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lunedì 26 ottobre 2026

Don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli: “IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI, MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Don Mimmo Battaglia
Arcivescovo di Napoli

“IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI,
MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Alla manifestazione nazionale contro i centri di permanenza per il rimpatrio, don Mimmo Battaglia chiede al Governo di rinunciare al progetto di Castel Volturno e di superare l'intero sistema dei Cpr


“Una porta chiusa da fuori.

Vorrei partire da questa immagine. Una persona è dentro, la porta si chiude e, da quel momento, non è più lei a decidere quando uscire. Deve aspettare che qualcun altro apra. Fuori la vita continua, c’è il sole, ci sono persone che aspettano, ci sono cose da fare. Ma lei è lì, privata della possibilità di scegliere della propria giornata.

Adesso diamo a quella porta un nome: Cpr. Tre lettere che sembrano bastare a spiegare tutto. Ma dietro quella sigla ci sono uomini e donne, storie, famiglie, speranze. Persone che non possono diventare invisibili soltanto perché abbiamo trovato un modo per chiamarle. È da qui che vorrei cominciare. Dalle persone, non dalle sigle. Perché quando si parla di migrazione, di sicurezza e di rimpatri, il rischio è discutere di tutto tranne che di chi quelle decisioni le subisce.

Nel Vangelo di Marco c’è un uomo con una mano paralizzata. È nella sinagoga e alcuni osservano Gesù, aspettando che guarisca di sabato per trovare un motivo per accusarlo. Il dolore di quell’uomo è diventato una questione da discutere, un’occasione per mettere Gesù alla prova. Gesù, invece, gli dice: «Alzati, vieni qui in mezzo!».

Prima ancora di guarirlo, gli restituisce un posto. Lo mette al centro, davanti agli occhi di tutti. Poi guarda quelli che tacciono. Marco racconta che li guarda con indignazione, addolorato per la durezza dei loro cuori. Anche Gesù si indigna. Dovremmo ricordarcelo quando chiediamo ai cristiani una bontà che non disturbi nessuno, un Vangelo che non metta in discussione nulla. Gesù non lascia quell’uomo ai margini per salvare la tranquillità degli altri. Lo porta al centro. Da quel momento, nessuno può più parlare come se lui non ci fosse.

Oggi, qui, a Castel Volturno, siamo chiamati a fare lo stesso: rimettere al centro le persone e chiedere alla politica di guardarle negli occhi. Nei Cpr il trattenimento comporta una privazione della libertà legata alle procedure di rimpatrio. Non è l’esecuzione di una condanna penale. È una distinzione importante, che riguarda la libertà di una persona e il modo in cui uno Stato decide di esercitare il proprio potere. Per questo dobbiamo domandarci: quale idea di convivenza stiamo costruendo, se affidiamo a una porta chiusa la risposta a una questione umana tanto complessa?

A chi governa chiedo di fermarsi, di ascoltare questa terra, di rinunciare al progetto del Cpr di Castel Volturno e di assumersi la responsabilità di superare il sistema dei Cpr. Lo chiedo da prete, con il Vangelo aperto. Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Ero. Una parola che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Cristo ci consegna una domanda semplice e difficile da evitare: che cosa hai fatto della persona che avevi davanti? Noi preferiremmo discutere di principi, preparare risposte, difendere le nostre ragioni. Il Vangelo, invece, ci domanda di una porta, di un piatto, di una visita, di una persona lasciata sola.

E questo riguarda anzitutto noi, la Chiesa, riguarda la comunità e la società. Riguarda le volte in cui abbiamo reso il Vangelo innocuo. Le volte in cui abbiamo avuto parole prudenti davanti a sofferenze che prudenti non erano affatto. Le volte in cui abbiamo chiesto ai poveri pazienza, perché il loro dolore disturbava i nostri equilibri. Anche noi dobbiamo rispondere.

Un crocifisso appeso al muro ci impegna verso ogni corpo umiliato. Portarlo sul petto significa accettare che ci pesi sul cuore. Esibirlo mentre si alimenta il disprezzo per lo straniero significa usare contro qualcuno il segno di un uomo che ha dato la vita per tutti.

Questo tradimento dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome.

