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lunedì 22 aprile 2024

Papa Francesco «Gesù mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo. ... Oggi Gesù ci dice che noi per Lui valiamo tanto e sempre.» REGINA CAELI 21/04/2024 (testo e video)

PAPA FRANCESCO

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
IV Domenica del Tempo di Pasqua, 21 aprile 2024


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Questa domenica è dedicata a Gesù Buon Pastore. Nel Vangelo odierno (cfr Gv 10,11-18) Gesù dice: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (v. 11) e insiste su questo aspetto, tanto da ripeterlo per ben tre volte (cfr vv. 11.15.17). Ma in che senso, mi domando, il pastore dà la vita per le pecore?

Essere pastore, specialmente al tempo di Cristo, non era solo un mestiere, era tutta una vita: non si trattava di avere un’occupazione a tempo, ma di condividere le intere giornate, e pure le nottate, con le pecore, di vivere – vorrei dire – in simbiosi con loro. Gesù infatti spiega di non essere un mercenario, a cui non importa delle pecore (cfr v. 13), ma colui che le conosce (cfr v. 14): Lui conosce le pecore. È così, Lui, il Signore, pastore di tutti noi, ci conosce, ognuno di noi, ci chiama per nome e, quando ci smarriamo, ci cerca finché ci ritrova (cfr Lc 15,4-5). Di più: Gesù non è solo un bravo pastore che condivide la vita del gregge; Gesù è il Buon Pastore, che per noi ha sacrificato la vita e, risorto, ci ha dato il suo Spirito.

Ecco cosa vuole dirci il Signore con l’immagine del Buon Pastore: non solo che Lui è la guida, il Capo del gregge, ma soprattutto che pensa a ciascuno di noi, e ci pensa come all’amore della sua vita. Pensiamo a questo: io per Cristo sono importante, Lui mi pensa, sono insostituibile, valgo il prezzo infinito della sua vita. E questo non è un modo di dire: Lui ha dato veramente la vita per me, è morto e risorto per me. Perché? Perché mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo.

Fratelli e sorelle, quante persone oggi si ritengono inadeguate o persino sbagliate! Quante volte si pensa che il nostro valore dipenda dagli obiettivi che riusciamo a raggiungere, dal successo agli occhi del mondo, dai giudizi degli altri! E quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco! Oggi Gesù ci dice che noi per Lui valiamo tanto e sempre. E allora, per ritrovare noi stessi, la prima cosa da fare è metterci alla sua presenza, lasciarci accogliere e sollevare dalle braccia amorevoli del nostro Buon Pastore.

Fratelli, sorelle, chiediamoci dunque: so trovare ogni giorno un momento per abbracciare la certezza che dà valore della mia vita? So trovare un momento di preghiera, di adorazione, di lode, per stare alla presenza di Cristo e lasciarmi accarezzare da Lui? Fratello, sorella, il Buon Pastore ci dice che se lo fai, riscoprirai il segreto della vita: ricorderai che Lui ha dato la vita per te, per me, per tutti noi. E che per Lui siamo tutti importanti, ognuno di noi e tutti.

La Madonna ci aiuti a trovare in Gesù l’essenziale per vivere.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle!

Si celebra oggi la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che ha per tema “Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace”. È una bella occasione per riscoprire la Chiesa quale comunità caratterizzata da una polifonia di carismi e di vocazioni al servizio del Vangelo. In tale contesto rivolgo di cuore il mio saluto ai nuovi presbiteri della diocesi di Roma, che sono stati ordinati ieri pomeriggio nella Basilica di San Pietro. Preghiamo per loro!

Continuo a seguire con preoccupazione, e anche con dolore, la situazione in Medio Oriente. Rinnovo l’appello a non cedere alla logica della rivendicazione e della guerra; prevalgano invece le vie del dialogo e della diplomazia, che può fare tanto. Prego ogni giorno per la pace in Palestina e in Israele e spero che quei due popoli possano presto smettere di soffrire. E non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la martoriata Ucraina che soffre tanto per la guerra.

Con dolore ho appreso la notizia della morte, in un incidente, di padre Matteo Pettinari, giovane missionario della Consolata in Costa d’Avorio, conosciuto come il “missionario instancabile”, che ha lasciato una grande testimonianza di generoso servizio. Preghiamo per la sua anima.

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi. Accolgo con affetto le Suore Apostoline: grazie per il vostro gioioso servizio alla pastorale delle vocazioni! Saluto i fedeli di Viterbo, Brescia, Alba Adriatica e Arezzo; come pure il Rotary Club Galatina Maglie e Terre d’Otranto, i giovani di Capocroce, i ragazzi della Cresima di Azzano Mella e della parrocchia di Sant’Agnese in Roma.

Auguro a tutti voi una buona domenica. E saluto i ragazzi dell’Immacolata, bravi! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video

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domenica 21 aprile 2024

Papa Francesco: "Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace" Messaggio per la 61ª Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 61ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

[21 aprile 2024]

Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace

Cari fratelli e sorelle!

La Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni ci invita, ogni anno, a considerare il dono prezioso della chiamata che il Signore rivolge a ciascuno di noi, suo popolo fedele in cammino, perché possiamo prendere parte al suo progetto d’amore e incarnare la bellezza del Vangelo nei diversi stati di vita. Ascoltare la chiamata divina, lungi dall’essere un dovere imposto dall’esterno, magari in nome di un’ideale religioso; è invece il modo più sicuro che abbiamo di alimentare il desiderio di felicità che ci portiamo dentro: la nostra vita si realizza e si compie quando scopriamo chi siamo, quali sono le nostre qualità, in quale campo possiamo metterle a frutto, quale strada possiamo percorrere per diventare segno e strumento di amore, di accoglienza, di bellezza e di pace, nei contesti in cui viviamo.

Così, questa Giornata è sempre una bella occasione per ricordare con gratitudine davanti al Signore l’impegno fedele, quotidiano e spesso nascosto di coloro che hanno abbracciato una chiamata che coinvolge tutta la loro vita. Penso alle mamme e ai papà che non guardano anzitutto a se stessi e non seguono la corrente di uno stile superficiale, ma impostano la loro esistenza sulla cura delle relazioni, con amore e gratuità, aprendosi al dono della vita e ponendosi al servizio dei figli e della loro crescita. Penso a quanti svolgono con dedizione e spirito di collaborazione il proprio lavoro; a coloro che si impegnano, in diversi campi e modi, per costruire un mondo più giusto, un’economia più solidale, una politica più equa, una società più umana: a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che si spendono per il bene comune. Penso alle persone consacrate, che offrono la propria esistenza al Signore nel silenzio della preghiera come nell’azione apostolica, talvolta in luoghi di frontiera e senza risparmiare energie, portando avanti con creatività il loro carisma e mettendolo a disposizione di coloro che incontrano. E penso a coloro che hanno accolto la chiamata al sacerdozio ordinato e si dedicano all’annuncio del Vangelo e spezzano la propria vita, insieme al Pane eucaristico, per i fratelli, seminando speranza e mostrando a tutti la bellezza del Regno di Dio.

Ai giovani, specialmente a quanti si sentono lontani o nutrono diffidenza verso la Chiesa, vorrei dire: lasciatevi affascinare da Gesù, rivolgetegli le vostre domande importanti, attraverso le pagine del Vangelo, lasciatevi inquietare dalla sua presenza che sempre ci mette beneficamente in crisi. Egli rispetta più di ogni altro la nostra libertà, non si impone ma si propone: lasciategli spazio e troverete la vostra felicità nel seguirlo e, se ve lo chiederà, nel donarvi completamente a Lui.

