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mercoledì 5 agosto 2026

Ceuta: là dove muore un sogno

Ceuta: là dove muore un sogno


Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

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Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

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Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

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A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)


Educazione. Valorizzare l’unicità dei singoli ragazzi di Massimo Recalcati

Educazione. 
Valorizzare l’unicità dei singoli ragazzi 
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su “la Repubblica” - 2 agosto 2026) 

Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare?

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. 
Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato.

Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico.

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini.

L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio.

Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità.

(Fonte:  sito dell'autore) 

martedì 4 agosto 2026

#Il cielo nello stagno - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cielo nello stagno  
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Nell’acqua di uno stagno si specchia il cielo. Ma se vi getti un sasso, l’immagine si romperà in cerchi concentrici e il cielo sparirà.

Han Fei, morto nel 233 a.C., era un filosofo del diritto che, però, costellava i suoi scritti con aneddoti, aforismi, apologhi, tanto da renderli un gioiello dell’antica letteratura cinese. A questo autore appartiene la suggestiva considerazione simbolica sopra citata, la cui trasparenza metaforica è semplice e quindi universale. Forse può essere accostata a una battuta di Eugenio Montale: «L’uomo di oggi guarda, ma non contempla. Vede ma non pensa». Ma ritorniamo all’immagine di Han Fei. Se ci si mette davanti a uno stagno durante una gita in campagna, è forte la tentazione di gettarvi un sasso per infrangere quell’immobilità. E così quello specchio mirabile, che ci rendeva disponibile il cielo col suo splendore, i suoi colori, i giochi delle nubi e il senso dell’infinito, cade in frantumi e noi ci fermiamo a guardare il movimento delle onde e il fuggire dei girini e l’agitarsi delle foglie galleggianti.

Ebbene, nella vita, siamo molto attenti a tutto ciò che fa rumore e scompiglia, alle realtà più immediate e provocatorie. Non sappiamo né contemplare, né pensare, né approfondire, né entrare nel segreto delle cose semplici o cogliere la bellezza degli eventi minimi. Come lo stagno riflette e rimanda al cielo, così molte realtà possono spingerci verso l’Alto, l’Altro, l’Oltre, ossia verso il mistero e il trascendente, verso il divino. 
Spesso purtroppo noi siamo tentati di scagliare un sasso per fare fracasso o per sconvolgere quella quiete. Scopriamo, invece, il linguaggio segreto del mondo, forse proprio in questi giorni di sosta e di vacanza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 2 agosto 2026)

venerdì 31 luglio 2026

Benvenuti nell’era del fuoco

L’Europa brucia nella morsa del caldo e degli incendi.
Sarà questa la nuova normalità?

Benvenuti nell’era del fuoco


Mentre in Europa fa sentire i suoi effetti quella che viene definita la “quarta ondata” di caldo, la durata e l’intensità di questi fenomeni già collocano l’estate 2026 abbondantemente sopra la media degli anni passati. In molti non ricordano praticamente alcuna interruzione nella morsa di caldo record che da diverse settimane attanaglia non solo l’Europa Mediterranea, ma anche Paesi meno abituati alle temperature estreme. E l’allarme, inevitabilmente, è sulla prospettiva di un futuro prossimo in cui questa sarà la “nuova normalità” causata dal cambiamento climatico.

Almeno 2.700 persone — secondo uno studio elaborato dall’Imperial College di Londra, dal Met Office e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine — potrebbero essere morte in Inghilterra e Galles a causa del caldo record che ha colpito il Regno Unito tra maggio e giugno. Il Comitato britannico per i cambiamenti climatici, l’organismo responsabile della consulenza al governo in materia, ha avvertito che il Regno Unito «non è pronto» ad affrontare le conseguenze del caldo estremo. In un rapporto pubblicato a maggio stimava che entro il 2050 il 92% delle abitazioni britanniche sarebbe risultato troppo caldo, in quanto sprovviste di impianti di condizionamento così come gli ospedali e le scuole. Anche in Germania, dove l’Istituto Robert Koch ha segnalato oltre 5.000 morti in più per il caldo record di fine giugno, c’è un acceso dibattito sull’installazione dei climatizzatori.

A preoccupare gran parte d’Europa, inoltre, sono gli incendi che secondo gli esperti potrebbero interessare alcune aree del continente anche fino a novembre. Francia, Spagna e Italia sono tra i Paesi più colpiti. Solo nella regione sud-occidentale francese della Gironda i roghi boschivi hanno devastato oltre 42.000 ettari di terreni, un’area equivalente a 56.000 campi da calcio. In Spagna il ministero dell’Interno ha convocato per oggi una riunione d’emergenza con le regioni per coordinare gli interventi, mentre il vasto incendio divampato nei giorni scorsi a Burgohondo, nella provincia di Ávila, è ormai sotto controllo ma ha bruciato circa 50.000 diventando il più esteso mai registrato nel Paese. Centinaia di migliaia sono gli sfollati. In Italia gli incendi stanno martoriando il Gargano, mentre resta complessa l’emergenza che da giorni interessa il versante montano sopra Marina di Maratea; vasti roghi interessano anche il Crotonese e il Molise. Ma gli incendi stanno devastando anche il Regno Unito dove il principe Wiliam, erede al trono britannico e nello storico impegno di suo padre Re Carlo III in difesa dell’ambiente, ha definito lo scenario in Europa «un severo monito rispetto alle sfide poste da un clima sempre più estremo».

Gli incendi sono dovuti a una serie di cause, ma è ormai impossibile negare che ci sia una relazione tra la bolla di calore estremo e il cambiamento climatico. Le ultime proiezioni elaborate dai principali centri di calcolo internazionali, indicano come il fenomeno di El Niño stia affrontando una fase di accelerazione e intensificazione eccezionale. Gli esperti ipotizzano la formazione di un vero e proprio “Super El Niño” per la stagione invernale 2026/2027, con anomalie termiche superficiali pronte a superare le soglie critiche misurate soltanto durante i grandi eventi del passato. Il problema è legato al fatto che El Niño quest’anno arriverà su un pianeta già troppo caldo.

