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giovedì 21 maggio 2026

UDIENZA GENERALE 20/05/2026 Leone XIV: la liturgia si traduca in vita, rendiamo concreto ciò che celebriamo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 maggio 2026


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Il Papa: la liturgia si traduca in vita,
rendiamo concreto ciò che celebriamo

Proseguendo il ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II, all'udienza generale il Pontefice tiene la prima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega che "la ritualità della Chiesa esprime la sua fede" e al contempo "plasma l’identità ecclesiale", la "proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune" incoraggiano e rinnovano i credenti "nella loro missione"

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Inizia la serie di catechesi dedicate alla Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium Leone XIV all’udienza generale tenuta questa mattina, 20 maggio, in piazza San Pietro, nell’ambito del ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II. Accanto a lui, oggi il catholicos della Chiesa Apostolica Armena – Sede di Cilicia Aram I, ricevuto lunedì scorso e al quale indirizza parole di benvenuto.

Immersi nel mistero di Cristo

“La liturgia nel mistero della Chiesa”, questo il primo tema scelto dal Papa per spiegare i contenuti del primo documento promulgato dall’assise ecumenica, voluto per “intraprendere una riforma dei riti” e “condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire … il mistero di Cristo”. La liturgia, infatti, ne tocca “il cuore” essendo “lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”. Quando si parla di “mistero di Cristo” non ci si riferisce “una realtà oscura”, chiarisce il Pontefice, ma al “disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo”.

Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo nome” siamo immersi in questo Mistero.


Nella liturgia la comunione con Cristo

Cristo è in pratica “il principio interiore del mistero della Chiesa”, che è il “popolo santo di Dio”, il quale è “nato” dal “fianco” di Gesù trafitto “sulla croce”, specifica Leone. Infatti, nella liturgia, Cristo “con la potenza” dello “Spirito”, “santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre” ed “è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata” e soprattutto “nell’Eucaristia”.

Secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione. Nella santa liturgia, tale comunione si realizza “per mezzo dei riti e delle preghiere”.

Il Papa mentre saluta alcuni partecipanti all'udienza (@Vatican Media)

Il culmine verso cui tende la Chiesa

Nella “ritualità” la Chiesa “esprime la sua fede”, ma al contempo la ritualità “plasma l’identità ecclesiale”, specifica il Papa, perché “la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio” rappresentano e danno “forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo”. Dunque “la liturgia è al servizio del mistero di Cristo”, per questo la Sacrosanctum Concilium la definisce “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Ogni “attività” della Chiesa - “la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane” - “converge” nella liturgia, che è linfa vitale per i credenti.

La liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”.

Una panoramica di piazza San Pietro (@Vatican Media)

Una dinamica etica e spirituale

Genera “una dinamica etica e spirituale” la liturgia, precisa il Pontefice, perciò “si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

“La liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore”, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo.

Il Papa tra la folla (@Vatican Media)

Lasciarsi plasmare

Nella Lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio Papa Francesco scrive che “il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”, ricorda, infine, Leone XIV, che incoraggia tutti a lasciarsi “plasmare” nella liturgia “dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo”.

Il Papa mentre benedice una bambina (@Vatican Media)

Pregare lo Spirito Santo perchè rinnovi il mondo

Salutando i 25mila presenti in piazza, il Pontefice rammenta ai pellegrini polacchi la pubblicazione, quarant’anni fa, della Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, nella quale Giovanni Paolo II rimarca che "lo Spirito Santo è la 'Luce dei cuori' e ci permette di 'chiamare per nome il bene e il male'. Da qui l'invito, nell'imminenza della Pentecoste, a chiedere "allo Spirito di Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle dall’ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della terra". Invito rivolto pure nel saluto ai fedeli di lingua tedesca e portoghese, esortati ad invocare lo Spirito Santo perché rinnovi i cuori "e la faccia della terra" e a pregare Dio per "una rinnovata effusione dello Spirito Santo sulla sua Chiesa".

Il Papa mentre saluta gli sposi novelli (@VATICAN MEDIA)

Il saluto ai gruppi italiani

A conclusione dell'udienza, il saluto, in italiano, al gruppo giunto da Cascia per far benedire la Fiaccola del perdono e della pace, simbolo del gemellaggio con Chicago, la città scelta quest'anno per diffondere il messaggio e i valori di Santa Rita in occasione delle celebrazioni legate alla memoria liturgica.

Leone XIV mentre benedice la Fiaccola del perdono e della pace (@Vatican Media)

E prima della benedizione finale il Papa indirizza il suo pensiero ai partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport, sottolinea agli atleti, i quali hanno la nobile missione di "custodire l’anima dello sport", che "il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti".

Leone XIV riceve in dono un paio di scarpe da ginnastica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 20/05/2026)

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LEONE XIV

Saluto del Santo Padre a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia

Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese. ...


