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lunedì 10 agosto 2020

SAN LORENZO, IL MARTIRE DEI POVERI CHE FA "LACRIMARE" IL CIELO

SAN LORENZO, IL MARTIRE DEI POVERI 
CHE FA "LACRIMARE" IL CIELO
 
Anche se ha ispirato opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli, è una leggenda che il diacono scelto da papa Sisto II per assistere gli orfani e le vedove della diocesi di Roma sia stato arso vivo su una graticola. La notte di San Lorenzo è tradizionalmente collegata alla tradizione delle stelle cadenti che Giovanni Pascoli, in una poesia, interpreta come lacrime celesti per il suo martirio


È patrono di diaconi, cuochi e pompieri. Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. È certo che Lorenzo è morto martire per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato.
Pietro da Cortona, San Lorenzo
 trascinato sulla graticola

Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II.
Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo.

LA SCARNA BIOGRAFIA

Le notizie sulla vita di san Lorenzo, che pure in passato ha goduto di una devozione popolare notevole, sono scarse. Si sa che era originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei. Ancora giovane, fu inviato a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici; fu qui che conobbe il futuro papa Sisto II. Questi insegnava in quello che era, all'epoca, uno dei più noti centri di studi della città e, tra quei maestri, il futuro Papa era uno dei più conosciuti ed apprezzati. Tra maestro e allievo iniziò un'amicizia e una stima reciproche. Entrambi, seguendo un flusso migratorio allora molto vivace, lasciarono la Spagna per trasferirsi a Roma. Quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile delle attività caritative nella diocesi di Roma, di cui beneficiavano 1500 persone fra poveri e vedove.

IL MARTIRIO 

Al principio dell'agosto 258 l'imperatore Valeriano aveva emanato un editto, secondo il quale tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi dovevano essere messi a morte. L'editto fu eseguito immediatamente a Roma, al tempo in cui Daciano era prefetto dell'Urbe. Sorpreso mentre celebrava l'eucaristia nelle catacombe di Pretestato, papa Sisto II fu ucciso il 6 agosto insieme a quattro dei suoi diaconi, tra i quali Innocenzo; quattro giorni dopo il 10 agosto fu la volta di Lorenzo, che aveva 33 anni. Non si è certi se egli fu bruciato con graticola messa sul fuoco ardente.
(fonte: Famiglia Cristiana)



«Gesù è la mano del Padre che mai ci abbandona; la mano forte e fedele del Padre, che vuole sempre e solo il nostro bene.» Papa Francesco Angelus 09/08/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 9 agosto 2020


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mt 14,22-33) narra di Gesù che cammina sulle acque del lago in tempesta. Dopo aver sfamato le folle con cinque pani e due pesci – come abbiamo visto domenica scorsa –, Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e ritornare all’altra riva. Lui congeda la gente e poi sale sulla collina, da solo, a pregare. Si immerge nella comunione con il Padre.

Durante la traversata notturna del lago, la barca dei discepoli rimane bloccata da un’improvvisa tempesta di vento. Questo è abituale, sul lago. A un certo punto, essi vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro. Sconvolti pensano sia un fantasma e gridano per la paura. Gesù li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora – Pietro, che era così deciso – risponde: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Una sfida. E Gesù gli dice: «Vieni!». Pietro scende dalla barca e fa alcuni passi; poi il vento e le onde lo spaventano e comincia ad affondare. «Signore, salvami!», grida, e Gesù lo afferra per la mano e gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Questo racconto è un invito ad abbandonarci con fiducia a Dio in ogni momento della nostra vita, specialmente nel momento della prova e del turbamento. Quando sentiamo forte il dubbio e la paura ci sembra di affondare, nei momenti difficili della vita, dove tutto diventa buio, non dobbiamo vergognarci di gridare, come Pietro: «Signore, salvami!» (v. 30). Bussare al cuore di Dio, al cuore di Gesù: «Signore, salvami!». È una bella preghiera. Possiamo ripeterla tante volte: «Signore, salvami!». E il gesto di Gesù, che subito tende la sua mano e afferra quella del suo amico, va contemplato a lungo: Gesù è questo, Gesù fa questo, Gesù è la mano del Padre che mai ci abbandona; la mano forte e fedele del Padre, che vuole sempre e solo il nostro bene. Dio non è il grande rumore, Dio non è l’uragano, non è l’incendio, non è il terremoto – come ricorda oggi anche il racconto sul profeta Elia –; Dio è la brezza leggera – letteralmente dice così: è quel “filo di silenzio sonoro” – che non si impone ma chiede di ascoltare (cfr 1 Re 19,11-13). Avere fede vuol dire, in mezzo alla tempesta, tenere il cuore rivolto a Dio, al suo amore, alla sua tenerezza di Padre. Gesù, questo voleva insegnare a Pietro e ai discepoli, e anche a noi oggi. Nei momenti bui, nei momenti di tristezza, Lui sa bene che la nostra fede è povera – tutti noi siamo gente di poca fede, tutti noi, anch’io, tutti – e che il nostro cammino può essere travagliato, bloccato da forze avverse. Ma Lui è il Risorto! Non dimentichiamo questo: Lui è il Signore che ha attraversato la morte per portarci in salvo. Ancora prima che noi cominciamo a cercarlo, Lui è presente accanto a noi. E rialzandoci dalle nostre cadute, ci fa crescere nella fede. Forse noi, nel buio, gridiamo: “Signore! Signore!”, pensando che sia lontano. E Lui dice: “Sono qui!”. Ah, era con me! Così è il Signore.

La barca in balia della tempesta è immagine della Chiesa, che in ogni epoca incontra venti contrari, a volte prove molto dure: pensiamo a certe lunghe e accanite persecuzioni del secolo scorso, e anche oggi, in alcune parti. In quei frangenti, può avere la tentazione di pensare che Dio l’abbia abbandonata. Ma in realtà è proprio in quei momenti che risplende maggiormente la testimonianza della fede, la testimonianza dell’amore, la testimonianza della speranza. È la presenza di Cristo risorto nella sua Chiesa che dona la grazia della testimonianza fino al martirio, da cui germogliano nuovi cristiani e frutti di riconciliazione e di pace per il mondo intero.

L’intercessione di Maria ci aiuti a perseverare nella fede e nell’amore fraterno, quando il buio e le tempeste della vita mettono in crisi la nostra fiducia in Dio.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

il 6 e il 9 agosto del 1945, 75 anni fa, avvennero i tragici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Mentre ricordo con commozione e gratitudine la visita che ho compiuto in quei luoghi lo scorso anno, rinnovo l’invito a pregare e a impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari.

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In questi giorni il mio pensiero ritorna spesso al Libano – lì vedo una bandiera del Libano, un gruppo di libanesi. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese. Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione. Rinnovo inoltre l’appello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto.

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Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi – tante bandiere qui – famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto i giovani di Pianengo, in diocesi di Crema – eccoli…, rumorosi! –, che hanno percorso la via Francigena da Viterbo a Roma. Bravi, complimenti!

Invio un cordiale saluto ai partecipanti al Tour de Pologne – tanti polacchi ci sono qui! –, gara ciclistica internazionale che quest’anno è disputata in ricordo di San Giovanni Paolo II nel centenario della sua nascita.

