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mercoledì 4 novembre 2026

Il pensiero prende corpo di Tonio Dell'Olio

Il pensiero prende corpo 
di Tonio Dell'Olio


Manifestare viene dal latino manus fendere/festus: rendere evidente, far conoscere. Quando scendiamo in piazza, il pensiero prende corpo, cammina, incontra altri pensieri. Una convinzione esce dalla solitudine e diventa domanda collettiva.

Ci rendiamo visibili anche per rendere visibile ciò che riteniamo importante e che il potere non vuole considerare. La Costituzione tiene insieme la libertà di espressione e il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. La democrazia ha bisogno di questa parola plurale, anche quando disturba il traffico e soprattutto il potere. Ma serve manifestare? Una piazza non cambia tutto in un giorno ma rompe un silenzio, costruisce legami, scrive una questione nell’agenda pubblica. Per incidere occorrono proposte, organizzazione e la pazienza di continuare quando si ammainano le bandiere.
La cultura della violenza delle vetrine spaccate è alleata del potere perché corrode questa possibilità. La stessa logica, infatti, agisce quando ogni dissenso viene trattato come una minaccia: alla parola si risponde con la forza. Per questo abbiamo bisogno di tornare a imparare a manifestare: discutere, organizzarci, abitare insieme lo spazio pubblico. La nonviolenza rende il dissenso più esigente e comprensibile. E ci ricorda che il pensiero, per cambiare le cose, ha bisogno anche dei nostri corpi.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 30 ottobre 2026)

martedì 3 novembre 2026

“Il giorno dei morti”. La nostra vita legata a chi non c’è più di Gennaro Matino

“Il giorno dei morti”. 
La nostra vita legata
a chi non c’è più
di Gennaro Matino


Stiamo diventando capaci di cancellare i morti senza nemmeno aspettare che muoiano. Basta smettere di ascoltare un anziano, considerare inutile una storia, trovare ingombrante qualcuno che non tiene il nostro passo. Prima viene l’irrilevanza. Poi il silenzio. La morte, qualche volta, trova il lavoro già cominciato. Arrivano i giorni dei santi e dei defunti.

Torneremo nei cimiteri, porteremo fiori, cercheremo un nome tra le lapidi. Oppure no. Non so se questa ricorrenza sia ancora avvertita come una volta. E diffido della nostalgia che assolve il passato soltanto perché è passato: anche ieri si potevano onorare i morti e mortificare i vivi. Ma vorrei capire che cosa accade quando si assottiglia il legame con chi ci ha preceduti.

Quale idea dell’uomo prende il suo posto. Quale libertà crediamo di guadagnare diventando senza debiti, senza eredità, senza nessuno da ringraziare. Abbiamo a disposizione archivi immensi. Fotografie che riaffiorano sul telefono, messaggi conservati, voci che possiamo riascoltare. Eppure si può possedere ogni immagine di una persona e averne smarrito la presenza. Il dispositivo restituisce una data; il dolore domanda che cosa ne abbiamo fatto di quell’amore.

Nessuna notifica può rispondere per noi. La memoria comincia precisamente lì: quando ciò che è stato torna a interrogarci. Mio padre, mia madre, mio figlio, mia figlia, un amico, una donna che mi ha insegnato a leggere, qualcuno che mi ha raccolto in un giorno sbagliato. Persone dalle quali continuo a ricevere qualcosa anche dopo la loro morte. Un gesto, un modo di apparecchiare, una frase che mi sorprendo a ripetere. Crediamo di abitare soltanto una casa, una città, un presente. Abitiamo anche le vite che ci hanno fatto posto. Per questo il cimitero può essere un luogo politicamente scomodo. Sotto quelle pietre crolla la favola dell’individuo che si è fatto da sé. Nessuno è arrivato fin qui da solo. Qualcuno ha lavorato prima di noi, ha rinunciato, ha avuto paura, ha sbagliato, ha ricominciato. Qualcuno ha conquistato diritti che oggi consumiamo come fossero servizi inclusi nel prezzo.

Davanti a una tomba la gratitudine smette di essere buona educazione e diventa conoscenza: finalmente vediamo quanto della nostra vita appartenga al dono degli altri. Ma ricordare costa. Chiede tempo e, soprattutto, disponibilità a lasciarsi correggere. Un passato ridotto a celebrazione è innocuo: qualche corona, un discorso, tutti a casa. Una memoria viva può invece contestare le nostre scelte. Domandarci perché invochiamo i sacrifici dei padri mentre ne disperdiamo le conquiste. Perché insegniamo ai ragazzi a celebrare la libertà e così poco a riconoscere quando viene umiliata. Perché ci commuove una vecchia fotografia di famiglia e ci infastidisce la lentezza di chi, in quella fotografia, era giovane. Anche i morti, poi, subiscono la nostra voglia di possesso. Li vorremmo tutti esemplari, tutti dalla nostra parte, finalmente incapaci di contraddirci. E invece fare memoria esige verità. Ci sono eredità da accogliere e altre da interrompere.

Affetti da custodire e ferite alle quali impedire di diventare destino. Si può amare un padre senza ripeterne gli errori. Si può appartenere a una storia trovando il coraggio di cambiarne la direzione, con la forza di perdonarla. È una responsabilità adulta: ricevere, discernere, consegnare. Qui passa una soglia decisiva. Dal ricordo che mi consola alla memoria che mi impegna. Se il dolore per una persona perduta mi rende più attento alla solitudine di qualcuno, quel legame sta ancora generando vita. Se invece diventa il confine entro cui riconosco soltanto i miei, qualcosa si è chiuso. Esistono morti senza visite, senza fiori, perfino senza nome. Famiglie che non hanno una tomba davanti alla quale fermarsi. La pietà incontra la sua misura più esigente quando arriva fin dove non abbiamo parentele da difendere. E c’è un altro debito che questi giorni dovrebbero aiutarci a vedere. Noi saremo il passato di qualcuno. Di questa stagione resteranno conseguenze che altri dovranno abitare: una terra custodita o consumata, istituzioni credibili o svuotate, parole affidabili o rese inutili dall’inganno. Ci preoccupiamo di quale ricordo lasceremo. Dovremmo cominciare da quale mondo. Forse, allora, nei prossimi giorni potremmo fermarci un poco di più davanti a un nome. Lasciarlo tornare persona. Raccontarlo a un bambino, senza trasformarlo in una statua. Dire il bene ricevuto, riconoscere il male, trovare una parola che meriti di essere portata avanti. Il tempo senza memoria comincia quando nessuno sente più di dover raccogliere e consegnare qualcosa. I fiori servono.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – 1 novembre 2026)

#L'INFERNO - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#L'INFERNO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Da quando l’uomo non crede più all’inferno,
ha trasformato la sua vita in qualcosa che somiglia all’inferno.
Non può farne a meno.


