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sabato 23 febbraio 2019

Il documento di Abu Dhabi - Cristianesimo e islam la sfida del consenso di Bruno Forte

Il documento di Abu Dhabi - 
Cristianesimo e islam 
la sfida del consenso 
di Bruno Forte,
arcivescovo di Chiesti -Vasto






Poco più di trent' anni fa Samuel P. Huntington, nel libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (Garzanti, 1997: orig. 1996), aveva individuato la sfida globale del XXI secolo nel conflitto delle civiltà, identificate con i grandi mondi religiosi, dopo i conflitti fra le nazioni, tipici del XIX secolo, e quelli fra le ideologie, che hanno segnato il secolo XX. Sembra dare ragione al politologo americano la «guerra mondiale a pezzi» più volte denunciata da Papa Francesco, tanto più che in essa le religioni hanno un' importante responsabilità.

Ecco perché un consenso fra Cristianesimo e Islam, come quello espresso ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso nel «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato dal Vescovo di Roma e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, costituisce una speranza e una promessa per tutti. 

Del Documento vorrei evidenziare alcuni principi ispiratori, che ne fanno tra l' altro un frutto altissimo del Concilio Vaticano II.

Il primo è quello della solidarietà universale fra gli esseri umani davanti al mistero dell' unico Dio.
Il testo lo richiama con una frase semplice e intensa: «La fede porta il credente a vedere nell' altro un fratello da sostenere e da amare». Se i cristiani riconosceranno in queste parole il cuore del «comandamento nuovo» di Gesù, i credenti islamici non potranno non avvertirvi l' eco dei caratteri fondamentali di Colui che è per antonomasia «il clemente e il misericordioso», come afferma l' inizio del Corano riferendosi a Dio. Importantissima è la conseguenza etica di questo principio: «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l' umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l' umanità intera». Non poteva essere più netta la condanna di ogni forma di violenza, eco dell' imperativo del «Non uccidere», comune alle due fedi (cf. Es 20,13 e Mt 5,21-22, e nel Corano il versetto 32 della Sura 5).

A ispirare il testo di Abu Dhabi è poi quel principio dialogico, che sta alla base della concezione conciliare del rapporto Chiesa-mondo: cattolici e musulmani insieme «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via».

Viene certo rifiutata ogni forma di irenismo ingenuo o dai secondi fini, né si ignora quanto le violenze compiute nella storia in nome di Dio abbiano disatteso il comandamento divino. Proprio per questo, però, è tanto più significativo che si affermi: «Noi - credenti in Dio, nell' incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio - , partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, attraverso questo Documento chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell' economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace».

Va infine segnalato il primato riconosciuto all' etica e alla dimensione spirituale della vita:
«Il deterioramento dell' etica, che condiziona l' agire internazionale, e l' indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità... contribuiscono a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere nell'integralismo religioso, nell' estremismo e nel fondamentalismo cieco».
Si tratta di un' affermazione preziosa, che mette in guardia dal rischio sempre in agguato per ogni essere umano di abbandonare l' orizzonte ultimo, per ripiegarsi sulle misure corte dell' avidità o della sete di potere.

L' antidoto è per cattolici e musulmani il risveglio «del senso religioso e la necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni», facendo fronte comune alle tendenze egoistiche e conflittuali, che sono alla base del radicalismo e dell' estremismo. Il testo è di una fermezza assoluta: «Condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l' aborto e l' eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo».

Netta è poi l' affermazione che impone di separare il nome di Dio e la fede in Lui da ogni forma di violenza:
«Noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all' odio, alla violenza, all' estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione.
Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio».

Al no radicale alla violenza perpetrata in nome della religione il testo congiunge, poi, il sì alla libertà religiosa e di coscienza come «diritto di ogni persona». Affermazioni fatte - dice il testo - dando voce «ai cattolici e ai musulmani d' Oriente e d' Occidente» e rivolte non solo ai credenti, ma ad ogni persona che si voglia pienamente umana: sapremo raccogliere tutti una simile sfida?





Noi cristiani in quale Dio crediamo? di Enzo Bianchi

Noi cristiani 
in quale Dio crediamo? 
di Enzo Bianchi 

 Bisaccia del mendicante 
"Jesus" - Febbraio 2019



C’è una domanda che mi ha sempre accompagnato fin dalla mia giovinezza, una domanda che, ai tempi in cui la esprimevo io, era ritenuta superflua e comunque non determinante, ma che oggi è diventata domanda di molti che si dicono credenti in Dio ma che, proprio perché profondamente discepoli di Gesù Cristo, restano inquieti di fronte al nominare Dio. E la domanda è: “In quale Dio noi crediamo?”. Eppure siamo ancora in una stagione che conosce il dialogo interreligioso tra quelli che confessano l’adesione a un Dio, una stagione che non dubita che il Dio dei cristiani è il Dio degli ebrei e dei musulmani, il Dio della rivelazione.

E tuttavia la domanda “Quale Dio?” non è inutile, anzi: deve essere posta, contro ogni facile irenismo e ogni superficiale distinzione tra credenti e non credenti. D’altronde io stesso mi interrogo sovente sulle immagini di Dio che ho forgiato, assunto e poi anche abbandonato negli ormai lunghi anni della mia vita. Comprendo sempre più che Dio è soltanto un mistero incommensurabile, indicibile, incomprensibile e che ogni nostra parola su di lui – e solo lui sa quante ne sono state dette e scritte… – non soltanto è un balbettio, ma rischia anche di essere blasfema. Come diceva Ippolito di Roma nel III secolo, Dio è “un’espressione ambigua”.

Di fronte a Dio, non dimentichiamolo, la nostra prima reazione è quella della paura, come per Adamo quando sentì la presenza di Dio che lo cercava (cf. Gen 3,9-10). Ed è questa paura di Dio con la quale nasciamo che deve essere vinta per far posto alla fiducia, alla fede. Non a caso il Dio che appare ai credenti dell’Antico Testamento dice innanzitutto: “Non temere!”. Se regna la paura, la fiducia non è possibile, dunque non è possibile la relazione, non è possibile l’alleanza, non è possibile l’amore verso Dio e non c’è quindi la libertà amorosa nell’obbedire alla sua volontà. Non a caso anche Gesù, quando incontra uomini e donne, chiede loro: “Non temere, soltanto abbi fede!” (Mc 5,36 e par.) e sancisce che Dio stesso è intervenuto attraverso di lui con le parole: “La tua fede ti ha salvato. Va’ in pace!” (Mc 5,34; Lc 7,50). 
Aver paura di Dio è perciò la realtà che va assolutamente sconfitta per incontrare, ascoltare, vedere nella fede il Dio vivente e vero.