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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 1. La liturgia nel mistero della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Iniziamo oggi una serie di catechesi sul primo Documento promulgato dal Concilio Vaticano II: la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (SC).

Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, «si attua l’opera della nostra redenzione» (SC, 2), che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato (cfr 1Pt 2,9).

Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo (cfr Ef 3,3-6). Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita «nel suo nome» (Mt 18,20) siamo immersi in questo Mistero.

Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia (cfr SC, 7). È così che, secondo Sant’Agostino (cfr Serm., 277), celebrando l’Eucaristia la Chiesa «riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve»: diventa il Corpo di Cristo, «dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Questa è «l’opera della nostra redenzione», che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione.

Nella santa liturgia, tale comunione si realizza «per mezzo dei riti e delle preghiere» (SC, 48). La ritualità della Chiesa esprime la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al tempo stesso plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo II (Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 9).

Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10). È vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo «culmine». Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso «interiore» ed «esteriore».

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: è in questo modo che la nostra vita diventa «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio», realizzando il nostro «culto spirituale» (Rm 12,1).

In questo modo, «la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore» (SC, 2), e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo. Come diceva Papa Francesco, «il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9)» (Lett. ap. Desiderio desideravi, 5).

Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia Regina Pacis di Angri che celebra il Centenario di fondazione e li esorto a guardare a Maria per lasciarsi attrarre dal suo esempio e dalla sua santità. Saluto poi il gruppo della Basilica Santa Rita da Cascia e sarò lieto di benedire la Fiaccola del perdono e della pace simbolo del gemellaggio con la città di Chicago.

Accolgo con affetto i partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport e ringrazio i giovani atleti che hanno realizzato un saggio ispirato alle loro attività sportive. Cari amici, voi avete una missione nobile: custodire l’anima dello sport. Ricordate che il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.

A tutti la mia benedizione!




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domenica 21 dicembre 2025

UDIENZA GIUBILARE 20 dicembre 2025 - Leone XIV "La storia è nelle mani di chi spera in Dio" (Sintesi/commento, testo e video)

UDIENZA GIUBILARE

Piazza San Pietro
Sabato, 20 dicembre 2025

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Il Papa all’ultima udienza giubilare dell’Anno Santo 2025

La storia è nelle mani
di chi spera in Dio


«La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera». Perché sebbene il Giubileo volga «al termine, non finisce la speranza che questo Anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza». Lo ha assicurato Leone XIV nell’ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate nel gennaio scorso dal predecessore Francesco, in occasione dell’Anno Santo 2025.

In piazza San Pietro, alla presenza di circa dodicimila fedeli, il Pontefice agostiniano ha tenuto una catechesi sul tema «Sperare è generare. Maria, speranza nostra», denunciando come «la ricchezza della terra» sia «nelle mani di pochissimi, sempre più concentrata ingiustamente». Ma, di contro, «Dio ha destinato a tutti i beni del creato» e di conseguenza «il nostro compito è generare, non derubare», ha spiegato il vescovo di Roma.

In un’atmosfera natalizia richiamata dal grande albero addobbato al centro della piazza nei pressi dell’obelisco e dal presepe allestito accanto ad esso, il Papa ha compiuto a bordo della vettura bianca scoperta il consueto giro iniziale tra i reparti, scambiando qualche parola, tra gli altri, con una coppia di futuri sposi. E al termine dell’incontro, nei saluti ai gruppi presenti, ha espresso proprio l’auspicio che i «giovani, con coraggio e pieni di speranza, comprendano l’importanza del matrimonio sacramentale e siano aperti alla nuova vita».

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 20/12/2025)


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CATECHESI DI LEONE XIV


Catechesi. 11. Sperare è generare. Maria, speranza nostra

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Quando il Natale è alle porte, possiamo dire: il Signore è vicino! Senza Gesù, questa affermazione – il Signore è vicino – potrebbe suonare quasi come una minaccia. In Gesù, invece, noi scopriamo che, come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. Gesù Bambino ci rivela che Dio ha viscere di misericordia, attraverso le quali genera sempre. In Lui non c’è minaccia, ma perdono.

Carissimi, quella di oggi è l’ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate lo scorso gennaio da Papa Francesco. Il Giubileo volge al termine, non finisce però la speranza che questo Anno ci ha donato: rimarremo pellegrini di speranza! Abbiamo ascoltato da San Paolo: «Nella speranza, infatti, siamo stati salvati» (Rm 8,24). Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare.

San Paolo scrive ai cristiani di Roma qualcosa che ci fa pensare: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22). È un’immagine molto forte. Ci aiuta ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra e il grido dei poveri. “Tutta insieme” la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata – ingiustamente – nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri. Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare. Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto. Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con Lui, nella speranza. La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera.

Sorelle e fratelli, se la preghiera cristiana è così profondamente mariana, è perché in Maria di Nazaret vediamo una di noi che genera. Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre. È Madre di Dio e nostra. “Speranza nostra”, diciamo nella Salve Regina. Somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei. E noi somigliamo a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio. Le somigliamo, perché possiamo generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido che ascoltiamo in un parto. Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende.

Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza.

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Saluti

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from the United States of America. In these final days before our celebration of the Lord’s birth at Christmas, I invoke upon all of you and your families, the joy and peace of the Lord Jesus Christ, son of God and Prince of Peace. God bless you!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a María, Madre de la Esperanza, que nos acompañe siempre en nuestro camino de configuración con Cristo, su Hijo, el Verbo hecho carne que puso su morada entre nosotros. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Niech Dzieciątko Jezus napełnia pokojem wasze serca, rodziny, wspólnoty i całe społeczeństwo. Zawierzam Mu szczególnie ludzi młodych, aby z odwagą i pełni nadziei doceniali znaczenie sakramentalnego małżeństwa i byli otwarci na nowe życie. Błogosławionych Świąt Bożego Narodzenia!

[Saluto cordialmente i polacchi. Il Bambino Gesù riempia di pace i vostri cuori, le vostre famiglie, le vostre comunità e l’intera società. Affido a Lui in modo particolare i giovani, affinché con coraggio e pieni di speranza comprendano l’importanza del matrimonio sacramentale e siano aperti alla nuova vita. Buone Feste del Santo Natale!]

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli di Trani, Fisciano, Casoli, Macchia Val Fortore, come pure la Delegazione dell’ANAS.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Accostatevi al mistero di Betlemme con gli stessi sentimenti di fede e di umiltà che furono di Maria, per divenire ricchi di speranza e di letizia.

A tutti la mia benedizione!

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domenica 7 dicembre 2025

UDIENZA GIUBILARE 06/12/2025 - Leone XIV "Pellegrini di speranza" programma di vita, sperare è partecipare insieme (Sintesi/commento, foto, testo e video)

UDIENZA GIUBILARE

Piazza San Pietro
Sabato, 6 dicembre 2025


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Il Papa: "Pellegrini di speranza" 
programma di vita, sperare è partecipare insieme

All’udienza giubilare in Piazza San Pietro, il Papa ricorda che "nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui". Porta poi l’esempio di Alberto Marvelli, giovane di Azione Cattolica, beatificato da Giovanni Paolo II nel 2004


L’Avvento insegna l’attesa, che “non è passiva”, aiuta a far crescere la speranza, prepara a stare insieme a Gesù, a discernere i segni dei tempi. È un momento fecondo che porta al Natale nel quale Dio coinvolge ognuno di noi nella sua storia. Papa Leone lo spiega nella catechesi dell'udienza giubilare di oggi, 6 dicembre, in Piazza San Pietro, preceduta da un giro in papamobile tra i trentamila pellegrini presenti, sostando brevemente per salutare e benedire tanti bambini.

Il Pontefice ricordando Maria, Giuseppe, i pastori, Simone e Anna e molti altri sottolinea che tutti sono chiamati a partecipare.

È un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, “Pellegrini di speranza”, non è uno slogan che tra un mese passerà! È un programma di vita: “pellegrini di speranza” vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando.

Intelligenza, cuore e maniche rimboccate

Partecipare sperando e leggendo i segni dei tempi che il Concilio Vaticano II ha insegnato a interpretare insieme, mai da soli. “Sono segni di Dio, – afferma il Pontefice - di Dio che viene col suo Regno, attraverso le circostanze storiche. Dio non è fuori dal mondo, fuori da questa vita”. È Dio-con-noi tra le realtà più diverse nelle quali l’uomo è chiamato a cercarlo, spiega il Papa, “con intelligenza, cuore e maniche rimboccate!”. Una missione che il Concilio ha affidato soprattutto ai laici.

Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!

Il Papa in papamobile (@Vatican Media)

Marvelli: un mondo migliore se si sceglie il bene

La speranza come partecipazione ha un volto per Papa Leone ed è quello del beato Alberto Marvelli, un giovane di Azione Cattolica vissuto nella prima metà del secolo scorso che aveva come modello di vita Pier Giorgio Frassati. Educato in famiglia alla scuola del Vangelo, non mancò di condannare più volte la seconda guerra mondiale, era un giovane altruista.

“A Rimini e dintorni – racconta il Papa - si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione. Così entra nella vita politica attiva”. Proprio mentre si stava recando in bicicletta ad un comizio la sera del 5 ottobre 1946 un camion militare lo investe. Aveva solo 28 anni.

Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare.