       Proponiamo una sorta di provocazione. Nel giorno in cui nella cristianità si celebrano tutti i santi ci affacciamo per contrasto sull’antipodo del paradiso, ossia sull’abisso infernale e lo facciamo attraverso uno degli Aforismi, sempre taglienti e acuti, che ci ha lasciato lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano (1910-1972). Spirito profondamente laico, era però attento anche a smitizzare certi luoghi comuni della boria intellettuale e sociale dei suoi e dei nostri giorni, ritrovando valori antichi e non di rado cristiani. Ora, se si va un po’ oltre la fantasmagoria iconografica dell’inferno popolato di diavoletti e di crepitanti fiamme, si può intuire quanto sia tragica quella situazione in cui siano spenti l’amore, la speranza, la luce, la trascendenza: questo è, infatti, l’inferno. È ciò che lo scrittore francese Georges Bernanos metteva in bocca al suo famoso curato di campagna: «L’inferno, signora, è non amare più».

      È per questo che in un’altra sua opera, Il signor Ouine, lo stesso autore cattolico affermava: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, ma nessuno l’ha visto. L’inferno è freddo». Sì, esso è solitudine, silenzio carico d’odio, è assenza di Dio che è luce e amore per definizione. Là l’uomo è abbandonato a sé stesso, ai suoi vizi e alle sue follie. La Bhagavadgita, che è considerata come il parallelo del nostro testo sacro evangelico per gli indù, dichiara che «l’inferno ha tre porte: lussuria, ira, avarizia». 
    È per questo che possiamo dar ragione a Flaiano: abbiamo spesso trasformato la società in qualcosa che somiglia all’inferno. Lo si deve riconoscere senza retorica ed enfasi, ma con l’esperienza di molte vicende di cronaca.

sabato 31 ottobre 2026

Serve un’economia che persegua, con la collaborazione di tutti, il bene comune di Marianna Mazzuccato

Serve un’economia che persegua,
con la collaborazione di tutti,
il bene comune
di Marianna Mazzuccato*


*Economista e docente all’University College di Londra, dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, è membro del Comitato per le Politiche di Sviluppo delle Nazioni Unite e collabora inoltre con l’Ocse.



Quando ho cercato di mettere in pratica le idee proposte nei miei libri precedenti, è diventato sempre piú chiaro che per accostarci efficacemente ai grandi problemi che oggi abbiamo davanti – come garantire a tutti assistenza sanitaria e lottare contro i cambiamenti climatici – non serve soltanto uno Stato innovatore e politiche economiche orientate alle missioni, ma anche un’economia nuova basata su un’azione collettiva che gravita intorno al bene comune, perché tutti i problemi con cui ci misuriamo possono essere affrontati soltanto attraverso la collaborazione tra soggetti diversi e attraverso la loro intelligenza collettiva. Se non saremo in grado di lavorare insieme, mettendo al centro la creazione collettiva del valore, non potremo sperare di raggiungere risultati «buoni». 
E soprattutto, «buono» non può voler dire semplicemente riempire le falle facendo le cose che il settore privato non fa: dev’essere un obiettivo da raggiungere insieme, non una correzione per qualcosa che manca. Finché saranno concepiti solo come rimedi all’assenza di investimenti privati in determinate aree, i «beni pubblici» (come le strade, la difesa nazionale e la ricerca di base) non saranno una teoria del pubblico, ma solo una teoria di quello che il settore privato non fa. E finché i «beni comuni» (come laghi e boschi gestiti dalle comunità) saranno una soluzione di ripiego di fronte all’incapacità di imprese e organismi pubblici di gestirli, strutturare le ambizioni e collaborare in modo proattivo intorno a obiettivi condivisi continuerà a essere complicato. Un approccio che prende le mosse da un fallimento, di qualunque genere, è negativo e reattivo per definizione e destinato, in ultima analisi, all’insuccesso.

In tutto il libro svilupperò il concetto che un’economia del bene comune è un’economia focalizzata sui risultati, con la partecipazione, l’apprendimento, la trasparenza, la reciprocità e la condivisione dei benefici come elementi centrali della collaborazione per raggiungere questi risultati. Significa predisporre nel modo giusto fin dall’inizio le relazioni e le strutture economiche, invece di correggerle e raccogliere i cocci a posteriori. Questa prospettiva sposta la domanda da «Che cosa dovrebbe fare lo Stato (o le imprese)?» a «Come possiamo lavorare insieme — noi governi, imprese, comunità, individui — per risolvere sfide che riguardano tutti? E come ci valutiamo a vicenda nel quadro di questo processo?»

Il bene comune non può essere una correzione a posteriori, dev’essere l’asse portante di tutte le relazioni economiche. Per esempio, durante una pandemia, se l’obiettivo è consentire a tutte le persone in tutto il mondo di poter accedere ai vaccini (il risultato), non basta semplicemente fabbricarne tanti (la produzione): è come li si fabbrica che conta. Allo stesso modo, se si istituisce un fondo con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita delle persone che abitano nella foresta amazzonica brasiliana, allora quello che conta è quanto queste persone sono coinvolte nella gestione del fondo. Per il bene comune, è indispensabile che l’obiettivo sia al centro delle collaborazioni per l’innovazione e della struttura dei meccanismi di finanziamento, per garantire che la conoscenza e il potere siano condivisi. È questo che intendo quando dico che dobbiamo occuparci anche della predistribuzione e non solo della ridistribuzione.

Sostengo da tempo, nei miei libri e in altri scritti, che il problema del capitalismo non è la crescita in sé, ma il modo in cui ci approcciamo alla crescita. I parametri che utilizziamo sono sbagliati perché confondono il prezzo con il valore, al punto che inquinare fa crescere il PIL, se qualcuno viene pagato per bonificare le aree colpite. Il metodo di valutazione dei costi e dei benefici è sbagliato, perché non teniamo conto del fatto che i costi del non agire (in ambiti come i cambiamenti climatici) sono piú alti dei costi dell’agire. L’approccio che usiamo per valutare la situazione è sbagliato, perché diamo la priorità ai risultati immediati invece che a una trasformazione nel lungo periodo dell’economia nel suo complesso. E infine, è sbagliato il dibattito: da un lato chi invoca la decrescita e dall’altro chi sostiene che la crescita è prioritaria, anche a discapito della risoluzione di problemi come il riscaldamento globale. È concentrandoci su obiettivi di ampio respiro che influenzano la struttura dei contratti pubblico-privato in tutta l’economia, come una decarbonizzazione dei trasporti attraverso investimenti nella mobilità sostenibile, è focalizzandoci sull’impatto a lungo termine delle misure, per non rimanere invischiati in discussioni asfittiche sui (falsi) vincoli di bilancio, ed è facendo in modo di valorizzare e ricompensare tutti coloro che contribuiscono alla salute, al benessere e alla produttività delle nostre economie che potremo arrivare ad avere una crescita buona. Quello che fa questo libro è dedicare molta piú attenzione alle modalità dei rapporti fra tutti gli attori e all’importanza fondamentale che hanno per l’obiettivo della crescita buona: i rapporti tra imprese e Stato (per esempio i diritti di utilizzo dell’acqua e i diritti di proprietà), tra capitale e lavoro (per esempio la condivisione dei benefici) e tra cittadini e Stato (per esempio avere la possibilità concreta di far sentire la propria voce e contribuire alle decisioni a livello locale). A che serve parlare di una nuova economia piú verde se tutti questi rapporti replicano i problemi di fondo della vecchia economia?

