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mercoledì 7 gennaio 2026

SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE – CHIUSURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA - Il Papa Leone XIV chiude la Porta Santa: con Dio tutto cambia. Nessun violento dominerà le sue vie

SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE –
CHIUSURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA

CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Martedì, 6 gennaio 2026


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Il Papa chiude la Porta Santa:
con Dio tutto cambia. Nessun violento dominerà le sue vie

Nella Solennità dell’Epifania, il rito conclusivo del Giubileo. Leone XIV nell'omelia interpella i fedeli: “C’è vita nella nostra Chiesa?”. Il Pontefice mette in guardia dalla violenza che cerca di impadronirsi del Regno di Dio, dalle "lusinghe del potere" e dai "deliri di onnipotenza", dall’“economia distorta” che trae profitto da tutto. Esorta ad "amare" e "cercare" la pace e a non trasformare i luoghi sacri in monumenti ma a diffondere da essi “il profumo della vita”


Genuflesso, in silenzio, con le mani giunte, la mitra sul capo. Poi in piedi, prima a tirare l’anta di destra e subito dopo la sinistra. Un tonfo sordo dei due battenti, il Papa chiude la Porta Santa e con essa il Giubileo della Speranza iniziato il 24 dicembre 2024. Il rito simbolo della conclusione dell’Anno Santo, con il suo carico di storia, tradizioni e suggestioni, si svolge alle 9.40. I disegni di Dio – colui che “sorprende” ancora e sempre, come dirà nell’omelia - hanno voluto che un Pontefice, Francesco, avviasse questo tempo speciale per la Chiesa e per il mondo e che a concluderlo fosse un altro, Leone XIV. Pochi e rari i precedenti nella storia.


Momento solenne

Un Papa assorto in preghiera, a tratti emozionato, consapevole della solennità del momento, quello che si vede dinanzi al grande portone bronzeo, circondato da fiori e rami verdi, in cui sono scolpiti i momenti salienti della storia della salvezza. Una immagine, questa del Successore di Pietro, che ritorna pure nella Messa per la Solennità dell’Epifania, celebrata nella Basilica di San Pietro, con gli appelli nell'omelia – vigorosi, ma pronunciati con voce tenue – ai cristiani a proseguire il cammino giubilare amando e cercando la “pace”, rifuggendo da ogni violenza e da questa “economia distorta” che “prova a trarre da tutto profitto”, diventando invece segno di una Chiesa che diffonde “il profumo della vita”, annunciando un “Dio che rimette in cammino”, le cui vie non sono le vie del mondo e che nessun violento o potente nel mondo potrà mai “dominarle” o “bloccarle”.

Il Papa chiude la Porta Santa della Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Migliaia di fedeli

Ad accompagnare il Papa in questo momento liturgico ci sono 10 mila fedeli riuniti – nonostante il freddo e l’allerta meteo – in quella Piazza San Pietro, divenuta per 378 giorni chiesa giubilare all’aperto tra le preghiere, i canti, i pellegrinaggi di oltre 33 milioni di fedeli venuti da ogni parte del mondo. Hanno varcato tutti questo ingresso, sovrastato dalle Chiavi del Primato scolpite sulla pietra viva, con al centro, in alto, due lapidi con le scritte che ricordano, l’Anno Santo del 1975 voluto da Paolo VI e il Grande Giubileo dell’Anno 2000, punto di arrivo di fine secolo e punto di inizio del nuovo Millennio. Altre 5.800 persone sono sedute in Basilica per la celebrazione. Tra loro, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, con la figlia Laura. Presenti anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana.

Il Papa in ginocchio davanti alla Porta Santa (@Vatican Media)

Una Porta sempre aperta

Prima della Messa, nell’atrio circondato dai cardinali - che il 7 e l’8 gennaio si riuniranno per il Concistoro straordinario -, dai vescovi e dai canonici di San Pietro, Leone XIV legge la monizione e poi l’orazione:

Con animo grato ci accingiamo a chiudere questa Porta Santa, varcata da una moltitudine di fedeli, sicuri che il buon Pastore tiene sempre aperta la porta del suo cuore per accoglierci tutte le volte che ci sentiamo stanchi e oppressi

Da lì, il rito di chiusura della Porta Santa. Tutti i presenti si avviano poi in processione verso l’altare, mentre la Schola cantorum intona l’Adeste fideles. Durante la celebrazione, un diacono canta il Vangelo dell’Epifania (Matteo 2, 1-12); vengono poi annunciati, in latino, il giorno di Pasqua che quest’anno cadrà il 5 aprile e le date delle prossime solennità liturgiche: inizio Quaresima 18 febbraio; Ascensione del Signore 14 maggio; Pentecoste 24 maggio; prima Domenica di Avvento 29 novembre.

La Messa del Papa per la Solennità dell'Epifania nella Basilica di San Pietro
Guarda il video
[ Photo Embed: La Messa dell'Epifania a San Pietro]

"Dio si rivela e nulla può restare fermo"

Nell’omelia del Papa si intrecciano gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio. I sentimenti, cioè, dei Magi e del re Erode, simbolo di tutti quei “contrasti” che appaiono nella Sacra Scrittura ogni volta che Dio si manifesta. Oggi celebriamo l’Epifania del Signore, afferma Leone XIV, “consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima”.

Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro

Vite in cammino in un mondo travagliato

Lo sguardo del Pontefice si sposta sulla Porta Santa, ultima ad essere chiusa dopo quelle di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura. Questo varco, osserva il Papa, “ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Cosa ha mosso tutta questa gente? La ricerca spirituale è un serio interrogativo al termine dell’Anno giubilare: “Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?”. Come i Magi, queste persone hanno accettato “la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”.

