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giovedì 22 gennaio 2026

Vito Mancuso - Perchè Gesù amava i poveri

Perchè Gesù amava i poveri

«È impossibile dare una sola interpretazione del Discorso delle Beatitudini di Gesù. Di certo, la predilezione per gli ultimi era dovuta alla loro capacità di accettare un regno nuovo».

La Stampa 12 dicembre 2025


Tra le parole più famose e più importanti di Gesù vi sono le beatitudini, di cui però possediamo due versioni differenti e non poco discordanti. Secondo il Vangelo di Matteo infatti esse sono otto e vennero pronunciate da Gesù dopo essere salito “sul monte” all’inizio del celebre “discorso della montagna”; secondo il Vangelo di Luca invece sono quattro e vennero pronunciate “in un luogo pianeggiante”. Come andarono realmente le cose? Non lo sapremo mai. Possiamo però arrivare almeno a stabilire quali furono le parole autentiche di Gesù? …

Il Gesù di Matteo è più spirituale e meno politicamente inquietante rispetto a quello di Luca. Per lui i poveri dichiarati beati sono i poveri “in spirito”, mentre per Luca sono i poveri e basta, materialmente tali: “Beati i poveri”. Questo Gesù giunge a minacciare i ricchi per il solo fatto di essere tali: “Guai a voi ricchi!”, parole che il Gesù di Matteo si guarda bene dal pronunciare. La seconda beatitudine, che in Matteo è “beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, in Luca è molto più cruda e materiale: “Beati voi che ora avete fame”. Il contrasto si attenua nelle altre beatitudini, ma il bilancio complessivo è chiaro: per il Gesù di Luca la povertà materiale è spiritualmente feconda e la ricchezza è un ostacolo invalicabile, per il Gesù di Matteo invece ciò che è decisivo non è la dimensione materiale ma quella spirituale: è della giustizia che occorre essere affamati, non basta certo lo stomaco vuoto.

Nel suo vangelo Luca insiste sulla dimensione socio-politica fin dall’inizio, visto che nella composizione poetica attribuita alla madre di Gesù detta tradizionalmente Magnificat presenta espressioni di questo tipo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Carlo Maria Martini definì Luca “provocatore”, aggiungendo persino che è “uno di sinistra” (“ein Linker”, come si legge nell’edizione originale tedesca di “Conversazioni notturne a Gerusalemme” del 2008, espressione cancellata nell’edizione italiana pubblicata da Mondadori). Ma chi tra i due evangelisti ci trasmette più autenticamente il Gesù storico? Gesù era più conservatore come in Matteo o più progressista come in Luca?

L’evangelista più antico, Marco, riporta un detto (ripreso dagli altri due sinottici) che presenta una filosofia della storia assai cupa: “I governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono”. Avere il potere ed essere un oppressore per Gesù era quindi la stessa cosa. La scena delle tentazioni sia in Luca sia in Matteo si muove nella stessa prospettiva perché rivela che per Gesù il successo politico e materiale richiede una sottomissione a Satana. Il quarto vangelo sostiene a sua volta questa visione visto che definisce Satana per ben tre volte “il capo di questo mondo”. Ne viene che non era Luca a essere “di sinistra” ma lo era Gesù, per cui non vi possono essere dubbi sul fatto che le beatitudini di Luca siano più vicine a quelle originarie, forse del tutto coincidenti.

Cosa pensare allora delle beatitudini di Matteo? A mio avviso esse rappresentano una versione più raffinata e spiritualmente più matura che scaturisce da un’analisi più attenta sia della rivelazione biblica nel suo complesso sia della effettiva logica che muove la storia. Sul tema povertà-ricchezza la Bibbia ha una visione ambivalente: da un lato i profeti considerano negativamente la ricchezza, dall’altro lato i libri storici e sapienziali la giudicano un dono di Dio. Ecco per la prima prospettiva il profeta Isaia: “Guai a coloro che aggiungono casa a casa e uniscono campo a campo, al punto da occupare tutto lo spazio, restando i soli abitanti del paese” (Isaia 5,8; un detto che oggi fotografa alla perfezione l’illegale espansione dei coloni israeliani nei territori palestinesi). Ed ecco invece quanto si legge in Proverbi 10,22: “La benedizione del Signore arricchisce”. Siamo quindi in presenza di una palese contraddizione: da un lato la ricchezza è condannata in quanto frutto di ingiustizia, dall’altro è lodata in quanto segno della benedizione divina. A mio avviso Matteo colse tutto ciò e per questo giunse a modificare la versione originaria delle beatitudini.

Non bisogna però pensare che in questo modo egli tradì il pensiero originario di Gesù, ma che semmai lo integrò alla luce della complessiva rivelazione biblica e di altri detti gesuani (si pensi per esempio alla parabola dei talenti o a quella delle mine). Ma soprattutto occorre considerare che la predilezione di Gesù per i poveri (così accentuata da Luca, attenuata da Matteo e del tutto assente in Giovanni) non è da intendere né come un innaturale amore per la miseria, né come solidarietà di classe date le origini umili di Gesù, né tanto meno come un’incipiente lotta di classe che farebbe di Gesù uno dei primi socialisti della storia. Tutto il suo insegnamento infatti, compresa la predilezione per i poveri, va riferito alla sua idea fondamentale: quella del regno di Dio e della sua venuta imminente. Rivolgendosi alle folle, Gesù osservava che i poveri erano insoddisfatti del loro status e per questo desiderosi di cambiamento, per cui prestavano la più grande attenzione al suo annuncio di un cambiamento radicale della storia. Parlando con i ricchi, invece, Gesù si imbatteva in persone soddisfatte della loro condizione e quindi ben poco desiderose di cambiamenti. Per questo egli prediligeva i poveri: non per motivi sociopolitici né per solidarietà di classe, ma per la maggiore apertura al suo annuncio e la conseguente disponibilità al cambiamento di vita.

Il che è esattamente quanto comprese in profondità l’evangelista Matteo quando decise di aggiungere “in spirito” alla prima beatitudine: chi appartiene veramente al regno di Dio, infatti, è chi vive per qualcosa di più importante di sé, è questi il vero “povero in spirito”. È solo nello spirito, infatti, non certo nelle tasche, che si gioca la relazione della nostra anima con l’eternità.
(fonte: sito dell'autore)

mercoledì 26 novembre 2025

Vito Mancuso - L’etica oltre alla scienza

Vito Mancuso
L’etica oltre alla scienza

L'essere umano ha sempre giocato a fare Dio ma oltre alla scienza c'è bisogno dell'etica. Di fronte ai progressi della biotecnologia serve una governance mondiale per la salvaguardia dell’umanità


La Stampa 14 novembre 2025

«Giocano a fare Dio», diciamo spaventati riferendoci a coloro che intendono riprogettare l'essere umano tramite tecnologie sempre più pervasive, applicate questa volta non più su macchine e computer ma su gli stessi corpi umani. In realtà l'umanità ha sempre cercato di fare Dio, non a caso ci siamo dichiarati suoi figli, proclamati "a sua immagine e somiglianza", quindi cosa c'è da stupirsi se ora proseguiamo nell'impresa di emulare il Padre celeste? Da sempre i figli desiderano essere come il padre, anzi persino più forti di lui. E poi scusate, che male c'è nel cercare di prevenire le svariate migliaia di malattie genetiche che minacciano il formarsi degli esseri umani nel seno materno, in quei momenti in cui Dio Padre (sempre per stare alla metafora del giocare a fare Dio) si distrae un po' e invece del corretto numero di cromosomi ne lascia posizionare uno in più o uno in meno, generando irreversibili malformazioni nei bambini che nascono e un dolore abissale nei genitori? …

E che male c'è nel prevenire la degenerazione delle cellule nervose che conduce un essere umano a vivere gli ultimi anni senza consapevolezza di sé, in preda alla demenza, con il conseguente indescrivibile strazio dei parenti e un sordo odio verso la vita per il suo beffardo destino? Domande retoriche, la cui unica sensata risposta è nessun male; anzi, solo tanto auspicabilissimo bene. La scienza deve fare il suo mestiere, che, come dice il nome dal latino scire, consiste nel "sapere": nell'incrementare sempre più la conoscenza. Sembrerebbe quindi che non vi sia nulla da temere e che occorra solo salutare con gioia le notizie fornite da questo giornale nei giorni scorsi riguardanti il progetto "Preventive" e le intenzioni (forse giá ben più che solo tali) di Altman, Amstrong, Musk e altri miliardari che mirano a creare "uomini geneticamente modificati".

L'umanità, però, non è solo conoscenza e azione, è anche coscienza e dubbio, cioè riflessione sull'utilizzo della conoscenza ottenuta, la quale può essere usata in vari modi: o per i benefici di tutti, o per i privilegi di pochi; o per curare malattie, o per allestire un catalogo di caratteristiche biologiche da mettere in vendita; o per il bene comune, o per il profitto di privati. Perché il punto che tendiamo a dimenticare, inebriati come siamo non dalla serietà della conoscenza scientifica ma dal senso di onnipotenza che la società dei consumi infonde nelle menti per condurle a consumare sempre più, è che il bene e il male esistono per davvero e che non tutto quello che si può fare è davvero lecito fare. Inebriati dall'ideologia vincente ai nostri giorni denominabile "scientismo", dimentichiamo la lezione di Kant secondo cui sono tre le domande alla base dell'umano: 1) che cosa posso sapere? 2) che cosa devo fare? 3) che cosa mi è lecito sperare?

