltà e se riprenderemo il cammino della vita sapendo che il problema non è quello di sostituirci a Dio ma di servirlo e di amarlo. Questo senso di profonda umiltà ci porti a riconoscere il bisogno di una profonda conversione della e nella nostra vita. Dio non vuole il male, non vuole la morte ma ci chiede sempre di cambiare il cuore, di correggere il tiro per centrare, finalmente, il bersaglio nella nostra vita. Non sono discorsi astratti ma atteggiamenti che dobbiamo riprendere a coltivare se davvero vogliamo dare un senso a ciò che ci sta succedendo. E tutto questo si rende possibile nella preghiera. Ve lo chiedevo qualche giorno fa e ritorno a farlo: abbiamo bisogno di pregare e di pregare tanto. Ci sono state raccomandate delle limitazioni che ci chiedono di evitare assembramenti nelle chiese ma questo non vuol dire che non possiamo pregare. Dobbiamo bussare con forza al cuore di Dio perché al più presto ci liberi da questo male. Dalle nostre comunità e dalle nostre case si innalzi incessante l’invocazione di aiuto e di misericordia. Nella preghiera sentiremo ancora le parole consolanti di Dio: “Non temere, io sono con te per proteggerti, io sono il tuo scudo, io cammino davanti a te, io ti amo…”. La certezza che Dio è dalla nostra parte ci darà la voglia di lottare insieme, di mettere fuori quell’insospettata riserva di forza che tutti possediamo e di vedere, attraverso la crepa di questa situazione, la luce del Risorto che ci incoraggia e ci da speranza.

Sosteniamoci tutti con la preghiera. Sentiamoci una sola famiglia e facciamo circolare tutto il bene possibile che Dio ha messo nel nostro cuore.

Il mio abbraccio e la mia benedizione per tutti voi

Agrigento, 7 marzo 2020
+ don Franco, Arcivescovo


sabato 1 febbraio 2020

La Chiesa povera e dei poveri - Lectio (Lc 4, 14-21) del Card. Francesco Montenegro (Video integrale)

La Chiesa povera e dei poveri 
Lectio (Lc 4, 14-21)  del
Card. Francesco Montenegro 

Tenuta sabato 25 gennaio 2020 
nell'ambito dell'Assemblea Pastorale della Chiesa di Palermo 
"Il Messaggio di Papa Giovanni XXIII oggi"
 25-26 Gennaio 2020



... Gesù proclama la fine della schiavitù e di ogni altra forma di asservimento, Lui si allinea con gli umili e gli umiliati. Lo vediamo in fila con loro sulle rive del Giordano. Prende posizione e libera l'uomo.
Ecco la buona notizia! E’ un Dio che si schiera , non resta neutrale, si mette dalla parte degli ultimi, non si mette dalla parte dei forti, non è preoccupato di portare gli ultimi a Dio, ma di portare Dio a loro, gli altri al mondo delle relazioni, dell'amore, senza che debbano dipendere dagli altri. 
Ascolta il loro grido e il suo sguardo non li abbandona più. 
Ormai da quel momento nessuno può permettersi di dominare sugli altri o di appropriarsi dei beni che appartengono a tutti. Il discorso vale anche per noi oggi.
... ma non dobbiamo avere paura di amare. Perché probabilmente non riusciamo ad amare, perché abbiamo paura di farlo, perché l'amore è impegno. è avventura, l'amore va osato, l'amore è la rivoluzione della tenerezza!
Direbbe monsignor Bello: “Amare” voce del verbo morire.  E a nessuno piace morire, … l'amore mette sempre in questione l'amore, cambia il cuore, l'amore è fatica, è più facile cambiare abitudini, è più facile cambiare stili di vita, ma è difficile cambiare mentalità, perché significa cambiare il cuore e convertire il cuore.

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lunedì 30 dicembre 2019

Il card. Francesco Montenegro tra i testimonial della campagna sulla sicurezza stradale rivolta ai giovani: «Ragazzi, la vita è preziosa, per questo vi dico: “Picciò, accura!” (Ragazzi, prudenza!) ». - video





Campagna ANCE “Picciò, accura!”: 
Il card. Montenegro, in vespa, tra i testimonial (VIDEO)

C’è anche l’arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro, tra i testimonial della campagna sulla sicurezza stradale rivolta ai giovani dallo slogan “Picciò, accura!” (Ragazzi, prudenza!). Il progetto è promosso da Ance (Associazione nazionale costruttori edili) di Agrigento con lo scopo – come si legge nel comunicato stampa – di“stimolare nei ragazzi la consapevolezza dei pericoli presenti sulla strada, spingerli a prestare attenzione e ad avere comportamenti responsabili. Tutto attraverso il ricorso a video messaggi da parte di personaggi agrigentini del mondo del giornalismo, dello spettacolo, della musica e delle istituzioni”.

Il tutto è stato preceduto e preparato da una intelligente e raffinata strategia comunicativa, con l’affissione – in posti strategici e ben visibili della città di Agrigento – di diversi manifesti murali , che non potevano non destare l’attenzione e stuzzicare la curiosità della gente che, leggendo lo slogan – “Picciò, accura!” – stampato su sfondo bianco con gli indirizzi social da seguire per partecipare attivamente (la pagina facebook e il profilo Instagram – piccioaccura, oltre che un apposito canale Youtube (Picciò, accura!), si sono chiesti:”che sarà mai?”; “Che cosa vogliono comunicare? , “che prodotto vendono?”, “attenzione a cosa?”… Interrogativi che hanno trovato risposta quando sono stati pubblicati sui canali social, i video. 