Papa Leone XIV (@Vatican Media)

Tutti, afferma Papa Leone, “siamo vite in cammino”. È il Vangelo a spingere a tale dinamismo, a orientarlo verso Dio che “ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro”. È un Dio “vivo e vivificante” e questo “profumo della vita” deve ora diffondersi da tutti quei luoghi come Cattedrali, Basiliche, Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare. Devono restituire ora loro “l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato”.

C’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?

Il Vangelo rende audaci e creativi

La gioia del Vangelo “libera”, “rende prudenti”, sì, ma anche “audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse”, sottolinea il Papa. Suggerisce, cioè, le vie di Dio, ben diverse da quelle del mondo:

“Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle”

Amare la pace, cercare la pace

“Dio mette in questione l’ordine esistente”, rimarca ancora Papa Leone, “è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù”. Non fa “rumore”, ma il suo Regno “germoglia già ovunque nel mondo”. Come in passato, anche oggi esso “subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Ne sono prova, annota il Papa, i “tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti”.

Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino

Il Papa durante la Messa a San Pietro (@Vatican Media)

Economia distorta

“Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare”, è la denuncia di Papa Leone XIV. Che ai fedeli pone allora un’altra domanda: “Ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”.

La generazione dell'aurora

Da Cristo, aggiunge, impariamo a cogliere “i segni dei tempi”. Il Bambino, quello che “non ci attende nelle location prestigiose, ma nelle realtà umili” e che i Magi adorano, “è un Bene senza prezzo e senza misura”. Nessuno può venderci questo, afferma il Pontefice: “È l’Epifania della gratuità”.

Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare

“Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”, è la speranza di Papa Leone. L’auspicio è per “una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”.

La Messa per la Solennità dell'Epifania (@Vatican Media)

La preghiera davanti a Gesù bambino

Concelebrano con il Papa all'altare, i cardinali Giovanni Battista Re, decano del Collegio Cardinalizio; il vice-decano, Leonardo Sandri; il segretario di Stato, Pietro Parolin; Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i Vescovi e predecessore dello stesso Prevost. Al termine della celebrazione, il Papa si reca davanti alla statua di Gesù Bambino in Basilica per un momento di venerazione e prega pure dinanzi alla statua lignea della Madonna della Speranza, provienente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno, collocata fino ad oggi all’Altare della Confessione. Infine, il passaggio per i saluti ai fedeli che alle 12 si uniscono a quelli in Piazza per seguire l'Angelus dalla Loggia delle Benedizioni.

Guarda il video integrale
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 06/01/2026)

martedì 6 gennaio 2026

Il 2025 da Francesco a Leone nel segno del Giubileo

Il 2025 da Francesco a Leone nel segno del Giubileo

Un anno intenso per la Chiesa e l’umanità con la morte di Jorge Mario Bergoglio, il Conclave, l’elezione di Robert Francis Prevost e l’inizio del pontificato scandito da viaggi, incontri, azioni di governo. Tutto mentre è in corso il Giubileo, in chiusura il 6 gennaio, che ha portato a Roma oltre 30 milioni di pellegrini e fedeli, protagonisti dei principali eventi di questi mesi


Il lutto e la gioia; la piazza che piange per il Papa sudamericano che sale al cielo e la stessa piazza che esulta per il Papa nordamericano che sale sul Soglio petrino. Un pontificato che finisce e uno che inizia con nuove celebrazioni, nuovi viaggi, nuovi documenti e nuove nomine. In mezzo, Messe, udienze, rosari, veglie, pellegrinaggi alla Porta Santa, grandi adunate di giovani e non solo. È una parabola questo 2025: la parabola della Chiesa che prosegue il suo cammino oltre i mutamenti della storia e del tempo.

Un anno certamente indimenticabile per l’umanità tra la morte di Francesco e l'elezione di Leone XIV, nel pieno del Giubileo, l’Anno Santo dedicato alla speranza che, aperto da un Papa, verrà chiuso il 6 gennaio dal successore. Pochi e rari i precedenti della storia: due Papi in un tempo straordinario per il popolo di Dio. Quel popolo che è stato protagonista dei momenti che maggiormente hanno segnato questo 2025 che purtroppo ha visto l’esacerbarsi delle tensioni geopolitiche internazionali e il moltiplicarsi dei “pezzi” di quella che, Francesco prima e Leone poi, hanno definito la “terza guerra mondiale”.

Papa Francesco apre la Porta Santa della Basilica di San Pietro (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

Il mondo a Roma

Oltre 30 milioni i pellegrini da tutto il mondo hanno fatto tappa a Roma nei mesi giubilari, sia nei tempi ordinari che negli oltre 30 speciali eventi dedicati alle diverse categorie della Chiesa e della società, ma anche durante il faticoso periodo del ricovero di Papa Francesco al Policlinico Gemelli, il 14 febbraio, concluso con il decesso del 21 aprile e il funerale cinque giorni dopo (26 aprile). Oltre 250 mila persone hanno partecipato alla cerimonia esequiale di Jorge Mario Bergoglio; quasi il doppio quelle che hanno reso omaggio al Papa defunto durante l’esposizione della salma nella Basilica di San Pietro. Numerosi pure i fedeli presenti alle recite del Rosario serali per la salute del Papa avvicendatesi durante la degenza o che hanno pregato nel cortile del Policlinico, dove in tanti – tra gruppi e singoli – hanno proseguito il loro pellegrinaggio dopo la Porta Santa.

