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martedì 23 giugno 2026

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale: Le guerre sono “alimentate” più delle persone

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale

Le guerre sono “alimentate”
più delle persone


Urge affrontare le cause che impediscono l’accesso ad acqua e cibo:
fame e malnutrizione sono responsabilità globali

«I conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite»: è una realtà che rispecchia «non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali», quella descritta da Leone XIV nel discorso al Consiglio esecutivo del Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite.

In visita alla sede dell’agenzia Onu a Roma, il Papa ha parlato del compito condiviso e «urgente» di «combattere la fame e la malnutrizione», affrontando al contempo «le cause strutturali sottostanti che le mantengono», ha aggiunto riferendosi a vulnerabilità climatiche, volatilità economica e guerre prolungate. Contro la fame, che «erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata» è essenziale, secondo il Pontefice, «un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale»: solo così saranno possibili una «pace duratura» e uno sviluppo umano «sostenibile e integrale».

In tale contesto, la duplice dinamica innescata da azioni umanitarie sempre più gravate di procedure burocratiche da una parte, e l’accesso a beni essenziali influenzato da considerazioni economiche o strategiche dall’altra, crea «una sfida etica seria», ha scandito il Vescovo di Roma, perché la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale.

Di qui, l’importanza di «resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali», rimarcando come acqua, cibo e assistenza sanitaria «non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici»: l’accesso a cibo adeguato, ha ribadito Leone XIV, «è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona». Da qui l’appello «ai governi e ai popoli del mondo» affinché «rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno».

Sui diritti mancati e le risorse non destinate al bene comune il Papa ha insistito anche al termine del suo discorso, dialogando in videochiamata con alcuni rappresentanti delle zone di frontiera in cui il Pam è operativo.

Salutando infine i dipendenti nel Giardino della Pace, ha incentrato la sua riflessione a braccio sul valore della «comunità» — essenziale in un mondo polarizzato — e della «speranza», senso di una missione da trasmettere specialmente ai giovani.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/06/2026)

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VISITA ALLE SEDE DEL PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE (PAM)

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sede del Programma Alimentare Mondiale (Roma)
Lunedì, 22 giugno 2026
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Illustri Autorità,
Eccellenze,
Signore e signori,

vorrei ringraziare Sua Eccellenza la Signora Cindy McCain per il suo gentile invito a intervenire a questo incontro annuale del Consiglio Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Saluto in particolare il signor Carl Skau, Direttore esecutivo ad interim, e Sua Eccellenza la Signora Carla Barroso Carneiro, Presidente di questa importante assemblea. Porgo i miei saluti ai Rappresentanti degli Stati Membri, ai distinti ospiti di questo incontro e al personale di questa istituzione intergovernativa, impegnata a salvare vite in situazioni di emergenza e a fornire aiuti alimentari in mezzo ai conflitti e alle catastrofi naturali. L’impegno della vostra istituzione è in profonda sintonia con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e promuovere la fratellanza, radicata nella chiamata evangelica ad amare il prossimo (cfr. Mc 12, 31). Insieme, condividiamo il compito urgente di combattere la fame e la malnutrizione, affrontando al tempo stesso le cause strutturali sottostanti che le mantengono. Per svolgere questo compito in maniera efficace, dobbiamo esaminare le sfide che si prospettano, le loro cause sottostanti e i cammini verso soluzioni durature.

Oggi, le crisi si sono trasformate da eventi isolati a realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche. Ciò solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è capace di produrre, riprodurre e, talvolta, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; si estende invece alla comprensione del perché il sistema produce di continuo gli stessi problemi che poi è costretto a correggere.

L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, dovuto in parte alla crisi del sistema multilaterale. Come ho osservato di recente nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, “[l]e istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite” (n. 201). In assenza di un orizzonte etico comune capace di sostenere la cooperazione autentica, il sistema internazionale è passato dal multilateralismo a “un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza” (Ibidem). Di conseguenza, gli Stati hanno destinato le proprie risorse sempre più alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra tali questioni e la cooperazione multilaterale.

Questa tendenza rivela un notevole paradosso: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone sempre più estese di estrema vulnerabilità. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso aggravano l’esclusione e la marginalizzazione. Sebbene alleviare la sofferenza umana di principio sia largamente riconosciuto come essenziale, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in secondo piano tra le priorità internazionali.

È proprio in questo divario tra il riconoscimento di principio e l’attribuzione di priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, accanto alla silenziosa mercificazione della vita umana. Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata di procedure burocratiche che possono ritardare gli aiuti a chi ne ha bisogno. Dall’altro, l’accesso a beni essenziali, tra cui il cibo, troppo spesso è influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili.

Questa duplice dinamica crea una sfida etica seria: la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale. In questo contesto, è importante riconoscere che “mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no” (Papa Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale, 13 giugno 2016). In effetti i conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite. Questa realtà rispecchia non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.

Le conseguenze si estendono ben oltre le persone direttamente coinvolte. Oltre a essere una preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata. Inoltre, mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire una educazione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile. Così facendo, perpetua cicli di fragilità che in ultima analisi incidono sulla comunità internazionale più ampia.

Da questo punto di vista, appare evidente che l’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale. Piuttosto, rispecchia la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, opporsi all’esclusione e riconoscere la dignità inerente donata da Dio di ogni persona umana. Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili. In tal senso, il Programma Alimentare Mondiale è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale. Di fatto, laddove le istituzioni nazionali si ritirano e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a evitare che le crisi umanitarie degenerino fino al collasso irreversibile.

Per questa ragione è essenziale un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale. In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato singolo può affrontare da solo le sfide globali. Una pace duratura e uno sviluppo umano sostenibile e integrale sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un dialogo internazionale autentico e da una cooperazione orientata al bene comune. Un tale approccio esige una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire in beni pubblici globali. “Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida” (Visita alla Sede centrale della FAO a Roma, 16 ottobre 2025, n. 6).

In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. Al tempo stesso, tale sostegno dovrebbe consolidare anche l’impegno con la Chiesa e la società civile. Rafforzare le capacità di tutti questi attori nel loro insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame.

L’attuazione efficace di questo appello esige la riduzione della burocrazia inutile, di modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone invece di ostacolare l’assistenza. In situazioni in cui i governi non hanno un controllo territoriale effettivo o in cui l’accesso umanitario è limitato, partner locali fidati diventano indispensabili. La Chiesa cattolica — attraverso parrocchie, diocesi, agenzie di Caritas, e altre iniziative confessionali — spesso raggiunge popolazioni vulnerabili in aree che sono inaccessibili per gli attori internazionali. Incoraggio pertanto il Programma Alimentare Mondiale e i suoi partner a continuare a sostenere questi sforzi.