Per focalizzarmi su questi rapporti, attingerò alla tradizione filosofica del bene comune, dagli antichi Greci che si preoccupavano della «vita buona» fino ai moderni pensatori comunitaristi che mettono l’accento sulle relazioni e la costruzione di comunità, e anche gli approcci olistici derivati dalla filosofia non occidentale, incentrati sulla dipendenza reciproca degli individui e su un rapporto piú stretto con la natura. Tutto ciò significa soprattutto dedicare attenzione non solo a come tutti gli attori economici si relazionano tra loro, ma anche a cosa vogliamo conseguire.

(Fonte:  “La Stampa”  -  27 ottobre 2026)

venerdì 30 ottobre 2026

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi di Tonio Dell'Olio

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi 
di Tonio Dell'Olio


Si sono concluse ieri ad Assisi le giornate di dialogo e preghiera per la pace promosse dalla Comunità di Sant'Egidio, a quarant'anni dallo storico incontro voluto da Giovanni Paolo II. Tre giorni di testimonianze e confronti tra religioni e culture differenti. Un grido corale contro la guerra.

Nel suo videomessaggio Leone XIV ha scandito: 
“Non c'è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!”. 
Ed è stato proprio Papa Prevost a condensare mirabilmente il senso del processo nato nel 1986:
 “Proprio in questi tempi di cultura della potenza – ha detto –, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace. 
Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti”.
Il patriarca Bartolomeo I durante la preghiera cristiana ha interrogato con coraggio le Chiese: quarant'anni di dialoghi non sono bastati a fermare guerre, nazionalismi e fondamentalismi, anche cristiani. Abbiamo continuato a incontrarci senza incidere abbastanza sulla storia. 
Una provocazione che non possiamo eludere. 
Non basta chiedere a Dio di disarmare il mondo se custodiamo le armi nei nostri cuori.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 28.10.2026)

giovedì 29 ottobre 2026

Disarmare le parole di Tonio Dell'Olio

Disarmare le parole 
di Tonio Dell'Olio


Tra i tanti forum dell'incontro internazionale per la pace ad Assisi, uno ha interrogato il ruolo dell'informazione. Marco Girardo, direttore di Avvenire, ha proposto di disarmare tre parole che condizionano il nostro modo di leggere il mondo: emergenza, competizione, inevitabilità.

La prima alimenta la paura, pretende risposte immediate e sottrae tempo alla comprensione dei processi. La seconda trasforma ogni relazione in una sfida mentre l'altro diventa un concorrente e la convivenza si trasforma in una lotta per prevalere. La terza è forse la più pericolosa: presenta come ineluttabili scelte che sono invece frutto di interessi e decisioni umane. Anche la guerra. Quali alternative? Processo, cooperazione, possibilità. Un cambio di paradigma che interpella anzitutto il mondo dell’informazione. Perché raccontare soltanto arsenali, strategie militari e rapporti di forza significa assumere lo sguardo di chi governa la guerra, lasciando nell'ombra chi costruisce la pace. L'informazione non è innocente. Può alimentare la rassegnazione oppure restituire ai cittadini la libertà di immaginare un altro scenario possibile. Può convincerci che la guerra sia il nostro destino oppure mostrare che la pace è una possibilità concreta, già praticata da tanti. Disarmare le parole è il primo passo per disarmare le coscienze dalla cultura della guerra. E ha concluso il suo intervento con una frase lapidaria e carica di provocazione: “La profezia comincia quando qualcuno trova il coraggio di dire che ciò che appare inevitabile è ancora una scelta”.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 27.10.2026)

Gli occhi di bronzo dell’ambizione di Gianfranco Ravasi

Gli occhi di bronzo dell’ambizione 
di Gianfranco Ravasi


L’ambizione ha occhi di bronzo,
che mai il sentimento riesce a inumidire.


Siamo soliti usare l’espressione “faccia di bronzo” per rappresentare una persona impudente e arrogante: nessuna contrazione facciale permette di intuire l’ipocrisia certa del suo comportamento. In una vasta raccolta delle opere del poeta tedesco Friedrich Schiller (1759-1805) – sì, quello del Don Carlos, del Guglielmo Tell e dell’Inno alla gioia della «Nona sinfonia» di Beethoven – mi imbatto in un’opera minore intitolata Fiesco e, per caso, l’attenzione mi cade sulla definizione dell’ambizione sopra citata. Qui di bronzo sono gli occhi e l’immagine è particolarmente felice con l’aggiunta delle lacrime impossibili a scorrere da quelle superfici fredde e cieche.

Possiamo anche attribuire una qualche funzione all’ambizione, ma solo quando ne rimane un pizzico, simile a una spezia: può essere un incentivo a non impigrirsi, a realizzare le proprie capacità, a stimolare le risorse nascoste. Detto questo, bisogna però condividere subito l’osservazione di Schiller: l’ambizioso che ha lasciato spazio alla sua passione non conosce più sentimento, calpesta implacabilmente tutti e tutto per la carriera e per il successo. Un altro grande scrittore come Tolstoj nel suo testo Il regno di Dio è in voi giustamente osservava che «l’ambizione non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa s’accorda solo con l’orgoglio, l’astuzia e la crudeltà». È necessario, allora, tener a freno questa belva interiore che forse sonnecchia in noi, prima che inizi a divorare sentimenti, valori, dignità e ci riduca a essere dure facce con occhi di bronzo.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 25 ottobre 2026)

mercoledì 28 ottobre 2026

L’Islam che disarma di Tonio Dell'Olio



L’Islam che disarma 
di Tonio Dell'Olio


Se a pronunciare certe parole fosse stato un vescovo, forse non ci avrebbero sorpreso.
Invece ieri alla cerimonia di inaugurazione delle giornate per il 40° delle Giornate dello spirito di Assisi le ha pronunciate Nasaruddin Umar, ministro per gli Affari religiosi dell’Indonesia e grande imam della moschea di Giacarta.