A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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"Anche il mare nell’aldilà" di Enzo Bianchi

Anche il mare nell’aldilà
di Enzo Bianchi

La Repubblica - Altrimenti
3 agosto 2020

Siamo al cuore delle vacanze, periodo in cui molti si recano al mare. Io stesso, in questi giorni, approfondisco la mia riflessione su questo luogo poetico ed enigmatico. Sono un “uomo di terra”, che ama camminare per sentieri e strade sulle colline, salendo e scendendo, guardando vasti orizzonti per poi trovarsi in fondo alla valle.

Eppure da sempre sento il bisogno di “andare al mare”, d’inverno o d’estate. Per noi monferrini il mare è al di là dei bricchi, in Liguria, e siamo cresciuti con il desiderio di vederlo. La promessa-premio per tutti i bambini era: “Ti portiamo a vedere il mare!”. Ricordo l’emozione quando, a nove anni, mi accompagnarono al di là del Turchino e dall’alto lo vidi per la prima volta: il mare! Era così esteso e blu scuro che mi fece una certa paura, sentimento che conservo senza dispiacermene.

Sì, il mare m’incute anzitutto timore, per questo concordo con il giudizio della Bibbia: è un grembo del nulla, un abisso enigmatico, dal quale può sempre emergere il Leviatan, informe mostro marino. C’è un aspetto di ostilità del mare che non sono mai riuscito a negare o a dominare del tutto, forse perché non so nuotare bene o perché mi sento sicuro solo con i piedi a terra.

Tuttavia amo il mare, al punto da desiderare la sua presenza anche nell’aldilà. Se ci saranno cieli nuovi e terra nuova, perché non anche un mare nuovo? Lo desidero a tal punto che, quando ho tradotto l’Apocalisse, mi sono sentito autorizzato a pensare che la promessa di Dio: “Il mare non ci sarà più!” significhi: “Il mare ostile non ci sarà più!”.

Se è vero che si va al mare soprattutto con il corpo, per fare il bagno, il mare cattura però molto di più il nostro intimo e diventa un oggetto sul quale i nostri occhi sostano, quasi a voler fissare quelle immagini così passeggere. Il mare, infatti, non è mai uguale a se stesso: pochi minuti dopo averlo guardato, appare diverso, perché la luce cambia, perché il suo movimento si ripete in modo differente…

Accanto ai colori, ecco i suoi movimenti, che a volte sembrano un gioco, quasi a rivelare la natura giocosa dell’universo: flusso e riflusso, inspirare ed espirare, con le onde più o meno bianche le quali non rompono il silenzio neppure con il loro muggire. Altre volte, soprattutto in inverno, il mare si scatena incollerito e si scaglia contro la terra, come se cercasse di vincerla.

Prima o poi giunge comunque la bonaccia e il mare diventa liscio come l’olio, l’orizzonte lontano si staglia netto, lasciando intravedere l’infinito, oltre mare. E così ritorno a contemplarlo, senza mai provare noia o stanchezza. Il mare sa raccontare il mio intimo più della terra o del cielo, perché conosce una grammatica dei sentimenti del mio cuore più precisa delle mie parole: la pace silenziosa che permette di abitare con sé nella sobria ebbrezza del vivere in salute e in relazioni di amore e di fraternità; l’ansia che a volte mi coglie in forma di turbamento serale; lo scatenarsi della protesta per il duro mestiere di vivere; l’impeto di sentimenti di guerra che occorre domare, tornando a guardare il mare.

Pubblicato su: La Repubblica


domenica 9 agosto 2020

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIX Domenica Tempo Ordinario – Anno A



Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XIX Domenica Tempo Ordinario – Anno A

9 agosto 2020  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Gesù è il volto umano del mistero di Dio. Egli è la Parola fatta carne, egli è il Figlio in ascolto della voce del Padre. È Lui che ha aperto per noi una strada nel mare della vita: strada di libertà e di piena umanizzazione. Con Lui innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/ Salvaci, Signore Dio nostro.


Lettore

- Sospingi la tua Chiesa, o Signore, perché sia capace di uscire dai recinti del passato per affrontare il mare aperto della storia di oggi con i suoi drammi, con la sua perdita di umanità, ma anche con i suoi aneliti inespressi di giustizia e di pace. Preghiamo

- Ti affidiamo, o Signore, l’opera di papa Francesco, ma ti vogliamo pregare anche per la sua solitudine, per i tanti venti contrari che soffiano all’interno stesso del mondo dei credenti. Donagli ogni giorno la forza necessaria per annunciare il tuo Vangelo, che parla di misericordia, di gratuità, di pane da spezzare e condividere. Preghiamo

- Dona pace, o Signore, a tutto il Medio-Oriente. Spezza la durezza dei cuori, perché sciiti e sunniti, che professano la stessa fede islamica, possano ritrovare la via del perdono reciproco e così farsi promotori di vita e di fraternità. Ricordati della Siria, della Palestina e, soprattutto, della città di Beirut, che è stata ferita a morte. Preghiamo. 

- Torniamo, o Signore, ad affidarti il nostro Paese, che fatica a compiere le scelte opportune per uscire dal tunnel della crisi in cui ci troviamo. Il vento del tuo Spirito ci porti fuori dal clima di paura, di odio, di rancore, di una politica isterica e in eterna competizione elettorale; fa’ che in tutti si ritrovi la voglia di costruire una convivenza più inclusiva, sapendo di essere tutti nella stessa barca. Preghiamo. 

- Davanti a te, o Dio misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della città di Beirut e di tutte le guerre diffuse nel mondo. Il Signore, che non fa discriminazioni di popoli e culture, accolga tutti davanti al suo Volto. Preghiamo. 


Colui che presiede 

Signore Gesù, Principe della Pace, ascolta la preghiera di noi tuoi figli, che, come Pietro, rinnoviamo la fede in te che sei il Salvatore del mondo. Veglia su di noi, affinché non ci vengano mai a mancare i segni della tua bontà e del tuo sostegno, perché tu sei nostro Signore e Fratello, nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 40/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XIX Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) 

Vangelo:

Il mare, personificazione del male, luogo abitato dai mostri, è figura del mondo con le sue contraddizioni, realtà di morte dove, nostro malgrado, siamo coinvolti dalle tempeste che spesso ci vedono soccombere. La barca, simbolo della Chiesa comunità di fratelli, ci offre una possibilità di salvezza, ma dalla quale, una volta a bordo, non si può più fuggire: o si giunge sani e salvi all'altra riva o si va a fondo. «La traversata avviene sempre di notte, con i venti contrari, sospesi sull'abisso che ci vuole ingoiare» (cit.). E' la condizione della Chiesa, di Pietro e di ognuno di noi che, se ci poniamo in ascolto obbediente del Signore, saremo capaci di camminare sulle acque, di non sprofondare nella morte, ma se lasciamo che le nostre paure abbiano la meglio, senza dubbio coleremo a picco. Il Signore intanto sembra assente, sordo al nostro desiderio di salvezza, quasi fosse un fantasma che nulla può davanti al male. «Gesù però non è un fantasma, ma IO-SONO» (cit.); egli è sempre il Dio-con-noi, il Dio-che-Salva, che ci salva traendoci fuori dai vorticosi gorghi della morte. Egli è «potenza di Dio per la salvezza di ogni credente» (Rm 1,16), se solo avremo il coraggio, l'umiltà e la forza di gridare; «Signore, salvaci!».


sabato 8 agosto 2020

PAURA SCIOLTA NELL’ABBRACCIO - Dubbio, fede, grido. Gesù ci raggiunge, al centro del nostro vuoto, per salvarci dalla paura. - Commento al Vangelo - XIX domenica del Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

PAURA SCIOLTA NELL’ABBRACCIO 
Dubbio, fede, grido. 
Gesù ci raggiunge, al centro del nostro vuoto, per salvarci dalla paura. 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca (…). Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». (…) Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». (…) Matteo 14,22-33

per i social



Pietro, emblema dei credenti, imparerà ad affidarsi non contando su imprevedibili miracoli, ma sull’amore quotidiano che resiste, sulla bellezza di una fede nuda.