Ma la domanda resta: un Dio di cui non si deve avere paura, sì, ma quale Dio? Secondo la tradizione cristiana, Dio è innanzitutto confessato come Padre, titolo che non appare sovente nell’Antico Testamento proprio perché è il termine che tutte le genti davano al loro Dio anche senza aver avuto la rivelazione. E ancora oggi per molti cristiani è sufficiente dire che Dio è Padre per individuare il Dio cristiano. È vero che Gesù parla di Dio Padre, che lo chiama con confidenza amorosa “Abba!” (Mc 14,36), che ha chiesto di invocarlo quale “Padre nostro” nella preghiera insegnata ai discepoli, ma va osservato che anche il nome di padre non può essere assunto senza precisazioni. Ci possono essere molte figure deformate del “padre”, fonti di squilibri e inibizioni, anziché di fiducia e di libertà. Il linguaggio della paternità applicato a Dio non va certo tralasciato, ma occorre vigilanza affinché questa immagine paterna di Dio sia quella che Gesù ci ha consegnato e non sia plasmata dalla nostra esperienza della paternità umana che abbiamo vissuto e sperimentato. Nella nostra relazione con Dio, purtroppo, possiamo essere tributari dell’immagine di un padre forgiata dal sistema educativo, dalla cultura patriarcale, dalle esperienze della vita… 

Per noi cristiani, Dio è il Dio di Gesù Cristo, e se è Padre, è Padre come solo lo conosce il Figlio Gesù Cristo (cf. Mt 11,27; Lc 10,22); e così non diciamo “tale è il Padre, tale è il Figlio”, bensì “tale è il Figlio, tale è il Padre”! Quale Dio, allora? Il Dio di cui solo Cristo è l’immagine (cf. Col 1,15), il Dio che si vede in Gesù Cristo, il Dio che il Figlio Gesù Cristo ci ha raccontato, rivelato (cf. Gv 1,18). Ecco il Dio dei cristiani


venerdì 22 febbraio 2019

"Parlare di sofferenza è difficile, credo che il modo migliore è quello di tacere..." Card. Franco Montenegro Omelia Giornata Mondiale del Malato 11/02/2019 (video integrale)

Giornata Mondiale del Malato 11 febbraio 2019
Parrocchia S.Chiara di Canicattì
card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento

"Parlare di sofferenza è difficile, credo che il modo migliore è quello di tacere, perché alcune volte le parole che si dicono sono sbagliate, sono pesanti... Davanti ad ogni sofferenza il silenzio è la parola vera che può fare compagnia a chi in quel momento si trova nella solitudine e nel dolore...
La sofferenza pur essendo non gradevole ci insegna, ci lancia tre messaggi:il primo che siamo di passaggio ... l'altro messaggio che non siamo onnipotenti ... e la sofferenza ci dice come è importante nella vita mettere in ordine i valori ... e credo che la sofferenza ci faccia scoprire la bellezza e la grandezza della vita ... e anche dell'amore..."

Nel video l'omelia pronunciata dal card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, in occasione della Giornata Mondiale del Malato che si è tenuta nella parrocchia S.Chiara di Canicattì, l'11 febbraio 2019

Guarda il video

Rischio razzismo - A Foligno in una scuola elementare un "esperimento" che fa discutere e suscita indignazione




Questo in breve ciò che è accaduto in una scuola di Foligno

Un maestro supplente entra in una quinta classe, guarda l'unico bambino di colore presente, e chiede al resto dei compagni: 
«Ma che brutto è questo bambino nero! Bambini, non sembra anche a voi che è brutto? Girati, così non ti devo guardare»
Dopo aver pronunciato questa frase offensiva, va alla finestra, traccia un segno sul vetro ed 'invita' il bimbo di colore a girarsi e guardare fisso verso fuori, con le spalle alla cattedra, in maniera tale da non vederselo difronte.
L’episodio ha lasciato sconvolti tutti i compagni, tanto che hanno raccontato l’accaduto in famiglia. La vicenda è stata segnalata su Facebook da uno dei genitori dei compagni di classe, con un post che, nonostante sia stato subito rimosso, ha provocato clamore rilanciando la notizia a livello nazionale.

Il maestro Mauro Bocci, che sostituiva un collega nell'ora alternativa alla religione cattolica, si difende affermando che era un esperimento didattico contro il razzismo.

Intanto comunque è stato sospeso. A darne notizia è stato lo stesso ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, spiegando di essere «intervenuto direttamente ieri sera, quando ho appreso che non era stato preso un procedimento disciplinare immediato e diretto, ma solo formale». «Ho chiesto subito che si applicasse la disciplina corrente, quindi la sospensione in attesa che si concluda l’iter del procedimento disciplinare», ha chiarito il titolare di viale Trastevere.


Guarda il video Rai Agorà 22/02/2019


Foligno, parla il bimbo messo all’angolo:
«Tutti i compagni sono venuti da me e mi hanno difeso»

Chiamiamolo Mike, ha solo 10 anni, i suoi genitori vengono dalla Nigeria ma da tanto tempo vivono e lavorano in Italia, perfettamente integrati. Lui è nato qui, a Foligno, e infatti c’è anche un po’ di dialetto umbro nella sua voce. Frequenta insieme alla sorellina la scuola elementare di via Monte Cervino, zona residenziale, poco traffico e giardini curati.

Sabato 9 febbraio Mike è tornato a casa da scuola, ma aveva un’aria diversa. La mamma gli ha chiesto cosa fosse successo e lui ha detto: «Ero lì da solo davanti alla finestra e non riuscivo a capire il perché, il tempo passava e non cambiava nulla». Un minuto, due, cinque. I minuti più lunghi della sua vita. Neanche sua madre ha capito subito cosa fosse accaduto, poi però sono tornati a casa anche gli altri bambini, lui è l’unico nero della sua classe. E tutti hanno raccontato ai genitori la stessa identica scena: «Il maestro ha invitato Mike ad alzarsi, gli ha detto quanto sei brutto, non mi devi guardare e gli ha ordinato di girarsi verso la finestra».

Parlando con le altre mamme, la madre di Mike allora si è resa conto dello choc che aveva subìto suo figlio. L’allarme si è diffuso presto via Facebook. E lei si è rivolta a un’avvocata che conosce, Silvia Tomassoni, con lo studio nella centralissima piazza della Repubblica. Tomassoni ha già pronta la denuncia da presentare ai carabinieri. Mike è un ragazzo studioso e molto educato e quando è arrivato il momento di tornare a scuola, il lunedì, non voleva andare: «Ho paura di essere di nuovo umiliato», ha confessato alla mamma. Però poi ha fatto finta di niente, il maestro supplente era in un’altra classe e la giornata è filata liscia. Ma soprattutto, il coraggio di rientrare, gliel’hanno dato quelli della sua classe, i suoi compagni, che quel sabato 9 febbraio, quel giorno che poteva essere per lui senza ritorno, mentre il maestro lo teneva lì fermo, immobile, davanti alla finestra, si sono ribellati: «Mi è piaciuto — ha detto lui poi a sua madre — vedere ragazzini e ragazzine, tutti con la pelle bianca, che si sono alzati e sono venuti vicino a me, si sono messi lì alla finestra e hanno detto al maestro: noi siamo uguali, noi siamo come lui, perciò anche noi ora stiamo qui, fermi, a vedere il mondo là fuori».

