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sabato 13 luglio 2024

NON DI CONTENUTI MA DI MODALITÀ - Gesù insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri. Prima si è visti, poi si è ascoltati. L’economia della piccolezza e quella della strada. - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

NON DI CONTENUTI MA DI MODALITÀ
 

Gesù insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri. Prima si è visti, poi si è ascoltati.
L’economia della piccolezza e quella della strada.
 

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Marco 6, 7 -13

NON DI CONTENUTI MA DI MODALITÀ
 
Gesù insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri. Prima si è visti, poi si è ascoltati.... l’economia della piccolezza e quella della strada.

Vangelo che mette con le spalle al muro. Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui.

E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere! O di Geremia: sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche.

Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci).

Allora vado bene anch’io.

Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta? Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita.

Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”.

Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone.

Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità.

Ma così arriva il vangelo?

Così è venuto Cristo, senza denaro, senza borsa, nudo sulla croce.

Aveva solo un bastone, il legno della croce, piantato a sorreggere.

Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri. Il come si vive, è la vita. Prima si è visti, poi si è ascoltati.

In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù. Lui porteranno in giro per le strade.

Riassumo in due linee questo vangelo: l’economia della piccolezza e quella della strada.

La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda. Quella di Abele, delle donne sterili e madri, di Giuseppe venduto dai fratelli, di Amos e Geremia, della stalla di Betlemme, dei “beati i poveri”, del granello di senape, dei 12 che vanno senza niente fra le cose.

L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove la grandezza vede solo piccoli contadini.

E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova. Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai.

E i Dodici vanno, più piccoli dei piccoli; li ha messi sulla strada che non si ferma, che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita.

Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito; ripulito dai demoni che invecchiano il cuore giovane della vita.


«E non abbandonarci alla tentazione» - RIFLESSIONE SULLA TRADUZIONE ITALIANA DELLA SESTA DOMANDA DEL PADRE NOSTRO fr. Egidio Palumbo, ocarm

«E non abbandonarci alla tentazione» 
RIFLESSIONE SULLA TRADUZIONE ITALIANA 
DELLA SESTA DOMANDA DEL PADRE NOSTRO
fr. Egidio Palumbo ocarm 






1. Nella nuova traduzione in italiano di tutta la Bibbia, approvata nel 2008 dai Vescovi italiani e anche da papa Benedetto XVI, la sesta domanda del Padre Nostro – sia nella versione di Matteo 6,13 che in quella di Luca 11,4 – veniva tradotta così: «E non abbandonarci alla tentazione». Sostituiva la traduzione classica: «E non indurci in tentazione». La nuova traduzione della Bibbia e in essa anche la nuova traduzione della sesta domanda del Padre Nostro fu approvata anche per i nuovi Lezionari, cioè i libri liturgici che contengono l’elenco delle letture bibliche da proclamare nella celebrazione della Messa, che entrarono in uso obbligatorio il 28 novembre 2010. Anche tutto questo avvenne sotto il pontificato di Benedetto XVI e tutto fu da lui approvato. 
     A partire dal 28 novembre 2010 tutti noi sentivamo proclamare la nuova traduzione della sesta domanda del Padre Nostro («E non abbandonarci alla tentazione») quando si proclamava il Vangelo di Matteo (6,9- 13) e quello di Luca (11,2-4) nel quale ascoltavamo la preghiera che Gesù consegnò ai discepoli e quindi anche a noi. Forse alcuni non se ne accorsero… 
     Nel 2017, poi, i vescovi italiani predisposero la traduzione in italiano della terza edizione del Messale Romano, il libro cioè che contiene i testi liturgici – ispirati alla Parola di Dio – da proclamare nella celebrazione dell’eucaristia. Questa edizione del Messale entrò in uso obbligatorio il 4 aprile 2021, dopo essere stata approvata sia dai vescovi italiani che da papa Francesco. In essa è stata inserita la nuova traduzione della sesta domanda del Padre Nostro. Era logico, com’è nella Tradizione della Chiesa, che dopo la nuova traduzione in italiano della Bibbia, anche nel nuovo Messale in italiano si aggiornassero le citazioni bibliche secondo la nuova traduzione. 
     È stato a partire da questo momento (e non dal 2008) che alcuni cattolici (perlopiù cattolici conservatori) affermarono (e tutt’ora affermano) che papa Francesco “aveva cambiato il Padre Nostro”. Convinti di questa banalità, di conseguenza, si rifiutarono – e qualcuno ancora oggi si rifiuta – di accettare tale cambiamento, continuando, anche durante la Messa, a recitarlo con «E non ci indurre in tentazione». È sufficiente tenere presente quanto fin qui ho scritto, per rendersi conto che il Padre Nostro non è cambiato, è cambiata invece la traduzione della sesta domanda, che di fatto era già cambiata nel 2008 sotto il pontificato di Benedetto XVI! Ma quei cattolici conservatori allora erano un po’ distratti… 
      Andando al di là di questa stupida polemica, la cosa più importante è capire le ragioni di tale cambiamento. 

2. Intanto non si deve dimenticare che abbiamo due versioni del Padre Nostro. In Matteo 6,9-13. In Luca 11,2-4. Con notevoli differenze: la versione di Matteo, più lunga, è collocata nel contesto del Discorso della Montagna (Mt 5-7) e contiene sette domande; la versione di Luca, più breve, è collocata nel contesto di una richiesta dei discepoli che chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare; questa versione lucana contiene cinque domande (manca la domanda «sia fatta la tua volontà» e «liberaci dal male»), rese un po’ diversamente rispetto alla versione di Matteo. L’unica domanda che si trova identica nelle due versione è (tradotta in italiano) «e non ci indurre in tentazione» (in Mt è la sesta domanda, in Lc è la quinta). 
   Ci si può chiedere: visto che Gesù non ha lasciato nessuno scritto, quale delle due versioni corrisponde all’ipsissima verba Jesu, alle parole autentiche di Gesù? E perché i contesti sono differenti? Uno dei due evangelisti forse non è stato obbediente alla Parola del Signore? Oppure i due evangelisti hanno adattato le parole di Gesù tenendo conto della vita delle loro rispettive comunità cristiane, per le quali scrivono i loro rispettivi evangeli (Matteo scrive per comunità cristiane provenienti dal giudaismo; Luca per comunità cristiane provenienti dal paganesimo)? E allora, a causa di questo loro adattamento (illegittimo e abusivo, secondo criteri legalistici di alcuni cristiani d’oggi…), possiamo forse affermare che né Matteo, né Luca sono stati obbedienti alla Parola del Signore? E poi, perché gli evangelisti Marco e Giovanni non riportano la preghiera del Padre Nostro? Sono anche loro infedeli al comandamento del Signore? 
      Non va dimenticato, infine, che il Padre Nostro entra nella liturgia cristiana verso la fine del I secolo d.C, come attesta la Didachè (cap. 8), scritta da un giudeo-cristiano. La Didaché è un testo importante, considerato come una guida per i missionari cristiani. La Didachè adotta il testo di Matteo 6,9-13


3. Ma, come dicevo sopra, ritengo importante capire le ragioni del cambiamento della traduzione italiana della sesta domanda del Padre Nostro. Non è sufficiente ripetere la formula così come si è sempre fatto. È necessario, invece, comprendere quello che si diceva prima e quello che si dice oggi. La preghiera cristiana, sia a livello comunitario che personale, esige questa consapevolezza, perché la preghiera cristiana è dialogo con Dio, non semplice ripetizione di formule “congelate”... D'altronde, prima di insegnare il Padre Nostro, Gesù rivolge questa esortazione: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). «Sprecare parole» significa dire parole senza senso, ripetere parole come se fossero “formule magiche” (di cui spesso non comprendiamo il senso), per piegare Dio a fare la nostra volontà. 
      Da sempre la sesta domanda del Padre Nostro, secondo la versione di Matteo, l’abbiamo pregata così in italiano: «E non indurci in tentazione». È una traduzione ricalcata sul latino («Et ne nos inducas in temptationem»), la quale, a sua volta, è l’esatta traduzione grammaticale del testo greco del Vangelo di Matteo («Kai mè eisenénkes eis peirasmón»). 

