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martedì 22 settembre 2026

La scuola non è una frontiera né uno slogan. Le proposte di Meloni dividono i bambini e cancellano la storia educativa italiana


La scuola non è una frontiera né uno slogan.
Le proposte di Meloni dividono i bambini e cancellano la storia educativa italiana 

La scuola italiana rischia di diventare il terreno privilegiato di una politica che sostituisce l’educazione con l’identità e la cultura con il marketing. Gli annunci di Giorgia Meloni – un tetto agli studenti stranieri per classe e la trasformazione di tutti gli istituti superiori in “licei” – non sono semplici riforme amministrative: toccano il cuore della Costituzione e la tradizione pedagogica del nostro Paese.


Il tetto agli stranieri: una pericolosa scorciatoia

Dal palco della festa di Gioventù Nazionale la presidente del Consiglio ha annunciato un imminente provvedimento che introdurrebbe per legge un numero massimo di studenti stranieri in ogni classe, sostenendo che “i bambini italiani non possono sentirsi minoranza”.

È una frase destinata a colpire l’opinione pubblica, ma che pone un problema enorme: la Costituzione non conosce bambini di serie A e bambini di serie B. L’articolo 3 afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza. L’articolo 34 aggiunge che la scuola è aperta a tutti. Non dice “a tutti fino al 30%”. Non dice “a tutti purché non siano troppi”. Dice semplicemente a tutti.

Naturalmente esiste un problema reale: classi con molti alunni che non conoscono l’italiano richiedono più docenti, mediatori culturali e sostegno linguistico. Ma la risposta costituzionale è investire nell’inclusione, non costruire quote basate sulla nazionalità. La difficoltà educativa non si risolve cambiando la composizione anagrafica delle classi, bensì rafforzando la scuola pubblica.

Non a caso già dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica come obiettivo orientativo il 30% di alunni stranieri, prevedendo però numerose deroghe proprio perché la realtà dei territori è molto più complessa di uno slogan. In molte province quella soglia è stata superata migliaia di volte per garantire il diritto allo studio.

La vera domanda è un’altra: davvero vogliamo dire a un bambino nato a Milano da genitori egiziani, o arrivato in Italia a cinque anni, che il suo posto dipende dalla percentuale raggiunta nella sua classe?

Chiamare tutto “liceo” significa svuotare le parole

L’altro annuncio appare meno drammatico, ma è forse ancora più insidioso sul piano culturale. Meloni ha dichiarato di voler attribuire la denominazione di “liceo” anche agli istituti tecnico-professionali, sostenendo che così sarà evidente la pari dignità dei diversi percorsi formativi.

L’intenzione dichiarata – riconoscere pari valore agli studenti – è condivisibile. Il metodo è profondamente sbagliato.

L’Italia possiede una delle tradizioni educative più ricche d’Europa proprio perché ha costruito identità diverse e complementari: il liceo classico, lo scientifico, l’artistico, gli istituti tecnici, i professionali. Ciascuno nasce da una storia, da una cultura del sapere e da una funzione sociale specifica.

Un istituto tecnico non vale meno di un liceo perché non porta quel nome. Al contrario, forma competenze scientifiche, industriali, economiche e tecnologiche decisive per il Paese. Un professionale rappresenta il sapere del lavoro, dell’artigianato, dei servizi, della manifattura. Chiamarli tutti licei non li valorizza: li omologa.

È la logica del marchio applicata all’istruzione. Come se bastasse cambiare l’etichetta per risolvere il problema del prestigio sociale. Ma il prestigio nasce dagli investimenti, dai laboratori, dai docenti, dall’orientamento e dall’occupazione dei diplomati, non da un’operazione lessicale.

Le parole hanno una storia. E quando si cancella il significato delle parole, si impoverisce anche la cultura che esse custodiscono.

La scuola della Repubblica non divide, unisce

Colpisce che entrambe le proposte abbiano un filo conduttore: trasformare la scuola in uno spazio simbolico dove affermare un’identità nazionale anziché una comunità educativa.

La scuola repubblicana è nata dopo il fascismo con un’idea radicalmente diversa. Don Lorenzo Milani ricordava che “sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. La Costituzione affidò proprio all’istruzione il compito di ridurre le disuguaglianze, non di certificarle.

Oggi le vere emergenze sono altre: dispersione scolastica, edifici insicuri, precariato degli insegnanti, tempo pieno insufficiente, divari territoriali, povertà educativa. Sono questi i muri che andrebbero abbattuti.

Una scuola che conta gli stranieri invece di contare i libri mancanti, e che cambia il nome agli istituti invece di finanziarne i laboratori, rischia di tradire la sua missione fondamentale.

