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giovedì 17 settembre 2026

UDIENZA GENERALE 16/09/2026 Leone XIV: La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 16 settembre 2026

La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sui documenti conciliari soffermandosi sul secondo capitolo della «Gaudium et spes»


«La diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita». Lo ha evidenziato Leone XIV all’udienza generale di stamane, mercoledì 16 settembre, in piazza San Pietro.

Rientrato in Vaticano — al termine della giornata di martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo —, il Papa ha proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, soffermandosi sul secondo capitolo della costituzione pastorale Gaudium et spes e approfondendo il tema «La comunità umana (GS, 23-32)».

Rivolgendosi ai venticinquemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Pontefice ha parlato dello sviluppo tecnologico, della diffusione dei mass media e dei social media e del sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale che da una parte «aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze» e dall’altra tendono a far diventare le relazioni «sempre meno personali, più virtuali» con il rischio «di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». Di conseguenza, ha aggiunto il vescovo di Roma, «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire».


Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 16/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 3. La comunità umana (GS, 23-32)


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dedicando il secondo capitolo alla “comunità umana”, la Costituzione Gaudium et spes (GS) invita a considerare il «moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini» come «uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi» (n. 23). Questa realtà necessita però di trovare il suo compimento «più profondamente nella comunità delle persone», per la quale è indispensabile «un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» (ibid.).

Sono affermazioni che, ai nostri giorni, vedono accresciuta la loro urgenza. Da una parte, infatti, lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana. Fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è, a tale riguardo, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire.

Il Concilio invita ad attingere criteri e forza dal progetto creatore di Dio, il quale ha voluto che «tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli»; per questo «l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento», che in Cristo ha avuto la sua piena rivelazione e la sua compiuta attuazione (cfr GS, 24).

Il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli. La storia, anche più recente, conferma questa verità in maniera chiara e, perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che «la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali» (GS, 25).

In questa prospettiva, Gaudium et spes afferma che la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita. La contrapposizione, che a volte degenera in violenza, è un frutto del potere del peccato e di come esso condiziona le mentalità e le azioni, a tutti i livelli, causando distruzione e morte. Occorre aprirsi sempre più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come accade anche tra le diverse membra del corpo umano (cfr 1Cor 12,21-25).


In questo punto, la Costituzione pastorale offre anche una sintetica definizione di “bene comune”, ricordando che esso consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS, 26). Nello stesso tempo, riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che «ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana» (GS, 26).

A partire da questa impostazione, i Padri conciliari indicano poi alcune «conseguenze pratiche di maggiore urgenza» (GS, 27). Anzitutto, il rispetto della persona umana. Dice Gaudium et spes: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose» (ibid.).

Seconda conseguenza: il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri (cfr GS, 28).

In terzo luogo: la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale. Dice il Documento: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio» (GS, 29).

Infine, i Padri conciliari esortano a superare la mentalità individualistica e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione (cfr GS, 30-31).

Cari fratelli e sorelle, questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato. Essa aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune. Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano (cfr GS, 30).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, specialmente ai sacerdoti del Pontificio Collegio Messicano e ai Seminaristi del Pontificio Collegio Urbano “de Propaganda Fide”: nel formulare i migliori auguri per i vostri studi, vi assicuro il ricordo nella preghiera. Saluto, poi, i Religiosi dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, incoraggiandoli nella sequela di Cristo e nel servizio alle persone più fragili; i fedeli della Parrocchia Santissima Annunziata in Buonabitacolo, venuti per far benedire la Statua della Madonna del Carmine, auspicando per ciascuno una rinnovata devozione verso la Madre di Dio; i partecipanti al Corso per l’assistenza farmaceutica, esortando a integrare competenza scientifica, prossimità e visione integrale della persona umana.

Accolgo con affetto i Cappellani delle carceri italiane, accompagnati dal direttore generale don Raffaele Grimaldi. Carissimi, vi esprimo la mia viva riconoscenza per il vostro importante apostolato in questi luoghi di umana sofferenza: siate sempre presenza viva del Vangelo e della speranza cristiana. In particolare, sono grato all’Ispettorato Generale dei Cappellani e a tutti voi, per la preziosa collaborazione, che rendete a me e alla Segreteria di Stato, nel soccorrere spiritualmente le esistenze travagliate di tanti fratelli e sorelle detenuti che scrivono al Papa per raccontare i loro drammi e le loro ferite.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Nei giorni scorsi, la liturgia ci ha fatto meditare sul mistero della Croce e sui dolori della Madre del Signore. La croce di Cristo e l’esempio della Vergine Addolorata, illuminino la vostra esistenza, cari giovani; vi sostengano nelle prove quotidiane, cari ammalati; e siano di stimolo per voi, cari sposi novelli, ad un’esistenza familiare coerente con i principi evangelici.