   a) Vediamo il lessico fondamentale. 
   - Il verbo greco “eisenénkes” (congiuntivo aoristo dal valore volitivo) viene da “eispherein”, il quale nella forma di congiuntivo aoristo volitivo assume il significato di “immettere, introdurre, collocare qualcuno o qualcosa in un certa situazione o realtà”. 
   - Il verbo latino “induco” significa “condurre dentro o verso o contro, introdurre”. 
 - Il verbo italiano “indurre” (semplice calco dal latino “induco”), oltre al significato spaziale di “condurre dentro, far entrare, portare in un luogo” ed altro, più spesso e in modo prevalente assume un significato negativo che riguarda l’ambito dell’intenzionalità della persona, ossia “suscitare, provocare, far venire un dubbio, un sospetto, stati di nausea, di stanchezza, sonnolenza, senso di tristezza” (Treccani). Nessuno userebbe mai il verbo “indurre” in senso “spaziale”: “Induco Giovanni nella mia casa” (???). 
  - Il sostantivo greco “peirasmós” e il verbo “peirazein” di solito nella Bibbia, a seconda del contesto, hanno il significato di “prova” (intensa o come situazione difficile, dolorosa, pericolosa o come cammino educativo di verifica, di discernimento, di conoscenza) o di “tentazione” (intesa come situazione di attrazione verso il male).

   b) Ebbene, nella traduzione italiana classica del Padre Nostro si chiede a Dio di «non indurci in tentazione». Ci possiamo chiedere: Dio, che è Padre di tutti noi, può indurci, spingerci fino a farci cadere nella tentazione per compiere il male? È Dio colui che ci tenta oppure è il Satana (l’Avversario), il Diavolo (il Divisore) che ci tenta per spingerci e indurci a compiere il male? 
     Da qui constatiamo che nella traduzione italiana classica c’è una certa ambiguità per il fatto che si dà l’impressione di attribuire a Dio sia l’atteggiamento intenzionale di suscitare (indurre) in noi la spinta verso il male, sia l’azione effettiva di farci cadere affinché noi possiamo compiere il male attraverso le nostre scelte e il nostro agire. Dio Padre, che invochiamo nel Padre Nostro, è un istigatore al male? 
     Al riguardo il Nuovo Testamento pone un chiaro discernimento. Scrive l’apostolo Giacomo nella sua lettera: 

«Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,12-15). 

   Dio non vuole il nostro male (nella settima domanda del Padre Nostro infatti chiediamo a Lui: «ma liberaci dal male») e la nostra morte esistenziale-spirituale: in questo senso non può “indurci in tentazione”, e quindi pare avere poco senso chiedergli «e non indurci in tentazione». 
  Ci ricorda con sapienza il libro del Siracide: «Non dire: “A causa del Signore sono venuto meno”, perché egli non fa quello che detesta. Non dire: “Egli mi ha tratto in errore”, perché non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio: esso non è amato da quelli che lo temono» Sir 15,11-13)

    c) Ma Dio può metterci alla prova? Sì, e lo fa affinché noi prendiamo coscienza di noi stessi e delle situazioni che viviamo, impariamo a crescere e maturare nella nostra fede/fiducia in Lui e veniamo da lui salvati dai fallimenti esistenziali della nostra vita. 
   Al riguardo, nell’Antico Testamento il libro del Deuteronomio mette in evidenza la finalità pedagogica della prova da parte di Dio nei nostri riguardi, non per indurci a cadere, ma per aiutarci a compiere un cammino di maturazione esistenziale e di fede. È scritto in Dt 8,2-5 (è Mosè che parla):

«Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te».

   Dio ci mette alla prova per offrire a noi un’opportunità, un’occasione propizia per dimostrare a Lui che, nonostante la nostra fragilità e i nostri limiti creaturali, comunque vogliamo sempre essergli fedeli (1Pt 1,6- 7). Così avviene ad Abramo in Genesi 22,1-18, dove Dio lo mette alla prova (non lo tenta!), per fargli comprendere che il figlio Isacco è dono di Dio, è il figlio della promessa, non è proprietà di Abramo. Dio non gli sta chiedendo di uccidere il figlio (è Abramo che fraintende, perché ha altri progetti per il figlio…), infatti è Dio ad impedire questo omicidio sacrificale. Il vero sacrificio che Dio gradisce è il timore/amore (Gen 22,12) e l’obbedienza alla sua Parola (Gen 22,18). 

    d) C’è un’altra importante domanda che ci dobbiamo fare. Abbiamo visto che Dio non ci tenta al male. Bene. Ma – ecco la domanda – Dio può consentire che noi siamo tentati? Sì, lo può. 
   Ma attenzione: questa “permissione” sta ad indicare con chiara evidenza che Dio ha un potere superiore a quello del Tentatore. Ed è vero che anche nei nostri confronti il Tentatore, il Satana, il Diavolo, non ha nessun potere se non quello che noi stessi gli concediamo. Così Dio dice a Caino, che ha il suo volto abbassato perché la presenza di Abele gli è divenuta insopportabile: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4,6-7). «Tu lo dominerai», cioè non lo farai entrare nella casa della tua vita. Anche Gesù, quando invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio nel mondo, cioè la presenza relazionale attiva ed efficace di Dio che è Padre e Madre, concede loro il potere di scacciare i demoni (Mt 10,8; Mc 16,17-18). 
     Dunque, Dio ha un potere superiore al Tentatore; nello stesso tempo Dio dona a noi la capacità di poterlo dominare (a condizione che noi agiamo per il bene) e, inoltre, ci dona la forza di sopportare e affrontare la tentazione e di vincerla, così come l’ha vinta il suo Figlio Gesù (Mt 4,1-11). 
      Perciò l’apostolo Paolo scrive ai cristiani della comunità di Corinto: «Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor 10,13). Il primo modo è certamente quello di offrirci l’esempio e lo stile di vita di Gesù, egli, scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18; 4,15). 

4. Mi avvio alla conclusione. Da quanto ho cercato di dire, penso che noi quando preghiamo la sesta domanda del Padre nostro, chiediamo a Dio Padre:
    - che ci dia la forza – come l’ha data a Gesù – di saper affrontare e vincere le tentazioni del Maligno, di non farci cadere nelle mani del Maligno, il quale – se gli apriamo la porta, se acconsentiamo a lui, se gli diamo il potere – egli, senza esitare un momento, ci induce a compiere il male e le ingiustizie; 
   - che ci dia la forza – come l’ha data a Gesù – di saper affrontare e superare con maturità umana e di fede le prove che Lui ci invia e anche le prove che ci riserva la vita;
   - che non ci abbandoni – come non ha abbandonato Gesù – sia quando siamo nella tentazione, sia quando siamo nella prova. 
    Questo chiediamo a Dio Padre. E lo esprimiamo con fiducia, perché sappiamo che lui mai ci illude e ci delude, poiché è sempre fedele e sempre misericordioso, e per questo mai ci abbandona nel suo Figlio Gesù, il quale, presente come Risorto, vive in mezzo a noi e ci assicura: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). 