L’avvocato Tomassoni dice che «questa è l’unica nota lieta di una pagina triste, tristissima». Perché poi ci sarebbe anche tutto quello che ha passato la sorellina di Mike, più piccola di un anno, verso la quale il maestro supplente, sospeso ieri per incompatibilità ambientale dal ministero, avrebbe avuto lo stesso atteggiamento nei giorni precedenti: «Episodi analoghi», taglia corto il legale, che però saranno certamente approfonditi. Fuori dalla scuola di via Monte Cervino ora è pieno di mamme indignate, che hanno anche un po’ di paura. Ieri sera c’era la consegna delle pagelle e tutte dicevano una cosa sola: «Hanno fatto bene i genitori di Mike a denunciare il maestro, su questa storia bisognerà fare la massima chiarezza».

Il vicesindaco di Foligno, Rita Barbetti, è un’insegnante in pensione. Dice che presto andrà a fare visita a Mike e alla sua sorellina. Lei vorrebbe tanto credere alla buona fede del maestro finito nella bufera, alla tesi dell’esperimento sociale, come lo ha chiamato lui. «Un metodo dirompente — commenta Barbetti —, ma come si fa ad applicarlo in una classe di bimbi di 10 anni? Il prof ha senz’altro sbagliato». Per fortuna c’è Mike che sembra davvero aver superato lo choc: «È partito per Milano con i suoi genitori — sorride l’avvocato Tomassoni —. Una bella gita gli farà bene»
(fonte: Corriere della Sera articolo di Fabrizio Caccia 21-22/02/2019)

Foligno, il maestro Mauro Bocci:
«Volevo spiegare cos’è la Shoah. Ma chiedo scusa, so di aver sbagliato»

«Chiedo scusa a tutti, non sono un razzista, sono papà anch’io, se fosse accaduto a mio figlio sarei stato il primo a correre a scuola a chiedere spiegazioni. Era un esperimento didattico, non lo rifarei più...». Mauro Bocci, 42 anni, insegnante da 10. È lui il protagonista di questa brutta storia che arriva dall’Umbria. Lo incontriamo alle otto di sera nello studio del suo avvocato, Luca Brufani. 
«Lo sa qual è la materia che insegno? Si chiama alternativa alla religione cattolica, passo il tempo coi ragazzi musulmani. Quel sabato dovevo sostituire un collega e sono entrato in classe. Ho deciso di parlare ai ragazzi della Shoah...».

Sono ragazzi di quinta elementare, è sicuro che potessero comprendere certi temi?
«Col senno di poi, è chiaro, non lo rifarei più. Ma in quel momento sentivo che il mio esperimento sarebbe stato apprezzato dalla classe e ho chiesto loro il permesso. Vi va? Ho domandato. E hanno risposto di sì».

Che tipo di esperimento?
«Un esperimento al contrario, in Rete se ne vedono tanti, per suscitare la reazione della classe davanti a una palese ingiustizia. Così mi sono rivolto all’unico bambino di colore, a cui voglio un bene dell’anima».

E cosa ha fatto con lui?
«Ho fatto vedere alla classe quello che non si dovrebbe mai fare, isolare qualcuno perché non ha la pelle del tuo stesso colore. Tutti si sono subito indignati, hanno detto in blocco che non era giusto continuare. L’obiettivo l’avevo raggiunto».

Ha trattato così anche la sorellina?
«No, era la prima volta».

E adesso?
«Avevo un contratto di supplenza fino al 30 giugno, vediamo che cosa dice la preside».
(fonte: Corriere della Sera articolo di Fabrizio Caccia 21-22/02/2019)

Guarda il video dell'intervista a Porta a porta




LO SCISMA di Raniero La Valle


LO SCISMA

di Raniero La Valle






È un momento drammatico per la Chiesa; film libri e giornali l’accusano, vecchie storie e nuove denunce si affollano, mentre essa stessa, con la riunione di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali a Roma insieme col papa fa una scelta di campo definitiva contro gli abusi sessuali, di coscienza e di potere del suo stesso clero, pur tra le proteste di qualche porporato riottoso.

Ma dietro questa facciata c’è un’altra partita anche più seria che si sta giocando: è la partita di quanti mirano a uno scisma nella Chiesa, gli uni per distruggerla, gli altri per distaccarla dalla guida di papa Francesco.

Tra i primi ci sono gli officianti del pensiero unico, che ritengono ormai incompatibile la persistenza della predicazione evangelica con la volata finale di un mondo senza pensiero forgiato e governato dal denaro nella sua ultima forma globale di liberismo selvaggio. A questo fronte senza saperlo dà un notevole apporto la campagna della destra teologica che in nome della tradizione si oppone al rinnovamento dell’annuncio evangelico “in quella forma” – come chiedeva papa Giovanni – “che i nostri tempi esigono”; la lettera del cardinale Müller contro il magistero di papa Francesco ne è l’ultimo esempio. 

Tra i secondi c’è un’area progressista e riformista che critica papa Francesco “da sinistra”, accusando di immobilismo la sua Chiesa perché sono finora mancate riforme istituzionali, come la riforma della Curia, un’avanzata collegialità, una vera “democratizzazione”; ne è l’ultimo esempio il saggio di un professore di Bergamo, Marco Marzano su “Francesco e la rivoluzione mancata”, rilanciato dal “Fatto quotidiano” e anche da qualche sito cattolico. Esso invita “i progressisti a tentare la via della mobilitazione diretta” per denunciare la paralisi “imposta a un miliardo di fedeli cattolici da un’élite di anziani maschi celibi” e “a minacciare, se persisterà l’assoluto immobilismo, l’abbandono della barca e l’approdo ad altri territori ecclesiali più sensibili e interessati ad un rapporto meno ostile con la modernità e i suoi valori”, ossia “il metodo di Lutero”. È superfluo sottolineare qui la catastroficità di tale posizione apparentemente “innovatrice”. Vogliamo solo dire quanto sia sbagliata e conservatrice l’analisi di chi concepisce il rinnovamento della Chiesa solo come un cambio di carattere istituzionale e non come una rigenerazione del suo annuncio e della sua più profonda identità, lo stesso errore dei tradizionalisti che hanno sempre ridotto la Chiesa alla sua dimensione giuridicistica e fattuale.

Al contrario la Chiesa è rinnovata dalla Parola. L’istituzione ne è determinata. E non si può negare che la grande rivoluzione portata da papa Francesco sia stata quella della Parola, fino a una nuova rivelazione di Dio, delle religioni e della Chiesa.

