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venerdì 19 agosto 2022

Enzo Bianchi: L’odio in nome di Dio è il più feroce

Enzo Bianchi

L’odio in nome di Dio è il più feroce


La Stampa - 14 Agosto 2022

A due giorni dal tentato omicidio di Salman Rushdie, non sappiamo ancora la matrice di questo terribile gesto, e non conosciamo le ragioni precise per cui l’attentatore, un giovane pakistano, può aver deciso di salire sul palco per colpire chi stava per tenere una conferenza nell’ambito di un festival letterario. Sappiamo bene che su Salman pendeva una taglia di tre milioni di dollari, una fatwa emessa dall’autorità politico-religiosa dell’Iran, confermata e rinnovata da Khomeini. Perché?

Lo ricordiamo tutti: Salman, scrittore affermato, pubblica un romanzo che si rifà ad alcune testimonianze sulla vita di Maometto soggetta a tentazioni e a un patteggiamento con l’idolatria che smentisce il suo proclamato monoteismo. Il libro viene giudicato blasfemo nei confronti del Profeta e perciò bandito dall’Iran, e da Khomeini viene diramato ai musulmani l’invito a ucciderlo con la promessa di un compenso di tre milioni di dollari.

Da allora la vita di Salman – e ne dà prova l’attentato a due dei suoi traduttori e a un suo editore – è stata una vita da proteggere: Salman dopo una fuga dall’India si rifugia negli USA dove pensa di essere abbastanza al sicuro, ma quest’ultimo evento mostra che la fatwa non è stata dimenticata. Un giovane si sente autorizzato a fare giustizia, a vendicare l’offesa al Profeta fino a compiere il gesto del tentato omicidio.

Certo noi non abbiamo ancora preso pienamente coscienza del potere violento dell’ideologia religiosa: oggi le religioni si incontrano, fanno patti e alleanze in un clima di dialogo e di pace, ma non dovremmo mai dimenticare il potenziale di violenza che in esse si cela, che non è facile individuare e che sempre può risorgere.

E questo va detto di tutte le religioni, perché anche quello che avviene tra Russia e Ucraina sovente fa emergere un fondamentalismo religioso, questa volta cristiano, che arriva poi a esprimersi in quel fanatismo che benedice cannoni e missili in nome di Dio, maledice il nemico e si abbandona a una barbarie che sconfessa ogni umanità!

Quando la religione si fa politica, quando si verifica questa miscela tra religione e ideologia di matrice nazionalista o con pretese culturali e morali, allora l’epifania della violenza si impone.

E si rammenti che se gli umani sanno essere malvagi, gli uomini religiosi lo sanno essere molto di più, perché pensano che il loro odio sia autorizzato da Dio, e dunque non pongono un freno alla violenza con la ragione umana. In tutte le religioni, purtroppo, ci sono uomini che in nome della propria autorità religiosa si arrogano il diritto di condannare qualcuno, di espellerlo fino a distruggerne l’esistenza, e se potessero arriverebbero anche a ucciderlo pur di non essere disturbati e contestati nell’esercizio del loro potere e del loro dominio sacrale.

Con ogni probabilità questo giovane statunitense di origini libanesi non ha ubbidito a un piano preciso, affidatogli da qualcuno, ma si è sentito in dovere per emulazione di vendicare il Profeta, di porre rimedio a quello che i capi religiosi avevano definito “un’offesa irreparabile” che meritava una condanna a morte.

Sì, qui non si tratta di accusare l’Islam di intolleranza e di violenza, ma di esercitare un discernimento per arrivare a una consapevolezza sulle religioni: in esse può albergare il germe del “Dio con noi!”, della difesa anche violenta di una verità che abbaglia fino ad accecare, una verità che chi crede di possederla vuole onorare anche con la violenza.
(fonte: blog dell'autore)


giovedì 18 agosto 2022

Enzo Bianchi - Un limite al desiderio

Enzo Bianchi
Un limite al desiderio


La Repubblica - 08 agosto 2022

Ultimamente mi ha sorpreso un spot pubblicitario televisivo che in modo martellante mostra una scena: in un supermercato una bambina in estasi sta davanti a uno scaffale di prodotti dolciari… poi un attimo di silenzio in attesa della voce della mamma che chiede alla bambina: “E quale vorresti?”. E la bambina, esplodendo in un grido gioioso: “Tutti!”

Ho subito percepito l’insensatezza di un messaggio del genere. C’è un desiderio e alla domanda che chiede di scegliere, la risposta è: “Tutti!”. Tutto e subito. Lo dice l’istinto, lo fa suo il desiderio e lo esprime. L’istinto è una forza dominante, è un sentimento personale, intimo, che scaturisce dalle profondità animali della persona, e che dunque va assunto, disciplinato, educato. Altrimenti lo si enfatizza, diventa brama di “tutto e subito”, e non conosce più limite: l’istinto diventa così cupidigia, brama, voracità di possesso e dunque anche amore del denaro. Chi è assalito da questo istinto e non riesce a dominarlo e razionalizzarlo viene trascinato a possedere, consumare, fare suo ciò che desidera e non ha, e per averlo diventa anche capace di ricorrere alla violenza. L’ebrezza del “tutto” fa sognare l’impossibile, esclude ogni possibilità di condivisione, non riconosce la presenza dell’altro con lo stesso desidero verso il medesimo oggetto.

Chi vuole tutto di fatto vuole realizzare il suo desiderio senza tener conto degli altri, del prossimo, del limite che contraddistingue ogni azione dell’umano. In ogni caso l’oggetto o la persona desiderati con cupidigia emergono come forze dominanti fino a produrre, in chi desidera, l’alienazione.

Comprendiamo allora l’assillante invettiva dei profeti di Israele contro la cupidigia o il desiderio del tutto (questa la vera idolatria!), perché per loro proprio nella cupidigia sta il non riconoscimento dell’altro e del proprio limite, sta la radice dell’ingiustizia e di ogni violenza. Tra le dieci parole donate da Dio a Israele sul Sinai, “non desiderare” (chamad, desiderio che si fa azione) ricorre significativamente due volte: nei rapporti con le cose materiali e nei rapporti con le persone!

Si consideri poi che questa patologia del desiderio che vuole tutto, che non sa porsi dei limiti, non riguarda solo la vita personale, ma anche la vita nella pólis, la vita nella società. È significativo che il premio Nobel per l’economia J. E. Stiglitz abbia pubblicato un noto libro sulla crisi economica intitolato, nell’edizione francese, Le triomphe de la cupidité.

Certo, la dimensione lucrativa del lavoro umano non può essere eliminata, ma proprio l’eccesso del guadagno e dell’interesse, il non mettere né darsi limiti ha portato a una crisi che ha prodotto sofferenza per popoli interi. La voracità che così si è scatenata viene ormai legittimata e la cultura della cupidigia ha impregnato la mentalità delle nostre generazioni facendone scaturire una cultura individualista, incapace di pensare un orizzonte comune.

Nell’educazione dei giovani sarebbe opportuno non offrire “tutto”, ma insegnare a ordinare il desiderio e a scegliere, tenendo conto del bene comune, nella consapevolezza che bisogna porsi un limite perché facciamo parte di un’unica umanità. Volere tutto è il contrassegno di una convivenza in cui l’altro è negato e ne va eliminata la presenza. Noi non possiamo volere “Tutto!”, ma possiamo volere solo accettando di rinunciare al tutto.
(fonte: blog dell'autore)

mercoledì 17 agosto 2022

Don Renato Sacco “In Italia in arrivo altri F35? Non porteranno lavoro, è solo una follia”

Dalla bacheca facebook di Don Renato Sacco
Oggi su La Stampa di Novara... GRANDE articolo su F35... E un mio piccolo commento: "follia".