La Repubblica non ha bisogno di classi più omogenee. Ha bisogno di una scuola più giusta, capace di far crescere insieme bambini diversi, perché è proprio lì – e non nei comizi – che si costruisce il futuro dell’Italia.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 21/09/2026)

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La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco di Fenix a Roma: 
"A breve norma per tetto a numero studenti stranieri in classe e divieto di burqa a scuola"

Guarda il video


lunedì 14 settembre 2026

Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti! - 8 milioni gli studenti sui banchi - L'augurio e le riflessioni di mons. Caiazzo

Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti!


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Parte l'anno scolastico, 8 milioni gli studenti sui banchi

Valditara assicura 'tutti i docenti in cattedra'
ma i sindacati parlano di 200mila precari

Con la settimana che inizia riprende in tutte le regioni il nuovo anno scolastico che vedrà impegnati circa 8 milioni di studenti fino al prossimo giugno.


A parte alcuni sindaci che hanno pubblicato delle ordinanze per rinviare di qualche giorno l'inizio dell'anno scolastico per via del caldo, le lezioni sono riprese il 7 settembre a Bolzano, poi il 10 è stata la volta di Veneto, Valle d'Aosta e a Trento: circa 530 mila in Veneto, oltre 15mila in Valle d'Aosta, 66mila e trecento circa a Trento.

Da lunedì 14 settembre si torna in classe in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Piemonte e Umbria e Lombardia. Martedì 15 settembre sarà la volta di un gruppo numeroso formato da Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana. Il giorno seguente, mercoledì 16 settembre, riprenderanno le lezioni in Abruzzo, Basilicata e Sardegna. A chiudere formalmente questa lunga catena d'avvio sarà infine la Puglia, dove il primo suono della campanella è programmato per giovedì 17 settembre.

Per il titolare dell'Istruzione la scuola inizierà con tutti i docenti in cattedra. Sono state fatte immissioni in ruolo di docenti su posto comune, di sostegno e per l'insegnamento della Religione cattolica, per un totale di 37.430. E' stata anche coperta, ha spiegato, la quasi totalità delle supplenze, pari a circa 118 mila posti. Inoltre, sono stati confermati, su richiesta delle famiglie, ben 55.814 supplenti su posto di sostegno, quasi 10 mila in più rispetto al 2025/2026. Ed è stata effettuata in più l'immissione in ruolo di 342 dirigenti scolastici e sono in fase di conclusione anche le assunzioni di 12.284 unità di personale Ata.

Ma per i sindacati la situazione non è affatto così rosea: i precari sarebbero oltre 200 mila e Il caro vita costringe migliaia di supplenti meridionali o del Centro Italia a rinunciare all'immissione in ruolo al Nord. Inoltre l'ultimo rapporto di Cittadinanzattiva ricorda che sono 68 i crolli avvenuti nelle scuole da settembre 2025 ad agosto 2026, con il ferimento di 12 persone, e che la situazione non è molto migliorata in questi ultimi mesi.

Rispetto ai rischi naturali, il 44% delle nostre scuole si trova in territori ad elevata sismicità (zona 1 e 2), il 19% ricade in aree a pericolosità idraulica, mentre sono 5.113 gli edifici scolastici collocati in aree a rischio frana. Anche il cambiamento climatico minaccia direttamente la salute di studenti e personale scolastico: solo il 7,4% delle scuole italiane infatti dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione. Ben oltre la metà degli edifici scolastici non possiede il certificato di agibilità (23.218; 59%), rilasciato dal Comune, che attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici. Il quadro regionale - secondo i dati della rivista specializzata Tuttoscuola - è fortemente polarizzato: in Valle d'Aosta 122 edifici su 139 (87,8%) ne sono dotati, mentre nel Lazio — anche per la presenza di numerosi edifici storici nella Capitale — la percentuale non raggiunge il 13% (407 su 3.203). Sulla presenza infine di amianto nelle scuole, l'Inail stima che gli edifici scolastici potenzialmente a rischio sull'intero territorio nazionale possano essere oltre 14.000.
(fonte: ANSA 13/09/2026)

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Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo della diocesi di Cesena-Sarsina) ha scritto una lettera agli studenti e alle loro famiglie, agli insegnanti, ai dirigenti e al personale tutto della scuola per accompagnare con alcune riflessioni l’inizio di un nuovo anno scolastico.



LETTERA ALL’INIZIO DEL NUOVO ANNO SCOLASTICO 2026/27

Carissimi studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, personale tutto della scuola, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, come pastore di questa Chiesa di Cesena-Sarsina, desidero parteciparvi il mio pensiero che mi auguro possa essere accolto come segno del mio affetto paterno e della mia vicinanza, e, nello stesso tempo, vuole essere stimolo per alimentare la speranza. 