Un popolo in cammino

La polifonia dei carismi e delle vocazioni, che la Comunità cristiana riconosce e accompagna, ci aiuta a comprendere pienamente la nostra identità di cristiani: come popolo di Dio in cammino per le strade del mondo, animati dallo Spirito Santo e inseriti come pietre vive nel Corpo di Cristo, ciascuno di noi si scopre membro di una grande famiglia, figlio del Padre e fratello e sorella dei suoi simili. Non siamo isole chiuse in se stesse, ma siamo parti del tutto. Perciò, la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni porta impresso il timbro della sinodalità: molti sono i carismi e siamo chiamati ad ascoltarci reciprocamente e a camminare insieme per scoprirli e per discernere a che cosa lo Spirito ci chiama per il bene di tutti.

Nel presente momento storico, poi, il cammino comune ci conduce verso l’Anno Giubilare del 2025. Camminiamo come pellegrini di speranza verso l’Anno Santo, perché nella riscoperta della propria vocazione e mettendo in relazione i diversi doni dello Spirito, possiamo essere nel mondo portatori e testimoni del sogno di Gesù: formare una sola famiglia, unita nell’amore di Dio e stretta nel vincolo della carità, della condivisione e della fraternità.

Questa Giornata è dedicata, in particolare, alla preghiera per invocare dal Padre il dono di sante vocazioni per l’edificazione del suo Regno: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). E la preghiera – lo sappiamo – è fatta più di ascolto che di parole rivolte a Dio. Il Signore parla al nostro cuore e vuole trovarlo aperto, sincero e generoso. La sua Parola si è fatta carne in Gesù Cristo, il quale ci rivela e ci comunica tutta la volontà del Padre. In quest’anno 2024, dedicato proprio alla preghiera in preparazione al Giubileo, siamo chiamati a riscoprire il dono inestimabile di poter dialogare con il Signore, da cuore a cuore, diventando così pellegrini di speranza, perché «la preghiera è la prima forza della speranza. Tu preghi e la speranza cresce, va avanti. Io direi che la preghiera apre la porta alla speranza. La speranza c’è, ma con la mia preghiera apro la porta» (Catechesi, 20 maggio 2020).

Pellegrini di speranza e costruttori di pace

Ma cosa vuol dire essere pellegrini? Chi intraprende un pellegrinaggio cerca anzitutto di avere chiara la meta, e la porta sempre nel cuore e nella mente. Allo stesso tempo, però, per raggiungere quel traguardo, occorre concentrarsi sul passo presente, per affrontare il quale bisogna essere leggeri, spogliarsi dei pesi inutili, portare con sé l’essenziale e lottare ogni giorno perché la stanchezza, la paura, l’incertezza e le oscurità non blocchino il cammino intrapreso. Così, essere pellegrini significa ripartire ogni giorno, ricominciare sempre, ritrovare l’entusiasmo e la forza di percorrere le varie tappe del percorso che, nonostante le fatiche e le difficoltà, sempre aprono davanti a noi orizzonti nuovi e panorami sconosciuti.

Il senso del pellegrinaggio cristiano è proprio questo: siamo posti in cammino alla scoperta dell’amore di Dio e, nello stesso tempo, alla scoperta di noi stessi, attraverso un viaggio interiore ma sempre stimolato dalla molteplicità delle relazioni. Dunque, pellegrini perché chiamati: chiamati ad amare Dio e ad amarci gli uni gli altri. Così, il nostro camminare su questa terra non si risolve mai in un affaticarsi senza scopo o in un vagare senza meta; al contrario, ogni giorno, rispondendo alla nostra chiamata, cerchiamo di fare i passi possibili verso un mondo nuovo, dove si viva in pace, nella giustizia e nell’amore. Siamo pellegrini di speranza perché tendiamo verso un futuro migliore e ci impegniamo a costruirlo lungo il cammino.

Questo è, alla fine, lo scopo di ogni vocazione: diventare uomini e donne di speranza. Come singoli e come comunità, nella varietà dei carismi e dei ministeri, siamo tutti chiamati a “dare corpo e cuore” alla speranza del Vangelo in un mondo segnato da sfide epocali: l’avanzare minaccioso di una terza guerra mondiale a pezzi; le folle di migranti che fuggono dalla loro terra alla ricerca di un futuro migliore; il costante aumento dei poveri; il pericolo di compromettere in modo irreversibile la salute del nostro pianeta. E a tutto ciò si aggiungono le difficoltà che incontriamo quotidianamente e che, a volte, rischiano di gettarci nella rassegnazione o nel disfattismo.

In questo nostro tempo, allora, è decisivo per noi cristiani coltivare uno sguardo pieno di speranza, per poter lavorare con frutto, rispondendo alla vocazione che ci è stata affidata, al servizio del Regno di Dio, Regno di amore, di giustizia e di pace. Questa speranza – ci assicura San Paolo – «non delude» (Rm 5,5), perché si tratta della promessa che il Signore Gesù ci ha fatto di restare sempre con noi e di coinvolgerci nell’opera di redenzione che Egli vuole compiere nel cuore di ogni persona e nel “cuore” del creato. Tale speranza trova il suo centro propulsore nella Risurrezione di Cristo, che «contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 276). Ancora l’apostolo Paolo afferma che «nella speranza» noi «siamo stati salvati» (Rm 8,24). La redenzione realizzata nella Pasqua dona la speranza, una speranza certa, affidabile, con la quale possiamo affrontare le sfide del presente.

Essere pellegrini di speranza e costruttori di pace, allora, significa fondare la propria esistenza sulla roccia della risurrezione di Cristo, sapendo che ogni nostro impegno, nella vocazione che abbiamo abbracciato e che portiamo avanti, non cade nel vuoto. Nonostante fallimenti e battute d’arresto, il bene che seminiamo cresce in modo silenzioso e niente può separarci dalla meta ultima: l’incontro con Cristo e la gioia di vivere nella fraternità tra di noi per l’eternità. Questa chiamata finale dobbiamo anticiparla ogni giorno: la relazione d’amore con Dio e con i fratelli e le sorelle inizia fin d’ora a realizzare il sogno di Dio, il sogno dell’unità, della pace e della fraternità. Nessuno si senta escluso da questa chiamata! Ciascuno di noi, nel suo piccolo, nel suo stato di vita può essere, con l’aiuto dello Spirito Santo, seminatore di speranza e di pace.

Il coraggio di mettersi in gioco

Per tutto questo dico, ancora una volta, come durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona: “Rise up! – Alzatevi!”. Svegliamoci dal sonno, usciamo dall’indifferenza, apriamo le sbarre della prigione in cui a volte ci siamo rinchiusi, perché ciascuno di noi possa scoprire la propria vocazione nella Chiesa e nel mondo e diventare pellegrino di speranza e artefice di pace! Appassioniamoci alla vita e impegniamoci nella cura amorevole di coloro che ci stanno accanto e dell’ambiente che abitiamo. Ve lo ripeto: abbiate il coraggio di mettervi in gioco! Don Oreste Benzi, un infaticabile apostolo della carità, sempre dalla parte degli ultimi e degli indifesi, ripeteva che nessuno è così povero da non aver qualcosa da dare, e nessuno è così ricco da non aver bisogno di ricevere qualcosa.

Alziamoci, dunque, e mettiamoci in cammino come pellegrini di speranza, perché, come Maria fece con Santa Elisabetta, anche noi possiamo portare annunci di gioia, generare vita nuova ed essere artigiani di fraternità e di pace.

Roma, San Giovanni in Laterano, 21 aprile 2024, IV Domenica di Pasqua.