A risentire di questo sono anche i nostri mari: secondo l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace, diffuso ieri, a fine giugno le temperature superficiali del Mediterraneo al largo della Francia meridionale e dell’Italia occidentale erano più alte di circa 6 °C rispetto alla media di lungo periodo. E il calore che si accumula in estate sulla superficie del mare viene trasferito anche sott’acqua, facendo registrare temperature fino a 25°C anche a 30-40 metri di profondità. A completare il quadro la siccità prolungata, che fa soffrire i fiumi e i laghi. In Italia, secondo un rapporto di Legambiente, il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua tra fine giugno e i primi giorni di luglio, mentre il Lago Trasimeno ha perso quasi due metri rispetto allo zero idrometrico comportando una drastica limitazione della navigazione dei traghetti.

L’emergenza in Europa attesta delle difficoltà ormai croniche a livello globale, anch’esse imputabili al cambiamento climatico. Uno scenario di crisi ambientale causato dalle attività umane che, in Europa e nel mondo, richiama i governi all’azione e ad un’inversione di rotta. Troppo spesso, invece, gli Stati e le grandi aziende oltre a non pensare alla tutela dell’ambiente in “casa propria” portano avanti attività che rischiano di alimentare l’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo e il cambiamento climatico a livello globale. Viene così disattesa la storica pronuncia che proprio un anno fa, il 23 luglio 2025, ha emesso la Corte internazionale di giustizia riconoscendo che la «violazione degli obblighi climatici da parte di uno Stato» costituisce «un atto illecito a livello internazionale che impegna la sua responsabilità». Un parere non vincolante — arrivato dopo una richiesta presentata a L’Aja da migliaia di organizzazioni e pensata, ancor prima, dagli studenti di legge dell’università dello Stato insulare minacciato dall’innalzamento dei mari di Vanuatu — che stabilisce un nesso diretto tra cambiamenti climatici e danni all’effettivo godimento di diritti umani, «come il diritto alla salute e ad un adeguato tenore di vita». Si tratta di una questione non più rinviabile: «La pace — ha recentemente ammonito Papa Leone XIV in un video messaggio a una conferenza sul clima in Austria — è minacciata da una mancanza di rispetto per il Creato, dal saccheggio di risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita a causa del cambiamento climatico».
(fonte. L'Osservatore Romano, articolo di Valerio Palombaro 29/07/2026)


martedì 28 luglio 2026

Il Cardinale Matteo Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte. La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure” - "Non macchiamo la solidarietà"


Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte.
La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure”. 

Il presidente Cei riflette su guerre e fine vita, ma anche sui fatti di cronaca come il caso Roggiero e la morte di Fakir 


Dalla morte di Abderrahim Fakir a Bologna al caso del gioielliere Mario Roggero, dal dibattito sul suicidio assistito fino alla guerra in Ucraina. Il cardinale Matteo Maria Zuppi affronta i temi che hanno segnato il confronto pubblico delle ultime settimane seguendo un unico filo conduttore: la difesa della dignità di ogni persona, il rifiuto della logica della contrapposizione e la necessità di costruire una società nella quale la giustizia non sia mai separata dall’umanità.

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, appena rientrato dalla missione di pace in Ucraina affidatagli da Papa Leone XIV per conto della Santa Sede, richiama alla responsabilità delle parole e dei gesti, perché anche il linguaggio può alimentare conflitti oppure aprire spazi di riconciliazione.

Bisogna disarmare le parole e i cuori. Le parole possono costruire ponti oppure possono diventare pietre che feriscono e dividono. Quando una persona soffre, quando una vita è segnata dalla fragilità o dalla violenza, non possiamo mai dimenticare che davanti a noi c’è un volto, una storia, una persona. Le vittime non sono numeri, non sono categorie, non sono nemici: sono uomini e donne con una dignità che deve essere sempre riconosciuta e rispettata”.

Sul caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari, Zuppi invita a non trasformare una tragedia in un nuovo terreno di scontro politico o sociale.

“Di fronte a una vicenda drammatica bisogna anzitutto avere rispetto per il dolore e per tutte le persone coinvolte. Mai bisogna giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. La ricerca della verità è necessaria, ma deve avvenire attraverso gli strumenti della giustizia, attraverso l’accertamento dei fatti e non attraverso giudizi sommari o condanne anticipate. La giustizia non nasce dalla rabbia, ma dalla verità”.

“Chiedere giustizia non significa chiedere una condanna già scritta – aggiunge il cardinale -. La presunzione di innocenza vale per tutti, perché è un principio fondamentale del nostro ordinamento. Servono accertamenti seri, trasparenti, e un giudizio equo sulle eventuali responsabilità. Solo così si tutela davvero la dignità delle persone e anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.

Il presidente della Cei collega la vicenda anche alla grande emergenza della salute mentale, un tema spesso nascosto ma sempre più presente nella società.

“Il disagio delle relazioni è evidente e cresce. Tante situazioni difficili esplodono perché mancano strumenti, accompagnamento, possibilità di cura. Dobbiamo chiederci quanti drammi potrebbero essere evitati se ci fossero più attenzione, più prevenzione, più servizi e più persone preparate ad accompagnare chi vive momenti di sofferenza profonda. La fragilità non può essere lasciata sola”.

Sul tema della sicurezza, Zuppi ribadisce la vicinanza alle forze dell’ordine, ma sottolinea che proprio la loro autorevolezza passa attraverso la verifica rigorosa delle responsabilità.

“La solidarietà verso le forze di polizia è piena, perché svolgono un compito difficile e indispensabile per la comunità. Ma proprio per questo è importante che i fatti vengano sempre accertati e che eventuali errori o responsabilità siano valutati con equilibrio. La sicurezza non si costruisce contrapponendo cittadini e istituzioni, ma rafforzando la fiducia reciproca”.

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per omicidio volontario e al centro della richiesta di grazia avanzata da alcuni esponenti politici, porta il cardinale a riflettere sul rapporto tra giustizia, consenso e pressione mediatica.

