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martedì 30 aprile 2024

Papa Francesco a Venezia 28 aprile 2024 - Santa Messa Omelia: "Venezia, terra che fa fratelli." Regina Caeli: "Anche da qui vogliamo invocare l’intercessione della Vergine Maria per le tante situazioni di sofferenza nel mondo." (cronaca, foto, testo e video)

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A VENEZIA 

Domenica, 28 aprile 2024



10:30 Al termine del discorso, accompagnato da una delegazione di giovani, il Santo Padre attraversa il ponte di barche che collega con Piazza San Marco.
All’imbocco di Piazza San Marco il Santo Padre è accolto da: 
-On. Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto
-Dott. Darco Pellos, Prefetto di Venezia
-Dott. Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia
11:00 Piazza San Marco:
CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA
Omelia del Santo Padre
Regina caeli
Al termine della Santa Messa, ringraziamento di S.E. Mons. Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia.
12:30 Terminata la Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre entra in forma privata nella Basilica di San Marco per venerare le Reliquie del Santo; quindi sale sulla motovedetta e raggiunge l’eliporto del Collegio Navale “F. Morosini” a Sant’Elena.
Il Santo Padre si congeda dalle Autorità civili e religiose che Lo hanno accolto.
13:00 Decollo da Venezia
14:30 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

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Francesco: Venezia sia segno di inclusione, cura del Creato e bellezza accessibile a tutti

Il Papa celebra la Messa in Piazza San Marco a conclusione della visita nella città lagunare. Circa 10.500 fedeli presenti. Nell’omelia l’invito ai cristiani a portare frutti di giustizia e solidarietà e “scelte di attenzione” per la salvaguardia del patrimonio ambientale e di quello umano: “Comunità, quartieri, città, diventino luoghi ospitali, accoglienti, inclusivi”. Dal Pontefice il monito: "Senza cura e salvaguardia dello scenario naturale, Venezia potrebbe cessare di esistere"

Il Papa durante la Messa in Piazza San Marco a Venezia

“Gesù è venuto a portare agli uomini la vita eterna… Essa è un’acqua fresca, che egli dà, una fonte sempre zampillante”. La metafora dell’acqua, sulla quale Venezia sorge, e le parole di Albino Luciani, che di Venezia fu patriarca per circa un decennio. Si richiama a due simboli della città lagunare, Papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata in Piazza San Marco che conclude la visita di oggi, domenica 28 aprile, in questa città tra le più affascinanti d’Italia e del mondo della quale il Pontefice elenca “le problematiche che la minacciano” - cambiamenti climatici, fragilità di costruzioni e beni culturali, gestione del turismo, relazioni sociali sfilacciate – e alla quale lascia un preciso mandato:

Essere segno di bellezza accessibile a tutti, a partire dagli ultimi, segno di fraternità e di cura per la nostra casa comune

Il Papa in jeep in Piazza San Marco

L'arrivo con i giovani sul ponte e il giro in papamobile

Sono circa 10.500 i fedeli presenti alla celebrazione del Papa nel quadrante architettonico, già luogo di concerti e manifestazioni, di fronte alla maestosa basilica che conserva le reliquie del patrono. Quelle a cui Francesco rende omaggio privatamente subito dopo la liturgia per un intimo momento di preghiera prima del congedo dalla città. Nella piazza il Pontefice giunge dopo aver attraversato in papamobile il ponte galleggiante da Santa Maria della Salute, seguito da un gruppo di ragazzi e ragazze in rappresentanza dei 1.500 giovani del Triveneto salutati poco prima fuori dalla Basilica. Lo accompagnano cantando canti della Gmg o con cori di "W il Papa" e "Francesco uno di noi!".

Jorge Mario Bergoglio compie per due volte il giro tra i fedeli assiepati tra i colonnati del Palazzo Ducale e gli spazi riservati ai bar storici, con i camerieri in fila in divisa che agitano le mani. Poi sale sul palco dove è sistemata l'icona della Madonna della Salute che da settant'anni non era esposta al pubblico. Sulla sinistra, un pannello ricorda il motto scelto per la visita: “Rimanere nell’amore di Cristo”. Un versetto biblico ispirato alla pagina del Vangelo di Giovanni del tralcio e della vite, da cui il Papa snoda la sua omelia. “Gesù è la vite, noi siamo i tralci”, dice Francesco. Cristo “ci raccomanda di custodire il dono inestimabile che è il legame con Lui, da cui dipende la nostra vita e la nostra fecondità”.

Francesco attraversa il ponte da Santa Maria della Salute a San Marco

Rami secchi senza il legame col Signore

Ma la metafora della vite, mentre esprime “la cura amorevole di Dio per noi”, d’altra parte “ci mette in guardia”

Se spezziamo questo legame con il Signore, non possiamo generare frutti di vita buona e noi stessi rischiamo di diventare rami secchi. È brutto, questo, diventare rami secchi, quei rami, che vengono gettati via

Senza cura e salvaguardia, Venezia rischia di cessare di esistere

Sullo sfondo di questa immagine usata da Gesù, il Papa rammenta la lunga storia che lega Venezia al “lavoro delle vigne”, alla “produzione del vino”, alla “cura di tanti viticoltori” e ai “numerosi vigneti” nelle isole della Laguna e nei giardini tra le calli. Dentro questa memoria non è difficile cogliere il messaggio della parabola, sottolinea: il Signore “moltiplica la nostra gioia” e “fa nascere germogli anche quando il terreno della nostra vita diventa arido. E tante volte il nostro cuore diventa arido…”. Ma la metafora di Cristo può essere letta anche pensando a Venezia, “città costruita sulle acque, e riconosciuta per questa sua unicità come uno dei luoghi più suggestivi al mondo”.