Del resto questo non succede solo nella Chiesa. Ci sono discorsi, magari non subito seguiti dai fatti, che hanno cambiato il corso della storia.
Si pensi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret, che introdusse una nuova ermeneutica selettiva dell’Antico Testamento, separò la misericordia di Dio dalla sua vendetta e introdusse una lettura non sionista, non nazionalista cioè, delle Scritture ebraiche.
Si pensi al discorso di Paolo all’Areopago di Atene, che consegnò “il Dio ignoto” alle religioni e alle culture di tutti i popoli, senza rivendicarne l’esclusiva a una sola tradizione.
Si pensi al discorso di Gregorio Magno ai fedeli di Roma, straziati dai Longobardi di Agilulfo: “perito il popolo, scomparsi i potenti, assente il Senato, la città vuota ed in fiamme”, eppure il papa guarda al mondo nuovo che comincia, all’ascesa dei popoli nuovi, e fonda l’Europa.
E per venire a tempi più recenti, si pensi al discorso di Luigi Sturzo del 1905 a Caltagirone, che mutò l’identità dei cattolici italiani facendone non più sudditi del papa e araldi delle sue rivendicazioni temporali nella questione romana, ma cittadini dello Stato, fautori della democrazia, promotori della proporzionale e autonomi nelle loro scelte politiche, premessa necessaria del ruolo che essi avrebbero giocato dopo il fascismo.
Si pensi al discorso di Giovanni XXIII per l’inaugurazione del Concilio, nel quale attestò la Chiesa sulla frontiera della misericordia (“la medicina della misericordia invece delle armi del rigore”), l’attrezzò per l’”aggiornamento” dello stesso annuncio evangelico e sognò il sogno di una “Chiesa di tutti e soprattutto Chiesa dei poveri”.
Si pensi al discorso di Togliatti del 1963 a Bergamo sul “destino dell’uomo”, in cui il leader comunista riposizionava il suo partito, e l’idea stessa del comunismo, non più solo sul terreno delle lotte economiche e sociali, ma su quello di una nuova antropologia universalistica, per la quale la stessa coscienza religiosa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo, era chiamata in causa e poteva essere di stimolo al cambiamento della società. 

Di papa Francesco non si può ancora dire quale sarà il discorso che farà storia, dopo il quale la Chiesa, tutt’altro che immobile, non sarà mai più quella di prima. Si potrebbe dire l’“Evangelii gaudium” in cui questa nuova Chiesa è disegnata, la “Laudato sì” che coinvolge tutti gli abitanti del pianeta nella salvezza della Terra, i discorsi sulla misericordia che piantano il “Dio inedito” nel cuore di tutti gli uomini, oltre ogni diversità di religione, i discorsi ai movimenti popolari che esortano alla lotta, e non solo alla rivendicazione di un altro modo possibile, il discorso all’Europa per l’uscita dal regime di cristianità, i discorsi agli Stati per una rivoluzione degli ordinamenti che escludono e dell’economia che uccide, o il discorso con cui ha rovesciato fin nel catechismo una secolare dottrina che ammetteva la pena di morte. Più probabilmente, al di là di un singolo discorso, sarà il magistero globale di papa Francesco che avendo finalmente pensato la riforma della Chiesa a partire dalla riforma del papato (Santa Marta!) ha di fatto già realizzato quello che i suoi critici malevoli rifiutano, e che i suoi critici benevoli reclamano. Lo scisma è ormai fuori tempo.

È chiaro che questo non può bastare; il governo non è solo profezia, è anche istituzione, e un papa “governa” la Chiesa. Ma ogni cosa ha i suoi tempi, e in tempi selvatici come questi non si possono fare corti circuiti e false partenze. Ma di certo, se la Chiesa rimarrà fedele, “l’istituzione seguirà”; forse non oggi le riforme che tutti noi abbiamo nel cuore, ma certamente domani.
(fonte: Blog)

giovedì 21 febbraio 2019

«Tutti siamo mendicanti di amore, abbiamo bisogno di amore... L’amore di Dio è costante... Siamo tatuati nelle mani di Dio...» Papa Francesco Udienza Generale 20/02/2019 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 20 febbraio 2019


Papa Francesco è arrivato oggi in Aula Paolo VI intorno alle 9.45, con un quarto d’ora circa di ritardo sulla consueta tabella di marcia. L’udienza di oggi, infatti, ha avuto un “prologo” nella basilica di San Pietro, dove Francesco ha incontrato i circa 3mila partecipanti al pellegrinaggio dell’arcidiocesi di Benevento, guidato dall’arcivescovo Felice Accrocca, per ricambiare la visita pastorale che il Papa ha compiuto lo scorso 17 marzo a Pietrelcina in occasione del centenario dell’apparizione delle stimmate permanenti di San Pio e nel 50° anniversario della sua morte. 
Percorrendo a piedi il corridoio centrale dell’Aula, Francesco è stato quasi sommerso dalla selva di telefonini “branditi” dai fedeli per immortalare il momento. Riconoscibili tra la folla i gruppi di studenti, in particolare americani, con le felpe dello stesso colore e i fazzoletti bianchi o gialli agitati al passaggio del Papa in segno di saluto festoso.




















Catechesi sul “Padre nostro”: 7. Padre che sei nei cieli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’udienza di oggi si sviluppa in due posti. Prima ho fatto l’incontro con i fedeli di Benevento, che erano in San Pietro, e adesso con voi. E questo è dovuto alla delicatezza della Prefettura della Casa Pontificia che non voleva che voi prendeste freddo: ringraziamo loro, che hanno fatto questo. Grazie.

Proseguiamo le catechesi sul “Padre nostro”. Il primo passo di ogni preghiera cristiana è l’ingresso in un mistero, quello della paternità di Dio. Non si può pregare come i pappagalli. O tu entri nel mistero, nella consapevolezza che Dio è tuo Padre, o non preghi. Se io voglio pregare Dio mio Padre incomincio il mistero. Per capire in che misura Dio ci è padre, noi pensiamo alle figure dei nostri genitori, ma dobbiamo sempre in qualche misura “raffinarle”, purificarle. Lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, dice così: «La purificazione del cuore concerne le immagini paterne e materne, quali si sono configurate nella nostra storia personale e culturale, e che influiscono sulla nostra relazione con Dio» (n. 2779).

Nessuno di noi ha avuto genitori perfetti, nessuno; come noi, a nostra volta, non saremo mai genitori, o pastori, perfetti. Tutti abbiamo difetti, tutti. Le nostre relazioni di amore le viviamo sempre sotto il segno dei nostri limiti e anche del nostro egoismo, perciò sono spesso inquinate da desideri di possesso o di manipolazione dell’altro. Per questo a volte le dichiarazioni di amore si tramutano in sentimenti di rabbia e di ostilità. Ma guarda, questi due si amavano tanto la settimana scorsa, oggi si odiano a morte: questo lo vediamo tutti i giorni! E’ per questo, perché tutti abbiamo radici amare dentro, che non sono buone e alle volte escono e fanno del male.