PAURA SCIOLTA NELL’ABBRACCIO

Vangelo di paure, vangelo di grida: umanissimo vangelo. Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, infine come una mano salda che afferra.
Un crescendo di fede. Gesù fatica a lasciare la gente, non se ne va finché non li ha salutati tutti. Era stato un giorno speciale, quello, il laboratorio di un mondo nuovo: un fervore, un moltiplicarsi di mani e di cure per dare pane a tutti.
La fame dei poveri saziata, il suo sogno realizzato.

Ora, desidera l’abbraccio del Padre. Congedata la folla salì sul monte, in disparte, a condividere con lui la gioia: sì, Padre, si può! Portare il tuo regno sulla terra si può! Un colloquio festoso, un abbraccio che dura fino all’alba, quando risente il desiderio dei suoi. Di abbraccio in abbraccio: così si muoveva Gesù.
Pietro, coraggioso e insieme scriteriato, domanda due cose, una giusta e una sbagliata: che io venga da te! Richiesta bella e perfetta, andare verso Dio. Ma poi sbaglia chiedendo di andarci camminando sulle acque.
A cosa serve uno sfoggio di potenza fine a se stesso, un intervento divino il cui scopo non è il bene comune? A che serve l’opposto di ciò che si era verificato la sera prima, con i pani e i pesci per tutti? E’ infatti un miracolo che fallisce in fretta, e Simone affonda.
Pietro si rivela uomo di poca fede non quando ha paura delle onde nella notte, ma prima, quando chiede questo genere di segni per il suo cammino di fede. E tutto vacilla.

Dubbio, fede, grido. Mi piace questo rude pescatore, uomo d’acqua e di roccia, oscillante tra fede grande, che sfida la tempesta, e fede piccola, impaurita. Ma è proprio lì che Gesù ci raggiunge, al centro del nostro vuoto, per salvarci dalla paura.
Pietro vive sulla sua pelle come il camminare sul mare non serva affatto a rafforzare la fede. Cammina e già dubita. E io lo ringrazio per questo suo grido estremo: Signore, salvami!
Ora so che ogni dubbio può essere sciolto anche da un solo mio grido nella notte, come il suo. Se guardo con occhi bassi le mie difficoltà e i miei fallimenti, scendo nel buio.
Pietro tu andrai verso il Signore, ma non nel brillare illusorio di acque prodigiose, lo farai scendendo nella polvere della strada da Gerusalemme a Gerico.
Forse a Pietro serviva davvero questa paura d’affogare nell’acqua della disperazione, per trovare il coraggio di affidarsi, gridando a Gesù.
Un giorno lo seguirà non più attratto dai segni, ma dal suo calvario; andrà da chi sa far tacere non tanto il vento e il mare, ma tutto ciò che non è amore.
Pietro, emblema dei credenti, imparerà ad affidarsi non contando su imprevedibili miracoli, ma sull’amore quotidiano che resiste, sulla bellezza di una fede nuda.
E noi, con Pietro, a fissare Gesù che ci viene incontro nel buio della bufera, a sentire le sue consolanti parole: Vieni! Tutto è ancora possibile, con me. Vieni!

per Avvenire

«Subito dopo», dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste, «costrinse i discepoli», che vorrebbero star lì a godersi il successo, «a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva» (…)



Dopo 800 anni da San Domenico di Guzman, il santo che "o parlava con Dio o parlava di Dio", abbiamo ancora molto da apprendere.

Dopo 800 anni da San Domenico di Guzman, 
il santo che "o parlava con Dio o parlava di Dio", 
abbiamo ancora molto da apprendere.

Il giorno 8 agosto tutta la chiesa celebra la memoria liturgica di San Domenico di Guzman, ma la diocesi di Bologna celebra la festa di questo santo, fondatore dell’Ordine dei Predicatori e venerato come uno dei compatroni della città nella data tradizionale del 4 agosto (diversa rispetto al calendario generale) 

Domenico di Guzman (Calaruega, Spagna, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221) è, con Francesco d’Assisi, uno dei patriarchi della santità cristiana suscitati dallo Spirito in un tempo di grandi mutamenti storici.

All’insorgere dell’eresia albigese si dedicò con grande zelo alla predicazione evangelica e alla difesa della fede nel sud della Francia.

Per continuare ed espandere il suo servizio apostolico in tutta la Chiesa, fondò a Tolosa (1215) l’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani).

Ebbe una profonda conoscenza sapienziale del mistero di Dio e promosse, insieme all’approfondimento degli studi teologici, la preghiera popolare del rosario.

Del suo “cherubico splendore” Bologna serba memoria indelebile e raccoglie il benefico influsso nel corso dei secoli.

L’Arca con le sue spoglie, custodita nella basilica omonima, è meta di pellegrinaggi da ogni parte del mondo.

Il video di 12PORTE è una presentazione dei tradizionali “nove modi di pregare” di San Domenico, che furono oggetto di una catechesi di papa Benedetto XVI.

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Il modo di pregare di San Domenico


La festa di San Domenico, nella data tradizionale del 4 agosto che si osserva nella sua basilica e nella diocesi petroniana, è iniziata con il canto solenne dei primi vespri presieduti dal Cardinale Arcivescovo Matteo Zuppi. La celebrazione ha avuto inizio presso la cappella dell’Arca, che insieme alla tomba del Santo custodisce il prezioso reliquiario del capo, che è stato portato in processione dai frati verso la porta della basilica. Da qui il Cardinale ha impartito una solenne benedizione alla città che venera San Domenico come compatrono. È ormai imminente, per la famiglia domenicana, il solenne Giubileo indetto per celebrare l’ottavo centenario del transito del Fondatore dell’Ordine dei Predicatori, avvenuto proprio a Bologna il 6 agosto 1221, un giubileo - ha detto il Cardinale - che la chiesa e la città di Bologna sentono come una opportunità preziosa per crescere nella santità. 