Venezia è un tutt’uno con le acque su cui sorge, e senza la cura e la salvaguardia di questo scenario naturale potrebbe perfino cessare di esistere

Numerose problematiche

Così è pure la nostra vita: in noi scorre “la linfa” dell’amore di Dio, senza questo diventiamo “rami secchi, che non portano frutto”. Perciò quello che conta, rimarca il Papa, è “rimanere nel Signore”, inteso non come “qualcosa di statico” ma come invito a “metterci in movimento” dietro a Lui, a "crescere, crescere", a “lasciarci provocare dal suo Vangelo e diventare testimoni del suo amore”.

L’amore è “il frutto” che i cristiani sono chiamati a portare nella vita, nelle relazioni, nella società, nel lavoro. “Se oggi guardiamo a questa città di Venezia, ammiriamo la sua incantevole bellezza, ma siamo anche preoccupati per le tante problematiche che la minacciano”, dice il Papa, elencandone una ad una:

I cambiamenti climatici, che hanno un impatto sulle acque della Laguna e sul territorio; la fragilità delle costruzioni, dei beni culturali, ma anche quella delle persone; la difficoltà di creare un ambiente che sia a misura d’uomo attraverso un’adeguata gestione del turismo; e inoltre tutto ciò che queste realtà rischiano di generare in termini di relazioni sociali sfilacciate, di individualismo e solitudine

Piazza San Marco durante la Messa del Papa

Frutti di pace e solidarietà

In questo scenario, solo restando uniti a Cristo si possono portare “frutti di giustizia e di pace, frutti di solidarietà e di cura vicendevole”; si può optare per “scelte di attenzione per la salvaguardia del patrimonio ambientale ma anche di quello umano”: "Non dimentichiamo il patrimonio umano, la grande umanità nostra, quella che ha preso Dio per camminare con noi", scandisce a braccio Papa Francesco. “Abbiamo bisogno – evidenzia - che le nostre comunità cristiane, i nostri quartieri, le città, diventino luoghi ospitali, accoglienti, inclusivi”.
Artisti capaci di diffondere l'amore

Un augurio a tutti i veneziani conclude l’omelia del Papa, quello di “respirare il clima della Biennale, che raccoglie, esplora e diffonde la multiforme ricchezza delle arti”.

Anche il Vangelo trasformando e modellando la nostra vita, ci vuole rendere artisti capaci di diffondere ovunque i frutti dell’amore e della gioia

La celebrazione di Papa Francesco

La venerazione delle reliquie di San Marco

Al termine della celebrazione, Francesco si è recato all'interno della Basilica per un momento privato di venerazione delle reliquie di San Marco. In silenzio, il Pontefice si è fermato per qualche istante davanti all'altare che custodisce le reliquie del patrono di Venezia. Poi di nuovo nella Piazza un bagno di folla con il saluto alle suore e ai volontari, il bacio ai neonati e la benedizione a qualche fedele che riusciva ad avvicinarsi alla papamobile. Salito in motovedetta, Francesco ha fatto ritorno alla Giudecca; dallo stesso cortile del carcere è decollato l'elicottero papale, atterrato alle 14.40 in Vaticano.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 28/04/2024)


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OMELIA DEL SANTO PADRE  

Piazza San Marco (Venezia)


Gesù è la vite, noi siamo i tralci. E Dio, il Padre misericordioso e buono, come un agricoltore paziente ci lavora con premura perché la nostra vita sia ricolma di frutti. Per questo, Gesù ci raccomanda di custodire il dono inestimabile che è il legame con Lui, da cui dipende la nostra vita e la nostra fecondità. Egli ripete con insistenza: «Rimanete in me e io in voi. […] Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (Gv 15,4). Solo chi rimane unito a Gesù porta frutto. Soffermiamoci su questo.

Gesù sta per concludere la sua missione terrena. Nell’Ultima Cena con quelli che saranno i suoi apostoli, Egli consegna loro, insieme con l’Eucaristia, alcune parole-chiave. Una di esse è proprio questa: «rimanete», mantenete vivo il legame con me, restate uniti a me come i tralci alla vite. Usando questa immagine, Gesù riprende una metafora biblica che il popolo conosceva bene e che incontrava anche nella preghiera, come nel salmo che dice: «Dio degli eserciti, ritorna! / Guarda dal cielo e vedi / e visita questa vigna» (Sal 80,15). Israele è la vigna che il Signore ha piantato e di cui si è preso cura. E quando il popolo non porta i frutti d’amore che il Signore si attende, il profeta Isaia formula un atto di accusa utilizzando proprio la parabola di un agricoltore che ha dissodato la sua vigna, l’ha ripulita dai sassi, vi ha piantato viti pregiate aspettandosi che producesse vino buono, ma essa, invece, dà soltanto acini acerbi. E il profeta conclude: «Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti / è la casa d’Israele; / gli abitanti di Giuda / sono la sua piantagione preferita. / Egli si aspettava giustizia / ed ecco spargimento di sangue, / attendeva rettitudine / ed ecco grida di oppressi» (Is 5,7). Gesù stesso, riprendendo Isaia, racconta la drammatica parabola dei vignaioli omicidi, mettendo in risalto il contrasto tra il lavoro paziente di Dio e il rifiuto del suo popolo (cfr Mt 21,33-44).

Dunque, la metafora della vite, mentre esprime la cura amorevole di Dio per noi, d’altra parte ci mette in guardia, perché, se spezziamo questo legame con il Signore, non possiamo generare frutti di vita buona e noi stessi rischiamo di diventare rami secchi. È brutto, questo, diventare rami secchi, quei rami che vengono gettati via.