Ecco perché, quando parliamo di Dio come “padre”, mentre pensiamo all’immagine dei nostri genitori, specialmente se ci hanno voluto bene, nello stesso tempo dobbiamo andare oltre. Perché l’amore di Dio è quello del Padre “che è nei cieli”, secondo l’espressione che ci invita ad usare Gesù: è l’amore totale che noi in questa vita assaporiamo solo in maniera imperfetta. Gli uomini e le donne sono eternamente mendicanti di amore, - noi siamo mendicanti di amore, abbiamo bisogno di amore - cercano un luogo dove essere finalmente amati, ma non lo trovano. Quante amicizie e quanti amori delusi ci sono nel nostro mondo; tanti!

Il dio greco dell’amore, nella mitologia, è quello più tragico in assoluto: non si capisce se sia un essere angelico oppure un demone. La mitologia dice che è figlio di Poros e di Penía, cioè della scaltrezza e della povertà, destinato a portare in se stesso un po’ della fisionomia di questi genitori. Di qui possiamo pensare alla natura ambivalente dell’amore umano: capace di fiorire e di vivere prepotente in un’ora del giorno, e subito dopo appassire e morire; quello che afferra, gli sfugge sempre via (cfr Platone, Simposio, 203). C’è un’espressione del profeta Osea che inquadra in maniera impietosa la congenita debolezza del nostro amore: «Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce» (6,4). Ecco che cos’è spesso il nostro amore: una promessa che si fatica a mantenere, un tentativo che presto inaridisce e svapora, un po’ come quando al mattino esce il sole e si porta via la rugiada della notte.

Quante volte noi uomini abbiamo amato in questa maniera così debole e intermittente. Tutti ne abbiamo l’esperienza: abbiamo amato ma poi quell’amore è caduto o è diventato debole. Desiderosi di voler bene, ci siamo poi scontrati con i nostri limiti, con la povertà delle nostre forze: incapaci di mantenere una promessa che nei giorni di grazia ci sembrava facile da realizzare. In fondo anche l’apostolo Pietro ha avuto paura e ha dovuto fuggire. L’apostolo Pietro non è stato fedele all’amore di Gesù. Sempre c’è questa debolezza che ci fa cadere. Siamo mendicanti che nel cammino rischiano di non trovare mai completamente quel tesoro che cercano fin dal primo giorno della loro vita: l’amore.

Però, esiste un altro amore, quello del Padre “che è nei cieli”. Nessuno deve dubitare di essere destinatario di questo amore. Ci ama. “Mi ama”, possiamo dire. Se anche nostro padre e nostra madre non ci avessero amato – un’ipotesi storica –, c’è un Dio nei cieli che ci ama come nessuno su questa terra ha mai fatto e potrà mai fare. L’amore di Dio è costante. Dice il profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (49,15-16). Oggi è di moda il tatuaggio: “Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”. Ho fatto un tatuaggio di te sulle mie mani. Io sono nelle mani di Dio, così, e non posso toglierlo. L’amore di Dio è come l’amore di una madre, che mai si può dimenticare. E se una madre si dimentica? “Io non mi dimenticherò”, dice il Signore. Questo è l’amore perfetto di Dio, così siamo amati da Lui. Se anche tutti i nostri amori terreni si sgretolassero e non ci restasse in mano altro che polvere, c’è sempre per tutti noi, ardente, l’amore unico e fedele di Dio.

Nella fame d’amore che tutti sentiamo, non cerchiamo qualcosa che non esiste: essa è invece l’invito a conoscere Dio che è padre. La conversione di Sant’Agostino, ad esempio, è transitata per questo crinale: il giovane e brillante retore cercava semplicemente tra le creature qualcosa che nessuna creatura gli poteva dare, finché un giorno ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. E in quel giorno conobbe Dio. Dio che ama.

L’espressione “nei cieli” non vuole esprimere una lontananza, ma una diversità radicale di amore, un’altra dimensione di amore, un amore instancabile, un amore che sempre rimarrà, anzi, che sempre è alla portata di mano. Basta dire “Padre nostro che sei nei Cieli”, e quell’amore viene.

Pertanto, non temere! Nessuno di noi è solo. Se anche per sventura il tuo padre terreno si fosse dimenticato di te e tu fossi in rancore con lui, non ti è negata l’esperienza fondamentale della fede cristiana: quella di sapere che sei figlio amatissimo di Dio, e che non c’è niente nella vita che possa spegnere il suo amore appassionato per te.

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...

Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Venerdì prossimo celebreremo la festa della Cattedra di San Pietro Apostolo. Pregate per me e per il mio ministero, anche per Papa Benedetto, affinché confermi sempre e ovunque i fratelli nella fede.



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Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 17.02.2019 - VI domenica T.O. (C)


Omelia di p. Aurelio Antista

 VI domenica T.O. (C)  -
17.02.2019

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto




… Gesù è Colui che prende l'ultimo post e da lì può insegnare, può educare, può fare una proposta. Lui non insegna dall'alto, insegna dal basso e il suo insegnamento ci sorprende ...
Ci meraviglia la Parola di Gesù che è riassunta nella prima beatitudine: "Beati i poveri"...
La prima dimensione di questa povertà che Gesù ci propone è il riconoscere e l'accogliere la nostra condizione umana... Gesù ci ricorda che tutti siamo soltanto creature che abbiamo ricevuto la vita ed ogni bene ... 

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Pedofilia, il coraggio e il modello della Chiesa di Enzo Fortunato e l'opinione dei giornalisti Vaticanisti di Corriere, Famiglia Cristiana, Messaggero e HuffPost


Pedofilia, il coraggio e il modello della Chiesa
di Enzo Fortunato
 Direttore della Rivista digitale sanfrancesco

A noi il compito di pregare. Una preghiera che trasformi l’umanità in specchio di Vangelo
Credit Foto - Ansa
In uno dei momenti più difficili per la Chiesa, il summit sulla tutela dei minori, emergono con nitidezza due aspetti: il coraggio e il modello.

Il coraggio: della Chiesa di Papa Francesco, che spinge a denunciare e tutelare i minori e ad affrontare i temi scottanti con dirette streaming, ma anche con parole forti; della Chiesa di Ratzinger, che al Colosseo durante la via Crucis disse: «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti... La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti»; e della Chiesa di Wojtyla che autorizzò un’ampia investigazione sui casi di abusi. Ritornare ad avere il coraggio dei grandi valori di cui è piena la nostra storia; ricercare la bellezza, non in senso estetico ma come autenticità. Ciò diventa anche responsabilità.