“Lo Stato di diritto è più solido delle emozioni del momento e delle turbolenze mediatiche. La giustizia ha i suoi percorsi e deve essere rispettata. La grazia è un istituto previsto dal nostro ordinamento: c’è il diritto di chiederla, ma non può diventare uno strumento di contrapposizione politica o una risposta alla pressione dell’opinione pubblica”.

Il tema centrale dell’intervista resta però quello della vita e della sua difesa in ogni fase e condizione. “La vita va difesa sempre, tutta, dall’inizio alla fine e in qualunque condizione, perché ogni vita ha un valore che non dipende dalla salute, dall’autonomia, dalla produttività o dalle capacità di una persona. Quando qualcuno è fragile, malato, anziano o sofferente, la risposta di una società veramente umana deve essere la vicinanza, la cura, l’accompagnamento”.

Sul suicidio assistito e sul fine vita, il cardinale ribadisce la necessità di una risposta fondata sulla cura e non sull’abbandono.

La risposta alla sofferenza non può essere offrire la morte. La sofferenza chiede vicinanza, ascolto, cure, presenza. Dobbiamo investire nelle cure palliative e nell’accompagnamento delle persone e delle famiglie, perché nessuno deve sentirsi un peso o pensare di non avere più valore. La vita non si difende mai con la morte: si difende prendendosi cura delle persone”.

Una prospettiva che Zuppi collega alla “magnifica humanitas”, cioè alla capacità di riconoscere in ogni essere umano un valore irriducibile.

“La dignità non ha passaporto, non ha condizione sociale, non dipende dal fatto che una persona sia forte o debole, italiana o straniera, sana o malata. Ogni persona porta con sé qualcosa di unico e irripetibile. È questo lo sguardo che dobbiamo recuperare se vogliamo costruire una società più giusta e più fraterna”.

Il cardinale respinge anche l’idea che la Chiesa intervenga impropriamente nel dibattito pubblico.

La Chiesa parla come esperta di umanità. Non vuole sostituirsi alla politica né indicare soluzioni tecniche, ma sente il dovere di offrire una parola quando sono in gioco la dignità della persona, il bene comune e la convivenza sociale. La difesa della vita, della pace e della fraternità riguarda tutti”.

Infine Zuppi torna sulla missione di pace in Ucraina e sull’impegno diplomatico della Santa Sede, soprattutto sul piano umanitario.

“Anche nei conflitti più difficili bisogna lasciare aperti gli spazi del dialogo. Ogni nome, ogni persona coinvolta nella guerra, contiene un’infinita sofferenza. Dietro ogni prigioniero, ogni disperso, ogni famiglia divisa c’è una storia concreta. Il lavoro umanitario e diplomatico nasce proprio dalla convinzione che nessuno debba essere dimenticato”.

Il messaggio complessivo del cardinale è un invito a uscire dalla logica dello scontro permanente: dalle guerre tra Stati alle divisioni dentro le società. “Disarmare le parole e i cuori” diventa così la condizione necessaria per costruire una pace autentica, perché, ricorda Zuppi, la pace non nasce dalla vittoria di qualcuno sugli altri, ma dalla capacità di riconoscere la comune umanità.
(Fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/07/2026)

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Zuppi condanna le violenze in piazza:
"Non macchiamo la solidarietà"

Il cardinale sugli episodi dell’ultima settimana: "Per la verità e la giustizia dobbiamo credere nelle istituzioni"

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna

"La violenza di una minoranza assoluta rispetto ai partecipanti pacifici non può macchiare le intenzioni solidali". Dalle colonne del quotidiano Avvenire il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, vuole dare un contributo per spegnere il clima di odio e di accuse che si è accesso dopo la tragica morte di Abderrahim Fakir. "Purtroppo tutto viene interpretato con la chiave di violenza. Faccio questa considerazione cosciente che l’agonismo della politica può ridurla nel pro o contro, in convenienze o opportunismi. La Chiesa ne è libera: cerca di difendere solo l’umanità e il bene comune che è sempre di tutti e per tutti". Oltre a difendere il presidio voluto dal sindaco Matteo Lepore stigmatizzando il comportamento dei violenti che hanno provocato gli scontri con le forze dell’ordine, il porporato invita tutti a seguire la portata avanti dai parenti della vittima e ad attendere le conclusioni di chi deve accertare cosa è effettivamente accaduto.

"Ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi che ha detto che non sarà un nuovo caso Cucchi. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta ’fai da te’. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. È un processo che richiede tempo e studio". Questa tragedia ha riaperto un vecchio male che ha attraversato tutte le epoche. Si ragiona per partito preso, per cui la realtà la si osserva e la si giudica in base ai propri pregiudizi rinunciando a guardarla con obiettività.

"Vedere i parenti di Fakir e ascoltare la nipote ci ha reso consapevoli che la vittima non è ’un caso’, un numero, un nemico, ma una persona e citando Papa Leone noi non possiamo volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana. Il Santo Padre è molto concreto quando dice che a livello politico bisogna passare dalla ’cultura della potenza’ alla ’cultura del negoziato’, altrimenti poi la paura e le parole riempiono le tasche di coltelli. Sicurezza e dialogo, fermezza e umanità, pena e rieducazione non sono mai alternativi o disgiunti, ma complementari".

