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mercoledì 6 settembre 2023

ESPERIENZE DI CHIESA - Dedicarsi ai giovani con il metodo di Padre Pino Puglisi (3P) di Marco Pappalardo

ESPERIENZE DI CHIESA 
Dedicarsi ai giovani 
con il metodo 
di Padre Pino Puglisi (3P) 
di Marco Pappalardo

Cosa c'entrano i giovani accusati di violenza sessuale a Palermo e a Caivano con il primo prete martire ucciso dalla mafia 30 anni fa?




Il 15 settembre ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Padre Pino Puglisi e da poco Papa Francesco ha inviato una lettera all’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che in un passaggio dice: «I giovani poi siano al centro delle vostre premure: sono la speranza del futuro». I giovani di Palermo (ma potrebbero esserlo di qualunque città o paese italiano), alcuni dei quali diventati tristemente noti per la violenza e lo stupro di gruppo nei confronti di una coetanea (e quanto accaduto a Caivano dimostra che non è una questione ristretta ad un determinato territorio!), sono quelli a cui “3P” ha dedicato la vita e a cui il Santo Padre fa riferimento? Non altri, sono proprio loro! Che c’entrano con la mafia? Niente in quanto ad appartenenza, tanto purtroppo per l’atteggiamento mafioso, cioè quella convinzione di restare impuniti, di essere cacciatori in quanto maschi, di usare violenza a piacimento, di muoversi in gruppo come una cosca, di colpire gli indifesi, di marcare il territorio, di agire nell’indifferenza altrui.

Questi giovani sono stati al centro della missione sacerdotale ed educativa di Padre Pino ovunque si trovasse ad operare. Questi giovani ma anche tutti gli altri! Spesso, praticamente sempre, la figura del Beato è legata all’epilogo tragico e al martirio per mano della mafia che, vigliacca e impotente, ha avuto paura di un povero prete e insegnante. Chi però lo ha conosciuto veramente, chi ha letto tutto di lui e su di lui, sa bene che la sua “santità educativa” era nella quotidianità della vita pastorale ben prima degli anni passati a Brancaccio dove tra l’altro era nato. La cura per i bambini, i ragazzi, i giovani era un tratto fondamentale che si trasformava man mano in coinvolgimento, fiducia, protagonismo e, crescendo, in corresponsabilità. Pensare che i problemi della gioventù siano solo quelli provocati dalla malavita organizzata è molto riduttivo e la cronaca ce lo dimostra continuamente.

Padre Pino, che conosceva benissimo queste problematiche, non le ha lasciate ad altri, non si è ritirato in un angolo, al contrario ha vissuto la propria vocazione con il cuore di padre e maestro per ognuno di loro, e loro se ne accorgevano. Ha scelto, per esempio, di coinvolgere i suoi alunni e altri giovani nel servizio ai più piccoli e svantaggiati; lo ha scelto per quest’ultimi – infatti “se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” – e pure per i primi che nel volontariato e nel dono di sé hanno imparato ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini”.

Il passaggio terreno di Padre Pino è stato un vortice di amore, gioia, impegno che ha offerto a tutti e a ciascuno lo spazio per ritrovare sé stessi ed essere per gli altri; oggi tanti di loro ormai adulti vivono ancora con questo anelito e continuano a rispondere a quella chiamata. Le “premure” di cui parla il Papa – per le quali abbiamo in “3P” un modello straordinario nell’ordinario – ci invitano a non colpevolizzarci come genitori, docenti, educatori, strappandoci le vesti dinanzi a certe notizie, bensì ad un pensiero e ad un’azione preventivi. Più offriremo alla gioventù spazi per operare il bene insieme, sin da piccoli, meno poi si trasformeranno in un branco famelico, sapendo dire di “no” quando rischieranno di trovarsi in mezzo.

Nelle “terre dell’educazione” non basta essere presenti e vigili, poiché anche le sentinelle finiscono per chiudere gli occhi ad un certo punto; così come non si tratta tanto di controllare ciò che fanno i figli o gli alunni, perché saranno sempre un passo avanti al nostro. Padre Puglisi ci insegna a camminare con i giovani su quelle terre e a condividere l’esperienza di bene, per poi lasciarli andare nella libertà con responsabilità.