Il modello: ciò che la Chiesa sta facendo oggi diventa per tutti una modalità per comprendere come dal letame può nascere una nuova primavera. Un modello per tutte le realtà dove i problemi non vengono affrontati.

Lo stile di questo modello è segnato dalla capacità di guardare attentamente la realtà, di camminare senza perdere di vista la bussola del Vangelo, di lavorare affrontando stanchezza e fatica e, infine, di prendersi cura dell’altro.

Questa è la chiesa del coraggio, è la chiesa che si fa modello. A noi il compito di pregare. Una preghiera che trasformi l’umanità in specchio di Vangelo. 


Pedofilia, l'opinione dei giornalisti Vaticanisti 
di Corriere, Famiglia Cristiana, Messaggero e HuffPost

Franca Giansoldati – Vaticanista de Il Messaggero

La Chiesa è ancora capace di auto-rigenerarsi?

Il test è decisivo. Dalla buona riuscita del summit sulla pedofilia dipenderà non tanto la tenuta del pontificato in corso, piuttosto la credibilità della Chiesa nel suo insieme. Si saprà se la montagna ha partorito un topolino o se la Chiesa è ancora in grado di dare risposte globali, ferme e trasparenti ad un crimine reiteratamente condannato ma non sempre perseguito con il medesimo rigore. L’immagine attuale è decisamente un po’ appannata perché finora ha faticato a fare pulizia al suo interno. La Chiesa è ancora capace di auto-rigenerarsi? 

Gli esperti che in questi decenni hanno lavorato per il cammino di avvicinamento delle vittime rilevano ancora zone grigie. Troppe. Spesso - nei fatti di cronaca, legati a processi nei tribunali civili – sono affiorate resistenze da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Difficoltà a rovesciare un modo di fare teso a privilegiare l’istituzione nel suo complesso, proteggere il suo buon nome, rispetto alla doverosa tutela delle persone, delle vittime coinvolte. Il percorso compiuto dalla Santa Sede, a livello normativo, è iniziato faticosamente verso la fine del pontificato di Papa Wojtyla, poi ha avuto una accelerata con Benedetto XVI e con Francesco sono state inasprite molte pene. 

Attualmente, in Vaticano, le leggi risultano più severe di quelle italiane. Tuttavia, la mancanza di coerenza e di omogeneità nell’affrontare il fenomeno resta ancora un problema centrale: come recuperare la credibilità messa in discussione da tanti casi insabbiati? Vi sono conferenze episcopali che in questi anni hanno avuto il coraggio di applicare codici severi, controlli rigorosi nei seminari, ascolti sistematici delle vittime attraverso un lavoro di equipe trasparente, informando l’opinione pubblica, senza alcun timore. Negli Stati Uniti, per esempio, in Germania, in Austria, in Francia, in Belgio, in Olanda. In questi paesi sono stati anche pubblicati elenchi, statistiche sul fenomeno, e gli archivi sono stati messi a disposizione delle autorità civili. In altri paesi, invece, il cammino è in salita. Il caso italiano, per esempio, mostra parecchie lacune e c’è da sperare che il summit possa aiutare i vescovi a rendere omogenea e condivisa la lotta agli abusi, lasciando da parte quella certa vecchia tendenza ad applicare la misericordia verso gli orchi. 

Ci si chiede perché l’Italia non dispone ancora di numeri, di statistiche, di un elenco dei preti condannati dalla Congregazione della Dottrina della Fede? Quanti sono finora i preti che sono stati dimessi dallo stato clericale? Perché le statistiche relative ai preti pedofili riguardano solo i tribunali italiani ma non si sa nulla di quelli condannati in Vaticano? In Italia i vescovi e i preti non hanno di certo l’obbligo di collaborare con polizia e carabinieri o con i magistrati. Sul caso italiano, poi, pesa come un macigno quell’articolo dei Patti Lateranensi, recepito anche nell’accordo di revisione firmato nel 1984, che dà la possibilità ai vescovi di essere informati dalle autorità civili sulle indagini in corso riguardanti il clero. Come si vede, il cammino per la lotta agli abusi, è ancora lungo, e dovrebbe prevedere anche la fine di certi privilegi. 

Naturalmente le regole dovrebbero valere per tutte le regioni del mondo, Vaticano compreso. Con una battuta monsignor Charles Scicluna – uno degli organizzatori del summit - due giorni fa, ha fatto capire che la musica dovrebbe cambiare anche al di là del Tevere quando ha detto che in Vaticano si fanno le leggi ma solo per essere applicate altrove. La credibilità della Chiesa passa anche da come verrà curato un certo strabismo.


Gian Guido Vecchi - Vaticanista Corriere della Sera: 

dal 2002 sono due i sacerdoti credibilmente accusati

L’attesa è planetaria, durante la presentazione dell’incontro sulla protezione dei minori, la sala stampa vaticana era così colma che sembrava di essere alla vigilia di un conclave. Eppure, lo stesso Francesco, parlando in aereo ai giornalisti che lo avevano seguito nel viaggio recente a Panama, osservava: «Mi permetto di dire che ho percepito un’aspettativa un po’ gonfiata». 

Certo, la decisione di Francesco segna uno spartiacque. Non era mai accaduto che tutte le chiese locali del mondo fossero convocate in Vaticano, assieme a religiosi e religiose, per fare il punto sulla lotta alla pedofilia e soprattutto, come ha spiegato il Papa, «perché ci siano dei protocolli chiari». 

Si tratta di definire livelli di responsabilità e controllo, stabilire a chi deve rendere conto un vescovo. Padre Hans Zollner, gesuita tedesco, presidente del Centro di protezione dei minori della Gregoriana e membro del comitato organizzatore, è stato molto chiaro: «Oggi un vescovo rende conto direttamente al Papa e soltanto al Papa. Questo significa che il Papa dovrebbe supervisionare e controllare 5.100 vescovi, il che di fatto non è possibile». 

L’incontro è molto importante, certo. Eppure, dietro l’osservazione di Francesco, si coglie la percezione di un rischio: l’idea che la Chiesa cominci ora ad affrontare crimini pedofili e coperture, quasi partisse da zero. Dagli Usa, soprattutto, alla vigilia dell’incontro sono arrivati dati impressionanti: come l’elenco dei 108 sacerdoti «credibilmente accusati» di abusi su minori appena pubblicati dalla diocesi di Brooklyn. La notizia ha fatto il giro del mondo. 

Pochi hanno fatto notare che il calcolo partiva dagli anni Trenta del Novecento e i casi «dopo il 2002» sono «2» su 108. Questo non toglie nulla alla gravità del caso e anche due pedofili, o uno, sarebbero troppi. Però, come nel rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania, la prospettiva storica viene cancellata, come se «ora» fosse scoppiato lo scandalo e «ora» la Chiesa si decidesse a muoversi. 