A tutti la mia Benedizione.


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giovedì 10 settembre 2026

UDIENZA GENERALE 09/09/2026 Leone XIV: Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 9 settembre 2026


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Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sulla «Gaudium et spes»

Intelligenza, coscienza e libertà: sono le tre espressioni più significative della «dignità della persona» richiamate dalla Gaudium et spes e rilanciate da Leone XIV all’udienza generale in piazza San Pietro, con un rinnovato appello a promuovere e difendere sempre questo unico e indelebile dono divino.

Rientrato in Vaticano la sera — al termine della giornata del martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo — il Papa ha proseguito le catechesi sui documenti conciliari e si è soffermato sul primo capitolo della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, dedicato proprio alla dignità della persona umana. A motivarlo in tal senso, ha detto, la constatazione che «il percorso da compiere» indicato dai padri del Vaticano II «non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione».

In proposito il Pontefice ha spiegato ai ventiduemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media come tale dignità sia «affidata alla responsabilità di ciascuno» e al contempo essa esiga «solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione».

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 09/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 2. La dignità umana: dono e responsabilità


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), dedicando il primo capitolo alla dignità della persona umana, sottolinea che essa è base e condizione di quei «valori che oggi sono più stimati», ma necessitano di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla «corruzione del cuore umano» (GS, 11).

Il cammino che ha permesso di evidenziare i tratti e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana. Tuttavia, il percorso da compiere non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione.

La Chiesa offre con chiarezza il suo contributo, ricordando che la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona. Ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente Enciclica Magnifica humanitas: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50). L’infinita dignità dell’essere umano, dunque, si radica nella sua identità di creatura fatta «“ad immagine di Dio” capace di conoscere e di amare il suo Creatore», progetto e dono di amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS, 12).

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, in quanto il Figlio «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri, dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali. Essere persona significa percepire se stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio.

Tale dignità è affidata alla responsabilità di ciascuno: allo stesso tempo, essa esige anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione. Infatti, per le scelte contro la sua dignità operate lungo la storia, ancora oggi «l’uomo si trova diviso in se stesso» e «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Questa condizione fragile e limitata, però, può essere guardata con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo” (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato» (GS, 13).

La Costituzione Gaudium et spes, inoltre, afferma che la dignità umana riguarda la totalità della persona e, perciò, vanno superate le visioni dualistiche: l’essere umano è «unità di anima e di corpo». La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona: «non è lecito […] disprezzare la vita corporale dell’uomo», e occorre «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno», vigilando che esso non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (GS, 14) dal momento che tutti noi siamo feriti dal peccato.

Infine, tre sono le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et spes richiama: l’intelligenza, che rende l’essere umano cercatore insaziabile della verità (n. 15); la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita (n. 16); la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni (n. 17). Sono dimensioni strettamente connesse tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità. Lo Spirito Santo, che dà vita in Cristo, ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio, affrancandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso: solo in Lui trova vera luce il mistero dell’uomo, da Lui riceviamo luce sull’enigma del dolore e della morte e con Lui andiamo incontro alla risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, creati a immagine di Dio, per mezzo di Cristo e in vista di Lui, abbiamo ricevuto una dignità unica e indelebile. Impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce e la forza del Vangelo.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto ...

Cari fratelli e sorelle, siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità di figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo.

Il mio pensiero va, infine, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la Festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria; il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita.

A tutti la mia benedizione!


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giovedì 3 settembre 2026

UDIENZA GENERALE 02/09/2026 Leone XIV: smascherare le contraddizioni di oggi, la guerra non costruisce la pace

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 2 settembre 2026


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Il Papa: smascherare le contraddizioni di oggi,
la guerra non costruisce la pace

All’udienza generale in Piazza San Pietro, Leone XIV inaugura un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale Gaudium et spes. Esorta la comunità ecclesiale a farsi carico delle storture contemporanee: il progresso aperto a pochi, l’impari distribuzione delle ricchezze, l’illusione “che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”. “Non è possibile – afferma - restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore e lasciarsi interpellare"


Dalla Basilica Vaticana a Piazza San Pietro. L’udienza generale del Papa torna nell’emiciclo berniniano dopo il caldo mese di agosto. Uno spostamento che coincide con l’inizio di un ciclo di catechesi dedicato alla Gaudium et spes, la costituzione pastorale promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, con cui il Concilio Vaticano II intendeva approfondire il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. A bordo della papamobile, Leone saluta i fedeli, circa 20 mila, che partecipano all’udienza generale. Le prime righe del documento conciliare – la Chiesa sente come proprie "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" - sono “condivisione con l’umanità” che è la via che Cristo chiede alla Chiesa, afferma il Pontefice.