FRANCESCO



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV Domenica di Pasqua ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


IV Domenica di Pasqua ANNO B

21 aprile 2024 
Per chi presiede

Fratelli e sorelle, in queste domeniche di Pasqua abbiamo sentito proclamare con forza che la pietra del sepolcro è stata ribaltata e che il Cristo risorto e vivente è presente in mezzo a noi e che apre a tutti la possibilità di una vita nuova. Eppure molta parte della cristianità di oggi resta sorda a tale annuncio, preferendo le tenebre dell’odio e della negazione della dignità dell’altro. Invochiamo allora con fiducia il Signore Gesù e preghiamo per la nostra conversione e di tutta l’umanità, ed insieme diciamo:

R/   Signore, dona al mondo la tua pace

  

Lettore

- Tu, Signore Gesù, ti presenti alla tua Chiesa come il Pastore Bello, che conosci per nome ogni tuo discepolo e discepola. Fa’ uscire tutte le Chiese cristiane da quei recinti, in cui si sono rinserrate, perché possano camminare dietro a Te verso quell’unità, che può gridare al mondo che la fraternità di popoli e culture non è un sogno impossibile, ma una via percorribile. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, papa Francesco, il nostro vescovo Giovanni, tutti i vescovi e tutti coloro che hanno ricevuto il mandato di essere “pastori” delle tue comunità. Fa’ che nessuno di loro distolga lo sguardo da Te, che sei il Pastore-Agnello, che conduce tutto il gregge amando e lavando i piedi ad ogni creatura umana. Preghiamo.

- Ti affidiamo e ti preghiamo, Signore Gesù, per il folle cammino intrapreso dall’umanità di oggi. Molti governanti sono convinti che l’unico modo per instaurare la pace sia quello di ricorrere alle armi, che distruggono vite umane e intere città. Fa’, o Signore, che il sangue versato da tutte le vittime delle guerre possa diventare semente non di altro odio, ma di una nuova umanità, capace di corrispondere a quell’unica vocazione, che è vocazione alla vita. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, eserciti la tua regalità e la tua pastoralità non imponendo, ma preoccupandoti che nessuno resti prigioniero di se stesso e delle proprie gabbie mentali. Tu vuoi condurre tutti a sperimentare quella libertà, che rende ognuno pronto ad assumersi quei compiti di responsabilità a cui Tu lo chiami. Ti preghiamo, allora, per i genitori, gli insegnanti e quanti hanno compiti educativi, affinché sappiano condurre fuori dalle proprie chiusure ragazzi e giovani, perché essi possano giungere ad una piena maturità umana. Preghiamo.

‒ Davanti a te, o Gesù Pastore che doni la vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche degli emigranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo o nei centri di detenzione della Libia, nella cinica indifferenza del governo italiano e degli altri governi dell’Europa. Accogli tutti davanti al tuo Volto. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Cristo Pastore Bello, le preghiere di questa comunità ed esaudiscile per amore del tuo nome. Perché Tu sei Dio e vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 23 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


IV DOMENICA DI PASQUA ANNO B 

Vangelo:

Gv 10,11-18


Gesù è il Pastore Bello - Buono (Kalòs), quello legittimo, il Pastore che dà la sua vita per le pecorelle, che conduce il gregge dalla prigionia delle strutture di peccato - civili e religiose - alla totale liberazione, dalle tenebre del peccato e dalla morte alla vita vera. L'alternativa al Pastore Legittimo è l'idolo, con le sue molteplici sfaccettature del potere e della ricchezza, che imprigiona le menti, appesantisce i cuori e conduce a morte certa. Dopo averci sedotti e spremuti, l'idolo ci abbandona sempre nel momento del bisogno e del pericolo, non mantiene mai le sue promesse e delude ogni speranza riposta in lui. Fino a quando non facciamo esperienza di quanto sia male quello cui aspiriamo come sommo bene, tutto sarà inutile: la stupidità di avere posto la nostra fiducia in un vuoto colosso dai piedi di argilla, tanto affascinante e terrificante quanto fragile. «Nella prosperità l'uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono» (Sal 49), E' Gesù il Pastore Legittimo, l'unica voce che siamo chiamati a seguire, il Pastore che non conosce altro potere che il servizio, altra violenza che l'amore, altra ricchezza che il dono totale di sé, altra vittoria che la misericordia verso tutti. Questa è la Bellezza che salva il mondo. Solo Lui seguiamo.


sabato 20 aprile 2024

DISARMATO AMORE - Che cosa ha rivelato Gesù ai suoi? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. E di questo Dio io mi fido, a lui mi affido. - DOMENICA IV DI PASQUA ANNO B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

DISARMATO AMORE
 

Che cosa ha rivelato Gesù ai suoi? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. 
E di questo Dio io mi fido, a lui mi affido. 


In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore (...). Gv 10,11-18


DISARMATO AMORE
 
Che cosa ha rivelato Gesù ai suoi? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. E di questo Dio io mi fido, a lui mi affido.
 

Io sono il pastore buono: il titolo più disarmante e disarmato che Gesù dà a se stesso. Eppure pieno di coraggio, contro lupi e predatori.

In che cosa consiste la sua bontà? Nell’essere pastore mite, gentile, paziente, delicato? No, per ben 5 volte il vangelo oggi lo spiega con il gesto di dare, offrire, donare, porre in gioco la propria vita.

Il lavoro di Dio è offrire vita, alimentare la vita del gregge. Un Dio pastore che non chiede, offre; che non prende niente, dona tutto; non toglie vita, dà la sua vita anche a coloro che gliela tolgono. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre. Non un comando ma il comando, l’unico, l’essenziale.

Io sono il pastore bello, dice il testo originario. E noi capiamo che ‘bellezza’ è un nome di Dio; non estetica ma forza di seduzione; forza che crea ogni comunione.

«Il mercenario vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore». Al pecoraio salariato Gesù oppone parole che amo e che sorreggono la mia fede: “a me, pastore vero, le pecore importano, tutte, l’una e le novantanove”. A ciascuno ripete: tu mi importi. Verbo bellissimo: importare, essere importanti per Dio!

Signore, non ti importa che moriamo? Gridano li apostoli spaventati dalla tempesta. E il Signore risponde placando il mare, sgridando il vento, per dire: Sì, mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante. Non temere!

Lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo ma tu vali di più. Mi importano i gigli del campo ma tu conti più di tutti i gigli del mondo.

Ti ho contato i capelli in capo, e tutta la paura che ti oscura il cuore.

Per te do la mia vita. E non so domandare migliore avventura.

A questo ci aggrappiamo, anche quando non capiamo, soffrendo per l'assenza di Dio, o turbati per il suo silenzio.

Il comandamento che impariamo dal pastore bello è che la vita è dono. "Dare vita" significa contagiare di amore, libertà e coraggio chi avvicini, di vitalità ed energia chi incontri. Significa trasmettere le cose che ti fanno vivere, che fanno lieta, generosa e forte la tua vita, bella la tua fede, contagiosi i motivi della tua gioia.

Se non dai vita attorno a te, entri nella malattia. Se non dai amore, un’ombra invecchia il cuore.

Che cosa ha rivelato Gesù ai suoi? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. E di questo Dio io mi fido, a lui mi affido, credo in lui come un bambino, mi metto nelle sue mani e gli affido tutti gli agnellini del mondo.

Nel fazzoletto di terra che abitiamo, anche noi, pastori tutti di un pur minimo gregge, siamo chiamati a diventare racconto della tenerezza di Dio, della sua combattiva tenerezza.