5. Detto questo, quale traduzione italiana preferire: la tradizionale o la nuova? 
   Ricordo a me stesso che ogni traduzione è sempre un “tradimento”, perché non rende mai alla perfezione il significato globale (grammaticale, letterale e teologico) dell’originale.
    Dovremmo allora ritornare a pregare il Padre Nostro in greco? 
    Non è necessario, perché Dio, sin dagli inizi, ha scelto di comunicare a noi attraverso le lingue che gli esseri umani conoscono (a quel tempo: ebraico, aramaico, greco); poi ha ispirato la necessità di tradurre la S. Scritture e di annunciare la sua Parola nelle altre lingue conosciute. Al riguardo, vedi quello che avviene il giorno di Pentecoste, dove tutti coloro che ricevono lo Spirito Santo annunciano la Parola di Dio a tutti i popoli a quel tempo conosciuti, i quali attestano: «li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (Atti degli Apostoli 2,11). 
    Per questa ragione la S. Scrittura è stata tradotta, prima tutto in greco l’Antico Testamento, poi tutta in latino tutta intera, Antico e Nuovo Testamento. Ma, quando il latino ha smesso di essere la lingua più conosciuta e parlata nel mondo, si è cominciato a tradurre la S. Scrittura nelle altre lingue emergenti, le più conosciute e parlate del mondo, compreso l’italiano. Oggi la Bibbia è il libro più tradotto del mondo. 
    In questo modo si è rimasti fedeli all’intenzionalità originaria di Dio che vuole comunicare con gli esseri umani attraverso le lingue che loro conoscono e praticano. 
    Ora, tutti i traduttori sanno – nessuno escluso – che non esiste una traduzione perfetta che riesce ad esprimere pienamente il significato globale (grammaticale, letterale e teologico) dell’originale. Come ho già detto, ogni traduzione è un “tradimento”. Anche la traduzione latina. L’ho già evidenziato. Ad esempio, mentre in greco la stessa parola significa tentazione e prova (che non hanno lo stesso significato, non sono interscambiabili…), in latino quella parola greca viene tradotta soltanto con “tentazione”, e così pure in italiano, sia nella versione tradizionale che in quella nuova. Allo stesso modo con il verbo “indurre”: il senso che ha in italiano è abbastanza diverso da quello che ha in greco e in latino, dove conserva l’idea spaziale (condurre in un luogo). In italiano invece il significato prevalente riguardo l’intenzionalità del soggetto che suscita o provoca nell’altro un sentimento o un atteggiamento (indurre, nel senso di suscitare un dubbio, uno stato d’animo, un gesto…), che di solito ha valore negativo. 
     Per questo preferisco pregare il Padre Nostra con la nuova (nuova del 2008! ,,,) traduzione dei vescovi italiani della sesta domanda: «E non abbandonarci alla tentazione». Non è perfetta, così come non lo è la tradizionale, tuttavia cerca di presentare Dio in maniera meno ambigua (non è lui il Tentatore che induce!) e rispetta un po’ di più il senso teologico e spirituale dell’originale greco. 
     Per onestà intellettuale, bisogna ricordare che nel IV secolo un padre della Chiesa, Ilario di Poitiers, aveva proposto una traduzione (in latino) equivalente a quella che nel XXI secolo proporranno i vescovi italiani: «Non derelinquas nos in temptatione». Questo non è un caso isolato. Nell’antichità altri padri della Chiesa, constatando che la sesta domanda del Padre Nostro solleva difficili problemi teologici, hanno proposto traduzioni alternative con relative spiegazioni. Qui evito di riportarle. Indico soltanto gli autori cristiani: Agostino di Ippona, Massimo il Confessore, Tertulliano, Cipriano di Cartagine, Giovanni Cassiano, Ambrogio di Milano. Nessuno di questi (alcuni sono vescovi) è stato mai considerato disobbediente al comando del Signore, né tantomeno eretico o Anticristo… 
    La Tradizione nella Chiesa non è la conservazione nel “congelatore” di una parola di Gesù o di un’affermazione di fede, e “guai a chi la tocca”…, ma è un cammino dinamico, dove più si ricerca, si medita, si dialoga e ci si confronta, più e meglio comprendiamo e viviamo la fede in Dio Padre e nel suo Figlio Gesù Cristo. La trasmissione della fede avviene così. 
      Adesso ho veramente finito. Mi scuso per la lunghezza della riflessione


Enzo Bianchi: Il diritto alla vita dei carcerati

Enzo Bianchi
Il diritto alla vita dei carcerati


La Repubblica - 8 Luglio 2024

Dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane ci sono stati cinquantatré suicidi ai quali vanno aggiunti molti altri nella società che non vengono resi pubblici, salvo quelli di personalità eminenti come il rettore dell’Università Cattolica di Milano Franco Anelli o dell’ex Capo di stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano che sorprendono e interrogano.

In realtà, sempre l’atto del suicidio dovrebbe interrogarci perché chi si toglie la vita lo fa perché questa vita è diventata per lui insopportabile: a volte la causa è un fallimento, a volte è una vergogna, altre volte la perdita del senso del vivere, a volte il dolore di una malattia o di un lutto... Non si potrà mai comprendere pienamente il perché di un suicidio, che appartiene al mistero dell’essere umano e della sua libertà, un mistero che non va mai giudicato ma semplicemente accolto in silenzio e rispettato.

Va detto con chiarezza che il suicidio non deve generare sensi di colpa oscuri in chi resta e aveva legami con chi ha scelto la morte, perché il gesto va al di là di ogni quotidiana relazione. Il gesto nasce dalla vita che si vive, dall’isolamento che uccide, dal passare il tempo in condizioni che abbrutiscono, da un sovraffollamento che non permette nessuna intimità e crea una convivenza disumana.

Almeno per i carcerati (e talvolta anche per gli agenti di custodia) sono queste le condizioni che generano la disperazione che porta al suicidio. Ora, se tale è la condizione dei carcerati, denunciata più volte, perché la società resta così insensibile? C’è chi risponde: perché se hanno commesso il male è giusto, meritano questa pena e ben gli sta! Purtroppo sono questi i pensieri di chi non conosce la situazione delle carceri, non discerne tra i carcerati i più vulnerabili, non immagina i sentimenti di disperazione di chi deve tornare nella società e non vede la possibilità di un’accoglienza e di un lavoro. Veramente società civile e politica sono lontane dal carcere, che resta una sorta di zona estranea, espulsa dalla comunità nazionale, e così il carcere diventa una condanna a morte.

Un tempo, lo ricordo con amarezza, il suicidio era considerato dalla chiesa cattolica uno dei peccati più gravi e al suicida veniva vietato il funerale religioso e non trovava sepoltura nel camposanto, ma fuori, in terreno non consacrato, a monito dei vivi. Ma per grazia oggi la comprensione del suicidio è cambiata: si fanno funerali e il luogo di sepoltura è quello comune.

Il suicidio resta comunque un tema offerto alla meditazione di tutti, perché non ci è estraneo, non riguarda solo i suicidi. Di fatto operano in noi forze di morte alle quali cediamo, che ci seducono. Per questo dovremmo comprendere il suicida e non condannarlo, perché significativamente queste forze negative che ci vorrebbero precipitare nell’abisso sono umane, abitano il nostro cuore e sono estranee solo agli animali che non si suicidano mai.

Ogni suicidio ricorda che questo mondo a volte non è sopportabile, che questo mondo a volte non basta e che non si ha la forza per continuare l’esistenza sostenendo la fatica del mestiere di vivere.

Non si dimentichi che il suicidio è sempre stato l’epifania di una protesta: da Sansone, l’eroe biblico che si uccide con tutti i nemici del suo popolo, ai bonzi buddhisti che si bruciavano contro l’oppressore.
Anche i suicidi dei carcerati che non sanno protestare con eloquenza di parola ma compiono il gesto estremo sono un appello, un grido verso di noi, perché guardiamo alla situazione delle carceri e cerchiamo di far sì che ci siano condizioni umane. Sebbene colpevoli va loro riconosciuta la piena dignità, sebbene incarcerati godono dell’esercizio delle libertà personali, sebbene privati di alcuni diritti sono soggetti del diritto, sebbene giudicati è loro garantita la giustizia, sebbene detenuti non devono essere esclusi dalla convivenza civile.
(fonte: blog dell'autore)

venerdì 12 luglio 2024

ROSALIA 400 “Il dialogo fondamento della convivenza pacifica” - Incontro di fraternità con i Rappresentanti delle Religioni - Mons. Lorefice: "Abbiamo bisogno delle donne. Nelle nostre comunità, nelle nostre religioni, nel nostro mondo di oggi... Contro la peste e contro tutte le pesti la differenza del femminile ci interpella e ci dà speranza."

ROSALIA 400
“Il dialogo fondamento della convivenza pacifica”

11 luglio, l’Arcivescovo apre le porte per accogliere tutti i popoli e le religioni. Un incontro organizzato dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso / INTERVENTO ARCIVESCOVO


Un appuntamento che è diventato, per il nono anno consecutivo, una consuetudine e un tassello importante del mosaico del Festino in onore di Santa Rosalia Patrona di Palermo: l’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice ha aperto le porte del Palazzo Arcivescovile per accogliere e dialogare con i rappresentanti di tutti i Popoli e religioni presenti in città. “Il dialogo fondamento della convivenza pacifica” è stato il tema scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso. Don Pietro Magro, direttore dell’ufficio, ha sottolineato che il dialogo costante tra tutti i popoli “è uno strumento straordinariamente efficace per sconfiggere l’odio e la mafia, tra le pieghe di questa nostra terra”. Tra gli interventi, quello dell’assessore comunale Fabrizio Ferrandelli, alle politiche sociali e ai rapporti con le comunità migranti e quelli dei rappresentanti delle religioni presenti a Palermo. Il Glorious Choir della comunità Livingstone Evangelistic Ministry ha offerto un canto spirituale quale momento di preghiera per invocare la pace tra gli uomini mentre l’intervento musicale per la Pace nel mondo è stato offerto da Olena Kushcii, Primo flauto del Teatro Nazionale di Odessa, Ucraina. Ha concluso l’incontro il suono di campana tibetana da parte di Emanuele Zimmardi (che ha invitato a un momento di silenzio e di preghiera per la pace nel mondo) seguito dal coro Arcobaleno dei popoli con un canto di fraternità e di pace.

Intenso l’intervento dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice di cui di seguito riportiamo il testo integrale.