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo.

Farsi carico delle difficoltà altrui

Papa Leone sottolinea che “non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere”.

I credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi».

La benedizione del Papa ad un bambino (@Vatican Media)

Smascherare le contraddizioni

Leggere i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, come richiama la Gaudium et spes, significa – sottolinea Leone XIV – richiamare la Chiesa “a un permanente impegno di conversione”, per testimoniare che non è mossa da ambizioni terrene ma intende continuare l’opera di Cristo, “venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito”. Servire chi è in difficoltà, farsi prossimo alle persone povere non è – evidenzia il Pontefice – “una disposizione semplicemente morale” ma, come evidenziato da Papa Francesco, “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica... Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro”.

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo.

La guerra per arrivare alla pace

Papa Leone dà concretezza alle parole, con gli esempi spiega le contraddizioni di questo tempo. Si sofferma “sul progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni” e non sempre a servizio dell’uomo; il disorientamento di fronte alle “leggi della vita sociale” che seppur chiare sono accompagnate da incertezze; una maggiore disponibilità di ricchezze e possibilità ma che lascia una fetta di mondo nella fame e nella miseria.

Oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

L’annuncio del Vangelo per farsi prossimi

Da qui il richiamo al ruolo della Chiesa in “un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri”, a servire l’uomo “ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”.

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Il saluto dei Papa ai pellegrini presenti (@Vatican Media)

I saluti nelle varie lingue

In lingua inglese, il Papa si rivolge alla delegazione della Piattaforma interreligiosa per il dialogo e la cooperazione nel mondo arabo. Manifesta il suo apprezzamento pe la sua vicinanza all’opera del Centro Internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il Dialogo Interreligioso e Interculturale.

Nel saluto ai pellegrini polacchi, Leone ricorda l’inizio dell’anno scolastico, auspicando che “la frequenza delle lezioni di religione e della catechesi possa ampliare gli orizzonti, approfondire la conoscenza di Dio e del mondo nonché preparare a ricevere con frutto i sacramenti e a partecipare alla vita della comunità”.

Ai fedeli in lingua italiana ha ricordato la memoria del Papa San Gregorio Magno, che cade domani, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Leone sottolinea che è detto “il grande” perché capace di essere pastore in tempi difficili per la società e la Chiesa. “Una grandezza che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 02/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Papa Leone nel corso dell'udienza generale (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai «profeti di sventura» che, «sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). Da qui il compito affidato ai Padri conciliari: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Tre anni dopo, la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18).

In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, Gaudium et spes richiama il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da «nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 198).

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre «a suo servizio»; o una conoscenza più chiara delle «leggi della vita sociale», accompagnata però da incertezze «sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica», che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia «una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria» (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, […] facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai gruppi parrocchiali: tutti esorto a modellare la vita sul Vangelo per essere nella società seminatori dell’amore di Cristo.

Saluto, poi, i volontari dell’Associazione “Abeo” di Verona, esprimendo apprezzamento per l’opera in favore dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero.

A tutti la mia benedizione!


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giovedì 27 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 26/08/2026 Leone XIV: La liturgia è veicolo fondamentale di evangelizzazione

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 26 agosto 2026


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All’udienza generale il Papa prosegue le catechesi sui documenti del Vaticano II e offre un’ultima riflessione sulla «Sacrosanctum Concilium»

La liturgia è veicolo
fondamentale
di evangelizzazione

La liturgia è «un fondamentale veicolo di evangelizzazione». Lo detto Leone XIV stamane, all’udienza generale del mercoledì, svoltasi nella basilica Vaticana.

Proseguendo il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha offerto un’ultima riflessione sulla costituzione Sacrosanctum Concilium ed ha approfondito il tema della riforma liturgica, esortando i fedeli a partecipare ai riti in modo non passivo, né come estranei o «muti spettatori». Le azioni liturgiche, infatti, sono «celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”».

Sottolineando che la riforma liturgica promossa dal Vaticano II si pone «nel solco della tradizione vivente della Chiesa», il Pontefice ha rimarcato che «la sua retta comprensione» permette di rigettare gli abusi che portano ad assolutizzarne i principi basilari.

