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sabato 17 aprile 2021

Rifugiati, la riforma dell’accoglienza resta sulla carta. “Poco è cambiato dall’era Salvini”

Rifugiati, la riforma dell’accoglienza resta sulla carta. 
“Poco è cambiato dall’era Salvini”

A tre mesi dalla conversione in legge dal dl che doveva superare i decreti sicurezza molte misure restano sulla carta. Lo denuncia la Rete Europasilo in un documento in cui invita il Governo a un cambio reale di passo: “Quanto fatto finora in distonia con gli annunci”


Un sistema che si basa ancora, sostanzialmente, sui grandi centri e che stenta a cambiare faccia. Anche perché i nuovi bandi, che dovrebbero ridefinirne i contorni, non sono stati ancora pubblicati. A tre mesi dalla conversione in legge del nuovo Decreto Immigrazione (legge 173/2020), che doveva ripristinare un modello diffuso di accoglienza per migranti e rifugiati, poco è cambiato. A denunciarlo sono le organizzazioni che si occupano della tutela di migranti e rifugiati, riunite nella Rete Europasilo.

“Nonostante i proclami di questi mesi, non è cambiato molto dall’era Salvini. Quanto fatto finora dall’amministrazione centrale è in completa distonia con quanto annunciato, e così si continua nella logica di favorire i grandi centri - sottolinea Gianfranco Schiavone del Consorzio italiano solidarietà (Ics) di Trieste -. I capitolati di spesa sono stati alzati di poco ed è stato impedito nei fatti di far assomigliare i centri di accoglienza straordinaria agli ex Sprar. Abbiamo ancora servizi diversi nelle strutture”.

La legge 173/2020, nata per superare i decreti voluti dall’ex ministro Matteo Salvini, prevede un ritorno alla centralità del sistema pubblico dei comuni per l’accoglienza anche dei richiedenti asilo. Il decreto sicurezza aveva, infatti, precluso la possibilità di essere accolti negli Sprar ai richiedenti protezione. Il nuovo sistema, detto Siproimi era destinato solo a chi aveva già ottenuto lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria, e ai minori non accompagnati. Nella legge 173/2020 si specifica invece che “gli enti locali che prestano servizi di accoglienza per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati, che beneficiano del sostegno finanziario di cui al comma, possono accogliere nell'ambito dei medesimi servizi, nei limiti dei posti disponibili, anche i richiedenti protezione internazionale e i titolari dei permessi di soggiorno”. Vengono, inoltre, reinseriti anche i servizi di assistenza sanitaria, i corsi di lingua e di orientamento legale e formativo. Il Sai si articola in due livelli di prestazioni: il primo dedicato ai richiedenti protezione internazionale, il secondo a coloro che ne sono già titolari, con servizi aggiuntivi finalizzati all'integrazione.

Per ora però, denunciano le associazioni, è ancora tutto sulla carta: anzi quello che viene fatto tradisce lo spirito della legge. “Oggi dovremmo avere un sistema unico con gli stessi servizi tra Cas e Sai, invece un richiedente asilo viene trattato in maniera diversa a seconda della struttura in cui viene accolto - aggiunge Schiavone -. Bisognava dare indicazioni precise alle prefetture perché nell’assegnazione dei bandi vengano favorite le proposte di centri di piccole dimensioni, che dispongano di tutti i servizi e che favoriscano un’accoglienza diffusa. Invece continuiamo a finanziare i casermoni in cui vengono offerti servizi scadenti”.

Alla luce dello stallo nella riorganizzazione dei servizi di accoglienza, la Rete Europasilo, ha eleborato un documento che contiene una serie di proposte programmatiche per una riforma del sistema di asilo in Italia. In parte si tratta di misure già contenute nel nuovo decreto, convertito in legge ma non applicate. Ci sono poi una serie di proposte aggiuntive che richiederebbero nuove modifiche normative.

Innanzitutto, secondo la Rete occorre prevedere un Ente nazionale per il diritto d’asilo, a garanzia e tutela di un sistema non più emergenziale ma finalmente organico e strutturato. E poi rendere realmente operativo il ripristino dei servizi di assistenza, tra cui la mediazione linguistico culturale, i corsi di lingua italiana, il supporto psicologico. Nello specifico il Sai dovrebbe superare i limiti che hanno caratterizzato i precedenti sistemi Sprar e Siproimi “configurandosi realmente come sistema di accoglienza, diffuso capillarmente sul territorio, volto a strutturare interventi di inclusione sociale sia per richiedenti che titolari di protezione”. Per questo Europasilo chiede che al più presto venga emanato il decreto, previsto dalla legge 173/2020 e finalizzato all’adozione di nuovi criteri e standard per le strutture di accoglienza.

Tra le proposte c’è anche quella di superare l’ambiguità sul ruolo del terzo settore nei servizi di accoglienza, partendo dalle modalità di affidamento. Secondo Europasilo, bisognerebbe inquadrare il Sai come parte integrante del sistema di welfare e quindi far prevalere il principio di sussidiarietà col terzo settore. La normativa di riferimento, dunque, per l’affidamento dei servizi dovrebbe essere individuata nel Codice del terzo settore, mentre oggi si rinvia al codice degli appalti. “Se parliamo di servizi socio-assistenziali è irragionevole che questo servizio venga erogato direttamente dallo Stato a cui spetta, invece, prevedere linee guida, coordinare e monitorare - aggiunge Schiavone -. Questo modello ad oggi non ha funzionato, bisogna avere coraggio di trasferire le funzioni amministrative agli enti locali. Senza queste modifiche non arriveremo mai a un vero smantellamento del sistema emergenziale di accoglienza”. Le proposte della rete Europasilo verranno presentate durante un convegno nazionale dal titolo “L’accoglienza di domani”, che si svolgerà il 16 e 17 aprile. Interverranno tutte le maggiori realtà impegnate nell’assistenza ai migranti in Italia.
(fonte: Redattore sociale, articolo di Eleonora Camilli 15/04/2021)


venerdì 16 aprile 2021

Mani che accarezzano le ferite del mondo

Mani che accarezzano le ferite del mondo


Lasciarsi “misericordiare” per divenire misericordiosi. In questo modo il Santo Padre, lo scorso 11 aprile, ci ha esortati a entrare con il cuore e la vita nel mistero luminoso della misericordia divina. Ricordandoci i tre elementi portanti del Vangelo di questa domenica della Divina misericordia ci ha invitato ad accogliere la pace che il Risorto ci offre, a ricevere il soffio dello Spirito, a toccare le sue piaghe salvifiche.

Come missionario della misericordia ho avuto modo di sperimentare questi doni pasquali partendo dall’esperienza fondamentale che sta alla base di questo ministero: quella di essere perdonato ovvero, usando un termine caro al Papa, “misericordiato”. Non si può donare il perdono senza averne sperimentato la potenza e la bellezza, senza aver vissuto nel cuore quella rinascita feconda che trasforma l’aridità del deserto nel giardino fiorito dall’amore di Dio. Solo l’abbraccio del Padre ci rende consapevoli della verità di quello che siamo, al di là dei nostri peccati e dei nostri limiti, e ci rende capaci di esprimere in pienezza tutto ciò che di buono portiamo nell’anima e che possiamo offrire ai fratelli. Non si può donare la misericordia senza sperimentarla nel profondo, non si può annunciarla senza conoscerla, non la si può portare senza averla prima ricevuta. Essere perdonati significa partecipare all’amore gratuito che il Risorto ha rivelato donandosi totalmente per noi, che ci ha mostrato allargando le sue braccia sulla Croce per abbracciare ogni uomo offrendoci la sua vita.