L’Arcivescovo apre le porte di casa sua
Incontro di fraternità con i Rappresentanti delle Religioni

Palazzo Arcivescovile – Salone Lavitrano
Giovedì 11 luglio 2024
Anno Giubilare Rosaliano


Care Amiche, Cari Amici, Buongiorno!

Benvenuti qui, in questa ‘casa comune’, ancora una volta! Vorrei abbracciarvi e rivolgervi il mio saluto affettuoso, in un giorno divenuto per noi tradizionale. È il giorno in cui Palermo adempie ogni anno, nella maniera simbolicamente più alta, la sua vocazione di ‘porto delle genti’, di città dell’accoglienza e del dialogo. Un simbolo, certo. Ma un simbolo che deve irradiare la sua luce, la sua forza, su tutto il tempo e su tutta la vita della nostra Città. Perché un simbolo è un puro segno, spesso piccolo, debole, e può essere ridotto a ‘nulla’. Ma se del segno, del simbolo, si fa memoria, esso penetra nel tessuto dell’esistenza, la nutre, la fa crescere, agisce in profondità. È così che il seme del simbolo può portare frutto. E noi siamo qui oggi, come espressione viva di racconti, di storie e di fedi, riuniti assieme in qualità di portatori del simbolo (come symbolonphoroi).

Siamo persone diverse, che stanno assieme quali pellegrini di questo ‘nulla’ che è ‘tutto’, di questa debolezza assoluta che è la vera forza. Ed è la nostra diversità il vero correlato simbolico, il significato primo e ultimo del nostro convenire. In un tempo in cui in Europa e nel mondo – nella Casa comune – sembrano prevalere la chiusura, il rifiuto dell’altro, la violenza contro gli inermi; in un tempo in cui la cieca ideologia del nemico sembra guidare le scelte politiche fino all’innalzamento di muri e alla teorizzazione dei respingimenti; in un tempo in cui la distruzione dell’altro non si ferma nemmeno di fronte alle case, agli ospedali, ai luoghi di culto e di festa, in nome di un nazionalismo cieco, in nome di una difesa assurda del proprio presunto diritto o del proprio scandaloso benessere, noi siamo qui stamattina: piccoli, poveri, insignificanti, col nostro frammento di verità e di bene (questo è il simbolo!), ma grandi della grandezza della speranza. Siamo qui stamattina, provati dall’odio del mondo e dal contributo che le nostre religioni danno, in questo stesso mondo – dobbiamo riconoscerlo! – al conflitto mortale invece che alla distensione e alla pace. Siamo qui, messi in questione dai nostri simboli, dal messaggio autentico delle nostre fedi, chiamati a rispondere per noi e per i nostri compagni di fede. Siamo qui: piegati, addolorati, ma non sconfitti. Logorati ma non vinti (cfr 2Cor 4,8).

Ci ritroviamo stamattina per innalzare il vessillo della diversità come benedizione, come preziosa risorsa. Per dire che la convivenza è possibile, che l’inimicizia non è scritta nel DNA della storia, che la guerra non è il destino del mondo. Lo diciamo sommessamente nella preghiera che ci unisce in quanto anelito, in quanto sospiro dell’umano levato verso l’altro, verso l’oltre, in tutte le lingue e in tutti i modi possibili. Ma lo gridiamo anche, in questa ‘casa delle genti’, così come nella piazza di Palermo (simbolo di ogni piazza del mondo), perché non possiamo rassegnarci a una Terra violentata dalla perversa logica economica della massimizzazione del profitto, divisa e ferita dall’ingiustizia e dal sopruso, in cui i poveri, i piccoli vengono calpestati, annientati, trattati da escrementi della storia da parte di chi non sa che il loro esserci è il fango, l’adamà della vita.

Conveniamo qui con i simboli delle nostre fedi in un anno speciale per Palermo, quello in cui si conclude l’Anno Giubilare Rosaliano, a quattrocento anni dal ritrovamento del corpo della nostra Santuzza da parte di una donna del popolo, Girolama La Gattuta. Girolama trova il corpo di una donna che sarà la salvezza di Palermo dalla peste. È molto bello che stamattina ci ritroviamo per ricordare assieme questa scena così emozionante, quattrocento anni dopo.

È Girolama, è una donna a essere scelta per riportare a Palermo il corpo di Rosalia. È un dato su cui riflettere. In una società come quella del XVII secolo, in un contesto storico in cui nulla era concesso alle donne del popolo, Rosalia ha scelto una donna come Girolama, in qualità di ‘apostola’ della sua memoria e della sua carne, così come Gesù di Nazareth scelse in quel mattino di Pasqua di farsi incontrare e annunciare dai soggetti meno credibili e considerati nella tradizione culturale del suo tempo: un manipolo di povere donne intrepide e amanti. Si parla tanto oggi della questione femminile, del divario di genere, della violenza sulle donne, piaghe di un mondo che fatica a riconoscere i nuovi soggetti, a fare spazio a chi non ne ha o non ne ha mai avuto. In questo contesto, il rinvenimento di Girolama ha il valore di una profezia. Il cammino di manifestazione della potenza e della bellezza del femminile è iniziato, nel racconto del Vangelo di cui oggi io sono testimone in mezzo a voi, [è iniziato] il mattino di Pasqua, si è rinnovato ogni volta che una donna ha offerto la propria testimonianza viva dell’euanghelion fino alla morte, ha attraversato popoli e culture. È stato il cammino di Sarah e di Rachele, di Ester e di Ruth, di Maria di Nazareth e di Maria di Magdala, di Mahapajapati Gotami e di Fatima al-Fihri, di Caterina da Siena e di Ildegarda di Bingen, di Rosalia Sinibaldi e Sarada Devi, di Etty Hillesum e di Nadia Murab [Nobel per la pace 2018, curda irachena di etnia yazida, predata dall’Isis, ora ambasciatrice ONU per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani].

Un cammino di salvezza. Perché il corpo di Rosalia è la sorgente viva della liberazione di Palermo dalla peste. Questo corpo ridonato a Palermo grazie a Girolama ci dice che abbiamo bisogno delle donne. Nelle nostre comunità, nelle nostre religioni, nel nostro mondo di oggi. Abbiamo bisogno della loro sensibilità per la vita, della loro tenerezza per i piccoli, delle loro fiducia nel futuro, scritta nell’evento della generazione dei figli. Abbiamo bisogno del corpo delle donne per rimettere in equilibrio lo squilibrio planetario, per ridare fiato alle fedi, per mettere fine alle crudeltà, alle stragi, allo sterminio dei bambini, in nome di una resistente, indomabile difesa della vita. Contro la peste e contro tutte le pesti la differenza del femminile ci interpella e ci dà speranza. Le mafie, che fanno affari sui figli di Palermo e del mondo commerciando droghe che cancellano personalità e voglia di vivere; la politica, che fa della guerra lo strumento del suo agire; l’economia, che sceglie l’oppressione dei poveri e la distruzione del pianeta in nome del profitto; le religioni, che giustificano e magari propagandano il sopruso e la violenza; le società civili, che si girano dall’altra parte e preferiscono il quieto vivere alla lotta per il cambiamento: sono alcune delle pestilenze di oggi che il corpo di Rosalia viene a guarire, indicando la via della delicatezza, della gentilezza, della cura, della dedizione e del servizio.

In una parola: indicando la via dell’amore. Nel Suo messaggio alla Chiesa di Palermo in occasione dell’Anno Giubilare Rosaliano, Papa Francesco ha voluto mettere al centro del suo discorso proprio il ‘motto’ della Santuzza: Amore Domini mei, ovvero ‘per amore del mio Dio’. «È il motivo che Santa Rosalia adduce consegnando la propria esistenza e abbandonando la ricchezza del mondo», dice il Papa. Amare significa consegnarsi. Uscire da se stessi in un esodo imprevisto e incredibile, che ci proietta al di là di noi e ci fa credere nella vita, nel suo durare, nella sua forza, al di là dei confini della nostra personale esistenza e del nostro immediato essere alla vita. Rosalia si è consegnata, decidendo «nel suo cuore di fare spazio all’amore per donarlo agli altri, per sacrificarlo a favore del fratello, per condividerlo con quanti non lo hanno sperimentato a causa delle “pesti” che affliggono l’umanità».