È parimenti importante resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali. Acqua, cibo e assistenza sanitaria non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici. L’accesso a cibo adeguato è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona. Rispondere a questo bisogno non serve solo ad alleviare la sofferenza, ma anche ad affrontare le cause sottostanti di instabilità geopolitica. Di fatto, la sicurezza alimentare è una componente essenziale della sicurezza globale e integrale.

A tale riguardo, è lodevole che, accanto alle operazioni di intervento nelle emergenze, il Programma Alimentare Mondiale estenda il suo lavoro oltre agli aiuti immediati, dedicandosi anche alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti ai bambini nelle scuole. Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, rispecchiando una visione integrale dello sviluppo umano che promuova la dignità, le opportunità e il benessere di tutta la persona.

Eccellenze, cari amici, a essere in gioco non è solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità stessa della cooperazione internazionale. La vostra organizzazione dimostra che un cammino rinnovato è possibile; tuttavia, esige la determinazione a semplificare ciò che è diventato troppo complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e ad assicurare che nessuna persona venga dimenticata. Di fatto, questo impegno è radicato nel riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità inerente e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale. Radicata nell’amore incondizionato e sconfinato di Dio, questa dignità può essere descritta come infinita, poiché nulla ne può diminuire, cancellare o negare il valore (cfr. Lettera Enciclica Magnifica humanitas, n. 53). È proprio con la nostra fedeltà a questa verità che si misura l’umanità delle nostre politiche, e con ciò il futuro della comunità internazionale.

Con questi sentimenti, chiedo a Dio di benedire abbondantemente i vostri sforzi, di modo che tutti possano ricevere il loro pane quotidiano e vivere in dignità. Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.

Grazie.
(L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 140, lunedì 22 giugno 2026, p. 2.)

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martedì 30 dicembre 2025

La pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»




Don Bosco 2000:
la pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»

Una tregua rimasta solo sulla carta, un rinnovato disinteresse globale, condizioni climatiche avverse, fame e freddo: «A Gaza non si muore più solo per le armi, ma di freddo, di fango e di abbandono», con «il meteo si accanisce su chi non ha più nulla». È la denuncia dell’Associazione “Don Bosco 2000” di Piazza Armerina (EN), in una nota odierna.

«Le immagini delle tende strappate dal vento, dei bambini che dormono per strada perché l'unico riparo è volato via», incalza l’Associazione, «ci dicono che l’umanità è arrivata al punto di rottura. Solo a dicembre, quindici persone, tra cui diversi neonati, sono morte per il gelo. È un dolore che non può lasciarci indifferenti».

La Don Bosco 2000 ha portato in strada a Piazza Armerina oltre duemila persone lo scorso 29 settembre, in una manifestazione per la pace a Gaza. Al termine di quell’iniziativa, gli organizzatori avevano inviato all’Ambasciata d’Israele una lettera «per chiedere pace e protezione per i civili». Ma quella lettera non è stata accolta ed «è tornata indietro, respinta, ma il nostro impegno non si è fermato a quel rifiuto».

«Oggi la popolazione è oltre il limite della resistenza», denuncia il presidente dell’Associazione Agostino Sella. «Le famiglie sono costrette a scappare, spostandosi da una maceria all'altra. Vedere padri e madri che cercano di fermare il vento con le mani per proteggere i figli feriti è un’immagine che deve tormentare la coscienza del mondo. La politica internazionale sta discutendo il futuro di Gaza, ma Gaza sta morendo adesso, nel fango delle strade».

La nota della Don Bosco 2000 si chiude con un appello del presidente: «Non permettiamo che il silenzio cada su questa tragedia. La pace non è un tavolo tecnico, è il diritto di un bambino di non morire di freddo sotto una tenda squarciata».
(fonte: Adista 29/12/2025)


venerdì 14 novembre 2025

COP 30 - Vite in pericolo

Vite in pericolo

Il monito dell’Unicef alla Cop30 di Belém: circa un miliardo di bambini vivono in zone ad «altissimo rischio» per via dei cambiamenti climatici


Quasi la metà dei bambini del mondo vivono in Paesi «ad altissimo rischio» per gli effetti dei cambiamenti climatici. Dovrebbe scuotere le coscienze questo dato diffuso dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), in coincidenza con l’apertura dei lavori della Cop30 a Belém: circa un miliardo di bambini al mondo sono a rischio sopravvivenza a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Una vera emergenza globale se pensiamo anche agli sfollati il cui numero, come riconosciuto dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, in un’intervista ai media vaticani prima dell’inizio della Cop in Brasile, «è più alto per quanto riguarda i cambiamenti climatici che non per i conflitti che sono in atto nel mondo». Un numero quantificato proprio in questi giorni dall’Unhcr in 250 milioni di sfollati per i fenomeni ambientali estremi negli ultimi dieci anni: in fuga dalle proprie case per i cataclismi 70.000 persone ogni giorno. Inoltre, entro il 2050, i 15 campi profughi più caldi del mondo — situati in Gambia, Eritrea, Etiopia, Senegal e Mali — potrebbero sperimentare quasi 200 giorni di calore estremo all’anno, mettendo a rischio la salute e la sopravvivenza dei loro abitanti.

Unicef indica inoltre che un bambino su tre, ovvero 739 milioni nel mondo, vive in zone esposte a scarsità d’acqua elevata o molto elevata. E lo scorso anno quasi 250 milioni di studenti hanno subito interruzioni del loro percorso scolastico a causa di eventi meteorologici estremi. «Stiamo già assistendo a shock climatici sempre più frequenti, che mettono a rischio il futuro dei bambini», ha dichiarato Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia. Senza interventi urgenti, Unicef prevede che nei prossimi 25 anni i cambiamenti climatici causeranno altri 28 milioni di casi di malnutrizione acuta e 40 milioni di casi di malnutrizione cronica.

Il cambiamento climatico, come nel caso degli sfollati, concorre con le guerre in una drammatica competizione anche nel provocare la fame nel mondo. A fare il paio con i dati di Unicef altri numeri diffusi dall’organizzazione umanitaria Cesvi: le condizioni climatiche estreme, in particolare siccità e inondazioni, nell’ultimo anno hanno spinto oltre 96 milioni di persone in 18 Paesi verso l’insicurezza alimentare acuta. Un dato più che triplicato rispetto ai 28,7 milioni del 2018. «La Cop30 rappresenta un’occasione decisiva per riaffermare la responsabilità collettiva di fronte a un rischio sistemico che incide sulla stabilità economica globale e sulla giustizia sociale e per fornire risposte concrete, coordinate e immediate», ha affermato il direttore generale di Cesvi, Stefano Piziali.