Omelia del Cardinale Matteo Zuppi ai primi vespri della solennità di San Domenico. 
Bologna, basilica di San Domenico, 3 agosto 2020.
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In una lettera inviata a tutta la famiglia domenicana, il maestro generale dell’Ordine fra Gerard Timoner, ha indicato il tema che orienterà la celebrazione giubilare: “A tavola con San Domenico”. Il riferimento è alla tavola, ancora oggi conservata nella chiesa parrocchiale della Mascarella, che fu la prima sede bolognese dei domenicani, attorno alla quale avvenne il celebre miracolo del pane, documentato anche negli atti della canonizzazione del santo e sulla quale è riprodotto il primo ritratto conosciuto di Domenico. “Celebreremo San Domenico”, scrive il maestro generale, “non come un santo su un piedistallo, ma come un santo che gode a tavola della comunione con i suoi fratelli, riuniti dalla stessa vocazione per predicare la Parola di Dio”

Il Giubileo di San Domenico avrà proprio nella basilica bolognese il suo centro, al quale guarderà la famiglia domenicana sparsa in tutto il pianeta. La festa della Epifania 6 gennaio 2021, è stata scelta come data di inizio, fino all’Epifania del 2022. Sarà promosso il “cammino di San Domenico”, che ripercorre l’ultimo viaggio terreno del Santo da Roma a Bologna, toccando luoghi significativi dell’ordine. L’auspicio è che la famiglia domenicana possa anche riunirsi attorno al Papa, il 24 maggio, festa della traslazione. E proprio la tavola di San Domenico sarà eccezionalmente ricomposta riunendo la parte principale conservata alla Mascarella con i frammenti custoditi nel convento patriarcale.
Il più celebre dei discepoli del santo, Tommaso d’Aquino, sintetizzerà l’idea fondamentale di Domenico: “contemplari et contemplata aliis tra­dere”: attingere la verità nell'ascolto e nella comunione con Dio e donare agli altri il frutto della propria contemplazione.

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La concelebrazione solenne per la festa del Santo è stata presieduta dal Priore Provinciale dell’ordine, padre Fausto Arici: erano presenti i frati della comunità bolognese, alcuni da altri conventi dall’Italia settentrionale e alcuni sacerdoti diocesani. 
In una breve intervista, a margine della celebrazione, padre Arici ci ha parlato l’attualità del carisma di San Domenico e del suo particolare legame con Bologna. 

Il 6 gennaio prossimo, si aprirà lo speciale Giubileo di San Domenico. La basilica con la tomba del Santo e la comunità che continua l’opera diventeranno un centro di attrazione particolare per tutta la famiglia domenicana, come ha spiegato padre Davide Pedone, priore del convento patriarcale. 

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con l'intervista al provinciale Padre Fausto Arici e il priore Padre Davide Pedone

(testi e video liberamente tratti dal sito della Chiesa di Bologna)

*****
«Noi predicatori di speranza 
a 800 anni dalla morte di san Domenico»

Parla il maestro dell'Ordine, il primo asiatico designato per questo incarico, Gerard Francisco Timoner: siamo pronti a celebrare con un anno speciale la memoria e l'opera del fondatore


... Oggi si ricorda il vostro fondatore. Un appuntamento che ci porta al 2021 quando ricorreranno gli 800 anni dalla morte del santo di Caleruega.

Nel 2021 celebreremo l’800° anniversario del dies natalis, la nascita al cielo di Domenico. Il tema delle celebrazioni giubilari è “A tavola con san Domenico”, che si ispira al dipinto custodito a Bologna nella parrocchia della Mascarella. Mi piace immaginare il nostro padre Domenico non come un santo assiso iconograficamente su un piedistallo, ma come un uomo che vive con gioia a tavola la comunione con i suoi fratelli, riuniti dalla stessa vocazione di predicare la Parola di Dio. L’Anno giubilare ci suggerisce di riflettere su queste domande: che cosa significa per noi essere a tavola con san Domenico qui e ora hic et nunc? In che modo il suo esempio ci ispira e ci incoraggia a condividere la nostra vita, la fede, la speranza e l’amore, i nostri beni spirituali e materiali così che anche altri possano essere nutriti su questa stessa mensa? In che modo questa tavola diventa luogo per condividere la Parola e spezzare il Pane di vita? ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire 

‘Io ti battezzo’ "UNICA" formula valida nella celebrazione del sacramento del Battesimo perché è Cristo che battezza

‘Io ti battezzo’ 
"UNICA" formula valida nel Battesimo 
perché è Cristo che battezza


Il battesimo impartito usando la formula “noi ti battezziamo” non è valido. Da rifare i riti celebrati in questo modo. È quanto ha stabilito la congregazione per la dottrina della fede, con una decisione approvata dal papa. 
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Tg2000 - servizio di Paolo Fucili

“Responsum” della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubbio sulla validità del Battesimo conferito con la formula “Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, 06.08.2020

Recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede ha trattato alcuni casi di amministrazione del sacramento del Battesimo nei quali è stata arbitrariamente modificata la formula sacramentale stabilita dalla Chiesa nei libri liturgici.

Per tale motivo, il Dicastero ha preparato “Risposte a quesiti proposti”, con relativa “Nota dottrinale” che ne spiega il contenuto, per richiamare la dottrina circa la validità dei sacramenti connessa alla forma stabilita dalla Chiesa con l’uso delle formule sacramentali approvate, al fine di sottrarre la questione ad interpretazioni e prassi devianti e offrire un chiaro orientamento.

Testo in lingua italiana

RISPOSTE A QUESITI PROPOSTI
sulla validità del Battesimo conferito con la formula
«Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»


QUESITI

Primo: È valido il Battesimo conferito con la formula: «Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»?

Secondo: Coloro per i quali è stato celebrato il Battesimo con la suddetta formula devono essere battezzati in forma assoluta?

RISPOSTE

Al primo: Negativamente.

Al secondo: Affermativamente.

Il Sommo Pontefice Francesco, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, in data 8 giugno 2020, ha approvato queste Risposte e ne ha ordinato la pubblicazione.

Dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 giugno 2020, nella Solennità della Natività di san Giovanni Battista.

Luis F. Card. Ladaria, S.I.
Prefetto
Giacomo Morandi
Arcivescovo tit. di Cerveteri
Segretario

* * *

NOTA DOTTRINALE
circa la modifica della formula sacramentale del Battesimo


Recentemente vi sono state celebrazioni del Sacramento del Battesimo amministrato con le parole: «A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». A quanto sembra, la deliberata modifica della formula sacramentale è stata introdotta per sottolineare il valore comunitario del Battesimo, per esprimere la partecipazione della famiglia e dei presenti e per evitare l’idea della concentrazione di un potere sacrale nel sacerdote a discapito dei genitori e della comunità, che la formula presente nel Rituale Romano veicolerebbe[1]. Riaffiora qui, con discutibili motivazioni di ordine pastorale[2], un’antica tentazione di sostituire la formula consegnata dalla Tradizione con altri testi giudicati più idonei. A tale riguardo già San Tommaso d’Aquino si era posto la questione «utrum plures possint simul baptizare unum et eundem» alla quale aveva risposto negativamente in quanto prassi contraria alla natura del ministro[3].

Il Concilio Vaticano II asserisce che: «Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza»[4]. L’affermazione della Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, ispirata a un testo di sant’Agostino[5], vuole ricondurre la celebrazione sacramentale alla presenza di Cristo, non solo nel senso che egli vi trasfonde la sua virtus per donarle efficacia, ma soprattutto per indicare che il Signore è il protagonista dell’evento che si celebra.

