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mercoledì 20 maggio 2026

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

venerdì 8 maggio 2026

Tonio Dell'Olio Il nucleare che fa paura

Tonio Dell'Olio
 
Il nucleare che fa paura

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  7 maggio 202

Certo che sarei preoccupato se l’Iran riuscisse a portare a compimento il suo programma nucleare militare e a dotarsi dell’arma atomica. Ma non è che oggi si possa dormire sonni tranquilli sapendo che il “fatidico bottone” è già nelle mani di altri leader del pianeta come Kim Jong-un.

Per quale ragione dovrebbe rassicurarmi sapere che una capacità di distruzione così assoluta appartiene anche a governi che cambiano con gli umori della politica, delle tensioni internazionali o perfino dell’instabilità di un presidente che farnetica ogni giorno negando ciò che ha affermato il giorno prima e minacciando minacciando minacciando? 

Il problema non è soltanto chi potrebbe entrare nel club atomico, ma il fatto stesso che continui a esistere quel club. 

Gli Stati Uniti sono peraltro l’unica nazione ad aver usato la bomba atomica e le vittime di Hiroshima e Nagasaki gridano ancora giustizia. Nessuna Norimberga ha mai giudicato quel massacro, mentre il mondo continua a considerare “legittimo” che alcune potenze custodiscano migliaia di testate capaci di cancellare la vita sulla Terra. 

Il vero obiettivo non può essere impedire agli altri di avere il nucleare militare mentre i più forti si sfilano persino dal Trattato di non proliferazione. 

L’unica strada credibile è il disarmo nucleare globale, progressivo e verificabile. Tutto il resto significa convivere ogni giorno con la possibilità dell’irreparabile.


sabato 13 settembre 2025

Vignarca (Rete Pace e Disarmo): “Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Droni in Polonia
Vignarca (Rete Pace e Disarmo):
“Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese.

(Foto ANSA/SIR)

“Sì, è vero: stiamo andando verso un baratro. Non so se siamo già sull’orlo o se ci separa ancora una certa distanza, ma il problema è che ci stiamo avvicinando. Dal mio punto di vista, non è tanto importante sapere quanto siamo vicini al punto di non ritorno, quanto piuttosto acquisire consapevolezza della direzione che stiamo prendendo. E purtroppo, quella direzione è chiara”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese. “Noi, come mondo della pace, del disarmo e della nonviolenza, lo diciamo da tempo”, aggiunge Vignarca. “Non solo negli ultimi tre anni, in cui tutto è diventato più evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma da molto prima. Conosciamo purtroppo molto bene le dinamiche di militarizzazione e l’aumento costante delle spese militari.

Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma tutto questo non fa che preparare il terreno per molte altre violazioni: bombardamenti su paesi sovrani, violazioni del diritto internazionale, uccisioni che non cambiano nulla”.

Il card. Pietro Parolin, parlando ai giornalisti, non ha nascosto la sua preoccupazione per “il rischio di una guerra di più largo raggio”.
Il cardinale Parolin rappresenta un’istituzione, la Chiesa cattolica, che da tempo – con lui, con Papa Francesco e anche con Papa Leone – ammonisce contro la militarizzazione, l’aumento delle spese militari, gli interessi dell’industria bellica e il pericolo nucleare. Quindi, quando Parolin parla di un baratro che si avvicina, non fa altro che ribadire ciò che è sempre stato detto.

Il presidente Sergio Mattarella parlando in Slovenia ha paragonato l’attuale livello di tensione a quella che precedette la Prima Guerra Mondiale.
La politica non può oggi fingere di scoprire l’esistenza di questo pericolo. Ci sono somiglianze tra quello che viviamo oggi e quello che abbiamo vissuto nel passato. Ma i pacifisti lo stanno denunciando da tempo. È ora di ascoltare chi da tempo lancia l’allarme.

Perché il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta.

Perché si fa fatica ad ascoltare questi moniti?

Mi viene un’analogia storica significativa. Più di cent’anni fa, Benedetto XV affermava: “Tutto è perduto con la guerra”. E lo stesso hanno detto Papa Francesco e Papa Leone: con la guerra si perde tutto. È necessario cambiare mentalità, cambiare prospettiva, cambiare approccio. La guerra e le armi non sono la soluzione. Al contrario, aggravano il problema, lo rendono più complesso.