Accanto al sapere c'è anche il dovere, oltre alla conoscenza c'è anche la coscienza. Il che si gnifica che noi, oltre alla scienza, abbiamo bisogno dell'etica (e della spiritualità, se prendiamo sul serio anche la terza domanda). Che sia necessaria l'etica appare del tutto evidente non appena si riflette sul fatto che un conto è usare le biotecnologie per sconfiggere le malattie genetiche, un altro conto è selezionare dal menu eugenetico il colore degli occhi, l'altezza e l'intelligenza del figlio in arrivo (privandolo cosi della sua irriducibile differenza rispetto ai genitori, fondamento della sua originarietà e della sua libertà). Insomma, se è vero che a seguito delle tecnologie sempre più performanti siamo entrati dentro un mondo del tutto nuovo, è altrettanto vero che siamo pur sempre rimasti dentro il mondo di sempre che necessita di una bussola del bene e del male, se vogliamo custodire la libertà.

La libertà è un bene prezioso ma fragile, si può perdere facilmente e di sicuro viene meno laddove non vi sia imprevedibilità e indeterminazione. In assenza di queste dimensioni funzioneremo di più, ma sentiremo di meno; saremo sempre vincitori, ma saremo privati del prezioso sale che viene dalla sconfitta e dal saperla rielaborare.

Il fisico Alessandro Vespignani dichiarava ieri a questo giornale che ormai da anni noi siamo «intelligenze aumentate». É proprio così? È davvero aumentata in questi ultimi anni l'intelligenza degli esseri umani? La maggiore performatività tecnologica ha davvero prodotto un aumento dell'intelligenza individuale? Io non ne sono per nulla sicuro. L'intelligenza umana infatti non si caratterizza solo per essere "problem solving", ma anche per sapersi costituire come "problem posing", cioè per la sua dimensione critica e dubitativa. Funzionare di più e risolvere più problemi non significa necessariamente essere più intelligenti. Senza calcolare che questa "intelligenza aumentata" è stata finora ben lungi dall'aumentare la felicità e la serenità, ma ha semmai ha prodotto uno spaventoso aumento dell'ansia da prestazione per essere tutti all'altezza di questa "intelligenza aumentata" che ci vuole tutti più smart e più tech. Ma a che serve questo aumento dell'intelligenza se coincide con la diminuzione della felicità? Mi viene in mente questa domanda evangelica: "A che serve a un uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?". Il concetto di anima esprime il centro vitale di ognuno di noi. Noi siamo intelligenza, certo, ma non solo; siamo anche sentimento, passione, bisogno di senso. L'intelligenza ci offre conoscenza, ma è solo il sentimento che ci offre il significato. E ognuno di noi è ultimamente una domanda di significato. Questo non si può limitare al fare e all'eseguire, perché richiede anche il non-fare, il contemplare, il tacere, ovvero ciò che i nostri padri chiamavano otium e che ritenevano più prezioso del pur essenziale negotium.

Sempre Vespignani dichiarava che programmare il biologico con strumenti digitali è sì un processo inevitabile, ma non dobbiamo preoccuparci perché l'obiettivo non è progettare persone ma ridurre la sofferenza e la mortalità, cioè la prevenzione e la cura. Aggiungeva inoltre che il potenziamento genetico è una promessa fuorviante e una deriva eticamente inaccettabile e che non si deve «aprire la porta al mercato>>. Parole bellissime che si traducevano nell'auspicio della necessità di regole chiare per l'operatività tecnologica nell'ambito clinico e biologico al fine di tenere il mercato a distanza e di conseguenza nella necessità di una solida cooperazione internazionale, visto che la scienza e la tecnologia non conoscono confini e nessun paese può regolarsi da solo.

Il problema, però, qual è? È che la scienza corre a passi da gigante, mentre il diritto e la politica che devono provvedere alle regolamentazioni auspicate arrancano lenti come una lumaca. È quindi necessario tener conto di questa doppia velocità prendendo la seguente decisione: che sia vietata ogni applicazione dell'IA e delle tecnologie sulla biologia umana prima che le normative siano definite in modo chiaro e trasparente per il mondo intero. Non si tratta di fermare la scienza, si tratta di custodire l'umanità. Perché se veramente si vuole non aprire la porta al mercato, chi può davvero tenere chiusa quella porta è solo la politica in quanto costruttrice di diritto. Di fronte alle biotecnologie che possono mutare definitivamente la natura umana aumentandone l'intelligenza e diminuendone il cuore, abbiamo l'urgente necessità di una governance mondiale. Penso che i rettori e i senati accademici delle università di tutto il mondo, gli imprenditori più responsabili, i leader delle religioni mondiali, gli intellettuali più seguiti debbano coordinarsi tra loro per far sentire la voce dell'umano. Prima si stabiliscano le regole chiare per la salvaguardia dell'umanità, poi si intraprenda il lavoro biotecnologico sull'essere umano. Solo così si potrà davvero lavorare per sconfiggere le malattie senza cadere nello spaventoso marketing eugenetico. In sé non è sbagliato "fare Dio", ma lo si deve fare seriamente, non giocando con l'umano ma servendolo con la più alta responsabilità.
(fonte: sito dell'autore)


venerdì 21 novembre 2025

Vito Mancuso Nel nome del padre

Vito Mancuso
Nel nome del padre


La Stampa domenica 9 novembre 2025

La figura storica di Gesù, e quella religiosa di Cristo vanno esaminate separatamente ma costituiscono due dimensioni comunicanti che si ritrovano in ognuno di noi.

Gesù nacque a Nazaret; Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno; Cristo era il Figlio unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle; Cristo era figlio unico. Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista; Cristo era cugino del Battista e non aveva bisogno di nessun maestro. Gesù non si capisce senza il Battista; Cristo non si capisce senza Pietro e senza Paolo …

Nessuno di noi ha incontrato Gesù; tutti noi abbiamo incontrato Cristo. Gesù è sconosciuto; Cristo è conosciutissimo. Di Gesù ben pochi parlano e coltivano la spiritualità; di Cristo ogni giorno sulla terra si proclama la natura divina affermando che è «della stessa sostanza del Padre» e si celebra il memoriale della morte e risurrezione, dichiarando di attenderne la venuta: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta» (anche se di fatto, ormai, pressoché nessuno attende tale sua venuta).

Alla luce di queste affermazioni, che nel corso del libro verranno tutte documentate, deriva quanto segue: che Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. Il che si contrappone alla comune interpretazione bimillenaria che fa di loro una cosa sola, tanto che i più intendono Gesù Cristo come nome e cognome. Ma Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. E in quanto tali, rimandano a due religioni altrettanto diverse. La prima tramontò ben presto rimanendo pressoché sconosciuta; la seconda ebbe un successo mondiale divenendo la più diffusa del pianeta. La prima è il gesuanesimo, la religione di Gesù. La seconda è il cristianesimo, la religione fondata successivamente dai suoi discepoli, tra i quali emergono Pietro di Betsàida e Paolo di Tarso.

Gesù è un nome ebreo; Cristo è un nome greco. Ma non è solo una questione di nomi. I nomi sono così importanti proprio perché non è quasi mai solo questione di nomi, in quanto essi portano sempre con sé già nella loro esteriorità il sapore e il valore del contenuto. Gesù-Cristo è l’unione teoreticamente impossibile, e tuttavia da duemila anni storicamente esistente, di una spiritualità ebraica e di una spiritualità greca. Questa unione innaturale costituì la religione in cui l’Occidente per molti secoli credette e su cui fondò la propria civiltà. Atene e Gerusalemme ne costituirono l’anima, Roma il corpo.

Oggi non è più così. Oggi la maggior parte degli occidentali si dice del tutto serenamente non-cristiana. Oggi in questo Occidente (di cui non pochi abitanti neppure sono disposti ad ammettere un’identità culturale comune, tale da plasmare, non dico una civiltà, ma almeno una base per l’etica e la convivenza sociale), il progressivo declino del cristianesimo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti e un processo, a mio avviso, inarrestabile. Gli occidentali avranno sempre meno a che fare con il cristianesimo, di cui non conoscono la dottrina e la storia, non frequentano i riti, non ne leggono il libro sacro, non accettano i valori, ignorano le preghiere. Dal punto di vista religioso qui in Occidente siamo di fatto in una situazione descrivibile come «post-cristiana».

La volontà di illustrare questa condizione e di concorrere in parte a risanarla è la causa che mi ha portato a scrivere questo libro, nella speranza che esso possa contribuire a quella che Teilhard de Chardin chiamava «Religione a misura della nuova Terra» di cui il nostro tempo ha urgente bisogno, anche se non lo sa. Rispetto a essa il teologo e scienziato gesuita scriveva: «Continuo a credere che sia il Cristianesimo – purché opportunamente pensato e ripensato – a contenerla in nuce». Io aggiungo che tale ripensamento non può che essere radicale, ed è in questa prospettiva che ho scritto questo libro.

Lo scopo perseguito da questo libro è duplice: storico e teologico. A livello storico esso consiste nel liberare Gesù da tutte le indebite sovrapposizioni subite dalla sua figura, riportandone alla luce, per quanto possibile, la forma genuina.