Ieri la Chiesa ha celebrato la sesta giornata dei nonni e degli anziani. Per l’occasione Zuppi si è recato nella casa di riposo gestita dalla fondazione Sant’Anna e Santa Caterina. Per il cardinale le residenze per anziani sono luoghi dove si impara la vita vera ed è per questo che ha voluto ribadire come esista un legittimo diritto a non soffrire, mentre il diritto di morire è un inganno. "C’è ancora tanto da fare – ha concluso l’arcivescovo – per consentire a tutti di accedere alle cure palliative. Anche in Emilia-Romagna, che ha un sistema sanitario di ottimo livello, il 40% di queste cure non è garantito. È il dolore che umilia, che fa soffrire e che togliere la voglia di vivere, e questo non è accettabile. Togliere il dolore deve essere la priorità anche perché nella cura è compresa pure la relazione con chi ti sta vicino. Combattere la sofferenza è l’unica strada". Pur con il suo stile ’politically correct’ le parole di Zuppi non lasciano dubbi sul fatto che, a suo giudizio, la legge sul fine vita recentemente approvata dalla Regione sia la risposta sbagliata a chi si trova in una condizione estenuante di "non guaribilità" e non vuole più soffrire.
(Fonte: Il Resto del Carlino, articolo di Massimo Selleri 27/07/2026)

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Leggi anche:

Per approfondire i temi affrontati riproponiamo la lettura del nostro post e di quelli in esso segnalati:



lunedì 27 luglio 2026

Il caso Fakir "I can't Breathe"

Il caso Fakir


Insisto: “lo star male dentro” è una cosa seria. L’espressione “star male dentro” è volutamente generica. Diverse le storie come diverse le agitazioni o le chiusure e diversi i tempi di massima reazione.

Fakir, al Pilastro di Bologna, era in un momento di massima agitazione. Che stesse male lo si vedeva!

Essere umani

Non conosco la sua storia. Conosco quella di Marco e di Antonella.

In un momento acuto del suo dolore dentro, Antonella aveva bevuto l’acido muriatico. Le hanno rifatto lo stomaco. Di lei posseggo una ventina di poesie che ogni tanto rileggo per star bene con me stesso.

Marco cantava e urlava per le vie del Pratello. Sua madre si stava spogliando per ringraziarmi del fatto che andavo a prendere suo figlio nel carcere minorile e lo accompagnavo al lavoro.

Le cause del soffrire dentro sono diverse. Attenzione però! Anche gli sragionamenti potrebbero nascondere uno “star male dentro” dal quale si fugge per non prendere atto della maniacalità che ogni tanto ci prende.

Nello yoga, la tecnica della respirazione è fondamentale per eseguire gli asana. La respirazione mantiene vivace il cervello e consapevole il cuore. Se non respiriamo nei momenti opportuni, stiamo male noi, produciamo fratture relazionali e, se abbiamo un ruolo, agiamo in modo abitudinario, o pedissequamente secondo i protocolli, senza prima aver capito le tante diversificazioni del dolore interiore.

Lo Spirito alitato nelle narici della creta che stava all’origine ha introdotto il senso dell’essere umani. Affermazione che non è inutile lirismo.

«Ritengo particolarmente insidiosa quella ideologia che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti… il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (Magnifica humanitas n.51).

«Mio zio era una persona che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. Non siamo qui per chiedere odio e vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità». Scusate l’accostamento dell’enciclica con le parole della nipote di Fakir, ucciso al Pilastro di Bologna. L’invito al rispetto e all’umanità verso chiunque è un sano incitamento da qualsiasi parte venga.

La terapia del benessere

Subito dopo la guerra ho sofferto per Il vuoto di cibo. Il vuoto di senso è molto più dannoso. Obnubila la mente e il cuore, rendendo assurde le azioni.

Non è bene che l’uomo sia solo! Se non respiriamo per capirne l’importanza, scompare il mio vicino – parente compreso – e si diffonde quella solitudine che annulla o abbruttisce.

Lo psichiatra Giovanni Fava ha promosso “la terapia del benessere” che sintetizzo all’osso. Saper cogliere il positivo che è presente in tutti, per poi valorizzarlo e renderlo attivo.

Quando uno è agitato perché sta male dentro, occorrono persone che lo sappiano sedare per aiutarlo poi a trovare il suo di senso. La violenza non guarisce la malattia!
(fonte: Settimana News, articolo di Sandro Cominardi 27/07/2026)

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Vedi anche i post precedenti:

domenica 26 luglio 2026

La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione


La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nella trasformazione del disagio giovanile in uno slogan politico. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla cosiddetta “norma anti maranza”, una stretta sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni che introduce una presunzione generale di responsabilità penale, superando l’attuale necessità di accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento con una frase diventata simbolo della linea del governo: “Chi sbaglia paga”.

Ma dietro una formula apparentemente semplice si apre una questione molto più profonda: quale idea di società c’è dietro la scelta di affrontare i problemi dei ragazzi attraverso l’inasprimento delle pene invece che attraverso prevenzione, scuola, servizi sociali, cultura e inclusione?

La parola stessa scelta per definire il provvedimento, “anti maranza”, è il segnale più evidente di una deriva comunicativa pericolosa. Non si sta parlando soltanto di contrastare comportamenti violenti o reati commessi da giovani: si rischia di trasformare un’intera generazione, spesso figlia di periferie dimenticate e di condizioni sociali fragili, in un bersaglio politico. Una categoria vaga, caricata di stereotipi, che finisce per sostituire l’analisi dei problemi con la ricerca del colpevole di turno.

Uno Stato serio deve certamente garantire sicurezza ai cittadini e deve intervenire quando un minore commette un reato grave. Nessuno può sostenere il contrario. Ma uno Stato democratico non può limitarsi a punire senza interrogarsi sulle cause. Un adolescente che cresce in contesti segnati da povertà educativa, marginalità, abbandono scolastico e assenza di prospettive non è semplicemente un “nemico” da colpire: è anche il prodotto delle responsabilità collettive di una società che spesso arriva troppo tardi.

La giustizia minorile nasce proprio da questo principio: un ragazzo non è un adulto in miniatura. Ha una responsabilità, ma anche una possibilità di cambiamento. La funzione della pena nei confronti dei minori dovrebbe essere prima di tutto quella del recupero, della crescita e del reinserimento. La presunzione generalizzata di imputabilità rischia invece di spostare il baricentro verso una risposta esclusivamente repressiva. Le opposizioni e diversi osservatori hanno criticato la riforma sostenendo che possa indebolire la specificità della giustizia minorile e sostituire la valutazione della persona con un automatismo.

Il problema è che la politica della paura è spesso più semplice della politica della responsabilità. È più facile annunciare nuove pene che spiegare perché mancano educatori nelle periferie, perché tanti giovani abbandonano la scuola, perché i servizi territoriali sono insufficienti, perché interi quartieri vengono lasciati senza opportunità.