E dobbiamo guardare anche le nostre contraddizioni quotidiane. Ci sono persone delle quali accettiamo la fatica, le braccia, le notti di lavoro. Persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole, assistono i nostri anziani, tengono in piedi pezzi delle nostre giornate.

Poi, quando chiedono un contratto, una casa, un documento, diventano improvvisamente una questione ingestibile. Finché si piegano, c’è posto. Quando si alzano, comincia il problema.

Qualcosa di profondamente ingiusto abita questo meccanismo. E la responsabilità va cercata anche dalla parte di chi lo sfrutta, di chi ci guadagna, di chi pretende lavoro a basso costo e persone senza voce.

Ma attenzione: una persona conserva tutta la propria dignità anche quando non ci serve. Anche quando è malata. Quando non produce. Quando è difficile da incontrare. Quando ha sbagliato: risponderà delle proprie responsabilità, conservando i propri diritti. La dignità non è il salario della buona condotta.

A chi vive qui e ha paura voglio dire che la sua paura merita ascolto. La fatica di abitare un territorio trascurato non può essere liquidata. Tutti hanno diritto alla sicurezza, a strade vivibili, a servizi che funzionino, a scuole capaci di accompagnare i ragazzi e a istituzioni presenti. Proprio per questo bisogna chiedere conto delle promesse. Che cosa cambierà domani nella vita delle persone? Quale scuola funzionerà meglio? Quale famiglia avrà una casa? Quale lavoratore sarà sottratto al ricatto? Quale ragazzo troverà un’alternativa alla strada?

Diffidiamo di chi ci offre qualcuno da temere al posto di qualcosa su cui poter contare. La paura è una cosa seria. Anche usarla per ottenere consenso è una responsabilità seria.

A Castel Volturno occorre investire nell’accoglienza diffusa, nella salute, nell’istruzione, nel lavoro regolare e nelle abitazioni. Occorrono vie di ingresso legali, percorsi effettivi di regolarizzazione e strumenti per contrastare lo sfruttamento, permettendo a chi denuncia un abuso di non sprofondare in una condizione ancora più fragile. Sono scelte che richiedono risorse, competenza e continuità. La crudeltà, invece, sa essere sbrigativa. Decide chi deve sparire dalla vista e chiama soluzione quella sparizione. Noi dobbiamo avere la pazienza ostinata delle soluzioni che restituiscono una vita.

Torniamo a quell’uomo del Vangelo. «Vieni qui in mezzo». Gesù lo mette davanti a tutti, perché nessuno possa più comportarsi come se non esistesse. Questo vorrei chiedere al nostro Paese: lasciati interrogare da un nome, da una storia, da una persona che ti costringe a rivedere una decisione che sembrava già presa. E questo chiedo alla mia Chiesa e alla società civile: resta abbastanza vicina da sentire quando una porta si chiude, abbastanza libera da denunciarlo, abbastanza fedele da stare accanto a chi è rimasto dentro.

Oggi diciamo no ai Cpr. Diciamo no a un sistema che fa della reclusione una risposta alla fragilità e alla condizione amministrativa delle persone. E da domani dobbiamo dare un seguito concreto a questo no. Dobbiamo esserci, perché chi avrà bisogno di noi sappia dove trovarci e, quando busserà, trovi davvero qualcuno disposto ad aprire.

Per queste ragioni, sono qui: Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo in cui si spostano i problemi, nella speranza che, lontano dagli occhi, smettano di esistere. Possono invece diventare luoghi da cui ripartire. Servono integrazione, legalità, lavoro, politiche abitative e presidi educativi. Serve uno Stato che accompagni, non soltanto contenga. Serve la capacità di tenere insieme sicurezza e diritti, senza metterli in contrapposizione.

Ma per cambiare davvero direzione dobbiamo avere il coraggio di guardare tutta la realtà, anche quella che preferiamo non vedere. E dire una verità che troppo spesso rimane nascosta dietro la ricerca di un colpevole facile.

Il problema non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre, ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’ integrazione e nel futuro delle persone.

Il problema non sono gli immigrati. Sono i giovani senza lavoro, quelli che si sentono abbandonati, quelli che crescono senza opportunità e senza qualcuno disposto a credere in loro.