A livello teologico lo scopo consiste invece nel mostrare che le sovrapposizioni operate lungo la storia creando il personaggio Cristo, per quanto storicamente indebite e talora anche spiritualmente dannose, avevano una loro necessità e costituirono nonostante tutto un passo in avanti. Il punto, infatti, è che Gesù e Cristo, la Storia e l’Idea, non si escludono a vicenda, non sono tra loro per nulla incompatibili; anzi, dato che rappresentano due dimensioni costitutive di ognuno di noi, Gesù e Cristo hanno in realtà bisogno l’uno dell’altro, così come ognuno di noi ha bisogno sia della Storia sia dell’Idea.

Il mio scopo, quindi, non consiste nel separare definitivamente Gesù e Cristo distruggendo la loro bimillenaria simbiosi, come molti hanno fatto e continuano a fare; consiste piuttosto nel separarli per poi ricostruirne la simbiosi su basi nuove, in modo che torni a essere accettabile per la coscienza contemporanea. È come se si trattasse di una delicata operazione chirurgica nella nostra interiorità per la quale prima si deve usare il bisturi per aprire e dividere, poi l’ago e il filo per ricucire e richiudere. Sono convinto infatti di due cose: che il modo tradizionale della configurazione di quella simbiosi oggi per noi non è più sostenibile; ma che di essa, in quanto unione di Storia e Idea, noi abbiamo strutturalmente bisogno.

Abbiamo bisogno sia dell’esattezza della Storia sia della speranza dell’Idea; abbiamo bisogno sia di sapere come andarono realmente le cose, sia di sapere come farle andare avanti noi qui e ora, trovando le energie necessarie alla mente e al cuore. La Storia senza l’Idea veicolata dal mito (non solo in ambito religioso ma anche filosofico e politico) è un insieme di pietre scomposte simili ai ruderi di un sito archeologico abbandonato; l’Idea senza la Storia è calce viva che brucia gli occhi causando cecità e superstizione. È solo dall’unione di pietre e di calce che si può costruire la casa della mente che ha bisogno di capire e al contempo la casa del cuore che ha bisogno di sperare. Il compito della storiografia è di generare comprensione, il compito della teologia è di generare speranza; ma occorre che quest’ultima lo faccia in modo compatibile con la comprensione acquisita. Gesù è storia, Cristo è idea: i due personaggi e i rispettivi ambiti vanno rigorosamente distinti, ma al contempo armoniosamente integrati.
(fonte: sito dell'autore)

venerdì 7 novembre 2025

Vito Mancuso AMARSI

Vito Mancuso
AMARSI


Quando Gesù formulò il comandamento dell’amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l’amore verso di sé: "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (Marco 12,31). Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé.

Amare se stessi, se si considera la cosa nella prospettiva più adeguata, è un grande atto di umiltà, di conciliazione con i propri limiti, le proprie paure e le proprie insufficienze. 

E penso che il senso di tutto questo discorso si possa riassumere mediante la distinzione tra amor proprio e amore di sé: laddove l’amor proprio segnala la condizione negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, mentre l’amore di sé segnala l’accettazione della propria condizione, amata per quello che è anche nei suoi limiti, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell’autoironia che è una delle proprietà più belle dell’essere umano.
(fonte: bacheca Facebook dell'autore 04/11/2025)

lunedì 20 ottobre 2025

Vito Mancuso - Sul Vuoto

Vito Mancuso
Sul Vuoto


La Stampa 15 ottobre 2025

Il primo istintivo orizzonte dentro cui la mente comincia a pensare non è quello cognitivo con le categorie di vero e di falso; non è neppure quello etico-giuridico con le categorie di giusto e di ingiusto; è piuttosto l’orizzonte naturale con le categorie di buono e di cattivo, il medesimo che applichiamo davanti a un cibo o a un odore. Noi, prima di essere una mente che pensa e ragiona, siamo un corpo che vuole vivere, siamo vita che desidera sussistere e che per questo ha nell’istinto di conservazione la propria logica primaria …

In questa prospettiva si tratta di chiedersi se il concetto di vuoto sia buono o cattivo; non giusto o sbagliato, non vero o falso, ma buono o cattivo per la vita di ognuno di noi. In altri termini, cosa devo fare di me stesso: mi devo riempire o mi devo svuotare? Devo rendere la mia vita sempre più colma di incontri, letture, partecipazioni, impegni, relazioni, oppure al contrario devo svuotarla di tutto inseguendo l’ideale del monaco zen che guarda fisso la parete e non pensa a nulla se non al suo stesso respiro?

La mia risposta è all’insegna della via di mezzo, il criterio più saggio che conosco per navigare nel mare dell’esistenza. Auspicata dal Buddha, da Confucio e da Aristotele, la via di mezzo consiste nel cogliere i due estremi con la loro positività e la loro negatività e nel trovare il punto di equilibrio tra loro. E in questa prospettiva sostengo che non si tratta né di svuotarsi del tutto né di riempirsi del tutto, ma ora di svuotarsi e ora di riempirsi, esattamente come i nostri polmoni che si riempiono di aria e subito dopo si svuotano, per poi di nuovo ripetere le due contrapposte operazioni. Lo fanno venti-venticinquemila volte al giorno a seconda del ritmo vitale di ognuno, hanno iniziato quando siamo nati, anzi prima ancora nel ventre materno, e cesseranno nell’ultimo istante della nostra vita con l’ultimo fatidico respiro. Non c’è solo il vuoto, non c’è solo il pieno: ci sono il vuoto che si riempie e il pieno che si svuota. E quello che vale per i polmoni, vale anche per il cuore che pompa il sangue, per lo stomaco e l’intestino che metabolizzano il cibo, e non può non valere anche per la mente.

Qui tocchiamo il centro della questione spirituale perché la spiritualità ha a che fare esattamente con l’aria, come indica il termine latino spiritus che, prima di rimandare alla spiritualità, rimanda alla respirazione, proprio come il greco pneuma, l’ebraico ruah, il sanscrito atman, tutte parole che, prima di significare spirito nel senso di intelligenza immateriale e libera, significano vento. E il vento da un lato riempie, dall’altro svuota, come capita ai sentieri in questa stagione autunnale, ora riempiti di foglie secche dalle folate di vento, ora invece spazzati. Dipende. Il vento porta, il vento toglie. Si comporta proprio come il tempo, che “tutto toglie e tutto dà”, per ricordare Giordano Bruno.

Sostengo quindi che noi non siamo fatti né per il vuoto né per la pienezza assoluta di chi, tenendo in mano la Bibbia o qualunque altro libro sacro, ritenga di aver trovato la verità. No, né il vuoto del nichilismo né la pienezza del dogmatismo. Noi siamo fatti per la ricerca. E per ricercare devi essere vuoto, altrimenti non ti metti in moto; e però devi altresì aspirare a trovare e a riempirti, altrimenti neppure ti metti in ricerca.

Il che significa che vi saranno momenti nella vita in cui dovremmo svuotarci liberandoci da tutte le idee inserite da altri dentro di noi e rimanere trasparenti come un vetro: vuoti, appunto, al fine di generare qualcosa di veramente nostro, secondo quanto insegna Cartesio nel Discorso sul metodo quando scrive che a un certo punto della vita, per giungere a costruire su un fondamento tutto nostro, occorre dubitare di tutto. Cartesio oggi non è più di moda a causa della sua visione dualista del rapporto mente-corpo, ma per questa sua volontà di autodeterminazione rimane il padre del pensiero moderno e io non smetterò mai di riservargli un posto d’onore nel senato della mia mente. Tornando alla questione, vi saranno momenti della vita in cui ci dobbiamo svuotare e altri in cui ci dobbiamo riempire, perché noi non siamo fatti né per il vuoto né per il pieno ma per la relazione: per il dinamismo, il flusso, il passaggio di calore, la termodinamica instabile in cui consiste la vita (specularmente Schrödinger definisce la morte “equilibrio termodinamico”). In questa prospettiva una relazione è vera e vitale se ci fa muovere e non ci immobilizza riempiendoci completamente. Al contempo però noi siamo fatti per assumere contenuti (sotto forma di persone, volti, musiche, storie) di cui riempire la nostra interiorità. Quindi il lavoro fondamentale a livello spirituale consiste nel capire se è il momento di svuotarsi e di che cosa, oppure se è il momento di riempirsi e di che cosa per contrastare il vuoto e il deserto delle nostre giornate.

Il criterio mediante cui comprendere se ci si deve svuotare o riempire è la letizia. Insegna Spinoza: “Quanto maggiore è la letizia di cui siamo affetti, tanto maggiore è la perfezione a cui perveniamo”. Capiamo se siamo sulla via giusta della vita se dentro di noi fiorisce la gioia di vivere e la corrispettiva potenza, non nel senso di imposizione ma di risveglio di tutte le nostre potenzialità. Se invece nella situazione in cui siamo percepiamo l’impotenza, vuol dire che siamo sulla strada sbagliata e dobbiamo cambiare. Il criterio rimane sempre l’operosa letizia. Il valore di un essere umano dipende dal metodo mediante cui procede nella vita, e il criterio in base a cui comprendere che il metodo con cui si procede è quello giusto è la gioia e la potenza di vivere.