Gli eventi climatici estremi rappresentano la seconda principale causa scatenante della malnutrizione dopo le guerre. Spesso questi due fattori si sovrappongono, come nella Striscia di Gaza dove due anni di conflitto hanno causato danni ambientali senza precedenti, che richiederanno decenni per essere arginati. Attualmente — indica Cesvi — nella Striscia risultano danneggiati il 97,1 per cento delle colture arboree, l’82,4 per cento delle colture annuali, mentre l’89 per cento dei terreni erbosi o incolti e il suolo è contaminato da munizioni, rifiuti solidi e acque reflue non trattate. Una situazione che rende impossibile la produzione di cibo su larga scala ed espone a gravi rischi di alluvione. La situazione è drammatica anche sul fronte idrico: le riserve di acqua dolce sono estremamente limitate e gran parte di ciò che rimane è inquinato.

La crisi ambientale ormai è strutturale: solo nel 2024 si sono verificati 393 disastri naturali, che hanno causato oltre 16.000 vittime. In questo scenario, il Corno d’Africa e il Pakistan rappresentano due dei casi più gravi: territori duramente colpiti da eventi climatici estremi, dove siccità prolungate e alluvioni devastanti stanno alimentando una spirale di malnutrizione e vulnerabilità sociale che minaccia milioni di vite.

Il Corno D’Africa ha registrato cinque stagioni consecutive di mancate piogge, la peggiore siccità degli ultimi 40 anni, con effetti devastanti in Etiopia, Kenya e Somalia. Lo scorso anno quasi 50 milioni di persone nell’area hanno sofferto di insicurezza alimentare acuta.

Il Pakistan — dopo le esondazioni che nel 2022 hanno sommerso un terzo del Paese e colpito più di 33 milioni di persone, e le successive alluvioni del 2023 — quest’anno è stato nuovamente messo in ginocchio da fenomeni meteorologici estremi: una violentissima stagione monsonica ha colpito quasi 7 milioni di persone colpite causando circa mille vittime. A peggiorare la situazione, temperature superiori ai 45°C e periodi prolungati di siccità hanno ridotto la disponibilità di acqua e alimenti, aggravando la crisi agricola. Gli effetti combinati di eventi climatici estremi, povertà diffusa e servizi di base fragili hanno alimentato una crisi nutrizionale di lunga durata: oggi il 40 per cento dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica e quasi 12 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. (valerio palombaro)

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 11 novembre 2025)

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Vedi anche il post precedente (all'interno altri link):



venerdì 17 ottobre 2025

Papa Leone XIV alla FAO: "Permettere che milioni di persone muoiano vittime della fame è un’aberrazione etica"


Papa Leone XIV alla FAO: "Permettere che milioni di persone muoiano vittime della fame è un’aberrazione etica"

Il Pontefice: "Chi patisce la fame non è un estraneo. È mio fratello e devo aiutarlo senza indugio"

Papa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

"Il cuore del Papa, che non appartiene a se stesso ma alla Chiesa, e, in un certo senso, a tutta l’umanità, mantiene viva la fiducia che, se si sconfiggerà la fame, la pace sarà il terreno fertile dal quale nascerà il bene comune di tutte le nazioni". Lo ha detto il Papa, intervenendo oggi alla Sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell'Alimentazione e della Celebrazione dell’80° Anniversario della fondazione dell'Organizzazione.

"La nostra coscienza - ha ammonito - deve interpellarci ancora una volta di fronte al dramma - sempre attuale - della fame e della malnutrizione. Porre fine a questi mali non spetta solo a imprenditori, funzionari o responsabili politici. È un problema alla cui soluzione tutti dobbiamo contribuire: agenzie internazionali, governi, istituzioni pubbliche, Ong, entità accademiche e società civile, senza dimenticare ogni persona in particolare, che deve vedere nella sofferenza altrui qualcosa di suo. Chi patisce la fame non è un estraneo. È mio fratello e devo aiutarlo senza indugio".

Si tratta - ha precisato Papa Leone - di un obiettivo "tanto nobile quanto ineludibile: mobilitare tutte le energie disponibili, in uno spirito di solidarietà, affinché nel mondo a nessuno manchi il cibo necessario, sia in quantità sia in qualità. In tal modo, si porrà fine a una situazione che nega la dignità umana, compromette lo sviluppo auspicabile, costringe ingiustamente moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case e ostacola l’intesa tra i popoli".

"Dobbiamo ricordare con forza - ha sottolineato ancora il Papa - che raggiungere l’obiettivo Fame Zero sarà possibile solo se ci sarà una volontà reale di farlo, e non soltanto dichiarazioni solenni. È necessario, ed estremamente triste, ricordare che, nonostante i progressi tecnologici, scientifici e produttivi, seicento settantatré milioni di persone nel mondo vanno a dormire senza mangiare. E altri duemilatrecento milioni non possono permettersi un’alimentazione adeguata dal punto di vista nutrizionale. Sono cifre che non possiamo considerare mere statistiche. Forse il dato più toccante è quello dei bambini che soffrono di malnutrizione, con le conseguenti malattie e il ritardo nello sviluppo motorio e cognitivo. Non è un caso, bensì il segno evidente di una insensibilità imperante, di un’economia senz’anima, di un modello di sviluppo discutibile e di un sistema di distribuzione delle risorse ingiusto e insostenibile. In un tempo in cui la scienza ha prolungato la speranza di vita, la tecnologia ha avvicinato continenti e la conoscenza ha aperto orizzonti un tempo inimmaginabili, permettere che milioni di esseri umani vivano - e muoiano - vittime della fame è un fallimento collettivo, un’aberrazione etica, una colpa storica".

Il Papa ha poi ricordato come "gli scenari dei conflitti attuali hanno fatto riemergere l’uso del cibo come arma da guerra. Sembra allontanarsi sempre più quel consenso espresso dagli Stati che considera un crimine di guerra la fame deliberata, come pure l’impedire intenzionalmente l’accesso al cibo a comunità o interi popoli. Il diritto internazionale umanitario vieta senza eccezioni di attaccare civili e beni essenziali per la sopravvivenza delle popolazioni. Con dolore siamo testimoni dell’uso continuo di questa crudele strategia che condanna uomini, donne e bambini alla fame negando loro il diritto più elementare: il diritto alla vita. Tuttavia, il silenzio di quanti muoiono di fame grida nella coscienza di tutti, anche se spesso ignorato, messo a tacere o distorto. Non possiamo continuare così, poiché la fame non è il destino dell’uomo ma la sua rovina. Rafforziamo, quindi, il nostro entusiasmo per porre rimedio a questo scandalo! Non fermiamoci pensando che la fame è solo un problema da risolvere. È molto di più. È un grido che sale al cielo e che esige la rapida risposta di ogni nazione, di ogni organismo internazionale, di ogni istanza regionale, locale o privata. Nessuno può restare al margine della strenua lotta contro la fame. È una battaglia di tutti".