La domanda allora è inevitabile: si vuole davvero combattere la criminalità giovanile o si vuole costruire consenso sulla paura dei giovani?

La sicurezza non nasce soltanto dalle sanzioni. Nasce da comunità più forti, da scuole capaci di includere, da famiglie sostenute, da politiche sociali efficaci. La repressione può essere necessaria in casi specifici, ma non può diventare l’unica risposta dello Stato.

C’è inoltre un rischio culturale enorme: quello di abituare l’opinione pubblica all’idea che ogni problema sociale possa essere risolto con un nuovo reato, una nuova pena, un nuovo nemico. È una scorciatoia che può produrre consenso immediato, ma che non costruisce una società più giusta né più sicura.

Un Paese che vuole davvero il bene dei propri giovani non deve soltanto chiedere loro di pagare quando sbagliano. Deve chiedersi perché alcuni arrivano a sbagliare e cosa è stato fatto, o non fatto, prima che fosse troppo tardi.

Perché uno Stato forte non è quello che riempie le carceri minorili. È quello che riesce a impedire che un ragazzo ci finisca dentro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di G. Cavalleri e I. Smirnova 23/07/2026)

 

venerdì 24 luglio 2026

Il sociologo Maurizio Fiasco: “Se non vogliamo tornare alla barbarie non dobbiamo mai dimenticarci della sacralità della vita”


Casi Roggero e Fakir. 

Il sociologo Maurizio Fiasco: “Se non vogliamo tornare alla barbarie non dobbiamo mai dimenticarci della sacralità della vita”

“La sicurezza come qualità, come bene comune, si fonda sul principio inderogabile del monopolio, da parte dello Stato, della forza e della violenza legittima”, spiega al Sir il sociologo, “altrimenti rischiamo la regressione morale e antropologica”

(Foto Calvarese/SIR)

Preoccupa non poco il sociologo Maurizio Fiasco, specializzato, tra le altre cose, in ricerca e formazione in tema di sicurezza pubblica, lo scadimento della sacralità della vita, come pure il crollo della cultura e dell’etica del servizio, come afferma in un’intervista al Sir, a partire da due casi di cronaca che stanno facendo molto discutere: il caso del gioielliere Mario Roggero, entrato in carcere dopo la condanna definitiva per l’omicidio volontario di due rapinatori e il ferimento di un terzo, che avevano messo a segno una rapina nella sua gioielleria, e la morte, domenica a Bologna, del 42enne marocchino Abderrahim Fakir, durante un intervento di polizia. “La cultura e l’etica del servizio non sono un adempimento tecnico, ma una motivazione dell’agire quando quel che facciamo ha incidenza sulla vita e sulla quotidianità di altri. Dobbiamo condividere un’etica e una cultura del servizio, anche se siamo dei privati cittadini”, spiega.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Professore, cosa la colpisce di questi due casi?

Non si è avvertito il danno immenso arrecato a tutti, dai bambini ai novantenni, dalla continua messa in onda delle immagini di quanto avvenuto a Grinzane Cavour e a Bologna: immagini, nel caso di Roggero, prima delle violenze dentro i locali del gioielliere, poi dell’uccisione di due persone, il ferimento di una terza e lo sfregio dei calci in testa alla persona che moriva. 

Non si può trascurare il guasto enorme che provoca questo spettacolo di violenza e di morte, mostrato in tv e che inflaziona i social. Sono immagini entrate nella testa, negli occhi, nella percezione di tutti gli italiani: sono molto preoccupato, perché l’umanità con queste scene regredisce all’epoca in cui andava ad assistere alle esecuzioni capitali. Adesso non avviene fisicamente in presenza, avviene su reti televisive e social. I guasti profondi nella psicologia sociale, nei rapporti sociali, nel formarsi di una coscienza morale provocati da questo spettacolo sono da valutarsi immediatamente e da suscitare un dibattito soprattutto per noi cristiani, per sempre fedeli al comandamento “non uccidere”. 

La deroga al quinto comandamento è quando “non uccidere” entra in conflitto con l’uccisione di un innocente. Parliamo del diritto romano, nel terzo secolo d.C., poi rigidamente codificato dal codice di Giustiniano: è stato l’avvento del cristianesimo che ha trasformato il non uccidere da una norma religiosa a una norma di diritto fondativa di ogni Stato nei cinque continenti. La spettacolarizzazione del crimine, a reti unificate, nei programmi che vivisezionano i fatti di cronaca nera, fornendo agli italiani, anche in fascia protetta, i dettagli orripilanti di un crimine, produce anche un cambiamento antropologico.

Anche il video della morte di Fakir gira tantissimo, ad esempio sui social…

Sì, la morte in presa diretta di questo sofferente di mente viene continuamente riproposta. La scena mi ha fatto venire in mente quando gli energumeni negli ospedali psichiatrici, di fronte a persone che esprimevano con concitazione una sofferenza mentale, rispondevano con i letti di contenzione, con la violenza e spesso con il sadismo. Ma prima dei riflettori sui poliziotti vanno puntate le luci sul comportamento dei sanitari. Era palese che quella persona, con 38 gradi a Bologna, era in difficoltà. In tutta Italia, in questa torrida estate, si verificano migliaia di episodi di insofferenza, di nervi che saltano, di grida, dovuti anche allo stress di questa emergenza climatica che sta colpendo tutti a tutte le latitudini, facendo venire fuori fragilità. Anche qui c’è la spettacolarizzazione dell’agonia e della morte di questo poverino.

Mi colpisce l’irresponsabilità davanti agli effetti che queste immagini, le polemiche e le apologie imbastite su queste immagini provocano nel profondo del senso comune ostacolando la voce della coscienza del popolo. Questo è l’elemento più grave.

Pensiamo al caso del gioielliere: che alternative ci sono per dare più sicurezza?