La mia è una riflessione che sento di condividere, mentre inizia per tutti voi una nuova avventura. 

La società attuale sta vivendo un momento di crisi globale che scuote l’umanità, mettendoci tutti, credenti e non, di fronte alle nostre responsabilità. C’è bisogno che ritroviamo la direzione giusta per riscoprire la bellezza del viaggio e dell’avventura educativa. Si avverte l’urgente necessità di costruire una cultura umana, inclusiva e attenta alle realtà dei giovani. La riapertura delle scuole inaugura un cammino, un anno nuovo e mai ripetitivo, il cui compito primario è la crescita degli studenti attraverso incontri, confronti, nascita di relazioni, di conoscenze, di fiducia reciproca nei rapporti quotidiani. Si cresce insieme e insieme ci si aiuta ad essere responsabili

 Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo scorso anno, pensando a voi studenti, ci ha ricordato: «La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro». 

Il 28 0ttobre 2025 Papa Leone XIV ha pubblicato una lettera apostolica: “Gravissimum educationis”. In essa ci ricorda che soprattutto noi cattolici, nell’ambiente educativo «complesso, frammentato e digitalizzato» di oggi, siamo chiamati a «disegnare nuove mappe di speranza», sottolineando come necessario lo sviluppo della vita interiore. 

Mi rendo sempre più conto di quanto voi, ragazzi e giovani, soprattutto quando vi sentite più fragili, quando vivete momenti di paura ed ansia, avvertite il bisogno di spazi di spiritualità, di silenzio per ritrovare voi stessi, recuperando valori umani e spirituali che vi permettano di affrontare con coraggio e serenità i propri limiti, quali occasioni di crescita nella ricerca della verità. 

Spesso siete voi che ricordate a noi adulti le disuguaglianze che minano fortemente la pace nel mondo, la crisi climatica che in questo tempo sta investendo ogni angolo della terra. Siete proprio voi che dovete cogliere il grido di dolore che sale da questa nostra casa comune, costringendo noi adulti a smettere di fare scelte disastrose e a ricominciare a rispettarla ed amarla, non distruggendo le risorse del creato, beni da difendere e da tramandare. Per essere cittadini autentici di questo nostro mondo bisogna uscire dalla logica di un’istruzione fatta di indottrinamento di conoscenze accettate senza alcuna verifica. E’ necessario favorire e incoraggiare lo sviluppo di un pensiero critico, riappropriarsi di valori umani che vadano al di là delle nozioni e permettano di dare corpo a parole quali dignità umana, diritti inviolabili della persona. Fantastica avventura che ha bisogno dell’apporto di tutti: famiglia, scuola, Chiesa, istituzioni, social media. 

Un altro aspetto importante mi sembra che sia l’uso “saggio” delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, «ponendo la persona prima dell’algoritmo» (da poco è stata pubblicata una Enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas”). Bisogna favorire, dice il Papa, una «alleanza educativa” per aiutare le nuove generazioni a «digiunare» dall’intelligenza artificiale. Solo così si possono «proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario». Da qui la necessità di una ecologia della comunicazione, per vincere la disinformazione e ricercare la verità. 
Tutti siamo chiamati a prendere coscienza che, come raccomanda Papa Leone alle famiglie, alla scuola e al mondo dell’educazione, «Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quado esso contrasta con il bene dei minori”. E rivolgendosi ai giovani li esorta a restare umani: “Uomini e donne in carne ed ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano”. 

Un altro pensiero, certamente non ultimo, nell’osservare i tanti conflitti di guerra sull’intero pianeta (almeno 65), è per la promozione di una pace «disarmata e disarmante». Usando il linguaggio di Gesù, siamo chiamati, oggi più di ieri, ad essere «operatori di pace». Dai banchi di scuola bisogna partire per vivere la cura della cultura della pace. Ogni comunità, continua a ripetere Leone XIV, dev’essere una «casa della pace e della non violenza», «dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». 
La scuola ha da sempre questo compito: educare e promuovere la cultura della pace. E nel vostro cuore, cari ragazzi e giovani, è innato l’anelito alla giustizia e alla pace. 

Prego per ognuno di voi (credenti e non) e per tutti, affinché possiate vivere questo nuovo anno scolastico promuovendo e consolidando relazioni vere, ricche di umanità, desiderosi e pronti a costruire un mondo migliore di quello che vi stiamo lasciando. Ho fiducia in voi. Abbiamo tutti fiducia immensa in voi. 

✠ Don Pino, Arcivescovo
(fonte: Diocesi di Cesena-Sarsina)



sabato 12 settembre 2026

Il cardinale Zuppi: “educare è liberare la persona per restituirle il futuro”

SCUOLA.
Educare quando tutto sta cambiando 
di Marco Rossi-Doria 

Prefazione di Matteo Maria Zuppi
«La scuola come atto di speranza radicale»

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. ...