Per renderci partecipi di questo dono infinito d’amore il Signore ci dona il suo stesso Spirito, quell’alito vitale che ci vivifica e rinnova facendoci respirare all’unisono con Lui, dandoci la sua stessa forza, facendoci palpitare con il suo medesimo cuore che ama e perdona. L’inestimabile dono della grazia ricevuta diviene così un fiume che scende su di noi e che da noi scorre nella Chiesa, nei cuori degli uomini, nel mondo. Quando un confessore dona la sua assoluzione questo fiume di grazia irrompe nel cuore del penitente e il sacerdote diviene come una fonte da cui zampilla l’acqua viva dello Spirito. In quei momenti sia il confessore che il penitente sono immersi nello stesso mistero di grazia e vivono insieme la luce della misericordia che tutto abbraccia e comprende. È proprio in quei momenti che il Risorto diviene presente in tutta la sua bellezza e sperimentiamo la sua presenza viva in mezzo a noi, accanto a noi e dentro di noi; la sua grazia ci avvolge e ci fa sentire di essere figli amati. Ogni missionario della misericordia sa che esercitando il suo ministero impara giorno dopo giorno che donare misericordia significa riceverla in ogni gesto compiuto, in ogni assoluzione impartita, in ogni parola di esortazione e di catechesi pronunciata. Così impariamo a sentirci perdonati da Dio prima di offrire il suo perdono.

Il terzo elemento che il Papa ci ricordava sono le piaghe che il Risorto mostra ai discepoli affinché essi le contemplino e le tocchino. Avvicinare i fratelli nel ministero della confessione e della consolazione significa sempre contemplare e toccare le piaghe di Cristo. Sono esse le porte attraverso cui la misericordia entra nel mondo e sono queste piaghe che possiamo toccare nei cuori dei sofferenti e dei peccatori. È lì che si rivela l’amore del Signore: nei segni delle ferite che gli uomini gli hanno inferto, ogni piaga è un peccato da noi commesso e che possiamo ritrovare in noi e nei fratelli, ogni ferita è una delle tante sofferenze che lacerano la vita degli uomini e che Cristo ha volute far sue per portarle sulla Croce e poi trasformarle in luoghi di grazia nella Risurrezione. Noi siamo chiamati a fasciare quelle piaghe con la consolazione e a guarirle con la medicina della misericordia che porta in sé la potenza guaritrice dello Spirito Santo. Siamo le mani che carezzano il dolore del mondo e con la grazia del perdono rimarginano le ferite, risanano i cuori; Cristo è il medico divino, lo Spirito il balsamo di vita e noi gli spirituali “infermieri” che operano nelle corsie del mondo.

Il frutto della misericordia è sempre la pace, primo dono dello Spirito e ultimo desiderio di ogni uomo. La pace non è semplicemente l’assenza del conflitto ma il suo superamento, significa che pur vivendo nella tempesta il nostro cuore riposa in Dio, saldo e fermo nella sua grazia, capace di affrontare ogni difficoltà perché sicuro in Colui che lo sostiene e gli da vita. Ogni missionario della misericordia è chiamato ad essere portatore della pace, colui che proclama agli uomini: «Pace a voi!», che porta ai cuori il balsamo della grazia testimoniandone l’efficacia nella propria vita. Se non si è “misericordiati” non si può testimoniare la misericordia, se non traspare da noi il sorriso del perdono non potremo ridonare la gioia ai peccatori e al mondo.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Marco Frisina 15/04/2021)


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giovedì 15 aprile 2021

Tonio Dell'Olio: Missioni egiziane

Tonio Dell'Olio
Missioni egiziane

Mosaico dei Giorni 15/04/2021

A riprova della schizofrenia politica che non fa più notizia purché è ormai nel Dna della nostra vita collettiva, al Senato ieri è andata in onda la scena madre.

Si è votato a favore della concessione della cittadinanza italiana per Patrick Zaki mentre la seconda fregata multimissione Fremm, eseguita la cerimonia del cambio di bandiera e dopo essere stata ribattezzata Bernees al posto di "Emilio Bianchi", navigava alla volta delle coste egiziane. Come dire che da una parte riconosco che quel Paese viola i diritti umani su larga scala e me ne accorgo perché un giovane studente studiava in un'università italiana, e dall'altra parte armo la mano, inaffidabile e violenta, di chi è autore di quelle violazioni. La scelta sacrosanta di conferire la cittadinanza italiana a Zaki era cosa popolare e ha visto interventi tuonanti e convinti di esponenti di quasi tutte le forze politiche, la fregata invece si consegna alla chetichella, che è meglio non alzare la voce per non disturbare né il governo, né il mondo del lavoro che scenderebbe sul piede di guerra. Insomma, i diritti umani sono importanti ma "business is business". Siamo italiani brava gente ma quando si tratta di fare affari con le armi non ci batte nessuno. Sempre pronti a tirar fuori l'argomento dirimente e decisivo: "Se non gliele vendiamo noi, poi gliele vende qualcun altro". Da non dimenticare, infine, che la fornitura delle Fremm non è mai stato iscritto in un ordine del giorno di Camera e Senato.



Il giudice Livatino sarà beato il 9 maggio

Il giudice Livatino sarà beato il 9 maggio

Il rito sarà celebrato nella cattedrale di Agrigento e presieduto dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Ucciso il 21 settembre 1990 "in odio alla fede", per la beatificazione del giovane magistrato è stata scelta la stessa data in cui Giovanni Paolo II - nel 1993 - fece visita alla città siciliana e lanciò la famosa invettiva contro la mafia



Nello stesso giorno, era il 9 maggio 1993, in cui Giovanni Paolo II pronunciò al termine dell’omelia della messa celebrata nella Valle dei Templi, un duro monito contro la mafia, il giudice Rosario Livatino verrà proclamato beato. L'annuncio è stato diffuso ieri dall' arcidiocesi siciliana assieme ai particolari sul rito.

“Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio! Giovanni Paolo II - 9 maggio 1993, Agrigento”

A presiedere la celebrazione nella cattedrale del comune siciliano, sarà il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell'udienza al Consiglio superiore della magistratura, il 17 giugno 2014, Papa Francesco definì Livatino "testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana". Il giovane magistrato morì per mano di quattro killer della Stidda, la mafia agrigentina, lungo la statale che ogni mattina percorreva con la sua utilitaria da Canicattì - dove viveva con i genitori - al tribunale di Agrigento. Aveva rifiutato la scorta sebbene consapevole dei rischi a cui era esposto. Il giudice ragazzino, soprannome con cui è passato alla storia, non voleva che "altri padri di famiglia" dovessero pagare a causa sua: viene ucciso, solo, colpito alle spalle. Il 22 dicembre 2020, Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce il martirio “in odio alla fede”.

“Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio! - Giovanni Paolo II - 9 maggio 1993, Agrigento”

La motivazione che spinse la mafia agrigentina ad eliminare Livatino, si legge nel documento che ha annunciato la decisione del Papa, "fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile, lo definiva con spregio “santocchio” per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante".
(fonte: Vatican News, articolo di Emanuela Campanile 15/04/2021)
 

Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, scrive a Draghi e al MEF: “Uscire dalla crisi significa soprattutto investire sulle generazioni future... occorre un recovery plan a misura di minorenne.”

Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza,
scrive a Draghi e al MEF: 
“Uscire dalla crisi significa soprattutto investire sulle generazioni future... occorre un recovery plan a misura di minorenne.”



L'AUTORITÀ GARANTE A DRAGHI: 
“AUSPICO UN RECOVERY PLAN A MISURA DI MINORENNE”

Carla Garlatti ha scritto una lettera al premier elencando i bisogni di bambini e ragazzi. Con proposte per educazione e istruzione, contrasto alla povertà educativa, benessere e salute, minori e giustizia, politiche educative e trasporti

«Uscire dalla crisi significa soprattutto investire sulle generazioni future». È quanto ha scritto l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, al presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, in una lettera indirizzata anche al MEF nella quale ha auspicato un recovery plan a misura di minorenne. «Da oltre un anno siamo alle prese con una crisi che non ha precedenti» dice Garlatti, «Nel pianificare il prossimo futuro bisogna rispondere anche ai bisogni di bambini e ragazzi cercando di tener conto del loro punto di vista». Cinque i fronti sui quali si è concentrata la Garante nazionale: l’educazione e l’istruzione, il contrasto alla povertà educativa, il benessere e la salute (in particolare quella psichica), i minorenni alle prese con la giustizia e i figli dei detenuti e, infine, le politiche educative e i trasporti.