20 aprile 1993 Dies Natalis del Venerabile Don Tonino Bello - LA PACE OSTINATA DI DON TONINO BELLO

20 aprile 1993 Dies Natalis di Don Tonino Bello


"Perché si muoia io non lo so. Sono però convinto che il senso della morte come quello della vita, dell'amicizia, della giustizia e quello supremo di Dio non si trovano in fondo ai nostri ragionamenti, ma sempre in fondo al nostro impegno" Don Tonino Bello

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Don Renato Sacco*
LA PACE OSTINATA DI DON TONINO BELLO

L'anniversario della morte del vescovo di Molfetta è l'occasione per portare avanti la sua missione, soprattutto oggi che, ancora una volta, come scriveva «c'è nell'aria odore di zolfo» 


«Perché, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l'ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l'ONU della base, dei poveri (...). Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi (...). Quanta fatica si fa in Italia, ma abbiamo fatto fatica anche qui, anche con i rappresentanti religiosi, perché è difficile questa idea della difesa nonviolenta. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!” (don Tonino Bello, Sarajevo, 12 dicembre 1992).

Molti si chiedono: cosa direbbe oggi don Tonino Bello, morto il 20 aprile 1993, di fronte a quanto sta succedendo oggi, di fronte a questo mondo dilaniato da guerre e ingiustizie sempre più inquietanti. Credo che invece di porci questa domanda, dovremmo chiederci: cosa ha fatto e detto don Tonino nella sua vita? Quali le sue scelte? Quali le testimonianze che oggi noi siamo chiamati a raccogliere? Più che chiederci cosa farebbe lui, dobbiamo chiederci cosa dovremmo fare noi! 
Molto belle e toccanti le parole di Tonio Dell’Olio - che di don Tonino fu amico e collaboratore – nell’editoriale di Mosaico di pace di questo mese di aprile: «Il mondo è in ginocchio. E non sempre per pregare. La nostalgia della tua presenza non è rimpianto romantico ma sete, semplicemente sete di senso per comprendere come è stato possibile piegarsi al simulacro della guerra piuttosto che ridurlo in polvere come fece Mosè con il vitello d’oro». E parlando della modifica alla legge 185/90 sul commercio delle armi, una legge che vide don Tonino impegnato in prima persona come presidente di Pax Christi, Tonio aggiunge: «Vedessi oggi come stanno operando nell’ombra tra imprenditori e rappresentanti delle istituzioni per allargare le maglie di quelle norme! E questo è niente di fronte alla proposta di imputare alla spesa per la Difesa più del 2% del Pil!».

Sì, ricordare don Tonino non è fare memoria di un ‘santino’, ma rivivere oggi con passione le sue scelte. «È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? – scriveva don Tonino al ritorno dalla marcia a Sarajevo, dicembre ’92 - È davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (…) E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia? Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono».

Ma c’è un altro discorso, appassionato e profondo, oltre che molto attuale, pronunciato da don Tonino. È quello all’Arena di Verona, con Beati i costruttori di pace, il 30 aprile 1989. Ci può davvero illuminare anche in vista dell’appuntamento Arena di pace, a Verona il prossimo 18 maggio, con la presenza di papa Francesco. «Perché il popolo della pace non è un popolo di rassegnati. È un popolo pasquale, che sta in piedi, come quello dell'Apocalisse: ‘Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello’. Davanti al ‘trono’ di Dio. Non davanti alle poltrone dei tiranni, o davanti agli idoli di metallo. E davanti all'Agnello. Simbolo di tutti gli oppressi dai poteri mondani. Di tutte le vittime della terra. Di tutti i discriminati dal razzismo. Di tutti i violentati nei più elementari diritti umani. A questo popolo invisibile della pace, dall'Arena di Verona, giunga la nostra solidarietà».

E ancora, sempre all’Arena: «Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata "orizzontalismo" la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l'amore per Lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del Vangelo, che la non violenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali».

Sì, in piedi costruttori di pace perché, come scriveva nella lettera ad Abramo nel ‘91, anche oggi «nell’aria c’è odore di zolfo».

* d. Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi
(fonte: Famiglia Cristiana 19/04/2024)

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  • Leggi il testo integrale dell'editoriale di Tonio Dell'Olio in Mosaico di pace del mese di aprile: Caro don Tonino
  • La documentazione video dell'intervento di don Tonino all’Arena di Verona, con Beati i costruttori di pace, il 30 aprile 1989.
Guarda il video


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Impossibile scegliere tra gli innumerevoli post da noi dedicati nel corso degli anni a Don Tonino, perciò ne segnaliamo solo quelli del precedente anniversario della sua morte:

Andrea Tornielli Gli irresponsabili e la responsabilità dei popoli

Andrea Tornielli
Gli irresponsabili e la responsabilità dei popoli

Scenari di guerra e il grido di pace che si alza dai popoli


Quanto è accaduto negli ultimi sei mesi e purtroppo sta accadendo oggi in Medio Oriente tiene il mondo con il fiato sospeso. La crudele aggressione in Israele perpetrata da Hamas con l’uccisione di 1.200 persone, in gran parte pacifici civili; il bombardamento a tappeto e l’invasione della Striscia di Gaza che ha provocato quasi 34.000 morti, in maggioranza civili, molti dei quali bambini; il raid che ha sventrato il palazzo di una sede diplomatica iraniana a Damasco; la risposta dell’Iran con l’attacco di droni e missili su obiettivi militari israeliani e oggi la risposta di Israele che ha attaccato obiettivi militari in Iran: il rischio che l’escalation degeneri in scelte senza ritorno trascinando il mondo intero in un conflitto dalle conseguenze incalcolabili diventa ogni giorno più reale.

Con Papa Francesco, l’unico leader mondiale dalle cui parole emerge la consapevolezza del tragico bivio che abbiamo di fronte, diciamo no alla guerra, no alla violenza, sì alla pace, sì al negoziato. Più di vent’anni fa, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre al cuore degli Stati Uniti, san Giovanni Paolo II pubblicò un messaggio per la Giornata mondiale della pace significativamente intitolato “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Parole vere, parole profetiche. La logica della reazione e della vendetta, della risposta che deve sempre seguire, innesca una spirale dalla quale è difficile uscire e le cui catastrofiche conseguenze saranno pagate dai popoli.

In un mondo dove ci sono irresponsabili che invece di investire nella lotta alla fame, nel migliorare i servizi sanitari, nelle energie rinnovabili, nella creazione di un’economia meno asservita ai signori della finanza e più attenta al bene comune, pensano soltanto a investire somme ingentissime nel riarmo, negli strumenti più sofisticati per produrre morte e distruzione, l’appello non può che essere rivolto alla responsabilità dei popoli. Mentre i credenti elevano preghiere a Dio perché ispiri le scelte di chi governa, milioni di persone uniscano le loro voci per innalzare un grido di pace. La guerra è un’avventura senza ritorno: in un mondo con gli arsenali pieni di armi nucleari, queste parole drammaticamente vere diventano giorno dopo giorno sempre più reali.
(fonte: L'Osservatore Romano 19/04/2024)

Pace: la pienezza della vita

Cristiana Scandura
Pace: la pienezza della vita

Gesù aveva dei nemici, ma Lui non era nemico di nessuno.


La pace è dono di Dio, quindi un dono da chiedere insistentemente al Signore nella preghiera, ma al contempo è opera dell’uomo. È dono messianico ed opera umana.

Purtroppo, l’umanità di oggi vive grandi divisioni e forti conflitti che gettano ombre cupe sul suo futuro. Vaste aree del nostro pianeta sono coinvolte in guerre e tensioni crescenti, mentre il pericolo che i conflitti si allarghino sempre di più genera non poche apprensioni nell’animo umano.