La Chiesa infatti, quando celebra un Sacramento, agisce come Corpo che opera inseparabilmente dal suo Capo, in quanto è Cristo-Capo che agisce nel Corpo ecclesiale da lui generato nel mistero della Pasqua[6]. La dottrina dell’istituzione divina dei Sacramenti, solennemente affermata dal Concilio di Trento[7], vede così il suo naturale sviluppo e la sua autentica interpretazione nella citata affermazione di Sacrosanctum Concilium. I due Concili si trovano quindi in complementare sintonia nel dichiarare l’assoluta indisponibilità del settenario sacramentale all’azione della Chiesa. I Sacramenti, infatti, in quanto istituiti da Gesù Cristo, sono affidati alla Chiesa perché siano da essa custoditi. Appare qui evidente che la Chiesa, sebbene sia costituita dallo Spirito Santo interprete della Parola di Dio e possa in una certa misura determinare i riti che esprimono la grazia sacramentale offerta da Cristo, non dispone dei fondamenti stessi del suo esistere: la Parola di Dio e i gesti salvifici di Cristo.

Risulta pertanto comprensibile come nel corso dei secoli la Chiesa abbia custodito con cura la forma celebrativa dei Sacramenti, soprattutto in quegli elementi che la Scrittura attesta e che permettono di riconoscere con assoluta evidenza il gesto di Cristo nell’azione rituale della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha inoltre stabilito che nessuno «anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica»[8]. Modificare di propria iniziativa la forma celebrativa di un Sacramento non costituisce un semplice abuso liturgico, come trasgressione di una norma positiva, ma un vulnus inferto a un tempo alla comunione ecclesiale e alla riconoscibilità dell’azione di Cristo, che nei casi più gravi rende invalido il Sacramento stesso, perché la natura dell’azione ministeriale esige di trasmettere con fedeltà quello che si è ricevuto (cfr. 1 Cor 15, 3).

Nella celebrazione dei Sacramenti, infatti, il soggetto è la Chiesa-Corpo di Cristo insieme al suo Capo, che si manifesta nella concreta assemblea radunata[9]. Tale assemblea però agisce ministerialmente – non collegialmente – perché nessun gruppo può fare di se stesso Chiesa, ma diviene Chiesa in virtù di una chiamata che non può sorgere dall’interno dell’assemblea stessa. Il ministro è quindi segno-presenza di Colui che raduna e, al tempo stesso, luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, il ministro è un segno esteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporne e del suo carattere relativo alla Chiesa universale.

In questa luce va compreso il dettato tridentino sulla necessità del ministro di avere l’intenzione almeno di fare quello che fa la Chiesa[10]. L’intenzione non può però rimanere solo a livello interiore, con il rischio di derive soggettivistiche, ma si esprime nell’atto esteriore che viene posto, con l’utilizzo della materia e della forma del Sacramento. Tale atto non può che manifestare la comunione tra ciò che il ministro compie nella celebrazione di ogni singolo Sacramento con ciò che la Chiesa svolge in comunione con l’azione di Cristo stesso: è perciò fondamentale che l’azione sacramentale sia compiuta non in nome proprio, ma nella persona di Cristo, che agisce nella sua Chiesa, e in nome della Chiesa.

Pertanto, nel caso specifico del Sacramento del Battesimo, il ministro non solo non ha l’autorità di disporre a suo piacimento della formula sacramentale, per i motivi di natura cristologica ed ecclesiologica sopra esposti, ma non può nemmeno dichiarare di agire a nome dei genitori, dei padrini, dei familiari o degli amici, e nemmeno a nome della stessa assemblea radunata per la celebrazione, perché il ministro agisce in quanto segno-presenza dell’azione stessa di Cristo che si compie nel gesto rituale della Chiesa. Quando il ministro dice «Io ti battezzo…» non parla come un funzionario che svolge un ruolo affidatogli, ma opera ministerialmente come segno-presenza di Cristo, che agisce nel suo Corpo, donando la sua grazia e rendendo quella concreta assemblea liturgica manifestazione «della genuina natura della vera Chiesa»[11], in quanto «le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi»[12].

Alterare la formula sacramentale significa, inoltre, non comprendere la natura stessa del ministero ecclesiale, che è sempre servizio a Dio e al suo popolo e non esercizio di un potere che giunge alla manipolazione di ciò che è stato affidato alla Chiesa con un atto che appartiene alla Tradizione. In ogni ministro del Battesimo deve essere quindi radicata non solo la consapevolezza di dover agire nella comunione ecclesiale, ma anche la stessa convinzione che sant’Agostino attribuisce al Precursore, il quale «apprese che ci sarebbe stata in Cristo una proprietà tale per cui, malgrado la moltitudine dei ministri, santi o peccatori, che avrebbero battezzato, la santità del Battesimo non era da attribuirsi se non a colui sopra il quale discese la colomba, e del quale fu detto: “È lui quello che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1, 33)». Quindi, commenta Agostino: «Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza»[13].

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[1] In realtà, un’attenta analisi del Rito del Battesimo dei Bambini mostra che nella celebrazione i genitori, i padrini e l’intera comunità sono chiamati a svolgere un ruolo attivo, un vero e proprio ufficio liturgico (cfr. Rituale Romanum ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Ordo Baptismi Parvulorum, Praenotanda, nn. 4-7), che secondo il dettato conciliare comporta però che «ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia soltanto e tutto quello che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza»: Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 28.
[2] Spesso il ricorso alla motivazione pastorale maschera, anche inconsapevolmente, una deriva soggettivistica e una volontà manipolatrice. Già nel secolo scorso Romano Guardini ricordava che se nella preghiera personale il credente può seguire l’impulso del cuore, nell’azione liturgica «deve aprirsi a un altro impulso, di più possente e profonda origine, venuto dal cuore della Chiesa che batte attraverso i secoli. Qui non conta ciò che personalmente gli piace o in quel momento gli sembra desiderabile…» (R. Guardini, Vorschule des Betens, Einsiedeln/Zürich, 19482, p. 258; trad. it.: Introduzione alla preghiera, Brescia 2009, p. 196).
[3] Summa Theologiae, III, q. 67, a. 6 c.
[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 7.
[5] S. Augustinus, In Evangelium Ioannis tractatus, VI, 7.
[6] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 5.
[7] Cfr. DH, n. 1601.
[8] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 22 § 3.
[9] Cfr. Catechismus Catholicae Ecclesiae, n. 1140: «Tota communitas, corpus Christi suo Capiti unitum, celebrat» e n. 1141: «Celebrans congregatio communitas est baptizatorum».
[10] Cfr. DH, n. 1611.
[11] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 2.
[12] Ibidem, n. 26.
[13] S. Augustinus, In Evangelium Ioannis tractatus, VI, 7.