Chiesti asili nido pubblici senza differenze tra regioni quanto a standard minimi. Stesso discorso è stato fatto anche per le mense scolastiche: «Per alcuni bambini rappresentano il pasto più completo e sano della giornata. Non è accettabile che siano presenti nel 95% nelle scuole dell’infanzia del Friuli-Venezia Giulia e solo nel 13,5% in Sicilia». Vanno fatti investimenti per riqualificare il patrimonio edilizio scolastico, per formare i docenti, per aumentare i mezzi di trasporto dalla e per la scuola, per la banda larga nelle zone remote del Paese, per assicurare connessione a chi non se la può permettere e per introdurre l’educazione digitale sin dalle prime classi.

«Se vogliamo contrastare il fenomeno dei NEET vanno poi valorizzate l’istruzione tecnica e professionale, le competenze STEM e il collegamento università-imprese» sottolinea Garlatti. «Per prevenire la dispersione scolastica servono sostegni educativi personalizzati e piani territoriali integrati nelle zone a più alto rischio di povertà educativa. Vanno altresì previsti spazi gioco pubblici accessibili ai disabili ogni 10/15 km e ogni 20/25 km nelle aree rurali, oltre a patti educativi di comunità a livello di circoscrizione o di comune e al potenziamento dei servizi sociali».

Garlatti ha chiesto pure misure per garantire servizi di psicologia scolastica, più posti nelle neuropsichiatrie infantili, integrazione tra servizi ospedalieri e territoriali, comunità educative a valenza terapeutica e servizi per le dipendenze dedicati agli adolescenti. E ancora: digitalizzazione dei fascicoli sanitari dei minorenni e finanziamento di una banca dati per prevenire e contrastare maltrattamenti e violenze. Per la Garante nazionale occorre intervenire anche sul sistema della giustizia minorile: «Vanno migliorati gli istituti penali minorili, separati i minorenni ristretti dai giovani adulti, realizzati edifici ad hoc per l’incontro tra figli e genitori in carcere, va finanziata la costruzione delle case famiglia protette e delle case alloggio per detenute con figli al seguito». Deve essere infine assicurata la possibilità di svolgere attività sportive, educative e culturali a tutti i bambini e ragazzi, specie quelli in area penale esterna.


(Fonte: Famiglia Cristiana 09/04/2021) 


mercoledì 14 aprile 2021

«Senza la fede, tutto crolla; e senza la preghiera, la fede si spegne.» Papa Francesco Udienza Generale 14/04/2021 (testo e video)

UDIENZA GENERALE

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 14 aprile 2021


Catechesi sulla preghiera - 29. La Chiesa maestra di preghiera

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La Chiesa è una grande scuola di preghiera. Molti di noi hanno imparato a sillabare le prime orazioni stando sulle ginocchia dei genitori o dei nonni. Forse custodiamo il ricordo della mamma e del papà che ci insegnavano a recitare le preghiere prima di andare a dormire. Quei momenti di raccoglimento sono spesso quelli in cui i genitori ascoltano dai figli qualche confidenza intima e possono dare il loro consiglio ispirato dal Vangelo. Poi, nel cammino della crescita, si fanno altri incontri, con altri testimoni e maestri di preghiera (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2686-2687). Fa bene ricordarli.

La vita di una parrocchia e di ogni comunità cristiana è scandita dai tempi della liturgia e della preghiera comunitaria. Quel dono che nell’infanzia abbiamo ricevuto con semplicità, ci accorgiamo che è un patrimonio grande, un patrimonio ricchissimo, e che l’esperienza della preghiera merita di essere approfondita sempre di più (cfr ibid., 2688). L’abito della fede non è inamidato, si sviluppa con noi; non è rigido, cresce, anche attraverso momenti di crisi e risurrezioni; anzi, non si può crescere senza momenti di crisi, perché la crisi ti fa crescere: è un modo necessario per crescere entrare in crisi. E il respiro della fede è la preghiera: cresciamo nella fede tanto quanto impariamo a pregare. Dopo certi passaggi della vita, ci accorgiamo che senza la fede non avremmo potuto farcela e che la preghiera è stata la nostra forza. Non solo la preghiera personale, ma anche quella dei fratelli e delle sorelle, e della comunità che ci ha accompagnato e sostenuto, della gente che ci conosce, della gente alla quale chiediamo di pregare per noi.

Anche per questo nella Chiesa fioriscono in continuazione comunità e gruppi dediti alla preghiera. Qualche cristiano sente perfino la chiamata a fare della preghiera l’azione principale delle sue giornate. Nella Chiesa ci sono monasteri, ci sono conventi, eremi, dove vivono persone consacrate a Dio e che spesso diventano centri di irradiazione spirituale. Sono comunità di preghiera che irradiano spiritualità. Sono piccole oasi in cui si condivide una preghiera intensa e si costruisce giorno per giorno la comunione fraterna. Sono cellule vitali, non solo per il tessuto ecclesiale ma per la società stessa. Pensiamo, per esempio, al ruolo che ha avuto il monachesimo per la nascita e la crescita della civiltà europea, e anche in altre culture. Pregare e lavorare in comunità manda avanti il mondo. È un motore.

Tutto nella Chiesa nasce nella preghiera, e tutto cresce grazie alla preghiera. Quando il Nemico, il Maligno, vuole combattere la Chiesa, lo fa prima di tutto cercando di prosciugare le sue fonti, impedendole di pregare. Per esempio, lo vediamo in certi gruppi che si mettono d’accordo per portare avanti riforme ecclesiali, cambiamenti nella vita della Chiesa… Ci sono tutte le organizzazioni, ci sono i media che informano tutti… Ma la preghiera non si vede, non si prega. “Dobbiamo cambiare questo, dobbiamo prendere questa decisione che è un po’ forte…”. È interessante la proposta, è interessante, solo con la discussione, solo con i media, ma dov’è la preghiera? La preghiera è quella che apre la porta allo Spirto Santo, che è quello che ispira per andare avanti. I cambiamenti nella Chiesa senza preghiera non sono cambiamenti di Chiesa, sono cambiamenti di gruppo. E quando il Nemico – come ho detto – vuole combattere la Chiesa, lo fa prima di tutto cercando di prosciugare le sue fonti, impedendole di pregare, e [inducendola a] fare queste altre proposte. Se cessa la preghiera, per un po’ sembra che tutto possa andare avanti come sempre – per inerzia –, ma dopo poco tempo la Chiesa si accorge di essere diventata come un involucro vuoto, di aver smarrito l’asse portante, di non possedere più la sorgente del calore e dell’amore.

Le donne e gli uomini santi non hanno una vita più facile degli altri, anzi, hanno anch’essi i loro problemi da affrontare e, in più, sono spesso oggetto di opposizioni. Ma la loro forza è la preghiera, che attingono sempre dal “pozzo” inesauribile della madre Chiesa. Con la preghiera alimentano la fiamma della loro fede, come si faceva con l’olio delle lampade. E così vanno avanti camminando nella fede e nella speranza. I santi, che spesso agli occhi del mondo contano poco, in realtà sono quelli che lo sostengono, non con le armi del denaro e del potere, dei media di comunicazione e così via, ma con le armi della preghiera.

Nel Vangelo di Luca, Gesù pone una domanda drammatica che sempre ci fa riflettere: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8), o troverà soltanto organizzazioni, come un gruppo di “imprenditori della fede”, tutti organizzati bene, che fanno della beneficenza, tante cose…, o troverà fede? «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Questa domanda sta alla fine di una parabola che mostra la necessità di pregare con perseveranza, senza stancarsi (cfr vv. 1-8). Dunque, possiamo concludere che la lampada della fede sarà sempre accesa sulla terra finché ci sarà l’olio della preghiera. La lampada della vera fede della Chiesa sarà sempre accesa sulla terra finché ci sarà l’olio della preghiera. È quello che porta avanti la fede e porta avanti la nostra povera vita, debole, peccatrice, ma la preghiera la porta avanti con sicurezza. È una domanda che noi cristiani dobbiamo farci: prego? Preghiamo? Come prego? Come dei pappagalli o prego con il cuore? Come prego? Prego sicuro che sono nella Chiesa e prego con la Chiesa, o prego un po’ secondo le mie idee e faccio che le mie idee diventino preghiera? Questa è una preghiera pagana, non cristiana. Ripeto: possiamo concludere che la lampada della fede sarà sempre accesa sulla terra finché ci sarà l’olio della preghiera.