“In Italia in arrivo altri F35?
Non porteranno lavoro, è solo una follia”

Don Renato Sacco, ex coordinatore di Pax Christi, analizza la notizia dell’acquisto di nuovi velivoli che saranno in parte prodotti a Cameri, nel Novarese


Nei giorni scorsi un contratto per la fornitura di 18 nuovi velivoli F35 all’Italia è stato firmato tra il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e il costruttore Lockheed Martin che in Italia si avvale della forza lavoro, coordinata da Leonardo a Cameri, Foggia, Nola, Venegono Superiore, Torino-Caselle.

Entro il giugno 2025 entreranno in linea di volo nei reparti dell’Aeronautica militare e della Marina i caccia di ultima generazione.

Altri F 35 in arrivo per Aeronautica e Marina: don Renato Sacco, ex coordinatore di Pax Christi, cosa ne pensa?

«Dovrei usare le parole di Papa Francesco che di fronte alla scelta di alcuni Paesi di portare al 2% le spese militari ha detto “Sono pazzi!”. E’ una follia. O potrei aggiungere le parole pronunciate sempre dal Papa a Bari, 2 anni fa, quando definì “grande ipocrisia” quella delle nazioni che a parole sostengono la pace e poi vendono e comprano armi».

L’altro lato della medaglia è che la loro costruzione porta posti di lavoro. Condivide?

«Per niente, contesto in toto questa affermazione. Quanto denaro è stato investito nel sito di Cameri per farlo funzionare? Quanto si investe ancora oggi? Dividiamo queste cifre per i posti di lavoro effettivamente assegnati e vedremo che il costo pro capite per posto è molto più elevato di quello degli altri settori non militari. Gli unici a guadagnarci sono i produttori».

La classe politica si è accorta di questo?

«Assolutamente no. O meglio è complice, succube. Basta guardare ai programmi elettorali dei partiti: la parola pace è usata in modo retorico, azzerata del suo significato, ci si guarda bene dal suggerire la diminuzione di spese militari. Per questo vivo tra indignazione e rassegnazione e quest’ultima non è accettabile».
(fonte: La Stampa di Novara, articolo di Marcello Giordani 17/08/2022)


«La vecchiaia deve rendere testimonianza ai bambini della loro benedizione... Noi vecchi siamo chiamati a questo, a dare il testimone, perché loro lo portino avanti.» Papa Francesco Udienza 17/08/2022 (testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 17 agosto 2022



Un fuori programma durante l'udienza generale di oggi.
All'inizio del saluto dello speaker in lingua italiana un bambino si avvicina al Papa che si rivolge al piccolo accogliendolo con una carezza ed un sorriso e dicendogli: "Come stai? come ti chiami? ti piace stare qui? accomodati", poi fa cenno allo speaker di continuare e nei saluti in lingua italiana aggiunge: "Nell'udienza parlavamo del dialogo tra vecchi e giovani... è stato coraggioso questo bambino eh? e rimane tranquillo eh".

Dopo aver impartito la benedizione finale a tutti i fedeli, Papa Francesco fa il segno di croce anche sulla fronte del piccolo che era rimasto fermo e sereno accanto a lui fino al termine.
 

Francesco fin dal momento della sua elezione alle parole ha affiancato con spontaneità l'eloquenza e la forza dei suoi gesti!
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Catechesi sulla Vecchiaia - 17. L’“Antico dei giorni”. La vecchiaia rassicura sulla destinazione alla vita che non muore più

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Le parole del sogno di Daniele, che abbiamo ascoltato, evocano una visione di Dio misteriosa e al tempo stesso splendente. Essa è ripresa all’inizio del libro dell’Apocalisse e riferita a Gesù Risorto, che appare al Veggente come Messia, Sacerdote e Re, eterno, onnisciente e immutabile (1,12-15). Egli posa la sua mano sulla spalla del Veggente e lo rassicura: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre» (vv. 17-18). Scompare così l’ultima barriera del timore e dell’angoscia che la teofania ha sempre suscitato: il Vivente ci rassicura, ci dà sicurezza. Lui pure è morto, ma ora occupa il posto che gli è destinato: quello del Primo e dell’Ultimo.

In questo intreccio dei simboli – qui ci sono tanti simboli – c’è un aspetto che ci aiuta forse a comprendere meglio il legame di questa teofania, questo apparire di Dio, con il ciclo della vita, il tempo della storia, la signoria di Dio per il mondo creato. E questo aspetto ha proprio a che fare con la vecchiaia. Cosa c’entra? Vediamo.

La visione comunica un’impressione di vigore e di forza, di nobiltà, di bellezza e di fascino. Il vestito, gli occhi, la voce, i piedi, tutto è splendido in quella visione: si tratta di visione! I suoi capelli però sono candidi: come la lana, come la neve. Come quelli di un vecchio. Il termine biblico più diffuso per indicare l’anziano è “zaqen”: da “zaqan”, che significa “barba”. La chioma candida è il simbolo antico di un tempo lunghissimo, di un passato immemorabile, di una esistenza eterna. Non bisogna demitizzare tutto coi bambini: l’immagine di un Dio vegliardo con la chioma candida non è un simbolo sciocco, è un’immagine biblica, è un’immagine nobile e anche un’immagine tenera. La Figura che nell’Apocalisse sta fra i candelabri d’oro si sovrappone a quella dell’“Antico dei giorni” della profezia di Daniele. È vecchio come l’intera umanità, ma anche di più. È antico e nuovo come l’eternità di Dio. Perché l’eternità di Dio è così, antica e nuova, perché Dio ci sorprende sempre con la sua novità, sempre ci viene incontro, ogni giorno in una maniera speciale, per quel momento, per noi. Si rinnova sempre: Dio è eterno, è da sempre, possiamo dire che c’è come una vecchiaia in Dio, non è così, ma è eterno, si rinnova.

Nelle Chiese orientali, la festa dell’Incontro con il Signore, che si celebra il 2 febbraio, è una delle dodici grandi feste dell’anno liturgico. Essa mette in risalto l’incontro di Gesù con l’anziano Simeone al Tempio, essa mette in risalto l’incontro tra l’umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, con Cristo Signore piccolo, il Figlio eterno di Dio fatto uomo. Una sua bellissima icona si può ammirare a Roma nei mosaici di Santa Maria in Trastevere.

La liturgia bizantina prega con Simeone: «Questi è Colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, Colui che per noi si è incarnato e ha salvato l’uomo». E prosegue: «Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia». Queste parole esprimono la professione di fede dei primi quattro Concili ecumenici, che sono sacri per tutte le Chiese. Ma il gesto di Simeone è anche l’icona più bella per la speciale vocazione della vecchiaia: guardando Simeone guardiamo l’icona più bella della vecchiaia: presentare i bambini che vengono al mondo come un dono ininterrotto di Dio, sapendo che uno di loro è il Figlio generato nell’intimità stessa di Dio, prima di tutti i secoli.

La vecchiaia, incamminata verso un mondo in cui potrà finalmente irradiarsi senza ostacoli l’amore che Dio ha messo nella Creazione, deve compiere questo gesto di Simeone e di Anna, prima del suo congedo. La vecchiaia deve rendere testimonianza – questo per me è il nocciolo, il più centrale della vecchiaia – la vecchiaia deve rendere testimonianza ai bambini della loro benedizione: essa consiste nella loro iniziazione – bella e difficile – al mistero di una destinazione alla vita che nessuno può annientare. Neppure la morte. Dare testimonianza di fede davanti a un bambino è seminare questa vita; anche, dare testimonianza di umanità e di fede è la vocazione degli anziani. Dare ai bambini la realtà che hanno vissuto come testimonianza, dare il testimone. Noi vecchi siamo chiamati a questo, a dare il testimone, perché loro lo portino avanti.