“Ogni insegnamento che alimenta l’odio è un tradimento di Dio”.
 Una condanna senza attenuanti di chi arruola il nome dell’Altissimo nelle proprie guerre. Ma Umar è andato oltre: ha chiesto se quarant’anni di dialogo siano serviti a chi soffre o siano rimasti chiusi nelle sale dei convegni. La risposta è un programma: moschee, chiese, sinagoghe e templi diventino centri di carità, di pace e di azione per il clima. Nella sua moschea, ha raccontato, si usa energia solare, si ricicla l’acqua, si aprono spazi sicuri. Si chiama ”ecoteologia”: distruggere il creato è peccare contro il Creatore. Ma disarmare non significa solo deporre missili, ma rinunciare alla presunzione di essere superiori agli altri. 
Umar ha accostato Francesco d’Assisi, disarmato davanti alla guerra, a Maometto, che rinunciò alla vendetta. È una voce musulmana autorevole, concreta, esigente che non disarma solo dagli strumenti di morte e dallo sfruttamento della terra ma anche dall’immagine monolitica dell’Islam che ci viene consegnata troppo spesso. E interrogarci: siamo disposti ad ascoltarla, o preferiamo i nostri pregiudizi che credono solo nell’Islam che alimenta il terrorismo e nega i diritti umani?

(Fonte: Mosaico dei giorni - 27 ottobre 2026)

martedì 27 ottobre 2026

Guerra e pane

Guerra e pane


Nei giorni scorsi, diverse navi mercantili che trasportavano grano e cereali sono state colpite da attacchi con droni nel Mar Nero, in particolare al largo delle coste della Bulgaria e nelle zone economiche esclusive della regione.

Per sé, si tratta di una notizia che non fa scalpore: è uno dei tanti eventi di una guerra che sembra non finire mai. Ma fa capolino un elemento nuovo: le navi colpite trasportavano cereali e, soprattutto, grano. La guerra ucraina sta diventando anche la guerra del grano e quindi del pane. Il quale non è un cibo qualsiasi: è il cibo per eccellenza, il cibo di base. Perfino quando qualcuno mangia poco o per carenza o per punizione, si dice che è “a pane e acqua”. Come a dire che il pane è l’ultimo cibo che resta quando tutti gli altri sono venuti a mancare. Quando, per disgrazia, manca anche quello, rimane solo la fame.

Viene in mente, anche in questo caso, il significato del termine “compagno”. Quella parola sembra derivare da “cum” e “panis”, “colui con il quale si mangia il pane insieme” e, naturalmente, siccome si condivide la mensa e soprattutto quell’elemento essenziale, si condividono anche le idee, gli stili di vita. La parola è stata poi segnata da significati politici: i partiti di sinistra la usavano – e qualche volta, timidamente, la usano ancora – per designare coloro con i quali non si condivide non tanto il pane, quanto il resto, tutto il resto: le visioni politiche, le lotte sindacali, i grandi progetti…

Ora, la guerra, è la negazione di tutto questo, l’esatto contrario. E’ probabile che i generali che hanno bombardato le navi con il grano non si dilettino gran che con delle raffinatezze linguistiche su compagno e “cum panis”. Hanno semplicemente bombardato. Con questo ci hanno detto che la guerra è la fine di ogni forma di compagnia. Lo sapevamo già, ma quegli zelanti protagonisti della guerra si sono incaricati di ricordarcelo un’altra volta.
(fonte: LA BARCA E IL MARE, articolo di Alberto Carrara 21/10/2026)


lunedì 26 ottobre 2026

Don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli: “IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI, MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Don Mimmo Battaglia
Arcivescovo di Napoli

“IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI,
MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Alla manifestazione nazionale contro i centri di permanenza per il rimpatrio, don Mimmo Battaglia chiede al Governo di rinunciare al progetto di Castel Volturno e di superare l'intero sistema dei Cpr


“Una porta chiusa da fuori.

Vorrei partire da questa immagine. Una persona è dentro, la porta si chiude e, da quel momento, non è più lei a decidere quando uscire. Deve aspettare che qualcun altro apra. Fuori la vita continua, c’è il sole, ci sono persone che aspettano, ci sono cose da fare. Ma lei è lì, privata della possibilità di scegliere della propria giornata.

Adesso diamo a quella porta un nome: Cpr. Tre lettere che sembrano bastare a spiegare tutto. Ma dietro quella sigla ci sono uomini e donne, storie, famiglie, speranze. Persone che non possono diventare invisibili soltanto perché abbiamo trovato un modo per chiamarle. È da qui che vorrei cominciare. Dalle persone, non dalle sigle. Perché quando si parla di migrazione, di sicurezza e di rimpatri, il rischio è discutere di tutto tranne che di chi quelle decisioni le subisce.

Nel Vangelo di Marco c’è un uomo con una mano paralizzata. È nella sinagoga e alcuni osservano Gesù, aspettando che guarisca di sabato per trovare un motivo per accusarlo. Il dolore di quell’uomo è diventato una questione da discutere, un’occasione per mettere Gesù alla prova. Gesù, invece, gli dice: «Alzati, vieni qui in mezzo!».

Prima ancora di guarirlo, gli restituisce un posto. Lo mette al centro, davanti agli occhi di tutti. Poi guarda quelli che tacciono. Marco racconta che li guarda con indignazione, addolorato per la durezza dei loro cuori. Anche Gesù si indigna. Dovremmo ricordarcelo quando chiediamo ai cristiani una bontà che non disturbi nessuno, un Vangelo che non metta in discussione nulla. Gesù non lascia quell’uomo ai margini per salvare la tranquillità degli altri. Lo porta al centro. Da quel momento, nessuno può più parlare come se lui non ci fosse.

Oggi, qui, a Castel Volturno, siamo chiamati a fare lo stesso: rimettere al centro le persone e chiedere alla politica di guardarle negli occhi. Nei Cpr il trattenimento comporta una privazione della libertà legata alle procedure di rimpatrio. Non è l’esecuzione di una condanna penale. È una distinzione importante, che riguarda la libertà di una persona e il modo in cui uno Stato decide di esercitare il proprio potere. Per questo dobbiamo domandarci: quale idea di convivenza stiamo costruendo, se affidiamo a una porta chiusa la risposta a una questione umana tanto complessa?

A chi governa chiedo di fermarsi, di ascoltare questa terra, di rinunciare al progetto del Cpr di Castel Volturno e di assumersi la responsabilità di superare il sistema dei Cpr. Lo chiedo da prete, con il Vangelo aperto. Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Ero. Una parola che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Cristo ci consegna una domanda semplice e difficile da evitare: che cosa hai fatto della persona che avevi davanti? Noi preferiremmo discutere di principi, preparare risposte, difendere le nostre ragioni. Il Vangelo, invece, ci domanda di una porta, di un piatto, di una visita, di una persona lasciata sola.