Vorrei che raccogliessimo stamattina l’invito di Papa Francesco e che lo sentissimo rivolto a tutti noi. Siamo di fronte a una scelta epocale. Il Giubileo di Rosalia ce la mette davanti. I giorni che verranno potranno essere giorni di grazia, in cui fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, consolare tutti gli afflitti (cfr Is 61,1) annunziare la gioia dell’alba di un mondo nuovo. Per farlo però dobbiamo avere il coraggio di abitare nella notte e di stare accanto alla sentinella di Isaia, chiedendole incessantemente, tutti insieme: «Sentinella, quanto resta della notte?» (cfr Is 21,11). Dobbiamo ripetere all’infinito la nostra domanda, affiancando i disperati, i senza luce, tutti coloro che in carcere o sulla strada, nelle miniere del Congo o nelle fabbriche del Bangladesh, gridano senza voce il loro desiderio di vita e di liberazione. Dobbiamo levare noi la nostra voce, per tutti i dimenticati, per quelli che restano all’ombra del dolore: nella nostra Palermo, in Italia, nel mondo. Rosalia ci annuncia oggi che la parola in cui è racchiusa la speranza non è l’odio ma l’amore. «Ego Rosalia Sinibaldi quisquinae et rosarum domini filia amore Domini mei Iesu Christi in hoc antro habitari decrevi».

È in questa iscrizione all’ingresso della sua grotta alla Quisquina che Rosalia ci lascia il suo messaggio giubilare, dicendoci che ci si può identificare nell’amore. Che si può dire ‘io’ dentro un ‘noi’. Riconoscere l’io non è il principio della separazione e del conflitto, ma lo spazio del ‘noi’ nella cui trama consegnare l’esistenza e l’impegno di vita. Ma la nostra Santa Rosalia ci ricorda che questo è possibile quando si abita soli nella grotta, quando si ha il coraggio del ritiro e del silenzio, dell’ascolto di sé e dell’altro. L’habitare secum è lo spazio sacro dell’interiorità e di ogni anelito religioso.

Sia questa casa in cui oggi conveniamo, la nostra grotta, il nostro antro. Sia il luogo in cui impariamo insieme nel silenzio, a ritrovare noi stessi e gli altri, a far germinare dal nostro stare assieme, dal nostro conversare e pregare assieme la forza e il senso di un amore umile e autentico, fecondo e liberante che è il segreto di ogni pienezza. Di oggi e di domani. Ancora ‘benvenuti’ a ognuna, a ognuno, a tutte e a tutti! «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14).

(fonte: Chiesa di Palermo)

Mons. Gianfranco Ravasi Le parole shock di Gesù / 15 Comperare una spada

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 15
 
Comperare una spada  
 

Chi non ha una spada venda il mantello e ne compri una
(Luca 22,36)


È sorprendente questa frase che Cristo rivolge nel Cenacolo agli apostoli. Essa, nella sua forma completa, evoca un momento del passato quando Gesù aveva invitato i discepoli ad andare in missione senza sacca da viaggio, denaro, abiti di ricambio, sandali di scorta (Matteo, 10, 9-10). Infatti, dichiara: «Ora, chi ha una borsa da viaggio la prenda e così chi ha una sacca, e chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una». E gli apostoli, senza imbarazzo, tirano fuori subito due spade che erano in loro possesso.

Stupisce il fatto che essi girassero armati. In realtà, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, di non molto posteriore a Gesù, ricorda la consuetudine di portare armi persino di sabato e a Pasqua per legittima difesa personale, anche perché spesso le strade erano infestate da briganti (si pensi alla parabola del buon samaritano). Ugualmente il Talmud — che raccoglie le antiche tradizioni giudaiche — ammette il possesso di una spada come tutela nei territori a rischio, soprattutto di confine.

Gesù, però, parla in senso metaforico, come aveva già fatto in un’altra occasione quando aveva dichiarato in un passo da noi già commentato: «Non sono venuto a portare la pace, ma una spada» (Matteo, 10, 34). Con queste parole egli intendeva affermare che era ormai giunto il tempo della lotta contro il potere delle tenebre. Si era ormai compiuta la divisione, netta come il taglio di una spada, tra bene e male, tra Cristo e il passato, tra il Salvatore e Satana. La spada, quindi, era un’arma spirituale e non militare, più o meno come dirà san Paolo quando raffigurerà «l’armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove» (si legga il passo di Efesini, 6, 13-17).

Di fronte al fraintendimento delle sue parole, Gesù replica con uno sconsolato e rassegnato «Basta!», che non riguarda il numero delle spade ma l’ottusità dei suoi amici. Secondo il Vangelo di Luca, la scena si ripeterà nello stesso Getsemani al momento dell’arresto. «I discepoli, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”». E, senza attendere la risposta da Cristo, ecco il fendente che essi menano su un servo del sommo sacerdote. Gesù ancora una volta, con tristezza, ripete la stessa frase: «Lasciate, basta così!» (Luca, 22, 49-51).

È un fraintendimento che non di rado ha colpito il messaggio di Gesù allora e nei secoli e che nasce da una lettura letteralista — se si vuole, fondamentalista — delle sue parole, assunte così come suonano superficialmente senza lo sforzo di comprenderne il senso autentico intimo. Anche se la frase paolina ha una portata più ampia, può essere applicata a queste degenerazioni nella comprensione del genuino messaggio cristiano: «La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» ( 2 Corinzi, 3, 6).
(fonte: L'Osservatore Romano 22 giugno 2024)

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Vedi anche i post precedenti:

giovedì 11 luglio 2024

Andrea Monda: Bambini bersagli di guerra Non erano lì per caso

Andrea Monda

Bambini bersagli di guerra

Non erano lì per caso



Un ospedale pediatrico e una scuola. I bambini. I bambini come bersagli. In realtà li chiamano casualties: vittime collaterali, per indicare quelle “perdite” di guerra che non sono collegate direttamente ai bersagli militari. Il nome suona tragicamente ironico perché fa riferimento al caso, come a dire trattasi di persone che “per caso” si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come se in ospedale o a scuola i bambini fossero lì per caso.

I bambini. In Occidente non si generano più, si sceglie di dedicarsi ad altro oppure, se “per caso” arrivano, il processo vitale avviato viene interrotto ed essi diventano scarti, altre vittime collaterali, altre casualties. Questo in Occidente. Nel resto del mondo, nell’Europa dell’est come in Terra Santa, i bambini diventano bersagli più o meno diretti delle armi che colpiscono a distanza. Spesso guidate da “intelligenze” non umane ma artificiali. Anche per questo il Papa ha gridato durante la seduta del G 7, il 14 giugno scorso a Bari, che «nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano» chiedendo dunque di «bandire l’uso delle armi letali autonome» [1]. Sempre il Papa, proprio ieri, ha espresso tutto il suo dolore e il suo turbamento per il fatto che luoghi come un ospedale pediatrico (a Kyiv) e una scuola (a Gaza) siano stati presi a bersaglio e colpiti provocando terrore e morte tra i piccoli “ospiti” che ogni giorno affollano questi ambienti [2]. Non è forse il segno evidente della disumanizzazione a cui porta ogni guerra? Ci sono infatti luoghi “più umani” di un ospedale e di una scuola? Sono luoghi dove alcuni esseri umani si prendono cura dei loro simili, di altre persona in difficoltà perché malati o perché più giovani ed inesperti e quindi bisognosi di accompagnamento per essere introdotti alla vita. Alla vita.

Non si possono bombardare gli ospedali, le scuole. E se ci pensiamo meglio, non si può bombardare nulla, al limite gli arsenali, quelli altrui e quelli propri. E invece si continua a bombardare e dall’inizio dei conflitti sono quasi 600 in Ucraina e più di 15000 a Gaza i bambini morti sotto le bombe.

Dostoevskij, il grande romanziere russo, poneva lo scandalo della sofferenza e della morte dei bambini definendo il dolore innocente come la “roccia” della negazione della fede in Dio, dell’ateismo. Allo stesso romanziere viene attribuita questa frase «Quando un uomo ha grossi problemi dovrebbe rivolgersi ad un bambino; sono loro, in un modo o nell’altro, a possedere il sogno e la libertà». Sogno e libertà che sono posseduti dai bambini finché qualche adulto accecato dall’odio non glieli ruba nell’unico modo possibile, non togliendoli ma togliendo loro, casualmente, la vita.
(fonte: L'Osservatore Romano 10/07/2024)

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11 luglio festa San Benedetto, patrono di Europa -Tante “Piazze di Pace italiane” collegate alla preghiera interconfessionale “un Magnificat per l’Ucraina” a Kyiv

11 luglio festa San Benedetto, patrono di Europa
Tante “Piazze di Pace italiane”
collegate alla preghiera interconfessionale
“un Magnificat per l’Ucraina” a Kyiv

Ucraina: giovedì 11 luglio, venticinque “Piazze di Pace italiane” collegate alla preghiera di Kyiv del Mean. Partecipano anche card. Edoardo Menichelli e gli Abati di Montecassino e Montevergine

Preghiera a Kyiv del 2023 (foto Mean)

Mentre si intensificano gli attacchi russi sulle città ucraine, a Kyiv giovedì 11 luglio, giorno della memoria religiosa di San Benedetto, patrono di Europa, e della memoria civile della strage di Sebrenica, in piazza Santa Sofia, cuore religioso dell’Ucraina, un centinaio di attivisti del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (Mean) e i leader delle confessioni religiose locali daranno vita ad un momento di preghiera interconfessionale intitolato “un Magnificat per l’Ucraina”. Contemporaneamente in 25 località italiane moltissime persone si uniranno in collegamento per condividere il gesto. Ad animare queste “Piazze di Pace” – fa sapere il Mean – ci saranno parrocchie, comunità, associazioni, diocesi e comuni. Il card. Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona-Osimo, guiderà il gruppo che si ritroverà nella sala municipale di San Severino Marche. Aderiscono anche le Abbazie di Montecassino e di Montevergine. Gruppi si collegheranno dalle maggiori città italiane: Roma, Milano, Torino. Moltissimi conventi di clausura hanno assicurato che si uniranno spiritualmente in preghiera con la piazza di Kiev. Il gesto inizierà alle ore 17 italiane. Nella piazza Santa Sofia si ascolteranno le testimonianze dei gruppi scout locali e l’esperienza di nonviolenza attiva a fronte dell’aggressore russo della cittadina di Horodnya. Dopo di ciò il nunzio della Santa Sede, mons. Visvaldas Kulbokas aprirà la preghiera. I vertici del Consiglio panucraino delle Chiese, della comunità ebraica e di quella islamica si alterneranno con gli ospiti italiani “per gridare come la piccola Maria – ha scritto mons. Kulbokas presentando l’iniziativa – che “i ricchi torneranno a mani vuote” e che “i troni dei potenti saranno rovesciati”, “l’orecchio di Dio sarà teso sull’orecchio degli oppressi e gli oppressori, anche se apparentemente più forti sul campo militare, non potranno mai vincere contro la giustizia e la verità”. Dall’Italia interverranno il card. Menichelli, l’abate di Montecassino, Antonio Luca Fallica, l’abate di Montevergine, Riccardo Luca Guariglia. Al termine vi sarà un giro di saluti e solidarietà da parte dei gruppi collegati dalle località italiane.

Angelo Moretti, portavoce del Mean spiega: “Il gesto delle “Piazze di Pace” vuole dare un segno tangibile di solidarietà e empatia da parte di numerose persone che non sono riuscite a venire a Kiev con noi. Le piattaforme digitali possono permettere di far risuonare la voce di persone fisicamente distanti, ma spiritualmente prossime a un popolo che anche in questi giorni continua a subire la brutale violenza degli aggressori russi, come ha drammaticamente dimostrato il bombardamento all’ospedale pediatrico di Kiev. Noi del Mean ci proponiamo così non solo come corpi di pace presenti nei luoghi del dolore ucraino, ma anche come ponte con chi è lontano dal teatro di guerra, ma vuole esprimere la propria vicinanza alla sofferenza di quella gente”. La preghiera interconfessionale potrà essere seguita anche sulla pagina facebook del Mean. Mean è un’iniziativa di persone a cui hanno aderito Azione Cattolica Italiana, Masci, Movi, Base Italia, Vita, Rete Sale della Terra, Fondazione Gariwo, Comunità Progetto Sud, Reti della Carità, ANCI regionali.
(fonte: Sir 09/07/2024)

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In partenza 100 attivisti italiani per Kyiv:
prima tappa, l’ospedale pediatrico bombardato

100 attivisti italiani in partenza oggi per Kyiv, mercoledì 10 luglio, per una nuova missione (l’undicesima) del Mean, il Movimento europeo di azione nonviolenta. Comincerà con una visita all’ospedale pediatrico “Okhmatdyt” di Kiev colpito lunedì 8 luglio da un missile russo. “Siamo sempre più convinti – dice Angelo Moretti, portavoce del Mean – che l’Europa non possa essere presente solo sulla stampa, sui media o nelle parole dei governi o nell'esercito. Serve assolutamente una presenza fisica di vicinanza alla popolazione che soffre”

(Foto SIR)

100 attivisti italiani in partenza oggi per Kyiv, per una nuova missione (l’undicesima) del Mean, il Movimento europeo di azione nonviolenta. È una Kyiv colpita con il fuoco e con il sangue innocente dei bambini quella che accoglierà la delegazione italiana. Una città che sta ancora scavando sotto le macerie dopo che nella giornata di lunedì 8 luglio, la Russia ha lanciato oltre 40 missili contro città e villaggi in tutto il paese. Secondo l’Amministrazione regionale della capitale ucraina, almeno 31 persone sono state uccise e 117 sono rimaste ferite a Kiev. Ma il bilancio è provvisorio e destinato purtroppo a salire. Le immagini delle macerie dell’ospedale pediatrico “Okhmatdyt” di Kiev hanno fatto il giro del mondo suscitando choc e immediata condanna.

ospedale pediatrico “Okhmatdyt” di Kiev (foto Mean)

A quell’ospedale – ricorda Angelo Moretti, portavoce di Mean– il Mean è particolarmente legato. “Nel marzo del 2023 – racconta il portavoce del Movimento europeo di azione nonviolenta -, siamo entrati nei reparti sotterranei dove erano ricoverati per i malati oncologici”.

“Ci sembrava un delirio che bambini oncologici dovessero proteggersi nei bunker dalle bombe. Sembrava un assurdo pensare che qualcuno potesse mai attaccare un reparto di bambini oncologici”.

Nasce un rapporto di cooperazione che porta il Mean all’acquisto e alla donazione di un pullmino, richiesto dall’ospedale per far uscire qualche ora i bimbi della lunga degenza. “Erano ridotti in uno stato di terrore non solo per la possibilità di una morte per malattia, ma anche per la guerra. Bisognava fare qualcosa che desse loro la speranza. Ecco, ieri quel missile ha centrato la speranza”. Le bombe su Kyiv mostrano però quanto sia urgente la missione Mean a Kyiv che comincerà proprio con una visita sul luogo del disastro. “Siamo sempre più convinti – dice Moretti – che l’Europa non possa essere presente solo sulla stampa, sui media o nelle parole dei governi o nell’esercito. Serve assolutamente una presenza fisica di vicinanza alla popolazione che soffre. La prima cosa che faremo arrivati a Kyiv sarà andare in visita all’ospedale che per noi oggi, è un luogo sacro. Lo era già prima. Lo è ancor di più oggi perché quei bambini hanno subito la vergogna e l’orrore di un attacco nei loro confronti. L’odio può essere vinto. Ma per farlo, le parole stanno a zero. Solo una presenza fisica può cambiare gli scenari”.

Tra le sigle che hanno aderito a questa “missione” del Mean ci sono l’Azione cattolica italiana, Masci, Movi, Base Italia, Vita, Rete Sale della Terra, Fondazione Gariwo, Comunità Progetto Sud, Reti della Carità, Anci regionali. La scelta della data – spiegano i promotori – non è casuale: l’11 luglio è il giorno della memoria religiosa di San Benedetto, patrono di Europa, ma anche della memoria civile della strage di Sebrenica che ebbe inizio l’11 luglio 1995. A sostenere l’iniziativa ci sono anche il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, rappresentanti delle maggiori confessioni religiose del paese, oltre ai responsabili di alcune sigle dell’associazionismo ucraino. Giovedì 11 luglio, in piazza Majdan, il gruppo incontrerà le associazioni Scout per un momento di raccoglimento davanti alle bandierine ucraine messe sulla piazza in onore delle migliaia di persone morte in guerra. Alle 18, la delegazione si trasferirà in piazza Santa Sophia dove si terrà una preghiera universale interreligiosa, in collegamento con numerose piazze italiane. Venerdì 12 luglio, l’appuntamento è al Palazzo di Ottobre dove si svolgerà l’Assemblea dal titolo “Il futuro dell’Europa passa per l’Ucraina” che prevede una serie di tavoli di lavoro e discussione. Tema chiave dell’incontro l’attuazione concreta dei “Corpi civili di pace”. I volontari del Mean ricordano che già nel 2001 il Parlamento europeo aveva ribadito la necessità di istituire un Corpo civile di pace europeo con “l’obiettivo di coordinare a livello dell’Ue la formazione e il dispiegamento di specialisti civili per mettere in atto misure pratiche per la pace”. Oggi la proposta emerge in tutta la sua attualità e urgenza.

Un disegno “di pace” di un bambino affidato al progetto MeanPreghiera a Kyiv del 2023 (foto Mean)


Per l’Azione cattolica italiana, a partecipare alla “missione” Mean c’è Lucio Turra della Presidenza nazionale.”Noi riteniamo che bisogna prendersi cura delle popolazioni, di chi è al fronte e di chi è stata costretta ad emigrare all’estero. Della gente che sta soffrendo per questa guerra che purtroppo fin da subito e ogni giorno, sta mostrando contorni di ingiustizia totale. L’Azione cattolica nei suoi obiettivi che scaturiscono anche, dalle ultime assemblee, ha deciso di prendersi cura. E lo facciamo attraverso un’alleanza che abbiamo condiviso con Mean da alcuni anni. L’obiettivo di questa missione è molto semplice, noi vogliamo stare con la gente, capire come vive la gente, essere vicini”. Per questo l’Azione cattolica sostiene la proposta dei Corpi civili di pace. “Il nostro è un gesto molto semplice. Non abbiamo alcuna velleità. Guardiamo al di là di quello che sentiamo nei giornali, di quello che ci viene raccontato dalla politica. Il nostro primo obiettivo è quello di stare vicino alle persone”.

(foto Mean)
Carlo Bertucci è segretario internazionale del Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani). Lo scoutismo italiano – con tutte le sue anime -. è già da tempo impegnato in Ucraina. Il Masci, per esempio, ha avviato un progetto di accoglienza di scout ucraini nel nostro paese. “Andando a Kyiv – dice Bertucci -, vorremmo semplicemente dire alle persone che non sono sole, che li appoggiamo non solo a distanza, ma anche con la nostra presenza. Siamo lì per testimoniare questo, per dire loro che non li abbandoneremo”. Il rappresentante del Masci ricorda un motto caro allo scoutismo che dice: “Lasciare il mondo meglio di come lo abbiamo trovato ora”. “Chiaramente con questa guerra può sembrare difficile, ma noi ci proveremo lo stesso a far tornare l’Ucraina ad essere quello che era, un paese di pace e di fratellanza”.

Tra gli attivisti in partenza c’è anche Stefano Pescatore, del gruppo Agesci Benevento 4. La sua partecipazione alla missione Mean – precisa subito – è a titolo personale. “Ma è importante per me in questo momento essere lì”, aggiunge.
“Anche se sicuramente non risolve il problema, la nostra presenza vuole essere un segno di vicinanza e condivisione con una popolazione che sta vivendo sulla sua pelle una situazione assolutamente paradossale perché non è possibile che nel 2024 ci sia una guerra in corso a due passi da casa e non si faccia nulla per impedirla”.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 10/07/2024)



mercoledì 10 luglio 2024

Appello di Papa Francesco ai leader religiosi di tutto il mondo: "La pace si può costruire solo insieme" (tweet cronaca e messaggio)

Il Papa ai leader religiosi che hanno firmato la Rome Call for #AIethics a Hiroshima, città simbolo della tragedia atomica

La pace si può costruire
solo insieme


Appello per una saggia gestione nel governo delle intelligenze artificiali

«I leader delle religioni del mondo oggi a #Hiroshima hanno firmato la Rome Call for #AIethics. Solo insieme possiamo costruire la #pace, grazie anche a tecnologie a servizio dell’umanità e nel rispetto della nostra casa comune». 

Con questo post sull’account @Pontifex di X Papa Francesco rilancia oggi il suo appello ai leader religiosi di tutto il mondo a “costruire insieme la pace” tra i popoli. 
Il riferimento è all’incontro “AI Ethics for Peace” svoltosi dal 9 al 10 luglio nella città giapponese simbolo della tragedia atomica su iniziativa della Pontificia Accademia per la vita (Pav), per riproporre anche ai leader delle principali religioni orientali il documento sottoscritto a Roma nel 2020 con l’obiettivo di incentivare un’etica dell’intelligenza artificiale.

Le religioni del mondo firmano la «Rome Call»

Alla presenza dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pav, nel Parco del monumento alla memoria di Hiroshima hanno firmato l’appello i partecipanti ai lavori, promossi anche da Religions for Peace Japan, da Abu Dhabi Forum for Peace degli Emirati Arabi Uniti e dalla Commissione per le relazioni interreligiose del Gran Rabbinato di Israele. Vi hanno preso parte, fanno sapere gli organizzatori in una nota, 150 persone appartenenti a 11 religioni e provenienti da 13 nazioni: esponenti del buddhismo, induismo, zoroastrismo, Bahá’í e di altre religioni orientali, accompagnati dai leader delle religioni abramitiche (cristiani, ebrei e musulmani), si sono ritrovati alla presenza di rappresentanti del governo giapponese e di importanti aziende tecnologiche. Secondo il Pew Research Center, l’85% della popolazione mondiale si riconosce in una tradizione religiosa: questo rende la «Rome Call» rappresentativa della maggior parte delle persone sul pianeta. A chiusura della due giorni è stato inoltre presentato il documento «Hiroshima Appeal», nel quale, oltre a ribadire la necessità di utilizzare l’intelligenza artificiale solo per il bene dell’umanità e del pianeta, i promotori esortano la comunità internazionale a ricorrere a mezzi pacifici per risolvere i contrasti, nella speranza di ottenere l’immediata cessazione di tutti i conflitti armati.

Nella circostanza Francesco ha anche fatto pervenire loro un messaggio in cui auspica l’inclusione «nel governo delle intelligenze artificiali» delle «ricchezze culturali dei popoli e delle religioni... per una saggia gestione dell’innovazione tecnologica».

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Nella nuova stagione
delle macchine impegnarsi per tutelare la dignità umana

«Mostrare al mondo che uniti chiediamo un fattivo impegno per tutelare la dignità umana in questa nuova stagione di uso delle macchine». È quanto scrive Papa Francesco nel messaggio inviato ai partecipanti all’incontro “ AI Ethics for Peace”, svoltosi a Hiroshima, in Giappone, dal 9 al 10 luglio. Nel documento pontificio diffuso oggi, mercoledì 10, a conclusione dei lavori, anche l’esortazione a bandire l’uso delle armi letali autonome. Eccone il testo.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER L’INCONTRO “AI ETHICS FOR PEACE”

[Hiroshima, 9-10 luglio 2024]

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Cari amici, vi giunga questo saluto per il vostro incontro dal titolo “AI Ethics for Peace”. Intelligenza artificiale e pace sono due temi di assoluta importanza, come ho avuto modo di sottolineare ai leader politici del G7: “Conviene sempre ricordare che la macchina può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche. Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche. L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere. La decisione è un elemento che potremmo definire maggiormente strategico di una scelta e richiede una valutazione pratica. A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura. Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana” (Cfr. Discorso al G7, 14 giugno 2024).

Nel lodare questa iniziativa vi chiedo di mostrare al mondo che uniti chiediamo un fattivo impegno per tutelare la dignità umana in questa nuova stagione di uso delle macchine.

Il fatto che vi ritroviate a Hiroshima per parlare di intelligenza artificiale e pace è di grande importanza simbolica. Tra gli attuali conflitti che scuotono il mondo, sempre più spesso purtroppo oltre all’odio della guerra si sente parlare di questa tecnologia. Per tale motivo ritengo di straordinaria importanza l’evento di Hiroshima. È fondamentale che, uniti come fratelli, possiamo ricordare al mondo che: “in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano” (Cfr. Discorso al G7, 14 giugno 2024)

Se guardiamo alla complessità delle questioni che abbiamo davanti, includere nel governo delle intelligenze artificiali le ricchezze culturali dei popoli e delle religioni è una chiave strategica per il successo del vostro impegno per una saggia gestione dell’innovazione tecnologica.

Mentre auguro che questo incontro porti frutti di fraternità e di collaborazione, prego affinché ognuno di noi possa farsi strumento di pace per il mondo.

FRANCESCO


Bersagli innocenti - Non solo Kiev: evacuato l’ospedale per un’azione di guerra nella Striscia di Gaza.


Dura condanna della comunità internazionale per il devastante raid russo sul principale ospedale pediatrico di Kyiv

Bersagli innocenti



Condanna pressoché unanime della comunità internazionale dopo che una delle peggiori ondate di attacchi missilistici russi ha causato almeno 41 morti e oltre 170 feriti in tutta l’Ucraina. Circa 20 le vittime solo nella capitale Kyiv, dove sono stati colpiti anche due ospedali: l’Ohmatdyt, la più grande struttura pediatrica dell’Ucraina, e un centro per la maternità nel distretto Dniprovskyi. Dalle macerie dell’ospedale pediatrico sono stati estratti i corpi senza vita di due operatori sanitari, mentre tanti sono i feriti anche tra i bambini. Quattro le vittime nell’altra struttura sanitaria colpita.

«La Russia non può non sapere dove volano i suoi missili e deve essere ritenuta pienamente responsabile di tutti i suoi crimini: contro le persone, contro i bambini, contro l’umanità in generale», ha commentato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha condannato i raid «particolarmente scioccanti» sulla capitale ucraina. Il presidente statunitense, Joe Biden, ha definito l’attacco «un orribile promemoria della brutalità della Russia». mentre il neo premier britannico, Keir Starmer, ha osservato che «attaccare bambini innocenti è la più depravata delle azioni». L’Ue non ha esitato a parlare di «crimine contro l’umanità». La Russia continua a colpire spietatamente i civili ucraini», ha affermato l’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell, secondo cui «l’Ucraina ha bisogno di difese aeree ora».

Quello del rafforzamento della contraerea ucraina è anche uno dei temi al centro dell’imminente vertice Nato a Washington, dove Zelensky si aspetta «decisioni forti» a sostegno di Kyiv. Dura condanna anche dall’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč degli Ucraini, Sviatoslav Shevchuk, che si è rivolto «alla coscienza di tutte le persone» per chiedere di «condannare questo crimine».

Secondo le ricostruzioni diffuse dai media ucraini, Mosca ha lanciato missili ipersonici Kinzhal, una delle armi più avanzate e molto difficili da intercettare. Mosca, d’altra parte, ha respinto le accuse di un attacco deliberato contro i civili: il ministero della Difesa russo ha rilanciato ieri una versione, confermata stamane dal Cremlino, secondo cui le ultime distruzioni sarebbero state causate dalla caduta di un missile della contraerea.

In Ucraina oggi è una giornata di lutto nazionale: un bilancio molto pesante dei raid di ieri arriva anche dalla città natale di Zelensky, Kryvyj Rih, dove si piangono almeno 11 morti.

Lo stesso Zelensky — che ha fatto tappa a Varsavia, dove ha siglato un patto di sicurezza con la Polonia, prima di partire per il summit Nato di Washington — ha chiesto una «risposta più forte» dell’Occidente e ha annunciato per oggi una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Nella notte è arrivata anche una ritorsione di Kyiv, con il lancio di droni sul territorio russo. Secondo il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, i droni ucraini avrebbero causato almeno quattro morti e 20 feriti.

Alla vigilia del summit Nato, la tragica giornata di ieri sancisce una nuova fiammata nel terribile conflitto ucraino, che prosegue incessante da quasi due anni e mezzo e senza che si intraveda all’orizzonte alcun tipo di soluzione diplomatica.
(fonte: L'Osservatore Romano 09/07/2024)

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Non solo Kiev: l’ospedale anglicano a Gaza chiuso dall'offensiva israeliana

Dopo una serie di raid con droni, l’esercito ha dichiarato “zona rossa” l’area in cui sorge la struttura e imposto l’evacuazione forzata dei pazienti. La denuncia del primate Welby: "I luoghi di cura devono essere protetti: sia rispettato il diritto internazionale umanitario". Papa Francesco accosta l'ospedale pediatrico ucraino e la scuola del patriarcato latino colpita nella Striscia nelle stesse ore: "Profondamente turbato per l'accrescersi della violenza".   


Nelle stesse ore in cui il mondo piange e condanna (giustamente) l’attacco russo all’ospedale pediatrico oncologico di Kiev, un altro ospedale è stato forzatamente chiuso per un’azione di guerra nella Striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha infatti imposto lo sgombero dell’al-Ahli Arab Hospital, noto come “l’ospedale della convivenza”, essendo promosso e sostenuto dalla Chiesa anglicana. Già nelle prime fasi della guerra, l’al-Alhi Hospital era stato duramente colpito, un attacco sconsiderato che aveva causato un massacro con la perdita di vite innocenti. Ora l’ennesima operazione dell’esercito israeliano in corso a Gaza City ha provocato parole di forte condanna da parte del primate anglicano Justin Welby, che ricorda come «secondo il diritto internazionale umanitario i nosocomi e le cliniche devono essere protetti». L’arcivescovo di Canterbury protesta «contro la chiusura e l’evacuazione forzata della struttura e l’attacco a un’ambulanza nella misura più forte possibile».

L’ospedale si trova nella stessa zona della Striscia dove è stata colpita nelle scorse ore anche la scuola della parrocchia latina della Sacra Famiglia. Ferita di guerra che anche Papa Francesco ha voluto oggi accostare a quella dell’ospedale pediatrico oncologico di Kiev, in prima pagina sui notiziari di tutto il mondo. «Il Santo Padre – si legge in un comunicato diffuso dalla Sala stampa vaticana – ha appreso con grave dolore le notizie circa gli attacchi contro due centri medici a Kiev, tra cui il più grande ospedale pediatrico ucraino, nonché contro una scuola a Gaza. Il Papa manifesta il suo profondo turbamento per l’accrescersi della violenza. Mentre esprime vicinanza alle vittime e ai feriti innocenti, auspica e prega che si possano presto identificare percorsi concreti che mettano termine ai conflitti in corso».

Sono le stesse operazioni dell’esercito israeliano a Gaza City ad aver portato il 7 luglio all’imposizione della chiusura dell’al-Alhi Hospital e al trasferimento forzato di tutti i pazienti ricoverati al suo interno, dopo aver dichiarato “zona rossa” le immediate vicinanze della struttura. La decisione è giunta dopo una serie di attacchi con droni sferrati nelle vicinanze, come conferma una dichiarazione diffusa ieri dalla diocesi anglicana di Gerusalemme, che gestisce la struttura sanitaria.

«Di fronte all’intenso bombardamento israeliano, questa chiusura – prosegue il primate anglicano – mette in pericolo ancora maggiore i feriti e i malati. Mi unisco all’appello dell’arcivescovo Hosam verso le forze di difesa israeliane per consentire all’ospedale di continuare il suo sacro e coraggioso lavoro di prendersi cura delle persone in disperato bisogno. Per alleviare l’immensa sofferenza in Terra Santa, continuo a pregare e a chiedere un cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi e un aiuto senza restrizioni al popolo di Gaza».

Sulla chiusura forzata è intervenuta anche la diocesi anglicana di Gerusalemme, il cui primo pensiero va a malati e feriti in grave pericolo ora che la struttura è fuori servizio, in una fase in cui vi è grande richiesta e necessità di ospedali e cure. «Le persone ferite e malate – prosegue – hanno poche altre opzioni per i posti dove ricevere cure mediche urgenti». L’arcivescovo Hosam Naoum si unisce alla protesta per la chiusura «in un momento di guerra e di grande sofferenza in cui è essenziale che i servizi di emergenza siano mantenuti per curare i feriti e i morenti. Facciamo appello alle forze israeliane – conclude – per permetterci di continuare il nostro sacro ministero delle cure mediche e della guarigione. Chiediamo la fine degli attacchi contro i civili e tutte le persone vulnerabili e chiediamo a tutte le parti di accettare un cessate il fuoco immediato».

Fondato nel 1882, l’al-Ahli Arab Hospital si trova a Gaza City, nel settore nord. La guerra a Gaza influisce su tutti gli aspetti della vita a causa delle restrizioni alla circolazione di materiali e persone, come in questi giorni di guerra in cui manca l’elettricità e cibo, acqua, carburante e medicinali cominciano a scarseggiare. Tuttavia, il nosocomio ha sempre assicurato le cure con i suoi 80 posti letto e ha rappresentato un’eccellenza nella regione. Erano 3.500 le visite ambulatoriali al mese secondo il sito web della diocesi di Gerusalemme, ramo locale della Comunione anglicana che lo gestisce. La struttura garantiva 300 interventi chirurgici e circa 600 visite radiologiche al mese, oltre ad avere un programma gratuito di diagnosi di cancro al seno per donne di età superiore ai 40 anni. Inoltre, il Centro per le donne anziane e il programma di cliniche mobili fornivano gratuitamente cure mediche e cibo agli abitanti delle città e dei villaggi circostanti. L’ospedale ha anche sponsorizzato in passato il primo corso di formazione per medici di Gaza in chirurgia mini-invasiva e stava sviluppando piani per l’aggiunta di un centro oncologico, con radioterapia.
(fonte: AsiaNews 09/07/2024)