Concludo con un detto da me molto amato che devo a Karl Jaspers che lo cita all’inizio e alla fine del suo libro “La fede filosofica di fronte alla rivelazione” del 1962 attribuendolo a un anonimo medievale. In realtà l’autore non è né anonimo né medievale, perché si tratta di un intellettuale di fine Quattrocento, Martinus von Biberach, le cui ossa sono custodite nel duomo di Heilbronn. Ed è proprio sulla sua pietra tombale che è scolpito il detto citato da Jaspers: “Vengo, non so da dove. Sono, non so chi. Muoio, non so quando. Vado, non so dove. Mi stupisco di essere lieto”.

Questa frase indica alla perfezione l’esito del cammino spirituale di un essere umano alle prese con il vuoto e con il pieno dell’essere, perché Martinus giunse ad avere la mente completamente vuota delle risposte (“non so”) ma piena delle domande di cui conosceva l’importanza e la natura (l’origine, l’identità, la fine, il destino). E questa sua ricerca che l’aveva condotto a eliminare le risposte altrui e però a mantenere l’inquietudine delle domande giunse a farlo essere lieto, di quella letizia unita allo stupore che è il sigillo della vita autentica.
(fonte: sito dell'autore)

martedì 7 ottobre 2025

Vito Mancuso: Tutto quello che so sull’amore

Vito Mancuso 
Tutto quello che so sull’amore

La Stampa lunedì 22 settembre 2025


La prima cosa che ho imparato sull’amore è che esso esiste davvero. In questo mondo di guerre che talora diventano genocidi (come a Gaza in questi giorni); in questo mondo di selezione naturale e di malattie; in questo mondo ipocrita dove spesso tutto appare falso e dove il potere emerge quale logica spietata e affaristica che governa ogni cosa (anche i programmi scolastici, anche le manifestazioni culturali, anche le cariche e le canonizzazioni ecclesiastiche); in questo mondo ingiusto dove pochissimi possiedono quasi tutto e moltissimi quasi niente; in questo mondo che ci ha generati e che un giorno ci consumerà; qui, proprio qui, l’amore, quello autentico, esiste davvero. Esso è una forza che non riguarda solo gli esseri umani ma anche gli animali, forse chissà anche le piante e le stelle, come intuì il sommo poeta quando concluse la Commedia cantando “l’amor che move il sole e l’altre stelle” …

La seconda cosa che ho imparato sull’amore e che esso non è solo eros e non è solo sentimento, ma è anche un ideale che infiamma la mente. L’amore cioè non riguarda solo il corpo e la psiche, ma anche lo spirito. Ciò che in noi ci porta ad amare non è solo la dimensione emotiva e irrazionale, ma possono essere anche la nostra logica e la nostra ragione. Intendo dire che si può amare l’amore, l’idea dell’amore, la visione del mondo e dell’essere umano che l’amore consegna a chi vi si dedica. L’amore, cioè, può diventare una filosofia di vita, da cui discendono una determinata concezione dell’etica e del diritto, e di conseguenza anche una specifica visione e prassi politica.

La terza cosa che ho imparato sull’amore è che esso è sempre strettamente personale. Mi viene in mente una pagina di Eduardo de Filippo in cui il protagonista parla così della sua donna: “Veste alla moda? Nossignore. Porta le calze di seta? Non le porta. Va dal parrucchiere? Non ci va. Eppure, quelle quattro ossa messe insieme proprio come sono state messe, in quella posizione, cu’ chille duie uocchie, cu’ chella pelle, ‘e chillo stesso culore… sta cosa ‘e niente, ‘a vedite? È ‘a femmena mia”. Mi sorprendono sempre e quasi mi commuovono queste parole, perché sanno esprimere alla perfezione il mistero di quella singolarissima elezione interiore che è il nostro amore per una specifica persona. Che cosa amiamo in chi amiamo? Il corpo? Gli occhi? La voce? Il carattere? Le idee? Certamente la dimensione fisica gioca un ruolo essenziale, ma il corpo è sempre un corpo vivente, abitato da un carattere che lo fa muovere e presentarsi in modo tutto suo. L’amore è sempre strettamente personale: riguarda la propria donna, il proprio uomo, i propri figli, la propria casa, la propria città, la propria nazione, la propria squadra, la propria religione… Ovunque possiamo incontrare uomini e donne più belli, figli più simpatici e intelligenti, città e paesi più importanti, squadre più forti, ma chi ama prova un sentimento del tutto speciale che gli fa preferire sopra ogni altra cosa esattamente l’oggetto del suo amore (il proprio uomo, la propria donna, i propri figli eccetera) perché esso gli si rivela come una bellezza irresistibile ed egli dichiara: “Sta cosa ‘e niente, ‘a vedite? È ‘a femmena mia”.

La quarta cosa che ho imparato sull’amore è che esso determina il valore di un essere umano. Esattamente come scriveva Agostino: “Pondus meum, amor meus”. Vale a dire: il mio peso specifico dipende dal tipo di amore che coltivo. I maggiori maestri spirituali concordano con questa visione. Così il Buddha: “Qualunque cosa un monaco frequentemente pensi e consideri, quella diventerà l’inclinazione della sua mente”. Così Gesù: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. Così Marco Aurelio: “Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa”. Così Plotino: “Ogni anima è e diventa ciò che guarda”. Così Spinoza: “Il desiderio è l’essenza stessa dell’uomo”. Noi viviamo, ed essendo la vita dominata dalla necessità a partire da quella del cibo, è evidente che desideriamo; nella misura in cui viviamo, non possiamo non desiderare. Ma la qualità della nostra vita dipende dalla qualità del nostro desiderio: è il nostro desiderio (ovvero il nostro amore) a determinare il nostro valore.

Il desiderio naturale si esprime in prima battuta come cupidigia, ma se orientato e innalzato diviene amore. Ma come si fa a orientare il desiderio? Lo si fa sempre attraverso il desiderio, che, da auto-centrato, si converte in qualcosa di più grande di sé e della propria voracità per amore dell’oggetto amato. Il verbo “convertire” qui va inteso proprio nel senso fisico di “invertire”, come quando si compie un’inversione di marcia. Se convertita, la nostra energia desiderante passa dal rapportare tutto a sé al concentrarsi su un punto più alto fuori di sé. E da cupidigia essa diviene amore. È il senso delle parole che Dante fa pronunciare a Brunetto Latini: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto”. Notate la dialettica: si tratta di “seguire”, quindi di riconoscere che esiste qualcosa di più importante di noi; ma si tratta di seguire “tua” stella, cioè la propria stella, non quella di altri, fosse pure la stella di Betlemme o la stella rossa del sol dell’avvenir. Quando la mente si innamora rompe il guscio dell’egoismo e trasforma la voracità in veracità, l’interesse in inter-essere, la brama in cura. E fiorisce l’amore vero.

La quinta cosa che ho imparato sull’amore è che esso è sempre di qualcosa di irresistibile, di più grande di noi. Per questo i greci ne parlavano come di una divinità, come di una realtà che può soggiogare e che di fatto soggioga le nostre vite. Che difesa ha chi è innamorato? È totalmente in balìa dell’amato. Un padre e una madre che difesa hanno di fronte ai figli? È chiaro che un conto è l’innamoramento, un altro la piena maturità del matrimonio, ma si tratta in ogni caso di dimensioni che, se si vogliono vivere autenticamente, dominano chi le vive. L’amore è sempre più forte. Per questo è così terribile, fascinans et tremendum, può salvare ma può anche perdere. Pensiamo di essere i padroni del nostro amore, così come pensiamo di essere i padroni della nostra vita, ma non è così: l’amore e la vita sono più grandi e più potenti di noi. E questo perché tutte le cose più importanti della vita avvengono al passivo, sono un dono e al contempo un’incombenza. E credo sia questa la lezione più profonda che ho ricevuto dall’amore.
(fonte: sito dell'autore)

domenica 3 agosto 2025

Vito Mancuso ESSERE MARE

Vito Mancuso
ESSERE MARE


«Il mare è acqua + luce + vento + suono. La fluidità del suo elemento-base fa sì che esso sviluppi quei fenomeni dinamici che si chiamano onde (il cui inconfondibile suono ognuno ha provato a ritrovare fin da bambino accostando all’orecchio una conchiglia) e fa sì che generi quella continua variazione di colori e di forme che gli occhi non si stancano mai di guardare. Il mare è l’incontro, per non dire l’amplesso, di acqua, vento, luce e suono.

Scrivo queste righe in una camera di hotel da cui si ha una vista sul mare che potrei definire assoluta, quale probabilmente mai prima d’ora avevo avuto la possibilità di godere. La giornata non è bella, nel senso usuale a cui il linguaggio comune rimanda dicendo «una bella giornata». Il cielo è ricoperto di nuvole grigie, qua e là ve ne sono di bianche, compare anche qualche timido sprazzo di azzurro, subito però sopraffatto. In lontananza vedo una concentrazione di nuvoloni neri che conferisce al mare un colore non più azzurro-grigio, ma blu scuro, quasi nero. Dall’altezza della mia posizione vedo il formarsi delle onde, con l’increspatura iniziale dell’acqua che avvicinandosi alla riva diviene schiuma ed emette l’inconfondibile, continua, a volte inquietante, a volte rassicurante, voce del mare.