Fratelli e sorelle, sullo sfondo dell’immagine usata da Gesù, penso anche alla lunga storia che lega Venezia al lavoro delle vigne e alla produzione del vino, alla cura di tanti viticoltori e ai numerosi vigneti sorti nelle isole della Laguna e nei giardini tra le calli della città, e a quelli che impegnavano i monaci a produrre vino per le loro comunità. Dentro questa memoria, non è difficile cogliere il messaggio della parabola della vite e dei tralci: la fede in Gesù, il legame con Lui non imprigiona la nostra libertà ma, al contrario, ci apre ad accogliere la linfa dell’amore di Dio, il quale moltiplica la nostra gioia, si prende cura di noi con la premura di un bravo vignaiolo e fa nascere germogli anche quando il terreno della nostra vita diventa arido. E tante volte il nostro cuore diventa arido.

Ma la metafora uscita dal cuore di Gesù può essere letta anche pensando a questa città costruita sulle acque, e riconosciuta per questa sua unicità come uno dei luoghi più suggestivi al mondo. Venezia è un tutt’uno con le acque su cui sorge, e senza la cura e la salvaguardia di questo scenario naturale potrebbe perfino cessare di esistere. Così è pure la nostra vita: anche noi, immersi da sempre nelle sorgenti dell’amore di Dio, siamo stati rigenerati nel Battesimo, siamo rinati a vita nuova dall’acqua e dallo Spirito Santo e inseriti in Cristo come i tralci nella vite. In noi scorre la linfa di questo amore, senza il quale diventiamo rami secchi, che non portano frutto. Il Beato Giovanni Paolo I, quando era Patriarca di questa città, disse una volta che Gesù «è venuto a portare agli uomini la vita eterna […]». E continuava: «Quella vita sta in lui e da lui passa ai suoi discepoli, come la linfa sale dal tronco ai tralci della vite. Essa è un’acqua fresca, che egli dà, una fonte sempre zampillante» (A. Luciani, Venezia 1975-1976. Opera Omnia. Discorsi, scritti, articoli, vol. VII, Padova 2011, 158).

Fratelli e sorelle, questo è ciò che conta: rimanere nel Signore, dimorare in Lui. Pensiamo a questo, un minuto: rimanere nel Signore, dimorare in Lui. E questo verbo – rimanere – non va interpretato come qualcosa di statico, come se volesse dirci di stare fermi, parcheggiati nella passività; in realtà, ci invita a metterci in movimento, perché rimanere nel Signore significa crescere; sempre rimanere nel Signore significa crescere, crescere nella relazione con Lui, dialogare con Lui, accogliere la sua Parola, seguirlo sulla strada del Regno di Dio. Perciò si tratta di metterci in cammino dietro a Lui: rimanere nel Signore e camminare, metterci in cammino dietro a Lui, lasciarci provocare dal suo Vangelo e diventare testimoni del suo amore.

Per questo Gesù dice che chi rimane in Lui porta frutto. E non si tratta di un frutto qualsiasi! Il frutto dei tralci in cui scorre la linfa è l’uva, e dall’uva proviene il vino, che è un segno messianico per eccellenza. Gesù, infatti, il Messia inviato dal Padre, porta il vino dell’amore di Dio nel cuore dell’uomo e lo riempie di gioia, lo riempie di speranza.

Cari fratelli e sorelle, questo è il frutto che siamo chiamati a portare nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno, nella nostra società, nel nostro lavoro. Se oggi guardiamo a questa città di Venezia, ammiriamo la sua incantevole bellezza, ma siamo anche preoccupati per le tante problematiche che la minacciano: i cambiamenti climatici, che hanno un impatto sulle acque della Laguna e sul territorio; la fragilità delle costruzioni, dei beni culturali, ma anche quella delle persone; la difficoltà di creare un ambiente che sia a misura d’uomo attraverso un’adeguata gestione del turismo; e inoltre tutto ciò che queste realtà rischiano di generare in termini di relazioni sociali sfilacciate, di individualismo e solitudine.

E noi cristiani, che siamo tralci uniti alla vite, vigna del Dio che ha cura dell’umanità e ha creato il mondo come un giardino perché noi possiamo fiorirvi e farlo fiorire, noi cristiani, come rispondiamo? Restando uniti a Cristo potremo portare i frutti del Vangelo dentro la realtà che abitiamo: frutti di giustizia e di pace, frutti di solidarietà e di cura vicendevole; scelte di attenzione per la salvaguardia del patrimonio ambientale ma anche di quello umano: non dimentichiamo il patrimonio umano, la grande umanità nostra, quella che ha preso Dio per camminare con noi; abbiamo bisogno che le nostre comunità cristiane, i nostri quartieri, le città, diventino luoghi ospitali, accoglienti, inclusivi. E Venezia, che da sempre è luogo di incontro e di scambio culturale, è chiamata ad essere segno di bellezza accessibile a tutti, a partire dagli ultimi, segno di fraternità e di cura per la nostra casa comune. Venezia, terra che fa fratelli. Grazie.

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Al termine della celebrazione eucaristica in Piazza San Marco il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha rivolto queste parole di ringraziamento al Santo Padre nel momento finale della sua visita alla Città e alla Chiesa di Venezia.
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Il Pontefice ha concluso guidando la recita del Regina Caeli per poi venerare in privato nella basilica di San Marco le reliquie del santo evangelista. Quindi, in motovedetta è tornato nella Casa di reclusione femminile della Giudecca da dove, dopo essersi congedato dalle autorità civili e religiose che lo avevano accolto all’arrivo, è partito in elicottero alla volta del Vaticano, dove è atterrato alle ore 14.40.









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REGINA CAELI


Cari fratelli e sorelle!

Prima di concludere la nostra celebrazione, desidero salutare tutti voi che avete partecipato. Ringrazio di cuore il Patriarca, Francesco Moraglia, e con lui i collaboratori e i volontari. Sono grato alle Autorità civili e alle Forze dell’ordine che hanno facilitato lo svolgimento di questa visita. Grazie a tutti!

Anche da qui, come ogni domenica, vogliamo invocare l’intercessione della Vergine Maria per le tante situazioni di sofferenza nel mondo.

Penso ad Haiti, dove è in vigore lo stato di emergenza e la popolazione è disperata per il collasso del sistema sanitario, la scarsità di cibo e le violenze che spingono alla fuga. Affidiamo al Signore i lavori e le decisioni del nuovo Consiglio Presidenziale di Transizione, insediatosi giovedì scorso a Port-au-Prince, affinché, con il rinnovato sostegno della Comunità internazionale, possa condurre il Paese a raggiungere la pace e la stabilità di cui tanto ha bisogno.

Penso alla martoriata Ucraina, alla Palestina e a Israele, ai Rohingya e a tante popolazioni che soffrono a causa di guerre e violenze. Il Dio della pace illumini i cuori perché cresca in tutti la volontà di dialogo e di riconciliazione.

Cari fratelli e sorelle, grazie ancora per la vostra accoglienza! Grazie al Patriarca. Vi porto con me nella preghiera; e anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me, perché questo lavoro non è facile!

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Mons. Gianfranco Ravasi Le parole shock di Gesù / 10 La ricchezza disonesta

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 10
La ricchezza disonesta 
 

Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta,
perché, quando questa verrà a mancare,
essi vi accolgano nelle dimore eterne
(Luca, 16, 9)

Questo detto di Gesù, a prima vista piuttosto oscuro e fin sconcertante, è incastonato all’interno di una pagina nella quale l’evangelista Luca ha raccolto diversi insegnamenti di Cristo sulla ricchezza. Ad esempio, si ha un monito severo sul denaro che può diventare un idolo, esigente come il vero Dio: «Non potete servire a Dio e a mammona» (Luca, 16, 13). Il termine che è usato per definire la ricchezza è di origine aramaica, la lingua parlata in Terrasanta al tempo di Gesù: è curioso notare che la parola mammona contiene al suo interno la stessa radice (’mn, donde il nostro amen) del verbo della fede (“avere fiducia, credere”).

Si confrontano, così, due fedi antitetiche e san Paolo ammonisce severamente che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» ( 1 Timoteo, 6, 10). Celebre è anche il motto paradossale di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio» (Luca, 18, 25).

Ma ora veniamo al testo evangelico che abbiamo proposto. Di scena è qui la «ricchezza disonesta»: letteralmente in greco si ha «la mammona dell’ingiustizia». Si tratta, dunque, di una ricchezza frutto di corruzione, di prevaricazione, di ingiuste operazioni finanziarie. Ebbene, suggerisce Gesù, usatela per farvi veri amici, cioè donatela in opere di carità ai poveri. Essi, che secondo la Bibbia sono i privilegiati e i protetti da Dio, quando voi morirete, vi accoglieranno nelle «tende eterne», come si dice nell’originale, ossia vi faranno entrare in Paradiso tra i giusti.

Come è evidente, Cristo indica una strada per “lavare” il cosiddetto denaro “sporco”, la strada della carità fraterna, della generosità nei confronti dei miseri. In questa luce anche la ricchezza può trasformarsi da rischio di perversione e di idolatria in strumento positivo di salvezza. Ascoltiamo ancora Gesù in Luca: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e dove tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (12, 33-34).

Poche righe dopo la frase che stiamo esaminando, Gesù ammonisce sulla necessità della fedeltà sia nell’operare con le ricchezze materiali sia con quelle spirituali: «Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta — in greco c’è ancora “mammona ingiusta” — chi vi affiderà quella vera? E se non siete fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?» (16, 11-12). L’appello introduce, così, due distinte realtà, i beni esteriori, materiali e spesso disonesti, e i beni interiori, spirituali, personali. Lo stile della persona giusta è costante in ogni campo del suo agire, sia economico sia religioso, sia civile sia ecclesiale.
(fonte: L'Osservatore Romano 6 aprile 2024)

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lunedì 29 aprile 2024

Papa Francesco a Venezia 28 aprile 2024 - Incontro con i giovani: "Alzati, innamorati e vai! Esci, cammina con gli altri, cerca chi è solo, colora il mondo con la tua creatività, dipingi di Vangelo le strade della vita." (cronaca, foto, testo e video)

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A VENEZIA 

Domenica, 28 aprile 2024


9:30 Il Santo Padre lascia l’Isola della Giudecca e raggiunge in motovedetta la Basilica di Santa Maria della Salute.
10:00 Piazzale antistante la Basilica della Salute:
- INCONTRO CON I GIOVANI
Discorso del Santo Padre
Sono presenti giovani di Venezia e delle Diocesi del Veneto.