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Il cardinale Zuppi:
“educare è liberare la persona per restituirle il futuro” 


La scuola non può essere ridotta a un luogo dove si trasmettono nozioni o si misurano prestazioni. Per il cardinale Matteo Maria Zuppi, educare significa anzitutto liberare la persona e restituirle un futuro. È il messaggio della prefazione al libro di Marco Rossi-Doria Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicata da Avvenire. Un testo che evoca – pur senza citarlo – il saggio di Giulio Girardi “Educare per quale società”.

Zuppi parte dal significato stesso della parola educazione, richiamandone l’etimologia latina: “Educare, dal latino educere, significa tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere”. Per il presidente della CEI questa è la vera missione della scuola: aiutare ogni ragazzo a sviluppare le proprie potenzialità, soprattutto nei contesti più fragili e nelle periferie educative.

Secondo il cardinale, parlare oggi di istruzione non è soltanto una questione pedagogica, ma una scelta civile che riguarda il destino della comunità. “Parlare di scuola e di educazione non è un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare”. La qualità della scuola, osserva, coincide con la qualità della democrazia e della convivenza sociale.

Zuppi denuncia poi una delle grandi contraddizioni del sistema educativo italiano: mentre il merito viene continuamente evocato, permane un profondo divario nelle opportunità formative. “Viviamo un tempo in cui la parola ‘merito’ è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo”, scrive, ricordando che il merito deve essere realmente accessibile a tutti e che spetta alla scuola creare le condizioni perché ogni studente possa esprimere il proprio talento.

Richiamando l’esperienza del maestro di strada Marco Rossi-Doria, il cardinale affronta il tema del cosiddetto “fallimento formativo di massa”, ribaltando la prospettiva tradizionale: “Quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi”. L’insuccesso scolastico, dunque, non rappresenta la sconfitta del singolo, ma il segnale di una responsabilità collettiva della società e delle istituzioni.

Nella parte conclusiva della prefazione, Zuppi affida alla scuola una delle definizioni più intense del suo intervento. Citando Georges Bernanos, afferma che il futuro appartiene a chi sa sperare e conclude: “La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino: siediti qui, impara, questo serve per te, è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno”.

Per Zuppi, in un’epoca dominata dalla velocità, dalla logica del mercato e dalla cultura della performance, l’educazione rimane il gesto più rivoluzionario: accompagnare ogni persona verso la pienezza di sé e custodire la speranza che nessun bambino sia mai condannato dalle proprie condizioni di partenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 08/09/2026)


martedì 25 agosto 2026

APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

martedì 23 giugno 2026

Una mamma scrive a Pellai: «I compiti delle vacanze sono troppi»

Una mamma scrive a Pellai:
«I compiti delle vacanze sono troppi»

Qual è il motivo per cui se ne assegnano così tanti in una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie? Senza dimenticare che diventano un impegno anche per i genitori

Getty Images/iStockphoto

Come tutti gli anni, con le vacanze estive siamo alle prese con i compiti. Pur essendo alle medie, lo stile dei compiti assegnati a mio figlio è simile a quello della primaria, ovvero schede, schede, schede. L’estate non dovrebbe essere tempo di puro riposo per gli studenti? Qual è il motivo per cui si assegnano così tanti compiti durante una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie e non a consumarle? Tra l’altro i compiti delle vacanze dei nostri figli diventano un impegno enorme per noi genitori perché dobbiamo stare dietro a tutto. Io già non ne posso più dei compiti durante l’anno scolastico, ci mancavano pure i compiti delle vacanze.
Anna Maria

Gentile Anna Maria, guarda che i compiti non li devi fare tu. E’ importante che sia tuo figlio e non tu a sentire la responsabilità dei suoi doveri scolastici. Non studia e non fa i compiti? Si presenterà a scuola a fine estate e dovrà prendersi la responsabilità con i suoi prof. di ciò che non ha fatto. E’ tra lui e loro che la faccenda dovrà essere affrontata se i compiti non verranno fatti. Quindi ti consiglio di non sostituirti a tuo figlio, trasformando i suoi compiti in una tua responsabilità. 

Per quel che riguarda i compiti delle vacanze, penso che non sia giusto mandare il cervello in vacanza. In fin dei conti, il cervello funziona come un muscolo. Gli devi dare risposo quando è stanco, ma se lo fai riposare troppo, poi perde la sua agilità, forza e potenza. 

Però, hai ragione quando dici che le vacanze potrebbero rappresentare un tempo alternativo dove far fare ai ragazzi compiti diversi dal solito. 