Ma non possiamo permettere che nel nostro cuore prevalgano la tristezza, la rassegnazione e il fatalismo, che non portano a nulla di buono. Piuttosto dobbiamo far crescere il nostro impegno per promuovere la pace a partire dal luogo in cui abitiamo e nelle relazioni che viviamo.

La pace implica il coinvolgimento di tutto l’uomo nella sua relazione con Dio, con se stesso e con il prossimo. Promuovere la pace non è responsabilità di pochi, ma dell’intera famiglia umana. Le molteplici opere di pace, presenti nel mondo, anche se spesso non fanno rumore, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è un’aspirazione profonda ed essenziale e coincide con il desiderio di una vita umana piena, felicemente realizzata.

Nel discorso sulle Beatitudini, Gesù mette in relazione la felicità con la giustizia, con la pace, con la mitezza, con il cuore puro e limpido, con la misericordia. Le guerre nascono dal desiderio competitivo di avere ciò che appartiene agli altri, si può trattare della terra, del petrolio o di altre ricchezze.

Cristo oppone al verbo generativo di violenza, che è il verbo “prendere”, un altro verbo, il verbo “dare”. Al meccanismo perverso del desiderio competitivo, Egli oppone la logica alternativa del dono: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Di solito il cristiano che affronta con radicalità evangelica il tema della pace è compatito, anche Gesù deve esserlo stato. Eppure Gesù ha vinto eliminando il concetto stesso di inimicizia, amando per primo, in perdita, senza aspettarsi il contraccambio. Gesù aveva dei nemici, ma Lui non era nemico di nessuno. Da qui sgorga la pace: vincendo il male con il bene.
(fonte: Vino Nuovo 16/04/2024)


venerdì 19 aprile 2024

«La mia uscita dal coma. Ora capisco le fatiche, il dolore e la bellezza»

Giulio Sensi
«La mia uscita dal coma.
Ora capisco le fatiche, il dolore e la bellezza»

Giulio Sensi, comunicatore sociale e collaboratore di Buone Notizie l’11 novembre scorso ha perso conoscenza ed è caduto dalla bicicletta da corsa. È uscito dal coma a gennaio, dopo una assenza di due mesi



Tutti proviamo a rimanere attivi, ma non è sempre facile. Possiamo capire che ci può capitare qualsiasi cosa e abbiamo la possibilità di uscirne in molti modi. Io, per esempio, l’11 novembre sono caduto dalla bicicletta da corsa, ho perso conoscenza in modo inspiegabile. Mai prima mi era successo niente di simile. Andavo forte e spensierato, avevo il casco, ma ho battuto la testa. Ho avuto trauma notevole che non ho potuto prevenire perché non ero più presente da un momento all’altro. Certo, sono stato sfortunato. L’assenza poi è durata due mesi. Sono scivolato in una situazione brutta. Ho rischiato di non farcela e i medici erano più o meno pessimisti. O meglio: realisti. Mi ha colpito un coma di quasi trenta giorni. Poi a inizio gennaio ho ripreso coscienza, avevo già recuperato l’azione, ma non ricordo niente.

Sono stato curato bene dalla sanità pubblica e provo gratitudine. Ho una parte del cervello che cicatrizza, ma sono tornato a pensare e a ricordare tutto quello che ho vissuto prima. A muovermi senza difficoltà. A capire e a pensare. A fare le cose come prima. Sono ancora io. Vivo con un trauma, ma rivivo. Allora ho capito cosa mi è successo. Ho provato e provo dolore a sapere che tantissime persone erano state male a conoscere come stavo, avevano sofferto a sapere che potevo non guarire o ne sarei potuto uscire segnato per sempre. Per due mesi non ho visto mia figlia di quasi sette anni e lei era triste perché non poteva vivermi. Sto male a pensarlo.

Ma ho imparato una cosa bella che mi arricchisce. La condivido con le migliaia di persone che si sono commosse quando hanno avuto la notizia che ero tornato, grazie soprattutto al sostegno della mia compagna, di mia sorella, del mio gemello e delle persone a me vicine. Dei medici, dei fisioterapisti, delle logopediste, degli psicologi e delle infermiere. Vedete: chiunque può entrare in difficoltà per tante ragioni. Ma dobbiamo avere la dignità e la capacità di guardare con comprensione. L’Italia è piena di situazioni di fragilità e disagio. Tutti i Paesi ne sono pieni. Ciò non divide il mondo fra i normali e i non normali, ma disegna tante comunità diverse e ugualmente ricche.

Ce l’ho fatta, ma se non ce l’avessi fatta avrei potuto comunque essere accolto con umanità: questo avrebbe segnato il mio futuro e quello della mia comunità. E soprattutto ora ho ancora più voglia di guardare al mondo e alle sue vulnerabilità con passione e comprensione. Di raccontarle con verità. Sembra una cosa piccola, ma è enorme. La sapevo anche prima e cercavo di esercitarla, ma quando sulla difficoltà ci sbatti la testa puoi anche imparare molte più cose. Oppure non imparare niente, ma un mondo più bello non si costruisce con la pietà di tutti. Si fa piano piano e prima di tutto con la nostra. Si sta male, ma si riparte e se anche non si riparte siamo persone e dobbiamo essere accettate. Sempre. La vita lotta. Combattiamo anche noi per rispettare la nostra e quella delle altre persone. Così possiamo costruire un mondo più giusto.
(fonte: Corriere della Sera - Le buone notizie 11/04/2024)


'Basta favori ai mercanti di armi' Difendiamo la trasparenza sulla produzione e l’export di armi

Basta favori ai mercanti di armi!
Difendiamo la trasparenza sulla produzione e l’export di armi

80 organizzazioni lanciano la mobilitazione in difesa della legge 185/1990 che il governo vuole smantellare

foto ANSA

17 aprile 2024 Incontro presso la sede di Libera a Roma 
con Rete Italiana Pace Disarmo, Banca Etica, Don Luigi Ciotti e Padre Alex Zanotelli

Gli esponenti di oltre 80 organizzazioni della società civile italiana si sono ritrovati presso la sede di Libera a Roma per rilanciare la mobilitazione in difesa della legge 185 del 1990 che disciplina il commercio e l’export di armi italiane.

Questa legge – che aveva posto l’Italia all’avanguardia nel panorama europeo – è oggi oggetto di una radicale proposta di revisione avanzata dal Governo che mira a eliminare i principali presidi di trasparenza e di controllo parlamentare sulla produzione e sull’export di armi italiane verso il resto del mondo. Le modifiche sono già state approvate dal Senato e sono ora all’esame della Camera.

“Non esiste pace senza disarmo. Alla cattiva politica, quella che vuole togliere una serie di pilastri fondamentali di trasparenza, si può rispondere assumendoci più responsabilità – ha detto Don Luigi Ciotti Nel mondo oggi ci sono 59 guerre; c’è una follia distruttiva. Bisogna ribadire con forza che il diritto alla sicurezza che tutti reclamano deve essere soprattutto sicurezza dei diritti, intesa come libertà, dignità e la vita delle persone. Non dimentichiamo che il mercato delle armi è il più soggetto a fenomeni di corruzione e che dove ci sono le guerre, le mafie fanno affari mentre il traffico delle droghe e delle armi vanno sempre a braccetto”. Don Ciotti ha concluso citando Papa Francesco: “Tutti i conflitti nuovi pongono in rilievo le conseguenze letali di una continua rincorsa alla produzione di sempre più sofisticati armamenti, talvolta giustificate adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Occorre scardinare tale logica e proseguire sulla strada del disarmo integrale”.