Una società moderna e garantista è il risultato di una coerenza di comportamento dei vari sistemi. Noi sappiamo che il vero problema è dato dalle vittime a ripetizione, cioè l’80% dei reati viene commesso sul 20% delle vittime.

Quindi, la questione di un sistema di sicurezza pubblica è come programmare una protezione di questo 20% della popolazione. Dobbiamo identificare la popolazione esposta al rischio crimine e farla diventare il target privilegiato del sistema di sicurezza pubblica. Questa popolazione target è composta da persone fragili, anziani, persone che si trovano in luoghi particolarmente esposti all’aggressione. Pensiamo alle donne o a chi svolge un’attività che comporta la detenzione di beni di notevole valore venale, i gioiellieri in primo luogo, che sono tra le vittime a ripetizione quelle che più volte e con maggiore frequenza conoscono la stessa traumatica esperienza. Occorre, da un lato, aiutare queste categorie a rischio a gestire la propria attività prevedendo il rischio e, dall’altro, adottare una metodologia di riduzione del rischio.

Esiste qualche esempio?

A Roma c’è stato un progetto, dal Giubileo del 2000 fino al Giubileo della Misericordia, che ha dotato il tessuto delle imprese commerciali sul territorio, dalle associazioni degli orafi a quelle di commercianti e artigiani che detengono beni di alto valore venale, di criteri di gestione della loro quotidianità tesi a prevedere e a ridurre il rischio, avendo programmato il rapporto con il sistema delle forze dell’ordine. Le forze dell’ordine non devono essere chiamate soltanto quando l’evento si verifica, ma devono entrare in rapporto al punto da individuare i sintomi dell’approssimarsi di un rischio e diagnosticare le condizioni in cui questo evento delittuoso si può verificare, analizzando il territorio, lo spazio, gli orari, lo svolgimento e la gestione delle attività particolarmente a rischio. Questo ha comportato una serie di corsi con psicologi e sociologi, con il patrocinio della Camera di Commercio di Roma. Da questa attività è nato un protocollo d’intesa. La prefettura, in quello stesso periodo, ha creato un gruppo di progetto con Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Polizia locale di Roma, per programmare azioni di Polizia di prossimità, in modo da mettere in relazione la domanda di sicurezza rappresentata dal sistema dei commercianti e l’offerta di sicurezza rappresentata dal sistema delle Forze di Polizia. All’epoca, potevamo contare su una direttiva del ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, che aveva dato sviluppo alla Polizia di prossimità. Sono state formate così alcune migliaia di unità di personale di questi corpi di Polizia, capaci di offrire rassicurazione e risposta razionale ai rischi, frenando sul nascere qualsiasi velleitarismo o risposta sbagliata. Malgrado gli ottimi risultati, questa direttiva è stata abrogata e oggi non abbiamo più il poliziotto di quartiere, il vigile di quartiere, il carabiniere di quartiere.

Cos’è la sicurezza?

La sicurezza non è l’effetto di un dispositivo, la sicurezza è una qualità, è un tratto ecologico di una città, di un sistema di relazione, di una competizione dell’economia, è un tratto della vita quotidiana delle persone.

La sicurezza come qualità, come bene comune, si fonda su un principio inderogabile da 19 secoli: il principio inderogabile del monopolio, da parte dello Stato, della forza e della violenza legittima. Se usciamo da questo principio inderogabile, registriamo una regressione su vari piani, non soltanto delle violenze, ma è una regressione morale, antropologica, profondamente diseducativa.

D’altra parte, nel caso di Roggero, mi ha colpito che durante il processo non abbia mostrato la minima sensibilità per la perdita di due vite umane. È stato consigliato malissimo. Se avesse detto: “Ero traumatizzato, ho ucciso due persone, avere violato il quinto comandamento mi pesa sulla coscienza, ne soffro, vorrei non fosse accaduto, se tornassi indietro non lo rifarei, perché la vita umana è un assoluto, non può essere barattata neanche per miliardi di pietre preziose e di ori, sono pentito di quello che ho fatto, in quel momento la mia coscienza è stata sconvolta, non sono stato padrone di me stesso, non sono stato lucido”, quale giudice l’avrebbe condannato? Gli avrebbe dato una condanna poco più che simbolica. Invece, Roggero non ha mostrato nessun pentimento e assoluta indifferenza verso le vite soppresse, eppure, abbiamo stampato nel nostro Dna, fin da quando eravamo bambini, che anche la vita dell’ultimo delinquente è sacra. Perché se togliamo la sacralità della vita, ritorniamo nella barbarie da cui siamo usciti e dove non vogliamo ritornare.

E il caso di Fakir?

Da un lato, i sanitari avrebbero dovuto dare delle indicazioni agli agenti che agivano. Dall’altro, stanno venendo al pettine i guasti di una scelta sciagurata fatta nel 1999, quando fu accordato un percorso privilegiato, per diventare agenti di polizia, carabinieri, finanzieri e adesso persino vigili urbani, ai militari che avevano compiuto missioni varie. Questo incide, perché una cosa è entrare dentro un sistema di formazione che porterà a possedere una professionalità dedicata a un servizio civile, qual è la sicurezza pubblica, il servizio di polizia, a 20, 25, 27 anni; un’altra cosa è entrarci a oltre 35, dopo 6 o anche 9 anni passati all’interno delle forze armate, nelle aree di crisi, in pattugliamento, in luoghi segnati dalla guerra. A quell’età e con quelle esperienze è difficile riconvertirsi in professionisti della sicurezza sul terreno dei rapporti civili. Questo è un tema che preoccupa in modo molto drammatico chi è all’interno del corpo della Guardia di Finanza, dell’amministrazione della Polizia di Stato, e si impegna nella formazione, nella preparazione del personale trovando ostacoli pesantissimi nel dare una nuova identità a chi se l’è formata nei meccanismi al chiuso delle caserme in un posto di frontiera.
(fonte: Sir, articolo di Gigliola Alfaro 22/07/2026)

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Vedi anche i post precedenti:

MASSIMO RECALCATI: Una nuova religione: quella di un corpo bello, perfetto, atletico, perennemente giovanile

Una nuova religione: 
quella di un corpo bello, 
perfetto, atletico, 
perennemente giovanile
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su La Repubblica - 23.07.2026)

In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità. Così non c’è più tempo libero né vacanza ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo privilegiato di una vera e propria religione.

Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura.

Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio.

E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede. Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione.

Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi.

Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato.

È il rovesciamento della passione di Cristo. Mentre egli rinuncia al corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica.

Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale dell’integrità. 
La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente monitorati.

Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato. L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del proprio corpo.

(Fonte: sito dell'autore)

giovedì 23 luglio 2026

TONIO DELL'OLIO: Disarmare il futuro

Disarmare il futuro
di Tonio Dell'Olio



Un libro piccolo, una domanda enorme: l’umanità vuole ancora abitare la Terra? Esce oggi Disarmata e disarmante. La pace è un dono, curato da Alessandro Banfi e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana: raccoglie il magistero di Leone XIV sulla pace con un’introduzione inedita del Papa. Non è un prontuario per diplomatici, ma un appello a ciascuno.

Si parte dal Risorto che mostra le ferite e dice: «Pace a voi». Non una pace decorativa, ma una scelta che attraversa il dolore, smaschera la menzogna e chiede responsabilità. Mentre 103 Stati sono coinvolti in guerre e il riarmo nucleare è spacciato per sicurezza, Leone XIV capovolge la logica dominante: non sono le armi a garantire la pace, ma il disarmo. E avverte del pericolo di affidare alle macchine e all’intelligenza artificiale la decisione di colpire e uccidere. Il libro sorprende quando avvicina la pace alle nostre vite. Comincia da me, da noi, dai rapporti quotidiani. Sant’Agostino insegna che i tempi cambiano quando cambia il nostro modo di vivere. Un’offesa perdonata, una parola buona, un ponte costruito non sono gesti privati: sono politica. Da Dorothy Day a Giorgio La Pira, fino a Stanislav Petrov, emerge una verità decisiva: una sola coscienza può salvare il mondo. E nessuno ha più il diritto di chiamarsi spettatore.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 21 luglio 2026)

Leggi anche il post già pubblicato:
- Disarmata e disarmante. La pace è un dono - Leone XIV: Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

mercoledì 22 luglio 2026

#PARLARE DI SE' - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#PARLARE DI SE'
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Rimproveriamo spesso alla gente di parlare di sé; ma è l’argomento che sa trattare meglio!

È stato uno degli scrittori francesi amati dal pubblico, ma anche capace di assumere posizioni decise sulla ribalta sociopolitica (fu innocentista durante il celebre processo Dreyfus): da un saggio La vie littéraire, di Anatole France (1844-1924, Nobel 1921), abbiamo tratto questa gustosa battuta, destinata inizialmente agli intellettuali, ma valida per un vasto strato di persone. Quante volte ci capita di annoiarci a morte sentendo infiniti racconti che un altro fa delle sue vicende. Eppure, quante volte abbiamo ammorbato anche noi gli altri con le nostre storie, i nostri giudizi, le nostre considerazioni. Solo che noi non ci accorgevamo della noia altrui, presi come eravamo dal piacere sollecitato dal nostro pavoneggiarci o almeno dal nostro presentarci come uomo o donna ricchi di esperienze.

A bollare questo vizio era già un altro autore francese, un famoso pensatore moralista del Seicento, François de la Rochefoucauld, che nelle sue Massime consigliava: «L’estremo piacere che proviamo a parlare di noi stessi deve farci temere di non darne affatto a chi ci ascolta». Sobrietà e autocontrollo nel parlare ci eviterebbero anche giudizi maliziosi. A questo proposito, sono tentato di attingere ancora alla letteratura francese che confesso di amare anche a livello linguistico. Questa volta coinvolgo il poeta Paul Valéry con uno dei suoi Cattivi pensieri (1943): «Tutto quello che dici parla di te, soprattutto quando sparli di un altro». È un monito da non ignorare perché inconsapevolmente, quando si criticano con gusto i difetti altrui, forse si stanno esorcizzando quei vizi personali che non si vogliono vedere né tantomeno confessare.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore  - Domenica” del 19 luglio 2026)

martedì 21 luglio 2026

Dopo la morte di Abderrahim Fakir tanti i punti da chiarire - L'appello di Zuppi: «non prevalgano l’odio, la violenza, la strumentalizzazione per nessuna ragione... prevalga la forza dell’amore»

Dopo la morte di Abderrahim Fakir tanti i punti da chiarire - L'appello di Zuppi: 
«non prevalgano l’odio, la violenza, la strumentalizzazione per nessuna ragione... prevalga la forza dell’amore»


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La preghiera dell’Arcivescovo e la vicinanza al dolore di chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro
Il testo del Comunicato Stampa dell'Arcidiocesi


Riportiamo il testo del Comunicato stampa dell’Arcidiocesi di Bologna diffuso lunedì 20 luglio.

L’Arcivescovo di Bologna Card. Matteo Zuppi è vicino nella preghiera a chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro, dove ha perso la vita una persona, ed esprime vicinanza alla famiglia e a tutti coloro che stanno soffrendo e che sono coinvolti nella drammatica vicenda. Invoca Dio perché in questo momento «non prevalgano l’odio, la violenza, anche verbale e nei social, la strumentalizzazione per nessuna ragione», ma piuttosto «il rispetto, il dialogo e la giustizia a cui tutti devono affidarsi nel rispetto del diritto e delle Istituzioni». In questa sofferenza, afferma l’Arcivescovo, la Chiesa ricorda «di non stancarsi di costruire percorsi di pace, di riconciliazione e di incontro affinché prevalga la forza dell’amore che ci viene donato da Gesù, seminatore di bene nel cuore di ogni persona».

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La morte di Abderrahim Fakir a Bologna,
che cosa è successo e quali sono i punti da chiarire

Il 42enne d’origine marocchina è morto domenica durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro. La Procura ha aperto un'inchiesta e disposto l'autopsia. Le immagini delle bodycam e gli accertamenti medico-legali saranno decisivi per ricostruire la dinamica dei fatti

Sopra, Abderrahim Fakir, 43enne marocchino morto a Bologna durante un intervento della polizia, e il luogo in cui ha perso la vita nel quartiere Pilastro di Bologna domenica ANSA


La morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta domenica 19 luglio durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, è al centro di un'inchiesta della Procura che dovrà chiarire le cause del decesso e verificare la correttezza delle procedure adottate durante l'intervento. Un video girato da un residente e diffuso dalla famiglia mostra gli ultimi minuti dell'uomo mentre viene immobilizzato a terra dagli agenti. Le immagini hanno suscitato forte impressione e alimentato la richiesta di fare piena luce sull'accaduto.

La chiamata alla polizia e l'intervento

Secondo la ricostruzione fornita dalla Questura di Bologna, tutto inizia poco dopo mezzogiorno nel quartiere Pilastro, tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini. Alcuni residenti chiamano le forze dell'ordine segnalando la presenza di una persona «in escandescenza». Gli agenti arrivano intorno alle 12.15 e, secondo la nota ufficiale della Questura, chiedono immediatamente anche l'intervento del 118. La stessa Questura riferisce che, durante le operazioni di contenimento, i poliziotti sarebbero stati aiutati da alcuni cittadini, anche dopo il danneggiamento di un'automobile. Su quanto sia accaduto nei minuti precedenti all'immobilizzazione non esistono al momento ricostruzioni definitive.

La sorella di Abderrahim Fakir durante la manifestazione per il fratello al Pilastro di Bologna (ANSA)

Il video e gli ultimi minuti di Abderrahim Fakir

Il filmato, ripreso dall'alto da un residente, documenta la fase finale dell'intervento. Si vede Fakir disteso a terra in posizione prona, con due agenti che lo immobilizzano mentre un civile gli tiene ferme le caviglie. Per oltre due minuti l'uomo urla e chiede aiuto. Attorno sono presenti anche gli operatori del 118, arrivati nel frattempo sul posto. Successivamente Fakir smette di muoversi e di gridare. Gli agenti completano il fissaggio di polsi e caviglie con fascette. Poco dopo uno dei poliziotti si accorge che l'uomo non reagisce più; quindi intervengono i sanitari, che lo girano su un fianco. Nonostante i tentativi di soccorso, il 42enne viene dichiarato morto.

L'intervento della Polizia in via Svevo nel quartiere Pilastro di Bologna dove è morto Abderrahim Fakir (ANSA)

Le indagini: autopsia, bodycam e inchiesta dell'Ausl

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo e nelle prossime ore disporrà l'autopsia, che dovrà chiarire le cause della morte. Al momento non sono state rese note eventuali ipotesi di reato né risultano iscrizioni nel registro degli indagati. Un elemento importante per gli investigatori saranno le registrazioni delle bodycam indossate dai poliziotti intervenuti. La Questura ha comunicato che i filmati saranno messi immediatamente a disposizione dell'autorità giudiziaria. Parallelamente anche l'Azienda sanitaria di Bologna ha avviato un'indagine interna per ricostruire l'operato del personale sanitario presente durante l'intervento. Secondo la cronologia diffusa dall'Ausl, l'ambulanza è stata inviata alle 12.17 ed è arrivata sul posto alle 12.30. Alle 12.36 l'equipaggio ha richiesto il supporto di un'automedica, partita dall'ospedale Maggiore alle 12.42 e arrivata alle 12.53, quando è stato constatato il decesso.

La strada bloccata per il presidio dei familiari di Abderrahim Fakir al Pilastro di Bologna (ANSA)

Restano aperti diversi interrogativi

Tra gli aspetti che dovranno essere chiariti vi sono le condizioni di salute di Fakir. Alcuni familiari e conoscenti hanno riferito che soffriva di problemi cardiaci e di asma, ma al momento non esistono conferme ufficiali.

Il fratello dell'uomo, inoltre, sostiene che durante l'intervento sarebbe stato utilizzato spray urticante anche in bocca. Anche questo elemento dovrà essere verificato nell'ambito delle indagini. Sarà l'esame autoptico, insieme alle immagini delle bodycam, alle testimonianze dei presenti e alle relazioni degli operatori sanitari, a consentire di ricostruire con precisione la sequenza degli eventi e accertare se le procedure di contenimento siano state eseguite secondo i protocolli previsti.

Chi era Abderrahim Fakir

Abderrahim Fakir era nato in Marocco ed era arrivato in Italia all'età di sette anni insieme alla famiglia. Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi, alle porte di Bologna. Secondo quanto riferito dalla sorella, era titolare di una ditta che si occupava di facchinaggio, traslochi e pulizie. Al Pilastro si trovava per fare visita ad alcuni amici.

Pugni alzati per la morte di Abderrahim Fakir durante il presidio di protesta al Pilastro di Bologna (ANSA)

Le reazioni della politica

La vicenda ha immediatamente acceso il confronto politico. Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha convocato per lunedì sera una manifestazione in piazza Nettuno per esprimere vicinanza alla famiglia e alla comunità del Pilastro e per chiedere «verità e giustizia» sull'accaduto. Dalle opposizioni sono arrivate richieste di chiarimenti rivolte al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Esponenti di Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e +Europa hanno annunciato interrogazioni parlamentari, chiedendo che venga fatta piena luce sulle modalità dell'intervento. Di segno opposto le dichiarazioni della maggioranza. Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha parlato di un intervento «condotto con professionalità e modalità consone», mentre la Lega ha espresso sostegno agli agenti affermando che «i poliziotti hanno fatto il loro dovere».

Proprio per questo, mentre il dibattito politico si intensifica, saranno gli accertamenti della magistratura, l'autopsia e l'analisi delle immagini registrate dalle bodycam a fornire gli elementi necessari per stabilire con precisione che cosa sia accaduto nei 36 minuti trascorsi tra la chiamata ai soccorsi e la constatazione della morte di Abderrahim Fakir.
(fonte: Famiglia Cristiana 20/07/2026)

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