(Fonte: Vino Nuovo - 05.09.2023)

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sabato 15 settembre 2018

Don Puglisi ucciso da mafia e malapolitica di Francesco Palazzo

Don Puglisi ucciso 
da mafia e malapolitica 
di Francesco Palazzo

Cosa ha fatto Don Pino Puglisi nei tre anni a Brancaccio? Perché è stato ucciso? Cosa ha messo in atto dal 1990 al 1993 tanto da armare menti e mani mafiose? Toglieva i bambini dalla strada? Sì, ma lo facevano e lo fanno pure altri preti, mai sfiorati dai proiettili di Cosa nostra. D’altra parte, nel quartiere Brancaccio, dove sono nato e cresciuto, rione agricolo come genesi storica, quasi tutti si andava e si va a scuola, con laureati, diplomati, professionisti, professori, pure universitari, impiegati e artigiani. Lui si occupò in particolare di un’enclave di famiglie, ancora esistente, circa 150, del centro storico, ghettizzate dalla politica e inviate in alcuni palazzi di Brancaccio all’inizio degli anni Ottanta. Da allora poco o nulla è mutato. Lì si gioca tutta, o quasi, la vicenda del beato. Che per bonificare quella zona sposò la causa del Comitato Intercondominiale Hazon. Persone che volevano portare civiltà e servizi dove la politica aveva imposto isolamento e invivibilità. Questa esperienza è quella dove quel colpo alla nuca matura. E ciò è dimostrato dal fatto che tre esponenti di punta di quel comitato, che era una cosa sola con 3P, si vedono bruciare le porte di casa in una notte di fine giugno del 1993, a poche settimane dall’agguato mortale. I processi hanno mostrato che la matrice incendiaria e quella omicidiaria sono identiche. Il quadro era ed è chiaro. 
Puglisi muore perché vuole cambiare quel pezzo di rione, le logiche aberranti che lo guidano, mettendo in discussione la manovalanza criminale che in quei luoghi si era messa a disposizione della mafia che regnava nella zona. Il sangue di don Pino viene sparso per riscattare un piccolo lembo, creato da una politica miope, di un quartiere periferico di Palermo. E non sembri una diminutio, ma un’esaltazione dell’uomo di fede. Che in altri angoli di quella parte di Palermo, il rione bidonville dello Scaricatore e l’agglomerato di case popolari senza servizi, adiacente alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, aveva operato allo stesso modo. A dimostrazione che alla malapolitica e alla mafia creava (crea?) profondo malessere la circostanza che la chiesa si interessi non soltanto di sacramenti, si possono citare i quattro anni, dal 1985 al 1989, in cui a San Gaetano, la parrocchia dove viene inviato nell’ottobre del 1990 don Puglisi, arriva un giovane prete, Rosario Giuè. Che spende il suo sacerdozio senza riverenze nei confronti della politica e senza timori di fronte alla cosca mafiosa di Brancaccio. Provocando le stesse reazioni da parte della malapolitica, della mafia, dei suoi sgherri e dei colletti bianchi al suo servizio. Ma come si agiva in queste due vicende pastorali e sociali? Forse implorando assistenzialismo e distribuendo carità attraverso le casse pubbliche? No, venivano chiesti diritti, promozione umana, infrastrutture, rispetto della programmazione comunale, incontri con le giunte comunali in parrocchia. Si cercava la canna per pescare e non il pesce dato a buon mercato dalla politica e dal volontariato, laico o religioso, che si limita al paternalismo che nulla sposta. Il senso del "Se ognuno fa qualcosa" puglisiano si muoveva in tale direzione e le coppole storte lo capirono subito. Ora le domande sono le seguenti. Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia? Oltre le scomuniche e i documenti dei vescovi, le omelie infuocate nei duomi, si resta sotto i campanili, dove non si reca fastidio a nessuno? La visita del successore di Pietro nei luoghi di don Pino, proprio perché è un imprimatur d’ora in poi inamovibile sul suo sacrificio, dovrebbe consentire a tutta la comunità cattolica siciliana di rispondere a tali fondamentali interrogativi.