"Contemplando l’attuale panorama mondiale - ha osservato il Pontefice - si ha l’impressione che siamo diventati testimoni abulici di una violenza lacerante, quando, in realtà, le tragedie umanitarie ben note a tutti dovrebbero spronarci a essere artigiani di pace. Un’emorragia che dovrebbe attirare immediatamente la nostra attenzione e che dovrebbe portarci a raddoppiare la nostra responsabilità individuale e collettiva, risvegliandoci dal funesto letargo in cui siamo immersi. Il mondo non può continuare ad assistere a spettacoli così macabri come quelli in corso in numerose regioni della terra. Bisogna porvi fine il prima possibile. Non possiamo limitarci a proclamare valori. Dobbiamo incarnarli. Gli slogan non fanno uscire dalla miseria. È urgente superare un paradigma politico tanto aspro, basandosi su una visione che prevalga sul pragmatismo dominante che sostituisce la persona con il beneficio. Non basta invocare la solidarietà: dobbiamo garantire la sicurezza alimentare, l’accesso alle risorse e lo sviluppo rurale sostenibile".

"È giunta l’ora - ha concluso Leone XIV - di assumere un rinnovato impegno, che incida positivamente sulla vita di quanti hanno lo stomaco vuoto e si aspettano da noi gesti concreti che li sollevino dalla loro prostrazione. Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida che orienta le politiche e gli investimenti, perché solo attraverso una cooperazione sincera e costante si potrà costruire una sicurezza alimentare giusta e accessibile a tutti. Solo unendo le nostre mani, potremo costruire un futuro dignitoso,nel quale la sicurezza alimentare si riaffermi come un diritto e non come un privilegio. Con questa convinzione, vorrei sottolineare che nella lotta contro la fame e nella promozione di uno sviluppo integrale, il ruolo della donna si configura come indispensabile, anche se non viene sempre sufficientemente apprezzato. Desidero richiamare l’attenzione internazionale sulle moltitudini che non hanno accesso all’acqua potabile, al cibo, alle cure mediche essenziali, a un alloggio decente, all’istruzione di base o a un lavoro dignitoso, affinché possiamo condividere il dolore di coloro che si nutrono solo di disperazione, lacrime e miseria. Non possiamo aspirare a una vita sociale più giusta se non siamo disposti a liberarci dall’apatia che giustifica la fame come fosse una musica di sottofondo alla quale ci siamo abituati".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Marco Mancini 16/10/2025)

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sabato 23 agosto 2025

Onu: a Gaza è carestia, mezzo milione di denutriti nella Striscia

Onu: a Gaza è carestia, mezzo milione di denutriti nella Striscia


Dopo mesi di avvertimenti, le Nazioni Unite hanno ufficializzato lo stato di quasi totale penuria di cibo nella Striscia di Gaza. L’Ipc, organismo con sede a Roma che ha ufficializzato le condizioni estreme in cui vivono i gazawi, prevede un peggioramento entro settembre. Israele respinge le accuse parlando di «menzogne di Hamas»

La copertina di Famiglia Cristiana
dedicata alla tragedia di Gaza.
Oggi le Nazioni Unite hanno dichiarato ufficialmente la carestia a Gaza, la prima a colpire il Medio Oriente. Come ha spiegato il sottosegretario generale agli Affari Umanitari Tom Fletcher a Ginevra in un briefing con i giornalisti, gli esperti hanno stimato che 500.000 abitanti del territorio vivono in una condizione «catastrofica», il livello più grave della scala internazionale dell’insicurezza alimentare. Usare la fame come metodo di guerra «è un crimine». Lo ha dichiarato il capo per i diritti umani del Palazzo di Vetro Volker Turk, pochi minuti dopo la dichiarazione di carestia nella Striscia. Turk ha aggiunto che le morti che ne sono derivate «possono anche costituire un crimine di guerra di omicidio volontario». La carestia è «interamente provocata dall'uomo» e le vite di 132.000 bimbi sotto i cinque anni sono a rischio a causa della malnutrizione. Lo si legge dettagliatamente nel rapporto dell'Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), sistema globale di monitoraggio della fame. L'agenzia dell'Onu che ha sede a Roma ha certificato con numeri e statistiche lo stato di carestia nella Striscia a causa del blocco degli aiuti da parte di Israele. «Il tempo del dibattito e dell'esitazione è passato, la fame è presente e si sta diffondendo rapidamente», afferma il rapporto.

La malnutrizione è già in corso nel governatorato di Gaza e potrebbe estendersi entro la fine di settembre a Deir Al-Balah e Khan Younis. Complessivamente, questi tre governatorati coprono circa i due terzi della Striscia, un territorio poverissimo di 365 km² con oltre due milioni di abitanti. A Ginevra Fletcher ha denunciato le responsabilità di Israele: «Questa carestia avrebbe potuto essere evitata senza l’ostruzionismo sistematico. Ci perseguiterà tutti», ha dichiarato. L’annuncio ha immediatamente suscitato la reazione di Tel Aviv, che ha definito «faziosa» la decisione, sostenendo che «non c’è carestia a Gaza» e accusando le Nazioni Unite di basarsi su «menzogne di Hamas». Secondo gli esperti il numero dei gazawi (uomini, donne e soprattutto bambini) che si trovano in condizioni estreme potrebbe salire a 641.000 entro fine settembre. L’IPC ricorda che una carestia si verifica quando almeno il 20% delle famiglie non ha accesso al cibo, il 30% dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta e almeno due persone ogni 10.000 muoiono di fame ogni giorno.

La crisi è il risultato dell’escalation del conflitto degli ultimi mesi, che ha provocato spostamenti di massa e restrizioni severe agli approvvigionamenti. A marzo Israele ha bloccato completamente l’ingresso degli aiuti umanitari, permettendone solo in minima parte la ripresa a fine maggio. Carenze di alimenti, farmaci e carburante hanno aggravato la situazione. Tel Aviv accusa Hamas di appropriarsi degli aiuti e le ong di non distribuirli correttamente. Le organizzazioni umanitarie replicano che Israele impone restrizioni eccessive e che la distribuzione degli aiuti, in un contesto di guerra, è diventata estremamente pericolosa.
(fonte: Famiglia Cristiana 22/08/2025)


venerdì 8 agosto 2025

Oxfam: «A Gaza una carestia di massa sta uccidendo centinaia di persone»

Oxfam: «A Gaza una carestia di massa sta uccidendo centinaia di persone»

L’allarme lanciato dall’organizzazione a seguito del recente Rapporto sulla sicurezza alimentare che conferma il crollo del consumo di cibo nella Striscia. Qui una persona su tre sta trascorrendo giorni senza mangiare, nei giorni scorsi sono morte decine di persone proprio per la mancanza di cibo. Nel mondo sono 673 milioni di persone che soffrono di fame cronica, l’Africa resta l’epicentro.


A Gaza una carestia di massa senza precedenti con decine di morti al giorno. È l’allarme lanciato da Oxfam e dalle organizzazioni internazionali della società civile a seguito del nuovo report sulla classificazione integrata delle fasi della sicurezza alimentare IPC (Integrated Food Securtiy Phase Classification) delle Nazioni Unite che rileva come gli indicatori nutrizionali hanno raggiunto i livelli peggiori dall’inizio del conflitto.

A crollare è stato il consumo di cibo, primo indicatore chiave della carestia, con i dati che mostrano come più di una persona su tre trascorre giorni interi senza mangiare. Si stima che più di 500 mila persone, un quarto della popolazione di Gaza, stia vivendo di condizioni simili alla carestia, con livelli di malnutrizione tra i bambini al di sotto dei cinque anni quadruplicati in due mesi.

«Il nuovo allarme sulla carestia in corso, causata interamente dall'assedio omicida di Israele, deve spingere la comunità internazionale finalmente ad agire per fermare quanto sta accadendo. I lanci aerei di aiuti o le brevi pause umanitarie non sono nemmeno lontanamente sufficienti a scongiurare la strage di massa che ci troviamo di fronte. Serve una decisa azione diplomatica, comprensiva di tutte le misure restrittive necessarie nei confronti di Israele, per raggiungere un cessate il fuoco immediato e permanente e consentire l’ingresso di tutti gli aiuti necessari a salvare milioni di vite», spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia.

La situazione a Gaza, la speculazione sui prezzi di del cibo e il caos climatico lasciano oggi nel mondo 673 milioni di persone che soffrono di fame cronica, in un contesto dove alla carestia in atto nella striscia si aggiunge la crisi in Africa dove una persona su cinque vive in condizioni di insicurezza alimentare. Il sistema alimentare viene così definito rotto da Oxfam con la conseguenza che sarà impossibile centrare l’obiettivo fame zero entro il 2030, come definito dall’Agenda Onu, perché a quella data ancora oltre mezzo miliardo di persone vivranno in condizioni di insicurezza alimentare.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alessandro Puglia 07/08/2025)

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lunedì 4 agosto 2025

«A Gaza molti bambini cercano di uccidersi, non hanno più la forza di soffrire la fame»

 «A Gaza molti bambini cercano di uccidersi,
non hanno più la forza di soffrire la fame»
 
La denuncia di padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, in un intervento sull’Osservatore Romano: «È sempre più incomprensibile quello che accade a Gaza. Nonostante la mobilitazione di tanti governi e l’indignazione del mondo, c’è ancora chi decide della vita dei bambini e di altri innocenti. Molti si suicidano perché non hanno più la forza di sopravvivere alla mancanza dell’affetto e della protezione di persone care, non hanno più voce per chiedere da mangiare»


«Chi decide la morte di un bambino? Chi non vuole dargli cibo se ha fame, acqua se ha sete, chi non gli procura farmaci se è malato? È difficile pensare che persone, che hanno figli e nipoti, possano decidere che anche un solo bambino possa morire senza averne umana pietà. Cosa spinge un essere umano a colpire e a distruggere la vita dei bambini?».

Padre Ibrahim Faltas (Ansa)
Sono le domande che si pone padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, in un intervento pubblicato sull’Osservatore Romano del 1° agosto in cui descrive la situazione sempre più drammatica della Striscia e delle persone che stanno morendo di fame oltre che sotto i colpi dei raid israeliani.

«Da quasi due anni si fanno sentire le voci di chi chiede di rispettare la vita a Gaza. Papa Francesco e Papa Leone XIV hanno chiesto pace e rispetto della verità e della giustizia con appelli fermi e forti», prosegue Faltas, «la società civile internazionale ha stimolato i governi a prendere posizioni decise contro la violenza indiscriminata su innocenti indifesi e senza armi. La richiesta di cessare il fuoco è arrivata da un numero sempre maggiore di esseri umani, colpiti da immagini e notizie di altri esseri umani sottoposti a sofferenze disumane. Sentimenti forti chiedono di fermare la tragedia che colpisce soprattutto i bambini delle guerre».

A cosa sono serviti, si chiede ancora padre Faltas, «l’impegno e la determinazione di organismi internazionali a tutelare i diritti dei bambini nel mondo? Cosa ci ricordano i lager, monumenti della storia che non doveva più ripetersi? Chi decide che un bambino non possa più sorridere, giocare, andare a scuola, non avere più l’amore e l’abbraccio dei genitori, dei fratelli, dei nonni? Chi decide che una madre malnutrita deve assistere alla morte del figlio perché non riesce ad allattarlo e il latte artificiale non arriva a Gaza? Domande senza risposta», sottolinea Faltas, «perché è sempre più incomprensibile quello che accade a Gaza. Nonostante la mobilitazione di tanti governi e l’indignazione del mondo, c’è ancora chi decide della vita dei bambini e di altri innocenti».

Il vicario della Custodia riferisce anche di «una notizia che mi ha sconvolto e che mai avrei voluto ricevere». Riguarda la sorte di «molti bambini che cercano di uccidersi e spesso ci riescono. Non hanno la forza di sopravvivere alla mancanza dell’affetto e della protezione di persone care, non hanno più voce per chiedere da mangiare, non vogliono più vedere la morte e la distruzione che li circondano e decidono di distruggere la propria vita. La malnutrizione ha raggiunto livelli di tale gravità che ci saranno conseguenze sulle vite di chi riuscirà a sopravvivere. Se non riusciamo a fermare questo ulteriore dolore, se non riusciamo a cancellare questo scandalo, potremo ancora chiamarci umanità? Chi decide della vita dei bambini di Gaza?».

Domande drammatiche, destinate a restare senza risposta.
(fonte: Famiglia Cristiana 02/08/2025)

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Vedi anche il nostro post precedente:


lunedì 28 luglio 2025

A Gaza nessuna carestia?

A Gaza nessuna carestia?


Da una parte Israele, le cui autorità sostengono che a Gaza non c’è carestia, dall’altra le immagini di bambini denutriti, i corpi scheletrici, gli occhi enormi su volti scavati dalla fame. Foto strazianti, che girano ormai da settimane, ma che negli ultimi giorni si sono moltiplicate, perché la fame che per qualcuno non esiste colpisce ogni giorno di più. E uccide, soprattutto i più indifesi, i più piccoli: sono già 84 (su 123). L’ultima vittima stamane: Zainab Abu Halib, una neonata.