Io per esempio gli chiederei di scattare dieci fotografie di luoghi scoperti durante le vacanze per ognuna delle quali spiegare perché quel luogo è stato considerato speciale. 

Inviterei la scuola ad assegnare letture di libri durante le vacanze. Leggere è un nutrimento fondamentale per il cervello e l’estate è il tempo perfetto per farlo, permettendo ai ragazzi di immergersi in narrazioni i cui protagonisti sono vicini ai loro bisogni di crescita e alle loro emozioni.
Ecco alcuni validi consigli di lettura: Centomila battiti di A.Spada (Feltrinelli) una storia di amicizia e di amore sospesa tra presente e passato, Il bambino che voleva pescare le stelle di C.Chiumenti (Mondadori ed) dove due ragazzi diventando amici,guardando le stelle imparano ad affrontare le sfide della vita, Il mondo che non c’è di L.Piccolo (Up Feltrinelli) il cui un adolescente cerca il suo “vero sé” in una sorta di mondo parallelo, Negli occhi di Giovanni di F.Silei e A.Vassallo, che mostra la fatica di crescere in un territorio abitato dalla mafia, Ragazzi dentro di MG Calandrone (De Agostini) che narra storie vere dal carcere minorile, Camillo di F.Carofiglio (garzanti) che aiuta ad amare la lettura attraverso le vicende di una bambina e di un topo archivista, Schoolol. Risate a scuola di F. e F. Taddia (Mondadori) una storia in cui anche i prof. sanno ridere e far ridere.

Leggi anche:
(fonte: Famiglia Cristiana 17/06/2026)


venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026, tra la fatica e i confini: cosa ci aspettiamo dai nostri figli?

Maturità 2026, tra la fatica e i confini:
cosa ci aspettiamo dai nostri figli?


Di fronte alle tracce della prima prova di italiano della Maturità 2026, una domanda sorge spontanea: che idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? E soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi ragazzi che oggi affrontano il loro primo vero esame da cittadini?

Le tracce scelte dal Ministero non sono mai neutre. Non lo sono perché ogni tema proposto racconta un pezzo di Paese, una gerarchia di valori, una visione del presente e del futuro. Quest’anno, più che in altre occasioni, colpisce la scelta di affiancare riflessioni sulla fatica e sul merito a un testo del sociologo Frank Furedi dedicato al tema dei confini e del passaggio all’età adulta.

La presenza di un testo di Furedi, intellettuale noto per le sue posizioni conservatrici e per la sua vicinanza culturale alle politiche del governo ungherese di Viktor Orbán, ha immediatamente suscitato discussioni. Non tanto perché uno studente debba condividere le idee dell’autore proposto – la scuola deve insegnare il pensiero critico, non l’adesione ideologica – quanto perché la scelta appare significativa nel quadro culturale e politico del nostro tempo.

Accanto a questa traccia emerge poi quella ispirata alle riflessioni del giornalista Mario Calabresi sul valore della fatica. Un tema che intercetta una delle grandi questioni del nostro tempo: una società che promette successo immediato ma che continua a chiedere sacrifici crescenti ai giovani.

La fatica è certamente un valore. Nessuna generazione può crescere senza imparare la disciplina, la perseveranza, la capacità di affrontare le difficoltà. Tuttavia, la domanda che molti ragazzi potrebbero porsi è un’altra: la fatica viene davvero premiata nella società contemporanea?

Molti maturandi appartengono a una generazione che ha conosciuto soltanto crisi. Sono nati negli anni della grande recessione, hanno vissuto da adolescenti la pandemia, hanno assistito alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, osservano un mercato del lavoro sempre più precario e vedono il costo della casa diventare proibitivo. Sentono continuamente parlare di sacrificio, ma molto meno di diritti, di giustizia sociale, di redistribuzione delle opportunità.

È inevitabile che, leggendo una traccia sulla fatica, qualcuno abbia pensato ai propri genitori che lavorano sempre di più per mantenere lo stesso tenore di vita di dieci anni fa. O ai laureati costretti ad accettare stage sottopagati. O ai giovani che emigrano all’estero non per spirito di avventura ma per necessità.

La fatica, allora, non può essere celebrata come un valore astratto. Deve essere collegata alla dignità del lavoro, alla possibilità concreta di costruire un futuro, alla speranza che l’impegno trovi un riconoscimento.

L’altra parola che attraversa simbolicamente questa maturità è “confine”. Furedi la utilizza in un’accezione esistenziale, come passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nel clima culturale europeo degli ultimi anni, la parola confine evoca inevitabilmente anche altro: frontiere, identità nazionali, sovranità, migrazioni.