E questo è un compito essenziale della Chiesa: pregare ed educare a pregare. Trasmettere di generazione in generazione la lampada della fede con l’olio della preghiera. La lampada della fede che illumina, che sistema le cose davvero come sono, ma che può andare avanti solo con l’olio della preghiera. Altrimenti si spegne. Senza la luce di questa lampada, non potremmo vedere la strada per evangelizzare, anzi, non potremmo vedere la strada per credere bene; non potremmo vedere i volti dei fratelli da avvicinare e da servire; non potremmo illuminare la stanza dove incontrarci in comunità… Senza la fede, tutto crolla; e senza la preghiera, la fede si spegne. Fede e preghiera, insieme. Non c’è un’altra via. Per questo la Chiesa, che è casa e scuola di comunione, è casa e scuola di fede e di preghiera.

Guarda il video della catechesi


Saluti:
...

* * *

Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. Auspico che, nel clima della gioia pasquale, possiate mettervi a servizio del Vangelo e dei fratelli.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tutti incoraggio a condurre un’esistenza generosa, edificata sulla roccia, cioè su Cristo, nostra unica e salda speranza.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


Le chiese vuote e la fantasia di Dio

Le chiese vuote e la fantasia di Dio


La crisi delle “chiese vuote” viene da lontano, inizia quando le chiese erano piene. Negli anni ‘50 quando piazza San Pietro non riusciva a contenere la straripante folla dei berretti verdi, un giovane prete lombardo decideva di abbandonare la carriera accademica (ed ecclesiastica) per andare a insegnare religione in un liceo statale, il più laico di Milano: durante un viaggio in treno, discorrendo con dei giovani, quel prete — si chiamava Luigi Giussani — s’era accorto di quanto la fede in Cristo fosse ormai un orizzonte lontano dalla loro vita. Qualcosa si stava inceppando nel meccanismo quasi naturale con cui la tradizione cristiana si era trasmessa per secoli dai genitori ai figli. Un mondo nuovo stava nascendo, un mondo per la prima volta “dopo Gesù senza Gesù”, per usare un’espressione di Charles Peguy. Era, quella degli anni ‘50, una Chiesa militante, tosta nella dottrina, influente sulla vita politica. Eppure, salvo ancora un rispetto esteriore di forme e convenzioni sociali, non catturava più il cuore e le menti di larga parte delle giovani generazioni. La pratica religiosa ancora teneva, ma era una tenuta simile a quella di un’impalcatura priva di agganci solidi sul terreno. Basta uno scossone e viene giù. Il vento del ’68 portò via d’un botto alla Chiesa una generazione di figli inquieti. L’avvento di un nuovo potere consumista “che se la ride del Vangelo” — come profetizzava Pasolini negli anni ‘70 — sembrò far svanire come neve al sole, in poco più di un decennio, tutto un tessuto popolare cristiano, legato a un’Italia rurale, che c’era voluto secoli per formare. Ha ragione Pier Giorgio Gawronski: di fronte all’entità di questi fenomeni, la dialettica fra “conservatori” e “moderni” nel cattolicesimo appariva ed appare come una cosa risibile, priva di vera rilevanza fuori dagli ambienti ristretti dei militanti o dai mondi fittizi del web («Le chiese vuote e l’Umanesimo integrale», «L’Osservatore Romano», 22 febbraio 2021). Ad un ragazzo che non sa e non può dare alla parola fede alcun contenuto esistenziale, interessa poco se nella Chiesa (che dopo la cresima non frequenta più) vincano i fautori delle messe in latino o quelli che invocano le donne prete. Spallucce. Può esserci, questo sì, un Papa percepito come più o meno simpatico, più o meno vicino alla sensibilità o alle istanze ideali e politiche di ciascuno, ma se della fede non si ha né cognizione né esperienza, il nucleo essenziale dell’insegnamento dei Papi resterà comunque, nella sostanza, indecifrabile: Cristo, morto e risorto, salvezza dell’uomo. Puoi gridargli questa verità in faccia, con tono di sfida, o puoi annacquarla riducendola a un mero simbolo di rinascita spirituale, a un “per-modo-di-dire” educato, ma quel ragazzo ti guarderà forse con la stessa indifferenza. Non cattiva, nemmeno ostile, semplicemente qualcosa di non comprensibile e non riscontrabile nella sua vita, perché, come cantavano nelle luminose chiese romaniche quando la fede c’era davvero, «Nec lingua valet dicere / Nec littera exprimere / Expertus potest credere / Quid sit Iesum diligere» (“La bocca non sa dire, / la parola non sa esprimere, / solo chi lo prova può credere / ciò che sia amare Gesù”).

Expertus potest credere. Ma dove fare questa esperienza? È vero, una minoranza del 27 per cento degli italiani (grazie anche all’allungamento della vita) ancora frequenta la chiesa, ma spesso, annota Gawronski, alla messa si ha l’impressione di assistere a un “rito anonimo di fedeli anonimi”. Poco si vede una comunità di amici, che prega insieme, sente il piacere di ritrovarsi insieme per una pizza o per una vacanza, condivide giudizi sulla realtà e gesti di carità verso chi è nel bisogno. Come accadeva nel cristianesimo primitivo. Certo, è più facile vedere frammenti di una comunità così nelle parrocchie di periferia, dove certe borgate assomigliano più ai borghi di paese, che nelle chiese di un centro storico spopolato e inavvicinabile dalle coppie più giovani. Ma una cosa è certa: non basta la buona volontà e tantomeno vecchi o nuovi attivismi clericali per porre rimedio al fenomeno delle chiese vuote. Ci vuole la grazia, ovvero qualcosa di divino che si può solo domandare in ginocchio e che umanamente si palesa come attrattiva, delectatio, la chiamava Agostino, corrispondenza piacevole (e sproporzionata) tra il contenuto dell’annuncio cristiano e le attese del cuore e dell’intelletto. «La Chiesa si diffonde per attrazione non per proselitismo» ci hanno insegnato concordi gli ultimi due Pontefici, Benedetto e Francesco. Non si tratta di frignare, di brontolare, di maledire i tempi cattivi, né di chiudere gli occhi facendo finta, in nome di un facile irenismo, di non vedere la realtà. Si tratta forse, più poveramente, di pregare, di domandare a Dio il miracolo di fare delle comunità cristiane — cioè di ognuno di noi — luoghi «così umani da essere umanamente inspiegabili»; al punto da far sorgere una domanda e un interesse spontaneo anche nei più lontani dalla Chiesa. Consapevoli che il regime della fu cristianità non potrà essere riesumato ma che il buon Dio ha una fantasia sicuramente superiore alla nostra e può inventarsi — e lo fa realmente — fatti nuovi di vita cristiana dentro la trama semplice e ordinaria della vita della Chiesa; fatti forse meno appariscenti ma più sostanziosi («l’operazione cristiana è un’operazione interna, molecolare, istologica, un avvenimento molecolare» diceva ancora Peguy) per rendere ancora più avvincente ed attuale, anche in questo nostro tempo, l’unica storia veramente interessante per l’uomo capitata duemila anni fa in Palestina.


martedì 13 aprile 2021

Padre Livinius realizza il suo desiderio e, grazie a Papa Francesco che ne autorizza l'ordinazione, è ormai "sacerdote per sempre"

Padre  Livinius realizza il suo desiderio e, 
grazie a Papa Francesco che ne autorizza l'ordinazione, è ormai "sacerdote per sempre"



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Padre Livinius, l’ordinazione sacerdotale nell’hospice

Il chierico dell’Ordine della Madre di Dio, affetto da grave leucemia, aveva scritto al Papa. Rito con Libanori nel Giovedì Santo, in un corridoio della struttura


Il vescovo Daniele Libanori, ausiliare di Roma per il settore Centro, ha ordinato sacerdote giovedì 1° aprile il chierico dell’Ordine della Madre di Dio Livinius Esomchi Nnamani, gravemente malato di leucemia, giunto dalla Nigeria due anni fa. Livinius aveva scritto di suo pugno il giorno prima a Papa Francesco dall’hospice del presidio sanitario Medical Group Casilino, dove è ricoverato.