E questo riguarda anzitutto noi, la Chiesa, riguarda la comunità e la società. Riguarda le volte in cui abbiamo reso il Vangelo innocuo. Le volte in cui abbiamo avuto parole prudenti davanti a sofferenze che prudenti non erano affatto. Le volte in cui abbiamo chiesto ai poveri pazienza, perché il loro dolore disturbava i nostri equilibri. Anche noi dobbiamo rispondere.

Un crocifisso appeso al muro ci impegna verso ogni corpo umiliato. Portarlo sul petto significa accettare che ci pesi sul cuore. Esibirlo mentre si alimenta il disprezzo per lo straniero significa usare contro qualcuno il segno di un uomo che ha dato la vita per tutti.

Questo tradimento dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome.

E dobbiamo guardare anche le nostre contraddizioni quotidiane. Ci sono persone delle quali accettiamo la fatica, le braccia, le notti di lavoro. Persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole, assistono i nostri anziani, tengono in piedi pezzi delle nostre giornate.

Poi, quando chiedono un contratto, una casa, un documento, diventano improvvisamente una questione ingestibile. Finché si piegano, c’è posto. Quando si alzano, comincia il problema.

Qualcosa di profondamente ingiusto abita questo meccanismo. E la responsabilità va cercata anche dalla parte di chi lo sfrutta, di chi ci guadagna, di chi pretende lavoro a basso costo e persone senza voce.

Ma attenzione: una persona conserva tutta la propria dignità anche quando non ci serve. Anche quando è malata. Quando non produce. Quando è difficile da incontrare. Quando ha sbagliato: risponderà delle proprie responsabilità, conservando i propri diritti. La dignità non è il salario della buona condotta.

A chi vive qui e ha paura voglio dire che la sua paura merita ascolto. La fatica di abitare un territorio trascurato non può essere liquidata. Tutti hanno diritto alla sicurezza, a strade vivibili, a servizi che funzionino, a scuole capaci di accompagnare i ragazzi e a istituzioni presenti. Proprio per questo bisogna chiedere conto delle promesse. Che cosa cambierà domani nella vita delle persone? Quale scuola funzionerà meglio? Quale famiglia avrà una casa? Quale lavoratore sarà sottratto al ricatto? Quale ragazzo troverà un’alternativa alla strada?

Diffidiamo di chi ci offre qualcuno da temere al posto di qualcosa su cui poter contare. La paura è una cosa seria. Anche usarla per ottenere consenso è una responsabilità seria.

A Castel Volturno occorre investire nell’accoglienza diffusa, nella salute, nell’istruzione, nel lavoro regolare e nelle abitazioni. Occorrono vie di ingresso legali, percorsi effettivi di regolarizzazione e strumenti per contrastare lo sfruttamento, permettendo a chi denuncia un abuso di non sprofondare in una condizione ancora più fragile. Sono scelte che richiedono risorse, competenza e continuità. La crudeltà, invece, sa essere sbrigativa. Decide chi deve sparire dalla vista e chiama soluzione quella sparizione. Noi dobbiamo avere la pazienza ostinata delle soluzioni che restituiscono una vita.

Torniamo a quell’uomo del Vangelo. «Vieni qui in mezzo». Gesù lo mette davanti a tutti, perché nessuno possa più comportarsi come se non esistesse. Questo vorrei chiedere al nostro Paese: lasciati interrogare da un nome, da una storia, da una persona che ti costringe a rivedere una decisione che sembrava già presa. E questo chiedo alla mia Chiesa e alla società civile: resta abbastanza vicina da sentire quando una porta si chiude, abbastanza libera da denunciarlo, abbastanza fedele da stare accanto a chi è rimasto dentro.

Oggi diciamo no ai Cpr. Diciamo no a un sistema che fa della reclusione una risposta alla fragilità e alla condizione amministrativa delle persone. E da domani dobbiamo dare un seguito concreto a questo no. Dobbiamo esserci, perché chi avrà bisogno di noi sappia dove trovarci e, quando busserà, trovi davvero qualcuno disposto ad aprire.

Per queste ragioni, sono qui: Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo in cui si spostano i problemi, nella speranza che, lontano dagli occhi, smettano di esistere. Possono invece diventare luoghi da cui ripartire. Servono integrazione, legalità, lavoro, politiche abitative e presidi educativi. Serve uno Stato che accompagni, non soltanto contenga. Serve la capacità di tenere insieme sicurezza e diritti, senza metterli in contrapposizione.

Ma per cambiare davvero direzione dobbiamo avere il coraggio di guardare tutta la realtà, anche quella che preferiamo non vedere. E dire una verità che troppo spesso rimane nascosta dietro la ricerca di un colpevole facile.

Il problema non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre, ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’ integrazione e nel futuro delle persone.

Il problema non sono gli immigrati. Sono i giovani senza lavoro, quelli che si sentono abbandonati, quelli che crescono senza opportunità e senza qualcuno disposto a credere in loro.

Il problema non sono gli immigrati. È la camorra, sono le mafie che continuano a divorare i territori, a rubare speranze, a reclutare i più fragili e a imporre la violenza dove le istituzioni e la comunità non riescono a essere presenti.

Il problema non sono gli immigrati. È che per tante famiglie è diventato un lusso perfino comprare un pomodoro. È dover scegliere quale bolletta pagare, rinunciare a qualcosa di necessario, arrivare alla fine del mese senza sapere come fare.

Il problema non sono gli immigrati. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure a cui si rinuncia, gli anziani lasciati soli, le periferie dimenticate, le scuole che chiedono aiuto.

ll problema non sono gli immigrati. È la nostra scarsa lungimiranza, la difficoltà di guardare oltre l’emergenza, di prevenire le ferite prima che diventino voragini, di investire sulle persone prima di doverne piangere l’abbandono.

È più facile indicare uno straniero da combattere che affrontare le disuguaglianze. È più facile costruire un recinto che aprire una scuola. È più facile promettere che qualcuno verrà allontanato che garantire che un ragazzo non venga lasciato solo. Ma quando i poveri vengono messi gli uni contro gli altri, a vincere non sono i poveri. A vincere è l’ingiustizia. Che Castel Volturno, Napoli e la Campania diventino luoghi in cui la paura lascia spazio al coraggio, in cui le differenze diventano occasioni di incontro e nessuno viene considerato estraneo alla nostra umanità.

Perché la giustizia comincia quando smettiamo di chiederci chi dobbiamo tenere fuori e iniziamo a domandarci che cosa possiamo fare perché nessuno sia costretto a vivere senza dignità. La porta dalla quale siamo partiti si chiude da fuori. Significa che da fuori si può aprire. E noi siamo qui per fare questo.

Buona marcia a tutti!”

Castel Volturno, 24 ottobre 2026

+ don Mimmo Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 24/10/2026)

sabato 24 ottobre 2026

Le violenze di Milano. Un preoccupante segnale di pericolo


Le violenze di Milano. 
Un preoccupante segnale di pericolo


“Le borse in vetrina qui costano quanto lo stipendio di mio padre. Questo è l’unico modo per farci sentire, lo facciamo anche per i nostri genitori”. Le parole di un manifestante 16enne tra le barricate di fuoco di piazza Duomo.

E’ la notizia che ho letto nel sito del “Fatto Quotidiano”. Le violenze che hanno segnato le manifestazioni studentesche di Milano ripresentano lo schema solito. La ragione dello studente arriva a risposta delle “Bombe carta, scontri, vetrine sfondate, i poliziotti presi a calci e colpiti con le pietre”: così il titolo del sito del Corriere riassume le violenze di sabato.

In momenti di crisi i benpensanti hanno sempre ragione e i malpensanti hanno sempre torto. Questo per l’opinione pubblica “vasta". Mai come in questi momenti gli estremi soffrono amnesie: i ragazzi violenti dimenticano i diritti dei cittadini-vittime. Dall’altra parte i cittadini-vittime dimenticano le ragioni dei violenti. Molti dei quali, a loro volta, dimenticano le loro buone ragioni e si mettono semplicemente a saccheggiare i negozi. Per cui, alla fine, si prova meraviglia nel leggere la notizia del Fatto Quotidiano e sapere che una borsetta vale quanto un mensile”. Anzi, a quanto si sa, spesso una borsetta vale molto più di un “normale” stipendio.

Ora, questo scandalo che si consuma dentro piazza Duomo a Milano, tra chi spacca e chi espone, rimanda a scenari molto più vasti nei quali gli aspiranti trilionari possono fare direttamente politica o influenzare pesantemente chi la fa: sono potenti semplicemente perché sono ricchi. Si vedano le dichiarazioni di Elon Musk, nei giorni scorsi a proposito di Ucraina e Zelemsky.

Nel momento di crisi che stiamo attraversando, non spaventano le ragioni della maggioranza. Spaventa l’eccesso di quelle ragioni. Il “troppo” delle ragioni di una parte, infatti, può arrivare a giustificare il troppo della risposta dell’altra parte.

Ma alla fine è necessario notare che è difficile, molto difficile, costruire una buona democrazia sull’equilibrio degli eccessi.
(fonte: articolo di Alberto Carrara 19/10/2026)


venerdì 23 ottobre 2026

Un plotone d’esecuzione non è giustizia di Gennaro Matino

Un plotone d’esecuzione 
non è giustizia 
di Gennaro Matino


La diretta è stata cancellata. L’esecuzione no. Dopo le proteste internazionali e le critiche negli stessi Stati Uniti, Trump ha rinunciato a trasmettere la morte di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood. Resta la fucilazione, prevista per il 3 dicembre. È un passo che conta: una protesta può ancora fermare qualcosa. Ma fermiamoci anche noi, prima del sollievo. Abbiamo salvato un uomo dallo spettacolo della sua morte. Non dalla morte. E basta spegnere una telecamera per rimettere a posto la coscienza? Possiamo rifiutare lo spettacolo e sentirci sollevati, lasciando che l’uccisione prosegua al riparo dal nostro sguardo. Ci disturba vederlo morire. Ma alla domanda se debba morire abbiamo già una risposta pronta: se lo merita.

Bastano tre parole. Hanno la rapidità di una sentenza e il vantaggio di non chiedere più pensieri. Le pronunciamo e ci sentiamo assolti: se chi soffre merita di soffrire, la nostra soddisfazione può travestirsi da giustizia. Possiamo guardare senza vergogna. Possiamo perfino applaudire.

Hasan ha ucciso tredici persone. Tredici vite strappate, famiglie spezzate, assenze che nessuna sentenza potrà colmare. Bisogna partire da loro, dalla gravità del crimine, dal dovere di proteggere la società e di accertare le responsabilità. Il dolore delle vittime merita ascolto, cura, memoria. Chi ha perduto una persona amata ha diritto anche alla propria rabbia. Ma uno Stato ha una responsabilità diversa: dare alla giustizia una misura che resista alla vendetta. Non può chiedere al dolore di scrivere le sue leggi, né adoperarlo per allestire uno spettacolo. La pena di morte cancella una vita per affermare che una vita non doveva essere cancellata. La diretta avrebbe aggiunto un’altra ferita: convocare gli spettatori, incorporare il loro sguardo nel castigo. Il potere che uccide voleva essere visto mentre uccideva. Averlo fermato è necessario. Ma una società capace di concepire un simile appuntamento deve interrogarsi sul confine che stava per attraversare. E su quello che continua ad attraversare anche a telecamere spente. Possiamo liquidare tutto come una barbarie lontana, chiudere la notizia, riprendere la giornata. Eppure quel “se lo merita” ha cittadinanza anche nelle nostre case.

Accompagna il video di un ragazzo pestato, l’umiliazione di una donna, la caduta pubblica di qualcuno che ieri invidiavamo. Circola nelle chat, si accomoda sotto le fotografie, diventa battuta. Non tutto ha la stessa gravità: una fucilazione, una gogna restano cose profondamente diverse. Ma dobbiamo interrogarci sul piacere che possiamo provare davanti alla sofferenza altrui, quando ci siamo convinti che chi la subisce abbia perduto il diritto al nostro rispetto. Un ragazzo viene colpito e qualcuno continua a riprendere. Una persona piange e qualcuno cerca l’inquadratura migliore. Un errore diventa un’identità: hai sbagliato, dunque sei il tuo sbaglio, per sempre. Intorno si forma una folla che non ha bisogno di conoscersi. Le basta un bersaglio. Ciascuno aggiunge poco, una parola, una risata, una condivisione. Alla fine l’umiliazione è enorme e nessuno sente di averla prodotta. Abbiamo distribuito la crudeltà in dosi abbastanza piccole da poterci dichiarare innocenti. Le immagini possono essere necessarie.

Documentare una violenza può spezzare il silenzio, smentire una menzogna, aiutare una vittima a ottenere giustizia. Ci sono fotografie che hanno costretto il mondo a vedere ciò che avrebbe preferito ignorare. Ma uno sguardo può cercare la verità oppure consumare una persona. 
La differenza sta nella responsabilità che assumiamo davanti a ciò che vediamo. Che cosa faremo di quel dolore? Qualcuno sarà protetto, soccorso, ascoltato? O avremo soltanto qualcosa da inoltrare? È qui che l’etica della soglia diventa esigente. Ci domanda di fermarci proprio quando avremmo la forza, il consenso, magari l’autorizzazione per andare oltre. Di riconoscere un limite anche davanti a chi ogni limite lo ha violato. La dignità del colpevole è difficile da sostenere perché non ci restituisce gratitudine e può urtare il nostro bisogno di una conclusione. Eppure, se dipendesse dalla simpatia, dall’innocenza, dall’appartenenza, sarebbe un premio. Un diritto esiste finché protegge anche qualcuno che non vorremmo proteggere. Questo limite non cancella la pena. Le dà un confine umano. Non dimentica le vittime.

Impedisce che in loro nome si produca altro male. 
La civiltà vive anche di questa fatica: custodire ciò che la violenza vorrebbe farci abbandonare. Difendere la vita mentre qualcuno ci persuade che eliminarne una renderà più sicure tutte le altre. 
Forse la soglia più urgente passa oggi attraverso il nostro sguardo. 
Attraverso il momento in cui scegliamo se una sofferenza ci chiama o ci intrattiene. 
Quella diretta è stata fermata. Ora resta una vita da salvare.
E resta da interrompere, ogni giorno, il piccolo spettacolo dell’umiliazione cui prestiamo così facilmente la voce. Se lo merita. Prima di ripeterlo, fermiamoci. 
La dignità è una soglia: se vale soltanto per chi ci somiglia, l’abbiamo già attraversata.

(Fonte:  “la Repubblica” – Napoli – del 18 ottobre 2026)

giovedì 22 ottobre 2026

Il bene che non vedremo di Tonio Dell'Olio

Il bene che non vedremo 
di Tonio Dell'Olio




Devi funzionare, produrre, dimostrare. Anche il bene sembra chiamato a esibire il rendiconto: quanti risultati, quale impatto, quanta visibilità? La performatività è diventata una misura dell’esistenza. Se non mostri ciò che ottieni, rischi di non contare. E alla fine impari a scegliere soltanto le imprese che promettono un successo da intestarti.

Ma quanto vale una parola che libera qualcuno dalla paura, se lo scopriremo fra vent’anni? Quanto pesa il rifiuto della guerra quando la guerra continua? E chi misura la pazienza di chi educa senza sapere dove approderà una vita? Verificare i risultati è una responsabilità. Pretendere che ogni scelta giusta produca subito un esito riconoscibile è una forma di possesso. Vorremmo essere insieme seminatori, mietitori e fotografi del raccolto. Persino la speranza finisce per assomigliare a una carriera. C’è invece un bene che domanda di essere compiuto senza garantirci la soddisfazione di vederlo fiorire. Saranno altri ad abitare la casa, a riposare all’ombra, a trovare meno odio sulla propria strada. La gratuità arriva fin qui: rinunciare anche alla ricompensa di poter dire “avevo ragione”.

Forse la pace ha bisogno soprattutto di questa libertà. Di persone che si chiedano ogni giorno quale futuro stanno rendendo possibile. E accettino di consegnarlo a mani che non conosceranno.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 20 ottobre 2026)

lunedì 19 ottobre 2026

La rabbia dei giovani e il vuoto educativo di Eraldo Affinati

La rabbia dei giovani 
e il vuoto educativo 
di Eraldo Affinati


I ragazzi lanciano pietre. Fanno esplodere petardi. Ribaltano cassonetti. Rompono bottiglie. Entrano in palestra con lo scooter. Spaccano tutto. Molti si preoccupano: sembra qualcosa di più delle solite occupazioni di inizio autunno, anche perché la rivolta si espande a macchia d’olio in varie parti del Vecchio Continente e non riguarda soltanto gli studenti delle medie superiori, ma coinvolge gli universitari, senza parlare delle organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale docente.

Poi ci sono anche i ragazzini che scalciano i passanti, così, per superare la noia, dicono. Danno fuoco ai barboni e picchiano i disabili. Lo fanno in gruppo, come predatori urbani. Oltreoceano, lo sappiamo, va ancora peggio: quelli che noi chiamiamo i Bes (alunni con bisogni educativi speciali), ordinano in Rete le mitragliatrici, senza che i genitori se ne accorgano se le fanno spedire a casa con un pacco Amazon, poi indossano la mimetica e aprono il fuoco contro i bambini. Vogliono estirpare le radici.

Cosa sta succedendo? Se avessimo lo sguardo corto, noi italiani faremmo presto a citare i più recenti provvedimenti governativi in materia di istruzione, del resto palesemente strumentali e propagandistici, tetto massimo d’immigrati nelle aule, divieto del burqa e multe ai genitori stranieri che non sanno l’italiano, ma queste sono soltanto le punte emergenti dell’iceberg. Per capirci qualcosa forse dovremmo tornare molto più indietro. Uscire dagli schemi elaborati dai sociologi. Mettere da parte le divisioni ideologiche. Evitare le tesi precostituite. La letteratura ci può aiutare. Andiamo a riprenderci I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Risfogliamo Il signore delle mosche di William Golding. Se lo leggessimo con occhi disincantati, persino Pinocchio potrebbe illuminare i lati oscuri dei bravi ragazzi.

Gli scrittori di ogni epoca ci hanno spiegato che dietro la passione giovanile si possono nascondere i draghi malefici della specie umana: se tu lasci nel vuoto spirituale un quindicenne, privandolo di qualsiasi riferimento, illudendolo sulla natura della libertà, facendogli credere che se commette un danno la può passare liscia, senza pagare il prezzo del risarcimento, rischi grosso. La sua energia spesso tumultuosa ti si rivolgerà contro. Ed è quanto, a mio avviso, sta accadendo: a ben pensare, la rivoluzione digitale rappresenta un esito della cultura novecentesca. Ad esempio la poesia simbolista, non tutta per fortuna, ha sottilmente legittimato l’oscurità, come se un verso incomprensibile nei suoi passaggi analogici più arditi possedesse maggior valore rispetto a una frase di senso compiuto. Molta arte contemporanea, faccio riferimento a numerose cosiddette installazioni, assomiglia a una truffa percettiva.

Voi direte: cosa c’entra con la violenza giovanile? Diciamo che se il linguaggio non è più legato all’esperienza, può diventare un veleno. Ci lamentiamo che molti ragazzi disertano le urne. Rinunciano a esercitare il diritto di voto. Ma quale credibilità possono avere per un sedicenne di oggi certi personaggi politici quando parlano sui piccoli e grandi schermi?

Proviamo a sceneggiare la protesta interiore dell’Adolescente Tipo. Posso sognare tutto e il suo contrario. Non mi date limiti, giusto? Soprattutto non sapete incarnarli. Vi limitate a richiamarmi al rispetto di precetti nei quali voi stessi sotto sotto non credete. Mi lasciate da solo nella deflagrazione del desiderio che avete organizzato e di cui godete, mentre il pianeta sta andando alla deriva. Allora non avrò più freni. È questa la mia rabbia contro tutti e nessuno. Eccomi qui ad accendere i fumogeni, fronteggiare gli idranti, tirare i sassi.