La testimonianza degli anziani è credibile per i bambini: i giovani e gli adulti non sono in grado di renderla così autentica, così tenera, così struggente, come possono fare gli anziani, i nonni. Quando l’anziano benedice la vita che gli viene incontro, deponendo ogni risentimento per la vita che se ne va, è irresistibile. Non è amareggiato perché passa il tempo e lui sta per andarsene: no. È con quella gioia del buon vino, del vino che si è fatto buono con gli anni. La testimonianza degli anziani unisce le età della vita e le stesse dimensioni del tempo: passato, presente e futuro, perché loro non sono solo la memoria, sono il presente e anche la promessa. È doloroso – e dannoso – vedere che si concepiscono le età della vita come mondi separati, in competizione fra loro, che cercano di vivere ciascuno a spese dell’altro: questo non va. L’umanità è antica, molto antica, se guardiamo al tempo dell’orologio. Ma il Figlio di Dio, che è nato da donna, è il Primo e l’Ultimo di ogni tempo. Vuol dire che nessuno cade fuori dalla sua eterna generazione, fuori dalla sua splendida forza, fuori dalla sua amorevole prossimità.

L’alleanza – e dico alleanza – l’alleanza dei vecchi e dei bambini salverà la famiglia umana. Dove i bambini, dove i giovani parlano con i vecchi c’è futuro; se non ci sarà questo dialogo fra vecchi e giovani, il futuro non si vede chiaro. L’alleanza dei vecchi e dei bambini salverà la famiglia umana. Potremmo, per favore, restituire ai bambini, che devono imparare a nascere, la tenera testimonianza di anziani che possiedono la saggezza del morire? Questa umanità, che con tutto il suo progresso ci sembra un adolescente nato ieri, potrà riavere la grazia di una vecchiaia che tiene fermo l’orizzonte della nostra destinazione? La morte è certamente un passaggio difficile della vita, per tutti noi: è un passaggio difficile. Tutti dobbiamo andare lì, ma non è facile. Ma la morte è anche il passaggio che chiude il tempo dell’incertezza e butta via l’orologio: è difficile, perché quello è il passaggio della morte. Perché il bello della vita, che non ha più scadenza, incomincia proprio allora. Ma incomincia dalla saggezza di quell’uomo e di quella donna, anziani, che sono capaci di dare ai giovani il testimone. Pensiamo al dialogo, all’alleanza dei vecchi e dei bambini, dei vecchi con i giovani, e facciamo in modo che non venga tagliato, questo legame. Che i vecchi abbiano la gioia di parlare, di esprimersi con i giovani e che i giovani cerchino i vecchi per prendere da loro la saggezza della vita.

Guarda il video della catechesi


Saluti

...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto gli universitari di diversi Paesi e diverse religioni che partecipano alle giornate di incontro promosse dall’“Opera Giorgio La Pira”: cari amici vi incoraggio a percorrere cammini di dialogo e di confronto per costruire un mondo di pace.

Saluto con particolare affetto le Suore dell’Immacolata – erano nella curia di Buenos Aires, le conosco bene –, che celebrano il Capitolo Generale: care sorelle, invoco su di voi copiosi doni dello Spirito Santo e vi invito a cooperare generosamente per l’evangelizzazione, specialmente delle giovani generazioni e delle persone più fragili. E preghiamo per le vocazioni!

Il mio pensiero, come sempre, va all’Ucraina: non dimentichiamo quel popolo martoriato.

E infine il mio pensiero come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La solennità dell'Assunzione, che abbiamo celebrato da pochi giorni, ci ha invitato a vivere con impegno il cammino di questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni. Maria aiuti ciascuno a mettere sempre al primo posto Cristo e il Vangelo.

A tutti la mia benedizione.

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Vito Mancuso: L'arte di vivere da esseri umani

Vito Mancuso
L'arte di vivere da esseri umani 



Di ritorno da una settimana di esercizi spirituali in un convento trentino, l’impatto con il mondo reale non poteva essere più aspro. In quel convento, guidati da un padre cappuccino svizzero e dalle mie meditazioni filosofico-teologiche, erano convenute una quarantina di persone dalla Svizzera e da tutta Italia, da Catania a Bolzano, da Torino a Trieste. Immaginate persone che non si conoscono tra loro e che però, avendo una finalità comune, iniziano a guardarsi con fiducia e giorno dopo giorno, nel raccoglimento e negli scambi di esperienze, sentono di condividere qualcosa, di essere sulla medesima strada, di soffrire per le stesse paure, di coltivare le stesse speranze, e vedono sorgere sentimenti di reciproca simpatia e persino di unione. Si pranza e si cena in silenzio, sempre in silenzio si cammina attorno al chiostro e nei corridoi e nel giardino del convento, si sta seduti nella sala di meditazione, alcuni sulla sedia, i più sui cuscini nella classica forma orientale detta “posizione del loto”, si pregano i salmi, si cantano le antifone mariane della tradizione come Salve Regina e Regina coeli, si riceve la benedizione serale di padre Andrea. Soprattutto si coltiva l’arte del respiro e il controllo della mente. Ci si rilassa. Ma mano che si impara a respirare consapevolmente, si impara a riconoscere i trucchi della mente, le sue ansie e le sue menzogne (perché la mente “mente”) e si comprende che vivere è un’arte che va appresa, che bisogna imparare a vivere, che non è per nulla scontato saper vivere da esseri umani.

Gli esseri umani. Che cosa sono? Dopo una settimana di esercizi spirituali l’impatto con il mondo reale (o forse meglio, scusate: con il mondo irreale della follia quotidiana dentro cui siamo immersi) non poteva essere più crudo. Un uomo a Civitanova Marche uccide un ambulante con la pelle di un altro colore di nome Alika perché “chiedeva con insistenza e disturbava la mia fidanzata” facendolo agonizzare per quattro minuti: in che stato era la sua mente? I presenti e i passanti non intervengono, non gridano, ma filmano con i cellulari la scena: in che stato era la loro mente? Due sorelle di 15 e 17 anni, Giulia e Alessia, sono travolte alla stazione di Riccione da un treno dell’alta velocità mentre in condizioni anomale cercano di attraversare il binario: in che stato era la loro mente? Una madre a Ponte Lambro lascia morire di stenti la figlia di 18 mesi dopo averla abbandonata sola a casa per diversi giorni per stare con un uomo: in tutti quei giorni, in che stato era la sua mente?

La mente vaga e fugge chissà dove, e qui non c’è più, perché non vede più quello che tutti vedono e non sente più quello che tutti sentono. Genitori che dimenticano i figli piccoli in auto, un figlio che uccide a coltellate la madre. La mente impazzita. Direi anche la mente malata, preda di quella violenza incontrollata che attraversa le nostre città rendendole ancora più roventi di quanto non siano già a causa del clima. Abbiamo già perso del tutto la cognizione dell’arte di vivere da esseri umani? L’abbiamo mai avuta? Che cos’è l’essere umano?
Parlo con insegnanti che mi raccontano della progressiva decadenza culturale che genera deficit di attenzione dei ragazzi che non arrivano a due o tre muniti di concentrazione, oppure che hanno un bagaglio lessicale di qualche centinaio di parole per una capacità di lettura e di interpretazione della realtà sempre più impoverite, così che il mondo, dalla vastità della sua gamma cromatica, si riduce a un bianco e nero tipo Far West: io e i miei amici buoni, gli altri cattivi. È la logica della banda, del clan, della tribù.
I nostri ragazzi hanno bisogno di imparare l’arte di vivere ma nessuno gliela insegna più. Le loro menti vengono riempite di nozioni di cui non hanno bisogno e lasciate senza gli strumenti esistenziali di cui hanno necessità vitale. Hanno bisogno di educazione, gli viene data (quando va bene) solo istruzione. Come se a un assetato che chiede acqua si dessero sabbia e cemento.