Con Benedetto XVI le cose sono cominciate a cambiare, Francesco sta proseguendo il lavoro del suo predecessore, le vittime cominciano a trovare finalmente ascolto. Restano moltissime cose da fare, la strada sarà lunga, l’incontro in Vaticano segnerà una tappa: importante, ma una tappa. 

Il rischio è che l’eccesso di attesa e di polemiche - alimentati dagli attacchi interni per mettere sempre più in difficoltà chi sta cercando di cambiare le cose, com’è accaduto a Benedetto XVI e accade a Francesco - finisca col fare il gioco di chi vuole che nulla cambi. 

Orazio La Rocca, Vaticanista di Famiglia Cristiana: 

Gesù evoca indirettamente la pena di morte per chi tocca i bambini

Ci sarà pur un motivo se l'unica volta che Gesù evoca, anche se indirettamente, la pena di morte, è quando – parlando dei bambini – avverte: “Chi fa del male ad uno di questi piccoli è meglio che si leghi al collo una macina di mulino e si getti nel mare”. Una condanna senza appello di 2 mila anni fa, ma valida ancora oggi davanti alle tante piccole vittime di maltrattamenti fisici e morali, lavoro minorile, malnutrizione, giochi negati, scuola proibita, istigazione a delinquere, uso di baby soldati in guerre dichiarate dagli adulti, spaccio di droga. “Mali” ancora più abominevoli quando si tratta di crimini sessuali, in primis la pedofilia, da cui nemmeno la Chiesa è immune. 

Bene, quindi, ha fatto papa Francesco ad indire dal 21 al 25 febbraio il summit per la tutela dei bambini per contrastare e condannare chi tra il clero è colpevole di abusi sui minori. “Mele marce” che – ripete chi tenta di attenuare il fenomeno - non minano il corpo sano della Chiesa, dove su oltre 400 mila preti e circa un milione di religiosi e religiose gli incriminati sono solo l'1 o il 2 per cento. Sarà pure vero, ma quanto è doloroso vedere sul lastrico intere diocesi americane fallite per i costosi risarcimenti pagati alle vittime di preti pedofili, leggere gli elenchi di ecclesiastici abusatori resi noti negli Usa, in Europa, nel Sud America e vedere papi, cardinali e vescovi chiedere perdono alle vittime. Per non parlare di quei vescovi e cardinali sospesi, ridotti dallo stato clericale, denunciati, cacciati via per aver violentato seminaristi e chierichetti.

E' indubbio che la voglia di pulizia del Papa è una strada senza ritorno sulla scia di Benedetto XVI e di S. Giovanni Paolo II. Peccato che una via tanto logica e necessaria sia stata intrapresa dopo anni di violenze tra silenzi omertosi e coperture, svelati solo dopo le denunce delle vittime e dal coraggio di una stampa libera ed indipendente a livello nazionale ed internazionale. C'è solo da augurarsi che altrettanta determinazione venga messa in atto per debellare la pedofilia che si annida, purtroppo, anche nello sport, nel mondo dello spettacolo e persino nella politica. Staremo a vedere.


Maria Antonietta Calabrò, Vaticanista di HuffingtonPost: 

Martel e il libro inchiesta sulla lobby gay in Vaticano

L'uscita sarà in contemporanea nei cinque continenti, 20 edizioni, in 8 lingue, giovedì 21 febbraio, proprio mentre il Papa apre a Roma un vertice mondiale per contrastare la pedofilia clericale. L’autore di questo libro-inchiesta Fredric Martel ha dichiarato di voler aiutare Papa Francesco a non essere messo in trappola dai conservatori, ma in realtà fornisce abbondante materiale per sostenere la tesi dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò sul fatto che gli abusi sessuali ecclesiastici sono dovuti proprio alla “gabbia” gay (non semplice lobby, visto che secondo Martel sarebbe assolutamente maggioritaria).

Ci sono stati altri pamphlet su questa lunghezza d'onda (già nel 1999, "Via con il Vento in Vaticano", poi più recenti "Lussuria" e "Peccato originale"). Ma la differenza è che "Sodoma" sarà un libro “mainstream”, un libro di tendenza per tutto il mondo.

Con uno scopo dichiarato dall’autore (attivista dei diritti gay e Lgbt): "Il Vaticano è l'ultima roccaforte gay “da liberare” nell’anno in cui si celebrano i cinquant’anni dei moti di Stonewall negli Stati Uniti", cioè gli scontri violenti di New York, di fine giugno 1969.

La Chiesa, secondo Martel, è diventata una società "sociologicamente omosessuale", o meglio il Vaticano, dopo una selezione della classe dirigente (vescovi e cardinali) per cui l'omosessualità diventa la regola e l'eterosessualità l’eccezione, l'unico Stato-gay al mondo.

"Sodoma" è un libro disturbante, che dice e non dice, fa intuire quello che non può dimostrare, allude, fa scorrere il "veleno gaio" di cui scriveva il poeta francese Rimbaud, o meglio "il terrorismo delle chiacchiere" di cui non si stanca di parlare Papa Francesco. 

Il libro ha l'ambizione di rifare la storia di almeno tre Pontificati e di alcuni snodi della storia del Novecento, letti attraverso il prisma dell'omosessualità delle alte gerarchie. Ma senza prove sostanziali.

Anche il metodo utilizzato dal giornalista francese per scrivere il libro è singolare. Tra i millecinquecento intervistati ci sono infatti 40 di cardinali (un terzo del Collegio di un futuro Conclave) che si sono prestati a parlare con l'Autore, dichiaratamente gay e che però in un'intervista pubblicata a Parigi il 15 febbraio ha dichiarato di non averli avvisati dello scopo del libro.

Alcuni degli “intervistati” hanno già fatto sapere di averlo sì incontrato, ma in occasioni pubbliche, e di essersi limitati ad ascoltare le sue tesi sulla “Chiesa-gay”. Avrebbe agito insomma un po' come "agente sotto copertura", "agente provocatore" e sarebbe riuscito nel suo intento, perché "gay " e "straniero", cioè non italiano.