Dove si sta sbagliando?
Da almeno tre o quattro anni ripetiamo che anche i conflitti più estremi — pur avendo responsabilità chiare, come nel caso di Putin — sono il sintomo di un mondo che ha perso la capacità di governarsi. L’ordine mondiale non esiste più, lo squilibrio è sempre più evidente. Lo abbiamo visto anche di recente, al Vertice di Pechino, dove molti Paesi hanno detto chiaramente: “Non vogliamo più essere trattati come quelli di serie B”. Finché non affrontiamo questo nodo, finché non recuperiamo lo spirito di Helsinki (dove proprio 50 anni fa vennero firmati gli accordi finali della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa capaci di mettere in crisi la prospettiva bloccata della “guerra fredda”) non potremo costruire un futuro diverso. E’ urgente tornare a sedersi attorno a un tavolo per decidere insieme come vogliamo gestire il mondo.

L’alternativa altrimenti qual è?
I conflitti continueranno a moltiplicarsi. Anche perché ci sono interessi che li alimentano: quelli dell’industria militare e dei fondi finanziari che la controllano. Questi attori hanno bisogno che la bolla della guerra continui, che la spesa militare cresca, che la militarizzazione si espanda. Perché così le aziende aumentano il loro valore in borsa, e con esse crescono i patrimoni e le ricchezze di chi le possiede.

Come salvarsi?
La prima condizione è riconoscere ciò che sta accadendo, comprendere le dinamiche profonde che alimentano i conflitti e smettere di affrontare le guerre e la militarizzazione con la logica semplicistica dell’invasore e dell’invaso, dell’aggressore e dell’aggredito, dei buoni e dei cattivi. Non funziona così. La realtà è molto più complessa, intrecciata, e coinvolge responsabilità diverse, distribuite in modi e gradi differenti. Non esiste chi ha sbagliato tutto e chi ha fatto tutto bene. Questo è l’errore: aderire a una visione binaria. Cedere alla banalizzazione. Ed è proprio su questa semplificazione che la guerra trova terreno fertile. Distruggere è facile. Costruire è difficile, richiede tempo, fatica, compromessi. È un percorso incerto che chiede pazienza, umiltà, capacità di ascolto. È per questo che Papa Francesco, e prima di lui Don Tonino Bello, hanno parlato di “artigiani della pace”. La pace non si produce in serie. È un lavoro lento, fatto di gesti concreti, di riconoscimento delle ferite altrui, anche quando quelle ferite sono conseguenza di azioni nostre.

Serve il coraggio di concedere, di comprendere, di dialogare.

Cosa serve invece per essere un buon leader politico oggi?
Serve testa e tranquillità. Serve testa per non lasciarsi trascinare dalla retorica bellica che giova solo ai signori della guerra e a chi trae vantaggio dai conflitti. E serve tranquillità perché, quando ci si avvicina al baratro, bisogna capire perché ci si sta andando. Bisogna chiedersi se, in qualche modo, abbiamo sbagliato anche noi. E solo con calma si può premere il freno, aprire la portiera e salvarsi. E’ chiaro che le scelte giuste non sono quelle che ci hanno portato fin qui: l’aumento insensato della spesa militare, la fiducia cieca nelle armi come soluzione magica ai conflitti, il silenziamento di chi, da tempo, aveva già visto il baratro avvicinarsi.

Ora che è sotto gli occhi di tutti, non possiamo più ignorarlo.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 12/09/2025)


giovedì 7 agosto 2025

80 anni dopo ” La pace non si costruisce con le armi nucleari”

80 anni dopo ” La pace non si costruisce con le armi nucleari”


(COMUNICATO dei presidenti di Pax Christi, Azione Cattolica, Acli, Agesci, Movimento dei Focolari, Associazione Comunità papa Giovanni XXIII)

L’Italia ratifichi il Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari, a 80 anni da Hiroshima

Nel giorno in cui il mondo ricorda con dolore e vergogna il bombardamento atomico di Hiroshima, rilanciamo con forza l’appello al Parlamento e al Governo italiano: si ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e si prenda una posizione chiara contro la folle corsa al riarmo in atto nel nostro tempo. In un mondo lacerato da guerre, minacce e tensioni internazionali sempre più pericolose, il Trattato entrato in vigore il 22 gennaio 2021, rappresenta una svolta storica nella costruzione di un ordine mondiale fondato non sulla deterrenza della distruzione, ma sulla responsabilità condivisa, sul diritto internazionale e sul primato della vita umana. Papa Francesco aveva affermato con chiarezza che “è immorale non solo l’uso, ma anche il possesso e la produzione delle armi nucleari”. Anche Papa Leone XIV ha recentemente rimarcato che “la prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro”.