Padre Alex Zanotelli ha ribadito che: “Siamo prigionieri del complesso industriale militare” citando i dati relativi alle spese militari in continua crescita rispetto negli ultimi anni e che, di conseguenza, hanno fatto notevolmente aumentare anche il commercio internazionale di armi (+86% per l’Italia negli ultimi cinque anni).

Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica, a nome del Gruppo Banca Etica ha ricordato come le modifiche alla legge 185 mirino anche a cancellare la possibilità di sapere quali banche finanziano la produzione e l’export di armi, mentre Francesco Vignarca di Rete Italiana Pace e Disarmo ha ricordato che la legge 185 sia nata 34 anni fa da una forte mobilitazione delle reti della società civile che oggi si stanno riattivando per difenderla e come le modifiche proposte alla legge non porteranno maggiore sicurezza.

Francesca Rispoli di Libera ha infine ricordato che un primo passo per difendere la legge è firmare la petizione disponibile sul sito https://retepacedisarmo.org/petizione-basta-favori-ai-mercanti-di-armi-fermiamo-lo-svuotamento-della-legge-185-90/

A sostegno della mobilitazione “Basta favori ai mercanti di armi!” sono intervenuti all’evento di questa mattina a Roma anche Raul Caruso, professore di Economia Internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia; Alfio Nicotra, co-presidente Un ponte per e Consiglio nazionale AOI; Greta Barbolini, presidenza nazionale ARCI; Vincenzo Larosa, delegato dalla presidenza Azione Cattolica; Stefano Regio, presidente Federazione Lazio CNCA; Laura Milani, presidente CNESC e Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII; Gabriele Verginelli, per Legacoop; Emilia Romano, presidente Oxfam Italia, don Tonio dell’Olio, presidente Pro Civitate Christiana; Pierangelo Milesi, delegato Pace della Presidenza ACLI; Giuseppe Daconto, Centro Studi di Confcooperative; Maximilian Ciantelli, presidente Mani Tese Firenze; Alfredo Scognamiglio, del Movimento dei Focolari Italia; Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo.

Sono intervenuti anche l’on. Laura Boldrini (PD) e l’on. Riccardo Ricciardi (M5S) che hanno illustrato gli emendamenti presentati dall’opposizione alle proposte di modifica di legge.

La registrazione dell’incontro è disponibile a questo link.

per informazioni

Rete italiana Pace e Disarmo | Francesco Vignarca – francesco.vignarca@retepacedisarmo.org

Libera | Francesca Rispoli – francesca.rispoli@libera.it

Fondazione Finanza Etica – Gruppo Banca Etica | Barbara Setti – setti.fondazione@bancaetica.org
(fonte: CNCA 17/04/2024)

Vito Mancuso La speranza ci rende altruisti

Vito Mancuso
La speranza ci rende altruisti

La Stampa 31 marzo 2024

La situazione è grave, ma l'essere umano è fatto per andare oltre. Per Hannah Arendt possiamo pensare oltre ai limiti della nostra conoscenza


È possibile oggi sperare? La situazione è tale che la scritta posta da Dante sulla porta dell’inferno, “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, verrebbe collocata da molti all’interno dei reparti di ostetricia quale benvenuto ai nuovi arrivati. Siamo così in preda all’ansia che avvertiamo il mondo come una nave alla deriva carica di disperazione destinata presto a sprofondare nei gorghi del nulla. Dominati da questi neri sentimenti, è logico che il nostro cuore si restringa e che noi ci rapportiamo agli altri solo in funzione del nostro interesse, lo sguardo avido, freddo, calcolatore: ritorniamo allo stato di raccoglitori-cacciatori, ma senza nessuna meraviglia originaria. Io credo, però, che il compito del pensiero responsabile sia di opporsi a questa disperazione e per quanto mi riguarda nei reparti di ostetricia quale frase di benvenuto per i nuovi arrivati appenderei quest’altra frase di Dante: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto”. Occorre tornare a coltivare speranza e ad avere fiducia nella navigazione nella vita …

È un atteggiamento razionale? No, non lo è. Come tutte le cose esistenzialmente importanti della vita, anche questa scelta a favore della speranza non è “razionale”. Lo stesso vale per l'amore, l’amicizia, la passione, l'entusiasmo, il desiderio, l'ispirazione: nessuno di questi ambiti vive di sola ragione. Irrazionale, però, non vuol dire necessariamente falso, perché la verità non coincide sempre con ciò che è razionale, così da poter sempre essere afferrata e definita dalla ragione. È piuttosto l'esattezza a coincidere con il razionale, ma la verità è più dell'esattezza: è anche forza, energia, impeto, passione. È questa condizione onniavvolgente della mente e del cuore a meritare il nome di verità, la quale, quindi, ha strettamente a che fare con la speranza. Ha scritto Adorno nei Minima moralia: “Senza speranza l’idea della verità sarebbe difficilmente concepibile”.

Di solito si ritiene che la speranza sia un atteggiamento esclusivamente cristiano, ma non è vero. Gli antichi romani veneravano la dea Spes, le dedicavano templi e ne celebravano la festa il 1° agosto. Per questo Kant collocò la speranza tra le questioni decisive della vita: “Ogni interesse della mia ragione si concentra nelle tre domande che seguono: 1. Che cosa posso sapere? 2. Che cosa debbo fare? 3. Che cosa mi è lecito sperare?”. L’uso della prima persona singolare da parte del filosofo segnala che qui non sono in gioco disquisizioni accademiche, ma l’esistenza concreta. Nella nostra epoca il filosofo marxista dissidente Ernst Bloch ha scritto Il principio speranza, di Adorno ho già detto e di molti altri non cristiani potrei dire. Quanto al cristianesimo, esso considera la speranza una virtù teologale, altrettanto fondamentale quanto la fede e la carità.

Ma è soprattutto una celebre pagina di Eschilo a sottolineare l’importanza della speranza per tutti gli esseri umani: Prometeo è incatenato per ordine di Zeus, un’aquila gli mangia il fegato che di notte gli ricresce per poi essere nuovamente divorato, e una corifea gli chiede il motivo di questa terribile condizione. Prometeo le risponde: “Gli uomini avevano sempre, fissa, davanti agli occhi, la morte: io ho fatto cessare quello sguardo”. Domanda: “E quale rimedio hai trovato per questo male?”. Risposta: “Ho fatto abitare dentro di loro le cieche speranze”. E conclude: “E poi procurai a loro il fuoco”. Prima del fuoco Prometeo dà agli uomini le speranze, che sono dette “cieche” non perché fatue, ma perché la speranza per definizione non vede e non sa come andrà a finire e per questo, appunto, spera. Ma per quanto cieca, essa è forte e conferisce forza, come si capisce dal fatto che lo stesso utilizzo del fuoco ne richiede la presenza. Non a caso Aristotele definiva la speranza “il sogno di un uomo sveglio”.

In cosa avere speranza? Io sono convinto che la stella seguendo la quale possiamo ritrovare speranza sia l’amore. È l’amore la sorgente della speranza nella vita. Ma che cos’è l’amore? Da sentimento privato occorre, molto più profondamente, considerarlo logica cosmica. Novant’anni fa il gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin, esiliato in Cina dalla Chiesa a causa delle sue idee sul peccato originale, a un amico che gli aveva chiesto di esprimere in sintesi il suo credo, rispose così: “Se a seguito di un qualche capovolgimento interiore, io dovessi perdere la mia fede in Cristo, la mia fede in un Dio personale, la mia fede nello Spirito, a me sembra che io continuerei invincibilmente a credere nel Mondo. Il Mondo (il valore, l’infallibilità e la bontà del Mondo), ecco in ultima analisi la prima, l’ultima e la sola cosa in cui io credo. È di questa fede che io vivo. Ed è a questa fede che io, lo sento, nell’ora della morte, oltrepassando tutti i dubbi, mi abbandonerò”.