Per approfondire leggi: 
Sulla formula del battesimo: un responsum limpido, una nota dottrinale preziosa ma parziale di Andrea Grillo


Tre mesi di grande pericolo


Tre mesi di grande pericolo
Raúl Zibechi


Settacinque anni dopo Hiroshima e Nagasaki (dove fu sganciata una bomba tre volte più potente), il primo utilizzo di armi progettate non per i campi di battaglia ma per uccidere intere popolazioni di civili, viviamo probabilmente nel tempo in cui il rischio di una catastrofe nucleare non è mai stato così alto. Forse nemmeno negli anni della Guerra Fredda. Lo sostengono diversi autorevoli analisti, non necessariamente tutti favorevoli alla pace come Noam Chomsky, ma soprattutto, come racconta qui Raúl Zibechi, oggi lo affermano anche fonti vicinissime al governo cinese, che invitano a “costruire altri missili nucleari per scoraggiare i pazzi statunitensi”. I tre mesi conclusivi della campagna elettorale negli Usa sono, per ragioni a tutti evidenti, tra i più pericolosi. Steve Bannon – allontanato da Trump nel 2017 ma rimasto sempre in contatto con la Casa Bianca – afferma che se il presidente concentrasse la sua campagna elettorale sulla Cina, potrebbe vincere le elezioni di novembre. L’ex capo stratega del presidente Usa si dice convinto che il momento di rovesciare e liquidare il partito-stato di Pechino è arrivato. Non a caso, mentre all’inizio della pandemia il governo di Washington esitava e sbandava vistosamente sulla posizione da prendere, la “War Room”, il personalissimo bollettino con cui Bannon fa il punto ogni giorno sulla situazione politica Usa, dedicava oltre cento episodi all’epidemia, a suo modo di vedere una sorta di “Chernobyl cinese”. I cinesi sanno bene che il peggio può accadere. Una guerra nel Mar Cinese Meridionale può sfociare senza dubbio in una guerra nucleare. A Pechino pensano che la chiave per evitarla e vincere la competizione con gli Stati Uniti consista ancora nel concentrarsi sul proprio sviluppo, ma vogliono essere preparati al peggio. Che fare? Così come per il disastro climatico, quel che non possiamo certo permetterci – terrorizzati dal riemergere dei focolai e dall’avanzare di una crisi economica epocale che non è nata certo con la pandemia – è far finta di non vedere

Le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki

I tre mesi che ci separano dalle elezioni negli Stati Uniti saranno critici per la vita sulla terra. Lo sostengono varie analisi e, in modo assai particolare, l’opinione dei dirigenti cinesi, che sono i più interessati a neutralizzare l’offensiva portata avanti dalla Casa Bianca e dal Pentagono.

Domenica 26 luglio, Hu Xijin, il caporedattore del Global Times, il giornale non ufficiale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha pubblicato un appello alla nazione affinché costruisca più missili nucleari, dal momento che si trova ad affrontare sfide di sicurezza senza precedenti da parte degli Stati Uniti. Nel suo articolo, Hu Xijin ha scritto: “Sbrigatevi a costruire altri missili nucleari per scoraggiare i pazzi statunitensi” (cfr. “China needs to expand nuclear arsenal as US presses closer: GT chief editor”, in Global Times, 26/07/2020).

Mesi fa, sullo stesso giornale, c’è stato un altro appello nella medesima direzione: incrementare l’arsenale nucleare per dissuadere il Pentagono. Secondo il Global Times, la Cina non aveva intenzione di accrescere il suo arsenale atomico, ma la congiuntura attuale fa prevedere che ci saranno scontri nel Mar Cinese Meridionale, divenuto l’epicentro del conflitto tra le due potenze.



La strategia elettorale di Donald Trump viene delineata in una lunga intervista a Steve Bannon, pubblicata da Asia Times il 12 giugno. Ex capo della campagna elettorale di Trump nel 2016, attivo banchiere della Goldman Sachs e consigliere della Casa Bianca durante la presidenza del magnate, Bannon afferma che se concentrasse la sua campagna elettorale sulla Cina, Trump potrebbe vincere le elezioni di novembre.

Le sue opinioni sono terribili, e alcune appaiono deliranti, come quando accusa la Cina della morte di George Floyd, perché l’afro-statunitense aveva il Covid-19, che è venuto dal Partito Comunista Cinese, era consumatore di fentanyl, un oppioide che verrebbe dalla stessa nazione, e non aveva mai avuto un posto di lavoro in fabbrica perché l’industria se ne andava nel paese asiatico (“Bannon tells Asia Times: US election is all about China”, in Asia Times, 12/06/2020).

Tuttavia è necessario leggere l’intervista, perché mette a nudo la politica degli Stati Uniti e il pensiero delle loro élites. Bannon afferma che il governo cinese è un gruppo di mafiosi e che il Partito Comunista è un gruppo di gangster. E quel che è peggio, dice che il Partito Comunista Cinese è l’opera incompiuta del XX secolo e che è venuto il momento di liquidarlo.

I punti di attacco sono due: affossare Hong Kong perché bisogna impedire l’accesso della Cina alla tecnologia e al capitale dell’Occidente, e costruire un’alleanza regionale con Giappone, Australia, India e Vietnam, intorno al Mar Cinese Meridionale e allo stretto di Malacca. Entrambe le strategie sono in corso, ma secondo Bannon dovrebbero essere intensificate fino al rovesciamento del Partito Comunista.


Il 4 giugno, Steve Bannon ha presentato quello che chiama il Nuovo Stato Federale Cinese, che ha anche una bandiera, proclamato nell’anniversario della repressione del 1989 in piazza Tienanmen e costituito da un gruppo di milionari fuggiti dalla Cina. Al di là del fatto che questo obiettivo sia irrealizzabile, bisogna notare la volontà di abbattere il regime cinese con la forza.

La risposta di Pechino all’aggressione statunitense si può leggere sul Global Times dello stesso 26 luglio, in un articolo che sottolinea l’estrema pericolosità delle relazioni bilaterali nei prossimi tre mesi (“China-US ties in ‘extreme danger’ in next 3 months”). L’autore dell’articolo prevede che in questo lasso di tempo l’amministrazione Trump lancerà probabilmente ulteriori attacchi alla Cina per obbligarla ad effettuare rappresaglie.

Il giornale, che rispecchia l’opinione del governo cinese, insiste nell’affermare che il desiderio di Trump di conseguire un secondo mandato può aggravare le cose nel breve periodo. Ma sostiene che la posizione anti-cinese riflette il consenso bipartisan delle élites statunitensi, per cui la Cina non dovrebbe aspettarsi un cambiamento significativo nella politica di Washington anche se ci fosse un passaggio di potere a novembre, il che significa che la Cina dovrebbe prepararsi a una lunga lotta.

Questo è il punto centrale. A partire dalla presidenza di Obama, la politica estera degli Stati Uniti si è spostata dalla precedente focalizzazione sul Medio Oriente per andare verso il Pacifico e la Cina. In base alle opinioni di esperti cinesi, il Global Times conclude che Pechino non deve lasciarsi coinvolgere nelle provocazioni, come la chiusura del consolato a Houston.

Per la Cina, la chiave per evitare il conflitto e vincere la competizione imposta dagli Stati Uniti consiste nel concentrarsi sul proprio sviluppo ed essere preparata al peggio, dice il giornale. La lucidità del gruppo dirigente gli permette di concludere con un’affermazione tipica della sua cultura millenaria: “Gli Stati Uniti non hanno paura di una guerra fredda con noi, hanno paura del nostro sviluppo”.

I cinesi sanno bene che il peggio può accadere. Una guerra navale che può poi sfociare in una guerra nucleare. Vogliono essere pronti ad affrontare questa eventualità, ma vogliono concentrarsi sul proprio sviluppo.