La logica della deterrenza non garantisce la pace, ma perpetua il pericolo. È una logica antica, che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte alle sfide globali, alle interdipendenze planetarie, alla necessità di salvare l’umanità dalla distruzione ecologica e nucleare.

L’Italia, Paese che ha fatto della pace un principio costituzionale e un tratto distintivo della sua presenza internazionale, faccia una scelta coraggiosa e lungimirante: aderire al TPNW, schierarsi per il disarmo nucleare, investire nella diplomazia, nella cooperazione e nella sicurezza condivisa.

L’alternativa si chiama complicità e, di certo, porta ad un mondo meno sicuro, ad un futuro meno rispettoso della dignità umana. In un tempo in cui la guerra sta interessando direttamente l’Europa e il vicino Oriente, con la sua scia di orrori e di distruzioni, ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, come da anni chiediamo in sintonia con la Campagna “Italia, ripensaci!”, rappresenterebbe un forte messaggio di pace e un preciso invito, rivolto anche agli altri paesi Nato, ad abbandonare la logica della deterrenza nucleare.

Questo è il tempo della responsabilità. Questo è il tempo di dire: mai più Hiroshima. Mai più armi nucleari.

Roma, 4 agosto 2025

Giuseppe Notarstefano, Presidente nazionale Azione Cattolica Italiana
Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale ACLI
Matteo Fadda, Presidente Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Francesco Scoppola e Roberta Vincini, Presidenti nazionali AGESCI
Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, Responsabili nazionali Movimento dei Focolari Italia
Mons Giovanni Ricchiuti, Presidente Pax Christi Italia

(fonte: Pax Christi Italia)


lunedì 21 ottobre 2024

“Fermiamo le guerre, il tempo della Pace è ora”. In 7 piazze Giornata di mobilitazione nazionale


“Fermiamo le guerre, il tempo della Pace è ora”. In 7 piazze Giornata di mobilitazione nazionale

Sabato 26 ottobre 7 piazze italiane (“come i colori di un arcobaleno pacifista”) grideranno a gran voce le proposte della società civile che chiede percorsi di pace, disarmo, giustizia sociale e climatica. Mobilitazione promossa da cinque realtà: Europe for Peace, Rete italiana Pace e Disarmo, Fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace, AssisiPaceGiusta e Sbilanciamoci


Presentata la Giornata di mobilitazione nazionale “Fermiamo le guerre, il tempo della Pace è ora”. Sabato 26 ottobre 7 piazze italiane (“come i colori di un arcobaleno pacifista”) grideranno a gran voce le proposte della società civile che chiede percorsi di pace, disarmo, giustizia sociale e climatica.
“In un contesto internazionale sempre più militarizzato e segnato da guerre, sofferenze e scelte politiche senza investimenti reali in diplomazia, è essenziale dire insieme: ‘Basta con l’impunità. Basta con la complicità. Basta con l’inazione’”, affermano i promotori dell’iniziativa.

La modalità di mobilitazione scelta dalle cinque Reti promotrici della Giornata (Europe for Peace, Rete italiana Pace e Disarmo, Fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace, AssisiPaceGiusta, Sbilanciamoci) vede l’organizzazione di manifestazioni su tutto il territorio nazionale, “per raccogliere e rendere evidente come la grande maggioranza dell’opinione pubblica italiana voglia un cambio di rotta delle istituzioni nazionali ed internazionali: le guerre che devastano il mondo devono essere fermate, per iniziare a costruire un tempo della Pace possibile. Ora”.

Nella giornata di sabato attivisti e membri delle oltre 300 organizzazioni che hanno dato la propria adesione alla Giornata, insieme a tante cittadine e cittadini preoccupati delle situazioni che stanno vivendo, si ritroveranno nei cortei in preparazione a Bari, Cagliari, Firenze, Milano, Palermo, Roma e Torino. Dal mattino al pomeriggio grazie agli interventi previsti nelle piazze e sui palchi verranno rilanciati i contenuti della Piattaforma di convocazione della Giornata. Un vero e proprio elenco dei temi fondamentali e cruciali per costruire una prospettiva di Pace: da qui si partirà per campagne e azioni quotidiane della società civile italiana.