È difficile non vedere in questa scelta una fotografia dell’Europa contemporanea, attraversata da paure, da spinte identitarie e da un crescente ripiegamento nazionale. Un continente che sembra aver smarrito la fiducia nel futuro e che spesso cerca sicurezza nella costruzione di nuovi muri, fisici o culturali.

Per questo la vera sfida dei maturandi non è semplicemente svolgere bene un tema. È dimostrare di saper andare oltre il testo. Di saper interrogare criticamente le parole “fatica”, “confine”, “identità”, “merito”. Di chiedersi chi resta escluso quando si parla soltanto di successo individuale. Di riflettere su cosa significhi essere cittadini in un mondo sempre più interdipendente.

Che cosa ci aspettiamo dunque da questi ragazzi?

Non che ripetano formule confezionate dagli adulti. Non che aderiscano a una visione politica o culturale prestabilita. Ci aspettiamo piuttosto che sappiano pensare con la propria testa.

Che comprendano il valore dell’impegno senza trasformarlo in una religione del sacrificio. Che riconoscano l’importanza delle identità senza cadere nell’ossessione dei confini. Che imparino a competere senza dimenticare la solidarietà. Che sappiano utilizzare la libertà come responsabilità verso gli altri.

La vera maturità non si misura nel numero di pagine scritte oggi sui banchi di scuola. Si misurerà domani, quando questi giovani saranno chiamati a costruire un Paese più giusto di quello che abbiamo consegnato loro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S. I. 18/06/2026)

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Il sogno di una nuova maturità

martedì 16 giugno 2026

Alessandro D'Avenia: Compiti per le vacanze?

Alessandro D'Avenia
Compiti per le vacanze?


Corriere della Sera, 8 giugno 2026


Per questo dedico le ultime lezioni dell’anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo?

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare…), ma la fonte primaria dell’azione. Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l’attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un’abilità, un interesse o un’attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue…), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni…), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare…).

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia. La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa… perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno. E abbraccia l’esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos’altro… è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l’insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell’essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell’utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c’erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). 
Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia). L’autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213).

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.

Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?



(fonte: sito dell'autore)


venerdì 12 giugno 2026

La scuola sarà sempre meglio della merda

La scuola sarà sempre meglio della merda

Alberto Varinelli*, prete e insegnante, alla fine dell’anno scolastico si rivolge al ministro Valditara. Siccome dà come certo che il ministro non avrà modo e tempo di leggere la lettera, si permette di essere sincero. A cominciare dal titolo scelto, che è nobile nonostante: è tratto, infatti dalla celebre “Lettera a una professoressa”, della scuola di Barbiana, dove era parroco e, anche lui, insegnante, un certo don Lorenzo Milani.


Caro Ministro Valditara, un altro anno scolastico è terminato.

Non ho speranza alcuna che lei un giorno legga queste righe che le rivolgo. Tuttavia, qualora dovesse accadere, sono certo che saprà comprendere il titolo di questo scritto. Lei, che ha recentemente riformato la scuola italiana, sa bene che l’espressione “La scuola sarà sempre meglio della merda” è tratta da quel capolavoro redatto dalla Scuola di Barbiana, intitolato “Lettera a una professoressa”, che ogni persona che si accinge alla professione di docente, di qualunque disciplina, dovrebbe leggere.

Credo che Lucio, il giovane che aveva 36 mucche nella stalla, pronunciando questa frase riportata nel testo sopracitato, avesse ragione. Tuttavia, anche se gli scempi peggiori non riusciranno mai a rovinare la bellezza della scuola, mi permetto di condividere qualche riflessione, tra le tante che si potrebbero fare.

Si parla di “didattica per competenze”. E invece...

La prima: si parla molto di didattica per competenze. L’idea è decisamente interessante, in quanto si acquisisce, con questa modalità, un insegnamento essenziale della pedagogia contemporanea, ossia il fatto che “sapere” e “saper fare”, non debbano mai essere disgiunti.

Come si spiega, allora l’attuale modalità di assunzione dei docenti? Uomini e donne, che hanno affrontato seriamente anni e anni di studio, umiliati da test che non misurano veramente il sapere e nulla hanno a che vedere con il saper fare; così, rischiano di superare i concorsi persone che conoscono le cose più inutili e non chi veramente saprebbe, con passione, insegnare qualcosa ai nostri ragazzi.

Peraltro, è interessante che il governo di cui lei fa parte, a parole paladino della giustizia, sia stato ripetutamente condannato per la questione del precariato e, nonostante questo, continui, come nulla fosse, a spendere milioni in concorsi dove tanta gente che risulta idonea non sa se e quando potrà mai avere un posto di ruolo nella scuola.