Per quel che riguarda noi, los de abajo, quelli che stanno in basso, dobbiamo renderci conto che le cose peggioreranno. Che la tormenta/pandemia che ci colpisce è soltanto la prima di una serie di calamità che non potremo evitare. Le arche che sono in costante costruzione (1) possono aiutarci ad affrontare questo periodo, un periodo che mette alla prova le nostre capacità di resistenza.

*****

(1) Zibechi riprende spesso la metafora delle arche, già utilizzata dall’EZLN, per sopravvivere collettivamente alla tormenta e poi al diluvio autodistruttivo del capitalismo di questo inizio del secondo millennio. Per comprendere meglio, potete seguire il link che c’è poche righe sopra e che rimanda a un suo articolo del 2017 intitolato “L’arca di Noé oggi si chiama autonomia”.

Fonte: “Próximos tres meses de gran peligro para el mundo”, in La Jornada, 31/07/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando.


venerdì 7 agosto 2020

Pax Christi Lettera ai Vescovi per sostenere l’Adesione dell’Italia al trattato sul bando totale delle armi Nucleari


Lettera ai Vescovi 
per sostenere l’Adesione dell’Italia 
al trattato sul bando totale delle armi Nucleari


Care e cari,

mentre si avvicina il 75esimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, Pax Christi International ha lanciato una campagna.

“La cosiddetta ‘sicurezza’ offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. A 75 anni dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki, è giunto il tempo per rifiutare questa logica di reciproca distruzione e costruire invece una vera sicurezza reciproca.”

Noi, Pax Christi Italia, la condividiamo e la rilanciamo. Abbiamo perciò inviato la lettera direttamente al Presidente e Segretario della CEI.

>>>> AI PUNTI PACE o ai singoli aderenti chiediamo di fare avere al PROPRIO VESCOVO la lettera che trovate in fondo a questo messaggio. Come potete vedere, c’è anche la possibilità di poterla ‘personalizzare’.

Ognuno valuti il modo: se inviare con una mail o con la posta, se chiedere un incontro. L’importante è fare giungere e far sentire questa riflessione-richiesta, anche contattando i media che conoscete, o usando i social…

Come si può leggere alla fine: “A nome di Pax Christi International e di Pax Christi Italia sollecitiamo la Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del 75° anniversario dei bombardamenti atomici, a chiedere al nostro Governo di firmare il trattato.”

Questi giorni vicini all’anniversario possono essere i più adatti per parlare di questo tema, ma può essere ripreso anche più avanti, ad es. alla ripresa delle attività pastorali.
Ognuno valuti in base alle proprie possibilità, e faccia sapere alla segreteria di Pax Christi eventuali risposte o altro. In modo che si possa continuare a lavorare e fare pressione.

C’è anche questo breve video, in italiano, che può essere facilmente usato e diffuso. Ecco il link: https://www.youtube.com/watch?v=NP05GdG8As8

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Buon lavoro.

d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi

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BOZZA DELLA LETTERA DA INVIARE AL PROPRIO VESCOVO

[Indirizzo completo del vescovo a cui si invia la lettera] 

OGGETTO: La sezione Italiana di Pax Christi fa propria la campagna di Pax Christi International: “La pandemia Covid19 rende ancor più evidente la necessità di abolire le armi nucleari.”

Mons ……………………….….., vescovo di………………………….,

In questi mesi l’intera famiglia umana è stata messa in ginocchio dal coronavirus. Il bilancio globale delle vittime continua a crescere quotidianamente; la disperazione dell’umanità aumenta; gli effetti fisici, psicologici ed economici aumentano. Questa pandemia ha raggiunto praticamente tutti: abbiamo capito che siamo tutti vulnerabili e ci rendiamo conto che la vera sicurezza deve essere, in sostanza, condivisa.

Il prossimo mese di agosto – sperando di giungervi con sempre più vite salvate – il mondo commemorerà una minaccia che per 75 anni ha rappresentato il più grave dei rischi per l’umanità. Le conseguenze dannose del pandemia Covid-19 impallidiscono rispetto a quelle che sarebbero capitate alla famiglia umana, e alla terra stessa, in caso di guerra nucleare.

Papa Francesco ci avverte che le armi nucleari costituiscono un affronto mortale non solo al benessere della terra e dei suoi abitanti, ma anche al nostro rapporto con Dio. Le armi nucleari sono un abominio: la “minaccia del loro uso, così come il loro possesso, è da condannare fermamente”. (dal discorso di Sua Santità ai partecipanti al Simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero da armi nucleari e per lo sviluppo integrale”, 10 novembre 2017)

La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. A 75 anni dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki, è giunto il tempo per rifiutare questa logica di reciproca distruzione e costruire invece una vera sicurezza reciproca.

Il coronavirus ha rappresentato un campanello d’allarme per il mondo. Stiamo sperimentando in prima persona come investire centinaia di miliardi di dollari per lo sviluppo, la fabbricazione, i test e lo spiegamento di armi nucleari non solo non è riuscito a renderci sicuri, ma ha privato la comunità umana delle risorse necessarie per il raggiungimento della vera sicurezza umana: sufficienza alimentare, alloggio, lavoro, formazione scolastica, accesso all’assistenza sanitaria.

Di fronte al coronavirus, le speranze di sopravvivenza nelle nostre comunità si sono fondate sul sacrificio in prima linea dei soccorritori. Eppure, come ammonisce la Croce Rossa Internazionale, tali soccorritori non ci sarebbero in caso di un attacco nucleare: i medici, gli infermieri e le infrastrutture sanitarie sarebbero essi stessi cancellati. Né soccorritori esterni, nella misura in cui sopravvivessero, potrebbero accedere in sicurezza nelle zone esposte alle radiazioni. (https://www.icrc.org/en/doc/resources/documents/legal-fact-sheet/03-19-nuclear-weapons-human-health-1-4132.htm)

Mentre la terra stessa sta vivendo una nuova inattesa esperienza di guarigione e rinascita, a causa della temporanea cessazione delle attività umane dannose, un attacco nucleare sortirebbe l’effetto opposto. Né la terra, né alcuna delle sue creature, sarebbe risparmiata dall’avvelenamento prodotto dalla radioattività risultante da una guerra nucleare, anche se limitata. Le colture appassirebbero e morirebbero mentre la luce del sole sarebbe bloccata dalle nuvole atmosferiche di polvere prodotta. La vita sulla terra sarebbe messa in grave pericolo.

Come comunità umana stiamo imparando delle dure lezioni sulla nostra sicurezza collettiva durante questa pandemia globale. E’ giunto il momento di affrontare la sfida e di cogliere l’opportunità per apportare le modifiche necessarie a salvaguardia del nostro futuro.

Ma la finestra temporale che ci resta potrebbe essere troppo breve. Se non riusciamo ad agire adesso e con decisione per eliminare le armi nucleari dalla faccia della terra, giochiamo pericolosamente non solo con la pandemia ma anche con la estinzione totale.

Il trattato sul bando totale delle armi nucleari, approvato all’ONU nel 2017, ha un sempre più crescente sostegno mondiale. Per diventare effettivo c’è però bisogno di altre firme per superare la soglia necessaria di cinquanta stati.

Il Vaticano stesso lo ha da tempo ratificato e le Conferenze dei vescovi cattolici di Giappone e Canada chiedono ai loro governi di fare altrettanto.