Ma che cos’è l’essere umano? Se andiamo a indagare la storia del pensiero troviamo le più contrastanti definizioni. Mortali e caduchi come le foglie (Omero), anime immortali (Platone), animali politici (Aristotele), incomunicabile solitudine (Duns Scoto), dotati di libero arbitrio (Cartesio), privi di libero arbitrio (Spinoza), legno storto ma anche coscienza morale (Kant), fenomenologia dello spirito (Hegel), volontà di vita (Schopenhauer), grumo di egoismo (Stirner), malinconia e sofferenza (Leopardi), qualcosa da oltrepassare (Nietzsche), un ego schiacciato tra inconscio e superego (Freud), personaggi in cerca d’autore (Pirandello), passione inutile (Sartre), essere-per-la-morte ma anche pastore dell’essere (Heidegger). Ai nostri giorni vanno di moda definizioni basiche di impronta scientifica: gene egoista (Dawkins), scimmia nuda (Morris), schiuma chimica (Hawking). Sul nostro comportamento etico David Hume ha scritto: “C’è un po’ di benevolenza, per quanto poca, infusa nel nostro cuore, qualche scintilla di amicizia per la specie umana, qualche particella della colomba impastata nella nostra struttura, insieme con gli elementi del lupo e del serpente”. A proposito di lupo, Plauto affermava che noi verso gli altri uomini siamo proprio così: Homo homini lupus. Cecilio Stazio due decenni dopo però gli rispose: Homo homini deus. Chi ha ragione? Siamo lupi o esseri divini? Chi meglio rispecchia la nostra essenza: chi pratica gli esercizi spirituali coltivando e vincendo se stesso, o i protagonisti dei casi di cronaca richiamati?

Ben lungi dal voler fare la morale, io solo constato la grande crisi della morale e di conseguenza dell’umanità. Le due cose infatti sono strettamente correlate, perché l’essenza specifica dell’essere umano che lo distingue da tutti gli altri viventi è proprio il suo essere un agente morale. Vale a dire: quello che fa un cane lo decide la sua natura, quello che fa un essere umano lo decide la sua cultura. La cultura non è erudizione, dati memorizzati, libri letti: la cultura è quello che resta una volta dimenticati tutti i libri e tutti i dati, e che fa agire in modo retto, giusto, gentile. Cioè in modo educato, laddove educazione non è galateo ma è formazione integrale e rettitudine della mente, come nel concetto greco di paideia, nel tedesco Bildung, nell’inglese education. Chi agisce in modo moralmente responsabile è un uomo colto, cioè coltivato, e la sua interiorità produce frutti buoni. Chi agisce irresponsabilmente è un incolto, lo è anche se ha letto migliaia di libri e sa parlare bene, perché la sua interiorità produce spine e funghi velenosi.

Io non so se dietro la quasi totale assenza di educazione morale nella nostra società vi sia un disegno. Talora però lo sospetto. Per “assenza dell’educazione morale” intendo l’assenza dell’etica nella scuola, nella produzione televisiva e cinematografica, nella letteratura, nell’arte, nella filosofia. Guai, oggi, a passare per “moralisti”! Molto più efficace essere immorali e immoralisti: vende molto di più. Quando mi prende il sospetto che questa assenza dell’etica sia voluta, ripenso a queste parole di Hannah Arendt: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più” (Le origini del totalitarismo, p. 649). Il suddito ideale del totalitarismo sono le persone che hanno perso cognizione del reale e la cui mente è in balìa di finzioni e virtualità di ogni sorta. Persone il cui io virtuale, cioè quello che vorrebbero essere in base a quanto viene loro inculcato dalla pubblicità e dalla fiction costruite a tavolino, è molto più forte del loro io reale, cioè di quello che di fatto sono: il che le porta a essere del tutto sconnesse dalla realtà e in balìa dei ciarlatani e soprattutto dei loro fantasmi interiori.

Una cosa, comunque, alla fine mi è chiara: noi non abbiamo un’essenza definita dalla natura, ma siamo ciò che esprime la nostra cultura. Il che ci rende al contempo peggiori e migliori delle bestie, lupi feroci e insieme simili agli dèi. Tutto in noi dipende dalla cultura, in quanto capacità di azione morale. E questa cultura dipende dall’educazione della mente. Ne viene che o mettiamo al centro dei programmi sociali e politici l’educazione della mente (a partire dalla sua capacità di attenzione e di concentrazione) o il baratro verso cui sprofondiamo si allargherà sempre più. Non dico di rendere obbligatoria per tutti una settimana di esercizi spirituali in quel convento trentino, ma qualcosa di simile nelle nostre scuole e nella programmazione culturale della società bisognerebbe escogitare.

Vito Mancuso, La Stampa 2 agosto 2022
(fonte: sito dell'autore)


martedì 16 agosto 2022

"Il segreto della vita" Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA 15/08/2022

Omelia p. Gregorio Battaglia


ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
15/08/2022

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... E' l'esperienza che ha fatto Maria, penso che anche noi siamo chiamati a fare quest'esperienza, l'esperienza di quei gesti, di quelle attenzioni che parlano già del Paradiso, di una vita che non può essere più mortificata dalla morte. Il Signore conceda anche a noi di conoscere, come Maria, le grandi cose che Dio ha fatto per noi, quanto amore ha rivolto verso di noi povere creature, Maria dice: ha guardato me, così tapina, così piccola e per guardarmi si è dovuto chinare, Lui l'onnipotente, l'altissimo... si è abbassato per me.
Questa è la nostra meraviglia, e noi a nostra volta impareremo a consegnarci a Lui perché ci coinvolga in quello che è il segreto della vita. Il segreto della vita è scoprire che con Gesù possiamo vivere questa dimensione del dono, questa dimensione della relazione e che non c'è altra cosa che vale di più

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Giuseppe Savagnone - I suicidi in carcere sfidano la nostra indifferenza - Don Grimaldi: “Un dramma che deve preoccupare non solo gli operatori, ma la società tutta”

Giuseppe Savagnone
I suicidi in carcere sfidano la nostra indifferenza

Photo by Ye Jinghan on Unsplash

Se in carcere muore una ragazza di 27 anni

Il suicidio, nel carcere di Montorio (Verona), di Donatella Hodo è solo l’ultimo dei 49 casi di morte volontaria verificatisi in questi primi mesi del 2022. Donatella – di origine albanese, ma fin da bambina residente in Italia – aveva 27 anni. Era già stata più volte arrestata per i piccoli furti che era costretta a commettere per pagarsi la droga, da cui era dipendente. Si è uccisa nella notte del 1 agosto inalando gas da un fornelletto.

Durante le esequie, che si sono tenute nella chiesa parrocchiale di Castel d’Azzano, un’amica della giovane ha letto una lettera inviata dal magistrato di sorveglianza a cui era affidato il compito di seguire Donatella, Vincenzo Semeraro: «Se in carcere», ha scritto il magistrato, «muore una ragazza di 27 anni così come è morta Donatella, significa che tutto il sistema ha fallito».