“Il nostro lavoro non si limita alla Giornata di Mobilitazione, che è invece segno e strumento di una larga convergenza su proposte e richieste di Pace, Disarmo e Nonviolenza che le istituzioni italiane ed europee non possono più ignorare. Perché non si possono più ignorare i troppi morti e le tante distruzioni che caratterizzano le decine di guerre (non solo le più visibili) in corso nel mondo”, concludono i promotori della Giornata.

Ecco il programma delle piazze.
  • Bari - ore 9.30 - Ritrovo in Piazza Massari, corteo fino a Piazza Libertà (Prefettura)
  • Cagliari - ore 10.00 - Corteo con partenza da Piazza del Carmine
  • Firenze - ore 14.00 - Corteo con partenza da Piazza Santa Maria Novella
  • Milano - ore 14.30 - Corteo con partenza dall'Arco della Pace
  • Palermo - ore 10.00 - Ritrovo in Piazza F. Crispi (Croci), corteo fino a Piazza Verdi (Massimo)
  • Roma - ore 14.30 - Corteo con partenza da Porta San Paolo
  • Torino - ore 14.30 - Ritrovo in Piazza Arbarello, corteo fino a Piazza Castello
(fonte: Redattore Sociale 18/10/2024)

mercoledì 21 agosto 2024

Il commercio di armi continua ad alimentare guerre: a 10 anni dal Trattato ATT necessario che gli Stati parti lo applichino integralmente

Il commercio di armi continua ad alimentare guerre:
a 10 anni dal Trattato ATT necessario che gli Stati parti lo applichino integralmente



E’ iniziata il 19 agosto a Ginevra la Decima conferenza degli Stati Parti del Trattato ATT (Arms Trade Treaty) che regola il commercio e i trasferimenti internazionali di armi. Approvato nel 2013 grazie all’enorme lavoro di informazione e pressione della società civile internazionale riunita nella campagna “Control arms” (di cui anche Rete Pace Disarmo fa parte), il Trattato è poi entrato in vigore la vigilia di Natale del 2014 a seguito della cinquantesima ratifica. Si tratta di una pietra miliare della normativa internazionale ispirata al cosiddetto “disarmo umanitario” poiché prima di quel momento non esisteva alcuna norma globale che regolasse i trasferimenti di sistemi d’arma convenzionali, lasciata invece completamente in balia delle decisioni specifiche di ogni singolo Stato, oltre che agli interessi del complesso militare-industriale-finanziario.

Oggi i civili continuano a subire i tragici effetti della guerra in numerosi contesti. L’uso della violenza sessuale e della fame come armi da guerra e la distruzione di infrastrutture critiche sono dilaganti. I principali Stati esportatori di armi avrebbero un ruolo cruciale da svolgere nell’incoraggiare il rispetto delle norme e standard internazionali. Ponendo fine alla fornitura di armi, munizioni, parti e componenti di armi in contesti in cui potrebbe esserci un rischio eccessivo di commettere violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani gli Stati non solo adempirebbero agli obblighi previsti dalle Convenzioni di Ginevra e dal diritto consuetudinario internazionale, ma potrebbero aiutare a prevenire le sofferenze dei civili. Porre fine alla fornitura di armi alle zone di conflitto è essenziale per proteggere i civili e sostenere il diritto internazionale.

Va ricordato come il Trattato ATT richieda agli Stati parti (attualmente 115) e ai firmatari (al momento 27, mentre 53 Paesi non hanno ancora aderito in alcun modo) di proibire i trasferimenti di armi convenzionali se sono a conoscenza del fatto che verrebbero utilizzate in attacchi diretti contro obiettivi civili o usate per commettere o facilitare altri crimini di guerra.

Prima di autorizzare qualsiasi trasferimento di armi, l’ATT – che l’Italia ha ratificato nel 2013 con voto unanime del Parlamento – richiede anche agli Stati parte e ai firmatari di valutare il rischio che le esportazioni di armi convenzionali possano minare la pace e la sicurezza, o essere usate per commettere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani. Se esiste un rischio sostanziale di queste conseguenze negative, lo Stato parte non deve autorizzare l’esportazione.

Hine-Wai Loose, direttrice di Control Arms ha sottolineato: “Il primo decennio del Trattato sul commercio delle armi è stato oscurato da persistenti e gravi violazioni delle sue disposizioni, in quanto gli Stati parte hanno troppo spesso dato priorità alle alleanze politiche e ai profitti rispetto alle vite umane. Senza il rispetto e la responsabilità, qual è il valore del diritto internazionale?”. Il commercio internazionale di armamenti sta infatti riprendendo vigore, anche a causa dell’inasprirsi sia dei conflitti tra Stati che di situazione di violenza e tensione strutturali. Lo evidenziano sia i dati che le notizie provenienti da troppi teatri di conflitto.

Per tali motivi le organizzazioni della società civile global hanno espresso preoccupazione per il fatto che i Paesi non stiano rispettando premesse e promesse del Trattato ATT, pensato ed elaborato con la speranza di porre fine al trasferimento di armi utilizzate per commettere violazioni dei diritti umani e minare lo sviluppo. Nonostante alcuni sviluppi positivi, infatti, nell’ultimo decennio si sono verificati numerosi casi in cui gli Stati parti dell’ATT e i firmatari sono venuti meno ai loro obblighi, in particolare in relazione all’obiettivo centrale del Trattato di ridurre la sofferenza umana. Una misura chiave della conformità è se i trasferimenti di armi vengono fermati quando le prove suggeriscono che potrebbero essere utilizzati per violare i diritti umani internazionali o il diritto umanitario. Ciò non è accaduto in troppi casi, tra cui è opportuno ricordare i conflitti in Yemen, Ucraina, Palestina, Siria, Iraq…

“Il Trattato ATT è un risultato normativo significativo, per cui abbiamo lavorato molto anche in Italia – sottolinea Francesco Vignarca, coordinatore campagne di Rete Pace Disarmo – Ma dobbiamo anche evidenziare i fallimenti degli Stati parti, perché molte aspettative del Trattato rimangono insoddisfatte. Il rispetto e l’attuazione degli obblighi previsti nel testo (anche quelli di trasparenza) hanno lasciato molto a desiderare e la sua concreta implementazione deve tornare al centro dell’attenzione nel secondo decennio del Trattato”. Attività che minano nel profondo i principi e le indicazioni dell’ATT sono poi condotte anche a livello nazionale, non solo a causa di autorizzazioni all’esportazione che non sono in linea con i principi del Trattato ma anche con tentativi di modifiche legislative che indeboliscono il controllo. Come nel caso attuale del Governo italiano che ha chiesto al Parlamento di discutere una modifica della Legge 185/90 (che implementa a livello nazionale il Trattato, come esplicitamente dichiarato durante il processo di ratifica) che ridurrebbe drasticamente controllo e trasparenza sull’export di armi italiane. Una scelta errata contro cui si è schierata una vasta coalizione della società civile italiana che ha promosso la mobilitazione “Basta favori ai mercanti di armi”.
(fonte: Rete Pace e Disarmo 20/08/2024)


La necessità di un impegno collettivo per la pace

La necessità di un impegno collettivo per la pace

 “La Stampa” 13 agosto 2024
Editoriale di Francesco Vignarca


Nel bel dibattito che La Stampa sta ospitando sulla ripresa del bellicismo come cifra della stagione politica del mondo (anche se le guerre devastavano tanti luoghi anche prima che tornassimo ad accorgercene noi) ritengo utile ed opportuno portare, dopo quello della filosofia e della politica, il contributo dello sguardo di chi prova ad essere quotidianamente operatore di Pace e disarmo. Che nasce da esperienze, competenze, cammini concreti ben lontani dalla caricatura sminuente di «idealisti naif e capaci solo di slogan» ripetuta con scorrettezza in maniera funzionale e certi interessi armati.

Partiamo dalla base: che cos’è la Pace? Come la possiamo «definire»? Di certo non come la intendevano gli antichi romani (e purtroppo come la intendono diversi politici ed analisti oggi) un semplice intervallo tra guerre, in cui le porte del tempio di Giano venivano chiuse. Considero sempre un po’ straniante che, dopo secoli di progresso del pensiero, l’unico principio che alcuni vorrebbero immutabile è quello del presunto ottenimento della pace tramite la preparazione alla violenza e al conflitto armato («si vis pacem, para bellum») derivandolo dall’esperienza di chi ha sempre cercato solo brutale dominio. Con un concetto di pace più vicino al deserto di quella eterna, che ad uno sbocciare pieno della vita.

La Pace che dobbiamo cercare è invece «positiva», non solo in senso valoriale ma proprio definitorio perché si realizza con una compresenza piena di elementi (di «pilastri») capaci di garantire a ciascuna persona una prospettiva di realizzazione. Ce lo ha insegnato Johan Galtung, il teorico principale della «Pace positiva», parlando di un processo continuativo, trasformativo e creativo che punti a massimizzare equità ed empatia, riducendo nel contempo trauma e conflitto.

Cosa comporta questo punto di partenza? Prima di tutto un profondo cambiamento concettuale che ribalta l’idea e la percezione degli spazi e dei «vuoti». Non si parla più di intervalli di «non-guerra», ma al contrario di un percorso faticoso di miglioramento delle condizioni umane che viene rallentato o fatto regredire da episodi bellici. Non sembri un dettaglio meramente teorico: questo sguardo aiuta a focalizzare quello che è veramente importante e da perseguire, trasformando quel pensiero sotterraneo non detto, e falso, secondo cui la condizione umana naturale sarebbe quella della guerra. E anche la Storia andrebbe raccontata più come il divenire di vita e salvezza, che di decisioni di morte.

Questo approccio possiede un altro grande pregio: se la Pace è un completamento armonico di pezzi diversi (come in un mosaico, ricordava sempre il venerabile don Tonino Bello) e ne sono antitesi non solo i conflitti armati ma anche le violenze strutturali più o meno latenti, allora non possiamo solo invocarla o aspettarla come Godot. Allora va costruita nel quotidiano lavorando su più piani collegando le «grandi questioni» internazionali (noi lo facciamo nelle campagne globali, da quella contro le armi nucleari a quella per la riduzione delle spese militari) al vissuto personale e comunitario che ci sollecita ogni giorno. Per la Pace lavorano non solo quelli che si occupano di armi, conflitti armati, trattati internazionali… ma anche quelli che si impegnano per inclusione, ambiente, cooperazione, sviluppo sostenibile, salute. Cioè tutti coloro che utilizzano la Pace come prospettiva sociale e politica da alimentare su due grandi direttrici: quella della giustizia e dell’uguaglianza (non solo in freddo senso «tecnico», ma collettivo) e quella dei diritti umani (non solo quelli personali, ma anche sociali).

In definitiva la Pace esiste solo se ciascuno fornisce un contributo positivo alla creazione di una società più giusta in cui la vita di tutti «valga» con pienezza: quella «isola che non c’è ancora» evocata da Marco Tarquinio nel suo intervento rifacendosi all’intuizione di Tommaso Moro. Che non era un giovane sognatore di belle speranze ma uno dei più importanti politici della sua era (non caso scelto dalla Chiesa Cattolica come patrono degli statisti…).

Come possiamo realizzare questo grande affresco ideale? Con una scelta ben precisa: quella della «Nonviolenza politica». Senza farsi ingannare dalla mistificazione del termine (nell’originale di Gandhi è il satyagraha, la «forza della verità») perché non si tratta di vuote petizioni di principio ma di scelte concrete. Che non partono solo da un rifiuto dei metodi violenti (la Pace deve essere un mezzo, non solo un fine, altrimenti poi si giustificano barbarie e doppi standard) ma individuano come risolutiva la creazione di contesti positivi strutturali; altrimenti il conflitto non lo trasformi ma lo alimenti, e noi lo sappiamo bene grazie al lavoro quotidiano delle organizzazioni che operano in contesti di guerra e crisi umanitarie. Non è certo il mondo del pacifismo ad essere «salottiero»…

Si può dire anzi che chi opera nel movimento per la Pace e il disarmo (forma strutturale della politica nonviolenza) sia il vero «realista», non certo coloro che ripetono come un mantra che la pace si fa con le armi. Per caso questa formula ha funzionato, in particolare negli ultimi anni? Assolutamente no: dall’inizio del Millennio la spesa militare è raddoppiata (e con essa i vantaggi di quel complesso militare-industriale-finanziario vero nemico della pace e della vita, perché sfrutta la guerra per propri interessi) ma guerre e vittime sono aumentate in maniera drammatica. Il feticcio della deterrenza (anche e soprattutto di quella nucleare, teoria indimostrata che ogni giorno ci fa rischiare la stessa esistenza umana) non funziona: si vive bene e in «Pace positiva» solo se ci si sente protetti nei diritti e in un armonico contesto cooperativo con chi si ha intorno.

Serve con urgenza un cambio di paradigma, perché la guerra non è la «sconfitta del pacifismo» ma di una politica che non riesce a farsi carico delle richieste di pace di tutta l’Umanità.


(fonte: Sito dell'autore)