La domanda sull’essenza dell’amore trova qui la sua risposta: l’amore è la logica relazionale che ha reso e che rende possibile il mondo, dapprima il formarsi degli elementi e del pianeta, poi il sorgere della vita, dell’intelligenza, della libertà, infine di quella libertà che si dedica gratuitamente a un’altra libertà e così raggiunge la pienezza dell’amore. L’amore esprime la logica della relazione che fa sì che le cose esistano, dato che non esiste nulla che non sia ontologicamente un sistema e in quanto tale risultanza di relazione e di armonia.

L’esito più alto del processo cosmico in cui siamo inseriti si chiama mente, pura energia di consapevolezza, e si chiama anche cuore, pura energia operativa che riproduce la medesima dinamica di armonia all’origine dell’esistenza. Mente + cuore: questo è il risultato più alto del processo cosmico. Questo possiamo essere noi: una mente che sa e un cuore che ama. Questo va insegnato ai bambini e ripetuto ai giovani, e mai dimenticato fino all’ultimo giorno dell’esistenza. La sorgente della speranza è la consapevolezza della (possibile) ricchezza della nostra umanità.

Questa forza cosmica ci riguarda in quanto oggetto, perché ne siamo il risultato, e ci riguarda in quanto soggetto, perché possiamo a nostra volta esercitarla. Essa è la dimensione generatrice dell’essere, che gli antichi greci chiamavano Logos e l’ebraismo Hochmà, seguendo la quale ognuno di noi da caos può diventare mondo. Lo può diventare anche nel senso dell’aggettivo, mondo cioè nel senso di pulito. Inserito in questo processo, ognuno di noi può essere mondo: lo può essere nel senso del sostantivo che rimanda a organizzazione e nel senso dell’aggettivo che rimanda a pulizia. Il senso dell’esistere viene così compendiato dal termine greco per mondo, “cosmo”, da cui cosmesi: il senso della vita è fare esperienza di bellezza, fisica e morale. Si può ragionevolmente sperare in tutto ciò? Si può. Anzi, oggi si deve, e si deve insegnare a farlo, se non vogliamo naufragare nel nichilismo.

I problemi di oggi sono tali da sfiduciare chiunque eserciti il raziocinio: la guerra mondiale sempre più incombente, il cambiamento climatico sempre più devastante, le migrazioni sempre più massicce, la tecnologia sempre più padrona delle anime, e si potrebbe continuare. Ma, annotava Hannah Arendt, “negli uomini esiste un’inclinazione, forse un bisogno, a pensare al di là dei limiti della conoscenza”. È a causa di ciò che si origina la speranza, da sempre connessa all’essenza del pensiero umano. Per Isidoro di Siviglia, un dotto del VII secolo esperto di etimologie, il termine latino “spes” viene da “pes”, piede; fondata o no, l’etimologia è suggestiva: la speranza è ciò che fa camminare nella vita. Senza speranza non si cammina. La speranza, infatti, è performativa: occorre sperare per realizzare. Lo vide già Eraclito: “Se uno non spera, non potrà trovare l’insperabile”. Speranze e fuoco, fiducia e tecnica, sapienza e scienza, devono tornare a essere strettamente connesse nella società e ancor prima nella singola esistenza. Quanto a tecnica, non siamo mai stati così forti. Se ritroveremo una speranza alla sua altezza, forse riusciremo a rivedere la nostra stella e a “non fallire a glorioso porto”.
(fonte: sito dell'autore)


giovedì 18 aprile 2024

Assolto il modello Riace - Mimmo Lucano "voleva solo aiutare gli ultimi"

Tonio dell'Olio
Assolto il modello Riace

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 17 APRILE 2024

L'assoluzione di Mimmo Lucano dalle accuse infamanti è molto di più che una sentenza nei confronti di una persona. Il vero processo si è celebrato contro un modello di accoglienza e contro la scelta di restare umani. A Riace si tocca con mano che non è vero che la strada obbligata sia il respingimento ma che l'accoglienza diffusa è persino più conveniente.

Il meticciato non è una contaminazione pericolosa che ci fa smarrire l'identità, ma una via maestra per il riconoscimento dell'umanità altrui. È per questo che Mimmo Lucano dice che ha vissuto questo penoso cammino come una mortificazione dell'anima. Ed è per questo che da parte del mondo dell'informazione si sarebbe dovuto approfondire e dar modo di riflettere concedendo lo stesso spazio che a suo tempo si è dato per dimostrare inutilmente la sua colpevolezza. La sua assoluzione sta lì a dirci che dobbiamo scegliere tra Riace e Cutro, tra Riace e la via albanese. Con meno soldi si può far molto meglio e nel rispetto della vita delle persone si può dare un futuro migliore a chi arriva e a chi c'è già.

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Riace, Mimmo Lucano 
"voleva solo aiutare gli ultimi"

Depositate le motivazioni del provvedimento della corte d'Appello di Reggio Calabria, che smantella le accuse all'ex sindaco del borgo dell'accoglienza: nessun profitto, solo solidarietà


A Riace l’accoglienza non era un business, ma una mission diretta a "perseguire un modello […] non limitato al solo soddisfacimento di bisogni primari, ma finalizzato all'inserimento sociale dell'ospite di ciascun progetto". Un modello da esportare e non da condannare. Potrebbero riassumersi così le motivazioni della sentenza di secondo grado del processo Xenia, in cui i giudici della corte d’Appello di Reggio Calabria hanno smontato pezzo dopo pezzo l’impianto portato avanti dall’accusa e poi confermato dal tribunale di Locri con la condanna per 16 imputati, a più riprese definita "abnorme". La condanna più pesante, a 13 anni e 2 mesi di carcere, era stata pronunciata nei confronti di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, un tempo noto come “il borgo dell’accoglienza”. Verdetto ribaltato lo scorso 11 ottobre dai giudici di Appello.

A un’attenta lettura, per i magistrati di secondo grado anche le prove raccolte da chi accusava Lucano mettono in luce "lo spirito di fondo che ha mosso l'imputato, certo di poter alimentare una economia della speranza, funzionale a quella che più volte Lucano ha definito essere la sua mission, ovvero poter aiutare gli ultimi". Nei confronti dell’ex sindaco di Riace rimane una condanna a 18 mesi (con pena sospesa) per un presunto falso relativo a un solo atto, firmato nel 2017, sui 57 – invece – contestati dalla procura di Locri. Ma soprattutto rimane un calvario lungo cinque anni, quelli trascorsi dal blitz della Guardia di finanza a cui era seguito l’arresto e l’avvio di una lunga fase cautelare, nonché il rammarico per quello che Riace era e sarebbe potuta continuare a essere.