Qualcuno attribuisce l’alto numero di suicidi di quest’anno all’ondata eccezionale di caldo. Ma le statistiche dicono il contrario: anche l’anno scorso sono stati 55; due anni fa 62, tre anni fa 53, quattro anni fa 67…

Dal 2000 ad oggi, ben 1272! Senza tener conto dei tentativi falliti di togliersi la vita.

Il problema non è nuovo. Già in una circolare del 30 dicembre 1987 la Direzione generale per gli istituti di prevenzione e di pena esprimeva «vivissima preoccupazione per i ricorrenti, gravissimi fenomeni, purtroppo in aumento, degli atti di autolesionismo, in ispecie dei suicidi, posti in essere dai detenuti e dagli internati». Sta di fatto che in Italia dentro il carcere ci si uccide 16 volte in più che “fuori”.

In un’intervista ad «Avvenire» il giudice Semeraro ha evidenziato la base umana del fenomeno, collegata alla vulnerabilità estrema di molti dei reclusi. Quella di Donatella era una vicenda molto comune: «In carcere c’è un’umanità sterminata e le loro storie si assomigliano: sono fragili, fragilissimi, spesso provengono da famiglie altrettanto fragili. Entrano ed escono dal carcere di continuo». Non è un caso che, per la maggior parte, secondo i dati riportati da Antigone, si tratti di giovani tra i 20 e i 30 anni.

Particolarmente drammatica, secondo lui, la condizione delle donne in istituti penali studiati soprattutto in funzione degli uomini e incapaci di tener contro della psicologia femminile. È significativo che dall’inizio dell’anno ben 5 le detenute si sono tolte la vita. Un numero altissimo – ha sottolineato l’associazione Antigone – se si considera che, al 30 giugno 2022, le donne sono pari al 4,2% del totale della popolazione carceraria.

Non è solo fragilità

Ciò non significa che il problema dei suicidi in carcere si possa ridurre – come in passato è stato fatto e ancora spesso si continua a fare – ad una conseguenza di disturbi psichici dei detenuti. Ancora oggi si tende a considerare il detenuto che si suicida o che tenta di farlo come una persona “non normale”, che era già affetta per proprio conto di una patologia psichica. Ne è la conferma il fatto che le misure che vengono adottate nei confronti di colui che ha tentato il suicidio sono rivolte sempre e soltanto alla salute mentale del soggetto: assistenza psichiatrica, isolamento, trasferimento all’ospedale psichiatrico giudiziario.

In realtà, se il fattore umano è sicuramente fondamentale, ce ne sono alcuni di carattere strutturale che riguardano tutti i detenuti, a prescindere dalle condizioni personali. Decisivo è il problema del sovraffollamento.

In Italia ci sono circa 55mila detenuti rispetto ai 47mila posti disponibili. Per non dire che molte strutture, oltre ad essere inadeguate dal punto di vista della capienza, lo sono dal punto di vista delle strutture logistiche.

Ma c’è anche una cronica carenza di organici: il personale addetto è largamente insufficiente, soprattutto quello specializzato, che dovrebbe avere un ruolo decisivo nella cura delle condizioni psicologiche dei detenuti. E dire che il mantenimento in carcere di ogni detenuto costa allo Stato 154 euro al giorno!

Di questi però solo 35 centesimi sono investiti nella rieducazione. Non stupisce che chi espia la pena tutta e solo in carcere torni a delinquere nel 68 per cento dei casi, contro il 19 per cento di chi invece la sconta in parte in misure alternative al carcere. A riprova delle condizioni di estremo disagio della vita all’interno dei nostri istituti di pena.

E non è solo un problema di soldi. Troppe volte la logica di chi gestisce il carcere è ancora quella burocratica, ansiosa di evitare problemi e rischi, più che di realizzare gli obiettivi umani che la detenzione si propone.

Bisognerebbe che venissero formati diversamente direttori e guardie carcerarie, valorizzando al tempo stesso l’apporto delle associazioni di volontari che con grande generosità offrono i propri servizi, sfidando una rete fittissima di restrizioni e di controlli.

In attesa di una riforma di più ampio respiro, che dovrebbe riguardare la struttura stessa del sistema carcerario, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, incalzato dagli ultimi drammatici eventi, l’8 agosto ha varato delle “Linee guida per le prevenzione dei suicidi”, inviando una circolare ai provveditori e ai direttori di tutti gli istituti italiani. In essa il compito di svolgere in ogni struttura l’analisi delle situazioni a rischio viene attribuita a degli staff multidisciplinari composti da direttore, comandante, educatore, medico e psicologo.

Senonché, come ha ricordato il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, David Lazzari, «i presidi sanitari nelle carceri sono sguarniti di professionisti della salute mentale». «Chi c’è – spiega Lazzari, – fa naturalmente del suo meglio, ma spesso né il numero di ore né gli strumenti forniti sono completamente adeguati. In più gli psicologi esperti ex art. 80 hanno un numero di ore così esiguo che non resta tempo per lavorare sul trattamento oltre che sull’osservazione e spesso nemmeno per lavorare in maniera integrata con i colleghi dei servizi sanitari».

La circolare, così, è destinata a rimanere sulla carta, come quella del 1987. Gli anni passano, i governi si succedono, ma i problemi del nostro sistema carcerario non vengono risolti. Recentemente, nel rilevare che «purtroppo, le carceri continuano a generare morte, violenza e sofferenza», Gennarino De Fazio, ispettore capo del corpo di polizia penitenziaria e segretario generale della UILPA – Polizia Penitenziaria ha ancora una volta denunziato l’inefficienza della politica: «L’ex presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi, nel suo discorso d’insediamento, si era impegnato a migliorare le condizioni di coloro che operano e vivono nelle carceri. Questo impegno è stato totalmente disatteso e le condizioni di vivibilità dei penitenziari sono ulteriormente peggiorate».

Oltre la cultura dello scarto

È inevitabile una riflessione sul significato che tutto questo assume se confrontato con la finalità del carcere. L’art.27 della nostra Costituzione è molto chiaro: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». In sintonia con quanto dice l’art. 13, secondo cui «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

Pur nella consapevolezza del ruolo dei fattori psicologici individuali e delle libere scelte personali dei detenuti, c’è da chiedersi se un sistema carcerario come il nostro rispecchi oggettivamente le esigenze espresse in questi articoli. Se esso, cioè, sia in grado, così com’è, di esercitare una funzione rieducativa nei confronti di soggetti resi in partenza fragili da situazioni familiari e sociali sfavorevoli che le hanno spinte o comunque favorite sulla via dell’illegalità.

Così pure, è probabile che, senza arrivare alla violenza fisica, ci possano essere, a causa delle disfunzioni del sistema carcerario, situazioni di disagio che costituiscono per il recluso forme di violenza morale. La verità è che mai forse come nel caso dei carcerati siamo prigionieri, a nostra volta, di quella «cultura dello scarto» denunciata più volte da papa Francesco.

È in questa logica che qualche politico, per guadagnare consensi nei sondaggi, continua a ripetere che per la sicurezza dei cittadini bisogna chiudere la porta delle celle e «buttare la chiave». Quando invece proprio i dati appena citati dicono, al contrario, che aprire le porte delle prigioni a misura alternative più umane è il modo migliore di non far ripetere i crimini.

Non siamo ancora riusciti a passare dalla visione difensiva della detenzione come garanzia di sicurezza del cittadino “onesto” a quella per cui essa deve operare per la restituzione del soggetto alla società civile. Questa è la vera sicurezza.