Nella dichiarazione delle Forze di difesa israeliane c’è una contraddizione di fondo. L’Idf infatti ha annunciato che consentirà ai Paesi stranieri lanci di cibo su Gaza, ma, a dispetto delle denunce dell’Onu e di oltre un centinaio di ong, insiste sul fatto che non c’è carestia nella Striscia. Solo una situazione «difficile e impegnativa», ha spiegato il coordinatore israeliano delle attività governative nei Territori. Denutrizione e morti per fame sarebbero solo propaganda di Hamas.

Non la pensano così Regno Unito, Francia e Germania, visto che proprio ieri, a conclusione di una call, i leader Starmer, Macron e Merz hanno riconosciuto che nella Striscia di Gaza è in corso «una catastrofe umanitaria» che «deve finire subito», rilanciando l’appello di 28 Paesi.
Forse anche loro hanno visto quelle foto che altri non vogliono o fanno finta di non vedere. 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Gaetano Vallini 26/07/2025)

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Vedi anche il post precedente:
Tonio Dell'Olio - La fame come arma da guerra - Gaza, padre Ibrahim Faltas: morire di sete e di fame è ingiusto e ingiustificabile

venerdì 20 giugno 2025

Un mondo in fuga: il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

Un mondo in fuga:
il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

(Foto di Unsplash di Salah Darwish)

Nel 2024 si è toccato un nuovo record: più di 123 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa. Conflitti vecchi e nuovi, dal Sudan a Gaza, alimentano una crisi umanitaria che i Paesi poveri sopportano quasi da soli.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, ma come ogni anno non c’è nulla da festeggiare. Al contrario: mai come in questi mesi i numeri parlano una lingua drammatica e inascoltata. Secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, sono oltre 123 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case nel mondo, spinte da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e instabilità economica. Di queste, almeno 42,7 milioni sono rifugiati nel senso più stretto del termine: persone che hanno attraversato un confine nazionale per cercare protezione altrove.

La cifra è in aumento costante: rispetto al 2023, si contano circa 7 milioni di nuovi sfollati forzati. Un incremento che non accenna a rallentare, anzi. Le guerre si moltiplicano, si intensificano, si cronicizzano. Secondo il Peace Research Institute di Oslo, nel 2024 si sono registrati 61 conflitti attivi nel mondo, un record assoluto. Undici di questi hanno superato la soglia delle mille vittime annue, il limite che ne sancisce formalmente lo status di “guerra”.

Dall’Ucraina a Gaza, la geografia del dolore

Tre sono le aree che più hanno contribuito all’impennata di rifugiati nel corso dell’ultimo anno: Ucraina, Striscia di Gaza e l’intera fascia che va dall’Iran al Libano, oggi al centro di una tensione crescente tra Israele, Hezbollah e altri attori regionali.

In Ucraina, dopo oltre tre anni di guerra, si contano più di 8 milioni di sfollati interni e almeno 5 milioni di rifugiati in Europa, ospitati soprattutto da Polonia, Germania e Repubblica Ceca. La guerra in corso, lungi dal concludersi, continua a generare nuovi esodi.

In Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, i numeri sono ancora più drammatici. Le operazioni militari israeliane hanno provocato decine di migliaia di morti e un vero e proprio esodo interno, mentre le popolazioni rifugiate nei campi del Libano vivono in condizioni al limite della sopravvivenza. Il 94% delle vittime in questi teatri è rappresentato da civili.

E poi c’è l’Iran, dove il conflitto con Israele sta generando un clima di instabilità e nuove fughe, anche se per il momento i dati restano parziali e difficili da verificare.

Foto Unsplash di Julie Ricard

Il Sudan, tragedia silenziosa dell’Africa

Ma la crisi più grave si consuma nel silenzio quasi totale dei riflettori internazionali. In Sudan, una guerra civile devastante tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces, scoppiata nell’aprile 2023, ha già costretto 12,3 milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Di queste, quasi 9 milioni sono sfollati interni, mentre oltre 3,5 milioni sono fuggiti nei Paesi vicini: Ciad, Egitto, Etiopia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana. Si tratta del più grande esodo africano degli ultimi vent’anni.

Molti di questi rifugiati trovano accoglienza in Uganda, un Paese che da anni si distingue per la generosità del suo sistema di asilo, pur tra enormi difficoltà economiche. Oggi, più di 1,8 milioni di persone trovano riparo nel Paese, ma i fondi scarseggiano: le razioni alimentari sono state ridotte per almeno un milione di loro. Il Programma Alimentare Mondiale, colpito da tagli di bilancio e scarsa cooperazione internazionale, fatica a garantire anche i servizi essenziali.

Chi accoglie davvero

Uno degli aspetti più inquietanti di questa crisi globale è la distribuzione profondamente diseguale dell’accoglienza. Oltre il 73% dei rifugiati si trova in Paesi a basso o medio reddito, per lo più confinanti con le aree di conflitto. Le nazioni che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (circa 3,6 milioni), l’Iran (3,4 milioni), la Colombia (2,5 milioni), la Germania (2,1 milioni) e il Pakistan (1,7 milioni).

Nonostante le dichiarazioni di solidarietà, l’Occidente continua ad accogliere una percentuale minima del totale. I meccanismi di reinsediamento internazionale sono deboli e lenti: nel 2024, solo 188.800 rifugiati sono stati effettivamente reinsediati in un nuovo Paese terzo. Numeri irrisori se confrontati con l’ampiezza del fenomeno.

Un appello all’umanità

La Giornata Mondiale del Rifugiato dovrebbe essere, prima di tutto, un giorno di responsabilità. Il diritto d’asilo non è un favore né un’opzione politica: è un diritto umano fondamentale. Ma in un’epoca in cui la parola “rifugiato” viene spesso strumentalizzata, deformata, politicizzata, è necessario tornare al significato più semplice e universale: quello di una persona che fugge per salvare la propria vita.

Dietro ogni numero, ogni statistica, c’è un volto, una storia, un’infanzia spezzata. Un mondo che fugge non è un mondo sicuro per nessuno. Serve una risposta globale, condivisa e solidale. Non basta più celebrare una giornata: bisogna ascoltarla.

Foto da Unsplash di Salah Darwish
 (fonte: Pressenza, articolo di Ernesto Kieffer Heraldo 20.06.25)


mercoledì 7 maggio 2025

Tonio Dell'Olio: Il coraggio di dire a Israele adesso basta

Tonio Dell'Olio
 
Il coraggio di dire a Israele adesso basta

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  IL 7 MAGGIO 2025



Quelle degli abitanti della Striscia di Gaza sono ormai vite calpestate. La loro dignità viene quotidianamente ignorata e offesa.