«Il Papa, nel giro di un’ora – racconta padre Davide Carbonaro, parroco di Santa Maria in Portico in Campitelli – aveva risposto alla sua richiesta di ricevere l’ordinazione, incaricando il vescovo Libanori di presiedere il rito nel pomeriggio del Giovedì Santo. Durante la liturgia il vescovo ha unto le mani del neopresbitero con il Crisma consacrato dal Papa in mattinata nella basilica di San Pietro. Padre Livinius – prosegue il sacerdote – ha combattuto con tutte le sue forze per sconfiggere il male e nel contempo ha continuato i suoi studi. Ma le ultime complicazioni di salute lo hanno costretto a chiedere al Papa di realizzare il desiderio della sua vocazione». I fedeli a cui ha dato la sua prima benedizione sono stati i medici e gli infermieri che lo accudiscono. Intorno a lui, i religiosi della sua comunità di Campitelli e di San Giovanni Leonardi.

Il vescovo Libanori, durante il rito in un corridoio dell’ospedale, ha detto: «Con questo dono il Padre vuole sostenerti perché tu possa vivere in pienezza la prova alla quale ti ha chiamato. Da sacerdote sarai unito a Gesù per fare del tuo corpo un’offerta gradita a Dio. Il nostro sacerdozio infatti raggiunge il suo vertice quando, assieme al pane e al vino, sappiamo offrire tutto noi stessi, le cose che il Signore ci ha dato, e la nostra stessa vita».

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LA PASQUA DI LIVINIUS

Per volere di papa Francesco, in via straordinaria è stato ordinato sacerdote il Giovedì Santo, nell’hospice dove è ricoverato per leucemia



Papa Francesco non ha esitato un istante. Scritta di suo pugno, un’ora dopo aver ricevuto la richiesta, è partita l’autorizzazione a dare l’ordinazione sacerdotale a un giovane seminarista ricoverato in un hospice per leucemia. E il giovedì santo, quando si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e i presbiteri rinnovano le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione, le mani e il capo di Livinius sono state unte con il Crisma consacrato dal Papa in mattinata nella basilica di San Pietro.

La richiesta al Papa dei superiori di Livinius Esomchi Nnamani, 31 anni, arrivato due anni fa in Italia dalla Nigeria, era partita il mercoledì santo. Dopo poche ore a padre Daniele Libanori, vescovo ausiliare di Roma, arrivava l’autorizzazione ad amministrare l’ordinazione presso il presidio sanitario Medica Group Casilino. «Verso mezzogiorno del mercoledì ho ricevuto una mail con una copia del documento scritto a mano dal Papa. E il giovedì, alla messa crismale, ho avuto l’originale della lettera inviata al generale dell'Ordine della Madre di Dio, in cui si acconsentiva». Vista la situazione del ragazzo, infatti, non c’era tempo per passare tutta la trafila burocratica ordinaria. Dopo Pasqua la situazione verrà sanata sotto il profilo giuridico. A San Pietro Libanori si ritrova con padre Davide Carbonaro, parroco di Santa Maria in Portico in Campitelli e superiore della comunità che ha ospitato in questi anni il seminarista nigeriano. Prendono l’olio crismale appena consacrato e insieme agli altri confratelli si dirigono all’hospice. La direzione sanitaria trova uno spazio per la celebrazione, provvede a mettere in atto le norme di sicurezza anticovid, per un rito che prevede necessariamente il contatto fisico, con l’unzione del capo e delle mani dell’ordinando. Infermieri e medici partecipano alla celebrazione, con i parenti di Livinius collegati via social dalla Nigeria. «Era molto debole, sulla carrozzina, ma sorrideva e partecipava. Per due volte è riuscito a mettersi in piedi. È stata una celebrazione dignitosa e sobria. Dopo la consacrazione si è avvicinato e ha celebrato la sua prima messa con me», dice Libanori. «Ha dato la sua prima benedizione ai confratelli e ai medici presenti. C’è stata grande commozione, eravamo tutti consapevoli di condividere un momento importante di una vita agli sgoccioli, con la famiglia lontana». Durante l’omelia, rivolgendosi al giovane, il vescovo gli ha detto: «Attraverso questo dono il Padre vuole sostenerti perché tu possa vivere in pienezza la prova alla quale ti ha chiamato. Da sacerdote sarai unito a Gesù per fare del tuo corpo un'offerta gradita a Dio. Il nostro sacerdozio infatti raggiunge il suo vertice quando assieme al pane e al vino, sappiamo offrire tutto noi stessi, le cose che il Signore ci ha dato, e la nostra stessa vita».

Livinius a 20 anni, in Nigeria, ad Owerri,è entrato nell’Istituto dell'Ordine della Madre di Dio, nel seminario dedicato al fondatore, San Giovanni Leonardi, dove ha fatto la sua prima professione religiosa. Poi la scoperta della malattia, i tentativi di curarla nella sua terra e la decisione dei superiori di condurlo in Italia nella speranza di cure migliori. «È stato un calvario, le continue trasfusioni e le terapie non hanno avuto i risultati sperati», racconta padre Davide Carbonaro. «Livinius durante i periodi in cui si sentiva in forze ha continuato gli studi teologici all’ Angelicum e nello scorso settembre ha fatto i voti solenni. Ma subito dopo ha cominciato i lunghi mesi di degenza in Ospedale tentando alcune terapie che purtroppo non hanno prodotto buoni risultati».

Il giovane, racconta padre Carbonaro, «ha desiderato profondamente di portare a compimento la sua vocazione. Nonostante la sofferenza e la spossatezza che lo sta segnando, giovedì, il giorno della sua ordinazione, era felice. Mi è bastato quel suo sguardo profondo e riconoscente per ascoltare cosa passa in questo momento nel suo cuore», dice padre Davide. «Ho pensato molto alla mia vita sacerdotale: Livinius forse non avrà le possibilità che ho avuto io di annunciare il Vangelo e servire il popolo di Dio, ma il Signore lo ha scelto in questo sacerdozio tutto speciale unendolo a Lui. Mi fa molto pensare pregare e ringraziare per il dono inestimabile che abbiamo ricevuto per amore e solo per amore. Sono sicuro che la sua offerta, unita a quella di Cristo, farà bene alla Chiesa e ai preti chiamati a innamorarsi del loro ministero, a desiderare in ogni stagione della vita così come lo ha desiderato Livinius. Siamo grati a papa Francesco per questo dono di paternità e tenerezza». Il neosacerdote ha assicurato che «offrirà le sue preghiere per il ministero apostolico del Santo Padre». «L’annuncio della Buona Notizia», aveva ricordato la mattina Francesco alla messa crismale, «è legato misteriosamente alla persecuzione e alla Croce
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Vittoria Prisciandaro 03/04/2021)

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Guarda il video della sua professione solenne il 12/09/2020


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Vedi anche i post precedenti:

"La ricchezza del naufragio" di Enzo Bianchi

"La ricchezza del naufragio" 
di Enzo Bianchi 


La Repubblica - 12 aprile 2021

“Naufragium feci, bene navigavi”, ho fatto naufragio, ma ho navigato bene. Questo ossimoro dei filosofi greci dell’antichità, giunto fino a noi soprattutto nella formulazione di Erasmo da Rotterdam, non solo presenta la nostra vita come un viaggio, ma mette un sigillo sul naufragio, sulla “crisi” che ha sorpreso il navigatore. La crisi prima o poi sopraggiunge per tutti, ci coglie anche in modo inaspettato e inedito, e non possiamo rimuoverla. Da più di un anno viviamo in una crisi della quale non vediamo ancora con certezza la fine, perché questa pandemia continua a condizionare in modo grave la nostra esistenza. Causano sofferenza non solo la clausura obbligatoria e il mutamento dello stile di vita, ma soprattutto il venir meno per molti del lavoro e l’aumento della povertà, mai così estesa e profonda dal dopoguerra a oggi. È una stagione segnata dalla depressione, nella quale in molti soggetti più esposti e fragili si registrano gravi problemi psichici fino a sfociare a volte nel suicidio. E poi c’è il numero dei morti di COVID, circa il sette per cento ogni giorno: una vera e propria strage alla quale sembriamo ormai abituati. Sono i morti dell’età dello scarto, deceduti quasi sempre in silenzio, in solitudine, nell’anonimato di strutture e residenze per anziani… Sì, c’è chi arriva addirittura a dirlo: non sono produttivi, sono fuori età rispetto ai canoni che stabiliscono chi è meritevole di cure e di salvezza, meno degni di guarire rispetto ad altri. Basterebbe questo per discernere nell’essenziale la gravità della crisi.