I suicidi nelle nostre prigioni ci interpellano tutti, come cittadini, su questi problemi cruciali. In realtà, non ci si pensa quasi mai. A parte gli stretti familiari, i reclusi sono anche abbandonati. Ma ogni uomo, ogni donna che preferisce morire, piuttosto di vivere nelle nostre prigioni, continuerà ad essere una sfida alla nostra indifferenza.
(fonte: Tuttavia 12/08/2022)

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“La solitudine, la mancanza di futuro, la lontananza dalle famiglie, il sovraffollamento” sono, per l’ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, tra i fattori scatenanti del gesto estremo tra i detenuti, fenomeno in aumento quest’anno. Il 51° suicidio è avvenuto, a Ferragosto, nel carcere di Torino: a togliersi la vita un ragazzo di 25 anni


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Vedi anche il post precedente:



«Osservando le vicende del mondo, mi lascio intrappolare dal pessimismo oppure, come la Vergine, so scorgere l’opera di Dio che, attraverso la mitezza e la piccolezza, compie grandi cose?» Papa Francesco Angelus 15/08/2022 (testo e video)

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ANGELUS

Piazza San Pietro
Lunedì, 15 agosto 2022



Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Buona Festa!

Oggi, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il Vangelo ci propone il dialogo tra lei e la cugina Elisabetta. Quando Maria entra in casa e saluta Elisabetta, questa le dice: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42). Queste parole, piene di fede e di gioia e di stupore, sono entrate a far parte dell’“Ave Maria”. Ogni volta che recitiamo questa preghiera tanto bella e familiare, facciamo come Elisabetta: salutiamo Maria, la benediciamo, perché lei ci porta Gesù.

Maria accoglie la benedizione di Elisabetta e risponde con il cantico, un regalo per noi, per tutta la storia: il Magnificat. È un canto di lode che potremmo definire “il cantico della speranza”. È un inno di lode e di esultanza per le grandi cose che il Signore ha compiuto in lei, ma Maria va oltre: contempla l’opera di Dio in tutta la storia del suo popolo. Dice, ad esempio, che il Signore «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (vv. 52-53). Ascoltando queste parole, potremmo chiederci: la Vergine non sta forse esagerando un po’, descrivendo un mondo che non c’è? Infatti, quello che dice non sembra corrispondere alla realtà; mentre lei parla, i potenti del tempo non sono stati rovesciati: il temibile Erode, ad esempio, sta saldo sul suo trono. E anche i poveri e gli affamati rimangono tali, mentre i ricchi continuano a prosperare.

Cosa significa quel cantico di Maria? Qual è il senso? Lei non vuole fare la cronaca del tempo – non è una giornalista -, ma dirci qualcosa di molto più importante: che Dio, attraverso lei, ha inaugurato una svolta storica, ha definitivamente stabilito un nuovo ordine di cose. Lei, piccola e umile, è stata innalzata e – lo festeggiamo oggi – portata alla gloria del Cielo, mentre i potenti del mondo sono destinati a rimanere a mani vuote. Pensate alla parabola di quell’uomo ricco che aveva davanti alla porta un mendicante, Lazzaro. Come è finito? A mani vuote. La Madonna, in altre parole, annuncia un cambiamento radicale, un rovesciamento di valori. Mentre parla con Elisabetta portando Gesù in grembo, anticipa quello che suo Figlio dirà, quando proclamerà beati i poveri e gli umili e metterà in guardia i ricchi e chi si fonda sulla propria autosufficienza. La Vergine, dunque, profetizza con questo cantico, con questa preghiera: profetizza che a primeggiare non sono il potere, il successo e il denaro, ma a primeggiare c’è il servizio, l’umiltà, l’amore. E guardando a lei nella gloria, capiamo che il vero potere è il servizio – non dimentichiamo questo: il vero potere è il servizio - e regnare significa amare. E che questa è la strada per il Cielo.

Allora guardando a noi possiamo chiederci: quel rovesciamento annunciato da Maria, tocca la mia vita? Credo che amare è regnare e servire è potere? Credo che la meta del mio vivere è il Cielo, è il paradiso? O mi preoccupo solo di passarla bene quaggiù, mi preoccupo solo delle cose terrene, materiali? Ancora, osservando le vicende del mondo, mi lascio intrappolare dal pessimismo oppure, come la Vergine, so scorgere l’opera di Dio che, attraverso la mitezza e la piccolezza, compie grandi cose? Fratelli e sorelle, Maria oggi canta la speranza e riaccende in noi la speranza, in lei vediamo la meta del cammino: lei è la prima creatura che con tutta se stessa, in anima e corpo, taglia vincitrice il traguardo del Cielo. Ci mostra che il Cielo è a portata di mano. Come mai? Sì, il Cielo è a portata di mano, se anche noi non cediamo al peccato, lodiamo Dio in umiltà e serviamo gli altri con generosità. Non cedere al peccato; ma qualcuno può dire: “Ma, padre io sono debole” – “Ma il Signore sempre ti è vicino, perché è misericordioso”. Non dimenticarti qual è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza; Egli è sempre vicino a noi con il suo stile. La nostra Madre, ci prende per mano, ci accompagna alla gloria, ci invita a gioire pensando al paradiso. Benediciamo Maria con la nostra preghiera e chiediamole uno sguardo capace di intravedere il Cielo in terra.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto i giovani della Diocesi di Verona impegnati in un campo-scuola e i ragazzi dell’Immacolata.

Auguro una buona festa dell’Assunta a voi qui presenti, a coloro che sono in vacanza, come pure a tanti che non possono permettersi un periodo di distensione, alle persone sole e alle persone ammalate. Non dimentichiamole! E penso con gratitudine in questi giorni a coloro che assicurano i servizi indispensabili per la collettività. Grazie per il vostro lavoro per noi.

E in questo giorno dedicato alla Madonna, esorto quanti ne hanno la possibilità a visitare un Santuario mariano per venerare la nostra Madre celeste. Tanti romani e pellegrini si recano a Santa Maria Maggiore, per pregare davanti alla Salus Populi Romani. Lì si trova anche la statua della Vergine Regina della pace, posta dal Papa Benedetto XV. Continuiamo a invocare l’intercessione della Madonna perché Dio doni al mondo la pace, e preghiamo in particolare per il popolo ucraino.

Buona festa a tutti! Non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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lunedì 15 agosto 2022

Alberto Maggi: ASSUNZIONE DI MARIA (Dormizione) - Maria, la fantasia di Dio (testi e video)

ASSUNZIONE DI MARIA (Dormizione)
Commento di P. Alberto Maggi OSM


L’evangelista Luca racchiude l’esistenza di Maria tra le due discese dello Spirito Santo, la prima, al momento dell’annunciazione quando in lei si forma Gesù, il figlio di Dio e la seconda nel cenacolo, il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo scende sulla primitiva comunità cristiana; poi di Maria non si hanno più notizie. Su di lei fioriscono devozioni e tradizioni, ma nulla di fondato storicamente. 

Qual è stata la fine di Maria? Nella chiesa primitiva si è preferito parlare di dormizione. Dormizione, prendendo spunto dai vangeli, dove l’immagine del morire viene indicata con il verbo “dormire”; cos’è il dormire? Non è una fine, ma è una pausa necessaria per permettere alla persona poi di riprendere con più vigore la sua esistenza, per cui i cristiani che morivano venivano chiamati i santi dormienti. Poi dal VII secolo in poi nella nostra chiesa di occidente questa festa venne piano piano sostituita con la festa dell’Assunzione, ma entrambe, sia dormizione che assunzione, intendono affermare la stessa realtà: la morte non ha interrotto la vita di Maria, ma l’ha introdotta nella pienezza della dimensione divina e questo non è un privilegio straordinario concesso dal Signore a una creatura privilegiata come Maria, ma è una possibilità per i credenti di tutti i tempi. 