Il Papa sul palco allestito per l'udienza giubilare (@Vatican Media)

Il sorriso sulle labbra

L’esempio di Alberto suscita domande. “Chiediamoci – si domanda Leone XIV -: sto partecipando a qualche iniziativa buona, che impegna i miei talenti? Ho l’orizzonte e il respiro del Regno di Dio, quando faccio qualche servizio? Oppure lo faccio brontolando, lamentandomi che tutto va male?”. La risposta è anche sul proprio viso.

Il sorriso sulle labbra è il segno della grazia in noi. Sperare è partecipare: questo è un dono che Dio ci fa. Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà.

Donare rende più felici

Nei saluti ai polacchi, il Papa ricorda San Nicola, “vescovo noto per la sua sensibilità verso i bisognosi”. “Impariamo – afferma - che donare rende più felici che ricevere”. Esprime poi l’auspicio che la partecipazione dei bambini e dei ragazzi alle Messe Rorate, che si celebrano in Avvento, aiutino “a sviluppare la virtù della speranza nell’attesa del Santo Natale”.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 06/12/2025)

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CATECHESI DI LEONE XIV

Catechesi. 10. Sperare è partecipare – Alberto Marvelli


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

siamo da poco entrati nel periodo liturgico dell’Avvento, che ci educa all’attenzione ai segni dei tempi. Noi infatti ricordiamo la prima venuta di Gesù, il Dio con noi, per imparare a riconoscerlo ogni volta che viene e per prepararci a quando tornerà. Allora saremo per sempre insieme. Insieme con Lui, con tutti i nostri fratelli e sorelle, con ogni altra creatura, in questo mondo finalmente redento: la nuova creazione.

Questa attesa non è passiva. Infatti, il Natale di Gesù ci rivela un Dio coinvolgente: Maria, Giuseppe, i pastori, Simeone, Anna, e più avanti Giovanni Battista, i discepoli e tutti coloro che incontrano il Signore sono coinvolti, sono chiamati a partecipare. È un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, “Pellegrini di speranza”, non è uno slogan che tra un mese passerà! È un programma di vita: “pellegrini di speranza” vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando.

Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato a leggere i segni dei tempi: ci dice che nessuno riesce a farlo da solo, ma insieme, nella Chiesa e con tanti fratelli e sorelle, si leggono i segni dei tempi. Sono segni di Dio, di Dio che viene col suo Regno, attraverso le circostanze storiche. Dio non è fuori dal mondo, fuori da questa vita: abbiamo imparato nella prima venuta di Gesù, Dio-con-noi, a cercarlo fra le realtà della vita. Cercarlo con intelligenza, cuore e maniche rimboccate! E il Concilio ha detto che questa missione è in modo particolare dei fedeli laici, uomini e donne, perché il Dio che si è incarnato ci viene incontro nelle situazioni di ogni giorno. Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!

Oggi vorrei ricordare un nome: quello di Alberto Marvelli, giovane italiano vissuto nella prima metà del secolo scorso. Educato in famiglia secondo il Vangelo, formatosi nell’Azione Cattolica, si laurea in ingegneria e si affaccia alla vita sociale al tempo della seconda guerra mondiale, che lui condanna fermamente. A Rimini e dintorni si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione. Così entra nella vita politica attiva, ma proprio mentre si reca in bicicletta a un comizio viene investito da un camion militare. Aveva 28 anni. Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare.

Chiediamoci: sto partecipando a qualche iniziativa buona, che impegna i miei talenti? Ho l’orizzonte e il respiro del Regno di Dio, quando faccio qualche servizio? Oppure lo faccio brontolando, lamentandomi che tutto va male? Il sorriso sulle labbra è il segno della grazia in noi.

Sperare è partecipare: questo è un dono che Dio ci fa. Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà.
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Saluti
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare...

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Vi invito a volgere lo sguardo verso Maria, tanto presente in questo tempo di Avvento. La Vergine Immacolata, che con il suo "sì" all'Angelo Gabriele ha aderito totalmente alla volontà di Dio, vi sostenga nel proposito di rendere fruttuosa la grazia del Giubileo

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale




lunedì 24 novembre 2025

UDIENZA GIUBILARE 22/11/2025 Leone XIV: "Davanti alle ingiustizie gli operatori di pace prendono posizione" (Sintesi, testo e video)

UDIENZA GIUBILARE

Piazza San Pietro
Sabato, 22 novembre 2025

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All’udienza giubilare la catechesi del Papa incentrata sulla serva di Dio Dorothy Day

Davanti alle ingiustizie gli operatori di pace prendono posizione


«Gli operatori di pace prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti»; perché «la pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto». Lo ha sottolineato il Papa all’udienza giubilare di stamane, sabato 22 novembre, nella catechesi incentrata sul tema «sperare è prendere posizione».

A ispirare la sua riflessione per gli oltre ventimila fedeli presenti in piazza San Pietro e per quanti lo seguivano attraverso i media, la serva di Dio Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso negli Stati Uniti. Una donna, ha spiegato, che «aveva il fuoco dentro» e «ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide».

Perché, ha aggiunto il vescovo di Roma, «davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola» occorre «trasformare l’indignazione in comunione e in azione».
(fonte: L'Osservatore Romano 22/11/2025)

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CATECHESI DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Catechesi. 9. Sperare è prendere posizione. Dorothy Day



Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Per molti di voi essere oggi a Roma è la realizzazione di un grande desiderio. Per chi vive un pellegrinaggio e arriva alla meta è importante ricordare il momento della decisione. Qualcosa, all’inizio, si è mosso dentro di voi, magari grazie alla parola o all’invito di qualcun altro. Così, il Signore stesso vi ha presi per mano: un desiderio e poi una decisione. Senza questo, non sareste qui. È importante ricordarlo.

Ed è importante anche quello che dal Vangelo poco fa abbiamo ascoltato: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Gesù lo dice ai discepoli più vicini, a quelli che con Lui stavano di più. E anche noi abbiamo ricevuto tanto dal cammino vissuto fin qui, siamo stati con Gesù e con la Chiesa e, anche se la Chiesa è una comunità con i limiti umani, tanto abbiamo ricevuto. Allora, Gesù si aspetta molto da noi. È un segno di fiducia, di amicizia. Si aspetta molto, perché ci conosce e sa che possiamo!

Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo.

Vorrei ricordare una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide. Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione. Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione.

Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco. Che il Giubileo lo ravvivi in noi e in tutta la Chiesa!

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Saluti:
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare ...

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. A ciascuno auguro di aderire con rinnovata generosità forza al Vangelo e di tradurlo in coerente testimonianza.

A tutti la mia benedizione!


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domenica 9 novembre 2025

UDIENZA GIUBILARE 08/11/2025 Leone XIV: "Sperare è testimoniare che la terra può davvero somigliare al cielo. E questo è il messaggio del Giubileo. - Servono opportunità occupazionali che offrano stabilità (testo e video)

UDIENZA GIUBILARE
Piazza San Pietro
Sabato, 8 novembre 2025

PAPA LEONE XIV


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Catechesi. 8. Sperare è testimoniare. Isidore Bakanja

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La speranza del Giubileo nasce dalle sorprese di Dio. Dio è diverso da come siamo abituati a essere noi. L’Anno giubilare ci spinge a riconoscere questa diversità e a tradurla nella vita reale. Per questo è un Anno di grazia: possiamo cambiare! Lo chiediamo sempre, quando preghiamo il Padre Nostro e diciamo: «Come in cielo, così in terra».

San Paolo scrive ai cristiani di Corinto invitandoli a rendersi conto che fra loro la terra ha già cominciato a somigliare al cielo. Dice loro di considerare la loro chiamata e vedere come Dio abbia avvicinato persone che altrimenti mai si sarebbero frequentate. Chi è più umile e meno potente è ora diventato prezioso e importante (cfr 1Cor 1,26-27). I criteri di Dio, che sempre comincia dagli ultimi, già a Corinto sono un “terremoto” che non distrugge, ma risveglia il mondo. La parola della Croce, che Paolo testimonia, risveglia la coscienza e risveglia la dignità di ciascuno.

Cari fratelli e sorelle, sperare è testimoniare: testimoniare che tutto è già cambiato, che niente è più come prima. Per questo oggi vorrei parlarvi di un testimone della speranza cristiana in Africa. Si chiama Isidore Bakanja e dal 1994 è annoverato tra i Beati, patrono dei laici nel Congo. Nato nel 1885, quando il suo Paese era una colonia belga, non frequentò la scuola, perché non c’era nella sua città, ma diventò apprendista muratore. Divenne amico dei missionari cattolici, i monaci trappisti: questi gli parlarono di Gesù e lui accettò di seguire l’istruzione cristiana e di ricevere il Battesimo, intorno ai vent’anni. Da quel momento, la sua testimonianza divenne sempre più luminosa. Sperare è testimoniare: quando testimoniamo la vita nuova, aumenta la luce anche fra le difficoltà.

Isidore, infatti, si trova a lavorare come operaio agricolo per un padrone europeo senza scrupoli, che non sopporta la sua fede e la sua autenticità. Il padrone odiava il cristianesimo e quei missionari che difendevano gli indigeni contro gli abusi dei colonizzatori, ma Isidore porterà fino alla fine il suo scapolare al collo con l’immagine della Vergine Maria, subendo ogni genere di maltrattamenti e di torture, senza perdere la speranza. Sperare è testimoniare! Isidore muore, dichiarando ai padri trappisti di non provare rancore, anzi, promette di pregare anche nell’aldilà per chi lo ha ridotto così.