Mimmo Lucano non cercava visibilità

Come ribadito anche dal collegio giudicante presieduto da Elisabetta Palumbo, nel processo iniziato il 25 maggio 2022 e celebrato in Appello, si è fatta attenzione alla "non comune complessità e delicatezza delle vicende trattate". Non a caso, a inizio gennaio la corte aveva richiesto una proroga di 90 giorni per il deposito delle motivazioni. La sentenza ha riletto le prove dando un’interpretazione molto diversa da quella offerta in primo grado. Il collegio presieduto dal giudice Fulvio Accurso, nel provvedimento pronunciato a fine settembre 2021, aveva definito Lucano il "dominus indiscusso" di un’associazione a delinquere, finalizzata a strumentalizzare il sistema di accoglienza a Riace, nel periodo interessato dalle indagini che va da gennaio 2014 a settembre 2017, quando nel borgo erano attivi i progetti Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), Cas (centri di accoglienza straordinaria) e Msna (minori stranieri non accompagnato). Si parlava di "mala gestio" dei progetti dettata dalla volontà degli imputati, e in particolare di Lucano, di accaparrarsi risorse pubbliche o da un "movente politico".

Secondo i giudici di primo grado, Lucano era mosso dalla ricerca di visibilità. Una tesi ripresa dalla propaganda della destra, ma smentita in appello

Secondo i giudici di primo grado, l’ex sindaco era divorato dal "demone ossessivo della ricerca di una sempre maggiore visibilità". Un assist per la propaganda di destra. All’indomani della sentenza, Giorgia Meloni si era infatti scagliata sui propri social contro "l’idolo della sinistra immigrazionista" sostenendo che "i soldi pubblici destinati agli immigrati finivano alle solite cooperative rosse e nelle case pagate dallo Stato per l’accoglienza ci dormivano i vip radical chic e i cantanti quando andavano a fare le passerelle a Riace. Insomma, la solita mangiatoia progressista sulla pelle dei disperati". E, tuttavia, scrivono i giudici di Reggio Calabria a distanza di tre anni: "Che Lucano mai avesse (neppure) pensato di guadagnare sui rifugiati è circostanza" che emerge dai suoi stessi dialoghi intercettati, come quello in cui "egli stesso sottolineava come, proprio grazie al suo intervento, altre persone avevano cambiato approccio, ponendosi verso la tematica dell'accoglienza senza alcuna finalità predatoria". Piuttosto "egli era convinto che proprio l'assenza di qualsiasi finalità predatoria gli aveva procurato non poche inimicizie". Di quel “demone”, insomma, non è stata trovata traccia sui conti correnti dell’allora sindaco di Riace che, nel frattempo, ha anche rifiutato le candidature alle elezioni politiche e al parlamento europeo.

Nessuna associazione a delinquere

I giudici hanno riscontrato un "disordine amministrativo e contabile, ma anche l'assenza di un governo complessivo delle azioni" necessario a dimostrare un progetto criminale

Così, partendo dagli stessi presupposti e dalle stesse prove, la corte d’Appello è arrivata a conclusioni opposte rispetto al tribunale di Locri, a cominciare dalla presunta esistenza – già in realtà smentita dai giudici in fase cautelare – di una associazione a delinquere necessaria a dimostrare anche una lunga serie di reati-fine: dalla truffa al peculato. Tutto smontato. "La sentenza appellata – si legge nelle motivazioni dei giudici di secondo grado – non consente di derivare, dall’analisi delle singole condotte, indicatori sicuri della avvenuta strutturazione di mezzi e persone, secondo un coordinamento complessivo che trascenda le singole azioni". In altri termini, non ci sarebbe stato un disegno unitario e perverso dietro la gestione dell’accoglienza a Riace da parte dell’amministrazione di Lucano e delle associazioni. Ma più che altro un agire caotico dei soggetti coinvolti, che esclude l’esistenza di un’associazione a delinquere. "Le relazioni ispettive, le prove per testi e financo le stesse conversazioni intercettate delineano un disordine amministrativo e contabile, ma anche l’assenza di un governo complessivo delle azioni, nonché l’inesorabile procedere delle associazioni in ordine sparso". Anche il linguaggio delle conversazioni, secondo i giudici, non usato nella forma "criptica o convenzionale" dagli allora indagati, per "evitare di essere compresi da temuti ignoti ascoltatori", basta di per sé a smentire l’esistenza di un sodalizio criminale.

Il Viminale sapeva dei migranti che restavano a lungo

"Non giova al tema d'accusa neppure l'analisi del trattenimento dei migranti oltre i termini" previsti dai progetti. La Corte d’Appello si è soffermata anche sul tema dei cosiddetti “lungopermanenti”, a cui è stato riservato ampio spazio durante i processi. Nella ricostruzione del tribunale di Locri, i migranti sarebbero stati trattenuti nei progetti Sprar e Cas oltre i tempi e i modi consentiti dalla legge, nascondendo le informazioni a prefettura e Viminale per ottenere un profitto quantificato in oltre 2 milioni di euro. La corte d’Appello ha smentito questa ricostruzione e ha aggiunto: da parte del Viminale e della prefettura c’era "la piena consapevolezza della presenza dei 'lungopermanenti' a Riace" che potrebbe risalire già al 2014, anno di inizio delle indagini. A questo proposito, è stata citata una circolare ministeriale del 2015 secondo cui "in mancanza di posti per effettuare il passaggio nello Sprar – situazione effettivamente verificatasi – il richiedente restava in accoglienza nei centri governativi (anche se aperti in via temporanea)".

Su questa base, alcune delle associazioni che gestivano i progetti nel borgo avevano inviato comunicazioni ad hoc sia al servizio centrale che alla prefettura. Dato già emerso dalle relazioni ispettive volute dall’allora prefetto reggino Michele di Bari, che determinarono la "decurtazione delle somme erogate per il periodo successivo". Inoltre, nel momento in cui alle persone veniva comunicata la possibilità che avrebbero dovuto abbandonare il progetto "venivano inscenate proteste che richiedevano l’intervento della forza pubblica". Da un lato, dunque, il ministero dell’Interno e la prefettura erano a conoscenza della situazione, dall’altra il Comune viveva una sorta di stasi. "In presenza dei presupposti di legge costoro andavano, al limite, espulsi, con provvedimento di competenza prefettizia e non certo del sindaco" o dei legali rappresentanti delle associazioni. Per i migranti del progetto Cas, invece, "la competenza all’espulsione spettava ai prefetti". A più riprese, Lucano, che oggi si dice "sollevato" da una sentenza che salvaguarda le idee prima ancora della persona, aveva ribadito la consapevolezza di quanto avvenisse a Riace da parte di ministero dell’Interno e prefettura: "Se a Riace è esistita un’associazione a delinquere, allora ne hanno fatto parte".

A Riace nessun profitto, solo solidarietà

"L'assoluta mancanza di qualsivoglia fine di profitto, l'indiscutibile intento solidaristico, gli sforzi per portare avanti la propria idea di accoglienza sono indicatori meritevoli di considerazione"

In molti hanno parlato dell’indagine Xenia come di un atto politico e simbolico. Di certo, i giudici d’Appello non hanno condiviso la chiave di lettura che ha legato le azioni dell’ex sindaco di Riace a una "logica predatoria delle risorse pubbliche, ad appetiti di natura personale, a meccanismi illeciti e perversi fondati sulla cupidigia e sull'avidità", escludendo qualsiasi connotazione altruistica dalla personalità di Lucano "nei fatti sacrificata agli appetiti di chi poteva fare incetta di quelle somme senza alcuna forma di pudore". Viceversa, "il collegio ritiene che la personalità dell'appellante (Mimmo Lucano, ndr), il contesto in cui ha sempre operato, caratterizzato da un continuo afflusso di migranti, l'assoluta mancanza di qualsivoglia fine di profitto, l'indiscutibile intento solidaristico, gli sforzi per portare avanti la propria idea di accoglienza siano indicatori meritevoli di considerazione".

(fonte: la via libera, articolo di Francesco Donnici 15/04/2024)

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