Mi permetto un paio di osservazioni didattiche, Signor Ministro. Da prete dovrei esultare della lettura della Bibbia fin dalla scuola primaria, invece mi metto le mani nei pochi capelli che mi sono rimasti. Come verrà letto quel testo, come l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide? Come un poema epico? Le nostre maestre, per lo più laureate in Scienze della Formazione primaria, che forse non hanno nemmeno mai visto in vita loro una Bibbia, che cosa sapranno dire ai nostri ragazzi di questo testo, certamente fondamentale per l’umanità, ma che richiede competenze per essere letto?

Si dovrebbe dare molta importanza alla filosofia. E invece...

Mi riferisco, ora, a un altro grado di scuola, nello specifico la scuola secondaria di secondo grado. Ho letto della radicale revisione dei programmi del curriculum di filosofia nei licei. Mi ha colto un senso di angoscia profondo: senza mezzi termini, temo la sua riforma condurrà, pian piano, alla sparizione della filosofia dalle nostre scuole. Perché?

La mia personale impressione è che insegnare agli studenti a pensare, a leggere con spirito critico e con profondità di analisi le grandi questioni dell’umanità e del vivere quotidiano delle persone, faccia molta paura. Così, meglio togliere dalle scuole chi insegna a pensare, meglio evitare quei grandi autori che, condivisibili o meno, hanno formato il pensiero di generazioni e generazioni. Mi spaventa l’idea, sottesa alla riforma della scuola recentemente proposta, per la quale, fondamentalmente, ogni tipo di istruzione superiore dovrebbe essere finalizzata a imparare un lavoro, come se l’esercizio del pensiero forse tempo perso. Il pregio della nostra scuola è sempre stato quello di offrire ai ragazzi variegate possibilità, da quella di un apprendimento delle competenze e abilità necessarie per un lavoro pratico, offerte dalle scuole professionali, fino agli studi ad alto contenuto teorico, offerti dai licei: perché cambiare ciò che va bene?

Ci sarebbe bisogno di insegnanti specializzati per gli alunni disabili. E invece...

Un’ultima questione, Signor Ministro, che mi sta particolarmente a cuore. Penso con particolare commozione a quei “tesori”, così infatti li chiamava San Luigi Palazzolo, che sono i ragazzi disabili. Chiedo scusa, ma non riesco ad accettare che accanto a loro possa esserci chiunque.

Mi spiega, gentilmente, come può stare un laureato in farmacia, piuttosto che in scienze motorie, piuttosto che in agraria, accanto a una grave situazione di autismo o altre forme di disabilità? Perché la vicinanza alle persone più fragili deve essere delegata a chi non ha alcuna competenza in materia e, talvolta, nemmeno alcun desiderio di stare con queste persone, se non quello di uno stipendio e di punteggi in graduatoria, in attesa di passare ad altro impiego?

Perché tante persone specializzate, quali laureati in Scienze dell’Educazione e Scienze Pedagogiche, devono vedersi sopravanzare da persone completamente incompetenti, loro che si sono specificamente formate per stare accanto a chi ha più bisogno?

No, non accetterei la risposta che per educare non ci vogliono una laurea o titoli specifici! Se permette, un bravo studente di liceo, dopo l’esame di maturità, saprebbe insegnare italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione, educazione fisica in una scuola secondaria di primo grado meglio di tanti laureati! Eppure, solo per i più fragili non serve una laurea o non servono competenze specifiche.

Questa è una vergogna! Caro Ministro, ritorno all’inizio: la scuola, grazie alla presenza dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro e ai quali non riesco a non voler bene, sarà sempre, sempre meglio della merda! Ma sarebbe sbagliato pensare di provare a migliorarla, la scuola, invece che distruggerla? La ringrazio per l’attenzione.

Cordialmente

Don Alberto Varinelli
(fonte:La barca e il mare 10/06/2026)


* Alberto Varinelli

Prete, è vicario parrocchiale presso la parrocchia di Seriate (BG). Insegna religione. Laureato in Scienze dell’educazione, è appassionato di dinamiche educative e della scuola. Cerca di trovare la mediazione tra la Parola di Dio e le esperienze dell’uomo.

mercoledì 27 maggio 2026

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani, il suo messaggio è ancora vivo e attuale

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani,
il suo messaggio è ancora vivo e attuale



Don Milani, quel “peccato” imperdonabile: aver amato i ragazzi più di Dio

Il ventisette maggio non è mai una data qualunque per chi vive la scuola come una missione e non come un semplice mestiere. Oggi, lo scorrere del calendario ci impone una sosta riflessiva, un ritorno necessario e quasi terapeutico alle radici della nostra coscienza pedagogica.
Centotré anni fa nasceva don Lorenzo Milani, un uomo che ha scardinato le certezze granitiche di un sistema scolastico selettivo, classista e profondamente ingiusto, restituendo alla parola “educare” il suo significato più autentico e rivoluzionario: trarre fuori, emancipare, dare dignità a chi ne era stato privato.