Il problema non sono gli immigrati. È la camorra, sono le mafie che continuano a divorare i territori, a rubare speranze, a reclutare i più fragili e a imporre la violenza dove le istituzioni e la comunità non riescono a essere presenti.

Il problema non sono gli immigrati. È che per tante famiglie è diventato un lusso perfino comprare un pomodoro. È dover scegliere quale bolletta pagare, rinunciare a qualcosa di necessario, arrivare alla fine del mese senza sapere come fare.

Il problema non sono gli immigrati. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure a cui si rinuncia, gli anziani lasciati soli, le periferie dimenticate, le scuole che chiedono aiuto.

ll problema non sono gli immigrati. È la nostra scarsa lungimiranza, la difficoltà di guardare oltre l’emergenza, di prevenire le ferite prima che diventino voragini, di investire sulle persone prima di doverne piangere l’abbandono.

È più facile indicare uno straniero da combattere che affrontare le disuguaglianze. È più facile costruire un recinto che aprire una scuola. È più facile promettere che qualcuno verrà allontanato che garantire che un ragazzo non venga lasciato solo. Ma quando i poveri vengono messi gli uni contro gli altri, a vincere non sono i poveri. A vincere è l’ingiustizia. Che Castel Volturno, Napoli e la Campania diventino luoghi in cui la paura lascia spazio al coraggio, in cui le differenze diventano occasioni di incontro e nessuno viene considerato estraneo alla nostra umanità.

Perché la giustizia comincia quando smettiamo di chiederci chi dobbiamo tenere fuori e iniziamo a domandarci che cosa possiamo fare perché nessuno sia costretto a vivere senza dignità. La porta dalla quale siamo partiti si chiude da fuori. Significa che da fuori si può aprire. E noi siamo qui per fare questo.

Buona marcia a tutti!”

Castel Volturno, 24 ottobre 2026

+ don Mimmo Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 24/10/2026)

sabato 17 ottobre 2026

Don Mimmo Battaglia: L’EMERGENZA DEGLI ADULTI

L’EMERGENZA DEGLI ADULTI
Don Mimmo Battaglia

Dopo gli ultimi episodi di violenza giovanile, don Mimmo Battaglia richiama gli adulti alle proprie responsabilità educative e chiede un impegno comune per la prevenzione.



“Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti?

Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità.

Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono.

Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo.

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere.

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza.

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme.

Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati.

Possiamo “tirare a campare”, come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore.

Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. 
Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. 
Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. 
Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. 
Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. 
Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio.

Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti

I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. 
Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi.

Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.”

+ don Mimmo Battaglia
Napoli, 15 ottobre 2026

(Fonte: sito della Diocesi)

lunedì 21 settembre 2026

Il commosso e commovente grido di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: "Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il commosso e commovente grido 
di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: 
"Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il vescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, da tutti chiamato «don Mimmo» ha abituato i fedeli (non solo della sua diocesi, perchè le sue riflessioni hanno spesso una risonanza nazionale) ai suoi discorsi molto belli, sofferti, anche duri ma ricchi di speranza e anche nel giorno della celebrazione del patrono, il 19 settembre, dopo l'annuncio dell'avvenuto prodigio di San Gennaro, non è stato da meno. 
La sua omelia dall'altare del Duomo è una invocazione diretta al Santo martire, una speciale richiesta di grazia per il prossimo anno. 
L'omelia è stata più volte interrotta dalla commozione del vescovo, che è anche l'emozione e le lacrime di tanti in Duomo, viene applaudita diciotto volte, forse è la più applaudita dei dieci anni del suo episcopato.


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Omelia nella Solennità di San Gennaro

“FAMMI QUESTA GRAZIA, GENNARO!”

Doppio monito di don Mimmo Battaglia: 
«La camorra è bestemmia: ruba il futuro ai ragazzi e fa del sangue una moneta!» «Basta bambini sotto le macerie, basta madri senza figli, basta guerre!»

“Sorelle e fratelli,
quest’anno vorrei chiedere a San Gennaro una grazia.
Ma non per oggi. Per l’anno prossimo.

È una grazia strana, lo so. Forse perfino troppo grande.
Ma i santi servono anche a questo: a ricordarci che ci sono preghiere che sarebbe vigliacco non avere il coraggio di pronunciare.

Gennaro, se il tuo sangue deve sciogliersi, si sciolga ancora.
Ma fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. L’unico sangue versato. L’unico sangue che avremo atteso di vedere scorrere. Il tuo.

Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi.

Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti.
Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina.
Non voglio più aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima città distrutta, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia.

Non perché voglia dimenticarli. Ma perché voglio che non ce ne sia più bisogno.

Sono stanco di un’umanità che prima produce vittime e poi costruisce monumenti per piangerle.
Sono stanco delle nostre commemorazioni perfette e delle nostre paci impossibili.
Sono stanco di vedere l’uomo diventare bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli.

E davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra. Il male più grande è abituarsi alla guerra.

È svegliarsi la mattina, accendere un telefono, vedere una città bruciare e continuare a fare colazione.
È ascoltare il numero dei morti e non vedere più i morti. Cinquanta. Cento. Mille.

Come se oltre una certa cifra il dolore smettesse di avere un nome.
Come se un bambino morto cento volte diventasse una statistica.

No. Il sangue non è una statistica. Il sangue ha sempre un nome. Ha una madre. Ha una casa. Ha un odore. Ha qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare un posto in più, almeno con gli occhi.

Ed è per questo che il Vangelo di oggi mi fa paura.
Gesù dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».

Il mondo. Non questa terra bellissima. Non gli uomini e le donne che Dio ama.
Nel Vangelo di Giovanni il “mondo” è anche un meccanismo.
È quel sistema invisibile che comincia a funzionare ogni volta che un uomo decide che la vita di un altro vale meno della propria.

Il mondo comincia lì. Quando l’altro diventa un ostacolo. Quando l’altro diventa un numero. Quando l’altro diventa un bersaglio. Quando l’altro non è più fratello, ma nemico.
E allora tutto diventa possibile. Diventano possibili le bombe. Le rappresaglie. I massacri. Le fosse. I bambini sotto le macerie. Diventa possibile perfino inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. Ma una madre che perde un figlio non conosce il linguaggio della geopolitica.
Conosce soltanto una parola. Figlio. E quella parola dovrebbe bastare a fermare il mondo.

Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido. Non un comunicato. Non una prudente dichiarazione. Un grido.

Fermatevi.
Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue. Voi che pensate che una vittoria possa ancora chiamarsi vittoria quando bisogna costruirla sopra il corpo di un bambino.

Fermatevi. Perché non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la bara di un innocente.

Non esiste ragione di Stato capace di restituire un figlio a sua madre. Non esiste vittoria militare che possa trasformare il sangue di un bambino in qualcosa di giusto. La pace avrà certamente bisogno della politica. Avrà bisogno della diplomazia. Avrà bisogno del diritto.
Ma prima ancora avrà bisogno di una cosa molto più semplice e infinitamente più difficile: riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare.

Ma sarebbe troppo facile oggi guardare lontano. Palestina. Ucraina. Le guerre del mondo. Perché il Vangelo non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa.

E allora devo parlare a te, Napoli. A te, città mia.

Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono i tuoi vicoli. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. Lo conoscono i ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. Lo conoscono le famiglie che abbassano gli occhi. I commercianti che hanno paura. Gli uomini e le donne a cui viene chiesto di scegliere tra il coraggio e la sopravvivenza.

La camorra è guerra.

Una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.
Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia.

E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.

Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino.
Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce.
Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome.

La camorra è bestemmia.

È bestemmia perché prende ciò che Dio ha creato libero e lo rende schiavo. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.

E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni.

Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo.

Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria.

Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà.

E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi.

Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.

Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori.

Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.

Fammi la grazia dell’anno prossimo.

Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.
Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.

Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.
Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.

E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio. Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.

Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.

E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.

Una cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca. Sapere che se uno scivola, l’altro lo tiene. Che la salita non appartiene al più forte, ma a tutti. Che per andare più in alto bisogna legare la propria vita a quella degli altri.
Tra istituzioni e cittadini. Tra scuola e famiglia. Tra Chiesa e territorio. Tra associazioni e servizi. Tra chi ha responsabilità pubbliche e chi ogni giorno vive nelle periferie. Tra chi possiede competenze e chi porta sulle proprie spalle l’esperienza concreta delle ferite. Una cordata nella quale nessuno pensi di poter fare tutto da solo. E nessuno si senta autorizzato a dire: «Non è affar mio».

E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.

E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla.
La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?»
E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo.

L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi.
Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello.

Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità.

Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.
Gennaro, se il tuo sangue vuole sciogliersi, si sciolga ancora. Ma poi basta. Basta sangue.

Basta ragazzi uccisi. Basta bambini sotto le macerie. Basta madri senza figli. Basta uomini convinti che uccidere sia una soluzione. Basta mafie. Basta camorre. Basta guerre.

Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo.

Amen.

Napoli, 19 settembre 2026

+ don Mimmo Battaglia
Cardinale Arcivescovo
(fonte: Chiesa di Napoli)



giovedì 17 settembre 2026

XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi - Don Mimmo Battaglia scrive una lettera a don Pino


“Caro don Pino, uomo disarmato davanti a uomini armati,
un sorriso davanti alla morte.
Possono spezzarti il corpo,
ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino”

Nella Chiesa Cattedrale la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi presieduta dall'Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Domenico Battaglia

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XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi

Celebrazione Eucaristica presieduta dal Card. Domenico Battaglia
Arcivescovo di Napoli

Chiesa Cattedrale, 15 settembre 2026


E’ stato il Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, a presiedere nella Chiesa Cattedrale di Palermo la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi. In luogo dell’omelia, il Card. Battaglia ha offerto una sua “lettera” a don Pino Puglisi:

Lettera a don Pino Puglisi

Questa sera avrei potuto pronunciare un discorso.

Avrei potuto parlare del beato Giuseppe Puglisi, del sacerdote, dell’educatore, del martire. Avrei potuto ricordare le date, ricostruire gli avvenimenti, cercare parole solenni per raccontare ciò che accadde qui, trentatré anni fa.

Ma ci sono uomini dei quali non si riesce a parlare al passato.

Uomini che, quando li chiami per nome, sembrano voltarsi.

Per questo ho scelto di non pronunciare un discorso su don Pino. Ho scelto di scrivergli una lettera. Perché le lettere si scrivono a chi è lontano, è vero. Ma qualche volta si scrivono anche a chi è diventato così vicino da non poter essere raccontato: soltanto chiamato.

E allora permettetemi di cominciare così.

Caro don Pino.

Caro don Pino,

sono passati trentatré anni.

Gli uomini li contano così, gli anni: uno dopo l’altro. Li mettono in fila per convincersi che il tempo proceda diritto e che ciò che è accaduto rimanga indietro.

Ma il tempo di Dio non cammina in quel modo.

Il tempo di Dio torna.
Riapre le porte.
Raccoglie le parole lasciate cadere.
Fa germogliare ciò che credevamo sepolto.

Per questo, Pino, tu non sei rimasto indietro.

Sei ancora qui.

Sei nella voce di un ragazzo che rifiuta il primo favore della mafia. Sei nelle mani di una madre che protegge suo figlio dalla strada. Sei in un insegnante che non si rassegna. Sei in un prete che apre una porta quando tutti gli consigliano di chiuderla.

Sei in ogni uomo che, davanti al male, non domanda se riuscirà a vincere.
Domanda soltanto da quale parte deve stare.

Tu avevi capito una cosa semplice e terribile: la mafia non comincia con una pistola.

Comincia molto prima.

Comincia quando a un bambino viene rubata la possibilità d’immaginare una vita diversa.

Cosa Nostra.
Poltrona di paura.
Altare di omertà.
Scuola di miseria educativa.

Eppure, dentro quella poltrona di paura, abitava il tuo sorriso obliquo.

Camicia chiara, fronte larga, capelli in lite perpetua con il vento di mare.

Portavi in tasca palloni sgonfi e Vangeli consunti. Li rovesciavi nelle mani dei ragazzini come semi in un campo che tutti chiamavano perduto.

Insegnavi loro a leggere il giornale, perché imparassero a leggere anche il mondo. Nessun proclama. Nessuna scorta. Soltanto il Vangelo appeso al filo del quotidiano.

E bastò.

Bastò a smascherare l’invincibilità dei boss. Avevano compreso che un bambino capace di leggere, giocare, scegliere e alzare la testa sarebbe diventato un uomo impossibile da mettere in ginocchio.

Ed ecco il paradosso: quando il potere si accorse di quel prete disarmato, ne decretò la condanna. Perché un Vangelo che cammina scalzo per il vicolo, che ride al sole con i bambini, spezza più catene di mille comizi.

C’è un’intelligenza sovversiva nel dono gratuito: non si compra, non si ricatta, non si arresta. Il male la teme più del piombo.

Fu allora che decisero di fermarti.

Quella sera era il tuo compleanno. Tornavi a casa. Ti aspettavano davanti al portone.

Tu li vedesti.
E sorridesti.

«Me l’aspettavo».

Forse il Vangelo intero è racchiuso in quell’istante.

Un uomo disarmato davanti a uomini armati. Un sorriso davanti alla morte. La certezza che possono spezzarti il corpo, ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino.

Ti uccisero, Pino.

Ma sbagliarono i calcoli.

Pensavano che eliminando un uomo avrebbero cancellato un segno. Non sapevano che i segni di Dio funzionano al contrario: quando vengono spezzati, si moltiplicano.

Come il pane.

Da quella sera sei diventato pane.
Pane per Palermo.
Pane per la Chiesa.
Pane per quanti continuano a vivere nelle periferie dimenticate, dove lo Stato arriva tardi e la criminalità arriva sempre puntuale.

Vengo da Napoli, Pino. Da una città bellissima e ferita, così simile alla tua. Anche lì conosciamo quartieri nei quali nascere può sembrare già una condanna. Anche lì ci sono ragazzi ai quali il male offre un lavoro prima che il bene riesca a offrire una speranza.

Le periferie si assomigliano tutte.

Cambiano i nomi delle strade, ma le madri piangono allo stesso modo. I ragazzi hanno la stessa fame di futuro. E il male usa sempre la medesima menzogna: convincere gli ultimi che non esista nessun’altra possibilità.

Tu ci hai insegnato che la Chiesa deve stare precisamente lì.

Non a osservare le ferite da lontano.
Non a organizzare convegni sulla sofferenza degli altri.
Non a benedire l’ordine apparente delle cose.

Deve stare dentro la ferita.

Deve conoscere i nomi. Deve entrare nelle case. Deve sedersi accanto a chi non conta. Deve sporcarsi le mani di vita, anche quando la vita è confusa, arrabbiata, persino colpevole.

Una Chiesa che non disturba il potere rischia di non consolare più nemmeno i poveri.

Tu disturbavi.

Disturbavi perché eri libero. E gli uomini liberi sono insopportabili per chi governa attraverso la paura.

Non avevi bisogno di gridare. Ti bastava esserci.

In un mondo nel quale tutti volevano essere qualcuno, tu avevi scelto di essere accanto a qualcuno.

Forse è questa la santità.
Non salire, ma scendere.
Non farsi vedere, ma vedere.
Non chiedere agli altri di venire, ma andare a cercarli.

Oggi siamo venuti qui per ricordarti. Ma tu, probabilmente, ci domanderesti di non perdere troppo tempo a ricordare.

Ci indicheresti ancora i bambini.

Ci diresti che la memoria è vera soltanto quando diventa responsabilità. Che deporre un fiore non basta, se poi lasciamo soli coloro per i quali sei morto. Che pronunciare il tuo nome può diventare persino una forma elegante di tradimento, se non abbiamo il coraggio di continuare ciò che hai cominciato.

Avevi detto: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».

Non chiedesti a tutti di fare tutto.

Chiedesti a ciascuno di fare qualcosa.

È in quel “qualcosa” che oggi si misura la nostra fedeltà.

Qualcosa per un ragazzo che sta per perdersi.
Qualcosa per una famiglia soffocata dalla povertà.
Qualcosa per chi denuncia e rimane solo.
Qualcosa per liberare le nostre comunità dal favore, dall’omertà e dalla rassegnazione.
Qualcosa, anche piccolo, purché sia vero.

Perché il bene non ha sempre bisogno di gesti straordinari.

Talvolta gli basta una porta aperta.

La tua porta.

Caro Pino, veglia sulle nostre città.

Veglia su Palermo e su Napoli. Sui vicoli nei quali la bellezza e il dolore abitano nella stessa casa. Sui sacerdoti stanchi, perché non dimentichino per chi sono diventati sacerdoti. Sulla Chiesa, perché non cerchi protezione presso i potenti e non perda mai la libertà di chiamare il male con il suo nome.

Veglia soprattutto sui bambini.

Quando qualcuno dirà loro che non possono cambiare la propria storia, aiutaci a essere lì. A dire il contrario. A raccontare che esiste sempre un’altra strada e che nessun uomo nasce per appartenere alla mafia, alla camorra o alla paura.

Aiutaci a non limitarci a commemorare il tuo martirio.

Insegnaci a renderlo inutile.

Inutile, sì.

Perché nessun altro sacerdote debba morire per aver difeso i bambini. Perché nessun ragazzo debba scegliere tra la fame e il crimine. Perché nessuna madre debba inginocchiarsi davanti alla bara di un figlio.

Quel giorno, Pino, il tuo sangue avrà finalmente terminato di gridare.

E resterà soltanto il sorriso.

Quel sorriso con cui accogliesti persino chi veniva a ucciderti. Non il sorriso di chi si arrende, ma quello di chi sa che il male è già sconfitto, anche quando sembra avere in mano l’ultima parola.

Perché l’ultima parola non appartiene agli assassini.
Non appartiene alla paura.
Non appartiene alla morte.

L’ultima parola appartiene sempre alla vita.

Buon compleanno, Pino.

Continua a camminare con noi.

E quando ci vedrai stanchi, prudenti, tentati di voltarci dall’altra parte, torna a ripeterci la tua frase più semplice.

Ognuno faccia qualcosa.

Noi proveremo a farlo.

Perché si possa fare molto.
Perché si possa fare tutto.
Insieme.

Don Mimmo
(fonte: Chiesa di Palermo Ufficio Stampa 15/09/2026)

lunedì 7 settembre 2026

Don Mimmo Battaglia: Convertite la guerra in pace, non chiamate danni collaterali le madri che scavano tra le macerie per salvare i figli

Il cardinale e arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia lancia un appello contro la guerra: "Spegnete i cannoni e mettete la vita umana al centro"

Convertite la guerra in pace, 
non chiamate danni collaterali le madri
che scavano tra le macerie per salvare i figli

Grandissimo intervento del Cardinale e Arcivescovo di Napoli: Domenico Battaglia.
Altro che la "madre cristiana" dei miei stivali!

Cardinale Napoli - ph A. de Cristofaro

"E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».

Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.

Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.

E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.

Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.

Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.

Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.

Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.

Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda:
«Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.

Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.

A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono".

Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, Mons. Domenico Battaglia
(fonte: IL GIORNALE D'ITALIA 30/08/2026)

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Per completezza dell'informazione in realtà abbiamo rintracciato nel sito della Chiesa di Napoli riportato, in data 08/07/2025, l'intervento sulla pace di don Mimmo Battaglia pubblicato sul quotidiano Avvenire "SE NON PER DIO, FATELO PER CIÒ CHE D’UMANO RESTA NELL’ UMANITÀ…" con una versione più estesa da cui riteniamo sia stato tratto il brano che però stiamo ugualmente proponendo in questo post perché purtroppo ancora tristemente attuale.

Per chi volesse leggere integralmente l'articolo succitato, volentieri ne riproponiamo qui il link.


mercoledì 2 settembre 2026

ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO

Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati



Caro Angelo,

domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.

Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.

Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza.

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.

Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.

Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità.
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.

Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.

E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.
Ci sei tornato.

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.

Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.

Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani.
Forse tutta la fede cristiana sta lì.

Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.

Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.

Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.

Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.

Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.

Ti sei avvicinato.

E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.

Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.

Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.

Tu lo facevi.

Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza.

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.

Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.

Amico.
Padre.
Fratello.

Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.

Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.

Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.

Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.

E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.

Adesso rimane il silenzio.

Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.

Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.

Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.

È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.

Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.

Fino a fare una vita.

La tua.

Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.

C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.

Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.

Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.

Chissà cosa vi sarete detti.

Anzi, spero niente.

Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.

E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.

Vai, Angelo.

O forse no.

Torna.

Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.

E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.

Perché certe carezze non finiscono.

Cambiano distanza.

Ciao, Angelo.

Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

Mimmo
(fonte: Chiesa di Napoli 01/09/2026)

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Vedi anche il post precedente: