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domenica 5 febbraio 2023

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V Domenica del Tempo Ordinario Anno A
5 Febbraio 2023 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, siamo stati chiamati a salire sul monte per condividere con Gesù uno sguardo diverso sulle cose e sul mondo. È lo sguardo di Dio, che Gesù ha interiorizzato e che permette a noi suoi discepoli di cogliere il segreto della felicità racchiuso nelle cose disprezzate dal mondo, come la povertà, la mitezza, la misericordia, la fame di giustizia. Come Chiesa di fratelli e sorelle di Gesù, rivolgiamo a lui le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Donaci il tuo Spirito, Signore

Lettore


- Tu, Signore, che sei la luce del mondo, fa’ che la tua Chiesa nel suo abitare in mezzo alla comunità degli uomini e delle donne lasci trasparire qualcosa della tua luce, annunziando il Vangelo della grazia ad ogni creatura e facendo proprie le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi e soprattutto dei poveri e di quelli ridotti in schiavitù. Preghiamo.

- Rendi fruttuoso, Signore, il viaggio che papa Francesco ha effettuato nel Congo e nel Sud-Sudan. La sua visita e le sue parole possano contribuire a riavviare processi di riconciliazione e di superamento delle divisioni interne, che a loro volta favoriscono la svendita delle risorse ai vari accaparratori delle aziende internazionali. Preghiamo.

- Benedici, Signore, le nostre comunità parrocchiali e religiose, le nostre case e le nostre famiglie. Fa’ che in nessuna di esse venga meno il sale della tua Parola e la luce del tuo amore, che dia sapore evangelico alle relazioni interpersonali e renda le nostre dimore un luogo di accoglienza e di vera fraternità, vissute nel tuo Nome, Signore. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore, per la nostra città e per ogni città della terra. Ricordati di tutti quegli uomini e quelle donne, che la città non riesce ad integrare e che restano come rifiuti da sopportare o da eliminare: sono i barboni, i migranti, i malati mentali, gli zingari. Fa’ crescere in tutti noi un maggior senso di responsabilità nei confronti del nostro territorio. Preghiamo.

- Davanti a te, o Signore, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di tutti coloro che sono stati perseguitati, torturati e uccisi a motivo della loro testimonianza di fede e della giustizia. Dona loro di contemplare il tuo Volto di luce e di pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, tu ci inviti a dare a questa terra il sapore della tua Sapienza e ad essere l’umile riflesso della tua Luce: aiutaci a crescere in uno stile vita che sia conforme al tuo stile di Figlio di Dio e di Fratello dell’umanità. Te lo chiediamo perché vivi in mezzo a noi, nostro compagno di viaggio nei secoli dei secoli. AMEN.



VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO e in SUD SUDAN (Pellegrinaggio Ecumenico di Pace in Sud Sudan) 31 GENNAIO - 5 FEBBRAIO 2023 - Arrivo in Sud Sudan e discorso alle Autorità: " Fratelli e sorelle, è l’ora della pace!" 03/02/2023 (cronaca, foto, testi e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO e in SUD SUDAN
(Pellegrinaggio Ecumenico di Pace in Sud Sudan)

31 GENNAIO - 5 FEBBRAIO 2023


Venerdì, 3 febbraio 2023

KINSHASA - GIUBA
8:30 Incontro con i Vescovi presso la sede della CENCO
10:10 Cerimonia di congedo presso l’Aeroporto Internazionale "Ndjili" di Kinshasa
10:40 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale "Ndjili" di Kinshasa per Giuba

Il viaggio in Sud Sudan è effettuato insieme all'Arcivescovo di Canterbury e al Moderatore dell'Assemblea Generale della Chiesa di Scozia
15:00 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Giuba
15:00 Cerimonia di benvenuto
15:45 Visita di cortesia al Presidente della Repubblica presso il Palazzo Presidenziale
16:15 Incontro con i Vicepresidenti della Repubblica
17:00 Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel giardino del Palazzo Presidenziale

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Sud Sudan in festa per l'arrivo di Francesco, la lunga attesa diventata realtà

La gioia palpabile per l'approdo del Papa nel Paese africano contrasta con le ferite aperte di una nazione e una città, la capitale Giuba, che si mostrano per quello che sono, tra povertà diffusa e lotta per trovare un equilibrio di riconciliazione interno, fiduciose che il viaggio apostolico porterà a un nuovo inizio

Papa Francesco riceve il saluto di un bambino al suo arrivo in Sud Sudan (Vatican Media)

Benvenuto Francesco, nel tuo primo viaggio in Sud Sudan. Il Papa in questo Paese ora è realtà, e i canti e gli slogan che lo accolgono a Giuba, con queste parole, tradiscono l'emozione e la felicità per un sogno che in molti credevano irrealizzabile, soprattutto dopo l'annullamento del viaggio del luglio scorso , quando a venire fu il cardinale Pietro Parolin, che portò con sé il dolore di Francesco per aver dovuto cedere al rinvio a causa delle cure al ginocchio. Ad accogliere il Papa all'arrivo a Giuba, proveniente dalla RDC, ai piedi dell'aereo Ati dalla livrea azzurra, è il presidente Salva Kiir, incontrato da Francesco nel 2019 a Casa Santa Marta, assieme ai vicepresidenti, un evento le cui immagini, il Papa che si inchina per baciare i piedi ai governanti di un Paese divorato dalla violenza sin dalla sua nascita, nel 2011, sono ancora vive nella memoria dei sud sudanesi.

Giuba offre la sua speranza

Le danze che accolgono Francesco in aeroporto sono l'espressione dell'immensa gioia che il popolo sta vivendo per la sua presenza, che per tanti qui significherà essere confermati in una fede che è rimasta salda, nonostante la violenza fratricida che non ha mai smesso di distruggere vite e di provocare sfollati, come quelli che Francesco incontrerà domani nella Freedom Hall, da molti definito il ​​più intenso tra gli appuntamenti che il Papa avrà nel Paese fino al giorno della sua partenza, il 5 febbraio. Ad aprirsi agli occhi del Papa, al quale è stata intitolata quella che forse è l'unica strada asfaltata della città, His Holiness Pope Francis Road (Via Sua Santità Papa Francesco), che conduce direttamente alla nunziatura e che è stata conclusa frettolosamente nelle ultime ore notturne, non è una città tirata a lucido. La polvere che sommerge strade mai costruite è ancora tutta là, come le enormi buche che si aprono improvvisamente sullo sterrato. Giuba in queste ore è paralizzata, circondata da uno strettissimo cordone di sicurezza, e certamente non si è imbellettata. Si presenta a Francesco per quello che è, con le sue baracche di lamiera e fango, con i cumuli di immondizia e le fogne a cielo aperto, con i bambini vestiti di stracci e senza scarpe. Ciò che offre è però qualcosa di molto prezioso: la speranza di un popolo tutto alla ricerca di pace e unità, di un Paese intero che, nonostante il ricchissimo sottosuolo, è schiacciato da guerra, da povertà, e ora anche da un clima impazzito che si manifesta con alluvioni continue e devastanti per la già disgraziata economia, e che non fanno altro che ingrossare le file già spaventose di rifugiati e sfollati interni.

Un pellegrinaggio ecumenico per la pace

Giuba, per incontrare il Pontefice, si è preparata facendo sua la riflessione sul valore della riconciliazione, che qui resta una profonda sfida ma che è portato avanti da tutti coloro che vedono nel Papa colui che potrà parlare ai leader per incitarli, affinché l'accordo di pace del 2018 tra gruppi rivali non continui ad essere inutile carta e per sollecitarli a lavorare insieme per il bene del loro popolo. Il pellegrinaggio ecumenico che inizia oggi di Francesco, dell'arcivescovo di Canterbury Welby e del moderatore della Chiesa di Scozia Greenshields, giunti prima del Pontefice, vuole essere quindi testimonianza di pace e giustizia, in solidarietà con il popolo, affinché non si debbano più piangere i morti e distruzione.

Gli appuntamenti di oggi

Il Papa subito dopo l'arrivo e l'incontro con il presidente e i vicepresidenti, presso il palazzo presidenziale, incontrerà le autorità la società civile e il corpo diplomatico presso il giardino dello stesso palazzo, ai quali rivolgerà il suo primo discorso di questa tappa sud sudanese, subito dopo vi sarà il trasferimento alla nunziatura apostolica dove concluderà la giornata.
(fonte: Vatican News, articolo di Francesca Sabatinelli 03/02/2023)

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INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

Giardino del Palazzo Presidenziale (Giuba)
Venerdì, 3 febbraio 2023


L’auspicio del Pontefice per il Paese “dono del Nilo”

Scorrano fiumi di pace sbocci la riconciliazione


La seconda tappa del viaggio apostolico in Africa inizia con un’immagine che rimarrà a lungo: l’arrivo di Papa Francesco all’aeroporto di Giuba, sotto un sole implacabile, insieme all’arcivescovo di Canterbury e al moderatore della Chiesa di Scozia, per un pellegrinaggio ecumenico di pace in Sud Sudan, volto a sbloccare la situazione di stallo del Paese.

Il motto della visita è emblematico: «Prego perché tutti siano una cosa sola» (Giovanni 17). È un viaggio di pace, ma anche un viaggio ecumenico. Per andare verso la pace e la concordia è necessario fare un passo avanti e camminare insieme, e dall’aeroporto della capitale prende forma una pagina importante; la narrazione condivisa tra cristiani, alle prese con le stesse domande, le stesse paure e preoccupazioni per i problemi che affliggono il mondo di oggi.

Dopo aver trascorso tre giorni nella Repubblica Democratica del Congo, Francesco è arrivato in Sud Sudan. Ai piedi dell’aereo è stato accolto dal presidente della Repubblica, Salva Kiir Mayardit, e da tre bambini che che gli hanno offerto un mazzo di fiori di tamarindo e una colomba.

Dopo la Guardia d’onore e l’esecuzione degli inni, il Papa e il capo dello Stato si sono diretti verso la “Vip Lounge” dell’aeroporto, dove ha avuto luogo la presentazione delle delegazioni e dove si sono trattenuti per un breve incontro.

Fuori la gente sorride, saluta; si respira un’aria molto tranquilla e rilassata in questa parte del Sud Sudan che oggi si sente lontana dal clima di guerra civile con cui ha convissuto per molti anni.

Giuba è una città in festa, con migliaia di persone lungo l’itinerario di cinque chilometri che separa lo scalo aereo dal palazzo presidenziale, dov’è diretto il Papa: sono venuti anche da lontano per dargli il benvenuto. Piccoli rami di alberi hanno sostituito gli striscioni e le bandiere di altre visite papali per salutare il corteo di automobili; e particolarmente festosi sono stati i canti delle donne che hanno accompagnato l’intero percorso, lungo quella che era fino a poco tempo fa l’unica strada asfaltata della capitale. Sopra le teste dei tanti bambini svettavano numerosi cartelloni con grandi foto che ritraevano l’incontro del 2019 in Vaticano: quello tra il Papa e le principali autorità politiche di questo giovane Paese.

Una volta a Giuba il vescovo di Roma ha compiuto la visita di cortesia al capo dello Stato, insieme con l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, e il moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia, il pastore Iain Greenshields. All’ingresso della residenza i tre leader religiosi sono stati accolti dal presidente Salva Kiir Mayardit, che il Papa ha poi incontrato in privato nel suo studio, dopo aver firmato il libro d’onore. «Qui pellegrino, prego perché in questo caro Paese, dono del Nilo, scorrano fiumi di pace; gli abitanti del Sud Sudan, terra della grande abbondanza, vedano sbocciare la riconciliazione e germogliare la prosperità», ha scritto Francesco.

Il momento è stato suggellato dalla presentazione della famiglia del capo dello Stato e dallo scambio di doni: il Pontefice ha lasciato una formella della medaglia commemorativa del viaggio. Contemporaneamente, nell’adiacente “Board Room” erano riuniti i vice presidenti della Repubblica — Riek Machar Teny Dhurgo, James Wani Igga, Taban Deng Gai, Rebecca Nyandeng Garang De Mabior (vedova di John Garang, leader dell’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan ed ex vice presidente) e Hussein Abdelbagi — insieme ai cardinali Parolin, segretario di Stato, e Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, agli arcivescovi Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, e van Megen, nunzio apostolico in Sud Sudan; all’arcivescovo di Canterbury e al moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia. Ad essi si sono poi uniti Papa Bergoglio e il presidente sud sudanese per un incontro, durante il quale il primo ha donato ai cinque vicepresidenti altrettante medaglie d’argento del viaggio.

Infine, con 40 minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia indicata dal protocollo, la delegazione ha raggiunto il giardino della residenza per il primo appuntamento pubblico nel Paese: quello con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, scandito dai discorsi del capo dello Stato, dell’arcivescovo Welby, del pastore Greenshields e dello stesso Francesco.

Nell’elegante giardino, allestito per l’occasione con sobrietà e curato nei minimi particolari, si sono ritrovati rappresentanti degli organismi internazionali operanti nella regione, i diplomatici accreditati a Giuba, insieme a diverse organizzazioni non governative e a una massiccia presenza della stampa internazionale oltre ai 70 giornalisti del seguito papale.

Il Sud Sudan è diventato indipendente solo di recente, nel 2011. La guerra civile del 2013 ha portato a un ingente esodo della popolazione e a una crisi umanitaria definita “catastrofica” da molti organismi di assistenza internazionale. Le ferite del Paese sono ancora aperte e c’è molta attesa per i frutti che la visita del Papa e il suo messaggio di pace e speranza porteranno.

Francesco ha iniziato il suo discorso intorno alle 18 e ha parlato in modo franco, diretto, immediato, interrogandosi su un camino di pace che ancora stenta a decollare, nonostante gli accordi e la promessa di libere elezioni che si sarebbero dovute tenere proprio in questo mese di febbraio e che invece sono state nuovamente rinviate. Quindi ha tracciato la strada per ripartire sul lungo e faticoso cammino della pace: «Abbiamo intrapreso questo pellegrinaggio ecumenico di pace dopo aver ascoltato il grido di un intero popolo che, con grande dignità, piange per la violenza che soffre», ha detto.

Molto applaudito è stato il passaggio in cui ha indicato l’unica parola mancante nella travagliata storia sud sudanese, un termine che indica una volontà concreta di cambiamento: basta! Per il Pontefice occorre dire basta «senza “se” e senza “ma”: basta sangue versato, basta conflitti, basta violenze e accuse reciproche su chi le commette, basta lasciare il popolo assetato di pace. Basta distruzione, è l’ora della costruzione!».

Il presidente sud sudanese da parte sua ha voluto subito mettere sul tavolo la carta più attesa, la più desiderata: «In onore della storica visita — ha assicurato — ci sarà la ripresa dei colloqui di pace», un primo risultato che è un seme su cui costruire.

Inoltre Radio Tamazuy — emittente indipendente il cui nome in arabo significa “mescolanza” essendo costituita da giornalisti di diverse etnie — ha reso noto che il capo dello Stato ha graziato 71 detenuti che stavano scontando condanne diverse. Con un decreto che è stato letto sulla South Sudan Broadcasting Corporation (Ssbc) di proprietà statale — riferisce la radio — Kiir ha concesso la grazia a 36 reclusi nel braccio della morte e a 35 condannati per reati minori, ordinando alle autorità carcerarie di eseguire l’ordine. Il capo dello Stato non ha fornito motivazioni per il gesto, ma nel dicembre scorso, la nunziatura apostolica in Sud Sudan gli aveva consegnato una lettera del Papa, rivolta a tutti i leader del mondo, in cui egli invocava clemenza per i detenuti.

Al termine, il Papa si è diretto alla sede della nunziatura apostolica distante circa due chilometri dal Palazzo presidenziale: nell’edificio collocato temporaneamente in uno stabile nella zona delle ambasciate il Pontefice pernotta durante il soggiorno in Sud Sudan.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Silvina Pérez 04/02/2023)

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Nel suo saluto al Papa il presidente della Repubblica sudsudanese definisce la visita una “pietra miliare storica” e ricorda il ritiro spirituale del 2019 in cui Francesco baciò i piedi ai leader del Paese per implorare la pace, quindi annuncia la disponibilità a riprendere i colloqui mediati dalla Comunità di Sant’Egidio con i gruppi di opposizione non firmatari


L’arcivescovo di Canterbury Justin Welby ricorda l’incontro in Vaticano del 2019 e non nasconde la delusione per i mancati progressi verso la pace. Il moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia Greenshield chiede ai leader politici di mettere in pratica la propria fede al servizio dei più vulnerabili e emarginati




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DISCORSO DEL SANTO PADRE


Signor Presidente della Repubblica,
Signori Vice-Presidenti,
illustri Membri del Governo e del Corpo diplomatico,
distinte Autorità religiose,
insigni Rappresentanti della società civile e del mondo della cultura,
Signore e Signori!

Grazie, Signor Presidente, per le sue parole. Sono lieto di essere in questa terra che porto nel cuore. La ringrazio, Signor Presidente, per l’accoglienza che mi ha rivolto. Saluto cordialmente ciascuno di voi e, attraverso di voi, tutte le donne e gli uomini che popolano questo giovane e caro Paese. Vengo come pellegrino di riconciliazione, con il sogno di accompagnarvi nel vostro cammino di pace, un cammino tortuoso ma non più rimandabile. Non sono giunto qui da solo, perché nella pace, come nella vita, si cammina insieme. Eccomi dunque a voi con due fratelli, l’Arcivescovo di Canterbury e il Moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia, che ringrazio per quanto ci diranno. Insieme, tendendovi la mano, ci presentiamo a voi e a questo popolo nel nome di Gesù Cristo, Principe della pace.

Abbiamo infatti intrapreso questo pellegrinaggio ecumenico di pace dopo aver ascoltato il grido di un intero popolo che, con grande dignità, piange per la violenza che soffre, per la perenne mancanza di sicurezza, per la povertà che lo colpisce e per i disastri naturali che infieriscono. Anni di guerre e conflitti non sembrano conoscere fine e pure recentemente, persino ieri, si sono verificati aspri scontri, mentre i processi di riconciliazione sembrano paralizzati e le promesse di pace restano incompiute. Questa estenuante sofferenza non sia vana; la pazienza e i sacrifici del popolo sud sudanese, di questa gente giovane, umile e coraggiosa, interpellino tutti e, come semi che nella terra danno vita alla pianta, vedano sbocciare germogli di pace che portino frutto. Fratelli e sorelle, è l’ora della pace!

Frutti e vegetazione qui abbondano, grazie al grande fiume che attraversa il Paese. Quanto l’antico storico Erodoto diceva dell’Egitto, ossia che è un “dono del Nilo”, vale anche per il Sud Sudan. Davvero, come qui si dice, questa è una “terra della grande abbondanza”. Vorrei dunque lasciarmi trasportare dall’immagine del grande fiume che attraversa questo Paese recente ma dalla storia antica. Nei secoli gli esploratori si sono inoltrati nel territorio in cui ci troviamo per risalire il Nilo Bianco alla ricerca delle sorgenti del fiume più lungo del mondo. Proprio dalla ricerca delle sorgenti del vivere comune vorrei incominciare il mio percorso con voi. Perché questa terra, che abbonda di tanti beni nel sottosuolo, ma soprattutto nei cuori e nelle menti dei suoi abitanti, oggi ha bisogno di essere nuovamente dissetata da sorgenti fresche e vitali.

Distinte Autorità, siete voi queste sorgenti, le sorgenti che irrigano la convivenza comune, i padri e le madri di questo Paese fanciullo. Voi siete chiamati a rigenerare la vita sociale, come fonti limpide di prosperità e di pace, perché di questo hanno bisogno i figli del Sud Sudan: hanno bisogno di padri, non di padroni; di passi stabili di sviluppo, non di continue cadute. Gli anni successivi alla nascita del Paese, segnati da un’infanzia ferita, lascino il posto a una crescita pacifica: è l’ora. Illustri Autorità, i vostri “figli” e la storia stessa vi ricorderanno se avrete fatto del bene a questa popolazione, che vi è stata affidata per servirla. Le generazioni future onoreranno o cancelleranno la memoria dei vostri nomi in base a quanto fate ora perché, come il fiume lascia le sorgenti per avviare il suo corso, così il corso della storia lascerà indietro i nemici della pace e darà lustro a chi opera per la pace: infatti, come insegna la Scrittura, “l’uomo di pace avrà una discendenza” (cfr Sal 37,37).

La violenza, invece, fa regredire il corso della storia. Lo stesso Erodoto ne rilevava gli sconvolgimenti generazionali, notando come in guerra non sono più i figli a seppellire i padri, ma i padri a seppellire i figli (cfr Storie, I,87). Affinché questa terra non si riduca a un cimitero, ma torni a essere un giardino fiorente, vi prego, con tutto il cuore, di accogliere una parola semplice: non mia, ma di Cristo. Egli la pronunciò proprio in un giardino, nel Getsemani, quando, di fronte a un suo discepolo che aveva sfoderato la spada, disse: «Basta!» (Lc 22,51). Signor Presidente, Signori Vice-Presidenti, in nome di Dio, del Dio che insieme abbiamo pregato a Roma, del Dio mite e umile di cuore (cfr Mt 11,29) nel quale tanta gente di questo caro Paese crede, è l’ora di dire basta, senza “se” e senza “ma”: basta sangue versato, basta conflitti, basta violenze e accuse reciproche su chi le commette, basta lasciare il popolo assetato di pace. Basta distruzione, è l’ora della costruzione! Si getti alle spalle il tempo della guerra e sorga un tempo di pace! E su questo, Signor Presidente, mi viene al cuore quel colloquio notturno che anni fa abbiamo avuto in Uganda: la sua volontà di pace era lì... Andiamo avanti su questo!

Torniamo alle sorgenti del fiume, all’acqua che simboleggia la vita. Alle fonti di questo Paese c’è un’altra parola, che designa il corso intrapreso dal popolo sud sudanese il 9 luglio 2011: Repubblica. Ma che cosa vuol dire essere una res publica? Significa riconoscersi come realtà pubblica, affermare, cioè, che lo Stato è di tutti; e dunque che chi, al suo interno, ricopre responsabilità maggiori, presiedendolo o governandolo, non può che porsi al servizio del bene comune. Ecco lo scopo del potere: servire la comunità. La tentazione sempre in agguato è invece di servirsene per i propri interessi. Non basta perciò chiamarsi Repubblica, occorre esserlo, a partire dai beni primari: le abbondanti risorse con cui Dio ha benedetto questa terra non siano riservate a pochi, ma appannaggio di tutti, e ai piani di ripresa economica corrispondano progetti per un’equa distribuzione delle ricchezze.

Fondamentale, per la vita di una Repubblica, è lo sviluppo democratico. Esso tutela la benefica distinzione dei poteri, così che, ad esempio, chi amministra la giustizia possa esercitarla senza condizionamenti da parte di chi legifera o governa. La democrazia presuppone, inoltre, il rispetto dei diritti umani, custoditi dalla legge e dalla sua applicazione, e in particolare la libertà di esprimere le proprie idee. Occorre infatti ricordare che senza giustizia non c’è pace (cfr S. Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della XXXV Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2002), ma anche che senza libertà non c’è giustizia. Va perciò data a ogni cittadina e cittadino la possibilità di disporre del dono unico e irripetibile dell’esistenza con i mezzi adeguati a realizzarlo: come scriveva Papa Giovanni, «ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita» (S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 6).

Il fiume Nilo, lasciate le sorgenti, dopo aver attraversato alcune zone scoscese che creano cascate e rapide, una volta entrato nella pianura sud sudanese, proprio nei pressi di Giuba diventa navigabile, per poi addentrarsi in zone più paludose. Analogamente, auspico che il tragitto di pace della Repubblica non proceda ad alti e bassi, ma, a partire da questa capitale, diventi percorribile, senza rimanere impaludato nell’inerzia. Amici, è tempo di passare dalle parole ai fatti. È tempo di voltare pagina, è il tempo dell’impegno per una trasformazione urgente e necessaria. Il processo di pace e di riconciliazione domanda un nuovo sussulto. Ci si intenda e si porti avanti l’Accordo di pace, come anche la Road Map! In un mondo segnato da divisioni e conflitti, questo Paese ospita un pellegrinaggio ecumenico di pace, che costituisce una rarità; rappresenti un cambio di passo, l’occasione, per il Sud Sudan, di ricominciare a navigare in acque tranquille, riprendendo il dialogo, senza doppiezze e opportunismi. Sia per tutti un’occasione per rilanciare la speranza, non solo per il governo, per tutti: ciascun cittadino possa comprendere che non è più tempo di lasciarsi trasportare dalle acque malsane dell’odio, del tribalismo, del regionalismo e delle differenze etniche. Fratelli e sorelle, è tempo di navigare insieme verso il futuro! Insieme. Questa parola non va dimenticata: insieme.

Il percorso del grande fiume ci aiuta ancora, suggerendoci la modalità. Nel suo prosieguo, presso il lago No si unisce a un altro fiume, dando vita a quello che viene chiamato Nilo Bianco. La limpida chiarezza delle acque scaturisce dunque dall’incontro. Questa è la via, fratelli e sorelle: rispettarsi, conoscersi, dialogare. Perché, se dietro ogni violenza ci sono rabbia e rancore, e dietro a ogni rabbia e rancore c’è la memoria non risanata di ferite, umiliazioni e torti, la direzione per uscire da ciò è solo quella dell’incontro, la cultura dell’incontro: accogliere gli altri come fratelli e dare loro spazio, anche sapendo fare dei passi indietro. Questo atteggiamento, essenziale per i processi di pace, è indispensabile anche per lo sviluppo coeso della società. E per passare dall’inciviltà dello scontro alla civiltà dell’incontro è decisivo il ruolo che possono e vogliono svolgere i giovani. Siano perciò assicurati loro spazi liberi di incontro per ritrovarsi e dibattere; e possano prendere in mano, senza paura, il futuro che a loro appartiene! Vengano coinvolte maggiormente, anche nei processi politici e decisionali, pure le donne, le madri che sanno come si genera e si custodisce la vita. Nei loro riguardi ci sia rispetto, perché chi commette violenza contro una donna la commette contro Dio, che da una donna ha preso la carne.

Cristo, il Verbo incarnato, ci ha insegnato che più ci si fa piccoli, dando spazio agli altri e accogliendo ogni prossimo come fratello, più si diventa grandi agli occhi del Signore. La giovane storia di questo Paese, dilaniato da scontri etnici, ha necessità di ritrovare la mistica dell’incontro, la grazia dell’insieme. C’è bisogno di guardare al di là dei gruppi e delle differenze per camminare come un unico popolo, nel quale, come accade al Nilo, i vari affluenti apportano ricchezze. Fu proprio attraverso il fiume che i primi missionari, più di un secolo fa, approdarono a questi lidi; alla loro presenza si è aggiunta nel tempo quella di tanti operatori umanitari: tutti vorrei ringraziare per la preziosa opera che svolgono. Penso però anche ai missionari che purtroppo trovano la morte mentre seminano la vita. Non dimentichiamoli e non ci si dimentichi di garantire a loro e agli operatori umanitari la necessaria sicurezza, e alle loro opere di bene i necessari sostegni, affinché il fiume del bene continui a scorrere.

Un grande fiume, tuttavia, può a volte esondare e provocare disastri. In questa terra lo hanno purtroppo sperimentato le tante vittime di inondazioni, alle quali esprimo la mia vicinanza, appellandomi perché non siano fatti loro mancare opportuni aiuti. Le calamità naturali raccontano un creato ferito e sconquassato, che da fonte di vita può tramutarsi in minaccia di morte. Occorre prendersene cura, con uno sguardo lungimirante, rivolto alle generazioni future. Penso, in particolare, alla necessità di combattere la deforestazione causata dall’avidità del guadagno.

Per prevenire le esondazioni di un fiume è necessario mantenerne pulito il letto. Fuor di metafora, la pulizia di cui il corso della vita sociale abbisogna è la lotta alla corruzione. Giri iniqui di denaro, trame nascoste per arricchirsi, affari clientelari, mancanza di trasparenza: ecco il fondale inquinato della società umana, che fa mancare le risorse necessarie a ciò che più serve. Anzitutto a contrastare la povertà, che costituisce il terreno fertile nel quale si radicano odi, divisioni e violenza. L’urgenza di un Paese civile è prendersi cura dei suoi cittadini, in particolare dei più fragili e disagiati. Penso soprattutto ai milioni di sfollati che qui dimorano: quanti hanno dovuto lasciare casa e si trovano relegati ai margini della vita in seguito a scontri e spostamenti forzati!

Affinché le acque di vita non si tramutino in pericoli di morte è fondamentale dotare un fiume di argini adeguati. Vale lo stesso per la convivenza umana. Anzitutto va arginato l’arrivo di armi che, nonostante i divieti, continuano a giungere in tanti Paesi della zona e anche in Sud Sudan: qui c’è bisogno di molte cose, ma non certo di ulteriori strumenti di morte. Altri argini sono imprescindibili per garantire il corso della vita sociale: mi riferisco allo sviluppo di adeguate politiche sanitarie, al bisogno di infrastrutture vitali e, in modo speciale, al ruolo primario dell’alfabetismo e dell’istruzione, unica via perché i figli di questa terra prendano in mano il loro futuro. Essi, come tutti i bambini di questo Continente e del mondo, hanno il diritto di crescere tenendo in mano quaderni e giocattoli, non strumenti di lavoro e armi.

Il Nilo Bianco, infine, lascia il Sud Sudan, attraversa altri Stati, s’incontra con il Nilo Azzurro e giunge al mare: il fiume non conosce confini, ma congiunge territori. Similmente, per raggiungere uno sviluppo adeguato è essenziale, oggi più che mai, coltivare relazioni positive con altri Paesi, a cominciare da quelli circostanti. Penso anche al prezioso contributo della Comunità internazionale nei riguardi di questo Paese: esprimo riconoscenza per l’impegno volto a favorirne la riconciliazione e lo sviluppo. Sono convinto che, per apportare proficui contributi, sia indispensabile la reale comprensione delle dinamiche e dei problemi sociali. Non basta osservarli e denunciarli dall’esterno; occorre coinvolgersi, con pazienza e determinazione e, più in generale, resistere alla tentazione di imporre modelli prestabiliti ma estranei alla realtà locale. Come disse San Giovanni Paolo II trent’anni fa in Sudan: «Devono essere trovate delle soluzioni africane ai problemi africani» (Appello alla Cerimonia di benvenuto, 10 febbraio 1993).

Signor Presidente, distinte Autorità, seguendo il percorso del Nilo ho voluto inoltrarmi nel cammino di questo Paese tanto giovane quanto caro. So che alcune mie espressioni possono essere state franche e dirette, ma vi prego di credere che ciò nasce dall’affetto e dalla preoccupazione con cui seguo le vostre vicende, insieme ai fratelli con i quali sono venuto qui, pellegrino di pace. Desideriamo offrire di cuore la nostra preghiera e il nostro sostegno affinché il Sud Sudan si riconcili e cambi rotta, perché il suo corso vitale non sia più impedito dall’alluvione della violenza, ostacolato dalle paludi della corruzione e vanificato dallo straripamento della povertà. Il Signore del cielo, che ama questa terra, le doni un tempo nuovo di pace e di prosperità: Dio benedica la Repubblica del Sudan del Sud! Grazie.

Guarda il video

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Dialogo, riconciliazione, responsabilità: le parole del Papa per la pace in Sud Sudan


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Vedi anche il post (all'interno i link a quelli precedenti):



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 12 - 2022/2023 anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


V Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A)

Vangelo:


Vivere le Beatitudini (5,1-12) è condizione per entrare a far parte del Regno di Dio, è accogliere e incarnare la Parola di Gesù che ci fa «sale della terra e luce del mondo». Sale che conferisce sapore alla vita degli uomini e alle nostre relazioni, preserva dalla corruzione della morte e dona la vera Sapienza che è il sapore stesso di Cristo Gesù. Se non 'sapiamo' di Gesù, la nostra esistenza non vale niente e non serve a nessuno. «Chi ha il sapore di Cristo è luce. In Gesù infatti siamo illuminati, veniamo alla luce della nostra realtà e nasciamo come figli a vita nuova» (cit.), e chi è illuminato dalla Lampada della Parola del Maestro, a sua volta fa luce a tutti coloro che incontra. Il mondo è strutturato sulla brama del potere, del possedere e dell'apparire, oscura tenebra di morte che lo avvolge; la Luce di Gesù che rifulge in pienezza dall'alto della croce, permette invece di scorgere l'inganno del maligno e gli restituisce la verità del suo splendore. Proprio per questo Gesù ci esorta a lasciarci coinvolgere dalla sua Parola e dal suo vissuto, a scaldarci e infiammarci al fuoco del suo amore, a situare la povera lucerna della nostra vita non più sotto il moggio dell'egoismo, del disimpegno e dell'opportunismo, ma sul lucerniere della convivialità, della prossimità e del servizio umile a tutti i fratelli.


sabato 4 febbraio 2023

VITA DISCIOLTA Voi nel mondo siete luce e sale. La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. - V Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

VITA DISCIOLTA
 

Voi nel mondo siete luce e sale. 
La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro». 
Mt 5,13-16


per i social

VITA DISCIOLTA

Voi nel mondo siete luce e sale. 
La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso.

Voi nel mondo siete luce e sale.

Sale per conservare le cose, minima e umile eternità disciolta. Luce per accarezzare, a risvegliare colori e bellezza dentro la notte del mondo.

Gesù non dice «voi siete il miele della terra», con generico buonismo, ma il sale, che è forza e istinto di vita che penetra le scelte, che si oppone al degrado delle cose e rilancia ciò che merita futuro. E lo annuncia alla mia anima bambina, a quella parte di me che sa ancora incantarsi.
La faccenda è seria, perché essere sale e luce del mondo vuol dire che dalla buona riuscita della mia avventura, umana e spirituale, dipende la qualità del resto del mondo.

Come fare per vivere questa comune responsabilità, così seria e impegnativa? Come mettere la lampada sul candelabro?
Isaia suggerisce meno parole e più gesti: «Spezza il tuo pane», verbo asciutto, concreto, fattivo. E poi è un incalzare di gesti: «accogli in casa, vesti il nudo, non distogliere gli occhi. Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta».
E senti l'impazienza di Dio e dell'aurora che sorge, della fame che grida; senti l'urgenza dell'uomo sofferente che ha fretta di pane e di salute. La luce viene attraverso il mio pane quando diventa pane nostro, condiviso, e non possesso geloso.

Ma se il sale perde sapore, se la luce è messa sotto al tavolo, a che cosa servono? A nulla. Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell'insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.

Io sono luce spenta quando non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio dei loro difetti: allora sto spegnendo la fiamma delle cose, sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo), un trombone di latta.
Ma “chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce in faccia al mondo” (Gigi Verdi). Tu puoi compiere opere di luce! E sono quelle semplici dei miti, dei puri, dei giusti, dei poveri, le opere alternative alle scelte del mondo, la differenza evangelica offerta alla fioritura della vita.
Quando tu segui come unica regola l'amore, allora sei Luce e Sale per chi ti incontra. Quando due sulla terra si amano diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti. In ogni luogo dove ci si vuol bene viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.

La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. Così ogni credente deve ripetersi: a partire da me, ma non per me. Perché una religione che serva solo a salvarsi l'anima non è quella del Vangelo.
La luce non è un dovere, ma il frutto naturale in chi ha respirato Dio.
L'umiltà della luce e del sale, il perdersi dentro le cose. Mi inebria questo perdersi dentro la vita, ci sto bene. La sento casa.


per Avvenire 

Luce e sale del mondo. Frammento di Dio in noi.  (...)


VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO e in SUD SUDAN (Pellegrinaggio Ecumenico di Pace in Sud Sudan) 31 GENNAIO - 5 FEBBRAIO 2023 - Incontro con i vescovi - congedo e partenza per Giuba: "Il compito dei Vescovi e dei Pastori in generale è quello dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza." 03/02/2023 (cronaca, foto, testi e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO e in SUD SUDAN
(Pellegrinaggio Ecumenico di Pace in Sud Sudan)

31 GENNAIO - 5 FEBBRAIO 2023


Venerdì, 3 febbraio 2023

KINSHASA - GIUBA
8:30 Incontro con i Vescovi presso la sede della CENCO
10:10 Cerimonia di congedo presso l’Aeroporto Internazionale "Ndjili" di Kinshasa
10:40 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale "Ndjili" di Kinshasa per Giuba


Il viaggio in Sud Sudan è effettuato insieme all'Arcivescovo di Canterbury e al Moderatore dell'Assemblea Generale della Chiesa di Scozia
15:00 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Giuba
15:00 Cerimonia di benvenuto
15:45 Visita di cortesia al Presidente della Repubblica presso il Palazzo Presidenziale
16:15 Incontro con i Vicepresidenti della Repubblica
17:00 Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel giardino del Palazzo Presidenziale

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La Messa in privato alla Nunziatura apostolica a Kinshasa e poi l'incontro con i vescovi del Paese presso la Conferenza episcopale nazionale del Congo concludono la visita di Papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo

INCONTRO CON I VESCOVI

Sede della CENCO (Kinshasa)









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Mons. Utembi Tapa a Francesco, “la violenza continua a scuotere il nostro Paese”

“Sono passati trentasette anni da quando il Suo Venerabile Predecessore, San Giovanni Paolo II, ha baciato la terra congolese. Grazie di essere ritornato e grazie per gli indimenticabili giorni che a ha trascorso con noi”. È il saluto di mons. Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani e presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo, al Papa, prima del suo discorso rivolto ai vescovi e pronunciato nella sede della Conferenza episcopale. “La Chiesa-famiglia di Dio della Repubblica democratica del Congo si nutre costantemente della spiritualità della Beata Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta e del Beato Isidore Bakanja”, ha esordito il presule, presentando al Papa “una supplica per la canonizzazione di questi due Beati Martiri”. “Dall’ultima visita del Papa Giovanni Paolo II, il nostro Paese ha conosciuto momenti di dolore e tribolazione”, ha raccontato il vescovo: “Le crisi sono state forti e multiformi. Esse hanno toccato tutti gli ambiti della nostra esistenza: politica, economica, di sicurezza ed umanitaria. A queste crisi si sono aggiunte epidemie, disastri naturali, in modo particolare alluvioni, terremoti ed eruzioni del vulcano Nyirangongo, che ci hanno tolto ogni sorriso e la speranza di vivere felici nella nostra propria terra. La violenza continua a scuotere il nostro Paese e sembra non volersi più fermare. Ma questi dolori sono vissuti nella speranza cristiana”. “Grazie alle Sue preghiere e alla solidarietà universale della Sede Apostolica e delle persone di buona volontà, questa Chiesa è sempre in tenuta di servizio, in collaborazione con lo Stato congolese, per lo sviluppo spirituale, morale, sociale, culturale e materiale del Popolo congolese”, l’omaggio del presidente dei vescovi del Congo: “La nostra gioia è di vedere che, nonostante le varie sfide a cui sono confrontati, la maggioranza dei nostri fedeli custodiscono la fede in Gesù Cristo. Noi abbiamo la certezza assoluta che Dio non abbandona mai il suo Popolo; Egli ama la Repubblica Democratica del Congo e la sua popolazione, nella sua diversità etnica e culturale. È in questa fede e in questa speranza che vogliamo che si radichi la Chiesa-Famiglia di Dio nella Repubblica del Congo”
(fonte: Sir 03/02/2023)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli Vescovi, buongiorno!

Sono contento di incontrarvi e vi ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza. Grazie a Mons. Utembi Tapa per il saluto che mi ha rivolto e per avervi dato voce con le sue parole: vi sono grato per come annunciate con coraggio la consolazione del Signore, camminando in mezzo al popolo, condividendone le fatiche e le speranze.

È stato bello per me trascorrere questi giorni nella vostra terra, che con la sua grande foresta rappresenta il “cuore verde” dell’Africa, un polmone per il mondo intero. L’importanza di questo patrimonio ecologico ci ricorda che siamo chiamati a custodire la bellezza del creato e a difenderla dalle ferite causate dall’egoismo rapace. Ma questa immensa distesa verde che è la vostra foresta è anche un’immagine che parla alla nostra vita cristiana: come Chiesa abbiamo bisogno di respirare l’aria pura del Vangelo, di scacciare l’aria inquinata della mondanità, di custodire il cuore giovane della fede. Così immagino la Chiesa africana e così vedo questa Chiesa congolese: una Chiesa giovane, dinamica, gioiosa, animata dall’anelito missionario, dall’annuncio che Dio ci ama e che Gesù è il Signore. La vostra è una Chiesa presente nella storia concreta di questo popolo, radicata in modo capillare nella realtà, protagonista di carità; una comunità capace di attrarre e contagiare con il suo entusiasmo e perciò, proprio come le vostre foreste, con tanto “ossigeno”: grazie, perché siete un polmone che dà respiro alla Chiesa universale!

È brutto incominciare un paragrafo con la parola “purtroppo”, ma devo farlo! Purtroppo, so bene che la comunità cristiana di questa terra ha anche un’altra fisionomia. Il vostro volto giovane, luminoso e bello è infatti solcato dal dolore e dalla fatica, segnato a volte dalla paura e dallo scoraggiamento. È il volto di una Chiesa che soffre per il suo popolo, è un cuore in cui palpita trepidante la vita della gente con le sue gioie e le sue tribolazioni. È una Chiesa segno visibile del Cristo che, ancora oggi, viene rifiutato, condannato e disprezzato nei tanti crocifissi del mondo, e piange le nostre stesse lacrime. È una Chiesa che, come Gesù, vuole anche asciugare le lacrime del popolo, impegnandosi a prendere su di sé le ferite materiali e spirituali della gente, e facendo scorrere su di essa l’acqua viva e risanante del costato di Cristo.

Con voi, fratelli, vedo Gesù sofferente nella storia di questo popolo, popolo crocifisso popolo oppresso, sconvolto da una violenza che non risparmia, segnato dal dolore innocente, costretto a convivere con le acque torbide della corruzione e dell’ingiustizia che inquinano la società, e a patire in tanti suoi figli la povertà. Ma vedo allo stesso tempo un popolo che non ha perso la speranza, che abbraccia con entusiasmo la fede e guarda ai suoi Pastori, che sa ritornare al Signore e affidarsi alle sue mani, perché la pace a cui anela, soffocata dallo sfruttamento, da egoismi di parte, dai veleni dei conflitti e delle verità manipolate, possa finalmente giungere come un dono dall’alto.

Viene da chiedersi: come esercitare il ministero in questa situazione? Pensando a voi, Pastori del Popolo santo di Dio, mi è venuta in mente la storia di Geremia, un profeta chiamato a vivere la sua missione in un momento drammatico della storia di Israele, tra ingiustizie, abomini e sofferenze. Egli ha speso la vita per annunciare che Dio non abbandona mai il suo popolo e porta avanti progetti di pace anche nelle situazioni che sembrano perdute e irrecuperabili. Ma questo annuncio consolante di fede, Geremia lo ha vissuto anzitutto nella sua persona, lui per primo ha sperimentato la vicinanza di Dio. Solo così ha potuto portare agli altri una coraggiosa profezia di speranza. Anche il vostro ministero episcopale vive tra queste due dimensioni, di cui vorrei parlarvi, la vicinanza di Dio e la profezia per il popolo.

Anzitutto vorrei dirvi: lasciatevi toccare e consolare dalla vicinanza di Dio. Lui è vicino a noi. La prima parola che il Signore rivolge a Geremia è questa: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). È una dichiarazione d’amore che Dio scolpisce nel cuore di ciascuno di noi, che nessuno può cancellare e che, in mezzo alle tempeste della vita, diventa sorgente di conforto. Per noi, che abbiamo ricevuto la chiamata a essere Pastori del Popolo di Dio, è importante fondarci su questa vicinanza del Signore, “strutturarci nella preghiera”, stando ore davanti a Lui. Solo così si avvicina al Buon Pastore il popolo che ci è affidato e solo così si diventa veramente Pastori, perché noi, senza di Lui, non possiamo fare nulla (cfr Gv 15,5). Saremmo imprenditori, “maestri”, ma non dietro la vocazione del Signore. Senza di Lui non possiamo fare nulla. Che non succeda di pensarci autosufficienti, tanto meno di vedere nell’episcopato la possibilità di scalare posizioni sociali e di esercitare il potere. Quel brutto spirito del “carrierismo”. E soprattutto: che non entri lo spirito della mondanità, che ci fa interpretare il ministero secondo i criteri dei propri utili tornaconti, che rende freddi e distaccati nell’amministrare quanto ci è affidato, che porta a servirci del ruolo anziché servire gli altri, e a non curare più la relazione indispensabile, quella umile e quotidiana della preghiera. Non dimentichiamo che la mondanità è il peggio che può accadere alla Chiesa, è il peggio. A me ha toccato sempre quel finale del libro del cardinale De Lubac sulla Chiesa, le ultime tre, quattro pagine, dove dice così: la mondanità spirituale è il peggio che può accadere, peggio ancora che l’epoca dei Papi mondani e concubinari. È peggio. E la mondanità è sempre in agguato. Stiamo attenti!

Cari fratelli Vescovi, curiamo la vicinanza con il Signore per essere suoi testimoni credibili e portavoce del suo amore presso il popolo. È attraverso di noi che Lui vuole ungerlo con l’olio della consolazione e della speranza! Siete voi la voce con cui Dio vuole dire ai Congolesi: «Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio» (Dt 7,6). L’annuncio del Vangelo, l’animazione della vita pastorale, la guida del popolo non possono risolversi in principi distanti dalla realtà della vita quotidiana, ma devono toccare le ferite e comunicare la vicinanza divina, perché le persone scoprano la loro dignità di figli di Dio e imparino a camminare a testa alta, senza mai abbassare il capo dinanzi alle umiliazioni e alle oppressioni. Attraverso di voi questo popolo ha la grazia di sentire rivolte a sé parole simili a quelle che il Signore consegnò a Geremia: “Sei un popolo benedetto, prima di formarti nel grembo materno ti ho pensato, conosciuto, amato”. Se coltiviamo la vicinanza con Dio, ci sentiamo spinti verso il popolo e sentiremo sempre compassione per quanti ci sono affidati. Quell’atteggiamento della compassione, che non è un sentimento, è un patire con. Rincuorati e rafforzati dal Signore, diventiamo a nostra volta strumenti di consolazione e di riconciliazione per gli altri, per sanare le piaghe di chi soffre, lenire il dolore di chi piange, risollevare i poveri, liberare le persone da tante forme di schiavitù e di oppressione. La vicinanza a Dio, cioè, rende profeti per il popolo, capaci di seminare la Parola che salva nella storia ferita della propria terra.

E per addentrarci in questo secondo punto, la profezia per il popolo, guardiamo ancora all’esperienza di Geremia. Dopo aver ricevuto la Parola amorevole e consolante di Dio, egli viene chiamato a essere «profeta delle nazioni» (cfr Ger 1,5), inviato a portare luce nell’oscurità, a testimoniare in un contesto di violenza e corruzione. E Geremia, che divora la Parola del Signore, in quanto è per lui gioia e letizia del cuore (cfr Ger 15,10), confessa che questa stessa Parola semina in lui un’inquietudine insopprimibile e lo porta a raggiungere gli altri perché siano toccati dalla presenza di Dio. «Nel mio cuore scrive – c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9). Non possiamo trattenere solo per noi la Parola di Dio, non possiamo contenerne la potenza: essa è un fuoco che brucia la nostra apatia e accende in noi il desiderio di illuminare chi è nel buio. La Parola di Dio è un fuoco che brucia dentro e ci spinge a uscire fuori! Ecco la nostra identità episcopale: bruciati dalla Parola di Dio, in uscita verso il Popolo di Dio, con zelo apostolico!

Ma – possiamo chiederci – in che cosa consiste questo annuncio profetico della Parola, questo ardore? Al profeta Geremia il Signore dice: «Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,9-10). Sono verbi forti: dapprima sradicare e demolire, per poter infine edificare e piantare. Si tratta di collaborare a una storia nuova che Dio desidera costruire in mezzo a un mondo di perversione e di ingiustizia. Anche voi, allora, siete chiamati a continuare a far sentire la vostra voce profetica, perché le coscienze si sentano interpellate e ciascuno possa diventare protagonista e responsabile di un futuro diverso. Bisogna, dunque, sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza; demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione; edificare una convivenza fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace; e, infine, piantare semi di rinascita, perché il Congo di domani sia davvero quello che il Signore sogna: una terra benedetta e felice, mai più violentata, oppressa e insanguinata.

Facciamo però attenzione: non si tratta di un’azione politica. La profezia cristiana si incarna in tante azioni politiche e sociali, ma il compito dei Vescovi e dei Pastori in generale non è questo. È quello dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza. “Consola, consola il mio popolo”: quel motto che torna, torna, è un invito del Signore: consolare il popolo. “Consola, consola il mio popolo”. È un annuncio fatto non solo di parole, ma di vicinanza e testimonianza: vicinanza, anzitutto, ai preti – i preti sono i primi prossimi di un vescovo –, ascolto degli operatori pastorali, incoraggiamento allo spirito sinodale per lavorare insieme. E testimonianza, perché i Pastori devono essere credibili per primi e in tutto, e in particolare nel coltivare la comunione, nella vita morale e nell’amministrazione dei beni. È essenziale, in questo senso, saper costruire armonia, senza ergersi su piedistalli, senza asprezze, ma dando il buon esempio nel sostegno e nel perdono vicendevoli, lavorando insieme, come modelli di fraternità, di pace e di semplicità evangelica. Non accada mai che, mentre il popolo soffre la fame, di voi si possa dire: “quelli non se ne curano e vanno chi al proprio campo, chi ai propri affari” (cfr Mt 22,5). No, gli affari, per favore, lasciamoli fuori dalla vigna del Signore! Un pastore non può essere un affarista, non può! Siamo Pastori e servi del popolo di Dio, non amministratori di cose, non affaristi, pastori! L’amministrazione del vescovo dev’essere quella del pastore: davanti al gregge, in mezzo al gregge, dietro al gregge. Davanti al gregge per indicare la strada; in mezzo al gregge per sentire l’odore del gregge, non perderlo; dietro al gregge per aiutare coloro che vanno più lentamente, e anche per lasciare un po’ il gregge da solo e vedere dove trova dei pascoli. Il pastore deve muoversi in queste tre direzioni.

Cari fratelli Vescovi, ho condiviso con voi quello che sentivo nel cuore: coltivare la vicinanza con il Signore per essere segni profetici della sua compassione per il popolo. Vi prego di non trascurare il dialogo con Dio e di non lasciare che il fuoco della profezia sia spento da calcoli o ambiguità con il potere, e nemmeno dal quieto vivere e dall’abitudinarietà. Dinanzi al popolo che soffre e all’ingiustizia, il Vangelo chiede di alzare la voce. Quando secondo Dio alziamo la voce, rischiamo. Lo ha fatto un vostro fratello, il servo di Dio Mons. Christophe Munzihirwa, pastore coraggioso e voce profetica, che ha custodito il suo popolo offrendo la vita. Il giorno prima di morire lanciò a tutti un messaggio dicendo: «In questi giorni che cosa possiamo ancora fare? Restiamo saldi nella fede. Abbiamo fiducia che Dio non ci abbandonerà e che da qualche parte sorgerà per noi un piccolo bagliore di speranza. Dio non ci abbandonerà se noi ci impegniamo a rispettare la vita dei nostri vicini, a qualsiasi etnia essi appartengano». Il giorno dopo venne ucciso in una piazza della città, ma il suo seme, piantato in questa terra, insieme a quello di tanti altri, porterà frutto. È bene fare memoria, con gratitudine, dei grandi Pastori che hanno segnato la storia del vostro Paese e della vostra Chiesa, di chi vi ha evangelizzato e preceduto nella fede. Fratelli, sono le vostre radici, che vi irrobustiscono nell’ardore evangelico. Penso al bene che ho ricevuto conoscendo il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya.

Carissimi, non abbiate timore di essere profeti di speranza per il popolo, voci concordi della consolazione del Signore, testimoni e annunciatori gioiosi del Vangelo, apostoli di giustizia, samaritani di solidarietà: testimoni di misericordia e di riconciliazione in mezzo a violenze scatenate non solo dallo sfruttamento delle risorse e da conflitti etnici e tribali, ma anche e soprattutto dalla forza oscura del maligno, nemico di Dio e dell’uomo. Però, non scoraggiatevi mai: il Crocifisso è risorto, Gesù vince, anzi ha già vinto il mondo (cfr Gv 16,33) e desidera risplendere in voi, nella vostra opera preziosa, nel vostro fecondo seme di pace! Fratelli, voglio ringraziarvi, per il vostro servizio, per il vostro zelo pastorale, per la vostra testimonianza.

E, giunto ormai al termine di questo viaggio, vorrei esprimere tutta la mia riconoscenza a voi e a quanti qui lo hanno preparato. Avete avuto la pazienza di aspettare un anno, siete bravi! Grazie di questo! Avete dovuto lavorare due volte, perché la prima volta la visita è stata annullata, ma so che siete misericordiosi con il Papa! Grazie davvero! Nel prossimo giugno celebrerete a Lubumbashi il Congresso eucaristico nazionale: Gesù è realmente presente e operante nell’Eucaristia; lì rappacifica e risana, consola e unisce, illumina e trasforma; lì ispira, sostiene e rende efficace il vostro ministero. La presenza di Gesù, Pastore mite e umile di cuore, vincitore del male e della morte, trasformi questo grande Paese e sia sempre la vostra gioia e la vostra speranza! Vi benedico di cuore.

Vorrei aggiungere una sola cosa: ho detto “siate misericordiosi”. La misericordia. Perdonare sempre. Quando un fedele viene a confessarsi viene a chiedere il perdono, viene a chiedere la carezza del Padre. E noi, col dito accusatore: “Quante volte? E come lo hai fatto?...”. No, questo no. Perdonare. Sempre. “Ma non so…, perché il codice mi dice…”. Il codice dobbiamo osservarlo, perché è importante, ma il cuore del pastore va oltre! Rischiate. Per il perdono rischiate. Sempre. Perdonate sempre, nel Sacramento della Riconciliazione. E così seminerete perdono per tutta la società.

Vi benedico di cuore. E, per favore, continuate a pregare per me, perché questo ufficio è un po’ difficile! Ma confido in voi. Grazie.

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Presso l’Aeroporto Internazionale N’djili di Kinshasa, ha avuto luogo la cerimonia di congedo dalla Repubblica Democratica del Congo.

Al Suo arrivo all’Aeroporto, il Santo Padre Francesco è stato accolto - all’ingresso della VIP Lounge - dal Presidente della Repubblica, S.E. il Signor Félix Antoine Tshisekedi Tshilombo, con cui si è intrattenuto in un breve incontro privato.

Dopo il saluto delle rispettive Delegazioni e la Guardia d’Onore, il Papa è salito a bordo di un A359 di ITA Airways e alle ore 10.49 è partito alla volta del Sud Sudan.

L’aereo è atterrato all’Aeroporto Internazionale di Giuba alle ore 14.45 locali (13.45 ora di Roma).

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Massimiliano Menichetti racconta il congedo dalla RD Congo in direzione Sud Sudan


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Il Papa lascia la Rd Congo: il video con le immagini più belle

Dall'arrivo a Kinshasa, alla grande Messa all'aeroporto di N'dolo, fino alla testimonianza delle vittime della guerra e all'incontro con i giovani nello stadio dei Martiri. In 70 secondi ripercorriamo le tappe più importanti della visita a quel "diamante insanguinato" che è la Repubblica Democratica del Congo, prima tappa del 40esimo viaggio apostolico di Francesco


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