Il ricovero di Francesco

Francesco è stato visibile al mondo per tutto il mese di gennaio - iniziato con l’Angelus scandito dall’appello per la guerra “disumana” e il dolore per le mamme che hanno perso i figli - e metà febbraio, fino, appunto, al ricovero per quella che sembrava una ‘normale’ bronchite rivelatasi poi un’infezione polimicrobica con diverse crisi e lenti miglioramenti. Nelle settimane precedenti, nonostante la salute cagionevole, il Pontefice ha continuato la sua attività tra udienze generali e giubilari (la prima, il 12 gennaio), incontri mattutini e pomeridiani, telefonate serali alla parrocchia di Gaza. Poi il governo della Chiesa con due nomine significative: suor Simona Brambilla, prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica (6 gennaio) e suor Raffaella Petrini, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano (15 febbraio). Due donne, due suore, per la prima volta a capo di importanti organismi. Della lunga ospedalizzazione di Jorge Mario Bergoglio, tra bollettini medici, catene di preghiera, news e fake news nei media di tutto il mondo, restano impressi il commovente messaggio audio registrato, in spagnolo e con un filo di voce, dall’ospedale per ringraziare i fedeli per la vicinanza, e la foto – l’unica di quei giorni – del Pontefice con camice e stola viola nella cappellina del decimo piano.

Il rientro in Vaticano e l'ultimo saluto alla piazza

Il 22 marzo i medici annunciano le dimissioni di Francesco dall’ospedale. Il 23 quindi la prima apparizione pubblica da un balcone del Gemelli con poche parole a braccio, la voce debole e il volto provato. Quindi il rientro in Vaticano, dopo una breve tappa a Santa Maria Maggiore, la Basilica divenuta poi dimora eterna delle sue spoglie. Ma all’epoca neppure era immaginabile una tomba con sopra il nome Franciscus, specie dopo che il mondo aveva visto il Papa apparire tre volte in pubblico: una in Piazza San Pietro durante il Giubileo dei malati; una mentre si recava alla tomba di San Pio X e alla statua di Benedetto XV; una, l’ultima – storica, visto il succedersi degli eventi - per l’Urbi et Orbi di Pasqua con l’augurio di “Buona Pasqua” quasi sussurrato e il giro in papamobile in Piazza San Pietro. Il primo dopo il ricovero, l’ultimo della sua vita. Con le braccia e l’intero corpo debilitato, ma negli occhi la felicità di essere riuscito in questo nuovo contatto di popolo per il quale ha ringraziato privatamente i suoi collaboratori: “Grazie per avermi riportato in piazza”.

I funerali di Papa Francesco (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

La morte del Papa

Il giorno dopo, alle 9.50, l’annuncio del cardinale camerlengo Kevin Joseph Farrell: “Questa mattina, 21 aprile 2025, Papa Francesco è tornato alla Casa del Padre”. La causa: un ictus cerebrale seguito da un collasso cardiocircolatorio. Da lì un nuovo capitolo nella Chiesa con l’omaggio commosso e continuo della gente a Santa Marta e poi a San Pietro, dopo la traslazione delle spoglie, l’apposizione dei sigilli nell’appartamento del Palazzo Apostolico, il rito di chiusura della bara, poi il funerale solenne, la processione del feretro per le strade di Roma e la tumulazione a Santa Maria Maggiore, sotto una tomba di marmo bianco, meta di un flusso incessante ancora oggi di pellegrini e fedeli.

Il Conclave e l'elezione di Leone XIV

Il 27 aprile il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, celebra la prima Messa dei novendiali. Il 28 sono già 180 i cardinali, inclusi quelli venuti dalle diocesi più remote e gli ultraottantenni senza diritto di voto, riuniti per la prima delle congregazioni generali che preparano al Conclave. L’evento, che da secoli affascina e cattura l’attenzione mondiale per tradizione, procedure e segretezza, si celebra il 7 maggio. E rimarrà negli annali come uno dei più rapidi Conclavi della storia con l’elezione, l’8 maggio, alla quarta votazione, del 267.mo Successore di Pietro. È Robert Francis Prevost, il primo Papa degli Stati Uniti (nato 69 anni prima a Chicago) ma dall’animo peruviano dopo oltre 22 anni trascorsi nel Paese latino-americano come missionario, parroco, catechista, vescovo. Un Pontefice proveniente da un ordine religioso, quello di Sant’Agostino, di cui per due mandati è stato superiore generale; un Papa laureato in matematica e diritto canonico; un Papa che ha conosciuto la Curia romana come prefetto del Dicastero per i Vescovi.

La Messa di Leone XIV per l'inizio del ministero petrino (@Vatican Media)

Inizia il pontificato

Leone XIV, un nome scelto in omaggio a Leone XIII, l’autore della Rerum Novarum che ha segnato il primo capitolo della Dottrina Sociale della Chiesa. Al suo primo apparire, con le mani giunte, la mozzetta rossa e la stola e gli occhi inumiditi da lacrime di commozione, nel suo discorso scritto il neo eletto Pontefice pronuncia come prima parola “Pace”. La ripete altre dieci volte. “Una pace disarmata e disarmante” quella che domanda alla Chiesa e al mondo; espressione divenuta cifra del pontificato. L’altra indicazione che rende chiaro il suo programma è quella condivisa con il Collegio cardinalizio, durante la prima celebrazione in Cappella Sistina, all’indomani dell’elezione: “Sparire perché rimanga Cristo”.

Il lavoro per la pace

Il 18 maggio inizia l’era Leone con la Messa di inizio pontificato in Piazza San Pietro davanti ad una folla di fedeli e rappresentanti istituzionali da tutto il mondo. Il Papa statunitense da subito si fa voce di pace rilanciando l’appello ai “grandi del mondo” dalla Loggia delle Benedizioni, dove recita il primo Regina Caeli (11 maggio): “Mai più la guerra”. Leone parla al telefono con i presidenti di Russia e Ucraina, Putin e Zelensky, quest’ultimo incontrato tre volte, due delle quali a Castel Gandolfo, dove - dopo dodici anni – il Papa ripristina il ritorno nella residenza estiva, risiedendo a Villa Barberini e lasciando il Palazzo Pontificio come polo museale aperto al pubblico.

Leone XIV propone il Vaticano come luogo di mediazione e negoziato per far cessare le violenze in Ucraina. Rinforza un lavoro diplomatico per tutte le zone di conflitto che va avanti “dietro le quinte”. Guardando al conflitto in Medio Oriente, riceve il presidente israeliano Isaac Herzog (4 settembre), con il quale parla al telefono anche dopo l’attentato di Sydney contro la comunità ebraica, e incontra il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (5 novembre). Con entrambi ribadisce l’urgenza del cessate il fuoco a Gaza, degli aiuti umanitari e la necessità della soluzione dei due Stati. Denuncia, poi, il Papa - come nel discorso alla plenaria della Roaco - la “violenza diabolica” che colpisce l’Oriente cristiano, esortando a uscire dalle “logiche della divisione e della ritorsione” e a non tradire i desideri di pace dei popoli “con le false propagande del riarmo”. Appello, quest’ultimo, ritornato ancora più vigoroso nel recente messaggio per la 59.ma Giornata mondiale della pace, in cui il Pontefice denuncia “l'irrazionalità di un rapporto tra popoli” basato non su giustizia e fiducia ma “sulla paura e sul dominio della forza”.

Il Papa firma la "Dilexi te", la sua prima esortazione apostolica (@Vatican Media)

La Dilexi te e l'attenzione per gli ultimi

Toni forti, come quelli che caratterizzano il discorso che Papa Leone rivolge, il 23 ottobre, ai Movimenti Popolari ricevuti in udienza in Vaticano per il loro Giubileo. Leone sottolinea l’importanza di lottare per i “diritti sacri” (terra, casa, lavoro), stigmatizza l'aumento delle ingiustizie sociali, il dilagare di nuove droghe sintetiche, i “danni collaterali” provocati dalle nuove tecnologie, il trattamento disumano verso i migranti (“trattati come spazzatura”) e verso i poveri. L’attenzione verso i poveri la cristallizza nella Dilexi te, la prima esortazione apostolica pubblicata il 4 ottobre. Un progetto avviato da Francesco e rilanciato da Leone.

I giovani, protagonisti del 2025

Dal suo predecessore Leone XIV eredita pure tutti gli impegni giubilari e la canonizzazione dei due santi giovani, Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati. Due le cerimonie previste inizialmente sotto il pontificato di Francesco – una durante il Giubileo dei giovani, l’altra nel Giubileo degli adolescenti -, slittate entrambe a causa della morte. Leone XIV canonizza i due beati laici insieme, il 7 settembre, in una cerimonia in Piazza San Pietro partecipata da migliaia di fedeli, soprattutto giovani.

I giovani. Ecco gli altri grandi protagonisti dell’Anno Santo e di uno dei momenti salienti del pontificato: il Giubileo loro dedicato del 28 luglio-3 agosto. Oltre un milione di ragazzi e ragazze di diverse età e provenienza hanno affollato Roma in quella settimana, riversandosi poi a Tor Vergata per la veglia e la Messa con il Papa. Uno spettacolo di volti, colori, bandiere, con il Pontefice che incoraggia le nuove generazioni a non accontentarsi della superficialità, delle relazioni virtuali, ma a costruire legami autentici, superando l’iperconnessione e l’incomunicabilità, costruendo la pace e aspirando alla santità. Oltre a Tor Vergata, del Giubileo dei giovani rimane in mente pure il fotogramma del Papa, a sorpresa, in papamobile in Via della Conciliazione e Piazza San Pietro per salutare la moltitudine riunita per la celebrazione d’apertura del Giubileo. “Voi siete la luce del mondo!”, grida il Vescovo di Roma alla folla che lo accoglie con quel “lío”, il “chiasso” tanto caro a Francesco.

Altra sorpresa e sempre con i giovani è quella che il Papa fa il 17 ottobre a Ostia per la visita alla Med25 Bel Espoir, l’imbarcazione da mesi in giro per i porti del Mediterraneo con a bordo 25 ragazzi di diversa nazionalità e religione. Memorabile l’immagine di Leone a bordo della nave con i marinai della pace che cantano e suonano la chitarra. A loro l’invito a dare “segni di speranza” in mezzo a odio e violenza.

Il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata (@Vatican Media)

Il viaggio in Türkiye e Libano

L’eco di questo invito risuona pure nel complesso scenario del Libano, tappa insieme alla Türkiye del primo viaggio apostolico (27 novembre – 2 dicembre). Un viaggio previsto, almeno nella parte turca, per il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea. Leone visita Ankara per gli appuntamenti istituzionali e vola poi a Istanbul dove incontra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, con il quale celebra la cerimonia commemorativa a İznik, l’attuale Nicea, sulle rive del lago dove sorgono i resti della basilica di San Neofito. Il luogo, cioè, dell’assise ecumenica. In Libano il Papa visita la capitale Beirut, dove prega al porto devastato dall’esplosione del 2020 e abbraccia sopravvissuti e familiari delle vittime; celebra la “mini Gmg” a Bkerké con 15 mila giovani libanesi e di tutto il Medio Oriente; incontra patriarchi e rappresentanti delle chiese cristiane e leader di altre religioni con cui prega per la pace; esorta le parti in conflitto a deporre le armi.

L'incontro con i Reali inglesi

Prima del viaggio internazionale, il 20 novembre, Papa Leone compie la sua prima visita in Italia, ad Assisi, per la conclusione dell’Assemblea generale della CEI. Nella cittadina umbra il Pontefice si inginocchia sulla tomba di San Francesco affidandogli le sorti dell’umanità e del Creato.

L’impegno per la cura della Casa comune viene ribadito dal Papa anche durante il momento storico con i reali inglesi Carlo I e Camilla, vissuto la mattina del 23 ottobre, nella Cappella Sistina, dove si svolge la celebrazione per lodare Dio creatore. Un evento che rafforza il dialogo e il cammino verso l’unità.

Papa Leone XIV al porto di Beirut, in Libano (@Vatican Media)

Nomine e azioni di governo

Nel 2025 del Papa anche le prime importanti nomine interne (monsignor Filippo Iannone, prefetto del Dicastero per i Vescovi; l’agostiniano padre Edward Daniang Daleng, vice reggente della Prefettura della Casa pontificia; monsignor Anthony Onyemuche Ekpo, assessore della Segreteria di Stato) e le nomine degli arcivescovi di New York, Ronald Hicks, e di Westminster, Charles Phillip Richard Moth. Tra Motu propri, rescritti e chirografi, Leone XIV riforma la gestione finanziaria vaticana, togliendo allo IOR l’esclusiva sugli investimenti e introducendo una “responsabilità condivisa” con l’APSA; ripristina il Settore Centro della Diocesi di Roma; pubblica il nuovo Regolamento della Curia romana; promuove l’accoglienza delle persone diversamente abili nella comunità di lavoro della Santa Sede; sopprime la Commissione per le donazioni alla Santa Sede, istituita meno di 10 mesi prima.

Verso il 2026

Un Papa, dunque, attivo e impegnato in azioni di governo, oltre che nelle centinaia di udienze pubbliche e private e in tutte le celebrazioni dei Giubilei dedicate a lavoratori, operatori sanitari, diplomatici, movimenti e realtà ecclesiali, educatori, catechisti, vescovi, sacerdoti, sportivi e, per ultimo, il 14 dicembre, ai detenuti, durante il quale ribadisce l’appello ai governi a concedere amnistia o indulto in questi ultimi battiti del Giubileo. Quello che si concluderà il 6 gennaio, con la chiusura della Porta Santa di San Pietro. Le altre tre Basiliche papali hanno già chiuso la loro Porta Santa: il 25 dicembre Santa Maria Maggiore, il 27 San Giovanni in Laterano, il 28 San Paolo fuori le Mura. Nella Solennità della Epifania, quindi, l’atto finale dell’Anno Santo seguito da un altro importante appuntamento per la Chiesa e il pontificato: il Concistoro straordinario convocato per il 7 e l’8 gennaio 2026. Due giorni di riflessione e preghiera per offrire “sostegno e consiglio” al Papa nel governo della Chiesa universale. Un governo orientato all'ascolto, alla sinodalità, all'unità della Chiesa, superando ogni polarizzazione.

Papa Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio – 31/12/2025)

lunedì 5 gennaio 2026

Giorgio Bernardelli Il Te Deum della Porta Santa

Giorgio Bernardelli
Il Te Deum della Porta Santa

In questi giorni si danno i numeri dei pellegrini, ma io rendo grazie anche per chi a Roma non si è visto. E ci ricorda che il cantiere della speranza chiede anche cose che non siamo stati capaci di fare...


Stando qui in San Pietro ormai da tanti anni, credevo di averle viste proprio tutte. Ma in questo 2025 mi sono dovuta ricredere. Gli storici gongolano nel dirci che un conclave nell’Anno Santo è stato un evento in qualche modo unico. Ma a me – Porta santa che ogni 25 anni (e ultimamente anche un po’ più spesso) vengo spalancata per annunciare a tutti la misericordia – questo tempo che si chiude piace piuttosto raccontarlo così: è stato il Giubileo in cui il primo ad attraversarmi è stato un papa anziano dal cuore grande seduto su una sedia a rotelle; mentre il suo successore che tra qualche giorno mi chiuderà, è un uomo più giovane che con passo deciso si è messo sulle sue orme dopo aver camminato come missionario sulle strade del mondo. Non è l’immagine più bella della speranza che questi dodici mesi si proponevano di annunciare?

Là fuori in questi giorni si danno i numeri: si citano i milioni di pellegrini che mi hanno attraversata. Io sorrido: “Vi piace vincere facile…”. Nel tempo dell’overtourism globale, sarebbe stato ben strano se proprio Roma quest’anno non avesse stampato il proprio record. Certo, i “nostri” avevano la croce e il percorso riservato; le altre volte non eravamo mai riusciti a curare così bene tanti dettagli. E il calendario fitto fitto di giornate, ciascuna con il “suo” Giubileo, non vogliamo ricordarlo?

Va bene, abbiamo dimostrato che nonostante i suoi tanti problemi la “macchina” di Santa Romana Chiesa esiste ancora. Mi sembra, però, un po’ poco per intonare il mio Te Deum. Anche perché – con buona pace dei mitici giovani di Tor Vergata – io nei gruppi dall’Italia ho visto passare soprattutto gente coi capelli bianchi. Come, del resto, mi raccontano ogni settimana le mie sorelle porte delle vostre parrocchie.

Ci sono, però, altre ragioni migliori per cui io oggi canto il mio Te Deum, lodando Dio per questo Anno della speranza. Lo ringrazio per tutti quelli che ha portato fino a qui. Tutti. Anche quelli che ci sono finiti proprio per caso o per semplice curiosità: in fondo non è proprio questa la famosa “Chiesa in uscita” di cui parlava Francesco? Un popolo che senza fare troppe domande sa accogliere tutti, provando a trasmettere il gusto di camminare insieme.

Ti lodo per chi nel Giubileo ha fatto fino in fondo l’esperienza dell’incontro con la misericordia di Dio, l’unica cosa che conta davvero (da 700 anni a questa parte) in un Anno Santo. Che siano pochi o tanti, dal loro cuore perdonato è partita comunque la scintilla che può cambiare il mondo.

Ma ti lodo anche per i tanti che non solo non si sono proprio visti, ma del nostro Anno Santo non si sono nemmeno accorti. Sono la stragrande maggioranza dell’umanità. Io però, pur stando qui, lo so che anche loro una speranza nella vita la cercano. E allora ci ricordano che un Giubileo su un tema così impegnativo non si esaurisce in dodici mesi di pellegrinaggi. Ha bisogno di cantieri ben più ambiziosi rispetto a quelli per gestire chi va e chi viene da Roma.

A dire il vero il piano papa Francesco lo aveva messo giù preciso per iscritto, quando nella sua bolla di indizione Spes non confundit aveva chiesto anche alle nazioni della Terra gesti molto concreti: sforzi seri per mettere fine alle guerre, interventi sulla questione del debito dei Paesi poveri, gesti di clemenza nei confronti dei detenuti, risposte alla perdita del desiderio di trasmettere la vita, che sta alla base dell’inverno demografico. Su questo dobbiamo essere franchi: il Giubileo ha prodotto ben poco; molto meno di quanto si era riusciti a ottenere nel Duemila. E non ci può essere speranza senza una dimensione anche politica.

Ma il Te Deum ci insegna che non dobbiamo fermarci al bicchiere mezzo vuoto. È la preghiera di chi guarda sempre avanti. E allora chiudo i miei battenti, sì. Ma se dopo il 6 gennaio vi fermerete ancora qui davanti alla Porta Santa della basilica di San Pietro, non troverete un muro bianco, ma sedici formelle che raccontano la storia dell’uomo e del suo incontro con Dio. Perché è lì, nella vita di ogni giorno, con le sue fatiche e le sue contraddizioni, che il Risorto ha fatto entrare la speranza. E la tiene viva in mezzo a noi.
(fonte: Vino Nuovo 31/12/2025)

lunedì 15 dicembre 2025

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

L’inedita celebrazione ieri in San Pietro e le voci del musical con i testi di suor Scandura


Fra le celebrazioni giubilari quella di ieri dedicata al mondo carcerario è risultata per tanti aspetti inedita. A stare dentro la basilica di San Pietro si percepiva – fin dal silenzio d’attesa per l’ingresso del Papa – una presenza forte anche se in gran parte invisibile: quella dei primi protagonisti, i detenuti e le detenute. Oltre a delegazioni dalle carceri italiane ed estere, gli assenti in quanto reclusi erano comunque presenti nella comunione ecclesiale ma soprattutto nel raccoglimento dei loro familiari venuti da lontano, nell’amicizia dei volontari riuniti attorno al loro cappellano, nell’espressione “liberata” dell’ex detenuto che si è dato appuntamento con quanti ha conosciuto “dentro”. E poi i volti di operatori pastorali provenienti da Paesi in cui la reclusione non rispetta diritti elementari, con tante storie che rigavano di sofferenza pure la domenica d’Avvento ispirata alla gioia e alla figura del “carcerato” Giovanni Battista.

Leone XIV, nell’esprimere fiducia e incoraggiamento, ha voluto anche elencare con realismo i tanti problemi di questo “ambiente difficile” dai “tanti ostacoli”, riconoscendo che “molto resta ancora da fare”, come hanno confermato anche alcuni tragici fatti di cronaca in questi ultimi giorni. Ponendosi dalla parte dei detenuti ha ricordato “l’ancora della speranza” lanciata loro a Rebibbia un anno fa da papa Francesco in apertura del Giubileo e ha rinnovato ai governi l’urgenza di “forme di amnistia e di condono” al termine di questo Anno di grazia.

In alcune case circondariali dove i detenuti hanno potuto seguire in TV il messaggio del Papa quest’appello è stato applaudito così come le tre affermazioni scandite al centro dell’omelia: “Da ogni caduta ci si deve poter rialzare, nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Nel programma giubilare è seguita sempre ieri a Roma nel primo pomeriggio – a poche centinaia di metri, sul palco dell’auditorium di via della Conciliazione – una proposta artistica di forte impatto che ha dato indirettamente voce ai detenuti che avevano vissuto il Giubileo “Oltre le grate”. Proprio così si intitola lo spettacolo allestito da una quarantina di giovani della compagnia d’ispirazione salesiana CGS Life di Biancavilla (Catania) – che ha condensato in intensi dialoghi e vivaci brani musicali i migliori spunti della corrispondenza epistolare fra carcerati italiani e suor Cristiana Scandura. La clarissa di Biancavilla, nota per il suo impegno anche come firma di Vinonuovo, ha collaborato a questo progetto di sensibilizzazione artistica fornendo con i testi delle lettere non solo i vissuti di ansia, frustrazione e rassegnazione di tanti detenuti, ma anche quei “gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità” maturati dentro le mura del carcere, come aveva detto Leone nell’omelia.

Con i ritmi e alcuni cliché del genere musical – compresa l’iniziale citazione di “Sister Act” e alcune caricature un po’ stereotipate – questo lavoro collettivo a trazione giovanile è riuscito a far girare la ruota dell’attenzione anche oltre le grate – quelle del convento e quelle del carcere – nel tentativo di diradare la coltre dell’indifferenza. Per questo lo spettacolo merita ulteriori repliche, anche negli ambienti carcerari e soprattutto nelle comunità che non sono ancora stimolate a capire cosa si soffre e si sogna oltre le grate.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Diego Andreatta, 15/12/2025)

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Vedi anche i post precedenti:




Giubileo dei Detenuti, Angelus, Leone XIV: Cristo dà voce agli oppressi e vince l'ideologia che rende sordi alla verità (sintesi/commento, testo e video integrali)

GIUBILEO DEI DETENUTI

ANGELUS

Piazza San Pietro
III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2025


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Leone XIV: Cristo dà voce agli oppressi e vince l'ideologia che rende sordi alla verità

All’Angelus il Papa commenta il Vangelo di Matteo e ribadisce che Gesù continua a parlarci attraverso i poveri, gli ultimi e i malati. Come Giovanni Battista, in carcere, a causa della sua predicazione, esorta a non perdere la speranza e a restare "una voce libera in cerca di verità e giustizia"

C’è il mondo del carcere che domenica 14 dicembre celebra il suo Giubileo, ci sono pellegrini di varie nazionalità con striscioni e bandiere e semplici turisti ad ascoltare la riflessione di Papa Leone all’Angelus, in questa terza domenica d’Avvento, che muove dal Vangelo di Matteo. Giovanni il Battista si trova proprio dietro le sbarre a causa della sua predicazione ma pur soffrendo la prigionia non perde la speranza, anche in catene resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia. E da quel carcere si interroga, cerca il Messia, domanda: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?".

Gli ultimi al centro

La risposta di Gesù, afferma il Pontefice, porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito e che oggi si trovano ancora al cuore della Chiesa.

“Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”.

Il Papa durante la preghiera dell'Angelus in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

Cristo, speranza nell'ora della prova

La Parola di Dio, prosegue, ha una potenza di liberazione e di guarigione. Da qui, l’invito a gioire perché Cristo è la nostra speranza “soprattutto nell’ora della prova” quando la vita perde senso e fatichiamo ad ascoltare il prossimo.

Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo. Allora potremo sperimentare la gioia della libertà che incontra il suo Salvatore…

Appello per la Repubblica Democratica del Congo

Al termine della preghiera mariana, dopo aver ricordato le beatificazioni in Spagna e Francia e i tanti martiri coraggiosi uccisi per la loro fede, la voce di Leone si leva ancora in favore della pace. Il Pontefice esprime preoccupazione per la ripresa degli scontri nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, vicinanza alla popolazione, ed invita a rispettare i processi di pace in corso.

I fedeli in Piazza San Pietro per l'Angelus (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 14/12/2025)

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LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione (cfr Mt 14,3-5). Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia.

Dal carcere, infatti, Giovanni il Battista sente «parlare delle opere del Cristo» (Mt 11,2), che sono diverse da quelle che lui si aspettava. E allora manda a chiedergli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 3). Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. È proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti?

La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita (cfr v. 5). Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!

Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. È Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo.

Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo. Allora potremo sperimentare la gioia della libertà che incontra il suo Salvatore: «Gaudete in Domino semper – Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4). Proprio con questo invito si apre la Santa Messa di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata perciò domenica Gaudete. Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo.

La Vergine Maria, modello di attesa, di attenzione e di gioia, ci aiuti ad essere imitatori dell’opera del suo Figlio, condividendo con i poveri il pane e il Vangelo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri a Jaén, in Spagna, sono stati beatificati il sacerdote Emanuele Izquierdo e cinquantotto Compagni, insieme al sacerdote Antonio Montañés Chiquero e sessantaquattro Compagni, uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa degli anni 1936-38. E sempre ieri, a Parigi, sono stati beatificati Raymond Cayré, sacerdote, Gérard-Martin Cendrier, dell’Ordine dei Frati Minori, Roger Vallé, seminarista, Jean Mestre, laico e quarantasei Compagni, uccisi in odio alla fede negli anni 1944-45 durante l’occupazione nazista. Lodiamo il Signore per questi martiri, coraggiosi testimoni del Vangelo, perseguitati e uccisi per essere rimasti accanto alla propria gente e fedeli alla Chiesa!

Seguo con viva preoccupazione la ripresa degli scontri nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mentre esprimo la mia vicinanza alla popolazione, esorto le parti in conflitto a cessare ogni forma di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei processi di pace in corso.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di altre parti del mondo, in particolare i fedeli di Belo Horizonte, Zagabria, Spalato e Copenaghen; come pure quelli provenienti dalla Corea del Sud, dalla Tanzania e dalla Slovacchia. Saluto i gruppi venuti da Mestre, Biancavilla e Bussi sul Tirino; gli ex-allievi dell’Associazione Mornese Italia, l’Orchestra Filarmonica Pugliese, la Fondazione Oasi Nazareth di Corato, i giovani dell’Oratorio Salesiano di Alcamo e i cresimandi della Parrocchia San Pio da Pietrelcina in Roma.

Auguro a tutti una buona domenica.


Giubileo dei Detenuti, Leone XIV: nessuno sia perduto, concedere amnistie o indulto - "Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto." (sintesi/commento, testo e video integrali)

GIUBILEO DEI DETENUTI

SANTA MESSA

Basilica di San Pietro
III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2025

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Giubileo dei Detenuti, il Papa:
nessuno sia perduto, concedere amnistie o indulto

Nella Messa presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV rilancia il desiderio espresso da Francesco nella "Spes non confundit", la bolla di indizione dell'Anno santo. Auspica che a tutti siano offerte reali opportunità di reinserimento sociale, pur consapevole delle criticità del sistema carcerario: "Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto. La giustizia è sempre un processo di riparazione"


Papa Leone XIV durante la Messa per il Giubileo dei detenuti (@Vatican Media)

Non perdere la speranza, perché da ogni caduta ci si deve poter rialzare e la giustizia è sempre un processo di riparazione e riconciliazione. Nella Domenica "della gioia", quella che la liturgia definisce "Gaudete", Papa Leone XIV celebra la Messa per il Giubileo dei Detenuti nella Basilica vaticana e a quanti sono privati della libertà e a tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria chiede di guardare avanti e in alto. Con speranza, appunto.

L'ancora della speranza

A tal proposito il Papa, nell'omelia della celebrazione alla quale partecipano circa 5 mila persone, ricorda il predecessore Papa Francesco quando il 26 dicembre 2024 ha aperto la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia. In quella liturgia densa di significato il Pontefice argentino rivolgeva a tutti un invito che oggi Leone XIV rilancia: "Due cose vi dico. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore". "Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo", sottolinea il Pontefice.

Il Papa durante la Messa per il Giubileo per il mondo carcerario (@Vatican Media)

Condono della pena, amnistia, reinserimento

E ancora in continuità con Francesco, rilancia il desiderio espresso nella Spes non confundit, la bolla di indizione del Giubileo e cioè che, in queste ultime settimane dell'Anno Santo, si possano ancora concedere "forme di amnistia o condono della pena" e "a tutti opportunità di reinserimento".

Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare.

La misericordia può far sbocciare fiori dal peccato

indica poi il criterio dell'amore quale orientamento che deve abitare anche in ambienti come le carceri. Da atteggiamenti di compassione, attenzione, sapienza e responsabilità, in comunità come a livello istituzionale, possono nascere dei veri e propri miracoli. L'importante, afferma il Pontefice, è guardare all'umanità di Gesù. Rispetto e capacità di misericordia e perdono possono capovolgere destini e il Giubileo può essere l'occasione propizia:

Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità.

Dio è Colui che riscatta e libera

Si tratta di "un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà," ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia", spiega il Papa. "Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia", ripete. È vero che il panorama carcerario presenta diverse criticità, ammette Leone XIV: "C'è ancora tanto da fare". Ma confidando in Dio, Colui "che riscatta e libera", si può e deve osare:

Il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione

La Messa per il Giubileo dei detenuti nella Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

"Che tutti siano salvati"

Ancora, il Papa nella sua riflessione cita Sant'Agostino, quando scriveva un famoso commento all'episodio evangelico dell'adultera sottolineando che al termine dell'incontro con Gesù che la perdona rimasero "la misera e la misericordia". Si rivolge quindi ai ristretti e ai responsabili del mondo carcerario, ribadendo che si tratta di un compito "non facile":

I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più.

Eppure, in queste desolazioni, rimarca il Successore di Pietro, deve risuonare interiormente la certezza che il Signore desidera la salvezza di tutti. E ripete anche oggi: "Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati".

Non siamo soli

Mentre si avvicina il Natale, Papa Leone esorta dunque ad "abbracciare" con ancora più forza, il "sogno" di Dio, "costanti nel nostro impegno e fiduciosi".

Perché anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/12/2025)

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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il Giubileo della speranza per il mondo carcerario, per i detenuti e per tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria. Con una scelta densa di significato, lo facciamo nella Terza domenica di Avvento, che la liturgia definisce “Gaudete!”, dalle parole con cui inizia l’Antifona d’ingresso della Santa Messa (cfr Fil 4,4). Questa, nell’Anno liturgico, è la domenica “della gioia”, che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà.

In proposito, il 26 dicembre dello scorso anno, Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia, lanciava a tutti un invito: «Due cose vi dico – affermava –. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore». Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo (cfr Eb 6,17-20), ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo.

Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione.

Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia.

Per questo è importante guardare prima di tutto a Gesù, alla sua umanità, al suo Regno, in cui «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano […], ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5), ricordando che, se a volte tali miracoli avvengono con interventi straordinari di Dio, più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni.

E questo ci porta a un’altra dimensione della profezia che abbiamo ascoltato: l’impegno a promuovere in ogni ambiente – e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri – una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità, come diceva San Paolo VI alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975: «Questa – la carità – vorrebbe essere, specialmente sul piano della vita pubblica, […] il principio della nuova ora di grazia e di buon volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!» (Udienza generale, 31 dicembre 1975).

A tal fine Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.). Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10).

Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè (cfr Gs 3,17), per entrare in possesso della nuova “terra promessa”, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli. Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole – non era «una canna sbattuta dal vento» (Mt 11,7) –; eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare (cfr Lc 3,10-14).

Sant’Agostino, in proposito, in un suo famoso commento all’episodio evangelico dell’adultera perdonata (cfr Gv 8,1-11), conclude dicendo: «Partiti gli accusatori, sono state lasciate […] la misera e la misericordia. E a quella disse il Signore: […] va’ e non peccare più (Gv 8,10-11)» (Sermo 302, 14).

Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti «siano salvati» (1Tm 2,4).

Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo. Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno (cfr Gc 5,8) e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino (cfr Fil 4,5), cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.

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