A nome di Pax Christi International e di Pax Christi Italia sollecitiamo la Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del 75° anniversario dei bombardamenti atomici, a chiedere al nostro Governo di firmare il trattato.

Parte che ogni Punto Pace può personalizzare, in base alla conoscenza della propria diocesi e del vescovo.
[Fare una o più “domande” specifiche, ad esempio:

– Le chiediamo di scrivere una lettera alla diocesi per attirare l’attenzione sul 75° anniversario dei bombardamenti atomici.

– La preghiamo di incoraggiare le parrocchie e le scuole ad informare la comunità sui costi e sui pericoli delle armi nucleari e sull’urgente necessità di abolire tali armi.]

Con fiducia e speranza,

Luogo, data, firma …. Punto Pace di … – Pax Christi Italia


giovedì 6 agosto 2020

«La pandemia sta continuando a causare ferite profonde, smascherando le nostre vulnerabilità... In che modo possiamo aiutare a guarire il nostro mondo, oggi?» Papa Francesco Udienza Generale 05/08/2020 (Testo e video)

UDIENZA GENERALE
Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 5 agosto 2020

Dopo la breve pausa estiva, riprendono le udienze e Papa Francesco inizia un ciclo di catechesi incentrato su questo tempo di grave emergenza sanitaria a livello globale. Le sue riflessioni, in un periodo così drammatico e buio, si intrecciano con la luce del Vangelo.



Catechesi - “Guarire il mondo”: 1. Introduzione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La pandemia sta continuando a causare ferite profonde, smascherando le nostre vulnerabilità. Molti sono i defunti, moltissimi i malati, in tutti i continenti. Tante persone e tante famiglie vivono un tempo di incertezza, a causa dei problemi socio-economici, che colpiscono specialmente i più poveri.

Per questo dobbiamo tenere ben fermo il nostro sguardo su Gesù (cfr Eb 12,2) e con questa fede abbracciare la speranza del Regno di Dio che Gesù stesso ci porta (cfr Mc 1,5; Mt 4,17; CCC, 2816). Un Regno di guarigione e di salvezza che è già presente in mezzo a noi (cfr Lc 10,11). Un Regno di giustizia e di pace che si manifesta con opere di carità, che a loro volta accrescono la speranza e rafforzano la fede (cfr 1 Cor 13,13). Nella tradizione cristiana, fede, speranza e carità sono molto più che sentimenti o atteggiamenti. Sono virtù infuse in noi dalla grazia dello Spirito Santo (cfr CCC, 1812-1813): doni che ci guariscono e che ci rendono guaritori, doni che ci aprono a orizzonti nuovi, anche mentre navighiamo nelle difficili acque del nostro tempo.

Un nuovo incontro col Vangelo della fede, della speranza e dell’amore ci invita ad assumere uno spirito creativo e rinnovato. In questo modo, saremo in grado di trasformare le radici delle nostre infermità fisiche, spirituali e sociali. Potremo guarire in profondità le strutture ingiuste e le pratiche distruttive che ci separano gli uni dagli altri, minacciando la famiglia umana e il nostro pianeta.

Il ministero di Gesù offre molti esempi di guarigione. Quando risana coloro che sono affetti da febbre (cfr Mc 1,29-34), da lebbra (cfr Mc 1,40-45), da paralisi (cfr Mc 2,1-12); quando ridona la vista (cfr Mc 8,22-26; Gv 9,1-7), la parola o l’udito (cfr Mc 7,31-37), in realtà guarisce non solo un male fisico, ma l’intera persona. In tal modo la riporta anche alla comunità, guarita; la libera dal suo isolamento perché l’ha guarita.

Pensiamo al bellissimo racconto della guarigione del paralitico a Cafarnao (cfr Mc 2,1-12), che abbiamo sentito all’inizio dell’udienza. Mentre Gesù sta predicando all’ingresso della casa, quattro uomini portano il loro amico paralitico da Gesù; e non potendo entrare, perché c’era tanta folla, fanno un buco nel tetto e calano la barella davanti a lui che sta predicando. «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» (v. 5). E poi, come segno visibile, aggiunse: «Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (v. 11).

Che meraviglioso esempio di guarigione! L’azione di Cristo è una diretta risposta alla fede di quelle persone, alla speranza che ripongono in Lui, all’amore che dimostrano di avere gli uni per gli altri. E quindi Gesù guarisce, ma non guarisce semplicemente la paralisi, guarisce tutto, perdona i peccati, rinnova la vita del paralitico e dei suoi amici. Fa nascere di nuovo, diciamo così. Una guarigione fisica e spirituale, tutto insieme, frutto di un incontro personale e sociale. Immaginiamo come questa amicizia, e la fede di tutti i presenti in quella casa, siano cresciute grazie al gesto di Gesù. L’incontro guaritore con Gesù!

E allora ci chiediamo: in che modo possiamo aiutare a guarire il nostro mondo, oggi? Come discepoli del Signore Gesù, che è medico delle anime e dei corpi, siamo chiamati a continuare «la sua opera di guarigione e di salvezza» (CCC, 1421) in senso fisico, sociale e spirituale.

La Chiesa, benché amministri la grazia risanante di Cristo mediante i Sacramenti, e benché provveda servizi sanitari negli angoli più remoti del pianeta, non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche (cfr S. Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 4). Questo è compito dei dirigenti politici e sociali. Tuttavia, nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato alcuni principi sociali che sono fondamentali (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 160-208), principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno. Cito i principali, tra loro strettamente connessi: il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, il principio dell’opzione preferenziale per i poveri, il principio della destinazione universale dei beni, il principio della solidarietà, della sussidiarietà, il principio della cura per la nostra casa comune. Questi principi aiutano i dirigenti, i responsabili della società a portare avanti la crescita e anche, come in questo caso di pandemia, la guarigione del tessuto personale e sociale. Tutti questi principi esprimono, in modi diversi, le virtù della fede, della speranza e dell’amore.

Nelle prossime settimane, vi invito ad affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali. E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa. Esploreremo insieme come la nostra tradizione sociale cattolica può aiutare la famiglia umana a guarire questo mondo che soffre di gravi malattie. È mio desiderio riflettere e lavorare tutti insieme, come seguaci di Gesù che guarisce, per costruire un mondo migliore, pieno di speranza per le future generazioni (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 183).

Guarda il video della catechesi

Saluti

...

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Ieri a Beirut, nella zona del porto, delle fortissime esplosioni hanno causato decine di morti e migliaia di feriti, e molte gravi distruzioni. Preghiamo per le vittime e per i loro familiari; e preghiamo per il Libano, perché, con l’impegno di tutte le sue componenti sociali, politiche e religiose, possa affrontare questo momento così tragico e doloroso e, con l’aiuto della comunità internazionale, superare la grave crisi che sta attraversando.

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Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. Tutti invito a tenere sempre fisso lo sguardo sul volto splendente di Dio, che la Liturgia domani ci invita a contemplare nel Cristo trasfigurato sul Monte Tabor. Egli è la luce che illumina gli eventi d'ogni giorno.

Il mio pensiero va infine agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Non stancatevi di affidarvi al Signore, certi che Egli vi guiderà con la sua grazia in ogni passo della vostra esistenza.


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