Sotto i miei occhi l’acqua marina qui pervasa maggiormente dalla luce presenta una scala di azzurri e di verdi che ne fanno un raro gioiello, la cui visione però, a differenza dei gioielli formati da metalli e da pietre preziose che mi incutono un senso di distanza con la loro superiorità, mi spinge a volerne fare parte, a entrarvi e a immergermi, e così a dimenticarmi. È questa possibilità di comunione e di fusione che rende il mare qualcosa di unico, perché, a differenza di ogni altro elemento naturale, con il mare ti puoi unire, anzi, lo puoi tu stesso, per alcuni attimi, diventare. È una specie di estasi naturale che credo ognuno abbia provato in prima persona di fronte, e dentro, l’infinita bellezza e potenza del mare».
(fonte: Bacheca facebook dell'autore)

giovedì 24 luglio 2025

Vito Mancuso IL METODO DELLA GIOIA

Vito Mancuso
IL METODO DELLA GIOIA


La nuova prospettiva per riacquisire nuova speranza può consistere solo nell’educazione del cuore.

Chiamatela psicologia o spiritualità o come altro volete, quello che è necessario per guarire il cuore è un’educazione che lo nutra e lo innalzi, orientandolo verso qualcosa di più importante e di più prezioso di sé. Non verso la forza piatta del capitale e dell’applauso che riduce l’essere umano a una sola dimensione ingrossando il suo ego, ma verso la forza verticale del bene e della giustizia che ne sviluppa tutte le grandi potenzialità alleggerendo il suo ego e rendendolo capace di empatia e di relazionalità.

L’educazione del cuore consiste nell’educazione della dimensione emotiva e meta-razionale di ognuno di noi e si raggiunge massimamente tramite il metodo della gioia. Ha scritto sant’Agostino: “L’animo si nutre solo di ciò che gli dà gioia”. 
Dicendo gioia, non intendo necessariamente ciò che rende allegri, ma ciò che rende appassionati (per cui si è felici anche se non si ride, come per esempio quando si pratica sport). 

Il punto, però, è che oggi nessuno più si occupa dell’educazione del cuore perché ci si occupa solo dell’istruzione della mente. Ovvero: molta istruzione, nessuna educazione.
L’istruzione conferisce conoscenza oggettiva, la quale rafforza il senso dell’io, la sua autostima ma anche la sua egoità, per non dire egocentricità, quindi un potenziale individualismo che non di rado diventa solitudine. Sia chiaro che la dimensione cognitiva è essenziale per il senso compiuto dell’io, ma, se ci si limita a essa, l’io crescerà come una monade racchiusa in una torre che ritiene di dominare ogni cosa dall’alto del suo sapere. 
È solo l’empatia condivisa che lo mette in rete, connettendone la psiche con gli altri in quel modo immediato e reale che tocca ed educa il cuore al senso di umanità.
(fonte: Bacheca facebook dell'autore)

martedì 22 luglio 2025

Vito Mancuso ESSERE PREGHIERA

Vito Mancuso
ESSERE PREGHIERA


«Il vertice della preghiera è la preghiera come vita, come essere, come comunione totale: la preghiera non è più un momento ma è l’interezza dell’esistenza. È evidente che qui si tocca il vertice; se questo avviene la preghiera supera la scissione tra vita e dimensione spirituale, in quanto fa della vita concreta con tutto quello che si fa una lode a Dio, una partecipazione all’Assoluto. Chi raggiunge veramente questa dimensione mette in atto quello che dice il NT quando ordina di “pregare incessantemente”.
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Io penso che il Signore da noi voglia questo: se lui ci ha creati, e ci ha creati come esseri umani, noi dobbiamo vivere in pienezza la nostra umanità. Pregare incessantemente non può voler dire non chiudere mai la bocca, o non far riposare mai la mente. Significa piuttosto trasformare il proprio corpo in un tempio. Come? Ospitando solo il bene e la giustizia. Significa trasformare la propria anima in musica sacra. Come? Volendo solo il bene e la giustizia.
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La preghiera, in questa prospettiva, è incessante, non cessa mai, perché giunge a coincidere con la vita, nel senso che ogni azione e ogni pensiero sono rapportati all’Assoluto, e la preghiera questo è, rapporto con l’Assoluto. Chi vive in questa dimensione suprema della vita spirituale non abbandona i momenti precedenti e gerarchicamente inferiori della vita di preghiera (formule, preghiera comunitaria, ecc..), tanto meno li valuta con disprezzo. Li vive però in modo completamente diverso, perché sa che Dio non abita al di fuori di lui, ma è dentro di lui».
(fonte: Bacheca facebook dell'autore)


sabato 12 luglio 2025

L’educazione del cuore di Vito Mancuso

L’educazione del cuore 
di Vito Mancuso


Giovani e futuro: nuova speranza, nuova prospettiva. È necessario non considerare più secondaria la dimensione emotiva e meta-razionale di ognuno di noi: questo risultato si raggiunge massimamente tramite il metodo della gioia.


                                                         (Pubblicato su La Stampa - 07.07.2025)

Invitato a trattare il tema “Giovani e futuro: una nuova speranza e una nuova prospettiva”, io ne intuisco facilmente il motivo: credo che esso risieda nell’ansia, non di rado nell’angoscia, che sempre più avvolgono questo mondo, soprattutto quello giovanile, e che pervade un po’ tutti noi facendoci sentire con una fitta al cuore che il nostro futuro è in realtà senza speranza e senza prospettiva, se non quella di una durissima lotta di sopravvivenza in cui l’unica cosa che conta davvero è la forza: o del denaro, o del potere, o dell’intelligenza e della bellezza pronte a vendersi, in ogni caso di un’espressione della forza. Prodotta dai muscoli del corpo, o da quelli del portafoglio, o da quelli della mente, la forza appare come l’unica regina incontrastata che oggi sempre più fa scempio del diritto, dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, degli ideali di bene e di giustizia, del senso di umanità e di solidarietà, della verità e dell’onestà: di quell’utopia di un mondo nuovo che quand’ero ragazzo sembrava poter davvero rinnovare la società. Oggi invece il mondo è ritornato vecchio. Tecnologicamente nuovo, moralmente vecchio: quel vecchio mondo della storia la cui logica già Tucidide aveva descritto alla perfezione: “I più potenti agiscono, i deboli si flettono” …

I più deboli tra noi sono i giovani, che si flettono e si piegano davanti alla dura legge della forza. Sedotti e inebriati da essa, pretendono tutto, poi però si bloccano per un nonnulla se il tutto, com’è ovvio, non arriva, reagendo o con la violenza o con l’apatia. Un tempo vi erano sorgenti ideali condivise di un altro tipo di forza che contrastava e moderava la forza bruta della storia; ora non più. Ora non ci sono più sorgenti interiori condivise da cui attingere umanità e idealità, ora stiamo sperimentando cosa significa una società senza più ideali, senza più religione, senza più capacità di trasmettere significati. Stiamo sperimentando il nichilismo.

La mia tesi è che la nuova prospettiva per riacquisire nuova speranza può consistere solo nell’educazione del cuore. Chiamatela psicologia o spiritualità o come altro volete, quello che è necessario per guarire il cuore è un’educazione che lo nutra e lo innalzi, orientandolo verso qualcosa di più importante e di più prezioso di sé. Non verso la forza piatta del capitale e dell’applauso che riduce l’essere umano a una sola dimensione ingrossando il suo ego, ma verso la forza verticale del bene e della giustizia che ne sviluppa tutte le grandi potenzialità alleggerendo il suo ego e rendendolo capace di empatia e di relazionalità.

L’educazione del cuore consiste nell’educazione della dimensione emotiva e meta-razionale di ognuno di noi e si raggiunge massimamente tramite il metodo della gioia. Ha scritto sant’Agostino: “L’animo si nutre solo di ciò che gli dà gioia”. Dicendo gioia, non intendo necessariamente ciò che rende allegri, ma ciò che rende appassionati (per cui si è felici anche se non si ride, come per esempio quando si pratica sport). Il punto, però, è che oggi nessuno più si occupa dell’educazione del cuore perché ci si occupa solo dell’istruzione della mente. Ovvero: molta istruzione, nessuna educazione.

L’istruzione conferisce conoscenza oggettiva, la quale rafforza il senso dell’io, la sua autostima ma anche la sua egoità, per non dire egocentricità, quindi un potenziale individualismo che non di rado diventa solitudine. Sia chiaro che la dimensione cognitiva è essenziale per il senso compiuto dell’io, ma, se ci si limita a essa, l’io crescerà come una monade racchiusa in una torre che ritiene di dominare ogni cosa dall’alto del suo sapere. È solo l’empatia condivisa che lo mette in rete, connettendone la psiche con gli altri in quel modo immediato e reale che tocca ed educa il cuore al senso di umanità.

Il cuore è l’organo dell’etica, ma il grande problema è che oggi non c’è nessuna educazione del cuore. Oggi si istruisce solo la mente cognitiva, il che, come ho detto, è certamente positivo ma non è sufficiente; anzi, la sola istruzione cognitiva può essere persino pericolosa, perché, come diceva Tagore, “un cervello tutta logica è un coltello tutto lama: fa sanguinare la mano che l’adopera”. A chi è affidata oggi l’educazione del cuore? A nessuno. Ed è questa la vera emergenza sociale che fa sanguinare la nostra società.

I nostri governanti hanno deciso di aumentare le spese per la difesa militare, e io non credo sia sbagliato visto lo stato del mondo sempre più instabile. Forse non si rendono conto però che, ben più che le minacce russe, vi sono ogni giorno centinaia di droni invisibili e letali che cadono sulla mente e sul cuore dei nostri giovani annientandone le difese. Forse non si rendono conto di quanti siano i giovani che muoiono psichicamente ogni giorno calpestando le mine anti-umanesimo disseminate a piene mani sul loro percorso. Senza sottovalutare le minacce esterne, è questa la vera insidiosissima invasione che ci sta corrodendo dall’interno e che sfascia le famiglie e in genere il tessuto sociale, perché, quando stanno male i ragazzi, stanno male tutti in famiglia.

Dovremmo ritornare a Socrate e alla sua pedagogia, la maieutica, l’arte della levatrice, che è il vero senso del concetto di educazione (dal latino “e-ducere”, “condurre fuori”): e pensare che, come nella donna gravida vi è un bambino da portare alla luce, così in ogni giovane vi è una dimensione da risvegliare e che in questo risveglio consiste propriamente l’educazione. È quello che insegnava Plutarco: “La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, necessita di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso alla ricerca e un amore ardente per la verità”. Riempire la mente come un vaso significa istruirla; accendere in essa una scintilla significa educarla. E non c’è nulla di più prezioso. Quando la mente educata giunge a ospitare un amore ardente per la verità cambia nome e si chiama cuore, e io penso che sia solo l’educazione del cuore a poter salvare i nostri giovani dal nichilismo incombente.

Penso quindi che su questa base dovrebbero essere rivisti tutti i programmi scolastici e la formazione degli insegnanti, perché è solo la scuola che si può assumere la grande missione dell’educazione del cuore e così salvare la nostra civiltà. Abbiamo dovuto più che raddoppiare le spese militari? Allo stesso modo, anzi di più, occorre triplicare gli investimenti nella scuola al fine di renderla davvero capace di educare il cuore. È l’unica speranza di tornare a dare prospettiva ai giovani salvandoli dal nichilismo e dalla violenza.

(Fonte: sito dell'autore)

domenica 8 giugno 2025

Vito Mancuso: SIAMO NELL’ETÀ DELLO SPIRITO

Vito Mancuso

SIAMO NELL’ETÀ DELLO SPIRITO


«L’età dello Spirito» è destinata a superare la primitiva «età del Padre» e anche la successiva «età del Figlio». Queste epoche sono definibili come «stati del mondo»: Il primo è quello degli schiavi, il secondo è quello dei figli, il terzo è quello degli amici. Il primo appartiene dunque al Padre, pensato come creatore di tutte le cose; il secondo al Figlio, che ha condiviso la nostra condizione e la sofferenza del mondo; il terzo allo Spirito Santo che «soffia dove vuole» e rimanda alla libertà:«Dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è la libertà».

L’umanità è entrata e sta vivendo l’età dello Spirito, poiché mai come oggi le culture, le religiosità, le spiritualità si incontrano e quindi inevitabilmente anche si scontrano. Il compito responsabile della cultura, della filosofia, della teologia, della spiritualità é promuovere ciò che unisce in una nuova prospettiva di senso comune a tutti gli esseri umani di buona volontà, per promuovere l’etica (il bene e la giustizia) come condizione per la pace, e anche come prospettiva di senso ultimo nella trascendenza». 
#VitoMancuso
(fonte: bacheca facebooke dell'autore 06/06/2025)

sabato 7 giugno 2025

Pierre Teilhard de Chardin - INNAMORATO DEL MONDO di Vito Mancuso

Pierre Teilhard de Chardin 
INNAMORATO DEL MONDO 
di Vito Mancuso

      
(pubblicato su "La Stampa" - 26.05.2025)

    La professione di fede di questo straordinario gesuita, a lungo “proibito” e oggi citato con favore da Papi e Cardinali (la cui biografia più recente, opera della studiosa francese Mercè Prats, è appena stata pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana) era nel Mondo. Non in Dio, non in Cristo, non nello Spirito, tanto meno nella Chiesa, ma nel Mondo, che qui scrivo al maiuscolo come faceva lui. Ed era a partire dal Mondo quale suo unico punto fermo che poi egli risaliva a Dio, a Cristo e allo Spirito. 
    Un giorno del 1934, mentre si trovava esiliato in Cina a causa delle sue idee eterodosse sul dogma del peccato originale, un monsignore parigino gli richiese la stesura della sua professione di fede ed egli scrisse in cosa veramente credeva, non la religione ufficiale del Credo composto da altri tanti secoli fa, ma quella del suo cuore, intima ed esistenziale (il che è un esercizio spirituale consigliabile a tutti: scrivere nero su bianco in cosa veramente crediamo, per cosa veramente viviamo). 
    Pierre Teilhard de Chardin allora aveva 53 anni, era nato nel castello di famiglia nobile e benestante, parente di Voltaire da parte di madre, da 23 anni era sacerdote, aveva girato il mondo con diverse spedizioni scientifiche in quanto paleontologo, aveva partecipato alla Prima guerra mondiale come barelliere ricevendo la medaglia “per l’elevatezza del suo carattere e lo sprezzo del pericolo” e rifiutando di diventare capitano per rimanere vicino ai suoi uomini (“sono più utile nella truppa, posso fare molto più bene qui, mi conceda il favore di lasciarmi tra i miei uomini”, rispose a chi gli proponeva la promozione), era stato nominato Cavaliere della Legione d’Onore su proposta del suo reggimento, aveva vinto la cattedra di geologia all’Institut Catholique di Parigi che però tre anni dopo gli era stata tolta per le sue idee sul peccato originale, era stato esiliato nella lontanissima Cina degli anni Venti, aveva già scritto testi meravigliosi quali “La Messa sul Mondo” e “L’ambiente divino”, era diventato uno spauracchio per i cattolici tradizionalisti e una speranza per coloro che credono nella bontà originaria del mondo e della vita.

    Teilhard rispose dunque alla richiesta del superiore di Parigi e scrisse un saggio articolato, la cui frase più personale, e quindi più importante, è la seguente: “Se, a seguito di un qualche capovolgimento interiore, io dovessi perdere successivamente la fede in Cristo, la fede in un Dio personale, la fede nello Spirito, a me sembra che io continuerei invincibilmente a credere nel Mondo. Il Mondo (il valore, l'infallibilità e la bontà del Mondo), ecco in ultima analisi, la prima, l'ultima e l'unica cosa in cui io creda. È di questa fede che vivo. Ed è a questa fede che, io lo sento, all’ora della morte, oltre tutti i dubbi, io mi abbandonerò”. 
    Nel 1962, quando Teilhard era morto ormai da sette anni, questa frase venne ripresa dall’Osservatore Romano e commentata così: “Sono parole del 1934, ma quanto sarebbe stato meglio che non fossero mai state scritte!”. L’organo della Santa Sede conteneva quello stesso giorno, 30 giugno, un Monitum del Sant’Uffizio mediante cui si ordinava a tutti i responsabili dell’educazione cattolica di “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Teilhard de Chardin”, opere giudicate piene di “errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica”. Teilhard non aveva potuto pubblicare quasi nulla in vita, se non articoli scientifici su riviste specialistiche, perché non gli era mai stato concesso il cosiddetto “Imprimatur”, aveva avuto però la felice intuizione di lasciare in eredità i diritti sulle sue opere non alla Compagnia di Gesù cui sarebbero direttamente spettati, ma ad alcuni suoi collaboratori, i quali così, post mortem, iniziarono la pubblicazione sistematica dei suoi scritti dando vita ai tredici volumi dell’Opera omnia pubblicata dall’editrice parigina Seuil tra il 1955 e il 1976, tradotti in Italia anzitutto dalla casa editrice laica il Saggiatore e poi da editori cattolici di frontiera quali Queriniana e Il Segno dei Gabrielli. Ma oggi la stessa casa editrice del Vaticano pubblica una bella e documentata biografia decisamente favorevole al pensiero del gesuita proibito, per di più con la prefazione del card. Josè Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che incoraggia a sua volta la lettura di Teilhard. Il che contraddice esplicitamente il Monitum magisteriale. Cos’è successo nel frattempo da allora? 
    Nel 2009 papa Benedetto ricorda positivamente Teilhard in un’omelia nella cattedrale di Aosta. Nel 2015 papa Francesco cita Teilhard nell’enciclica “Laudato si”. Nel 2017 il Pontificio Consiglio della Cultura presieduto dal card. Ravasi emette una Nota con la richiesta al Papa di rimuovere il Monitum contro Teilhard. Nel 2023 papa Francesco ricorda Teilhard durante il suo viaggio in Mongolia proprio laddove un secolo prima il gesuita scienziato aveva composto uno dei suoi scritti più belli, “La Messa sul Mondo”. Eppure, nonostante tutto ciò, il Monitum del 1962 è ancora lì. Cosa farà papa Leone? Risponderà lui alla Nota del Pontificio Consiglio della Cultura lasciata da papa Francesco senza risposta, rimuovendo così finalmente il duro ammonimento contro il gesuita francese? 
    Una cosa è sicura, ed è quanto scriveva Teilhard un secolo fa: “Il Cristianesimo cesserà di vegetare e riprenderà a espandersi come alle origini soltanto se saprà risolutamente innestarsi sulle naturali aspirazioni della Terra”. Il che significa giudicare positivamente le “naturali aspirazioni della Terra”, ovvero esattamente l'opposto di quanto insegna il dogma del peccato originale. Diventa quindi chiaro perché Papa Francesco, nonostante la naturale simpatia, abbia lasciato sussistere il monito contro Teilhard. Come probabilmente, io ipotizzo, farà Papa Leone, che per di più è agostiniano, figlio spirituale di Agostino, il padre del dogma del peccato originale. L'inevitabile conseguenza sarà che il cristianesimo, come scriveva Teilhard, continuerà a vegetare, o forse più neppure a essere capace di ciò.     Ma ora occorre sottolineare l’insegnamento più importante che a mio avviso contiene l'opera di Teilhard, cioè l'idea che su scienza e fede non possono esistere “magisteri non sovrapponibili”, per riprendere l’espressione del biologo americano Stephen Jay Gould. Teilhard fu sempre contrario a questa comoda bipartizione e infatti scriveva: “Non mi rassegnerò mai a confinarmi nella pura scienza. Per me, ricerca scientifica e sforzo «mistico» formano una sola potenza complessa che irresistibilmente chiede di propagarsi”. 
    La divisione tra fede e scienza si spiega storicamente, essendo sorta quando la Chiesa esercitava un tale potere censorio da impedire la ricerca scientifica, basti pensare al caso Galileo nel 1633. Si spiega epistemologicamente, perché la scienza e la fede hanno un modo di conseguire la conoscenza del tutto differente. Non è però legittima dal punto di vista del contenuto, perché ciò che esse dicono del mondo e dell’uomo si riferisce sempre e solo a un unico oggetto, il medesimo per entrambe, per cui il loro magistero a questo livello deve essere perfettamente sovrapponibile. Non esiste una doppia verità. Ne esiste una sola. E se non c’è concordanza, la fede deve prenderne atto, e, amando la verità più di sé stessa, rivedere la sua dottrina, com’è appunto il caso del peccato originale, che, nonostante sant’Agostino e il dogma e il Catechismo, è palesemente falso, come aveva spiegato Teilhard ottenendone in cambio l’esilio (e gli andò ancora bene così, la sua sorte due-tre secoli prima sarebbe stata diversa). 
    Il nostro mondo ha un bisogno enorme di sapienza spirituale, di unire conoscenza scientifica e saggezza umanistica. Senza questa unione si ha solo conoscenza e nessun significato. Noi esseri umani però siamo assetati di entrambi, sia della conoscenza sia del suo significato. Oltre che di dati esatti per far funzionare la macchina della civiltà tecnologica, abbiamo bisogno di prospettive di senso per cui vivere e amare. Teilhard de Chardin è stato uno dei pochi tra gli studiosi del Novecento a proporre una sintesi di queste due prospettive, con pari amore per la scienza e per la spiritualità. Era l’amore per il Mondo a condurlo, un Mondo da lui sperimentato come creazione in atto, come “Ambiente Divino”, non a caso intitolò così, “Le Milieu Divin”, una delle sue opere più belle. Un altro giorno scrisse: “La sola religione ormai possibile per l’Uomo è quella che gli insegnerà anzitutto a riconoscere, amare e servire appassionatamente l’Universo di cui è parte.”

(Fonte: sito dell'autore)


giovedì 29 maggio 2025

Il cuore inquieto della Chiesa di Vito Mancuso

Il cuore inquieto della Chiesa 
di Vito Mancuso

Il pontefice invita all’amore e all’unità 
ma riconosce anche che i fedeli 
devono sapersi immergere nella Storia



(Pubblicato su La Stampa - 19 maggio 2025)

È stata molto bella nella sua semplicità, chiarezza e brevità, l’omelia di papa Leone XIV per la Messa d’inizio pontificato. Quanto però ai miei occhi la rende particolarmente preziosa è stato l’aver delineato, senza formularlo esplicitamente ma facendolo sorgere dal basso, il problema fondamentale che il suo pontificato dovrà da subito e per lungo tempo affrontare. Quale? Quello che sorge inevitabilmente dalla strutturale dialettica tra i due concetti più importanti dell’omelia: inquietudine e unità. C’è anche un terzo concetto che gioca un ruolo rilevante, l’amore, e non poteva che essere così per un agostiniano, ma l’amore qui è al servizio dell’unità, quindi non fa che rafforzare il centro concettuale vero e proprio del discorso consistente nella dialettica di inquietudine e unità …

L’inquietudine incornicia l’omelia papale, è il primo e l’ultimo concetto evocato, appare subito dopo i saluti di rito e ritorna alla fine nelle ultime parole. All’inizio il Papa riporta il celebre incipit delle Confessioni del “suo” sant’Agostino che a Dio si rivolgeva così: “Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, celebre testo che merita di essere ricordato anche nella bellezza dell’originale latino: “Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” (io sogno che la prima enciclica di papa Leone si intitoli proprio così: Cor inquietum). L’inquietudine ritorna alla fine, quando Leone afferma che occorre costruire una Chiesa “che si lascia inquietare dalla storia”. Un cuore inquieto, quindi, anzi tanti cuori inquieti, quelli di tutti noi esseri umani, e una Chiesa che si apre alle molteplici inquietudini di questi nostri cuori.

L’altro concetto, l’unità, è il messaggio maggiormente ribadito, al punto da identificare “il nostro primo grande desiderio”, come si esprime il Papa, con “una Chiesa unita, segno di unità”
Il brano evangelico letto durante la Messa riguardava san Pietro e papa Leone parlando di Pietro parlava ovviamente di sé in quanto successore di Pietro, affermando in questa prospettiva la centralità assoluta dell’amore “di” Dio e dell’amore “per” Dio: di un amore cioè che scende dall’alto e viene ricevuto da Pietro (ovvero dal Papa), e di un amore che sale dal basso e viene manifestato da Pietro (ovvero dal Papa). Se questo amore non c’è, non si può fare il Papa, afferma Leone, perché “il ministero di Pietro è contrassegnato proprio da questo amore oblativo”. Si tratta di un amore, però, che è funzionale all’unità, che si esplica come servizio all’unità e all’armonia dei fratelli, a quell’azione che il vangelo descrive dicendo “pasci i miei agnelli”.
 L’amore di Dio e l’amore per Dio diviene quindi per il Papa amore per la Chiesa e la sua unità.

Eccoci dunque al punto critico: 
com’è possibile tenere insieme le due dimensioni dell’inquietudine e dell’unità? Come aprirsi alle inquietudini del mondo e custodire l’unità della Chiesa? In che modo la Chiesa potrà lasciarsi inquietare dal mondo e al contempo essere testimone di un amore che le proviene da Dio? Come conciliare le inquietudini che provengono dal basso con la missione che proviene dall'alto? Come far convivere un cuore inquieto per i drammi della storia e una mente sicura che proclama gioiosa il credo cattolico con tutti i suoi dogmi? Il concetto di unità rimanda al rapporto della Chiesa con se stessa, il concetto di inquietudine, invece, rimanda al rapporto della Chiesa con il mondo: ma è possibile per una Chiesa che si rapporta al mondo lasciandosi inquietare mantenere poi la sua unità? Ecco la sfida che attende Leone XIV: comporre “cor inquietum” e unità ecclesiale.

Il più delle volte lungo la storia della Chiesa le inquietudini del cuore, e di conseguenza della mente, sono state represse per favorire l’armonia, o meglio l’armonizzazione, e così produrre un’unità per lo meno di facciata. Il che è avvenuto proprio a partire da sant’Agostino, durissimo nel reprimere non senza violenza le inquietudini sollevate dai donatisti e dai pelagiani. Ma venendo ai due immediati predecessori di Papa Leone si può dire che Papa Benedetto continuava la linea tradizionale che privilegia l’unità rispetto all’inquietudine, mentre Papa Francesco all’opposto sacrificava il più delle volte l’unità per privilegiare l’inquietudine. Papa Benedetto aveva così a cuore la custodia del “depositum fidei” da chiudere la porta senza esitazioni alle attese del mondo nella misura in cui si rivelavano un pericolo per la dottrina: si pensi alla lotta contro la teologia della liberazione, alla ritrosia verso il dialogo interreligioso, alla cancellazione di due secoli di esegesi storico-critica nella trilogia dedicata a Gesù in cui Benedetto sostiene la perfetta equivalenza tra il Gesù della storia e il Gesù dei vangeli. Papa Francesco invece viveva così intensamente i drammi e le sofferenze del mondo da farsene portavoce in prima persona, spesso con parole e gesti profetici inaspettati, e come tali in grado di comprendere e riesprimere l’inquietudine del mondo (che infatti si sentiva accolto dal Papa argentino e per questo l’amava), ma allo stesso tempo tali da destabilizzare l’unità e l’armonia della Chiesa, organismo per definizione portato alla conservazione e alla custodia della tradizione.

Papa Leone ha perfettamente tracciato il ritratto della missione che lo attende quando nell’omelia ha descritto così il Papa: come “un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi”. Ecco ancora una volta la dialettica: da un lato “custodire”, conservare, proteggere, ovvero stare fermi e mentalmente guardinghi; dall’altro “andare incontro”, muoversi, aprirsi, lasciarsi inquietare, cambiare posizione e assumere quella altrui per entrare veramente in empatia e quindi essere davvero capaci di accogliere. Quale delle due anime prevarrà, l’inquietudine o l’unità? Oppure Papa Leone riuscirà nell’impresa di conciliare questi poli dialettici producendo una formidabile complexio oppositorum? Io lo spero, ovviamente, e mi piace concludere sottolineando il passaggio in cui il Papa ha ricordato l'importanza di camminare insieme con le altre chiese, con le altre religioni, “con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio” e infine “con tutte le donne e gli uomini di buona volontà” per costruire un mondo nuovo in cui regna la pace. Nessun complesso di superiorità, quindi, ma al contrario uno spirito di servizio per offrire a tutti quell'amore che nell’esperienza spirituale proviene al Papa dall’amore di Dio.

(Fonte: sito dell'autore)  

mercoledì 7 maggio 2025

Perché il Conclave ci tocca nel profondo in una società in cui siamo solo spettatori di Vito Mancuso

Perché il Conclave 
ci tocca nel profondo
in una società 
in cui siamo solo spettatori 
di Vito Mancuso


Cosa pensare della grande attenzione mediatica al Conclave? È attenzione per la cosa in sé o per la dimensione spettacolare che essa contiene? Tutto il mondo lo guarda, ma cosa guarda? Questa attenzione dei media e delle persone verso un fatto eminentemente religioso quale l’elezione del nuovo Papa ribadisce anzitutto il fatto che tale elezione non è solo un fatto religioso ma anche politico.

Nulla di nuovo, è sempre stato così nella nostra storia, per lo meno a partire dal IV secolo, per la precisione dal 380, l’anno in cui l’imperatore Teodosio fece del cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero romano vietandone ogni altra. Sempre, quando si eleggeva il nuovo Papa, il potere si faceva attento, e Imperatori e Re «scendevano in campo» (per riprendere questa celebre espressione della storia recente della politica italiana) e talora lo facevano così pesantemente da dare origine a una serie di scontri con il potere ecclesiastico ricordati dalla storiografia come “lotta per le investiture”.

La differenza rispetto al passato è che allora i Papi scendevano in campo a loro volta nelle faccende politiche e dicevano la loro non senza incidere e talora decidere, mentre oggi non mi risulta che il Romano Pontefice abbia un peso significativo neppure per l’elezione del sindaco di Roma, figuriamoci sul resto. Rimane comunque il fatto che ancora adesso ai potenti della politica del mondo intero interessa chi sarà la guida della Chiesa, e questo perché avvertono che un certo tipo di potere la Chiesa ancora l’esercita, quindi l’elezione del nuovo Papa, nonostante il declino del cristianesimo, oltre a essere un evento religioso è anche, com’è sempre stata, un evento politico di livello mondiale.

Ciò che invece è peculiare dei nostri giorni è, per la comunicazione mai così pervasiva, la spettacolarità. Il che mi porta a rinnovare la domanda: l’attenzione mediatica al Conclave è attenzione per la cosa in sé o per la sua dimensione spettacolare? Noi esseri umani siamo strutturalmente definibili come spettatori, siamo “homo spectator”: solo così si spiegano i riti, religiosi e laici, quali celebrazioni, processioni, teatro, giochi olimpici, giochi delfici, eccetera, fino al prossimo Conclave. Siamo nati per vedere; anzi, per guardare; e quando, guardando, rimaniamo così coinvolti da poter dimenticare o superare l’affanno dell’esistenza anche solo per un momento, ne veniamo catturati in modo irresistibile. Questo vale dovunque e sempre per tutta l’umanità. 
Feuerbach disse: «L’uomo è ciò che mangia», ma siccome la nostra psiche si nutre perlopiù di immagini (oggi film, sport, serie tv, social) si può ben dire che l’uomo è ciò che guarda. La qualità di ciò che guardiamo costituisce la qualità del nostro essere.

Nessuna società è stata così dominata dalla spettacolarità come la nostra, mai l’essere umano è stato così integralmente “homo spectator” come siamo diventati noi che passiamo ore e ore a guardare gli schermi su cui scorrono immagini di ogni tipo, diventate per molti più reali della vita reale. Le cupe previsioni del filosofo francese Guy Debord che scrisse La società dello spettacolo nel 1967 si stanno avverando: «L’intera vita della società si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli». Continuava: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Mario Vargas Llosa nel 2012 riprese a suo modo queste analisi nel saggio La civiltà dello spettacolo. Ma cosa significa essere homo spectator? Noi non possiamo non essere spettatori, visto che il guardare nutrendoci delle immagini fa parte della nostra natura: ma cosa significa essere “prevalentemente”, o addirittura “solamente”, spettatori? Perché oggi sempre più spesso in una situazione di pericolo, invece di intervenire e soccorrere, si pensa prima di tutto a fare un video e a “postarlo”? Tralascio la risposta e torno all’interesse verso il conclave ribadendo l’interrogativo se l’interesse è per la cosa in sé o per lo storico spettacolo che rappresenta.

Questa grande attenzione mediatica al prossimo Conclave e a tutti i riti a esso collegati, dallo Extra omnes allo Habemus papam, mi ha fatto venire in mente il seguente brano evangelico. Gesù ha appena ricevuto alcuni discepoli di Giovanni il Battista che, imprigionato nella fortezza di Macheronte dal re Erode Antipa, gli aveva chiesto tramite i suoi se era lui l’atteso oppure no. Gesù prima risponde rimandando alle sue opere straordinarie, poi si rivolge alla gente lì attorno con queste dure parole verso chi, attratto dalla fama del Battista, era andato a vederlo: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Allora, che cosa siete andati a vedere?».

Tre volte Gesù incalza gli uditori sull’identità delle immagini di cui si sono nutriti, come a dire: sì avete visto, ma cosa “realmente” avete visto? Forse oggi rivolgerebbe questa domanda anche alle folle di spettatori che domani guarderanno le fumate della Sistina. Ma immaginiamo che la rivolga ai cardinali: «Voi che abitate nei palazzi del potere, che cosa state per andare a vedere entrando nella Sistina?». Anche i cardinali sono uomini di questo tempo, anch’essi fanno parte della civiltà dello spettacolo (anche papa Francesco ne faceva parte, altrimenti non sarebbe andato a Che tempo che fa e al Festival di Sanremo). E cosa risponderebbero i cardinali? Cosa in particolare quel cardinale che forse oggi stesso, più probabile tra qualche giorno, sarà il prossimo Papa?

Non lo so naturalmente, ma credo di sapere che la grande attenzione al Conclave e a quanto gli gira intorno non è generata solo dalla sua spettacolarità. Che per molti sia solo spettacolo e curiosità mondana non vi sono dubbi, ma per altri no, per altri è davvero una questione di fede, in particolare di fede “cattolica”, in questa Chiesa cioè che è sì peccatrice ma rimane pur sempre madre, “Mater Ecclesia”, anzi “Mater et magistra”; che è sì umana troppo umana, ma anche “Civitas Dei, Domus Dei”, addirittura “Misticum Corpus Christi”: insomma un incredibile paradosso, espresso nel modo più efficace dall’espressione patristica dei primi secoli “casta meretrix”, prostituta, però anche casta, ossimoro impossibile che meglio di ogni altra immagine sa rendere conto della pedofilia del clero e al contempo della sua santità (quanti preti davvero santi ho conosciuto, quanti ancora ne conosco con le loro mirabili e luminose esistenze-per-gli-altri!).

E poi, se dovessi scommettere, punterei anche sul fatto che anche per alcuni non-cattolici o non-più cattolici, ma agnostici, atei o di altre religioni, la fumata bianca del giorno dell’elezione non sarà solo spettacolo ma toccherà qualcosa di più profondo: un’emozione, un sentimento, un desiderio, un’aspirazione. Per cosa? Credo per quell’orizzonte di senso ultimo che il filosofo Max Horkheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte, denominò «nostalgia del totalmente altro» (fu nella memorabile intervista al settimanale tedesco Der Spiegel del 1970 poi pubblicata come libro a sé, con l’espressione “totalmente altro” che proviene dal capolavoro di Rudolf Otto, Il sacro, del 1917, tradotto in italiano nel 1930 da Ernesto Buonaiuti, sacerdote romano, teologo e storico della Chiesa, scomunicato da Pio XI nel 1925 perché modernista, uno dei pochissimi professori universitari in Italia, 12 su 1225, a non prestare giuramento al regime fascista nel 1931 e quindi privato della cattedra).

Concludo ricordando che Guy Debord, non potendo più reggere il senso di prigionia che gli proveniva dalla società dello spettacolo, morì sparandosi un colpo di pistola al cuore. Aveva scritto: «Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa». 
Il compito della Chiesa oggi, in fondo, non consiste che in questo: mostrare con la vita e con le parole che la religione non è un’illusione. E che c’è un modo di stare sul palcoscenico del mondo che non è riducibile allo spettacolo perché aspira al totalmente altro.

(Fonte. “La Stampa” - 7 maggio 2025)