Mentre lo scrivo mi rendo conto che le parole usate non bastano. A quelle persone viene sottratto il diritto all’acqua e al cibo. Ovvero il diritto alla vita. E la ragione non è un’inclemente carestia ma una scelta precisa del governo di Israele che non consente l’accesso degli aiuti umanitari, impedisce alla gente di poter avere acqua potabile e libertà di movimento. Poi continua a bombardare. Sulle case e sulle scuole, sugli ospedali e le ambulanze. Sulla povera gente inerme. 

Mi chiedo quale diritto ancora dev’essere violato perché la comunità internazionale intervenga a dire basta. Voltarsi continuamente dall’altra parte è complicità. Non ha altro nome. 

Non credo che ci sia in questo momento sulla faccia della terra altro scenario più drammatico di quella distruzione di case e di vite, di ogni vita. Non riesco a dire cos’altro possiamo fare in termini di protesta e di pressione sui rispettivi governi ma so cosa dovrebbero fare i governi dei Paesi democratici del mondo. Rivendicare il proprio diritto umanitario ad aiutare una popolazione stremata e avere il coraggio di intimare a Israele di porre fine a quella strage. Si chiama rispetto della Dichiarazione universale dei diritti umani, ovvero rispetto della vita dei superstiti.

venerdì 22 marzo 2024

22 marzo Giornata mondiale dell’acqua, ancora tante le sfide per poter garantire a tutti l’accesso


Giornata mondiale dell’acqua, 
ancora tante le sfide per poter garantire a tutti l’accesso

Secondo il rapporto Groundswell della Banca mondiale, si prevede che entro il 2050 circa 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa degli impatti climatici, tra cui lo stress idrico. Tra le parti del mondo più colpite il Corno d’Africa: solo in Somalia nel 2023, secondo le stime dell'Unhcr, la più grande siccità degli ultimi 40 anni e le inondazioni, combinandosi con situazioni di conflitto e insicurezza, hanno causato quasi 3 milioni di nuovi spostamenti forzati all'interno del Paese.


foto SIR/Marco Calvarese

Acqua di pace e non di guerra. Acqua per tutti e non per pochi. Risorsa preziosa – anche nell’epoca della digitalizzazione e della tecnologia sempre più spinte –, l’acqua di cui oggi, 22 marzo, si celebra la Giornata mondiale continua invece ad essere motivo di divisioni e scontri. Una realtà che si tocca con mano a livello sia locale sia mondiale. E che deve far pensare quanta strada di civiltà l’umanità debba ancora percorrere.

Per capire basta partire da un solo dato:

l’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 – garantire a tutti l’accesso a un’acqua senza rischi – è lontanissimo perché sono ancora circa 2,2 miliardi le persone che non hanno ogni giorno l’acqua da bere. Questione cruciale che tocca un po’ tutte le aree e tuti gli ambienti: dalle città alle campagne, dall’Europa all’Africa.

Legambiente, tra tutti, per questo parla di “crisi idrica globale” come diretta conseguenza della crisi climatica (che si manifesta con l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi, come siccità, alluvioni e tempeste) e della gestione insostenibile delle risorse idriche. Una crisi che è una “minaccia per il Pianeta ma anche per la pace”. Proprio dall’acqua, quindi dal suo controllo e dalla sua gestione, passano, dice ancora Legambiente, “tensioni e conflitti nelle aree più vulnerabili del mondo con impatti violenti sul futuro delle popolazioni, costrette a fuggire, talvolta verso insediamenti o campi esposti a gravi rischi climatici e dove è sempre più difficile fornire servizi idrici e igienico-sanitari”.

Secondo il rapporto Groundswell della Banca mondiale, si prevede che entro il 2050 circa 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa degli impatti climatici, tra cui lo stress idrico.

Tra le parti del mondo più colpite il Corno d’Africa: solo in Somalia nel 2023, secondo le stime dell’Unhcr, la più grande siccità degli ultimi 40 anni e le inondazioni, combinandosi con situazioni di conflitto e insicurezza, hanno causato quasi 3 milioni di nuovi spostamenti forzati all’interno del Paese.

Poi ci sono le situazioni più locali. Coldiretti sottolinea, su dati dell’Osservatorio europeo sulla siccità, che per esempio il 15% dell’intero territorio dell’Unione europea è in allerta arancione per la siccità e per un altro 1% siamo all’allarme rosso. In Italia, poi, è possibile disegnare una vera “mappa della sete”. La situazione è difficile nel Sud, dove negli invasi pugliesi mancano 107 milioni di metri cubi d’acqua rispetto all’anno scorso, secondo i dati dell’Osservatorio Anbi sulle riserve idriche. Ma ciclicamente vanno ormai in crisi le aree agricole più ricche dello Stivale come quelle della pianura Padana assetate dal prosciugamento dei bacini montani e dalla scomparsa dei ghiacciai.

Colpa del clima che cambia, si dice. Ma non è solo questo.

Certo, anche l’Italia ha sperimentato il cambiamento climatico con, nel 2023, un incremento del 22% degli eventi meteorologici estremi rispetto all’anno precedente. Ma il tema vero è la gestione dell’acqua.

Anche in questo caso basta poco per capire. Stando ad una analisi dell’Associazione dei consorzi di bonifica e irrigazione (Anbi), l’Italia potrebbe disporre in poco tempo di quasi 549 milioni di metri cubi di acqua in più: una quantità di risorse idriche superiore al volume che può fornire il lago di Garda e cioè il più grande lago italiano. Si tratterà di acqua risparmiata, perché raccolta e distribuita con più efficienza e razionalità, meglio di quanto accade oggi. Perché il problema sta, ad esempio, nelle perdite di acqua lungo le migliaia di chilometri di tubazioni vecchie; oppure nella scarsità di bacini di raccolta dell’acqua che piove dal cielo in modo sempre più imprevedibile. Tutto senza dire poi della concorrenza di usi diversi di una risorsa che diventa sempre più scarsa.

Ma il tema dell’acqua non è certamente solo nazionale.

Urge, da questo punto di vista, una cooperazione internazionale 
nella gestione sostenibile delle risorse idriche.