In realtà sulla fine di Maria c’era un testo molto prezioso composto da San Militone da Sardi morto nel 190, che indica chiaramente come Maria morì nella parte alta di Gerusalemme, l’attuale Monte Sion, e venne seppellita nella parte bassa, verso il Getsemani, in un sepolcro. La tradizione patristica orientale ha arricchito questa teologia attraverso una delle immagini più stupende con le quali ci si indica questo fatto della dormizione, l’icona della Dormizione di Maria. In essa si vede Maria nel catafalco nel luogo di morte, il cadavere di Maria, e Gesù che la guarda, Gesù è rivestito già degli abiti gloriosi, con profonda tenerezza, ma in braccio tiene una creatura avvolta in fasce. Chi è questa creatura? È Maria. I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre. Ecco, l’immagine della dormizione è un’immagine che forse dovremmo recuperare da noi in occidente: la morte non è una fine, ma un nuovo inizio e con la morte le persone stanno nelle braccia di Gesù. Mentre nella vita era Maria che teneva in braccio Gesù, ora con la morte è Gesù, il figlio, che tiene in braccio la madre. 

Nella chiesa cattolica c’è stata reticenza nell’affermare che Maria era morta perché sembrava in contraddizione con il fatto dell’Immacolata concezione e del peccato originale. Ci è voluto Giovanni Paolo II che, nell’udienza generale del 25 giugno 1997, ha affermato chiaramente che anche Maria era morta e la morte di Maria non è stata una diminuzione, ma un arricchimento della sua esistenza.

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P. Alberto Maggi OSM
Maria, la fantasia di Dio

L’inizio e la fine della vita terrena di Maria corrispondono al compimento del progetto che Dio ha sull’umanità: creati per diventare suoi figli, realizziamo questa figliolanza nella vita terrena mediante la pratica di un amore che somigli a quello di Dio e proseguiamo presso il Padre la nostra esistenza oltrepassando la soglia della morte.
La Chiesa presenta come modello perfetto di questo itinerario Maria: l’ingresso nell’esistenza terrena viene celebrato con l’Immacolata e quello nella sfera di Dio con l’Assunta.
Come per l’Immacolata, quello dell’Assunta è un altro dei dogmi recenti (Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, 1950) che non hanno alcuna diretta radice nella Sacra scrittura, ma che appartengono di buon diritto al patrimonio della fede del popolo cristiano.
L’Assunta è infatti una verità di fede nata non dalla speculazione teologica ma dal buon senso o intuito della gente, e in passato era una festività tanto importante da stare alla pari col Natale, la Pasqua e la Pentecoste, le tre grandi solennità dell’anno liturgico.
Ma dobbiamo chiederci che può significare oggi per noi celebrare una simile festa. È ancora una volta rimanere sbalorditi di fronte ai tanti straordinari privilegi che Dio ha abbondantemente riversato su Maria, oppure una proposta, una possibilità valida per tutti i credenti?

Maria “assunta” in cielo è la firma di Dio sull’umanità, la creazione di un uomo che si lasci coinvolgere dall’azione vivificante dello Spirito santo: “Tale glorificazione è il destino di quanti Cristo ha fatto fratelli”, affermò infatti Paolo VI nella Marialis cultus, il documento pontificio che ha portato un’aria nuova nella conoscenza di Maria.
Pertanto anche noi, se mettiamo nella nostra vita una qualità d’amore che assomigli a quella di Dio, fin da adesso, come afferma l’Apostolo Paolo “sediamo nei cieli, in Cristo Gesù” (Ef 2,6), siamo come lui vincitori della morte e continueremo a vivere per sempre (Gv 11,25), come prega la Chiesa il 15 agosto: “anche noi possiamo per intercessione della Vergine Maria giungere fino al Padre nella gloria del cielo”.
Dio non ha creato l’uomo per la morte, ma per la vita, per una vita che può raggiungere la stessa qualità divina, ed essere perciò inattaccabile e indistruttibile.
La festa dell’Assunta ci ricorda e ci stimola quel che possiamo essere.
Ci ricorda che noi siamo importanti agli occhi del Padre che ci vuole innalzare al suo stesso livello.
Ci stimola perché al desiderio del Signore di renderci simili a lui, deve corrispondere anche il nostro impegno di vivere una vita di una tale qualità da renderla indistruttibile e capace quindi di durare per sempre.
Per Maria l’assunzione non è stato un premio ricevuto per meriti speciali, ma la conclusione logica della sua esistenza che fin da Nazaret ha diretto sempre verso scelte di servizio, d’amore, pertanto di vita. Anche quando scegliere non era né facile è logico, anche nelle situazioni più drammatiche, Maria ha scelto la vita.

Maria si è fidata della fantasia di Dio.

Quella fantasia che trasforma tutte le cose in bene (Rm 8,28), e fa si che quelle che sembrano pietre siano invece pane (Mt 7.9). La fantasia di un Dio che sceglie quel che nel mondo è disprezzato per farne oggetto del suo amore (1 Cor 1,27-30; Gc 2,5). Fantasia che viene attratta dalle situazioni più difficili e più disperate per far brillare la potenza del suo amore.
È la fantasia di Dio che fa sì che un’anonima ragazza di uno sperduto malfamato villaggio venga proclamata beata da tutte le nazioni e per tutti i secoli (Lc 1,48).
L’assunzione è il coronamento logico della vita di Maria e della fantasia di Dio: la donna, l’essere emarginato che non poteva neanche mettere piede dentro il santuario, Dio la vuole con sé. Il Signore l’innalza al suo stesso livello ed elimina la distanza che lo separava dall’umanità.
E noi oggi non dobbiamo stare a guardare con il naso per aria verso il cielo (At 1,11), ma far si che pure la nostra vita sia una festa della fantasia di Dio. Esperimentare che non esiste fallimento, non esiste peccato, non esiste angoscia che il Padre nella potenza del suo amore non possa trasformare in vita. Non esiste colpa che non possa diventare una “felice colpa” come canta la liturgia del sabato santo.
Anche per noi la vita eterna non sarà un premio da ricevere per la buona condotta tenuta nell’esistenza terrena, ma l’accoglienza di un dono d’amore di quel Padre che vuole che neanche uno dei suoi figli si perda (Gv 6,39).
L’assunzione è la festa e la condizione di quanti hanno saputo essere fedeli all’amore portando così a compimento il progetto di Dio sull’uomo.

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Vedi anche il post: (con link a quelli precedenti per approfondire)



L’Assunzione di Maria, dogma di fede scaturito dall’amore del popolo

L’Assunzione di Maria,
dogma di fede scaturito dall’amore del popolo

Nel giorno in cui si celebra la solennità più importante dedicata alla Vergine, ripercorriamo come si è formato il dogma dell’Assunzione. Per molti secoli, in assenza di fonti evangeliche, è stata una convinzione sempre più radicata nel cuore dei credenti ed è stata accolta dalla Chiesa cattolica soltanto nel secolo scorso, proprio in virtù del portato della sua splendida forza di fede

Martin Knoller, Assunzione della Beata Vergine al cielo (particolare), 
olio su tela, ante 1788 - ca 1788 (©Pinacoteca di Brera, Milano)

A partire dalla Pasqua, il cammino dell'anno liturgico è tutto un involarsi tra cielo e terra: la Resurrezione, l’Ascensione di nostro Signore, poi lo Spirito Santo che scende sulla terra attraverso la Pentecoste sugli apostoli e ancora, con la Trasfigurazione, Gesù che riassume in sé la natura umana e quella divina. Arriviamo all’Assunzione di Maria, il 15 agosto, salita in cielo in corpo e anima.
La successione liturgica non è casuale: il progetto salvifico si approfondisce e si rinnova nelle festività che si susseguono durante l’anno.

