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giovedì 5 agosto 2021

Dichiarazione di Pax Christi International in commemorazione degli attentati di Hiroshima e Nagasaki


Dichiarazione di Pax Christi International in commemorazione degli attentati di Hiroshima e Nagasaki


Pax Christi Italia si unisce a Pax Christi International nel commemorare le vittime di Hiroshima e Nagasaki e nel chiedere anche al nostro Governo l’adesione al trattato sul divieto Nucleare.

In questi giorni solenni del 6 e 9 agosto 2021, commemoriamo gli uomini, le donne e i bambini del Giappone che persero la loro vita quando gli Stati Uniti usarono le bombe atomiche contro le città di Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Decine di migliaia di persone trovarono la morte già nel momento delle esplosioni e molti altri sarebbero poi morti o si sarebbero ammalati a causa delle radiazioni. Come movimento per la pace, consideriamo questo primo uso di armi nucleari come uno degli eventi più devastanti della storia e un campanello d’allarme che l’umanità non deve dimenticare.

Quest’anno, finalmente, le nazioni di tutto il mondo stanno cercando di intraprendere un’azione congiunta per vietare le armi nucleari. L’instancabile testimonianza dei sopravvissuti del 1945 ha contribuito ad ispirare i governi e le organizzazioni della società civile a lottare per il nuovo Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore il 22 gennaio di quest’anno. È davvero una pietra miliare che le armi nucleari siano state finalmente vietate dal diritto internazionale e un passo importante per garantire che le atrocità avvenute in Giappone non si ripetano mai più.

Mentre ricordiamo le vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, Pax Christi International invita i governi a procedere rapidamente alla firma, alla ratifica e all’attuazione del trattato sul divieto nucleare. 55 Stati vi hanno già aderito. L’Austria ospiterà la prima riunione degli Stati sottoscrittori nel gennaio del prossimo anno. Il nuovo trattato consente a tutti i paesi la possibilità di unirsi per porre fine alla minaccia nucleare che incombe sul mondo sin dal giorno dei bombardamenti atomici del 1945. I primi passi concreti dovuti al trattato includono l’assistenza alle vittime dei test nucleari e il ripristino dei siti contaminati dai test nucleari.

Facciamo in modo quindi che questa commemorazione ci dia la forza e la perseveranza, insieme ai sopravvissuti di Hibakusha, ai leader della Chiesa, alle organizzazioni pacifiste, agli attivisti, ai responsabili politici e ad altre persone in tutto il mondo, per continuare il nostro lavoro per il disarmo nucleare e per la giustizia per le persone colpite dalle tragedie nucleari dal gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki.
(fonte: Pax Christi 5 Agosto 2021)


«La novità del Vangelo è radicale, non è passeggera: non ci sono vangeli “alla moda”, il Vangelo è sempre nuovo, è la novità.» Papa Francesco Udienza Generale 04/08/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 4 agosto 2021


Dopo la pausa di luglio, alla ripresa delle udienze generali il Papa torna a riflettere sulla Lettera ai Galati con una catechesi dal titolo "Il Vangelo è uno solo": se accolto nella sua autenticità porta la libertà e la salvezza.


 



Catechesi sulla Lettera ai Galati - 3. Il Vangelo è uno solo


Fratelli e sorelle, buongiorno!

Quando si tratta del Vangelo e della missione di evangelizzare, Paolo si entusiasma, esce fuori di sé. Sembra non vedere altro che questa missione che il Signore gli ha affidato. Tutto in lui è dedicato a questo annuncio, e non possiede altro interesse se non il Vangelo. È l’amore di Paolo, l’interesse di Paolo, il mestiere di Paolo: annunciare. Arriva perfino a dire: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo» (1 Cor 1,17). Paolo interpreta tutta la sua esistenza come una chiamata a evangelizzare, a far conoscere il messaggio di Cristo, a far conoscere il Vangelo: «Guai a me – dice – se non annuncio il Vangelo» (1 Cor 9,16). E scrivendo ai cristiani di Roma, si presenta semplicemente così: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio» (Rm 1,1). Questa è la sua vocazione. Insomma, la sua consapevolezza è di essere stato “messo a parte” per portare il Vangelo a tutti, e non può fare altro che dedicarsi con tutte le sue forze a questa missione.

Si comprende quindi la tristezza, la delusione e perfino l’amara ironia dell’Apostolo nei confronti dei Galati, che ai suoi occhi stanno prendendo una strada sbagliata, che li porterà a un punto di non ritorno: hanno sbagliato strada. Il perno intorno a cui tutto ruota è il Vangelo. Paolo non pensa ai “quattro vangeli”, come è spontaneo per noi. Infatti, mentre sta inviando questa Lettera, nessuno dei quattro vangeli è ancora stato scritto. Per lui il Vangelo è ciò che lui predica, questo che si chiama il kerygma, cioè l’annuncio. E quale annuncio? Della morte e risurrezione di Gesù come fonte di salvezza. Un Vangelo che si esprime con quattro verbi: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa» (1 Cor 15,3-5). Questo è l’annuncio di Paolo, l’annuncio che ci dà vita a tutti. Questo Vangelo è il compimento delle promesse ed è la salvezza offerta a tutti gli uomini. Chi lo accoglie viene riconciliato con Dio, è accolto come un vero figlio e ottiene in eredità la vita eterna.

Davanti a un dono così grande che è stato fatto ai Galati, l’Apostolo non riesce a spiegarsi come mai essi stiano pensando di accogliere un altro “vangelo”, forse più sofisticato, più intellettuale… un altro “vangelo”. È da notare comunque che questi cristiani non hanno ancora abbandonato il Vangelo annunciato da Paolo. L’Apostolo sa che sono ancora in tempo a non compiere un passo falso, ma li ammonisce con forza, con tanta forza. La sua prima argomentazione punta direttamente sul fatto che la predicazione compiuta dai nuovi missionari – questi che predicano la novità – non può essere il Vangelo. Anzi, è un annuncio che stravolge il vero Vangelo perché impedisce di raggiungere la libertà – una parola chiave - acquisita venendo alla fede. I Galati sono ancora “principianti” e il loro disorientamento è comprensibile. Non conoscono ancora la complessità della Legge mosaica e l’entusiasmo nell’abbracciare la fede in Cristo li spinge a dare ascolto a questi nuovi predicatori, illudendosi che il loro messaggio sia complementare a quello di Paolo. E non è così.

L’Apostolo, però, non può rischiare che si creino compromessi su un terreno così decisivo. Il Vangelo è uno solo ed è quello che lui ha annunciato; un altro non può esistere. Attenzione! Paolo non dice che il vero Vangelo è il suo perché è stato lui ad annunciarlo, no! Questo non lo dice. Questo sarebbe presuntuoso, sarebbe vanagloria. Afferma, piuttosto, che il “suo” Vangelo, lo stesso che gli altri Apostoli andavano annunciando altrove, è l’unico autentico, perché è quello di Gesù Cristo. Scrive così: «Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,11). Si comprende allora perché Paolo utilizzi termini molto duri. Per due volte usa l’espressione “anatema”, che indica l’esigenza di tenere lontano dalla comunità ciò che minaccia le sue fondamenta. E questo nuovo “vangelo” minaccia le fondamenta della comunità. Insomma, su questo punto l’Apostolo non lascia spazio alla trattativa: non si può negoziare. Con la verità del Vangelo non si può negoziare. O tu ricevi il Vangelo come è, come è stato annunciato, o ricevi un’altra cosa. Ma non si può negoziare, con il Vangelo. Non si può scendere a compromessi: la fede in Gesù non è merce da contrattare: è salvezza, è incontro, è redenzione. Non si vende a buon mercato.

Questa situazione descritta all’inizio della Lettera appare paradossale, perché tutti i soggetti in questione sembrano animati da buoni sentimenti. I Galati che danno ascolto ai nuovi missionari pensano che con la circoncisione potranno essere ancora più dediti alla volontà di Dio e quindi essere ancora più graditi a Paolo. I nemici di Paolo sembrano essere animati dalla fedeltà alla tradizione ricevuta dai padri e ritengono che la fede genuina consista nell’osservanza della Legge. Davanti a questa somma fedeltà giustificano perfino le insinuazioni e i sospetti su Paolo, ritenuto poco ortodosso nei confronti della tradizione. Lo stesso Apostolo è ben cosciente che la sua missione è di natura divina – è stata rivelata da Cristo stesso, a lui! – e quindi è mosso da totale entusiasmo per la novità del Vangelo, che è una novità radicale, non è una novità passeggera: non ci sono vangeli “alla moda”, il Vangelo è sempre nuovo, è la novità. La sua ansia pastorale lo porta a essere severo, perché vede il grande rischio incombente sui giovani cristiani. Insomma, in questo labirinto di buone intenzioni è necessario districarsi, per cogliere la verità suprema che si presenta come la più coerente con la Persona e la predicazione di Gesù e la sua rivelazione dell’amore del Padre. Questo è importante: saper discernere. Tante volte abbiamo visto nella storia, e anche lo vediamo oggi, qualche movimento che predica il Vangelo con una modalità propria, alle volte con carismi veri, propri; ma poi esagera e riduce tutto il Vangelo al “movimento”. E questo non è il Vangelo di Cristo: questo è il Vangelo del fondatore, della fondatrice e questo sì, potrà aiutare all’inizio, ma alla fine non fa frutti perché non ha radici profonde. Per questo, la parola chiara e decisa di Paolo fu salutare per i Galati ed è salutare anche per noi. Il Vangelo è il dono di Cristo a noi, è Lui stesso a rivelarlo. È questo che ci dà vita.


Guarda il video della catechesi


Saluti

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APPELLO

A un anno dalla terribile esplosione avvenuta nel porto di Beirut, capitale del Libano, che ha provocato morte e distruzione, il mio pensiero va a quel caro Paese, soprattutto alle vittime, alle loro famiglie, ai tanti feriti e a quanti hanno perso la casa e il lavoro, e tanti hanno perso l’illusione di vivere.

Nella Giornata di preghiera e di riflessione per il Libano, il 1° luglio scorso, insieme ai Leader religiosi cristiani, abbiamo accolto le aspirazioni e le attese del popolo libanese, stanco e deluso, e invocato da Dio luce di speranza per superare la dura crisi. Oggi faccio appello anche alla Comunità internazionale, chiedendo di aiutare il Libano a compiere un cammino di “risurrezione”, con gesti concreti, non soltanto con parole, ma con gesti concreti. Auspico che in tal senso sia proficua la Conferenza in via di svolgimento, promossa dalla Francia e dalle Nazioni Unite.

Cari Libanesi, il mio desiderio di venire a visitarvi è grande, e non mi stanco di pregare per voi, perché il Libano ritorni a essere un messaggio di fratellanza, un messaggio di pace per tutto il Medio Oriente.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare ai bambini della Scuola Primaria di Montalto Uffugo, agli adolescenti di Bovisio Masciago, agli alunni della quarta superiore di Volpago del Montello, all’Associazione “I Sorrisi degli Ultimi” e ai pellegrini che sono venuti da Brno in bicicletta: bravi, bravi.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, che sono la nostra saggezza, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Vi affido alla materna protezione della Vergine Maria, che la Liturgia di domani, festa della dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, ci invita a contemplare nell’icona della Salus Populi Romani.

A tutti la mia Benedizione.


Guarda il video integrale


mercoledì 4 agosto 2021

4 agosto: memoria di San Giovanni Maria Vianney - Papa Francesco: “V’invito a pregare in modo particolare per i vostri parroci e per tutti i sacerdoti” - IL PATRONO DEI PARROCI CHE FU CACCIATO DAL SEMINARIO - Alla scuola di S. Giovanni Maria Vianney di Antonio Savone

4 agosto: memoria di San Giovanni Maria Vianney, 
noto come Curato d’Ars, patrono dei parroci.

“Nel riprendere i nostri incontri settimanali, oggi, memoria di San Giovanni Maria Vianney, v’invito a pregare in modo particolare per i vostri parroci e per tutti i sacerdoti”. 
Così Papa Francesco, durante l’udienza di oggi, la prima dopo la pausa estiva, ha salutato i fedeli di lingua portoghese, al termine della catechesi. “Possano, ispirati dall’esempio del Santo Curato D’Ars, offrire le loro vite alla missione di predicare il Vangelo della salvezza”, l’auspicio di Francesco.


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SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY, IL PATRONO DEI PARROCI CHE FU CACCIATO DAL SEMINARIO


Il Curato d’Ars proveniva da una famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell'agosto 1815, ad essere ordinato prete. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell'abbé Charles Balley, parroco di Ecully, vicino Lione: lo avviò al seminario e lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Si dedicò all'evangelizzazione, attraverso l'esempio della sua bontà e carità. Benedetto XVI nel 2009 ha indetto l’Anno sacerdotale nel 150° anniversario della sua morte


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Alla scuola di S. Giovanni Maria Vianney
Esercizi spirituali seminaristi – Ars 2011 –
di Antonio Savone

A scuola di umiltà

Il Curato d’Ars era un umanamente povero, non dotato di chissà quali capacità o risorse. Ha impiegato non poco per diventare prete anche se ben presto aveva cominciato a pensare a questa scelta di vita. Fu ordinato a 29 anni superando non poche traversie nelle quali emergeva la sua tenacia a voler rimanere fedele alla vocazione che egli riteneva ricevuta da Dio proprio mentre faceva esperienza dell’inadeguatezza dei suoi mezzi umani. Non aveva una memoria brillante, faticava ad intendere e a discernere: si possono immaginare le umiliazioni e le sconfitte cui fu sottoposto. Esami falliti, recriminazioni di ogni tipo. L’umiltà è stata senz’altro una delle virtù che più lo ha caratterizzato.

Oggi si esalta – anche in seno alla comunità cristiana e in seno al presbiterio – chi è pieno di sé, chi ha una fiducia incondizionata nelle proprie risorse, chi non arretra di fronte a nulla. Non poche volte queste sembrano le attitudini necessarie per un candidato al sacerdozio. Tuttavia, l’umiltà è la virtù che non può mancare in un cristiano e tanto più in un prete e in chi si prepara ad esserlo. Cosa intendo? L’umiltà come consapevolezza di non meritare il sacerdozio, come consapevolezza che il dono fattoci dal Signore è infinitamente più grande di noi: io non posso essere sacerdote pensando di bastare a me stesso ma solo in una comunione da cui ricevo molto e a cui devo molto. L’umiltà come verità, per usare un’espressione di s. Teresa.

Sono prete umile? Sono un seminarista umile? Come ho vissuto e come intendo vivere la dimensione dell’umiltà? Non c’è identità sacerdotale senza umiltà. Dove manca l’umiltà cresce l’ipocrisia, si moltiplica la presunzione, aumentano le pretese tanto da non essere più capaci di dono di sé ma solo uomini che dilatano a dismisura la loro bramosia di successo.

La vicenda del Curato d’Ars è stata una scuola che lo ha plasmato sulla via dell’umiltà giorno dopo giorno: pensiamo soltanto a quante tentazioni paurose ha subìto, quanti scoramenti di disperazione!

Oggi ci fa ridere che questo giovane prete trentenne abbia avuto paura dell’inferno. E invece deve farci pensare: non siamo forse troppo disinvolti? Non viviamo con una certa sicumera alcuni doni di Dio che se solo ne avessimo consapevolezza non ci farebbero che tremare? Quale consapevolezza che lui è i il Signore?

L’atteggiamento di umiltà è propedeutico a un itinerario vocazionale ma è anche ciò che fa una seria identità di prete.

Quando manca quel confronto continuo tra la mia condizione di fragilità e il mistero santo di Dio a me partecipato ecco che il ministero diventa ripetitivo, annoiato, ci si ritrova stanchi di fare sempre le stesse cose, di vivere sempre le stesse difficoltà. Dimentichiamo così che se ripetitivi possono essere i gesti il mistero non si ripete, sempre, di nuovo, si attua e si rende presente.

Il Curato d’Ars non era mai frustrato, mai stanco, mai deluso: le sue tentazioni di fuga, infatti, non nascevano da queste esperienze ma dallo sgomento che lo prendeva ogni volta che ripensava alla incommensurabilità del dono a lui partecipato.

Mentre noi vorremmo capire tutto, scandagliare tutto, quest’uomo conosceva bene un gesto che noi abbiamo disimparato: gettarsi a terra davanti al tabernacolo proprio per assaporare il mistero di non capire e nello stesso tempo la gioia di credere e di rimanere fedele.

Il mistero della mia fragilità esalta ed illustra la magnificenza del Signore.

A scuola di ministerialità

Questo povero prete – come si era soliti chiamare il Curato d’Ars – era il continuatore della missione salvifica di Cristo nel mondo, era ministro dell’amore del Padre.

Cosa vuol dire essere costituiti ministri mediante l’ordinazione? L’itinerario della santità del prete è il suo ministero. Il ministero non è un ostacolo alla santità del prete quasi che l’essere ministri per altri ci impedisca di pensare a noi stessi. L’essere ministri non è qualcosa a latere della nostra identità sacerdotale, ma deve essere la sostanza del nostro sacerdozio. Fare del ministero ed essere ministri non si equivalgono. Quanti, esercitando un ministero, sono animati da atteggiamento di potere e di prepotenza. Non poche volte si fa il ministro senza voler essere ministro: si assume un compito senza voler essere servi.

Non sono venuto per essere servito ma per servire: chiamati anche noi a essere servi, sacramento del ministero di Gesù.

Divenuto prete, per il Curato d’Ars vivere era esercitare il ministero. Non aveva altro da fare che essere prete. Noi facciamo fatica a totalizzare questa identità: basti pensare a quante energie profondiamo per curare i nostri hobbies.

Il Curato d’Ars non aveva un programma di vita: il suo programma era l’abbandonarsi alle esigenze pastorali. Questo dava unità al suo essere prete. Non c’erano altre ragioni di vita, non esistevano altri criteri per decidere cosa fare: consegnato al ministero non con l’atteggiamento del padrone ma del servo.

L’essere ministro prendeva il suo tempo e i suoi interessi: trascorreva in confessionale dalle 15 alle 17 ore al giorno. Era il suo ministero a prendere le decisioni per lui.

Come immagino il mio ministero? Come lo penso? Quanto in me è presente il dualismo tra ministero da una parte e itinerario di santità personale dall’altra? Da dove le ragioni della mia preghiera? Può dire un prete che la sua vita di preghiera personale è una cosa e il suo ministero un’altra?

Non poche volte pensiamo all’essere preti ognuno a modo suo, della serie: lasciatemi fare il prete come voglio. Ma ha senso fare il prete a modo proprio? L’essere ministri radica ed emerge continuamente dal sacramento dell’Ordine, pertanto è essenzialmente una realtà di comunione. L’unico sacramento dell’Ordine che riceviamo esige l’unità del ministero. Si è ministri insieme: lo penso così il mio sacerdozio? Pensiamo solo per un attimo alle tensioni tra parroco e curato, vescovo e preti. Quanto avverto un’esigenza di comunione, di fraternità, di condivisione? Pensiamo a quante divisione in nome del ministero!

La biografia del Curato d’Ars attesta che pur nella povertà dei suoi mezzi, quest’uomo era sempre disponibile ad aiutare i suoi confratelli, non mancando nei momenti difficili e condividendo le preoccupazioni altrui.

A pensarci fa rabbrividire: i santi risolvono i problemi delle grandi dottrine senza neppure sapere che esistano delle dottrine. C’è una sapienza che nasce dalla santità della vita che non nasce da discettazioni sul tema.

Alla scuola di un uomo eucaristico

Scorrendo la biografia del Curato scopriamo che ha faticato non poco per arrivare ad essere prete: dicevamo delle umiliazioni subite, della pazienza che ha dovuto esercitare. Tutti attorno a lui pretendevano che egli capisse quel che diceva e quel che diceva e non fosse soltanto un uomo dai buoni sentimenti: volevano che egli possedesse la verità così da poterla trasmettere agli altri. Il suo vivo desiderio era diventare prete per dire messa. Quando era ragazzo, infatti, i preti erano perseguitati, costretti a vivere da clandestini: non era possibile officiare il culto e le chiese erano chiuse. Doveva fare della strada per trovare un prete che dicesse messa: gli capitò persino di partecipare alla messa detta da un prete scismatico perché aveva giurato fedeltà alla repubblica eversiva. Giovanni Maria era all’oscuro di questo: ad attrarlo era la messa. Aveva fame dell’Eucaristia: farà la prima comunione a 14 anni in un regime di clandestinità, in una stanza chiusa dall’interno. L’incontro con l’Eucaristia gli è costato non poco ma è proprio lì che è nata la sua vocazione, da quell’Eucaristia proscritta, ridotta in clandestinità. E il dire messa sarà il suo ministero. La sua messa attirerà non poche persone dal momento che non poche volte veniva tratto in estasi e tutti potevano deliziarsi di un fervore non comune.

In una parrocchia di 300 anime la frequenza a messa era solo quella delle donne, nessun uomo: e lui se ne faceva una pena tanto che si mise a cercarli uno ad uno. Ve li portò tutti, tranne uno e quell’uno gli peserà sul cuore attribuendo a se stesso, ai suoi peccati, il motivo di quel non essere riuscito.

La sua passione di prete si alimentava all’Eucaristia: in un contesto piuttosto povero era sua cura garantire alla liturgia il suo decoro. Povero com’era, contrario a tutto ciò che è inutile, fece di tutto per abbellire la sua chiesa proprio perché era il santuario dell’Eucaristia.

L’Eucaristia lo legava agli ammalati: non voleva che alcuno lo sostituisse nel portare la comunione agli ammalati, neppure alla fine, quando gli fu messo accanto un coadiutore.

In un clima rigorista, giansenistico, l’Eucaristia gli raddolcì lo spirito rendendolo pastore di misericordia e di bontà al punto che morirà con l’accusa di essere lassista.

Quanto percepisco l’Eucaristia come fondante e insostituibile per la mia vita di prete?

Quando penso al mio essere prete come mi penso? Impegnato in che cosa? Quando guardiamo alla vita di molti preti sono tante le cose che vengono prima e che sembrano essere la ragione del loro essere preti: dalle comunicazioni sociali alle nuove povertà al rapporto fede-cultura.

Se guardiamo alla vita del Curato d’Ars il suo primo ministero, quello che informava tutto il resto, era l’Eucaristia. Come mi preparo ad essa, come la vivo, che risonanze ha sulla mia vita? Qual è l’habitat del mio voler essere un uomo eucaristico?

Il Curato d’Ars fece di tutto per portare gli uomini al Signore: quante volte ci anima l’ansia di dover dir messa dappertutto fuori chiesa invece di fare in modo che i nostri fratelli si ritrovino là dove il Signore ha scelto di abitare. Non poche volte l’Eucaristia diventa un accessorio e non già il punto cardine a cui riferirsi e da cui lasciarsi ispirare. È l’Eucaristia che deve condizionare noi, non viceversa: noi siamo ministri di essa, non padroni. Certo il Signore si lascia portare ovunque ma sta a noi far risplendere la dignità e la bellezza del mistero celebrato.