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Il Papa ai giovani: creatori di novità, 
non professionisti del digitare compulsivo

Nel suggestivo piazzale antistante la Basilica della Salute affacciato sulla laguna veneta, incontrando il mondo giovanile, Francesco esorta le nuove generazioni ad andare controcorrente, a fidarsi di Dio “che sempre risolleva e perdona”. E mentre “oggi si vive di emozioni veloci, di sensazioni momentanee", il Pontefice invita i ragazzi di oggi a non isolarsi. "Esci, cammina con gli altri, cerca chi è solo, colora il mondo con la tua creatività, dipingi di Vangelo le strade della vita”

Papa Francesco a Venezia all'incontro con i giovani davanti alla Basilica della Salute

Usa parole semplici ma efficaci, Francesco, rivolgendosi ai giovani delle 15 diocesi del Triveneto. Li incoraggia a mettersi in gioco, ad andare controcorrente, a dare meno spazio ai social, a spegnere la tv e aprire il Vangelo, lasciare il cellulare e incontrare le persone, "alzati e vai" ripete loro più volte, tanto da farne un motto che riecheggia nelle voci dei 1.500 ragazzi che lo ascoltano. Nel piazzale antistante la Basilica della Salute, lambito dalle acque del Canal Grande, il Papa giunge, dopo aver lasciato l’isola della Giudecca a bordo di un motoscafo, accolto dall'inno della Gmg del 2000 "Emmanuel", poi, su una miniauto elettrica passa lungo i viali creati dalle aree transennate riservate a quanti partecipano all'incontro. Nello spettacolare scenario della laguna di Venezia, “città della bellezza”, Francesco esorta a riscoprire un’altra bellezza: l’essere “figli di Dio amati”. E a rallegrarsi - “nel nome di Gesù, Dio giovane che ama i giovani" e che sempre sorprende e ci riserva sorprese per cui occorre stare preparati -, di essere tali e “chiamati a realizzare il sogno del Signore: testimoniare e vivere la sua gioia”. Un dono di cui spesso non si ha consapevolezza.

Viviamo immersi in prodotti fatti dall’uomo, che ci fanno perdere lo stupore per la bellezza che ci circonda, eppure il creato ci invita a essere a nostra volta creatori di bellezza, per favore, non dimenticate questo: essere creatori di bellezza e fare qualcosa che prima non c’era.

Il Pontefice offre l'esempio della genitorialità, il mettere al mondo "un figlio, una figlia", questo è fare "una cosa che prima non c'era". Pensare ai figli che si avranno è qualcosa di bello, rimarca, "e questo deve tirare avanti", ribadisce raccomandando di dedicare più tempo alla socialità.

Non siate professionisti del digitare compulsivo, ma creatori di novità!

L'omaggio dei gondolieri al Papa durante la traversata del Papa nella laguna veneta per raggiungere la Basilica della Salute

Imitare lo stile di Dio fatto di gratuità e creatività

Basta “imitare lo stile di Dio”, è il suggerimento del Papa, “creare”, fare una preghiera col cuore, realizzare un sogno o compiere “un gesto d’amore per qualcuno che non può ricambiare”. In pratica “è lo stile della gratuità, che fa uscire dalla logica nichilista del ‘faccio per avere’ e ‘lavoro per guadagnare’", che sì, va fatto, ma non deve essere il centro della propria vita, "il centro è la gratuità". E allora bisogna essere “creativi con gratuità”, insiste il Pontefice, dar “vita a una sinfonia di gratuità in un mondo che cerca l’utile”, perché in questo modo si può essere “rivoluzionari”.

Andate, donatevi senza paura! Giovane che vuoi prendere in mano la tua vita, alzati, alzati! Apri il cuore a Dio, ringrazialo, abbraccia la bellezza che sei; innamorati della tua vita. E poi vai! Alzati, innamorati e vai. Esci, cammina con gli altri, cerca chi è solo, colora il mondo con la tua creatività, dipingi di Vangelo le strade della vita. Per favore, dipingi di Vangelo le strade della vita. Alzati e vai.

Francesco su un motoscafo verso la Basilica della Salute

Alzarsi e andare come Maria

Ma come ripartire dopo “un bel momento di incontro”, una volta tornati a casa “e poi domani e nei giorni a venire?

Vi suggerisco due verbi, pratici perché materni: due verbi di movimento che animavano il cuore giovane di Maria, Madre di Dio e nostra. Lei, per diffondere la gioia del Signore e aiutare chi era nel bisogno, “si alzò e andò”. Alzarsi e andare. Non dimenticare questi due verbi che la Madonna ha fatto prima di noi.

Il Papa su una minicar mentre saluta i giovani

La prima cosa da fare al mattino

Occorre, anzitutto, “alzarsi da terra, perché siamo fatti per il Cielo”, spiega il Papa, che incoraggia anche ad “alzarsi dalle tristezze per levare lo sguardo in alto”, a “stare in piedi di fronte alla vita, non seduti sul divano” - "e ci sono divani diversi che ci prendono e non ci lasciano alzare" - a “dire ‘eccomi!’ al Signore, che crede in noi”, ad “accogliere il dono che siamo, per riconoscere, prima di ogni altra cosa, che siamo preziosi e insostituibili”, perchè "ognuno di noi è bello" e "ha un tesoro dentro di sé, un bel tesoro per condividere e dare agli altri". Dunque, nella vita quotidiana, la prima cosa da fare, al mattino, appena svegli, è accogliersi “in dono”, è la ricetta di Francesco, ringraziare Dio per la vita, e poi confidare a Dio le proprie emozioni, come quando ci si innamora, chiedergli aiuto, pregare il Padre Nostro e riconoscersi figli amati, ricordarsi che per Dio non siamo “un profilo digitale”, ma figli, e siamo figli del cielo perché abbiamo un Padre nei cieli. Tutto questo non è "troppo romantico", dice il Pontefice, no, è la realtà da scoprire nella nostra vita.

Eppure spesso ci si trova a lottare contro una forza di gravità negativa che butta giù, un’inerzia opprimente che vuole farci vedere tutto grigio. Delle volte ci succede questo e come fare? Per alzarci – non dimentichiamolo – anzitutto bisogna lasciarci rialzare: farci prendere per mano dal Signore, che non delude mai chi confida in Lui, che sempre risolleva e perdona.

Francesco mentre parla ai giovani

Dio ci vede come figli da rialzare, non malfattori da punire

E se ci si sente fragili, deboli e si cade spesso, il rimedio è non guardarsi con i propri occhi, continua il Papa, ma pensare “allo sguardo di Dio”, che quando cadiamo ci è vicino, ci prende per mano, ci risolleva, ci aiuta e "con le nostre fragilità fa meraviglie". E poi leggere il Vangelo, da tenere sempre con sè, tascabile, per poterlo aprire in qualunque momento.

Dio sa che, oltre a essere belli, siamo fragili, e le due cose vanno insieme: un po’ come Venezia, che è splendida e delicata al tempo stesso. Cioè è bella e delicata, ha qualche fragilità che deve essere curata. Dio non si lega al dito i nostri errori - hai fatto così, hai fatto ... -. Lui non si lega a questo, ma ci tende la mano.

Il piazzale antistante la Basilica della Salute

Il segreto della costanza

A noi tocca “restare in piedi” e “rimanere quando viene voglia di sedersi, di lasciarsi andare, di lasciar perdere”, cosa non facile, riconosce Francesco, ma “il segreto” è “la costanza”. Mentre “oggi si vive di emozioni veloci, di sensazioni momentanee, di istinti che durano istanti”, che non consentono di andare lontano, “i campioni dello sport, come pure gli artisti, gli scienziati, mostrano che i grandi traguardi non si raggiungono in un attimo, non si raggiungono tutto e subito”, e lo stesso vale per ciò che più conta nella vita: l'amore, la fede. Proprio per crescere nella fede e nell'amore occorre "avere costanza", prosegue il Pontefice, "e andare avanti sempre".

Qui il rischio è lasciare tutto all’improvvisazione: prego se mi va, vado a Messa quando ho voglia, faccio del bene se me la sento… Questo non dà risultati: occorre perseverare, giorno dopo giorno. E farlo insieme. Perchè l'insieme ci si aiuta, sempre andare avanti. Insieme: il “fai da te” nelle grandi cose non funziona. Per questo vi dico: non isolatevi, non isolatevi, cercate gli altri, fate esperienza di Dio assieme, seguite cammini di gruppo senza stancarvi.

Alcuni giovani presenti all'incontro con il Papa

Andare controcorrente

Andare controcorrente, senza paura: questo l’invito del Papa ai giovani, anche quando gli altri “stanno tutti per conto loro con il cellulare, attaccati ai social e ai videogiochi”, prendere “la vita tra le mani”.

Il cellulare è molto utile per comunicarsi, è utile ma state attenti quando il cellulare ti impedisce di incontrare le persone. Usa il cellulare, va bene, ma incontra le persone! Sai cosa è un abbraccio, un bacio, una stretta di mano: le persone. Non dimenticare questo: usa il cellulare ma incontra le persone.

Non è facile andare controcorrente, ammette Francesco, ma “solo remando con costanza si va lontano”, perché “la costanza premia, anche se costa fatica”.

Un momento dell'incontro con i giovani

Farsi dono

Dopo essersi lasciati “prendere per mano da Dio per camminare insieme”, occorre poi “andare”, cioè “farsi dono”, conclude il Papa, che termina il suo discorso invitando ancora i giovani ad alzarsi, ad andare per le strade del mondo camminando nel solco del Vangelo.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 28/04/2024)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazzale antistante la Basilica di Santa Maria della Salute (Venezia)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Anche il sole sorride!

È bello vedervi! Trovarci insieme ci permette di condividere, anche solo attraverso una preghiera, uno sguardo e un sorriso, la meraviglia che siamo. Infatti tutti noi abbiamo ricevuto un dono grande, quello di essere figli di Dio amati, e siamo chiamati a realizzare il sogno del Signore: testimoniare e vivere la sua gioia. Non c’è cosa più bella. Non so se vi è capitato di vivere alcune esperienze così belle da non riuscire a tenerle per voi, ma da sentire il bisogno di condividerle. Tutti noi abbiamo questa esperienza, una esperienza tanto bella che uno sente il bisogno di condividerla. Noi siamo qui oggi per questo: per riscoprire nel Signore la bellezza che siamo e rallegrarci nel nome di Gesù, Dio giovane che ama i giovani e che sempre sorprende. Il nostro Dio ci sorprende sempre. Avete capito questo? È molto importante, essere preparati alle sorprese di Dio!

Amici, qui a Venezia, città della bellezza, viviamo insieme un bel momento di incontro, ma stasera, quando ciascuno sarà a casa, e poi domani e nei giorni a venire, da dove ripartire per accogliere la bellezza che siamo e alimentare, da dove ripartiamo per cogliere questa bellezza? Vi suggerisco due verbi, per ripartire, due verbi pratici perché materni: due verbi di movimento che animavano il cuore giovane di Maria, Madre di Dio e nostra. Lei, per diffondere la gioia del Signore e aiutare chi era nel bisogno, «si alzò e andò» (Lc 1,39). Alzarsi e andare. Non dimenticare questi due verbi che la Madonna ha vissuto prima di noi.