Molte delle recenti proteste sono comprensibili. È difficile non essere d’accordo con i manifestanti quando gridano: «Soldi alla scuola e non alla guerra». Ma se raschiamo più a fondo scopriremo altro. Dietro certi slogan largamente condivisibili pulsa la febbre antica della gioventù ferita, frutto di un’inquietudine che chiede a tutti noi una riformulazione operativa del concetto di responsabilità nei confronti delle future generazioni.

(Fonte: “La Stampa”  - 17 ottobre 2026)


Leggi anche il post già pubblicato:
- Don Mimmo Battaglia: L’EMERGENZA DEGLI ADULTI

sabato 17 ottobre 2026

Don Mimmo Battaglia: L’EMERGENZA DEGLI ADULTI

L’EMERGENZA DEGLI ADULTI
Don Mimmo Battaglia

Dopo gli ultimi episodi di violenza giovanile, don Mimmo Battaglia richiama gli adulti alle proprie responsabilità educative e chiede un impegno comune per la prevenzione.



“Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti?

Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità.

Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono.

Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo.

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere.

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza.

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme.

Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati.

Possiamo “tirare a campare”, come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore.

Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. 
Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. 
Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. 
Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. 
Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. 
Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio.

Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti

I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. 
Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi.

Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.”

+ don Mimmo Battaglia
Napoli, 15 ottobre 2026

(Fonte: sito della Diocesi)

giovedì 15 ottobre 2026

Leone XIV: la sua malattia, il nostro smarrimento


Leone XIV: la sua malattia, il nostro smarrimento


L’annuncio della malattia di papa Leone XIV ha sorpreso, per la sua età e la sua tempra fisica. Il papa sportivo con il suo annuncio-verità in anticipo rispetto al ricovero e all’intervento chirurgico ha colpito tutti, ovviamente in modi diversi.

E in molti credo ci sia stata e permanga qualcosa che non si dice, non si ammette, ma è nella mente, o forse nel cuore: l’inattesa malattia del papa come segno che ci ha fatti sentire smarriti nella tempesta di questi nostri tempi. La stessa reazione della piazza dopo il suo annuncio, per nulla allarmista, è parsa, rispetto a quanto detto, sproporzionata, non solo perché quell’annuncio era inatteso, ma anche per altro, o per qualcosa di più.

***

Siamo in un tempo in cui può accadere di tutto, anche una fucilazione trasmessa in streaming per scelta del governo degli Stati Uniti (si può ancora sperare che non sia così?), o quello che sembra uno scambio di vittorie in conflitti durati troppo lungo, ma che non possono risolversi per reciproci favori, magari a partire da esigenze elettorali e poi…

Per questo il papa che alla dignità dell’uomo (Magnifica humanitas) e alla pace ha intestato gran parte del suo inizio di pontificato, appare non solo nella Chiesa, ma anche attorno a essa, una terra emersa e ferma, un ancoraggio, un porto sicuro in questa tempesta. In questa condizione psicologica di spaesamento la sua malattia può far temere che la terra manchi sotto i piedi, che i peggiori timori si avvicinino.

Papa Francesco ci aveva avvisato: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Ma in quale epoca siamo entrati?

Guardandosi intorno è difficile non ritenere che questa sia l’epoca dell’inceppamento democratico. Un tempo si diceva che la democrazia fosse come la ruota, una volta scoperta tutti la vogliono. La scelta del nostro umanesimo come bussola però ora sembra guardata in cagnesco, come può accadere con qualcuno che si è amato ma ci ha tradito.

Se così fosse non si tratterebbe di un’epoca cominciata così, all’improvviso, come si dice di quella cominciata un 12 ottobre, quando Cristoforo Colombo approdò sulle coste del nuovo mondo. No, se così fosse questa epoca nuova sarebbe cominciata dopo un lungo tramonto, fatto di liti, delusioni, tradimenti.

Forse hanno ragione quelli che dicono che i popoli dell’est europeo buttarono giù il muro di Berlino e che poi però quel muro c’è caduto in testa per la nostra difficoltà a capirne il vero senso. Un libro di gran successo, La fine della storia e l’ultimo uomo, lo ha spiegato bene, visto che la storia non è finita.

***

In questa sensazione di un momento storico di inceppamento democratico, almeno in molti cittadini di questo nostro Occidente, è l’ordine liberal democratico che sembra andato in crisi, e con esso tutto ciò che è globale, universale, a cominciare dai diritti umani per arrivare al diritto internazionale.

Ma la Chiesa cattolica è l’istituzione universale che ha retto al maremoto del tempo presente e per questo il papa, in particolare un papa che ha raccolto con fermezza la difesa di un orizzonte universale, costituisce oltre che un approdo, un porto sicuro, e un barometro.

Così a me sembra che la sua inattesa malattia abbia fatto temere che il tempo volga a ulteriore peggioramento. È come se in quel momento un terreno già provato da scosse telluriche molto forti, preoccupanti per il nostro stesso futuro, avesse inattesamente fatto registrare un’ulteriore scossa proprio lì dove il terreno sembrava solido, appunto, sicuro.

***

C’è un passaggio del punto 237 della sua enciclica Magnifica humanitas che mi è tornato alla mente quando ho sentito papa Leone dire che avrebbe dovuto operarsi: «Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che papa Francesco ha definito un “antropocentrismo situato”, che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune».

Aggiungendo a quanto detto in precedenza l’inazione davanti ai mutamenti climatici, è esattamente quello che credo che molti desiderino di riuscire a fare, ma che per poter resistere tra le onde odierne richiede qualche sostegno esterno. Perché quello che ci ha insegnato Zygmunt Bauman, la modernità liquida, oggi ci fa sentire in una società liquefatta, dove tutto viene vissuto con logiche mercantili, consumato e poi scartato: servono appigli.

Credo ci sia tutto questo nello smarrimento davanti alla notizia inattesa del ricovero imminente di papa Leone. Come un dirsi “non è possibile”, o forse “non anche questo, no…”

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Questo nulla toglie alla sincera speranza, o quasi certezza, che il ricovero sarà breve come la degenza, che papa Leone si riprenderà e potrà confermare i suoi impegni a cominciare dal viaggio in programma per novembre, per il quale potrebbe secondo alcuni anche aver deciso di anticipare i tempi dell’operazione.

Ma questo lo dice la parte razionale di noi. Nel profondo di molti sono convinto che un tremore si sia aggiunto per questo senso “interiore” temuto nell’annuncio. Senza ledere la capacità di augurargli una pronta guarigione. Anzi, confidando con la ragione che sarà così.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 13/10/2026)

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