Quante volte nelle nostre catechesi ci ritroviamo alla ricerca di argomenti à la page. Chi di noi parla ancora dell’Eucaristia? Ci sembra un tema desueto, da non frequentare. Per il Curato d’Ars esisteva un solo domicilio: in chiesa davanti al tabernacolo. Chi aveva bisogno di lui sapeva di trovarlo lì, di giorno e di notte.

Il Curato d’Ars era un adoratore: l’adorazione dell’Eucaristia lo rendeva capace di stupirsi, di meravigliarsi, di entusiasmarsi, di sorprendersi. Parlando, non a caso usava spesso l’esclamativo e non già soltanto per la sua scarsa preparazione culturale ma soprattutto perché era un uomo stupefatto

A scuola di preghiera

Non poche volte tra noi preti serpeggia la convinzione che la preghiera sia qualcosa di diverso, alternativo al ministero. Non poche volte siamo convinti che il nostro ministero è per gli altri al punto che, anche se celebriamo messa, non preghiamo.

A noi manca una educazione presbiterale alla preghiera. Ora, il programma di preghiera di un prete è il suo ministero. Cosa portiamo nella preghiera se non il nostro ministero, cioè quelle situazioni che ci coinvolgono, situazioni di cui veniamo a conoscenza, situazioni che ci interpellano? La preghiera è il tessuto connettivo di tutte le nostre azioni ministeriali, tanto di quelle sacramentali quanto di quelle che non lo sono e che nondimeno sono finalizzate alla testimonianza del Signore in mezzo ai fratelli.

Noi siamo consapevoli che è il Signore ad averci costituiti suoi ministri rendendoci atti a compiere tante cose. Ma siamo mandati nella misura in cui non perdiamo il contatto con lui.

Il Curato d’Ars non aveva molte cose da fare se non essere ministro e pregare. Pregava al punto da perdere la nozione del tempo, persino della fame e della sete. È l’esperienza contemplativa ciò che fa da collante a tutte le nostre disgregazioni. Non poche volte siamo soggetti a stress per il modo disumano in cui ci capita di vivere ma anche perché non abbiamo ancora imparato a valorizzare tutte le risorse della grazia che il Signore ha messo a nostra disposizione.

A scuola di perdono

Il Curato d’Ars è per eccellenza l’uomo del confessionale. Se l’Eucaristia gli riempiva l’anima ed era esperienza di comunione con il Signore, il sacramento della penitenza era il suo incontro con l’umanità ferita.

Il suo tormento fu la scoperta che la maggior parte della gente non si accostasse al sacramento della penitenza. Questo non lo lasciò tranquillo: davanti al SS. Sacramento si struggeva perché voleva che la gente fosse riconciliata con Dio. Si sentiva colpevole perché se i suoi parrocchiani erano peccatori ciò dipendeva da lui che non era riuscito a far conoscere loro fino in fondo le insondabili ricchezze della grazia di Dio. Quante volte era lui a fare la penitenza per i peccati altrui! Il patire per il peccatore, il partecipare alla passione e morte del Signore era per lui criterio di vita.

Accade sovente che noi preti ci abituiamo a sentire raccontare peccati. Ma quella sorta di disinvoltura di fronte al peccato degli altri è una insidia che non poche volte tradisce la disinvoltura di fronte ai nostri peccati. Il rischio è di diventare solo dei funzionari mentre i penitenti sono soltanto gli utenti di un servizio senza permetterla realizzazione di quel rapporto salvifico che è proprio del sacramento. Quando un peccatore non lascia un segno dentro di noi abbiamo esercitato solo una funzione. Pur avendoli confessati uno alla volta il più delle volte ci rimane il numero della statistica. Quale passione è accaduta dentro di noi mentre dicevamo: Io ti assolvo dai tuoi peccati?

Il perdono dato agli altri è strumento di conversione per noi. Nel sacramento della penitenza noi diventiamo partecipi della carità di Dio per ogni uomo, noi siamo lo strumento attraverso il quale Dio libera l’uomo dal peccato, noi la possibilità perché qualcuno possa fare ritorno al Padre che riapre loro le sorgenti della grazia e rinnova in loro la speranza: Va’ in pace e non peccare più.

Quante persone si accostano al Signore con animo contrito: ci sono dei giorni in cui l’esperienza della conversione di qualcuno a cui amministriamo il sacramento della penitenza può diventare viatico per la nostra stanchezza e sprone per la nostra fedeltà, per il superamento di certe tentazioni.

A scuola di carità

Tutti hanno diritto di bussare alla nostra porta e al nostro cuore e trovare accoglienza. Nostro compito è andare a cercare i fratelli. Guai all’atteggiamento della delega per cui distribuiamo servizi in modo che noi non siamo da nessuna parte. Oggi è tutto un discorso di organizzazione, di settori, di pastorale di un aspetto piuttosto che di un altro. Tutto serve nella misura in cui il prete resta ministro della carità. Non è l’organizzazione che fa la carità ma le persone: la carità, infatti, è un rapporto da uomo a uomo, da cuore a cuore. Chi incontra me deve poter dire di aver incontrato il Signore, di essere stato riconosciuto, guardato e accolto proprio come avrebbe fatto il Signore. Noi siamo il segno del cuore di Dio. Nostro compito è quello di essere anticipatori, di capire al volo, di renderci conto per primi.

Il Curato d’Ars ha amato la sua gente come non mai, quasi alla loro mercè: i poveri sapevano di trovare attenzione presso di lui. Li accoglieva a mensa: per loro non c’erano soltanto le due patate che abitualmente egli mangiava, ma ben di più.

Non aveva bisogno di chiedere al suo interlocutore chi fosse o da dove venisse: bastava bussare ed entrare per trovare accoglienza.

Una delle sue attenzioni speciali erano i malati: andava in crisi quando non riusciva ad assisterli com’era giusto che fosse.

Quante volte – si pensi a questi nostri giorni – ci perdiamo in discussioni infinite per stabilire se alcune cose tocchino o meno a noi. Quante problematiche, quante discussioni! E magari chi è nella necessità non trova nessuno che lo ascolti.

Detestava il peccato al punto da vivere nell’angoscia ma il Curato d’Ars amava i peccatori. I peccatori diventavano i finanziatori delle sue opere di carità: sapeva a chi ricorrere.

Quanto io ho attenzione alle persone? Mi sta a cuore conoscerle? Sono capace di ricordare volti, situazioni per entrare nel vissuto di chi il Signore mi affida? Quanto riesco a vivere relazioni di amicizia? Sono capace di instaurare un rapporto umano?

Alla scuola del Curato d’Ars si comprende che non è vero che il ministero è altra cosa dal nostro personale cammino verso la santità. Quest’uomo non ha frequentato una scuola di spiritualità: soltanto si è abbandonato al suo ministero che certo lo ha consumato ma senz’altro gli ha permesso di diventare santo.
(fonte: A casa di Cornelio)

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"Nella bocca del Drago" di Alex Zanotelli

"Nella bocca del Drago"
di Alex Zanotelli

Le stime dell’ONU dicono che entro 20-30 anni ben 5 miliardi di persone avranno gravissimi problemi di accesso all’acqua. Intanto, le mani della finanza e delle multinazionali si allungano ogni giorno con maggiore avidità sull’oro blu. Negli Usa si è arrivati a quotare l’acqua in borsa e i due più potenti colossi dell’Occidente, Veolia e Suez, si sono fusi in un unico gigante da 37 miliardi di fatturato. Già dieci anni fa, con il Referendum del 2011, il popolo italiano aveva compreso il pericolo e deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su un bene comune così prezioso. Gli otto governi che si sono succeduti da allora hanno fatto finta di non capire. E ora con il governo Draghi, siamo finiti mani e piedi nella bocca del ‘Drago’, cioè della finanza. Il PNRR mette a disposizione oltre 200 miliardi di euro per rilanciare l’economia, solo 4.38 sono destinati all’acqua ma c’è una paurosa spinta verso la privatizzazione su larga scala. Il PNNR vuole “rafforzare il processo di industrializzazione del settore idrico, favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala”. Più chiaro di così! Si tratta, quindi, di un processo industriale, di una gestione affidata al mercato e ai grandi gruppi industriali. L’Italia è uno dei paesi più colpiti in Europa dal dissesto idrico e, se non facciamo nulla, il rischio è di perdere la metà dell’acqua totale. Non possiamo più restare a guardare. Ritroviamoci insieme l’11 settembre per decidere come reagire.

Foto tratta dal Fliker di Aurelio candido

In questa torrida estate, le temperature in Nordamerica hanno superato di 20 gradi le medie stagionali, toccando i 50 gradi nella British Columbia. In Siberia, vicino a Verchojansk le temperature hanno superato i 47 gradi, accelerando lo scioglimento del permafrost!

Ma anche in Europa stiamo toccando temperature sopra i 40 gradi. In Sicilia si sono sfiorati i 45 gradi. Tutto questo per l’Europa significa scioglimento dei ghiacciai, sempre meno piogge normali e invece sempre più spaventose tempeste che fanno solo danni.

È sempre più chiaro che la prima vittima del surriscaldamento è uno dei due beni comuni più preziosi che abbiamo: l’acqua. Un recente rapporto ONU prevede che, entro il 2050, ben cinque miliardi di persone vivranno in zone con carenza idrica.

L’Italia è uno dei paesi più colpiti in Europa dal dissesto idrico e, se non facciamo nulla, il rischio è di perdere il 50 per cento dell’acqua totale. È per questo che gli occhi della finanza e delle multinazionali si stanno posando sull’oro blu, dato che non potranno più lucrare sul petrolio.

La Finanza infatti negli USA ha già quotato in Borsa, a Wall Street, sorella acqua. E anche le multinazionali dell’acqua si stanno preparando all’assalto. E’ interessante notare che le due più potenti multinazionali dell’oro blu in Occidente, Veolia e Suez, si sono fuse in un unico colosso da 37 miliardi di fatturato.

È chiaro che nei prossimi anni sarà l’oro blu l’oggetto del desiderio. Il popolo italiano aveva fiutato questo pericolo, e con il Referendum (2011) aveva deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene comune così prezioso.

Foto di Francesca Caprini

Per questo abbiamo celebrato insieme il decimo anniversario del Referendum. In questi dieci anni ben otto governi si sono succeduti in questo paese e nessuno è stato capace di obbedire alla volontà popolare, come richiede la Costituzione. Il più grave dei tradimenti è venuto dai Cinque Stelle che avevano fatto della ripubblicizzazione dell’acqua la loro prima stella.

Ora, purtroppo, con il governo Draghi, siamo nella bocca del ‘Drago’, cioè della finanza. Infatti con il PNRR, Draghi mette a disposizione oltre duecento miliardi di euro per rilanciare l’economia, ma solo 4.38 miliardi di euro sono destinati all’acqua, un po’ pochi! Ma soprattutto nel PNRR c’è una paurosa spinta verso la privatizzazione dell’acqua su larga scala.

Il Piano vuole affidare il servizio idrico a gestori efficienti. Questo perché – secondo Draghi – “il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche e da scarsa efficienza e capacità industriale dei soggetti attuatori nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno”.

Questo ritornello dell’incapacità del Mezzogiorno di gestire bene l’acqua , ritorna spesso nel PNRR. Una cosa mi sembra chiara: il modello idrico per Draghi sono le multiutility del Nord: Acea, Iren, A2a e Hera.

Infatti il Piano PNRR vuole “rafforzare il processo di industrializzazione del settore idrico, favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala”. Più chiaro di così! Si tratta quindi di un processo industriale, di una gestione affidata a grandi gruppi industriali.

E’ il mercato che decide le regole, la gestione ‘in house’ è l’eccezione. Anzi il Piano chiede che “in caso di mancato ricorso al mercato per la gestione dei servizi idrici, le amministrazioni locali devono dare una motivazione anticipata e rafforzata della loro decisione”.

In poche parole, tutto questo significa che i 4,38 miliardi verranno dati alle multiutilities del Nord perché gestiscano l’acqua del Sud. Non lo possiamo accettare!

Per questo mi appello a tutti i comitati del centro-sud perché si mobilitino contro questa grave eventualità. Anche la grande vittoria, che abbiamo ottenuto a Napoli con la ripubblicizzazione dell’acqua, potrebbe essere messa in discussione da questo processo di gestione industriale.


Per cui chiedo al Forum di aiutare i comitati del centro-sud a fare rete e a collegarsi per contestare questo piano diabolico. Per realizzare questo ritengo fondamentale ritrovarsi insieme l’11 settembre per decidere come reagire. Per realizzare questo chiedo aiuto anche al Forum. Sono sicuro che tutti insieme possiamo bloccare la privatizzazione dell’acqua al centro-sud.

I comitati del Mezzogiorno hanno già ottenuto delle splendide vittorie: ad Agrigento si è appena costituita l’azienda speciale consortile e anche Siracusa ha scelto la strada della ripubblicizzazione dell’acqua.

Vorrei però ricordare ai comitati del centro-nord che questa politica di ‘industrializzazione del settore idrico’ del governo Draghi avrà effetti devastanti anche al Nord. Per questo chiedo al Forum, chiedo a tutti un altro sforzo per dire No a questo ennesimo attacco neoliberista all’acqua, la madre di tutta la vita su questo Pianeta.

Non possiamo permetterci di privatizzare anche la Madre. “L’acqua non è una merce”, ci ha detto con forza Papa Francesco. È un impegno radicale il nostro perché vinca la Vita!
(fonte: Comune-Info 01 Agosto 2021) 

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martedì 3 agosto 2021

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2021: Preghiamo per la Chiesa, perché riceva dallo Spirito Santo la grazia e la forza di riformarsi alla luce del Vangelo. (Video e testo in italiano)

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2021:

Preghiamo per la Chiesa, 
perché riceva dallo Spirito Santo la grazia e la forza di riformarsi
alla luce del Vangelo.


Con questo tweet viene diffuso il video con l'intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2021


Il “Video del Papa” con le intenzioni di preghiera per ogni mese, lo ricordiamo, nasce nel 2016 ed è tradotto in 23 lingue per 114 Paesi, oltre 156 milioni di visualizzazioni nel mondo.

Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

La vocazione propria della Chiesa è di evangelizzare, 
che non significa fare proselitismo, no. 
La vocazione è evangelizzare. Di più: l'identità della Chiesa è evangelizzare.
 
Potremo rinnovare la Chiesa solo grazie al discernimento della volontà di Dio nella nostra vita quotidiana e avviando una trasformazione guidati dallo Spirito Santo. 

La riforma di noi stessi, come persone: è questa la trasformazione. 
Lasciare che lo Spirito Santo, che è il dono di Dio nei nostri cuori, 
ci ricordi ciò che Gesù ha insegnato e ci aiuti a metterlo in pratica. 

Iniziamo a riformare la Chiesa con una riforma di noi stessi. 
Senza idee prefabbricate, senza pregiudizi ideologici, senza rigidità, 
ma avanzando a partire da un'esperienza spirituale, un'esperienza di donazione,
 un'esperienza di carità, un'esperienza di servizio. 