Prima di tutto, alzarsi. Alzarsi da terra, perché siamo fatti per il Cielo. Alzarsi dalle tristezze per levare lo sguardo in alto. Alzarsi per stare in piedi di fronte alla vita, non seduti sul divano. Avete pensato, immaginato, cos’è un giovane per tutta la vita seduto sul divano? L’avete immaginato questo? Immaginate questo; e ci sono divani diversi che ci prendono e non ci lasciano alzare. Alzarsi per dire “eccomi!” al Signore, che crede in noi. Alzarsi per accogliere il dono che siamo, per riconoscere, prima di ogni altra cosa, che siamo preziosi e insostituibili. “Ma padre, Papa o signor Papa, no, non è vero, io sono brutto, io sono brutta…”. No, no, nessuno è brutto e ognuno di noi è bello, è bella e ha un tesoro dentro di sé, un bel tesoro da condividere e dare agli altri. Siete d’accordo su questo o no? Sì? E questo, sentite bene, non è autostima, no, è realtà! Riconoscere questo è il primo passo da fare al mattino quando ti svegli: scendi dal letto e ti accogli in dono. Ti alzi e, prima di tuffarti nelle cose da fare, riconosci chi sei ringraziando il Signore. Gli puoi dire: “Mio Dio, grazie per la vita. Mio Dio, fammi innamorare della mia vita”. Riconosci chi sei tu e ringrazi il Signore. Gli puoi dire: “Mio Dio, grazie per la vita. Mio Dio, fammi innamorare della vita, della mia vita. Mio Dio, Tu sei la mia vita. Mio Dio, aiutami oggi per questo, per quest’altro… Tu sai, mio Dio, sono innamorata, sono innamorato, aiutami, aiutami a far crescere questo amore e poi finire in una coppia felice”. Tante cose belle si possono dire sempre al Signore. Poi preghi il Padre Nostro, dove la prima parola è la chiave della gioia: dici “Padre” e ti riconosci figlio amato, figlia amata. Ti ricordi che per Dio non sei un profilo digitale, ma un figlio, che hai un Padre nei cieli e che dunque sei figlio del cielo. “Ma, padre, questo è troppo romantico!”. No, è la realtà, caro o cara, ma dobbiamo scoprirla nella nostra vita, non nei libri, nella vita, la vita nostra.

Eppure spesso ci si trova a lottare contro una forza di gravità negativa che butta giù, un’inerzia opprimente che vuole farci vedere tutto grigio. A volte ci succede questo. Come fare? Per alzarci – non dimentichiamolo – anzitutto bisogna lasciarci rialzare: farci prendere per mano dal Signore, che non delude mai chi confida in Lui, che sempre risolleva e perdona. “Ma io – potresti dire – non sono all’altezza: mi percepisco fragile, debole, peccatore, cado spesso!”. Ma quando ti senti così, per favore, cambia “inquadratura”: non guardarti con i tuoi occhi, ma pensa allo sguardo con cui ti guarda Dio. Quando sbagli e cadi, Lui cosa fa? Sta lì, accanto a te e ti sorride, pronto a prenderti per mano e alzarti. Questa è una cosa molto bella: sempre sta lì per alzarti.

Vi dirò una cosa che questo mi suggerisce. È bello guardare una persona dall’alto in basso? È bello o non è bello? No, non è bello. Ma quando si può guardare una persona dall’alto in basso, quando? Per aiutarla a sollevarsi. L’unica volta che noi possiamo guardare una persona dall’alto in basso con bellezza è quando la aiutiamo a sollevarsi. E così fa Gesù con noi, quando siamo caduti. Ci guarda dall’alto in basso. Questo è bello. Non ci credi? Apri il Vangelo e guarda cos’ha fatto con Pietro, con Maria Maddalena, con Zaccheo, con tanti altri: meraviglie con le loro fragilità. Il Signore con la nostra fragilità fa delle meraviglie.

E un po’ en passant: voi leggete il Vangelo? Vi do un consiglio. Avete un piccolo Vangelo tascabile? Portatelo sempre con voi e, in qualsiasi momento, apritelo e leggete un piccolo brano. Sempre con voi il piccolo Vangelo tascabile. D’accordo? [rispondono: “Sì!”] Avanti, coraggio!

Dio sa che, oltre a essere belli, siamo fragili, e le due cose vanno insieme: un po’ come Venezia, che è splendida e delicata al tempo stesso. È bella e delicata, ha qualche fragilità che dev’essere curata. Dio non si lega al dito i nostri errori: “Hai fatto così, hai fatto…”. Lui non si lega a questo ma ci tende la mano. “Ma, padre, io ne ho tanti, tante cose di cui mi vergogno”. Ma non guardare te, guarda la mano che Dio ti tende per alzarti! Non dimenticare questo: se tu ti senti con il peso della coscienza, guarda il Signore e lasciati prendere per mano da Lui. Quando siamo a terra, Lui vede figli da rialzare, non malfattori da punire. Per favore, fidiamoci del Signore! Sta diventando un po’ lungo questo, vi siete annoiati? [rispondono: “No!”] Siete educati, va bene!