“L’idea di questa iniziativa – spiega il presidente di Ance, Carmelo Salamone – è nata nei giorni della ‘mattanza’ registratasi tra settembre e ottobre, quando, sulle strade agrigentine, persero la vita diversi giovani e giovanissimi in incidenti, tra l’altro, quasi tutti autonomi. L’interesse di Ance, al netto del suo scopo sociale di Associazione dei costruttori – continua – è, quindi, di tentare, ove possibile, di stimolare un momento di riflessione sui rischi che si possono correre sulla strada, spesso correlati a comportamenti non corretti, come l’uso di droga e alcol, o, semplicemente la lettura delle notifiche del cellulare alla guida. Bisogna, a tutti i costi, fermare questa strage”. Comportamenti vietati e pericolosi, che, comunque, si aggiungono alle insidie che le nostre arterie stradali nascondono spesso per carenza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Tutto attraverso il ricorso a testimonial d’eccezione (hanno già prestato il loro volto i giornalisti Angelo Ruoppolo e Silvio Schembri e la responsabile agrigentina dell’Associazione italiana Familiari e Vittime della Strada Carmelina Nobile) e ad un messaggio (“Picciò, accura!”) che sfrutta la capacità di sintesi della lingua siciliana anche per tentare di essere più vicino a giovani e giovanissimi. “Ringrazio pubblicamente – conclude Salamone – tutti coloro che hanno prestato e presteranno il volto a questa campagna in modo gratuito e per puro spirito volontaristico, perché hanno condiviso con noi la volontà di tentare di salvare vite umane”. Del resto, il fenomeno che sembra non conoscere crisi. Stando a dati Aci, i sinistri mortali in provincia sono stati 17 nel 2016, 14 nel 2017, 6 nel 2018 e oltre una decina finora nel 2019. Quasi invariato il numero degli incidenti, che è passato da 440 nel 2016 ai 438 del 2018 con mediamente 700 feriti ogni anno.

Un cardinale in vespa

Per gli agrigentini e gli abitanti dei comuni vicini ad Agrigento, non desta più stupore vedere l’Arcivescovo usare la vespa per gli spostamenti. Una singolare abitudine che aveva da prete a Messina e e che ha mantenuto da Arcivescovo e Cardinale. In una intervista alla rivista Credere (cfr n. 3/2015) alla domanda della giornalistaa Vittoria Prisciandaro “Continuerà a girare la diocesi con la Vespa blu?” La risposta del card. Montenegro è stata: «Fino a quando ce la fa a portarmi… La stazza è quella che è… E il casco l’ho sempre usato». Persino papa Francesco, in un recente incontro col cardinale Montenegro, ha chiesto se girasse ancora in Vespa. E proprio in sella alla sua vespa, nel video, il cardinale lancia il suo appello: “Ragazzi, la vita è preziosa, per questo vi dico: Picciò, accura!”

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lunedì 24 dicembre 2018

“Abbiamo bisogno di un vero Natale - Fare Natale vero, riscoprendo il vero protagonista che è Gesù che nasce. Ricordiamoci dei poveri, non giriamoci dall’altra parte per non essere disturbati ...Natale è la festa della vita

“Abbiamo bisogno di un vero Natale
riscoprendo il vero protagonista che è Gesù che nasce. 
Ricordiamoci dei poveri, 
non giriamoci dall’altra parte per non essere disturbati ...
Natale è la festa della vita!!"
card. Francesco Montenegro


23.12.2018 - Dal palazzo vescovile di Agrigento il card. Francesco Montenegro incontra la stampa per il tradizionale scambio di auguri e la registrazione del messaggio di Buon Natale. 





“Fare Natale vero, riscoprendo il vero protagonista che è Gesù che nasce. Ricordiamoci dei poveri, non giriamoci dall’altra parte per non essere disturbati. Mi chiedo tante volte ma noi, un Dio così lo vogliamo davvero? Un Dio che quando lo seguo mi porta a fare le cose più impensabili. 


“Oggi viviamo in un mondo di plastica, fatto di apparenze, ma in realtà sta diventando tutto brutto.
Ciò che ci deve fare allarmare è che viviamo in un mondo finto, fatto di apparenze, di “plastica” lo definisce il Cardinale. Un mondo che sembra bello, ma che in realtà è brutto, vecchio e diffidente.
“Abbiamo paura gli uni degli altri, abusiamo degli altri, tentiamo di prevaricarli e in tutto ciò a rimetterci sono i più poveri. A noi dà fastidio parlare di immigrati perché li consideriamo degli intrusi, ma questa stessa storia non l’ha iniziata Dio? Quanti bambini muoiono a mare? Ormai non riesce a toccarci neppure la morte di un bambino su una barca e che viene gettato in mare dai genitori. Un pensiero va anche ai nostri poveri. Il Natale è la festa di tutti, anche di chi non riesce a stare bene. Andare in ospedale e augurare buon Natale potrebbe sembrare un augurio stonato. Invece è proprio in queste circostanze che bisogna dire buon Natale. Dire buon Natale in carcere, ai disoccupati, agli anziani; perché queste persone non sono sole, ma c’è Dio che le accompagna in questa fase della loro vita. Dire buon Natale ai nostri bambini che vogliamo fare grandi ad ogni costo; bambini che hanno già fatto l’esperienza dello spinello e della bottiglia. Un mondo senza Dio dove arriva? Con la gioia nel cuore, auguro buon Natale o meglio “vero natale” pieno di voglia di vivere, di novità per una terra che diventi più abitabile e il nostro territorio più vivibile”


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