Sogno un'opzione ancora più missionaria, 
che vada incontro all'altro senza proselitismo 
e che trasformi tutte le sue strutture per l'evangelizzazione del mondo attuale. 

Ricordiamo che la Chiesa ha sempre delle difficoltà, attraversa sempre delle crisi, perché è viva: 
le cose vive entrano in crisi. Solo i morti non entrano in crisi. 

Preghiamo per la Chiesa, 
perché riceva dallo Spirito Santo la grazia e la forza di riformarsi
 alla luce del Vangelo.


IL CAMPO VISIVO di Gianfranco Ravasi

IL CAMPO  VISIVO 
di Gianfranco Ravasi 


Ognuno di noi confonde i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.

È bella, anche se amara, questa considerazione di un filosofo piuttosto pessimista com’era Arthur Schopenhauer. Coglie, infatti, in modo ironico un atteggiamento a cui tutti siamo tentati di indulgere, quello di ritenere noi stessi misura di ogni cosa. Spesso, sull’onda di questa attitudine, si cade persino nel ridicolo oppure nell’ostinazione, cercando di difendere l’indifendibile e di opporsi anche all’evidenza. Alla radice di questo comportamento c’è la smisurata venerazione del proprio io, delle proprie idee e convinzioni, del proprio comportamento. Quando ci si incammina a praticare questo «massaggio» dolce e appassionato del «super-ego», come dicono gli psicologi, è difficile fermarsi. Anzi, si può persino giungere alla convinzione di essere vittime di invidia o cattiveria quando altri tentano di mostrarci che il mondo della verità è ben più ampio del nostro perimetro intellettivo e visivo. E così si diventa acrimoniosi, ci si lamenta di essere incompresi, ci si rinchiude in un altezzoso silenzio. Ecco, allora, la necessità dell’autocritica, dell’esame di coscienza e di quella virtù che ai nostri giorni è un po’ sbeffeggiata, l’umiltà o almeno un sano realismo. Il poeta Thomas S. Eliot ammoniva che questa «è la virtù più difficile da conquistare perché niente è più arduo a morire della volontà di pensar bene di se stessi, sempre e comunque».

(Fonte: "Breviario - Il Sole24Ore Domenica" del 18 luglio 2021)


Una forma «deviata» di persuasione - Il fenomeno della litigiosità online in un saggio di Bruno Mastroianni

Il fenomeno della litigiosità online in un saggio di Bruno Mastroianni

Una forma «deviata» di persuasione


«Una polis che voglia realizzare il suo fine — vivere bene — non può fare a meno della retorica e un animale linguistico e cittadino non può che essere anche animale retorico», scrive F. Piazza in Linguaggio, persuasione e verità. La retorica del Novecento (Carocci, 2004). Eppure, l’esperienza dimostra che non sempre nella polis si persegue questo obiettivo, e una delle evidenze più immediate è possibile trarla dall’esperienza di litigiosità a cui assistiamo in rete. Se è vero che comunichiamo, e persuadiamo, per provocare un “cambiamento” nel comportamento di coloro con i quali entriamo in conversazione, sicuramente potremmo dire che il litigio, e il litigio online, è una forma “deviata” di persuasione. Sembra più simile ad un atto di forza, seppur non fisico, per provare a prevalere sugli altri.

È chiaro che nell’arena comunicativa interveniamo come attori che partono da punti di vista differenti, addirittura quando in linea generale la pensiamo allo stesso modo. Immettere nella conversazione uno spirito litigioso equivale sostanzialmente a voler convincere l’altro con la forza, e questo accade perché in fin dei conti facciamo a meno del vero spirito dell’argomentazione, che è quello di fornire prove a sostegno delle nostre tesi. Insomma, il litigio avviene proprio perché abbiamo innata questa capacità di persuasione (voler convincere l’altro della “bontà” delle nostre idee) ma diamo priorità al risultato piuttosto che al percorso per arrivarci. Dimenticando che lo spirito del dibattito argomentativo è proprio quello di non mettere mai il punto “fine” alla discussione, ma alimentarla continuamente con nuovi pareri, punti di vista e stimoli, in un processo contro-argomentativo costante che è fruttuoso per ciascuno dei disputanti.

Come è possibile allora dissentire in una conversazione, generare un dibattito che possa essere veramente persuasivo per gli interlocutori e l’uditorio, senza cadere nella “deviazione” del litigio? Ci sembra che la proposta del filosofo Bruno Mastroianni, contenuta nel suo libro La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico (Franco Cesati Editore, 2017), sia una buona sintesi che tiene insieme tutte queste esigenze. Assodato che occorrono delle competenze di base per essere comunicativamente efficaci in qualunque situazione ci si presenti, e che nel mondo in cui siamo immersi ciò si traduce con ragionamenti brevi e incisivi, pieni di significato ed espressivi, la disputa felice punta a raggiungere il massimo risultato nella dinamica dibattimentale tra relazione (rapporto tra i disputanti) e contenuto (il merito della questione). Siamo quindi di fronte a discussioni comunque vivaci su determinati argomenti, ma l’aggettivo felice non va inteso in accezione buonista o cortese — come spiega l’autore — quanto nell’ottica di una contesa che dà soddisfazione e migliora la vita dei disputanti. Il principio guida è perciò quello di «mantenere l’attenzione, le energie e la concentrazione sui temi e sugli argomenti in oggetto, senza andare a rompere la relazione tra i due disputanti proprio per farsi nutrire dalla differenza che ne emerge».

La disputa felice prevede di agire su tre livelli per creare un clima favorevole al confronto, e alla buona persuasione. Il primo livello è quello di superare la mentalità di contrapposizione a cui siamo stati abituati dai media. Il secondo livello consiste nello scegliere consapevolmente specifici modi di esprimerci nell’interazione con l’altro, ad esempio evitando il dissociarsi (“non è così”, “questo è sbagliato”, “questo è falso”), lo sdegno (“non tollero che si dica così”, “è inaudito”), i giudizi ad hominem (“ti sbagli”, “non capisci”), le generalizzazioni (“questo è tipico di voi cattolici/atei/stranieri/professori”) o le parole d’odio… poiché sono tutti approcci conflittuali che provocano effetti belligeranti in chi ascolta. Infine, occorre imparare a lasciar cadere le espressioni altrui che portano a reagire in modo ostile, esercitando quando necessario un salutare “potere di ignorare”, ben consapevoli — argomenta Mastroianni — che spesse volte, soprattutto in rete, una non risposta è di per sé un messaggio, probabilmente anche più efficace di una esplicita reazione alla provocazione ricevuta.

Così come è concepita, la disputa felice si presenta allora come un lavoro di rielaborazione (reframing) delle proprie idee e necessita della disponibilità a voler uscire dal proprio mondo per entrare nel mondo dell’altro.

Nel libro Litigando si impara. Disinnescare l’odio con la disputa felice in tempi di crisi (Franco Cesati Editore, 2020), Mastroianni si spinge oltre e riassume nelle dita della mano, con una immagine a nostro giudizio riuscita, le principali virtù dell’argomentazione, facendo intendere che la disputa felice è un qualcosa “a portata di mano” e che chiunque la può mettere in atto. Il mignolo richiama l’umiltà, il valore del limite, per dire che «siamo in grado di sostenere senza litigare solo quel poco che siamo e che sappiamo»; l’anulare, il dito della fede nuziale, richiama il legame, quindi il valore della fiducia da non disperdere mentre si dissente, consapevoli che bisogna «curare anzitutto la relazione tra le persone»; il medio richiama invece la necessità di rifiutare l’aggressione, disinnescando gli insulti e le provocazioni per restare sull’argomento di contesa; l’indice è il dito che sceglie su cosa puntare l’attenzione e quindi è strettamente legato all’argomento, purché sia oggettivo, concreto, rilevante e consistente; infine, il pollice, il dito del like sui social, che però è veramente valorizzato quando nella disputa è orientato verso sé stessi, come forma di autoironia, ossia capacità di vivere le cose con distacco senza prendere troppo sul serio, in fin dei conti, le proprie e le altrui opinioni.

Tutto ciò nella consapevolezza che la disputa, per essere davvero felice, deve essere continua, perché non esistono temi che non si possano discutere e non esiste una verità autarchica, come dicevano i razionalisti e gli empiristi, ma una verità retorica, che va trovata con mezzi retorici e sarà sempre suscettibile di nuovi accordi e nuove riformulazioni.




lunedì 2 agosto 2021

Il valore di un abbraccio, la forza dei sogni e la gioia condivisa che si raddoppia!!!

Il valore di un abbraccio, 
la forza dei sogni 
e la gioia condivisa che si raddoppia!!!


Un abbraccio imprevisto e imprevedibile quello di Gianmarco Tamberi e Marcell Jakobs, così diversi tra loro per storie e caratteri, eppure sinceramente uniti dal tricolore e dalla stessa emozione; un'emozione frutto di sogni lontani nel tempo, ma mai abbandonati a costo di anni e anni di sacrifici senza mai perdere la speranza.

Quale Italiano non si è sentito travolto da questo abbraccio così liberatorio e orgoglioso di questi due atleti che, superando una timida opposizione degli addetti giapponesi sovrastati dall’entusiasmo azzurro, hanno portato in trionfo la nostra bandiera in uno stadio vuoto per lo stato d’emergenza come se fosse stracolmo di pubblico?


Ma prima di questo abbraccio un altro abbraccio che merita attenzione, l'abbraccio di due grandi atleti con in comune una bella amicizia consolidata nel tempo e dalla capacità di reagire nonostante le prove della vita (una frattura all'apice della carriera che poteva segnarne la conclusione) ...

L'abbraccio tra Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim  questi due «amici-avversari» che scelgono di non continuare a "lottare" tra loro e preferiscono condividere la vittoria. (nella mano di Tamberi come un trofeo il gesso simbolo di ostacoli quasi insormontabili ma superati per realizzare un sogno)


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JACOBS E TAMBERI PORTANO L'ITALIA IN PARADISO
 
Alle Olimpiadi di Tokyo memorabile giornata per lo sport italiano. Marcell Jacobs vince la finale dei 100 metri, Gianmarco Tamberi conquista l'oro nel salto in alto. Italia al 9° posto del medagliere


Domenica 1° agosto 2021 resterà nella storia dello sport italiano. Nel giro di pochi minuti arrivano due fantastiche medaglie d’oro dall’atletica leggera, grazie a Lamont Marcell Jacobs e a Gianmarco Tamberi.

Jacobs realizza una delle più grandi imprese di sempre nella storia dello sport italiano. Vince la finale olimpica dei 100 metri stabilendo il record europeo con il tempo di 9”80. Gianmarco Tamberi vince la finale del salto in alto ex aequo con l’atleta qatarino Barshim.

Marcel Jacobs, 26 anni, nato in Texas, cresciuto in Italia sul lago di Garda, aveva già compiuto l’impresa nella mattinata italiana conquistando l’ingresso nella finale dei 100 metri, cosa mai riuscita a nessun velocista italiano nella storia delle Olimpiadi. Correndo la finale in terza corsia Jacobs si è lasciato alle spalle lo statunitense Fred Kerley, argento con 9’'84. Bronzo al canadese De Grasse in 9”89. “Era il mio sogno fin da bambino, ho corso più che potevo”, ha detto Jacobs dopo la vittoria. Prima di lui, l’ultimo vincitore dei 100 metri alle Olimpiadi era stato il fenomeno giamaicano Usain Bolt. Oggi a Tokyo Jacobs ha corso un centesimo più veloce di Bolt a Rio nel 2016.

Fra i primi a corrergli incontro sulla pista dello stadio olimpico di Tokyo c’era Gianmarco Tamberi, già raggiante per la vittoria sulla pedana del salto in alto. Tamberi e BarshimI hanno concluso la gara a pari merito a 2,37 con lo stesso numero di errori complessivi e di fronte al giudice di gara hanno optato per il pari merito. Tamberi, 29 anni, marchigiano di Civitanova Marche ha esultato e pianto di fronte al gesso dell'infortunio che lo costrinse a rinunciare all'Olimpiade di Rio 2016. Sul gesso, campeggia ancora la scritta 'Road to Tokyo 2020', col 2020 cancellato e sotto aggiunto ‘2021’.

"Sono molto felice per l'atletica italiana, oggi l'Italia ha l'uomo più veloce al mondo e quello che salta di più al mondo. Complimenti a tutti”, ha dichiarato un emozionato Giovanni Malagò, presidente del CONI.

L’ Italia era affamata d’oro, dopo una valanga di medaglie di bronzo. Ora ai Giochi olimpici di Tokyo risale al 9° posto del medagliere con 4 ori, 8 argenti e 15 bronzi. In totale il bottino conta 27 medaglie.

Finora, nella storia delle Olimpiadi, i velocisti azzurri avevamo vinto nei 200 metri, con Livio Berruti nel 1960 a Roma e con Pietro Mennea nel 1980 a Mosca. L’ultima medaglia d’oro vinta dall’Italia nel’atletica leggera alle Olimpiadi era stata nel 2008 a Pechino con Alex Schwazer, nei 50 km. di marcia.

L'ultimo atleta europeo a vincere la finale olimpica del 100 metri era stato il britannico Linford Christie, nel 1992 a Barcellona.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 01/08/2021)

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Jacobs si commuove sul podio. 
Tamberi e Barshim si scambiano gli ori


Emozioni senza fine. Marcell Jacobs, re dei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo, canta l'inno sotto la mascherina e si commuove durante la premiazione. Sul podio del salto in alto Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim (oro ex aequo) si sono scambiati le medaglie e si sono di nuovo abbracciati. Per primo è stato suonato l'inno del Qatar, poi quello dell'Italia. Anche Tamberi ha cantato sotto la mascherina. Le note dell'inno di Mameli si sono dunque ripetute ancora una volta nell'arco di 10 minuti, lo stesso tempo trascorso ieri sera nella conquista delle due medaglie dell'atletica italiana. Mano sul cuore anche per 'Gimbo', che la batte più volte sul petto alzando gli occhi al cielo.

La medaglia pesante di Jacobs

"Ora che ho la medaglia al collo sto iniziando a realizzare quello che ho fatto. Da ieri mattina non chiudo occhio, stanotte non ho neanche provato a dormire, era impossibile. Essere qui è qualcosa di magnifico, neanche nei sogni lo avevo immaginato così bello. E' qualcosa di speciale, particolare, sono la persona più emozionata e contenta di questo mondo, è fantastico". Queste le prime parole di Marcell Jacobs dopo aver ricevuto la medaglia d'oro. "Ho guardato la medaglia, il percorso fatto, i sacrifici, le difficoltà incontrate che però mi hanno aiutato - ha aggiunto l'azzurro ai microfoni della Rai -. Questa medaglia pesa tantissimo, è bellissima. Il futuro? Adesso sarà il mio allenatore a dover essere bravo a capire e gestire i miei prossimi impegni, io mi godo questa medaglia". Jacobs conferma anche il matrimonio a breve con la sua compagna: "Sicuramente l'anno prossimo coroneremo anche il sogno di sposarci".

I traguardi di Tamberi

"Il momento dell'inno con la bandiera tricolore che sale è stato da brividi". Così Gianmarco Tamberi, mostrando alle telecamere Rai la medaglia d'oro. "L'ho inseguita così tanto, sono stati cinque anni difficili, perché non ho mai accettato i piccoli traguardi. Volevo un giorno come è stato ieri per essere più felice di tutti: è stato ieri, è oggi e lo sarà per sempre perché - ha concluso Gimbo - rimane per sempre".
(fonte: Quotidiano Nazionale 2 agosto 2021)

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«Come passare da una fede magica, che pensa solo ai propri bisogni, alla fede che piace a Dio?» Papa Francesco Angelus 01/08/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1 agosto 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La scena iniziale del Vangelo, nella Liturgia odierna (cfr Gv 6,24-35), ci presenta alcune barche in movimento verso Cafarnao: la folla sta andando a cercare Gesù. Potremmo pensare che sia una cosa molto buona, eppure il Vangelo ci insegna che non basta cercare Dio, bisogna anche chiedersi il motivo per cui lo si cerca. Infatti, Gesù afferma: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (v. 26). La gente, infatti, aveva assistito al prodigio della moltiplicazione dei pani, ma non aveva colto il significato di quel gesto: si era fermata al miracolo esteriore, si era fermata al pane materiale: soltanto lì, senza andare oltre, al significato di questo.

Ecco allora una prima domanda che possiamo farci tutti noi: perché cerchiamo il Signore? Perché cerco io il Signore? Quali sono le motivazioni della mia fede, della nostra fede? Abbiamo bisogno di discernere questo, perché tra le tante tentazioni, che noi abbiamo nella vita, tra le tante tentazioni ce n’è una che potremmo chiamare tentazione idolatrica. È quella che ci spinge a cercare Dio a nostro uso e consumo, per risolvere i problemi, per avere grazie a Lui quello che da soli non riusciamo a ottenere, per interesse. Ma in questo modo la fede rimane superficiale e anche – mi permetto la parola – la fede rimane miracolistica: cerchiamo Dio per sfamarci e poi ci dimentichiamo di Lui quando siamo sazi. Al centro di questa fede immatura non c’è Dio, ci sono i nostri bisogni. Penso ai nostri interessi, tante cose… È giusto presentare al cuore di Dio le nostre necessità, ma il Signore, che agisce ben oltre le nostre attese, desidera vivere con noi anzitutto una relazione d’amore. E l’amore vero è disinteressato, è gratuito: non si ama per ricevere un favore in cambio! Questo è interesse; e tante volte nella vita noi siamo interessati.

Ci può aiutare una seconda domanda, quella che la folla rivolge a Gesù: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (v. 28). È come se la gente, provocata da Gesù, dicesse: “Come fare per purificare la nostra ricerca di Dio? Come passare da una fede magica, che pensa solo ai propri bisogni, alla fede che piace a Dio?”. E Gesù indica la strada: risponde che l’opera di Dio è accogliere Colui che il Padre ha mandato, cioè accogliere Lui stesso, Gesù. Non è aggiungere pratiche religiose o osservare speciali precetti; è accogliere Gesù, è accoglierlo nella vita, è vivere una storia d’amore con Gesù. Sarà Lui a purificare la nostra fede. Da soli non siamo in grado. Ma il Signore desidera con noi un rapporto d’amore: prima delle cose che riceviamo e facciamo, c’è Lui da amare. C’è una relazione con Lui che va oltre le logiche dell’interesse e del calcolo.

Questo vale nei riguardi di Dio, ma vale anche nelle nostre relazioni umane e sociali: quando cerchiamo soprattutto il soddisfacimento dei nostri bisogni, rischiamo di usare le persone e di strumentalizzare le situazioni per i nostri scopi. Quante volte abbiamo sentito da una persona: “Ma questa usa la gente e poi si dimentica”. Usare le persone per il proprio profitto: è brutto questo. E una società che mette al centro gli interessi invece delle persone è una società che non genera vita. L’invito del Vangelo è questo: piuttosto che essere preoccupati soltanto del pane materiale che ci sfama, accogliamo Gesù come il pane della vita e, a partire dalla nostra amicizia con Lui, impariamo ad amarci tra di noi. Con gratuità e senza calcoli. Amore gratuito e senza calcoli, senza usare la gente, con gratuità, con generosità, con magnanimità.

Preghiamo ora la Vergine Santa, Colei che ha vissuto la più bella storia d’amore con Dio, perché ci doni la grazia di aprirci all’incontro con il suo Figlio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo di cuore il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi.

In particolare, anche questa domenica ho la gioia di salutare vari gruppi di giovani: quelli di Zoppola, nella diocesi di Concordia-Pordenone; quelli di Bologna, che hanno percorso in bicicletta la Via Francigena da Orvieto a Roma; quelli del campo itinerante organizzato a Roma dalle Suore Pie Discepole del Divin Maestro. Saluto anche con affetto i ragazzi e gli educatori del gruppo “Dopo di noi” di Villa Iris di Gradiscutta di Varmo, provincia di Udine.

Vedo alcune bandiere peruviane e saluto voi, peruviani, che avete un nuovo Presidente. Che il Signore benedica il vostro Paese sempre!

Auguro a tutti una buona domenica e un sereno mese di agosto... Troppo caldo, ma che sia sereno! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video



domenica 1 agosto 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII Domenica T.O. - B




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



Preghiera dei Fedeli

  XVIII Domenica T.O. Anno B

1° agosto 2021  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, nella nostra verità di creature siamo profondamente segnati dal bisogno, dalla fame, dalla fragilità. Gesù, il Verbo del Padre, che si è fatto carne, ci viene incontro come il vero pane, come la Parola che può dare senso pieno alla nostra fame di eternità. Uniti a Lui rivolgiamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/  Donaci il pane della tua Parola, Signore


Lettore 

- Suscita, Signore, nella tua Chiesa una grande fame della tua Parola. Fa’ che, nutrita ogni giorno di essa, tutta la Chiesa possa crescere nell’esperienza della vera libertà e dalla capacità di fare della propria vita un dono senza riserve per gli altri. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore, le ansie, le sofferenze, le attese che segnano la vita di tanti popoli. Dona saggezza e senso di responsabilità ai vari governanti, ma soprattutto a quelli che guidano le economie più ricche e meno disposte a considerare il dolore degli altri. Preghiamo.

- Davanti a Te, Signore, vogliamo ricordarci di quei 50 milioni di donne e di minori che sono vittime della tratta, costretti a svendere il proprio corpo per arricchire le varie mafie. Dona un senso di vergogna a tutti quei maschi, vecchi e giovani, che non hanno altro interesse se non quello di soddisfare le proprie pulsioni, e per questo non riescono a cogliere la sofferenza dell’altro. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, i nostri parenti e i nostri amici che vivono un momento di prova a causa della malattia o di altre difficoltà. Sii vicino a quanti possono regalarsi un tempo di riposo, ma dona a tutti noi un occhio attento per saper cogliere il bisogno degli altri, siano essi parenti o semplici vicini. Preghiamo.

- O Signore, che sei disceso nell’umiltà della manna granulosa e minuta, e ancor più nell’umanità fragile del tuo Figlio Gesù, “Pane di vita”, accogli il ricordo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; accogli nella tua benevolenza anche il ricordo di tutti coloro che hanno perso la vita per la fame, per la droga, per l’alcool e per malattie incurabili. Rendi tutti partecipi del banchetto del tuo Regno. Preghiamo.


Colui che presiede 

O Signore, che hai inviato il tuo Figlio Gesù per donarci il “cibo che dura per la vita eterna” e farci riscoprire il Senso vero della vita, esaudisci le nostre preghiere e aumenta la nostra fede nella tua Parola, annunciata e pienamente vissuta dal tuo Figlio Gesù. Egli vive e regna con Te nei secoli dei secoli.  AMEN.