(fonte: Rivista digitale sanfrancesco 21/02/2019)



Vedi anche il post precedente (all'interno link ad altri post sulla stessa tematica):


Il Diacono nella Chiesa di fr. Egidio Palumbo,carmelitano (VIDEO)

Il Diacono nella Chiesa 
di fr. Egidio Palumbo,
carmelitano 

Catechesi tenuta il 18.02.2019
presso la Parrocchia Parrocchia Basilica San Sebastiano 
di Barcellona P.G.
in preparazione all'Ordinazione Diaconale
del seminarista Salvatore Arcoraci




"Il diacono nella Chiesa ci ricorda che noi il mondo lo dobbiamo conquistare non con il potere,
ma con il servizio" (Fr. Egidio Palumbo) 


GUARDA IL VIDEO


GUARDA IL VIDEO
Saluto e ringraziamento di Salvatore Arcoraci





Giovedì 21 febbraio 2019 
alle ore 18,00 

presso 
la Parrocchia Basilica San Sebastiano 
di Barcellona Pozzo di Gotto 

ORDINAZIONE DIACONALE 

del seminarista

 Salvatore Arcoraci



LA CHIESA E LA SOCIETA' - UN SINODO PER L'ITALIA di Corrado Lorefice

LA CHIESA E LA SOCIETÀ  
UN SINODO PER L'ITALIA
di Corrado Lorefice,
Arcivescovo di Palermo

pubblicato su 
"Il Corriere della Sera" 
del 18.02.2019  





Convinzione semplicistica. Una «risposta» politica dei cattolici alla crisi del Paese sarebbe, oltre che un errore, un otre vecchio per un vino nuovo

Caro direttore, la sinodalità esprime la natura stessa della Chiesa.
La sua riscoperta, dovuta al Concilio Vaticano II, ha corso però nei decenni passati il rischio di vedersi ridurre a una discussione più o meno blanda su modalità applicative o forme esterne dell’esercizio sinodale. Così facendo si è persa però di vista la sostanza profonda delle cose, a cui Papa Francesco ci ha fortemente richiamati. Perché sin dalle origini dire «Sinodo» ha significato manifestare la nostra realtà ultima di credenti posti in cammino, insieme, gli uni accanto agli altri, sulla via dell’Evangelo del nostro Signore, in ascolto e in ricerca dei suoi modi di manifestarsi nella storia. I cristiani infatti partecipano alla vicenda umana in questa forma sinodale del loro essere, del loro parlare, del loro interrogarsi su che cosa significhi vivere il Vangelo nel tempo concreto di una determinata fase o età della convivenza umana, come quella di oggi, così spiccatamente planetaria e interconnessa.
Il Sinodo non è dunque una modalità di esercizio del potere, ma un evento liturgico della Chiesa di Dio che chiede al suo Signore l’effusione dello Spirito, capace di illuminare i suoi passi e di indicarle le strade della testimonianza viva. Non si tratta di una disputa gerarchica, ma di una scoperta sempre nuova del nostro essere radicalmente discepoli di Gesù, al di là di ruoli, carismi e ministeri. In questo senso, il Sinodo è una sorta di rivoluzione permanente, perché chiama la Chiesa a una continua conversione rispetto alle scorciatoie del potere, del clericalismo, del successo, della sordità davanti al gemito dello Spirito che risuona nella liturgia sinodale.Credo che solo partendo da questi presupposti sia possibile intendere e attuare l’appello sinodale del Santo Padre, dinanzi alla situazione mondiale e in particolare alla condizione dell’Italia e della Chiesa italiana. Certo, il nostro Paese pare afflitto da una perdita di sensibilità umana, di consapevolezza culturale, di coesione sociale, di credibilità della rappresentanza politica, che lasciano in certe occasioni quasi sgomenti, come è accaduto e accade rispetto al fenomeno epocale della migrazione, utilizzato spregiudicatamente quale semplicistico capro espiatorio di mali ben più complessi e radicati. Ma non bisogna, almeno dal mio punto di vista, indulgere ad affrettate e superficiali analisi sociologiche o politologiche. La vita profonda delle persone si colloca ben al di là di ogni semplicistica separazione tra élites e popolo, tra gente e classi dirigenti, specialmente in un tempo come il nostro, segnato da una orizzontalità inedita della comunicazione e delle relazioni. C’è molto altro che pulsa nelle esistenze concrete, ben oltre i social media e le dichiarazioni online; ed è questa vita che siamo chiamati a cogliere e ad ascoltare. In essa c’è il germe del bene, della condivisione, del cambiamento possibile, della speranza ancora aperta.

Intendo dire che una veloce e semplicistica convinzione sulla necessità di una «risposta» politica dei cattolici alla crisi dell’Italia sarebbe, oltre che un errore, un otre vecchio per un vino nuovo.
Non è il momento e non ha alcun significato reale l’idea di una chiamata alle armi, di un progetto di riconquista, di una nuova formazione politica dei «cattolici». Siamo in mezzo alla storia come gli altri, facciamo parte dello stesso popolo, con le sue debolezze e le sue risorse. Collocarsi fuori, pensare a un’azione «politica» dall’esterno sarebbe un fraintendimento decisivo.

L’assetto sinodale è a mio modo di vedere l’unica risposta giusta, se pensiamo etimologicamente al respondere come a un autentico «farsi carico». Fare Sinodo oggi è caricarsi delle attese, delle ansie, dei dolori e delle fatiche di tutti e collocarle davanti a Dio, per farci dire dallo Spirito in che modo oggi dobbiamo essere discepoli di Gesù di Nazareth. Per far questo credo ci voglia una forma reale e forte dell’esperienza sinodale. L’ho vissuta da prete della Diocesi di Noto, quasi venticinque anni fa, grazie alla luminosa intuizione del mio vescovo e padre conciliare, Monsignor Salvatore Nicolosi. Bisogna infatti superare e vincere la tentazione di un Sinodo come evento di quadri. Il Sinodo deve coinvolgere i fedeli nella maniera più reale e più larga: sia nell’ascolto e nella seria consultazione, sia nella scelta dei rappresentanti sinodali, che a Noto per esempio si elessero durante le assemblee eucaristiche domenicali, intese come il luogo in cui i cristiani comuni si ritrovano ogni domenica per celebrare la loro fede ordinaria e trovare alimento e forza per la quotidianità dell’esistenza.

Per raccogliere davvero l’appello del Papa è necessario che si mettano in atto tutte le forme e tutte le misure possibili per dare la parola alla Chiesa, per far scegliere la Chiesa, il popolo santo di Dio, fatto spesso da tante persone che non ne sanno nulla dei nostri dibattiti e delle nostre tensioni, ma vivono ogni giorno a loro modo la fede in Gesù. Se riusciremo a formare un’assemblea sinodale con queste caratteristiche, potremo avviare un confronto sinodale aperto, franco, senza infingimenti o ipocrisie, nella cornice costitutiva della liturgia che dà senso a tutto. Indicazioni, decisioni, orientamenti, sempre liberi e variegati, usciranno da lì, da questo evento di grazia e di conversione, e non di pura, sterile separazione tra maggioranza e minoranza.

Un Sinodo così concepito e realizzato ritengo sia urgente per la Chiesa italiana e rappresenti per tutti noi un evento benedetto, in risposta all’appello di Papa Francesco. Ma mi sia consentito dire che un Sinodo autentico, o meglio una autentica manifestazione della natura sinodale della Chiesa, sarebbe oggi anche un modo concreto di creare un modello di spazio pubblico vivo e reale, alternativo allo strepitio e al chiacchiericcio mediatico. Come una forma di conversione collettiva (e istruttiva) al primato dell’ascolto dell’altro e della relazione reale e rispettosa tra diversi.