È questa, cari fratelli e sorelle, la parola della Croce. È una parola vissuta, che rompe la catena del male. È un nuovo tipo di forza, che confonde i superbi e rovescia dai troni i potenti. Così sorge la speranza. Molte volte le antiche Chiese del Nord del mondo ricevono dalle Chiese giovani questa testimonianza, che spinge a camminare insieme verso il Regno di Dio, che è Regno di giustizia e di pace. L’Africa, in particolare, chiede questa conversione, e lo fa donandoci tanti giovani testimoni di fede. Sperare è testimoniare che la terra può davvero somigliare al cielo. E questo è il messaggio del Giubileo.

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Durante l’udienza in piazza San Pietro l’appello del Papa per il Giubileo del mondo del lavoro

Servono opportunità occupazionali
che offrano stabilità


L’auspicio di «un impegno collettivo, da parte delle istituzioni e della società civile, per creare valide opportunità occupazionali che offrano stabilità e dignità, soprattutto ai giovani» è stato espresso dal Pontefice all’udienza giubilare di stamane, sabato 8 novembre. Tra i 45 mila fedeli presenti in piazza San Pietro vi erano infatti numerosi partecipanti al Giubileo del mondo del lavoro, che avrebbe dovuto essere celebrato lo scorso 1° maggio ma era stato rimandato a motivo della morte di Papa Francesco.

Salutando i gruppi di pellegrini di lingua italiana Leone XIV ha rimarcato come il lavoro debba «essere una fonte di speranza e di vita, che permetta di esprimere la creatività dell’individuo e la sua capacità di fare del bene»; e in quello ai polacchi ha ricordato che «i pellegrinaggi del Mondo del Lavoro hanno una lunga tradizione in Polonia. La loro ispirazione nasce dall’insegnamento di san Giovanni Paolo II — ha spiegato — e dalla sua enciclica Laborem exercens, nonché dall’attività del beato don [Jerzy] Popiełuszko», cappellano del sindacato “Solidarność”. «Ritornate a queste fonti per affrontare le “cose nuove”, sollecitando la visione cristiana del lavoro umano», li ha esortati.

In precedenza la catechesi del vescovo di Roma che aveva per tema «Sperare è testimoniare», era stata dedicata alla figura del martire africano Isidore Bakanja (1887 circa - 1909), beatificato nel 1994 e «patrono dei laici» congolesi.

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(fonte: L'Osservatore Romano 08/11/2025)

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domenica 26 ottobre 2025

25/10/2025 Udienza giubilare la catechesi di Leone XIV sul tema «sperare non è sapere» - Diventare popolo in cui gli opposti si compongono in unità

All’udienza giubilare la catechesi di Leone XIV sul tema
«sperare non è sapere»

Diventare popolo
in cui gli opposti
si compongono in unità


«Anche nella Chiesa di oggi» molte «domande mettono in crisi il nostro insegnamento»: quelle «dei giovani, dei poveri, delle donne, di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza». Ecco perché «siamo in un tempo benedetto! La Chiesa diventa esperta di umanità, se ha nel cuore l’eco delle sue domande». È l’insegnamento attuale che Leone XIV ricava dagli interrogativi del cardinale Nicola Cusano. Il teologo del quindicesimo secolo ha infatti ispirato la catechesi del Papa all’udienza giubilare di stamane in piazza San Pietro. Agli oltre quarantamila fedeli presenti e ai tanti che lo seguivano attraverso i media, il Pontefice ha offerto una riflessione sul tema «Sperare è non sapere». Del resto, ha spiegato, «noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo». Da qui l’auspicio di Leone XIV: «Diventiamo un popolo in cui gli opposti si compongono in unità»; «impariamo, avanzando un passo dopo l’altro. È un cammino non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità». Ed è, ha assicurato il Papa, «un cammino di speranza».

Tra i saluti ai gruppi di pellegrini presenti, particolarmente significativo quello rivolto ai polacchi, con il ricordo del «centenario della storica Bolla di Papa Pio XI — già eroico Nunzio Apostolico a Varsavia — che riorganizzò l’amministrazione della Chiesa in Polonia e, dopo il tragico periodo delle spartizioni e delle guerre, creò alcune nuove diocesi».
(fonte: L'Osservatore Romano 25/10/2025)

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lunedì 29 settembre 2025

Andrea Monda: L’intuizione dei piccoli La distrazione dei grandi

Andrea Monda
L’intuizione dei piccoli
La distrazione dei grandi


L’intuizione. È questo che contraddistingue il cristiano. Lo ha affermato Papa Leone XIV durante la catechesi di sabato 27 settembre. Il cristiano è un uomo che intuisce e si fida dell’intuito, del “fiuto”, come diceva anche Francesco. E l’intuizione è qualcosa che i piccoli, i semplici, praticano più dei grandi, perché proprio i piccoli hanno il dono dell’intuizione, quel “movimento dello spirito”, quella intelligenza del cuore” che invece i dotti non hanno, «perché presumono di conoscere. È bello, invece, avere ancora spazio nella mente e nel cuore, perché Dio si possa rivelare». Il cattolicesimo è una religione fondata sul paradosso dell’incarnazione e questa paradossalità la si coglie anche nel ribaltamento per cui, a partire dalla notte di Betlemme, i piccoli, i bambini, sono posti non al fondo ma al vertice della piramide sociale. Parlando del sensus fidei dei piccoli, il Papa ha concluso: «Anche così Dio fa andare avanti la sua Chiesa, mostrandole nuove strade. Intuire è il fiuto dei piccoli per il Regno che viene. Che il Giubileo ci aiuti a diventare piccoli».

Queste parole del Pontefice che, facendo eco al Vangelo, invitano a rovesciare il nostro schema a favore degli ultimi, quanto stridono di fronte alle immagini che ci arrivano dai luoghi dove il conflitto armato, la violenza e la guerra, mietono ogni giorno vittime, in un tributo di sangue che i primi a pagare sono sempre gli indifesi, le donne e i bambini.

Quante volte Francesco, accogliendo bambini che arrivavano a Roma da luoghi di guerra, esprimeva il suo dolore nel vedere che sui loro volti si era spenta la gioia, la capacità di sorridere. Dieci anni fa, il 15 settembre 2015, parlando della maternità di Maria aveva affermato che «una delle cose più belle e umane è sorridere a un bambino e farlo sorridere».

In una pagina del romanzo Gilead di Marilynne Robinson il protagonista racconta questa esperienza: «Dicono che un bambino piccolo non ci vede, però lei aprì gli occhi, e mi guardò. Era una creaturina piccolissima. Mentre la tenevo in braccio aprì gli occhi […] so che la bambina mi guardò dritto negli occhi. È una cosa bellissima. […] mi rendo conto che non c’è nulla di più straordinario di un viso umano. Ha a che fare con l’incarnazione. Quando hai visto un bambino e lo hai tenuto in braccio ti senti obbligato nei suoi confronti. Ogni volto umano esige qualcosa da te, perché non puoi fare a meno di capire la sua unicità, il suo coraggio e la sua solitudine. E questo è ancora più vero nel caso del viso di un neonato. Considero quest’esperienza una sorta di visione, altrettanto mistica di tante altre».

I bambini vedono, e anche senza vedere intuiscono. Ma oggi, nei luoghi martoriati in cui vivono, quali saranno le visioni e le intuizioni che abitano il loro cuore? E soprattutto, i bambini, noi li vediamo? 
(fonte: L'Osservatore Romano 27/09/2025)

domenica 28 settembre 2025

L’Ucraina perseveri nella fede malgrado la guerra - Udienza Giubilare di Leone XIV - (Commento - testo - video)


All’udienza giubilare Leone XIV ricorda il sacerdote martire Oros beatificato oggi

L’Ucraina perseveri nella fede malgrado la guerra


L’intercessione del nuovo beato Pietro Paolo Oros «ottenga per il caro popolo ucraino di perseverare con fortezza nella fede e nella speranza, nonostante il dramma della guerra». All’udienza giubilare odierna in piazza San Pietro il Papa ha preso spunto dalla contemporanea cerimonia di beatificazione svoltasi in Ucraina, per rilanciare nell’attuale contesto del martoriato Paese la testimonianza del sacerdote «ucciso nel 1953 in odio alla fede», il quale «quando la Chiesa Greco-cattolica fu messa fuori legge, rimase fedele al Successore di Pietro».

In precedenza il Pontefice aveva pronunciato la catechesi incentrata sul tema «sperare è intuire» in cui ha tessuto un vero e proprio elogio della piccolezza. Il verbo “intuire” infatti «descrive una intelligenza del cuore che Gesù ha riscontrato soprattutto nelle persone di animo umile», ha spiegato riferendosi al «fiuto dei piccoli» e portando l’esempio di Ambrogio, il governatore di Milano eletto vescovo per “un’intuizione” del popolo. E ha concluso auspicando «che il Giubileo ci aiuti a diventare piccoli secondo il Vangelo per intuire e per servire i sogni di Dio».
(fonte: L'Osservatore Romano 27/09/2025)

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sabato 14 giugno 2025

UDIENZA GIUBILARE 14 giugno 2025 - Leone XIV Gesù è una porta che unisce non un muro che separa (sintesi, testo e video)

UDIENZA GIUBILARE

Basilica San Pietro
Sabato, 14 giugno 2025

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La prima udienza giubilare di Leone XIV

Parlando di sant’Ireneo e dell’importanza di «collegare» e non contrapporre, il Papa esorta a distinguere la realtà dalle ideologie

Gesù è una porta che unisce
non un muro che separa


Anche il Vangelo venne da fuori. I migranti ravvivano la fede nei Paesi d’accoglienza

«Gesù non è un muro che separa, ma una porta che ci unisce. Occorre rimanere in lui e distinguere la realtà dalle ideologie». Lo ha detto Leone XIV stamani, sabato 14 giugno, nella prima udienza giubilare del suo pontificato, svoltasi nella basilica Vaticana. 
Le precedenti nell’Anno Santo della speranza erano state tenute dal predecessore Papa Francesco l’11 gennaio e il 1° febbraio scorsi. 

Nella sua riflessione — che pubblichiamo di seguito — Papa Prevost ha approfondito il tema «Sperare è collegare. Ireneo di Lione».
(fonte: L'Osseratore Romano 14/06/2025)

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CATECHESI DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sperare è collegare. Ireneo di Lione

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi!

Cari fratelli e sorelle,

Riprendono questa mattina le speciali udienze giubilari che Papa Francesco aveva iniziato nel mese di gennaio, proponendo ogni volta un particolare aspetto della virtù teologale della speranza e una figura spirituale che lo ha testimoniato. Continuiamo dunque il cammino avviato, come pellegrini di speranza!

Ci raduna la speranza trasmessa dagli Apostoli fin dal principio. Gli Apostoli hanno visto in Gesù la terra legarsi al cielo: con gli occhi, gli orecchi, le mani hanno accolto il Verbo della vita. Il Giubileo è una porta aperta su questo mistero. L’anno giubilare collega più radicalmente il mondo di Dio al nostro. Ci invita a prendere sul serio ciò che preghiamo ogni giorno: «Come in cielo, così in terra». Questa è la nostra speranza. Ecco l’aspetto che oggi vorremmo approfondire: sperare è collegare.

Uno dei più grandi teologi cristiani, il vescovo Ireneo di Lione, ci aiuterà a riconoscere come è bella e attuale questa speranza. Ireneo nacque in Asia Minore e si formò tra coloro che avevano conosciuto direttamente gli Apostoli. Venne poi in Europa, perché a Lione già si era formata una comunità di cristiani provenienti dalla sua stessa terra. Come ci fa bene ricordarlo qui, a Roma, in Europa! Il Vangelo è stato portato in questo continente da fuori. E anche oggi le comunità di migranti sono presenze che ravvivano la fede nei Paesi che le accolgono. Il Vangelo viene da fuori. Ireneo collega Oriente e Occidente. Già questo è un segno di speranza, perché ci ricorda come i popoli si continuano ad arricchire a vicenda.

Ireneo, però, ha un tesoro ancora più grande da donarci. Le divisioni dottrinali che incontrò in seno alla comunità cristiana, i conflitti interni e le persecuzioni esterne non lo scoraggiarono. Al contrario, in un mondo a pezzi imparò a pensare meglio, portando sempre più profondamente l’attenzione a Gesù. Diventò un cantore della sua persona, anzi della sua carne. Riconobbe, infatti, che in Lui ciò che a noi sembra opposto si ricompone in unità. Gesù non è un muro che separa, ma una porta che ci unisce. Occorre rimanere in lui e distinguere la realtà dalle ideologie.

Cari fratelli e sorelle, anche oggi le idee possono impazzire e le parole possono uccidere. La carne, invece, è ciò di cui tutti siamo fatti; è ciò che ci lega alla terra e alle altre creature. La carne di Gesù va accolta e contemplata in ogni fratello e sorella, in ogni creatura. Ascoltiamo il grido della carne, sentiamoci chiamare per nome dal dolore altrui. Il comandamento che abbiamo ricevuto fin da principio è quello di un amore vicendevole. Esso è scritto nella nostra carne, prima che in qualsiasi legge.

Ireneo, maestro di unità, ci insegna a non contrapporre, ma a collegare. C’è intelligenza non dove si separa, ma dove si collega. Distinguere è utile, ma dividere mai. Gesù è la vita eterna in mezzo a noi: lui raduna gli opposti e rende possibile la comunione.

Siamo pellegrini di speranza, perché fra le persone, i popoli e le creature occorre qualcuno che decida di muoversi verso la comunione. Altri ci seguiranno. Come Ireneo a Lione nel secondo secolo, così in ognuna delle nostre città torniamo a costruire ponti dove oggi ci sono muri. Apriamo porte, colleghiamo mondi e ci sarà speranza.

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Saluti
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APPELLO

Anche in questi giorni, in effetti, giungono notizie che destano molta preoccupazione. Si è gravemente deteriorata la situazione in Iran e Israele, e in un momento così delicato desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune. 
Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. È dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace, avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti.


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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana ...

Il mio pensiero va ora ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Alla Vergine Maria affido le attese e le intenzioni di bene che avete nel cuore.

A tutti la mia benedizione!


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