E, una volta rialzati, tocca a noi restare in piedi. Prima rialzarsi poi stare in piedi, “rimanere” quando viene voglia di sedersi, di lasciarsi andare, di lasciar perdere. Non è facile, ma è il segreto. Sì, il segreto di grandi conquiste è la costanza. È vero che a volte c’è questa fragilità che ti tira giù, ma la costanza è quello che ti porta avanti, è il segreto. Oggi si vive di emozioni veloci, di sensazioni momentanee, di istinti che durano istanti. Ma così non si va lontano. I campioni dello sport, come pure gli artisti, gli scienziati, mostrano che i grandi traguardi non si raggiungono in un attimo, tutto e subito. E se questo vale per lo sport, l’arte e la cultura, vale a maggior ragione per ciò che più conta nella vita. Che cosa conta nella vita? L’amore, la fede. E per crescere nella fede e nell’amore dobbiamo avere costanza e andare avanti sempre. Invece qui il rischio è lasciare tutto all’improvvisazione: prego se mi va, vado a Messa quando ho voglia, faccio del bene se me la sento… Questo non dà risultati: occorre perseverare, giorno dopo giorno. E farlo insieme, perché l’insieme ci aiuta sempre ad andare avanti. Insieme: il “fai da te” nelle grandi cose non funziona. Per questo vi dico: non isolatevi, cercate gli altri, fate esperienza di Dio assieme, seguite cammini di gruppo senza stancarvi. Tu potresti dire: “Ma attorno a me stanno tutti per conto loro con il cellulare, attaccati ai social e ai videogiochi”. E tu senza paura vai controcorrente: prendi la vita tra le mani, mettiti in gioco; spegni la tv e apri il Vangelo – è troppo questo? –, lascia il cellulare e incontra le persone! Il cellulare è molto utile, per comunicare, è utile, ma state attenti quando il cellulare ti impedisce di incontrare le persone. Usa il cellulare, va bene, ma incontra le persone! Sai cos’è un abbraccio, un bacio, una stretta di mano: le persone. Non dimenticare questo: usa il cellulare, ma incontra le persone.

Mi sembra di sentire la vostra obiezione: “Non è facile, padre, sembra di andare controcorrente!”. Ma voi non potete dire questo qui a Venezia, perché Venezia ci dice che solo remando con costanza si va lontano. Se voi siete cittadini veneziani, imparate a remare con costanza per andare lontano! Certo, per remare occorre regolarità; ma la costanza premia, anche se costa fatica. Dunque, ragazzi e ragazze, questo è alzarsi: lasciarsi prendere per mano da Dio per camminare insieme!

E dopo l’alzarsi, andare. Andare è farsi dono, donarsi agli altri, capacità di innamorarsi; e questa è una cosa bella: una giovane, un giovane che non sente la capacità di innamorarsi o di essere amorevole con gli altri, qualcosa gli manca. Andare incontro, camminare, andare avanti.

Cari fratelli, care sorelle, sto finendo, state tranquilli!

Pensiamo al nostro Padre, che ha creato tutto per noi, Dio ci ha dato tutto: e noi che siamo suoi figli, per chi creiamo qualcosa di bello? Viviamo immersi in prodotti fatti dall’uomo, che ci fanno perdere lo stupore per la bellezza che ci circonda, eppure il creato ci invita a essere a nostra volta creatori di bellezza. Per favore, non dimenticate questo: essere creatori di bellezza, e fare qualcosa che prima non c’era. Questo è bello! E quando voi sarete sposati e avrete un figlio, una figlia, avrete fatto una cosa che prima non c’era! E questa è la bellezza della gioventù, quando diventa maternità o paternità: fare una cosa che prima non c’era. È bello questo. Pensate dentro di voi ai figli che avrete, e questo deve spingerci in avanti, non siate professionisti del digitare compulsivo, ma creatori di novità! Una preghiera fatta col cuore, una pagina che scrivi, un sogno che realizzi, un gesto d’amore per qualcuno che non può ricambiare: questo è creare, imitare lo stile di Dio che crea. È lo stile della gratuità, che fa uscire dalla logica nichilista del “faccio per avere” e “lavoro per guadagnare”. Questo si deve fare – faccio per avere e lavoro per guadagnare –, ma non dev’essere il centro della tua vita. Il centro è la gratuità: date vita a una sinfonia di gratuità in un mondo che cerca l’utile! Allora sarete rivoluzionari. Andate, donatevi senza paura!

Giovane che vuoi prendere in mano la tua vita, alzati! Apri il cuore a Dio, ringrazialo, abbraccia la bellezza che sei; innamorati della tua vita. E poi vai! Alzati, innamorati e vai! Esci, cammina con gli altri, cerca chi è solo, colora il mondo con la tua creatività, dipingi di Vangelo le strade della vita. Per favore, dipingi di Vangelo le strade della vita! Alzati e vai. Lo diciamo tutti insieme, gli uni per gli altri! [ripetono: “Alzati e vai!”] Non ho sentito… [ripetono forte: “Alzati e vai!”] Mi piace! Gesù ti rivolge quest’invito. Lui, a tante persone che aiutava e guariva, diceva: “Alzati e vai” (cfr Lc 17,19). Ascolta questa chiamata, ripetila dentro di te, custodiscila nel cuore. E com’era la cosa? [ripetono: “Alzati e vai!”] Grazie!

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Finito il discorso, alcuni giovani portano al Papa un dono.

Sacerdote:

La mia voce, Santo Padre, credo sia ben poca cosa confronto all’emozione di questi giovani…

Papa Francesco

Grazie! E, ho dimenticato: com’era la cosa?

Giovani:

Alzati e vai!

Papa Francesco

Bravi!

Sacerdote

Lei ci chiede sempre di pregare per Lei, Santo Padre. Questi giovani hanno chiesto di farlo per Lei anche quest’oggi, e quindi chiediamo quel tempo per chiedere a Dio Padre di benedire la Sua vita, il Suo ministero di padre e di lasciare che noi possiamo essere pecore docili alla Sua guida. Per l’intercessione della Vergine che custodisce questa nostra diocesi e che Lei ci insegna a pregare, questo minuto di silenzio.

[Ave Maria]
[Benedizione]

Sacerdote

Il gesto che Le viene porto è questa forcola, un elemento fondamentale per un’imbarcazione a remi: è la congiunzione tra la barca e il remo, vuole simboleggiare i nostri giovani, la dinamicità di guidare, di mettere la loro energia, la loro forza, ma anche di lasciarsi guidare da Lei. Sono una rappresentanza di tutte le diocesi.

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