Quanto strada occorra davvero compiere lo si capisce subito da un dato Onu: da una parte circa 3 miliardi di persone nel mondo dipendono dall’acqua che attraversa i confini nazionali, dall’altra solo 24 Paesi su 153 dichiarano di avere accordi di cooperazione per l’acqua condivisa. Certo, il mondo fa già moltissimo. Basti pensare, in tema di accesso all’acqua potabile ai rifugiati e agli sfollati, a quanto realizzato nel 2022 da Unhcr e finanziato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, per l’estensione dell’acquedotto ad Agadez (Niger) che ha collegato il centro umanitario locale – che ospita circa 2.800 persone provenienti principalmente da Sudan, Sud Sudan, Camerun e altri Paesi del Corno d’Africa – all’acquedotto pubblico. Così come importanti sono i programmi Wash (Water, Sanitation and Hygiene) dell’Unhcr attualmente presenti in 29 Paesi che ospitano oltre 4,7 milioni di rifugiati e persone sfollate. Molti altri, poi, sono i progetti a livello locale e continentale. Ma non basta ancora. Accesso all’acqua, salubrità dell’acqua, risparmio e buon uso dell’acqua: a ben vedere la sfida dell’umanità passa anche e soprattutto da qui.
(fonte: Sir, articolo di Andrea Zaghi 22/03/2024)


venerdì 1 marzo 2024

Tonio Dell'Olio Intanto a Gaza si muore

Tonio Dell'Olio
Intanto a Gaza si muore

 PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 01 MARZO 2024

A Gaza ormai si muore di tutto. Non solo per le bombe che cadono o per i proiettili che colpiscono. 
Si muore di fame e si muore di malattia.
Si muore perché non ci sono più medici e ospedali sufficienti a curare i feriti e i malati. 
Si muore per infezione perché si beve acqua inquinata e si mangia ormai qualsiasi cosa che possa gonfiare lo stomaco. 
Si muore per le epidemie che nel frattempo si stanno diffondendo.
E qualcuno muore di paura perché il battito si ferma all'improvviso dopo l'ennesimo balzo del cuore in gola a causa di un boato. 

La verità è che noi non sappiamo proprio niente di Gaza, non riusciamo nemmeno lontanamente a immaginare cosa significhi, cosa comporti e come ti riduce quell'abbrutimento che si abbatte senza freni sulla vita. 
Noi nel frattempo disquisiamo se sul piano della giurisprudenza internazionale si possa definire genocidio o non siamo piuttosto di fronte a un massacro, a una serie di crimini di guerra, a una carneficina. 
Ma per quelle famiglie costrette a fuggire da nord a sud della Striscia, cercando ogni volta ripari di fortuna e aspettando che arrivino dal cielo gli aiuti della Giordania o che i camion abbiano superato gli ostacoli al confine e che nessuno spari mentre si assalta un convoglio di aiuti, non fa differenza se sono vittime della violazione dello jus in bello o di una guerra senza quartiere. 
Ormai chiedono solo pietà.



venerdì 25 agosto 2023

Scartare cibo significa scartare persone

L’arcivescovo Paglia a una conferenza della Fao a Santiago del Cile

Scartare cibo significa scartare persone


Si affronterà seriamente il problema dello spreco alimentare soltanto quando si riconoscerà che esso «non è riconducibile a una sola questione di mercato, a qualcosa che possa essere definito e misurato in tabelle, statistiche e performance», ma riguarda la vita concreta di milioni di uomini e donne. Perché «scartare cibo significa scartare persone», come ha ammonito nel 2019 Papa Francesco e come ha ribadito ieri l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, durante la conferenza sul tema: «Prevenire e ridurre le perdite e gli sprechi alimentari nel contesto della sicurezza alimentare e nutrizionale. Una sfida intersettoriale». L’incontro si è svolto a Santiago del Cile, nella sede della rappresentanza della Fao per l’America latina e i Caraibi.

Le vite umane, ha sottolineato il presule, impongono dunque «superamenti di logiche di profitto e di budget. Chiedono la serietà di processi economici realistici e praticabili, ma non fanno di questi i fini dell’agire». D’altra parte «la predominanza di logiche mercantili con cui affrontiamo lo spreco alimentare ma, di fatto, gestiamo e contabilizziamo lo spreco di vite umane», ha proseguito, mostra uno dei «suoi esiti più deleteri in uno dei temi che Papa Francesco ha più a cuore, nella sua lucida analisi della cultura occidentale»: la cultura dello scarto, che è quanto «di più lontano esista dal messaggio evangelico».

Sin dalla prima pagina, infatti, la Bibbia dice che «ogni cosa che è sulla terra è buona» e che l’uomo è «molto buono». La pienezza di questo giudizio si rivela nell’agire e nell’insegnamento di Gesù. Il Signore, ha fatto notare monsignor Paglia, «non scarta nessuno e i suoi discepoli, di ogni tempo, pur con tutte le debolezze, sono chiamati a ribadire con forza questo il suo insegnamento: non si spreca niente, non si scarta nessuno, non c’è nessun motivo — nessuno motivo! — per lasciare indietro qualcuno». In questo senso, nessuno «è scartato alla tavola. Deve sempre esserci posto per tutti». Infatti, il cibo sprecato segna, «talvolta fino alla morte, il destino di milioni di persone».

Anche in America latina questo scarto di persone, non di cibo, «è intollerabile, insopportabile, esecrabile, fonte di immensa vergogna». Anche se nel continente latinoamericano lo spreco alimentare «copre solo il 6 per cento dello spreco mondiale», esso assume i contorni di una vera e propria tragedia se si pensa ai 47 milioni di persone sottonutrite. In proposito la Fao ricorda che con i 69 chilogrammi di cibo sprecati annualmente da ogni abitante dell’America latina si potrebbe contribuire significativamente alla nutrizione di 30 milioni di uomini e donne.

D’altra parte, «il mero approccio mercantile mette già nel conto perdite, resi e prodotti di scarto». E proprio questo elemento economico produce, «a livello culturale e politico, una sorta di rassegnazione». Occorre, perciò, un cambiamento di sguardo: non ci si può più permettere di affrontare il tema del cibo in una logica meramente economica e di mercato perché «l’ambito agro-alimentare segna direttamente la vita delle persone, rispondendo ai loro bisogni primari, più che in altri campi». Appare evidente allora che «l’economia non può essere considerata come fine ultimo, ma come mezzo a servizio della vita delle persone e dell’edificazione di una società giusta».

Il presidente della Pontificia Accademia ha indicato tre piste concrete di lavoro. In primo luogo, occorre segnalare i dati dello scarto alimentare e valutare «il peso sociale di questo fenomeno». Poi bisogna riconoscere che «lo spreco alimentare si può affrontare solo mediante una visione complessiva della realtà», che tenga in considerazione «la grande distribuzione organizzata dei supermarket e i mercati informali lungo le strade, le più raffinate tecnologie e le più antiche sapienze contadine». Infine non va trascurato l’aspetto culturale, che rende necessario «mostrare il valore del cibo e della tavola».
(fonte: L'Osservatore Romano 25 agosto 2023)