Non dimentico due libretti della mia formazione che a distanza di decenni mi sembra siano stati per me di grande utilità: “Del buon uso della malattia”, e “Del buon uso delle crisi”. Testi ricchi di sapienza esperienziale, che sapevano innanzitutto aiutare ad assumere la catastrofe e la disgrazia. Perché la catastrofe, le crisi che sopraggiungono offrono la possibilità di evitare il peggio. Nei periodi tranquilli non penso a qualcuno, a un Dio che intervenga ad ammonirmi, mentre sono convinto che la malattia dell’altro costituisca già di per sé un invito a cercare la sua guarigione, se non altro per non ammalarmi anch’io. E poi credo che molto peggio del naufragio sia il condurre una vita senza naufragi, ma restando sempre alla superficie della realtà, come recita il salmo: “L’umano nel benessere non capisce, ma va avanti come gli animali verso il mattatoio”.

Il primo risultato della crisi, ciò che veramente dovrebbe insegnare, è la responsabilità. Ogni gesto umano e ogni omissione dipendono sempre da una responsabilità, dal saper dare una risposta prendendo in considerazione le conseguenze delle proprie scelte: consapevolezza necessaria per prendere parte alla vita della polis. Negligenze, omissioni con gravi conseguenze, addirittura con esiti mortali, devono essere giudicate e sanzionate facendo emergere la responsabilità. Ora invece i mass media riportano tutta una quantità di denunce, recriminazioni, violazioni dei doveri elementari, senza che venga mai individuato un responsabile. I responsabili non vengono né ricercati né sanzionati. La crisi sembra non insegnare nulla, neanche l’assunzione di responsabilità.


lunedì 12 aprile 2021

Tonio Dell'Olio: Solidarietà senza confini

Solidarietà senza confini

Scritto da Tonio Dell'Olio
pubblicato in Mosaico dei Giorni il 12 aprile 2021


Ma chi l'ha detto che la solidarietà si fa solo coi soldi? Solo una mentalità come la nostra, sacrilegamente blandita dal culto del Dio denaro, poteva immaginare un simile travisamento!

La solidarietà è mettersi in gioco. È essenzialmente dono. Del tempo, dei talenti, delle sensibilità, delle competenze, della professionalità. Nell'inondazione delle giornate nazionali e mondiali, ieri si è celebrata quella della donazione di organi e tessuti. Una solidarietà post mortem che si decide oggi. Nella logica del seme che muore donando la vita. In questo caso a chi ha bisogno di un fegato nuovo, di cornee e di reni. Una questione tanto delicata che persino la malavita internazionale ha pensato di avviare un "ramo di attività" nel redditizio traffico d'organi umani. Ragione in più per esserci: estinguere l'appetito mafioso da questo che appare come il più turpe di tutti i traffici illeciti. Guai a pensare che "passata la festa, gabbato lo santo" perché la Giornata ha il solo scopo di ricordarci che ogni giorno è quello buono per sottoscrivere l'atto di volontà di donazione che si può scaricare dal sito web dell'AIDO (Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule) e allargare il confine della solidarietà.



Chi decide sull’acqua?


Chi decide sull’acqua?

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Dei vaccini si continua a sapere poco ma si parla probabilmente troppo. Delle mascherine, in Europa, non si parla più, il tempo in cui la loro reperebilità era un problema è lontano. Si tornerà a parlarne, prima o poi, in una drammatica chiave ambientale. Della prima, essenziale difesa dell’umanità di fronte a ogni epidemia non si è parlato invece proprio per niente. Si pensa, forse, che non sia un problema “nostro”, l’acqua. Magari come non sembrava esserlo, solo un anno fa, il virus “cinese”. Per i tre miliardi di persone del mondo che non dispongono di installazioni sicure per lavarsi bene le mani, quel problema grida invece forte e ogni giorno. Lo fa di certo, tuttavia, anche per chi riesce a guardare con rigore e lungimiranza dentro il Piano Nazionale Resilienza e Ripresa (PNRR) che, ispirato dalla grande opera di demolizione di quel che resta della democrazia istituzionale, riserva proprio alla “riforma del settore idrico” un’offensiva rilevante a suon di privatizzazioni e quotazioni di borsa. L’avversione di Mario Draghi verso la stessa idea dell’acqua pubblica, d’altra parte, non è certo una novità per chi non consideri la memoria un fastidioso preconcetto verso la “nuova” scena politica nazionale. La ripubblicizzazione del servizio idrico prevista dalla legge per l’acqua pubblica è rimasta indiscussa per oltre due anni nella Commissione Ambiente della Camera, il fatto che oggi non si riesca a vedere quanto il dilagare della pandemia ne imponga l’urgenza è un segno dei tempi che parla da solo. Quanto e forse più delle varianti del virus

foto pixabay

Il “governo dei migliori” e il Recovery Plan ci vengono venduti come soluzioni salvifiche che cancelleranno i peccati dal nostro paese “restituendo” prosperità e benessere. La realtà però racconta di una gravissima sovversione della democrazia e di un piano infarcito della stessa cultura liberista che ci ha condotto alla situazione attuale, e che punta ancora alla privatizzazione dell’acqua. A poco più di 20 giorni dalla consegna del “nostro” PNRR (Piano Nazionale Resilienza e Ripresa) alla Commissione europea, a che punto siamo?

La sovversione della democrazia

Il Parlamento è stato costretto a lavorare per settimane sulla versione approvata il 12 gennaio scorso dal passato governo e solo a metà marzo sono state depositate alcune note tecniche integrative che in realtà riscrivono da capo diverse parti del Piano rendendo così vano il dibattito sviluppato sino a quel momento nelle Commissioni. Da evidenziare come tali note siano scritte in inglese il che denota l’intenzione di limitare il coinvolgimento e, probabilmente, conferma anche la compartecipazione alla stesura della società di consulenza McKinsey.

Di fatto, persino il Parlamento è stato esautorato dalla possibilità di incidere e decidere su interventi, investimenti e scelte che condizioneranno il futuro del nostro paese e attraverso una vera e propria secretazione dei documenti all’opinione pubblica è stata completamente preclusa qualsiasi forma di partecipazione.
Non si è così dato modo di sviluppare un dibattito pubblico e democratico nel paese come se il cosiddetto “governo dei migliori” fosse automaticamente insignito della potestà di decidere in solitudine del futuro del paese. Il tutto con un Presidente del Consiglio che non è mai stato eletto dai cittadini.
Un processo autoritario che intendiamo denunciare con forza perché svilisce ulteriormente i processi democratici, tanto quelli costituzionalmente garantiti quanto quelli basati sulla partecipazione diretta delle comunità alle decisioni fondamentali per costruire scenari di giustizia sociale ed ambientale.
Si conferma così una deriva che s’inserisce nel progressivo svuotamento dei poteri delle istituzioni democratiche che, da garanti dei diritti e dell’interesse generale, diventano mere esecutrici dell’espansione della sfera d’influenza dei grandi interessi finanziari sulla società.

Le privatizzazioni in salsa verde

Le cosiddette note tecniche, che di fatto riscrivono completamente alcune parti del PNRR, confermano l’impostazione di un Piano volto a rafforzare l’attuale modello economico-sociale inglobando in esso anche la questione ambientale, prefigurando così una nuova fase di capitalismo digitale e, all’apparenza, verde.

Nello specifico dell’acqua le risorse stanziate non risultano modificate pertanto permangono del tutto insufficienti.
Risulta decisamente peggiorativa, rispetto alla versione precedente, la cosiddetta “riforma” nel settore idrico che ora punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione nel sud Italia prevedendo addirittura una scadenza al 2022 per un generico adeguamento alla disciplina nazionale ed europea ma con un ben più puntuale riferimento a criteri che guardano alla costruzione di grandi soggetti gestori, sul modello delle multiutility quotate in Borsa, che si ammantino della capacità di rafforzare il processo di industrializzazione realizzando economie di scala e riducendo il divario tra il centro-nord e il sud del Paese.
Di fatto si costituirebbero una o più aziende per il Meridione che assumerebbero un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie e sul modello di quelle che ad oggi hanno dimostrato la loro efficienza solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.
Da tempo sosteniamo la necessità di una gestione alternativa proprio a quella politica privatistica responsabile delle tante carenze prodotte soprattutto a livello delle grandi infrastrutture idriche, tra l’altro non solo nel Sud Italia.
Inoltre, nelle note si fa riferimento a “memoranda”, che il Ministero dell’Ambiente (oggi Ministero della Transizione Ecologica) dovrebbe definire e imporre alle regioni e agli Enti di Governo, inseriti all’interno del progetto non a caso chiamato “Mettiamoci in riga” (parte del PON Governance 2014-2020) che implicano la messa in tutela del Mezzogiorno da parte del governo e l’idea che i finanziamenti del PNRR arrivano sotto quelle condizionalità.
In ultimo, si attribuisce un ruolo centrale ad ARERA seppur si è costretti ad ammettere che la sua iniziativa ha garantito un’insufficiente ripresa degli investimenti.

Se fosse confermata questa versione saremo di fronte a un’impressionante accelerazione verso la privatizzazione in spregio alla volontà popolare espressa chiaramente con i referendum del 2011.


Una protesta del Forum abruzzese. Foto tratta dalla community facebook


L’avversione del “Drago” per l’acqua pubblica

D’altronde Draghi non ha mai dissimulato la volontà di contraddire l’esito referendario visto che il 5 agosto 2011, solo 1 mese e mezzo dopo lo svolgimento della consultazione, in qualità di Governatore della Banca d’Italia firmò, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Trichet, la oramai famigerata lettera all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in cui, tra le varie riforme “strutturali”, indicava come “necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”

L’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risulta in “perfetta” continuità con suddette indicazioni e rimane, dunque, una risposta del tutto errata alla crisi pandemica che non affronta le questioni di fondo emerse in questi anni e soprattutto negli ultimi mesi, mantenendo un’impostazione completamente permeata e subalterna ad una logica privatistica ed estrattivista volta alla massimizzazione del profitto e per questo nelle prossime settimane ci mobiliteremo, anche partecipando alla mobilitazione nazionale “Recovery PlanET” promossa dalla rete “La Società della Cura” per sabato 10 aprile, chiedendo una modifica radicale nella direzione di stanziare investimenti pubblici per la ripubblicizzazione del servizio idrico così come previsto dalla legge per l’acqua pubblica colpevolmente rimasta indiscussa da oltre due anni in Commissione Ambiente della Camera, per la ristrutturazione delle reti idriche e per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.
(fonte: Comune.INFO 09/04/2021)

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Vedi anche alcuni dei nostri post più recenti sull'acqua:

domenica 11 aprile 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica di Pasqua – Anno B




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  II Domenica di Pasqua Anno B

11 aprile 2021  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù, che lasciandosi crocifiggere dagli uomini, ci ha rivelato il grande amore del Padre verso tutte le sue creature, è davvero risorto ed è il Vivente, che viene in mezzo a noi con il suo Spirito. Guidati e sostenuti dal soffio dello Spirito, innalziamo al Figlio Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/ Mio Signore e mio Dio.


Lettore 

- Signore, continua ad alitare il tuo Spirito sulla tua Chiesa, perché sia in grado di corrispondere con la stessa gratuità al tuo dono di amore e possa così presentarsi al mondo come una vera comunità di fratelli e di sorelle, che fanno del tuo comandamento l’unica legge della loro vita. Preghiamo.

- Fa’ scendere, Signore, su ogni angolo della terra la tua pace e la tua misericordia. La presenza del tuo Spirito nel cuore degli uomini sospinga tutta l’umanità e tutti i popoli verso i sentieri che conducono alla mensa della convivialità tra diversi. Ispira le nazioni, che detengono armi atomiche, ad abbandonare questa presunta sicurezza per cercare, invece, insieme a tutti gli altri il bene ed il futuro dell’umanità. Preghiamo.

- Signore, Tu che sei forza e principio di vita nuova, guarda con misericordia il nostro Paese, così provato dalla pandemia, ma così diviso tra le varie entità regionali. Facci uscire dal peccato di individualismo e da quella furbizia, che ci rinserra nei nostri egoismi e nelle nostre paure. Preghiamo.

- La tua presenza, Signore, discreta ma incisiva, dia nuovo vigore alle nostre relazioni. Fa’ che le nostre comunità ecclesiali e in particolare le nostre famiglie, comunità domestiche, siano sempre più luoghi di vita, luoghi dove si sperimenta l’accoglienza reciproca, la misericordia, il perdono, la consolazione e non il silenzio, la violenza ed in alcuni casi anche la morte. Preghiamo.

- Davanti a te, o Signore Misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della mancanza di sicurezza sul lavoro, delle vittime dell’omofobia e misoginia, dell’usura e della droga. Verso tutti mostra il tuo Volto di Riconciliazione e di Pace. Preghiamo.


Colui che presiede 

Signore Gesù, morto e risorto per la nostra salvezza, ascolta la preghiera della tua Chiesa e manifesta ancora a tutti i prodigi del tuo amore e della tua misericordia. Tu, che vivi e regni nei secoli dei secoli. AMEN.


Papa Francesco Domenica della Divina Misericordia - Omelia: «Gesù dopo la sua risurrezione, opera la “risurrezione dei discepoli”... Per Dio nessuno è sbagliato, nessuno è inutile, nessuno è escluso.» - Regina Coeli: «Vi auguro di sentirvi sempre misericordiati per essere a vostra volta misericordiosi.» 11/04/2021 (foto, testo e video)

SANTA MESSA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Chiesa di Santo Spirito in Sassia
II Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia), 11 aprile 2021


Nella II Domenica di Pasqua della Divina Misericordia, dedicata al culto promosso da santa Faustina Kowalska, per la seconda volta Papa Francesco ha celebrato la Messa "in forma privata" nella Chiesa romana di Santo Spirito in Sassia.
Concelebrano con il Papa alcuni Missionari della Misericordia, istituiti durante il Giubileo della Misericordia.
In ottemperanza alle norme vigenti volte a ridurre il contagio da Covid-19, la capienza della chiesa è stata ridotta; partecipano alla Messa, infatti, circa 80 persone, per questo il Papa celebra "in forma privata". Sono presenti alla celebrazione eucaristica di Papa Francesco un gruppo di detenuti e di detenute dal carcere di Regina Cæli, Rebibbia femminile e Casal del Marmo di Roma, alcune Suore Ospedaliere della Misericordia, una rappresentanza di infermieri dell’Ospedale di S. Spirito in Sassia, alcune persone con disabilità, una famiglia di migranti dall’Argentina, dei giovani rifugiati provenienti da Siria, Nigeria ed Egitto, tra cui due persone egiziane appartenenti alla Chiesa copta e un volontario Caritas siriano appartenente alla Chiesa cattolica sira.


 





OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Gesù risorto appare ai discepoli più volte. Con pazienza consola i loro cuori sfiduciati. Dopo la sua risurrezione, opera così la “risurrezione dei discepoli”. Ed essi, risollevati da Gesù, cambiano vita. Prima, tante parole e tanti esempi del Signore non erano riusciti a trasformarli. Ora, a Pasqua, succede qualcosa di nuovo. E avviene nel segno della misericordia. Gesù li rialza con la misericordia – li rialza con la misericordia – e loro, misericordiati, diventano misericordiosi. È molto difficile essere misericordioso se uno non si accorge di essere misericordiato.

1. Anzitutto vengono misericordiati, attraverso tre doni: dapprima Gesù offre loro la pace, poi lo Spirito, infine le piaghe. 
In primo luogo dà loro la pace. Quei discepoli erano angosciati. Si erano chiusi in casa per timore, per paura di essere arrestati e di fare la stessa fine del Maestro. Ma non erano chiusi solo in casa, erano chiusi anche nei loro rimorsi. Avevano abbandonato e rinnegato Gesù. Si sentivano incapaci, buoni a nulla, sbagliati. Gesù arriva e ripete due volte: «Pace a voi!». Non porta una pace che toglie i problemi di fuori, ma una pace che infonde fiducia dentro. Non una pace esteriore, ma la pace del cuore. Dice: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). È come se dicesse: “Vi mando perché credo in voi”. Quei discepoli sfiduciati vengono rappacificati con sé stessi. La pace di Gesù li fa passare dal rimorso alla missione. La pace di Gesù suscita infatti la missione. Non è tranquillità, non è comodità, è uscire da sé. La pace di Gesù libera dalle chiusure che paralizzano, spezza le catene che tengono prigioniero il cuore. E i discepoli si sentono misericordiati: sentono che Dio non li condanna, non li umilia, ma crede in loro. Sì, crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi. “Ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi” (cfr S. J.H. Newman, Meditations and Devotions, III,12,2). Per Dio nessuno è sbagliato, nessuno è inutile, nessuno è escluso. Gesù oggi ripete ancora: “Pace a te, che sei prezioso ai miei occhi. Pace a te, che sei importante per me. Pace a te, che hai una missione. Nessuno può svolgerla al tuo posto. Sei insostituibile. E Io credo in te”.

In secondo luogo, Gesù misericordia i discepoli offrendo loro lo Spirito Santo. Lo dona per la remissione dei peccati (cfr vv. 22-23). I discepoli erano colpevoli, erano scappati via abbandonando il Maestro. E il peccato tormenta, il male ha il suo prezzo. Il nostro peccato, dice il Salmo (cfr 51,5), ci sta sempre dinanzi. Da soli non possiamo cancellarlo. Solo Dio lo elimina, solo Lui con la sua misericordia ci fa uscire dalle nostre miserie più profonde. Come quei discepoli, abbiamo bisogno di lasciarci perdonare, dire dal cuore: “Perdono Signore”. Aprire il cuore per lasciarci perdonare. Il perdono nello Spirito Santo è il dono pasquale per risorgere dentro. Chiediamo la grazia di accoglierlo, di abbracciare il Sacramento del perdono. E di capire che al centro della Confessione non ci siamo noi con i nostri peccati, ma Dio con la sua misericordia. Non ci confessiamo per abbatterci, ma per farci risollevare. Ne abbiamo tanto bisogno, tutti. Ne abbiamo bisogno come i bimbi piccoli, tutte le volte che cadono, hanno bisogno di essere rialzati dal papà. Anche noi cadiamo spesso. E la mano del Padre è pronta a rimetterci in piedi e a farci andare avanti. Questa mano sicura e affidabile è la Confessione. È il Sacramento che ci rialza, che non ci lascia a terra a piangere sui pavimenti duri delle nostre cadute. È il Sacramento della risurrezione, è misericordia pura. E chi riceve le Confessioni deve far sentire la dolcezza della misericordia. E questa è la via di coloro che ricevono le confessioni della gente: far sentire la dolcezza della misericordia di Gesù che perdona tutto. Dio perdona tutto.

Dopo la pace che riabilita e il perdono che risolleva, ecco il terzo dono con cui Gesù misericordia i discepoli: Egli offre loro le piaghe. Da quelle piaghe siamo guariti (cfr 1 Pt 2,24; Is 53,5). Ma come può una ferita guarirci? Con la misericordia. In quelle piaghe, come Tommaso, tocchiamo con mano che Dio ci ama fino in fondo, che ha fatto sue le nostre ferite, che ha portato nel suo corpo le nostre fragilità. Le piaghe sono canali aperti tra Lui e noi, che riversano misericordia sulle nostre miserie. Le piaghe sono le vie che Dio ci ha spalancato perché noi entriamo nella sua tenerezza e tocchiamo con mano chi è Lui. E non dubitiamo più della sua misericordia. Adorando, baciando le sue piaghe scopriamo che ogni nostra debolezza è accolta nella sua tenerezza. Questo succede in ogni Messa, dove Gesù ci offre il suo Corpo piagato e risorto: Lo tocchiamo e Lui tocca le nostre vite. E fa scendere il Cielo in noi. Le sue piaghe luminose squarciano il buio che noi ci portiamo dentro. E noi, come Tommaso, troviamo Dio, lo scopriamo intimo e vicino, e commossi gli diciamo: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). E tutto nasce da qui, dalla grazia di essere misericordiati. Da qui comincia il cammino cristiano. Se invece ci basiamo sulle nostre capacità, sull’efficienza delle nostre strutture e dei nostri progetti, non andremo lontano. Solo se accogliamo l’amore di Dio potremo dare qualcosa di nuovo al mondo.

2. Così hanno fatto i discepoli: misericordiati, sono diventati misericordiosi. Lo vediamo nella prima Lettura. Gli Atti degli Apostoli raccontano che «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (4,32). Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro. Ed è tanto più sorprendente se pensiamo che quegli stessi discepoli poco prima avevano litigato su premi e onori, su chi fosse il più grande tra di loro (cfr Mc 10,37; Lc 22,24). Ora condividono tutto, hanno «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Come hanno fatto a cambiare così? Hanno visto nell’altro la stessa misericordia che ha trasformato la loro vita. Hanno scoperto di avere in comune la missione, di avere in comune il perdono e il Corpo di Gesù: condividere i beni terreni è sembrato conseguenza naturale. Il testo dice poi che «nessuno tra loro era bisognoso» (v. 34). I loro timori si erano dissolti toccando le piaghe del Signore, adesso non hanno paura di curare le piaghe dei bisognosi. Perché lì vedono Gesù. Perché lì c’è Gesù, nelle piaghe dei bisognosi.

Sorella, fratello, vuoi una prova che Dio ha toccato la tua vita? Verifica se ti chini sulle piaghe degli altri. Oggi è il giorno in cui chiederci: “Io, che tante volte ho ricevuto la pace di Dio, che tante volte ho ricevuto il suo perdono e la sua misericordia, sono misericordioso con gli altri? Io, che tante volte mi sono nutrito del Corpo di Gesù, faccio qualcosa per sfamare chi è povero?”. Non rimaniamo indifferenti. Non viviamo una fede a metà, che riceve ma non dà, che accoglie il dono ma non si fa dono. Siamo stati misericordiati, diventiamo misericordiosi. Perché se l’amore finisce con noi stessi, la fede si prosciuga in un intimismo sterile. Senza gli altri diventa disincarnata. Senza le opere di misericordia muore (cfr Gc 2,17). Fratelli, sorelle, lasciamoci risuscitare dalla pace, dal perdono e dalle piaghe di Gesù misericordioso. E chiediamo la grazia di diventare testimoni di misericordia. Solo così la fede sarà viva. E la vita sarà unificata. Solo così annunceremo il Vangelo di Dio, che è Vangelo di misericordia.

Guarda il video dell'Omelia


Alla fine della messa, Papa Francesco ha recitato il Regina Coeli.


REGINA CAELI

Prima di concludere questa celebrazione, vorrei ringraziare quanti hanno collaborato per prepararla e per trasmetterla in diretta. E saluto tutti coloro che sono collegati tramite i media.

Un saluto particolare rivolgo a voi, presenti qui nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, Santuario della Divina Misericordia: fedeli abituali, personale infermieristico, carcerati, persone con disabilità, rifugiati e migranti, Suore Ospedaliere della Divina Misericordia, volontari della Protezione Civile.

Voi rappresentate alcune realtà nelle quali la misericordia si fa concreta, si fa vicinanza, servizio, attenzione alle persone in difficoltà. Vi auguro di sentirvi sempre misericordiati per essere a vostra volta misericordiosi.

La Vergine Maria, Madre della Misericordia, ottenga questa grazia a tutti noi.

Guarda il video


Al termine il Santo Padre ha voluto salutare ad uno ad uno tutti i presenti nella chiesa di Santo Spirito in Sassia



 

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