Papa a Palermo. Biagio Conte: “La Chiesa deve camminare unita e diventare esempio per tutta la società” 

"Ecco di cosa abbiamo bisogno": fedeli siciliani scrivono al papa nell'imminenza del suo arrivo 

"GIUSEPPE PUGLISI, BEATO E MARTIRE" - Documentario (VIDEO) 

SCUOLA. PINO PUGLISI: UN MAESTRO CONTRO LA MAFIA di Alessandro D’Avenia

mercoledì 12 settembre 2018

"GIUSEPPE PUGLISI, BEATO E MARTIRE" - Documentario (VIDEO)

"GIUSEPPE PUGLISI, 
BEATO E MARTIRE" 
Documentario (VIDEO)


Rai Cultura ricorda il suo coraggio e la sua testimonianza con il documentario di Antonia Pillosio “Giuseppe Puglisi, trasmesso l'11.09.2018 su RaiStoria



Palermo, sera del 15 settembre 1993: don Giuseppe Puglisi - parroco del quartiere Brancaccio, dove è nato lo stesso giorno, cinquantasei anni prima - è appena sceso dall’auto e sta per rientrare a casa, in piazzale Anita Garibaldi. Ma qualcuno lo aspetta e gli spara alla nuca. Un’esecuzione mafiosa che diventa martirio per l’uomo che più volte, pubblicamente, ha sfidato Cosa Nostra e si è battuto per dare futuro e speranza ai giovani, togliendoli dalla strada. Venticinque anni dopo, Rai Cultura ricorda il suo coraggio e la sua testimonianza con il documentario di Antonia Pillosio “Giuseppe Puglisi, beato e martire”, presentato in anteprima lunedì 10 settembre alle 21.00 all’Auditorium comunale “Giuseppe Di Matteo” Teatro Brancaccio a cura dell’Arcidiocesi di Palermo - Centro Diocesano “Beato Giuseppe Puglisi” e in onda martedì 11 settembre alle 21.10 su Rai Storia per il ciclo “Italiani”, con un’introduzione di Paolo Mieli.
Il documentario – al quale hanno collaborato l’Archivio G. Puglisi della Diocesi di Palermo, l’Archivio Centro Accoglienza “Padre Nostro” e l’Archivio Tgs – racconta la vita e l’impegno di don Puglisi attraverso le immagini delle Teche Rai e le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto. Come lo storico Andrea Riccardi: “Don Puglisi – sostiene - anticipava e incarnava il modo pastorale di lottare contro la mafia: in questo senso colpire lui era colpire un’avanguardia. Io credo che Don Puglisi sia il modello per i preti dell’Italia del XXI secolo, di come un ministero sacerdotale può tenere unito il tessuto sociale italiano, può essere un argine allo scatenarsi della violenza delle mafie”.
Una convinzione condivisa da monsignor Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo: “Don Puglisi non incarna un’idea di prete, lui è il prete che riesce a farsi interpellare dalla Storia, per cui risponde agli uomini concreti, ai volti concreti, ai bisogni concreti, perché il Vangelo è fatto per raggiungere tutta la persona”.
Tra le altre testimonianze, quelle di don Mario Torcivia, che ha seguito la causa di beatificazione come martire di don Puglisi; e di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera che afferma: “Pensando a Don Puglisi, oggi più che mai è un invito a fare di più. Papa Francesco non si stanca mai di ripetercelo, per invitare le persone ad assumersi le proprie parti di responsabilità”. 
E non manca il ricordo di Giancarlo Caselli, procuratore di Palermo in quegli anni, che riassume così la missione di quel sacerdote: “Padre Puglisi non era contro questo o quella cosa, ma era per i giovani e i ragazzi del suo quartiere”.
Maurizio Artale, presidente del Centro “Padre Nostro” fondato dal parroco di Brancaccio, infine, chiude il documentario spiegando come è stata raccolta e viene mantenuta viva l’eredità di Don Pino.


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