16 agosto "dies natalis" di Maria

L’Assunzione ricorda il dies natalis di Maria, ovvero il giorno che segna il momento della fine della sua vita terrena e l’inizio di quella trascendente, del senza fine, accanto al Figlio. E dies natalis era chiamato nel mondo paleocristiano il giorno della morte del credente, che non era considerato la fine dell'esistenza umana ma la rinascita. Infatti la memoria liturgica dei santi cade sempre nel giorno della loro morte e non della nascita.

Tota pulchra

Il concilio di Efeso convocato da Teodosio II, nel 431, conferì a Maria l’appellativo di Theotokos (dal greco Θεοτόκος), portatrice - ovvero madre - di Dio, superando la definizione più cauta data dall’arcivescovo di Costantinopoli Nestorio di Christotokos (dal greco Χριστοτόκος), ovvero portatrice di Cristo.
Dalla definizione conciliare scaturisce la naturale deduzione che Maria, avendo portato nel grembo Dio e quindi essendo esente da ogni forma di peccato, non poteva essere soggetta alle leggi della natura. Le spoglie della madre di Dio non potevano essere corrotte dalla morte. Il suo corpo doveva essere preservato: è così che fu assunta in cielo interamente, in anima e corpo. Il teologo arabo di fede cristiana Giovanni Damasceno, vissuto tra la seconda metà del VII secolo e la prima dell’VIII, afferma infatti:

“Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio (Homilia II in dormitionem B.V. Mariae, 14 [PG 96, 742]).”

L’origine della solennità dell’Assunzione

Il culto della Vergine si era certamente formato ben prima del concilio efesino ed era stato alimentato dalla fede e dalla devozione popolare, per poi fissarsi negli scritti apocrifi tra IV e V secolo. Per sopperire al silenzio dei Vangeli, che di Maria dicono molto poco, è nata una tradizione nelle quali confluivano leggende e storie che parlavano diffusamente della sua vita, a partire dal Protovangelo di Giacomo del II secolo. Tuttavia, per ragionare intorno alle circostanze e alle modalità della sua morte dobbiamo aspettare il pieno V secolo. Si formano due correnti principali: la prima afferma che l’anima addormentata della Vergine sarebbe stata portata in cielo dagli angeli insieme al suo corpo, dove avrebbe atteso incorrotto il giorno della resurrezione dell’umanità (Pseudo Giovanni Evangelista). La seconda versione parla della sua morte reale e della resurrezione dopo tre giorni, quindi assunta in cielo (Melitone di Sardi).

Se come Immacolata concezione, ovvero concepita senza peccato, Maria aveva il ruolo di poter intercedere tra Dio e gli uomini, con la sua assunzione diventava anche mediatrice tra Dio e gli uomini, quale estensione naturale dell’opera del Figlio sulla terra che si era incarnato nel suo seno. Da qui, per diversi secoli, sono nate molte discussioni che si sono protratte fino al Medioevo. Vi era anche una diversificazione in chi definiva la morte di Maria koimesis, cioè dormizione, in ambiente orientale, e transitus con la conseguente assunzione, in ambito occidentale. Nel IX secolo papa Leone IV e il patriarca bizantino Nicola I riconobbero la festa dell’Assunzione di Maria e alcuni secoli dopo, a seguito della visione ricevuta dalla mistica tedesca Elisabetta di Schönau (1129-1164), si accrebbe e divenne giorno di profonda devozione.

Una festività nata dal sentimento popolare

Le discussioni continuavano ad essere accese. Soltanto i santi Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Bonaventura sostenevano l’Assunzione. Tuttavia, le posizioni avverse erano destinate a diventare nel tempo sempre più flebili, perché intanto la devozione popolare cresceva sempre di più e travolgeva dubbi e distinguo. Si moltiplicano gli scritti spirituali e letterari, per non parlare delle arti figurative: tutti testimoniano come l’Assunzione sia accettata come un dato di fatto. Ad esempio Dante scrive gli intensi versi del XXXIII canto del Paradiso, quando san Bernardo intercede per il poeta e supplica la Vergine, affinché il poeta possa vedere Dio. Tra le famose definizioni - chi non conosce l’incipit: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio” - Bernardo la chiama regina, cioè avvalla implicitamente la sua assunzione perché che chi le sta di fronte o lo guarda intensamente è Maria in persona, nella sua totalità di anima e corpo.

La Vergine Maria è definita già in tempi molto antichi nei modi più dolci ed eccelsi. È sterminato il numero di scritti, antichi e moderni, dalla preghiera, alla teologia, dalla letteratura in prosa o in versi, dedicati a lei. Impossibile sceglierne solo alcuni, e se scorriamo le pagine del tempo ci imbattiamo di continuo in parole meravigliose, sempre intrise d’amore. Maria d’altra parte è travolgente: la sua storia, il suo essere donna, la sua gloriosa maternità sono una calamita che attrae e consola, che permette di avvicinarsi al mistero con semplicità, in poche parole rende più facile credere e mantenere salda la fede. Lo pseudo-Agostino la definisce “finestra del cielo, perché attraverso lei Dio ha effuso sui secoli la vera luce. Maria è divenuta scala del cielo, perché attraverso di lei Dio è disceso sulla terra” (Discorsi 123,2).

Trionfo della devozione alla Vergine

Il Medioevo e il Rinascimento rappresentano il trionfo della devozione mariana. nell'arte, le immagini dell’Assunzione si moltiplicano e attingono al mondo delle divinità pagane delle epifanie classiche, mentre la scena della dormizione viene relegata a un ruolo di minor importanza. Tutto è teso a celebrare la gloria di Maria. Dopo la Controriforma si afferma definitivamente la sola figurazione della Vergine che fluttua verso il cielo circondata da una folla angelica.

I secoli passano e avvengono profondi e radicali cambiamenti. La secolarizzazione cresce di pari passo ai mutamenti sociali sempre più rapidi. Tuttavia, la devozione alla Vergine non viene meno, anzi si accresce agli inizi del XX secolo. Il culto della Vergine Maria, infatti, risponde a un profondo bisogno di avere nella religione cristiana una figura femminile che esalti gli aspetti fondamentali della tenerezza e della dolcezza, su cui proiettare quel bisogno di protezione che solo una madre può dare.
Il dogma dell’Assunzione, risposta alle richieste del popolo

E nel corso del XX secolo, i dogmi relativi all’Immacolata concezione prima - nel 1854 con Papa Pio IX - e più tardi dell’Assunzione, sono stati la risposta a una pressante richiesta che proveniva dal popolo. Le apparizioni della Vergine a Lourdes in Francia, a Fatima in Portogallo e a Guadalupe in Messico le diedero ancora maggior impulso, sullo sfondo delle guerre civili, mondiali e del dopoguerra. Nel 1940 tra Italia, Spagna e America Latina, furono raccolte più di otto milioni di firme che chiedevano al Papa una dichiarazione formale. Petizioni, preghiere, congressi di studio e studi teologici erano diventati una voce sola, chiedevano ciò che dentro il cuore era diventata una certezza di fede: la proclamazione di Maria Assunta.

Il 1° novembre 1950, dopo aver consultato ufficialmente l’episcopato con l’enciclica Deiparae Virginis (1° maggio 1946), Papa Pio XII emanò la costituzione apostolica Munificentissums Deus sulla glorificazione di Maria in cui leggiamo la solenne definizione:

“Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria Vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l'autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.”
(fonte: Vatican News, articolo di Maria Milvia Morciano 15/08/2022)

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Per approfondire vedi anche alcuni dei nostri post precedenti: