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sabato 1 aprile 2017

A Gerusalemme. Paolo in catene, legato al Vangelo e all’umanità: At 21,17-23,11 (Gregorio Battaglia)

A Gerusalemme. 
Paolo in catene, legato al Vangelo e all’umanità:
 At 21,17-23,11 
a cura di p. Gregorio Battaglia
(VIDEO INTEGRALE)



Settimo incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 




15.03.2017

          Questa sezione degli Atti degli Apostoli sembrerebbe, a prima vista, la meno interessante del libro. Il racconto si ferma in modo prolungato sulla carcerazione di Paolo e sulle sue vicende processuali. Si tratta di una carcerazione non prevista, perché Paolo, avendo fatto tesoro dell’esperienza precedente, una volta giunto a Gerusalemme si era limitato ad incontrare i fratelli della comunità, ai quali aveva “raccontato nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero” (At 21,19). Sono proprio questi fratelli, che da una parte “danno gloria Dio” per l’opera compiuta tra i pagani, ma dall’altra avanzano un sospetto nei confronti di Paolo, se, forse, nella foga di evangelizzare i pagani non abbia ritenuto opportuno invitare “i Giudei sparsi tra i pagani ad abbandonare Mosé, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali” (At 21,21).
La diffidenza nei confronti di Paolo, prima di essere fuori, è dentro la stessa comunità di Gerusalemme, che ritiene pericolosa la scelta di mettere insieme giudei e pagani, perché tutto questo potrebbe portare all’abbandono delle tradizioni giudaiche. Ma questi fratelli sanno bene che questo non è l’insegnamento di Paolo, perché egli è fermamente convinto che il giudeo che accoglie l’Evangelo del Signore crocifisso e risorto non smette di essere giudeo, anzi si realizza in pienezza, ma che allo stesso tempo si deve sottolineare che la gratuità del Vangelo annunziata ai pagani, non può tradursi in una costrizione per loro a vivere alla maniera giudaica.
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22,1: “Fratelli e padri, ascoltate ora la mia difesa davanti a voi”. Paolo è in piedi sui gradini ed ha la possibilità di poter raccontare al suo popolo come la sua vita sia cambiata a motivo dell’incontro con il mistero del Dio vivente, che lo ha illuminato sulla strada di Damasco. Paolo parla alla folla, ma in effetti sente il bisogno di ritornare su quel momento che ha determinato la sua vita da allora in poi. E così Paolo non può fare a meno di ricordare il volto di Stefano, perché “quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano”(At 22,20). In quel volto luminoso, perché aperto al perdono, Paolo ha incontrato il Vangelo, la gratuità dell’amore.

Egli per primo si è sentito amato gratuitamente nella testimonianza benedicente di Stefano. E adesso Paolo può richiamare questa visione per comprendere ancora meglio quale sia la radice del Vangelo e che non vi è altro modo di evangelizzare se non attraverso una presenza che sia capace di un amore gratuito. Qui non si tratta di cercare la gloria del martirio come una variante del proprio desiderio di affermazione, ma di lasciare affiorare quella corrente di amore gratuito, che il Signore Gesù ha versato in abbondanza una volta per tutte.

Ricordando Stefano, Paolo può meglio chiarire a se stesso cosa possa significare testimoniare il vangelo nella nuova condizione di uomo legato con doppia catena. Si tratta di un vero discernimento, che conduce Paolo a rendersi conto che quel che conta è lasciare affiorare questa corrente di gratuità, che sgorga dal Cristo Crocifisso e Risorto e sempre operante, con la forza del suo Santo Spirito, nella storia degli uomini. E così le catene acquistano sempre più il valore simbolico del suo essere incatenato dallo Spirito alla parola del Vangelo, ma anche il suo legame sempre più stringente ad un’umanità, che va alla deriva e che nella sua condizione infernale anela a poter ritornare al vero senso della vita.

Nell’animo di Paolo si va facendo strada la convinzione che l’annuncio del Vangelo non richieda necessariamente il versamento del sangue, quanto piuttosto una vita, che nella sua apparente normalità lascia trasparire la luce della Resurrezione, la forza rinnovatrice di un amore, che si fa accoglienza dell’altro nella sua diversità e nella sua miseria. Tutto questo lo porta a far valere i suoi diritti di “cittadino romano”, che non può essere flagellato o giustiziato senza un vero processo, in cui l’imputato abbia la possibilità di potersi difendere.

Paolo, nel suo discernimento, sta davvero affrontando il grosso problema del rapporto del cristiano nei confronti dei poteri di questo mondo e quale debba essere l’atteggiamento da assumere. Si tratta di subire da rassegnati o di poter portare l’altro a prendere coscienza delle proprie responsabilità? Rivendicando il proprio diritto ad essere trattato da cittadino romano Paolo costringe il centurione a fermare una violenza gratuita come la flagellazione preventiva ed a rivolgersi al tribuno per mettere in atto le procedure del caso.
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sabato 25 marzo 2017

Verso Gerusalemme. Nel mistero della Pasqua del Signore: At 19,21-21,16 (Alberto Neglia)

Verso Gerusalemme. 
Nel mistero della Pasqua del Signore: 
At 19,21-21,16 
a cura di P. Alberto Neglia 
(VIDEO INTEGRALE)


Sesto incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 



08.03.2017

1. Salire a Gerusalemme
Paolo è ad Efeso da tre anni. A partire da At 19,21, c'è come una svolta nella vita di Paolo: «Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: “Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma”». 
Questo proposito di salire a Gerusalemme, credo vada riletto come un desiderio di ripercorrere la storia della salvezza come vicenda personale. Gerusalemme è già la meta del viaggio delle tribù del Signore (Sal 120-134). In questo viaggio c'è una memoria prossima di un pellegrino per eccellenza: Gesù. Gerusalemme, infatti è il luogo al quale è salito Gesù (Lc 9,51). Nei capitoli precedenti Paolo è autore di imprese all'esterno, a partire da 19,21 è proiettato alla ricerca della sua identità. Il salire a Gerusalemme, quindi ha un valore sacramentale. È volontà di convertirsi, di immergersi ancora nel mistero di Cristo. Pare che Paolo sia alla ricerca della sua identità. È un peregrinare dentro se stesso.
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6. At 20,17-38 Addio agli anziani di Efeso: Testamento di Paolo

«Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa». Questo discorso di congedo lo possiamo leggere alla luce del Discorso di Gesù nell’Ultima cena riportata nel vangelo di Giovanni. Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola. Egli lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre.
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Le prime parole che Paolo rivolge agli anziani sono: «Voi sapete…». Egli sottolinea che non ha niente da nascondere…, illustra lo stile di Dio, lo stile della semplicità, in cui quel che si dice corrisponde a quel che si fa. Proprio questo è ciò attribuisce autorità. È un invito alla trasparenza. 
L’esperienza di Paolo è un’esperienza comunitaria… Il suo ministero, il suo modo di comunicare il Vangelo, è stato quello di andare in mezzo alle persone, lì dove vivono, prima in sinagoga, poi, quando l’hanno cacciato, nella scuola di un filosofo, infine, nelle piazze, dove ha incontrato le donne che lavavano i panni. Egli ha sempre operato nella vita quotidiana. Il Vangelo non è qualcosa di astruso, di separato da quello che le persone vivono quotidianamente. È invece il principio dell’incarnazione: entra e si incontra dove le persone vivono. D’altra parte, Dio è proprio questo stare “con”, soprattutto con chi è solo, con i peccatori, con i pubblicani, con le prostitute, con i poveri.

«… per tutto il tempo…»: Paolo non ha cambiato il suo comportamento. Anche quando si sono riunite attorno a lui delle persone che ascoltavano, quando si è formato il primo nucleo della Chiesa. C’è quindi una comunanza di vita. È bello concepire l’apostolato come lo stare “con”, e non come lo stare immerso nei propri privilegi, nelle proprie ricchezze.

«… servendo il Signore…»: la caratteristica di Paolo non è quella del padrone. Ma quella di servire il Signore, nello stile di Gesù.

«Con tutta umiltà…»: Paolo invita all’umiltà anzitutto: «ho servito il Signore con tutta umiltà» (v. 19): non è solo virtù invocata o occasionale, ma esperienza costante del limite e convinzione della propria non indispensabilità.

«... e lacrime e prove…»: la vita di Paolo è associata al mistero di morte e resurrezione di Cristo. In Col 1,24, scrive: «Compio in me a vostro favore quel che ancora manca alle sofferenze di Cristo».

«non mi sono mai tirato indietro…»: Paolo si è rivolto a tutti, giudei e greci… Paolo mostra coraggio enorme nel mettere a confronto culture diverse, preoccupato solo di evidenziare che Dio è Padre di tutti e gli altri sono miei fratelli.

«Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme»: qui Paolo accenna alla sua situazione presente e futura, dove viene messo in evidenza non ciò che Paolo fa ma quello che gli altri gli faranno. Egli “incatenato” (dedeménos) allo Spirito che è massima relazione d’amore tra Padre e Figlio, che coinvolge lui a saper donare la sua vita a tutti. Questa catena dello Spirito rappresenta un sigillo d’amore più forte della morte che Paolo sta per affrontare.

«Vado a Gerusalemme…»: ripeto, andare a Gerusalemme significa tornare alla casa del Padre, ripercorrendo, in modo sacramentale, l’itinerario di Gesù. Solo da lì si può ripartire per andare agli estremi confini del mondo, Roma.

Come Gesù, salendo a Gerusalemme, per tre volte ha annunziato ai suoi il mistero della sua passione, così Paolo dice che lo aspettano catene e tribolazioni. In questo senso è significativo ciò che Paolo scrive in Col 1,24: «Io compio in me, nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo in vostro favore». Questo è confermato da ciò che scrive in 2Cor 11,22-28, è un testo che ci fa capire che le catene di cui parla, sono catene che ha già sperimentato sulla sua pelle.

«… purché compia la mia corsa…»: Paolo è consapevole di ciò a cui va incontro, lo abbraccia con gioia nella consapevolezza dell’assimilazione al Signore: per me la vita è Cristo! È per lui che Paolo compie la corsa del servizio che ha ricevuto dal Signore: l’essere servo dei fratelli, questo è amare i fratelli. In tal modo Paolo è testimone del volto di Gesù e del Vangelo che racconta con la sua vita consegnata.

«E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto»: in un certo senso Paolo ha consegnato il suo ritratto, adesso, nei versi 25-31, fa alcune raccomandazioni. Egli ricorda che ha annunciato tutta la volontà di Dio senza ambiguità e senza secondi fini, con coraggio e franchezza (parresia), per cui «io sono innocente del sangue di tutti», cioè io non sono responsabile se qualcuno si perde… Quindi ognuno deve assumersi le sue responsabilità. È quando uno se ne va che si vede se quel che ha fatto ha radici. Andando via Paolo mette gli altri in condizioni di camminare con le proprie gambe.

«State attenti a voi stessi e a tutto il gregge…»: questo è il centro del discorso. Paolo sta parlando ai presbiteri. Egli ricorda che lo Spirito santo li ha scelti dentro questo gregge come persone chiamate a guardare la situazione (episcopoi), dallo sguardo di Dio, ricordando sempre che si tratta di pascere la chiesa che è di Dio (e non dei presbiteri) che si è acquistata con il proprio sangue. La morte del Figlio, infatti, è la manifestazione totale del padre per il Figlio e del Figlio per il Padre e per tutti noi.

Occorre allora avere attenzione per ogni persona perché Cristo «è morto per tutti i peccatori dei quali io sono il primo», dice Paolo. Tutti sono miei fratelli, non escludo nessuno, perché ogni persona è figlio di Dio.

«Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci»: è l’Appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per poveri. Paolo ha educato gli Efesini alla libertà e alla responsabilità, e quindi invita gli anziani ad adoperarsi perché la gente sia libera e capace di vivere da figli e da fratelli. Adesso li mette in guardia contro lupi rapaci. All’epoca erano coloro che non avevano accettato il concilio di Gerusalemme.
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martedì 21 marzo 2017

I viaggi missionari di Paolo. Apertura al mondo e alle culture: At 16,1-19,20 (Gregorio Battaglia)

I viaggi missionari di Paolo. 
Apertura al mondo e alle culture: At 16,1-19,20 
a cura di P. Gregorio Battaglia 
(VIDEO INTEGRALE)


Quinto incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 


22.02.2017



V. SOLO IL VANGELO BASTA
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3. Paolo ad Atene: quale rapporto tra Vangelo e cultura?
17,16: «Paolo, mentre li attendeva ad Atene, fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli». Paolo è stato accompagnato in fretta e furia ad Atene, mentre Sila e Timoteo sono rimasti a Berea. In questa attesa, ma anche in questa solitudine egli ha modo di guardarsi attorno e di cogliere di questa grande città, roccaforte della cultura, questo aspetto idolatrico, che la contraddistingue. Nell’animo di Paolo si agitano certamente una pluralità di sentimenti: c’è curiosità, ma c’è anche un fuoco di sdegno per come gli appare questa città.
Come era solito fare in altre circostanze, egli prende contatto con i Giudei presenti in città e con la loro sinagoga, dove non manca di annunciare che la promessa del Messia si è realizzata in Gesù di Nazareth, messo a morte e che Dio ha risuscitato. Allo stesso tempo è tutto proteso a dialogare nella piazza (agorà) con qualsiasi persona che incontra e, dice il testo, che «certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui». L’impressione che Paolo suscita in queste persone non è molto lusinghiera, tanto che lo definiscono un “ciarlatano”, “un seminatore di chiacchere”, ma tutto questo non impedisce loro di invitarlo all’Aeropago per chiarire meglio le novità che egli porta.
In questa permanenza ad Atene Paolo non si è limitato a dialogare all’interno della sinagoga, ma ha accettato di misurarsi con la piazza, che di per sé non ha un’identità propria, perché è aperta a tutte le presenze. E adesso si ritrova nel cuore stesso della cultura a dialogare con le scuole filosofiche più in vista. Il grande interrogativo che si pone per Paolo è proprio quello di verificare se un dialogo sia realmente possibile, ma Luca ci mette già sull’avviso, dicendoci che tutto questo non è possibile, perché «tutti gli Ateniesi e gli stranieri là residenti non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21).
Il dialogo, in questo caso, sembra davvero impossibile, perché vengono meno i presupposti, che lo rendono efficace. In questa piazza la “parola” perde la sua forza di comunicazione di vita, di senso, per divenire un semplice gioco di suoni o, nel peggiore dei casi, un uso strumentale di essa per catturare l’altro e asservirlo ai propri fini. Là dove la cultura non ricerca e non risponde a problemi reali e profondi, il Vangelo rimane sigillato.
Intanto Paolo accetta di misurarsi con questi sapienti e con le scuole, che essi rappresentano. Nel suo discorso, rivolto all’Aeropago, Paolo prende come spunto di avvio per l’annuncio della sua proposta di vita l’aver notato in città un altare dedicato al “Dio ignoto”. Di questo Dio egli intende parlare, di quel Dio che ha fatto i cieli e la terra e che non è riducibile alle misure umane. E così dopo aver denunciato la via sbagliata dell’idolatria, che è un tutt’uno con la via dell’ignoranza, Paolo vuole suggerire la via giusta della ricerca di Dio, quella storica e antropologica fino ad arrivare all’annuncio esplicito dell’uomo accreditato da Dio e che con la sua resurrezione risponde alle attese degli uomini.
L’annuncio cristiano nel discorso dell’Aeropago è concentrato nella resurrezione dell’uomo Gesù, che non viene nominato e che Dio ha costituito giudice del mondo e della storia. E’ l’annuncio della gratuita iniziativa di Dio, che con la sovrabbondanza del suo amore dà senso a tutte le ricerche umane, ma che a sua volta non è riducibile né alla cultura, né alla religiosità.
Paolo ha cercato di fare del suo meglio per presentare un discorso ben articolato, che potesse far breccia nel cuore di questi cultori della parola. Il risultato è quanto mai deludente. Paolo deve constatare che l’Evangelo alla fine non ti fornisce nessun appiglio particolarmente convincente, anzi all’opposto, ti riduce in stato di vera povertà. Ed è proprio questo sentimento di inadeguatezza e di povertà, che conduce Paolo a prendere consapevolezza che l’autenticità del Vangelo non consente a nessuno di poter strumentalizzare il linguaggio, le opinioni, i mezzi di comunicazione, perché non conduce da nessuna parte.
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domenica 19 febbraio 2017

La Chiesa di Antiochia e l’inizio della missione ai pagani di Paolo e Barnaba: At 13-14 a cura di P. Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

La Chiesa di Antiochia e l’inizio della missione ai pagani 
di Paolo e Barnaba: At 13-14 
a cura di P. Gregorio Battaglia 
(VIDEO INTEGRALE)


Quarto incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla


Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 


15.02.2017


"... Così Paolo e Barnaba iniziando il loro primo viaggio missionario non stanno obbedendo ad un loro progetto, ma sono ben coscienti di essere stati inviati dalla comunità, che per mezzo di loro sente di poter realizzare quella apertura al mondo, quell’uscita dal proprio guscio comunitario. La salvezza annunziata dal Vangelo non è per pochi privilegiati, ma chiede di poter raggiungere ogni creatura umana in qualsiasi inferno essa possa trovarsi. Questo andare incontro agli uomini nella loro condizione di persone smarrite è visto dalla comunità di Antiochia come un cooperare all’opera di Dio.

Il termine opera ed il relativo verbo operare ricorre ben cinque volte in questi due capitoli. Esso sta ad indicare l’instancabile iniziativa di Dio, che dall’inizio della creazione attraverso lo svolgersi della storia della salvezza giunge fino alla nuova creazione, che si realizza nel Figlio, morto e risorto per noi. Nella Pasqua redentiva del Figlio viene portata a compimento il disegno di Dio di ricondurre l’uomo al giardino della vita, perché reimpari come stare al mondo in una logica di vita e non di morte. Nessuna creatura umana può sentirsi esclusa dalla familiarità con Dio e la Pasqua del Signore costituisce la grande spinta, che spinge la storia degli uomini verso un cammino di riconciliazione con il volto del Padre. ..."

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Incontro integrale 





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sabato 18 febbraio 2017

"L’apertura di Pietro all’evangelizzazione dei pagani: At 10-11" di P. Aurelio Antista, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

"L’apertura di Pietro all’evangelizzazione dei pagani: At 10-11" 
di P. Aurelio Antista, 
carmelitano
(VIDEO INTEGRALE)




Terzo incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 

08.02.2017



La tradizione cristiana del NT attribuisce a Pietro il ruolo di “Apostolo dei Giudei” e a Paolo quello di “Apostolo dei pagani”. In realtà però, il primo ad annunciare il vangelo ai pagani è Pietro, guidato da Dio e dal suo Spirito. Per l’evangelista Luca ne è testimonianza chiara la pagina degli Atti in cui racconta l’incontro, a Cesarea, tra Pietro e il centurione Cornelio (At 10,1-11,18).
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Il giorno dopo avviene l’esperienza di Pietro, anche questa in un contesto di preghiera. Mentre prega, all’ora di pranzo, sul terrazzo della casa che lo ospita, Pietro vede il cielo aperto e una grande tovaglia calata a terra che contiene una gran quantità di animali e di uccelli puri e impuri. Una voce gli dice: “Alzati, Pietro, immola e mangia!” Ma lui, prontamente risponde: “Non sia mai, Signore, io non ho mai mangiato nulla di impuro”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano, immondo”. La scena si ripete per ben tre volte, e poi il lenzuolo con il suo contenuto viene tirato su, verso il cielo. 
L’esperienza vissuta e le parole ascoltate sono per Pietro motivo di turbamento e di smarrimento, perché mettono in discussione il complesso delle prescrizioni contenute nella Legge circa il puro e l’impuro, la cui osservanza è garanzia della santità di Israele davanti a Dio e manifestazione davanti agli altri del suo essere “il popolo eletto”. L’osservanza delle prescrizioni alimentari, nella rivelazione biblica, hanno, appunto, lo scopo di sottolineare la separazione di Israele dagli altri popoli, per salvaguardare la sua peculiarità di “popolo eletto” e garantire così la sua missione di testimone della presenza del Dio vivente nel cuore dell’umanità. Comprendiamo, pertanto, il perché della reazione istintiva e indispettita di Pietro che contesta la voce del Signore e si rifiuta di mangiare ciò che è “comune o impuro”.
Mentre Pietro sta interrogandosi sul significato della rivelazione divina, arrivano gli inviati da Cesarea che cercano proprio lui.
L’intervento dello Spirito Santo lo invita a superare gli scrupoli e ad accogliere senza esitazione quegli uomini stranieri: “Alzati, scendi e va’ con loro, senza esitare”, gli dice lo Spirito. Sono molto pregnanti i verbi che usa Luca: “Alzarsi, scendere e andare con” indicano un risorgere, uno scendere come movimento interiore di conversione e un “andare con” gli altri e un “andare verso” i nuovi itinerari che il Signore sta tracciando per lui. Con docilità, Pietro si apre all’accoglienza della nuova situazione che gli si prospetta davanti, anche se non è ancora in grado di decifrare la direzione e i contorni. Egli comincia a comprendere, tuttavia, che quel “viaggio” che aveva progettato “per tutti” (9,30) e che lo aveva portato fuori di Gerusalemme in visita alle comunità di Lidda e di Giaffa, ora lo sta conducendo molto più lontano, verso lidi sconosciuti, verso il mondo dei pagani. Dalla richiesta dei messaggeri di recarsi a Cesarea per portare a Cornelio “la parola che ha da dirgli”, Pietro comincia a comprendere che “tutti quegli animali” della visione simboleggiavano “tutti gli uomini” a favore dei quali Dio dichiara la caduta delle barriere etnico-religiose e garantisce per loro lo stato di “purità”.
Alla luce di questa intuizione, Pietro compie una scelta coraggiosa: “Li fece entrare e li ospitò” (10,23). Con questo gesto l’autore sacro non ci sta dicendo che Pietro è una persona educata e, in quanto tale, rispetta le regole dell’ospitalità. Ma ci rivela che in Pietro avviene un cambiamento radicale, una conversione. E così, lui, capo della comunità giudeo-cristiana, invita dei pagani a condividere le stessa mensa e ad abitare sotto lo stesso tetto; cosa inaudita per un giudeo. Un commentatore scrive che la trasformazione di Pietro “forse è più miracolosa della stessa conversione di Cornelio”.
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sabato 28 gennaio 2017

"Sulla via di Damasco. La vocazione di Paolo e la svolta della sua vita: At 7,95-9,31" di fr. Egidio




domenica 12 febbraio 2017

La “Conversione di Saulo” di Caravaggio a cura di fr Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

La “Conversione di Saulo” di Caravaggio 
a cura di fr Egidio Palumbo, 
carmelitano

(VIDEO INTEGRALE)




Secondo incontro dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017
promossi dalla

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 

01.02.2017



   Le opere artistiche di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571-1610) rimangono ancora oggi affascinanti per il loro coinvolgimento personale e gli spunti di riflessione che suscitano nello spettatore. Evidenziare nella pittura del nostro artista primariamente gli aspetti tecnici relegando in secondo piano la sua poetica, si rischierebbe di offrire una lettura riduttiva delle sue opere e del suo genio artistico. Invece è proprio la sua poetica, emergente dalla sua personalità ricca, poliedrica e complessa, che ha reso affascinanti le sue opere. Scrive Stefano Zuffi: «Per vedere le opere di Caravaggio si fa spesso la fila. Ma quando arriviamo davanti a queste tele, faccia a faccia, la folla scompare. Siamo soli, noi e lui, qui e adesso, davanti al mistero della vita e del destino, davanti alla bellezza dell’arte, davanti alla vertigine del divino, davanti alla miseria e all’eternità dell’uomo». E, a ragione, scriveva Renato Guttuso: «La verità di una grande passione creativa si misura dalla sua durata, dalla sua capacità di riproporsi come fonte d’acqua viva alle ideologie, alle nuove convinzioni, ai nuovi gusti: mostrare una faccia nuova, mai vista prima»....


Il cavallo, che sembra dominare la scena con la sua enorme stazza, non è più imbizzarrito, si è calmato, ed è attento, con quell’alzare la zampa destra, a non calpestare il suo cavaliere Saulo. Il cavallo – non menzionato né dagli Atti degli Apostoli né da Paolo nelle sue lettere, ma è frutto dell’immaginario della tradizione iconografica – sta con tutta la sua imponenza di fronte a Saulo, che è sdraiato a terra sulla schiena. Qui il cavallo sembra essere – in consonanza con la fede biblica (Sal 32,9; Zc 10,5; 12,4) – cifra simbolica di potenza, forza, altezzosità, orgoglio, arroganza e stoltezza. Nell’antichità, e anche ai tempi di Caravaggio, il cavallo era l’animale per i signori della guerra. A cavallo ci andavano i nobili, i ricchi e i borghesi, non la gente normale, né tantomeno i poveri. E da questa prospettiva, il cavallo, non più imbizzarrito e ormai calmo, sembra fare da “specchio” a Saulo caduto a terra: gli “riflette” il suo essere stato spogliato da ogni forma di sicurezza e di potere, la sua umiliazione e il suo abbassamento, il suo quietarsi fino all’abbandono fiducioso. E tutto questo avviene per quella Luce “di mezzogiorno” (At 22,6; 26,12), luce dorata e morbida. È la Luce del Signore Risorto, la Luce della Grazia che illumina Saulo, lo rende “piccolo” (“Paulus”) e debole, lo chiama, lo interpella e gli trasforma l’esistenza. Qui Caravaggio è geniale nel fermare il “fotogramma” del kairòs, ovvero l’istante propizio dell’azione sovrabbondante della Grazia che agisce nella persona di Saulo: la Grazia che gratuitamente scioglie i cuori induriti, che usa misericordia, che perdona, salva, rinnova l’esistenza e chiama ad una missione (Gal 1,15; 1Tm 1,13-14). E infatti, questo istante è qui raffigurato come una illuminazione battesimale, come una nuova nascita per Saulo/Paolo: egli ha il volto giovane di un trentenne, ha le braccia aperte, disarmate (la spada è da una parte e l’elmo dall’altra, ormai inutili ferri…), alzate e protese come un bambino verso il Signore, abbandonate a Lui, pronte a lasciarsi rialzare da Lui, a morire e risorgere in Lui. È veramente l’istante propizio della rinascita spirituale di Paolo. Forse non è un caso che la memoria liturgica della “Conversione di San Paolo”, già presente in Italia nel sec. VIII ed entrata nel calendario liturgico Romano sul finire del sec. X, si festeggia il 25 gennaio, esattamente – lo ricordava Jacopo da Varazze già nel XIII secolo – un mese dopo la Natività di Gesù. 

Forse, non è del tutto strana l’idea di Caravaggio di collocare in una stalla la scena dell’evento di Damasco: evento generativo di sapiente rinascita, vissuto alla luce della Natività di Gesù.

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sabato 28 gennaio 2017

"Sulla via di Damasco. La vocazione di Paolo e la svolta della sua vita: At 7,95-9,31" di fr. Egidio

"Sulla via di Damasco. La vocazione di Paolo 
e la svolta della sua vita: At 7,95-9,31" 
di fr. Egidio Palumbo


Primo incontro dei
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2017

promossi dalla
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto 
25.01.2017




1. Paolo, giudeo della diaspora

Per la prima volta Paolo appare sulla “scena biblica” del NT in At 7, 58-8,3, col nome aramaico di Saulo (dal nome del re Saul), che significa “interpellato, chiamato in causa” (“Paulus/Paolo” è il cognome romano). Qui Saulo è presentato come colui che custodisce i mantelli dei lapidatori di Stefano, che approva la sua esecuzione ed è intento a smantellare la Chiesa di Gerusalemme perseguitando con perquisizioni e arresti i giudeo-cristiani di quella comunità.

Saulo è nato a Tarso (forse nel 5 d.C.) della provincia romana di Cilicia, una città di 300.000 abitanti, famosa per le scuole filosofiche, in particolare per quella stoica. Nato da genitori ebrei del giudaismo della diaspora (giudei che volontariamente erano andati a vivere fuori della Palestina), appartiene al movimento religioso dei farisei (riconoscimento della Torah orale e della Torah scritta, la fede nella risurrezione, rigidità nell’osservanza del sabato, delle leggi di purità e di altre prescrizioni della Torah) e si forma a Gerusalemme presso la scuola del famoso rabbino Gamaliele (era fariseo e insegnò a Gerusalemme tra il 25 e il 50 d.C.), figlio o nipote del più famoso rabbino Hillel, il quale ebbe un ruolo importante nella formulazione di criteri esegetici per l’interpretazione della S. Scrittura. Saulo, inoltre, eredita dalla sua famiglia la cittadinanza romana, che implicava l’acquisizione di vari privilegi: il diritto ad un processo equo, l’esenzione da pene ignominiose (ad es. la flagellazione), il diritto di sottrarsi alla giurisdizione di una corte minore per appellarsi alla corte dell’imperatore a Roma. Prima di aderire al cristianesimo fu un attivo persecutore della Chiesa. 

Saulo-Paolo, quindi, appartiene a tre mondi distinti: al giudaismo, per quanto riguarda la religione; per quanto riguarda la lingua e una certa integrazione culturale all’ellenismo; politicamente all’impero romano, del quale era cittadino. Può essere definito un cosmopolita.

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3. L’evento di Damasco (At 9)

L’evento sulla strada di Damasco, dove Saulo fa l’esperienza dell’incontro con il Cristo Risorto e Vivente, è per il persecutore, un evento di conversione e di vocazione profetica. Siamo nel 35 circa d.C. 
a) È evento di conversione: non nel senso che da non-credente diventa credente, né che passa da una religione ad un’altra religione (non bisogna dimenticare che per tutto il I secolo il cristianesimo era considerato un movimento interno al giudaismo), ma che, dopo il fallimento del peccato, “ritorna a Dio” e al rapporto di Alleanza di amore con Lui, rapporto che ora è chiamato a vivere nella fede del Messia Gesù, il Risorto Vivente. 

Qual è il peccato-fallimento di Saulo-Paolo? È il suo essere un persecutore e un violento, il suo essere troppo sicuro di sé e chiuso alle imprevedibilità dei disegni di Dio, a causa di una visione troppo rigida della Torah/Legge che, paradossalmente, allontana da Dio. Tale fallimento è rappresentato dalla “caduta a terra” (At 9,4) e dalla “cecità” (At 9,8.9): è avvenuto che la Luce della presenza del Risorto ha “ribaltato” la sua esistenza, ha frantumato le sue sicurezze, lo ha disarmato, lo ha reso “debole” e ha “accecato” il suo modo attuale di vedere la Torah e la fede dei padri, per acquisire con un’altra prospettiva – quella del Messia Gesù – il modo di “vedere” la Torah, la fede dei padri e il nascente movimento cristiano. 

Questo movimento di conversione, di “ritorno” al Dio dell’Alleanza è suscitato non dal pentimento di Saulo, ma dalla iniziativa libera, imprevedibile e gratuita dell’incontro con il Cristo Risorto sulla strada per Damasco (le vie imprevedibili della Presenza di Dio… cui accennava Stefano). Ed è veramente l’esperienza di un incontro interpersonale: «Saulo, Saulo…» - «Chi sei, o Signore?» - «Io sono Gesù…». Tutta la persona di Saulo ne viene coinvolta: ascolto e visione, mente e cuore, interiorità e corporeità; dove nell’ascolto Saulo comincia a comprendere che il Messia Risorto è presente nei perseguitati, nei deboli, in coloro che sono disarmati, nonviolenti, in coloro che stanno imparando a camminare sulle Vie del Vangelo (At 9,2; 18,25-26; 19.9.23; 22,4; 24,14.22), cioè ad assumere lo stile di vita del Messia Gesù che è la Via (Gv 14,6). E, posto in una condizione di estrema debolezza, lui che prima si sentiva forte e sicuro di sé, ora ha bisogno di altri: di essere guidato dai suoi compagni (At 9,8); di essere evangelizzato e sostenuto da quelli che lui perseguitava: dal discepolo Anania (At 9,10-19), da altri discepoli, che comunque ancora avevano paura di lui (At 9,19b-26), e da Barnaba (“figlio della consolazione”), che lo prese con sé e lo condusse a Gerusalemme dagli apostoli per garantire della sua conversione, vocazione e missione (At 9,27). 
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