Don Milani non è un santino da venerare nelle ricorrenze istituzionali, ma una presenza viva, uno specchio scomodo in cui specchiarsi. Il suo sguardo, attraverso le foto d’epoca in bianco e nero che spesso popolano le pareti dei nostri studi o i ripiani delle nostre scrivanie, continua a interrogarci da quell’esilio forzato di Barbiana, dove il nulla geografico e sociale si trasformò nel tutto pedagogico. La pedagogia di don Milani non è nata nelle aule universitarie, tra dotti dibattiti accademici, ed è forse proprio per questo che possiede ancora oggi una forza d’urto e una freschezza intellettuale totalmente intatte. È una pedagogia dell’aderenza totale alla realtà, dove il messaggio del Vangelo e i principi della Costituzione italiana si fondevano nell’urgenza quotidiana di dare la parola ai poveri, ai figli dei contadini, ai respinti. Sapeva con incrollabile certezza che il possesso della parola e la padronanza della lingua fossero gli unici strumenti in grado di aprire ogni porta, consapevole che il deficit linguistico rappresentasse il vero, insormontabile spartiacque sociale.

La scuola di Barbiana, con il suo celebre e severo motto “I care” – mi importa, mi sta a cuore, mi assumo la responsabilità –, si poneva in antitesi drammatica e militante con la scuola formalistica del tempo, quella che il Priore paragonava crudelmente a un ospedale che si limita a curare i sani e respinge i malati cronici. In un’epoca come la nostra, drammaticamente schiacciata dall’ansia della performance a tutti i costi, dalle griglie di valutazione standardizzate e da una burocrazia asfissiante che troppo spesso soffoca l’entusiasmo e la vocazione dei docenti, il richiamo che giunge da Barbiana risuona come un severo, accorato monito.

Che senso ha una scuola che si limita a certificare asetticamente le competenze di chi è già avvantaggiato per censo, patrimonio culturale e provenienza familiare? Il rigore pedagogico milaniano ci ricorda che l’uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. È l’atto di responsabilità suprema del maestro che non accetta di perdere nessuno lungo la strada, che considera ogni bocciatura come un fallimento personale e collettivo, una ferita inferta alla democrazia. C’è un passaggio, di una bellezza disarmante e quasi dostoevskijana, che riassume l’intera parabola umana, intellettuale e spirituale del Priore: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa straordinaria e provocatoria affermazione si condensa l’essenza stessa dell’educazione. Non siamo di fronte a una professione di fede mancata o a un momento di debolezza spirituale, ma all’adempimento più alto, radicale e coerente del mandato evangelico e civile.

Don Milani ha amato i suoi ragazzi di un amore carnale, totale, totalizzante, fino a consumarsi la salute e le forze in quella scuola di montagna aperta 365 giorni all’anno. Per lui, amare quelle creature concrete, vederle crescere, vederle finalmente capaci di difendersi, di argomentare e di pensare con la propria testa, era l’unico modo possibile di amare Dio e di servire lo Stato. Il trascendente si faceva immanente nella concretezza di un’aula spoglia e fredda, attorno a un tavolo di legno costruito dagli stessi alunni, davanti a un astrolabio autocostruito o a una vecchia mappa geografica appesa al muro. Oggi la “tecnica” della scuola non può e non deve ridursi a un mero insieme di procedure didattiche digitalizzate, a griglie Excel o a freddi algoritmi di apprendimento personalizzato. La vera tecnica, l’arte pedagogica suprema che don Milani ci ha lasciato in eredità, è la capacità di stabilire una relazione asimmetrica ma profondamente rispettosa, dove il maestro si fa carico, in prima persona, del destino umano e civile dell’allievo. I suoi insegnamenti non sono fossili del Novecento da studiare nei manuali di storia della pedagogia, ma bussole indispensabili per orientarsi nel caos e nelle derive della modernità liquida. Guardare oggi a quella figura significa ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la forza di denunciare le nuove povertà educative e le inedite marginalità, l’audacia di rimettere lo studente in carne e ossa, e non i programmi ministeriali o le scadenze burocratiche, al centro esatto del processo educativo.

Centotré anni dopo la sua nascita, la lezione più grande del Priore resta un invito alla fedeltà: fedeltà agli ultimi della terra, fedeltà alla cultura come unico strumento di reale liberazione, e soprattutto, quell’amore viscerale per i ragazzi che, lassù a Barbiana, ha cancellato ogni sottigliezza dottrinale per farsi carne, scuola e futuro.
(fonte: La tecnica della scuola, articolo di Monica Piolanti 27/05/2026)

sabato 16 maggio 2026

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

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