Nei saluti ai gruppi di pellegrini presenti, il Vescovo di Roma ha poi menzionato i «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», redatti 70 anni fa dal cardinale Stefan Wyszyński, e ne ha evidenziato l’impegno «per la giustizia e la fraternità». Infine ha ricordato i santi Monica e Agostino, la cui memoria liturgica ricorre rispettivamente il 27 e il 28 agosto.

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica


Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).
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[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.
[2] Ibid.
[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i partecipanti all’incontro estivo per Seminaristi, gli Ospiti della Residenza “Regina coelorum” di Santa Marinella e i diversi gruppi parrocchiali.

Saluto, altresì, i cresimati della Diocesi di Chiavari, accompagnati dal loro Vescovo. Cari ragazzi, con la cresima avete ricevuto il dono più bello, lo Spirito Santo: non è un tesoro da tenere nascosto, ma una luce che dovete far risplendere ogni giorno.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani e dopo domani la liturgia fa memoria di due grandi Santi, santa Monica e sant’Agostino, uniti in terra da vincoli familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria. Il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per testimoniarla con gioia nella vita di ogni giorno.

A tutti la mia benedizione!



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giovedì 20 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 19/08/2026 Leone XIV: "Il canto e la musica sintonizzano il cuore con quello dei fratelli e con Dio ..."

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 19 agosto 2026


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Leone XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II.

II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.

6. La musica sacra


Cari fratelli e sorelle,

il sesto capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra. Esso afferma: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112) e specifica: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.).

Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare.

Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura.

Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121).

Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede.

Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio al tema della partecipazione attiva dei fedeli (cfr n. 114). Essa «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana» (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli» (ibid. 55). Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: «Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e «un sacro silenzio» (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio.

Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC, 120).

Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata «educazione del senso religioso» (SC, 119) e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre» (ibid.).

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito «di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19).

A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica» (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3).

Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» (SC, 115), e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr ibid.).

Cari fratelli e sorelle, i Padri della Chiesa hanno tenuto in grande considerazione il canto liturgico, simbolo della comunione ecclesiale. Perciò possiamo concludere con queste belle espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo» (Lettera agli Efesini, 4, 2).


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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Figlie della Divina Provvidenza, riunite per il loro Capitolo Generale, e le incoraggio a ravvivare la fiamma della carità che ha caratterizzato la vita della Fondatrice, la Venerabile Madre Elena Bettini.

Saluto, altresì, i religiosi passionisti e i cappuccini; i fedeli delle parrocchie di Macchia Valfortore, Castello di Godego e quelli dell’Unità pastorale di Ponteranica, come pure il coro Serpeddì di Sinnai. Tutti invito a testimoniare con gioia l’amore di Cristo per ogni creatura.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Desidero rivolgere a ciascuno l’invito a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace. Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 12 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 12/08/2026 Leone XIV: "Fondamentale la Messa domenicale, partecipi anche chi lavora"

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 12 agosto 2026

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Il Papa: Fondamentale la Messa domenicale,
partecipi anche chi lavora

All’udienza generale il Papa dedica la sua catechesi all’anno liturgico che ripropone ciclicamente “la pedagogia della storia della salvezza” realizzatasi in Cristo. Ne è “fondamento” e “nucleo”, la domenica, giorno in cui si rievoca la risurrezione di Cristo, che va santificata con la celebrazione dell’Eucaristia. Dal Pontefice l’invito “a ricercare le migliori condizioni” affinché anche coloro che “non hanno possibilità di astenersi dal lavoro” possano prendervi parte

Il Papa mentre saluta alcuni pellegrini (@VATICAN MEDIA)

È “il ciclo delle feste cristiane”, è “ritmato dalle domeniche” e nella sua storia “si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Spiega così Leone XIV, all’udienza generale, cos’è l’anno liturgico, che deve il suo nome alla diffusione dell’omonima opera sulle festività e i tempi della Chiesa dell’abate benedettino Prosper Guéranger. Nella sua sesta catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, tenuta questa mattina, 12 agosto, nella Basilica di San Pietro, proseguendo la serie dedicata ai Documenti del Concilio Vaticano II, il Papa, dopo aver percorso la navata centrale salutando i fedeli e benedicendo oggetti di culto e rosari, si sofferma sul “valore” dell’anno liturgico “nella vita di ogni credente”. Richiama, a tal proposito, l’Enciclica Mediator Dei del suo predecessore Pio XII e ribadisce che “non si tratta di ‘una fredda e inerte rappresentazione di fatti” del “passato”, di “una semplice rievocazione di realtà d’altri tempi’”, piuttosto l’anno liturgico è “Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato”, per avvicinare “le anime umane” ai “suoi misteri” e farle così “vivere”.

L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia.

Il fondamento dell’anno liturgico

La Chiesa, allora, pone “al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale” perché la sua “finalità” è “l’incontro con Gesù, morto e risorto per noi”, aggiunge il Pontefice, che si sofferma, quindi, sul senso della domenica. Definita dai Padri conciliari “fondamento e nucleo dell’anno liturgico”, “il giorno di festa primordiale”, Leone raccomanda di osservarla.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa.

Leone XIV sull'Altare della Confessione della Basilica Vaticana (@Vatican Media)

Favorire la partecipazione alla messa domenicale

L’assemblea della comunità cristiana “non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale”, non è “un raduno meramente passivo” e può dirsi “liturgica” se c’è un’“attiva partecipazione” di persone convocate “insieme a ‘rendere grazie a Dio’”, per essere state da Lui generate “mediante la risurrezione di Cristo”, sottolinea il Pontefice, che invita i credenti a partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale.

Esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Il giorno che rivela il senso del tempo

La domenica è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”, e il Papa fa notare che “anche in quelle lingue” in cui nel denominarla “ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’”, come in inglese, sunday, e in tedesco, sonntag, si scorge “il legame con Cristo”, “il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo”. E per rimarcare ancora l’importanza della domenica, il Pontefice cita la Lettera apostolica Dies Domini di Giovanni Paolo II, il quale insegna la domenica è il “giorno della Chiesa, giorno dell’uomo”, il “giorno dei giorni”, “la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti”, “il giorno che rivela il senso del tempo” e che “sgorgando dalla Risurrezione … fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo”.

La Basilica di San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

La pedagogia della storia della salvezza

È a partire dalla domenica, dalla “celebrazione della Pasqua settimanale” che si è sviluppato l’anno liturgico, chiarisce inoltre Leone. Sono stati aggiunti, infatti, la celebrazione “della Pasqua annuale, ‘massima solennità’”, “preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale” e seguita dai “cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste”, e poi il “ciclo natalizio”, nato “sul modello di quello pasquale” e che consente “di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”. Successivamente “la Chiesa ha inserito” nei vari “tempi la venerazione della beata Vergine Maria, ‘congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo””, e ancora “le memorie” di “martiri” e “santi”

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Il principio ispiratore di ogni azione pastorale

Insomma, nell’anno liturgico “la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo” e permette così “ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente”, conclude il Papa. Per tale motivo proprio l’anno liturgico è “il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 12/08/2026)

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 6. L’anno liturgico

Leone XIV mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle,

il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente.

Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come “anno liturgico” si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875).

Nell’Enciclica Mediator Dei, Papa Pio XII afferma che non si tratta di «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato o una semplice […] rievocazione di realtà d’altri tempi. [L’anno liturgico] è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato […] in questa vita mortale […], allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti» (III Divinum Officium et Annus Liturgicus, II Cyclus Mysteriorum). L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia (cfr SC, 102c). L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale.

Perciò i Padri conciliari considerano «fondamento e nucleo dell’anno liturgico» proprio la domenica, «il giorno di festa primordiale» (cfr SC, 106). In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al “giorno del sole” (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero “sole di giustizia” che illumina ogni uomo!

San Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998), insegna che la domenica è giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, “giorno dei giorni”: «Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. […] Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía» (n. 75), quando tutti risorgeremo.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum (cfr SC, 106), cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a «rendere grazie a Dio che li ha generati, “mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3)» (ibid.).

A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, «massima solennità» (SC, 102), estesa al “lietissimo spazio” di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale (cfr SC, 109). Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo. La Chiesa ha inserito poi nei diversi tempi la venerazione della beata Vergine Maria, «congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo» (SC, 103) e «le memorie dei martiri e degli altri santi che […] in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi» (SC, 104).

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Fratelli di San Gabriele, provenienti dall’Asia e dall’Africa, che ricordano il 25° anniversario di professione religiosa, e li incoraggio a perseverare con gioia nella missione al servizio del Vangelo.

Saluto, altresì, i partecipanti al Campo internazionale promosso dall’Opera per la gioventù “Giorgio La Pira” e il gruppo “Il Cenacolo” di Maropati.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tra qualche giorno celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Mi è caro esortarvi a rivolgere con costanza la vostra preghiera alla Madre di Dio, seguendone l’esempio nell’accogliere pienamente la vocazione alla “familiarità” con il Signore e alla sollecitudine verso il prossimo.

A tutti la mia benedizione!

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